Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

Edizione elettronica di riferimento:

© Biblioteca Italiana 1976-2003

Giornata decima

Novella quarta

Messer Gentil de’ Carisendi, venuto da Modona, trae della sepoltura

una donna amata da lui, sepellita per morta, la quale riconfortata

partorisce un figliuol maschio, e Messer Gentile lei e ’l figliuolo

restituisce a Niccoluccio Caccianimico, marito di lei.

Maravigliosa cosa parve a tutti che alcuno del propio sangue fosse liberale: e veramente affermaron Natan aver quella del re di Spagna e dello abate di Clignì trapassata. Ma poi che assai e una cosa e altra detta ne fu, il re, verso Lauretta riguardando, le dimostrò che egli desiderava che ella dicesse; per la qual cosa Lauretta prestamente incominciò:

 – Giovani donne, magnifice cose e belle sono state le raccontate, né mi pare che alcuna cosa restata sia a noi che abbiamo a dire, per la qual novellando vagar possiamo, sì son tutte dall’altezza delle magnificenzie raccontate occupate, se noi ne’ fatti d’amore già non mettessimo mano, li quali a ogni materia prestano abondantissima copia di ragionare. E per ciò, sì per questo e sì per quello a che la nostra età ci dee principalmente inducere, una magnificenzia da uno inamorato fatta mi piace di raccontarvi, la quale, ogni cosa considerata, non vi parrà per avventura minore che alcuna delle mostrate, se quello è vero che i tesori si donino, le inimicizie si dimentichino e pongasi la propia vita, l’onore e la fama, ch’è molto più, in mille pericoli per potere la cosa amata possedere.

Fu adunque in Bologna, nobilissima città di Lombardia, un cavaliere per virtù e per nobiltà di sangue raguardevole assai, il qual fu chiamato messer Gentil Carisendi, il qual giovane d’una gentil donna chiamata madonna Catalina, moglie d’un Niccoluccio Caccianemico, s’innamorò; e perché male dello amor della donna era, quasi disperatosene, podestà chiamato di Modona, v’andò.

In questo tempo, non essendo Niccoluccio a Bologna e la donna a una sua possessione forse tre miglia alla terra vicina essendosi, per ciò che gravida era, andata a stare, avvenne che subitamente un fiero accidente la sopraprese, il quale fu tale e di tanta forza, che in lei spense ogni segno di vita e per ciò eziandio da alcun medico morta giudicata fu; e per ciò che le sue più congiunte parenti dicevan sé avere avuto da lei non essere ancora di tanto tempo gravida, che perfetta potesse essere la creatura, senza altro impaccio darsi, quale ella era, in uno avello d’una chiesa ivi vicina dopo molto pianto la sepellirono.

La qual cosa subitamente da un suo amico fu significata a messer Gentile, il qual di ciò, ancora che della sua grazia fosse poverissimo, si dolfe molto, ultimamente seco dicendo: “Ecco, madonna Catalina, tu se’ morta: io, mentre che vivesti, mai un solo sguardo da te aver non potei: per che, ora che difender non ti potrai, convien per certo che, così morta come tu se’, io alcun bascio ti tolga.”

E questo detto, essendo già notte, dato ordine come la sua andata occulta fosse, con un suo famigliare montato a cavallo, senza ristare colà pervenne dove sepellita era la donna; e aperta la sepoltura in quella diligentemente entrò, e postolesi a giacere allato il suo viso a quello della donna accostò, e più volte con molte lagrime piangendo il basciò. Ma sì come noi veggiamo l’appetito degl’uomini a niun termine star contento ma sempre più avanti desiderare, e spezialmente quello degli amanti, avendo costui seco diliberato di più non starvi, disse: “Deh! perché non le tocco io, poi che io son qui, un poco il petto? Io non la debbo mai più toccare né mai più la toccai.”

