Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata decima

Novella prima

Un cavaliere serve al re di Spagna; pargli male esser guiderdonato,

per che il re con esperienzia certissima gli mostra non esser colpa di lui,

ma della sua malvagia fortuna, altamente donandogli poi.

– Grandissima grazia, onorabili donne, reputar mi debbo che il nostro re me a tanta cosa, come è a raccontar della magnificenzia, m’abbia preposta: la quale, come il sole è di tutto il cielo bellezza e ornamento, è chiarezza e lume di ciascun’altra virtù. Dironne adunque una novelletta assai leggiadra, al mio parere, la quale ramemorarsi per certo non potrà esser se non utile.

Dovete adunque sapere che, tra gli altri valorosi cavalieri che da gran tempo in qua sono stati nella nostra città, fu un di quegli, e forse il più da bene, messer Ruggieri de’ Figiovanni; il quale, essendo e ricco e di grande animo e veggendo che, considerata la qualità del vivere e de’ costumi di Toscana, egli in quella dimorando poco o niente potrebbe del suo valor dimostrare, prese per partito di volere un tempo essere appresso a Anfonso re di Spagna, la fama del valore del quale quella di ciascun altro signor trapassava a que’ tempi; e assai onorevolemente in arme e in cavalli e in compagnia a lui se n’andò in Ispagna, e graziosamente fu dal re ricevuto.

Quivi adunque dimorando messer Ruggieri, e splendidamente vivendo e in fatti d’arme maravigliose cose faccendo, assai tosto si fece per valoroso cognoscere. E essendovi già buon tempo dimorato, molto alle maniere del re riguardando, gli parve che esso ora a uno e ora a un altro donasse castella e città e baronie assai poco discretamente, sì come dandole a chi nol valea; e per ciò che a lui, che da quello che egli era si teneva, niente era donato, estimò che molto ne diminuisse la fama sua: per che di partirsi diliberò e al re domandò commiato. Il re gliele concedette, e donogli una delle miglior mule che mai si cavalcasse e la più bella, la quale per lo lungo camino che a fare avea fu cara a messere Ruggieri. Appresso questo, commise il re a un suo discreto famigliare che, per quella maniera che miglior gli paresse, s’ingegnasse di cavalcare con messer Ruggieri in guisa che egli non paresse dal re mandato e ogni cosa che egli dicesse di lui raccogliesse sì che ridire gliele sapesse; e l’altra mattina appresso gli comandasse che egli indietro al re tornasse. Il famigliare, stato attento, come messer Ruggieri uscì della terra, così assai acconciamente con lui si fu accompagnato, dandogli a vedere che esso veniva verso Italia.

Cavalcando adunque messer Ruggieri sopra la mula dal re datagli e costui d’una cosa e d’altra parlando, essendo vicino a ora di terza, disse: “Io credo che sia ben fatto che noi diamo stalla a queste bestie.”

E entrati in una stalla, tutte l’altre fuor che la mula stallarono; per che cavalcando avanti, stando sempre lo scudiere attento alle parole del cavaliere, vennero a un fiume e quivi, abeverando le lor bestie, la mula stallò nel fiume; il che veggendo messer Ruggieri disse: “Deh! dolente ti faccia Dio, bestia, ché tu se’ fatta come il signore che a me ti donò.”

Il famigliare questa parola ricolse, e come che molte ne ricogliesse camminando tutto il dì seco, niun’altra se non in somma lode del re dirne gli udì: per che la mattina seguente, montati a cavallo e volendo cavalcare verso Toscana, il famigliare gli fece il comandamento del re, per lo quale messer Ruggieri incontanente tornò adietro. E avendo già il re saputo quello che egli della mula aveva detto, fattolsi chiamare, con lieto viso il ricevette e domandollo perché lui alla sua mula avesse assomigliato o vero la mula a lui.

Messer Ruggieri con aperto viso gli disse: “Signor mio, per ciò ve la assomigliai, perché, come voi donate dove non si conviene e dove si converrebbe non date, così ella dove si conveniva non stallò e dove non si convenia sì.”

Allora disse il re: “Messer Ruggieri, il non avervi donato come fatto ho a molti li quali a comparazion di voi da niente sono, non è avvenuto perché io non abbia voi valorosissimo cavalier conosciuto e degno d’ogni gran dono: ma la vostra fortuna, che lasciato non m’ha, in ciò ha peccato e non io. E che io dica vero, io il vi mosterrò manifestamente.”

A cui messer Ruggieri rispose: “Signor mio, io non mi turbo di non aver dono ricevuto da voi, per ciò che io nol desiderava per esser più ricco, ma del non aver voi in alcuna cosa testimonianza renduta alla mia virtù: nondimeno io ho la vostra per buona scusa e per onesta e son presto di veder ciò che vi piacerà, quantunque io vi creda senza testimonio.”

Menollo adunque il re in una sua gran sala, dove, sì come egli davanti aveva ordinato, erano due gran forzieri serrati, e in presenzia di molti gli disse: “Messer Ruggieri, nell’uno di questi forzieri è la mia corona, la verga reale e ’l pomo e molte mie belle cinture, fermagli, anella e ogn’altra cara gioia che io ho: l’altro è pieno di terra. Prendete adunque l’uno, e quello che preso avrete si sia vostro, e potrete vedere chi è stato verso il vostro valore ingrato, o io o la vostra fortuna.”

Messer Ruggieri, poscia che vide così piacere al re, prese l’uno, il quale il re comandò che fosse aperto, e trovossi esser quello che era pien di terra; laonde il re ridendo disse: “Ben potete vedere, messer Ruggieri, che quello è vero che io vi dico della fortuna; ma certo il vostro valor merita che io m’opponga alle sue forze. Io so che voi non avete animo di divenire spagnuolo, e per ciò non vi voglio qua donare né castel né città, ma quel forziere che la fortuna vi tolse, quello in dispetto di lei voglio che sia vostro, acciò che nelle vostre contrade nel possiate portare e della vostra virtù con la testimonianza de’ miei doni meritamente gloriar vi possiate co’ vostri vicini.”

Messer Ruggieri, presolo e quelle grazie rendute al re che a tanto dono si confaceano, con esso lieto se ne ritornò in Toscana. – 

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Ultimo aggiornamento: 08 settembre 2011