Vinto adunque da questo appetito le mise la mano in seno: e per alquanto spazio tenutalavi gli parve sentire alcuna cosa battere il cuore a costei. Il quale, poi che ogni paura ebbe cacciata da sé, con più sentimento cercando, trovò costei per certo non esser morta, quantunque poca e debole estimasse la vita: per che soavemente quanto più poté, dal suo famigliare aiutato, del monimento la trasse e, davanti al caval messalasi, segretamente in casa sua la condusse in Bologna.

Era quivi la madre di lui, valorosa e savia donna, la qual, poscia che dal figliuolo ebbe distesamente ogni cosa udita, da pietà mossa chetamente con grandissimi fuochi e con alcun bagno in costei rivocò la smarrita vita; la quale come rivenne, così gittò un gran sospiro e disse: “Oimè! ora ove sono io?”

A cui la valente donna rispose: “Confortati, tu se’ in buon luogo.”

Costei, in sé tornata e dintorno guardandosi, non bene conoscendo dove ella fosse e veggendosi davanti messer Gentile, piena di maraviglia la madre di lui pregò che le dicesse in che guisa ella quivi venuta fosse: alla quale messer Gentile ordinatamente contò ogni cosa. Di che ella dolendosi, dopo alquanto quelle grazie gli rendé che ella poté, e appresso il pregò, per quello amore il quale egli l’aveva già portato e per cortesia di lui, che in casa sua ella da lui non ricevesse cosa che fosse meno che onor di lei e del suo marito e, come il dì venuto fosse, alla sua propia casa la lasciasse tornare.

Alla quale messer Gentile rispose: “Madonna, chente che il mio disiderio si sia stato ne’ tempi passati, io non intendo al presente né mai per innanzi (poi che Idio m’ha questa grazia conceduta, che da morte a vita mi v’ha renduta, essendone cagione l’amore che io v’ho per adietro portato) di trattarvi né qui né altrove se non come cara sorella. Ma questo mio benificio operato in voi questa notte merita alcun guiderdone; e per ciò io voglio che voi non mi neghiate una grazia la quale io vi domanderò.”

Al quale la donna benignamente rispose sé essere apparecchiata, solo che ella potesse e onesta fosse: messer Gentile allora disse: “Madonna, ciascun vostro parente e ogni bolognese credono e hanno per certo voi esser morta, per che niuna persona è la quale più a casa v’aspetti; e per ciò io voglio di grazia da voi che vi debbia piacere di dimorarvi tacitamente qui con mia madre infino a tanto che io da Modona torni, che sarà tosto. E la cagione per che io questo vi cheggio è per ciò che io intendo di voi, in presenzia de’ migliori cittadini di questa terra, fare un caro e uno solenne dono al vostro marito.”

La donna, conoscendosi al cavaliere obligata e che la domanda era onesta, quantunque molto disiderasse di rallegrare della sua vita i suoi parenti, si dispuose a far quello che messer Gentile domandava; e così sopra la sua fede gli promise. E appena erano le parole della sua risposta finite, che ella sentì il tempo del partorire esser venuto: per che, teneramente dalla madre di messer Gentile aiutata, non molto stante partorì un bel figliuol maschio, la qual cosa in molti doppi multiplicò la letizia di messer Gentile e di lei. Messer Gentile ordinò che le cose oportune tutte vi fossero e che così fosse servita costei come se sua propia moglie fosse; e a Modona segretamente se ne tornò.

Quivi fornito il tempo del suo uficio e a Bologna dovendosene tornare, ordinò, quella mattina che in Bologna entrar doveva, di molti e gentili uomini di Bologna, tra’ quali fu Niccoluccio Caccianimico, un grande e bel convito in casa sua; e tornato e ismontato e con lor trovatosi, avendo similmente la donna ritrovata più bella e più sana che mai e il suo figlioletto star bene, con allegrezza incomparabile i suoi forestieri mise a tavola e quegli fece di più vivande magnificamente servire.

E essendo già vicino alla sua fine il mangiare, avendo egli prima alla donna detto quello che di fare intendeva e con lei ordinato il modo che dovesse tenere, così cominciò a parlare: “Signori, io mi ricordo avere alcuna volta inteso in Persia essere, secondo il mio iudicio, una piacevole usanza, la quale è che, quando alcuno vuole sommamente onorare il suo amico, egli lo ’nvita a casa sua e quivi gli mostra quella cosa, o moglie o amica o figliuola o che che si sia, la quale egli ha più cara, affermando che, se egli potesse, così come questo gli mostra, molto più volentieri gli mosterria il cuor suo; la quale io intendo di volere observare in Bologna. Voi, la vostra mercé, avete onorato il mio convito, e io voglio onorar voi alla persesca, mostrandovi la più cara cosa che io abbia nel mondo o che io debbia aver mai. Ma prima che io faccia questo, vi priego mi diciate quello che sentite d’un dubbio il quale io vi moverò. Egli è alcuna persona la quale ha in casa un suo buono e fedelissimo servidore, il quale inferma gravemente; questo cotale, senza attendere il fine del servo infermo, il fa portate nel mezzo della strada né più ha cura di lui; viene uno strano e mosso a compassione dello ’nfermo e’ sel reca a casa e con gran sollicitudine e con ispesa il torna nella prima sanità. Vorrei io ora sapere se, tenendolsi e usando i suoi servigi, il suo signore si può a buona equità dolere o ramaricare del secondo, se egli raddomandandolo rendere nol volesse.”

I gentili uomini, fra sé avuti varii ragionamenti e tutti in una sentenzia concorrendo, a Niccoluccio Caccianimico, per ciò che bello e ornato favellatore era, commisero la risposta. Costui, commendata primieramente l’usanza di Persia, disse sé con gli altri insieme essere in questa opinione, che il primo signore niuna ragione avesse più nel suo servidore, poi che in sì fatto caso non solamente abandonato ma gittato l’avea, e che per li benifici del secondo usati giustamente parea di lui il servidore divenuto, per che, tenendolo, niuna noia, niuna forza, niuna ingiuria faceva al primiero; gli altri tutti che alle tavole erano, ché v’avea di valenti uomini, tutti insieme sé tener quello che da Niccoluccio era stato risposto.

Il cavaliere, contento di tal risposta e che Niccoluccio l’avesse fatta, affermò sé essere in quella opinione altressi, e appresso disse: “Tempo è omai che io secondo la promessa v’onori”; e chiamati due de’ suoi famigliari, gli mandò alla donna, la quale egli egregiamente avea fatta vestire e ornare, e mandolla pregando che le dovesse piacere di venire a far lieti i gentili uomini della sua presenzia.

La qual, preso in braccio il figliolin suo bellissimo, da’ due famigliari accompagnata nella sala venne, e come al cavalier piacque appresso a un valente uomo si pose a sedere; e egli disse: “Signori, questa è quella cosa che io ho più cara e intendo d’avere che alcun’altra: guardate se egli vi pare che io abbia ragione.”

I gentili uomini, onoratola e commendatala molto e al cavaliere affermato che cara la doveva avere, la cominciarono a riguardare; e assai ve n’eran che lei avrebbon detto colei chi ella era, se lei per morta non avessero avuta. Ma sopra tutti la riguardava Niccoluccio, il quale, essendosi alquanto partito il cavaliere, sì come colui che ardeva di sapere chi ella fosse, non potendosene tenere, la domandò se bolognese fosse o forestiera. La donna, sentendosi al suo marito domandare, con fatica di risponder si tenne: ma pur per servare l’ordine posto tacque. Alcun altro la domandò se suo era quel figlioletto, e alcuno se moglie fosse di messer Gentile o in altra maniera sua parente; a’ quali niuna risposta fece.

Ma sopravvegnendo messer Gentile, disse alcun de’ suoi forestieri: “Messere, bella cosa è questa vostra, ma ella ne par mutola: è ella così?”

“Signori, “ disse messer Gentile “il non avere ella al presente parlato è non piccolo argomento della sua virtù.”

“Diteci adunque voi” seguitò colui “chi ella è.”

Disse il cavaliere: “Questo farò io volentieri, sol che voi mi promettiate, per cosa che io dica, niuno doversi muovere del luogo suo fino a tanto che io non ho la mia novella finita.”

Al quale avendol promesso ciascuno e essendo già levate le tavole, messer Gentile, allato alla donna sedendo, disse: “Signori, questa donna è quello leale e fedel servo del quale io poco avanti vi fe’ la dimanda; la quale, da’ suoi poco avuta cara e così come vile e più non utile nel mezzo della strada gittata, da me fu ricolta e colla mia sollicitudine e opera delle mani la trassi alla morte: e Iddio, alla mia buona affezion riguardando, di corpo spaventevole così bella divenir me l’ha fatta. Ma acciò che voi più apertamente intendiate come questo avvenuto mi sia, brievemente vel farò chiaro.” E cominciatosi dal suo innamorarsi di lei, ciò che avvenuto era infino allora distintamente narrò con gran maraviglia degli ascoltanti: e poi soggiunse: “Per le quali cose, se mutata non avete sentenzia da poco in qua, e Niccoluccio spezialmente, questa donna meritamente è mia, né alcuno con giusto titolo me la può radomandare.”

A questo niun rispose, anzi tutti attendevan quello che egli più avanti dovesse dire. Niccoluccio e degli altri che v’erano e la donna di compassion lagrimavano; ma messer Gentile, levatosi in piè e preso nelle sue braccia il picciol fanciullino e la donna per la mano e andato verso Niccoluccio, disse: “Leva sù, compare; io non ti rendo tua mogliere, la quale i tuoi e suoi parenti gittarono via, ma io ti voglio donare questa donna mia comare con questo suo figlioletto, il qual son certo che fu da te generato e il quale io a battesimo tenni e nomina’lo Gentile. E priegote che, perch’ella sia nella mia casa vicin di tre mesi stata, ella non ti sia men cara; ché io ti giuro per quello Iddio che forse già di lei innamorar mi fece acciò che il mio amore fosse, sì come stato è, cagion della sua salute, che ella mai o col padre o colla madre o con teco più onestamente non visse, che ella appresso di mia madre ha fatto nella mia casa.” E questo detto, si rivolse alla donna e disse: “Madonna, omai da ogni promessa fattami io v’assolvo e libera vi lascio di Niccoluccio”; e rimessa la donna e ’l fanciul nelle braccia di Niccoluccio si tornò a sedere.

Niccoluccio disiderosamente ricevette la sua donna e ’l figliuolo, tanto più lieto quanto più n’era di speranza lontano, e come meglio poté e seppe ringraziò il cavaliere; e gli altri, che tutti di compassion lagrimavano, di questo il commendaron molto, e commendato fu da chiunque l’udì. La donna con maravigliosa festa fu in casa sua ricevuta e quasi risuscitata con ammirazione fu più tempo guatata da’ bolognesi; e messer Gentile sempre amico visse di Niccoluccio e de’ suoi parenti e di quei della donna.

Che adunque qui, benigne donne, direte? estimerete l’aver donato un re lo scettro e la corona, e uno abate senza suo costo avere rinconciliato un malfattore al Papa, o un vecchio porgere la sua gola al coltello del nimico, essere stato da aguagliare al fatto di messer Gentile? Il quale giovane e ardente, e giusto titolo parendogli avere in ciò che la tracutaggine altrui aveva gittato via e egli per la sua buona fortuna aveva ricolto, non solo temperò onestamente il suo fuoco, ma liberalmente quello che egli soleva con tutto il pensier disiderare e cercare di rubare, avendolo, restituì. Per certo niuna delle già dette a questa mi par simigliante. – 

Indice Biblioteca Progetto Boccaccio Decameron - giornata decima - novella terza  giornata decima - novella quinta

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 08 settembre 2011