Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

Edizione elettronica di riferimento:

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Giornata nona

Novella decima

Donno Gianni ad istanzia di compar Pietro fa lo ’ncantesimo per far diventar

la moglie una cavalla; e quando viene ad appiccar la coda, compar Pietro,

dicendo che non vi voleva coda, guasta tutto lo ’ncantamento.

Questa novella dalla reina detta diede un poco da mormorare alle donne e da ridere a’ giovani. Ma poi che ristate furono, Dioneo così cominciò a parlare:

 – Leggiadre donne, infra molte bianche colombe agiugne più di bellezza un nero corvo che non farebbe un candido cigno; e così tra molti savi alcuna volta un men savio è non solamente accrescere splendore e bellezza alla loro maturità, ma ancora diletto e sollazzo. Per la qual cosa, essendo voi tutte discretissime e moderate, io, il quale sento anzi dello scemo che no, faccendo la vostra virtù più lucente col mio difetto più vi debbo esser caro che se con più valore quella facessi divenire più oscura; e per conseguente più largo arbitrio debbo avere in dimostrarvi tal qual io sono, e più pazientemente dee da voi esser sostenuto, che non dovrebbe se io più savio fossi, quel dicendo che io dirò. Dirovvi adunque una novella non troppo lunga, nella quale comprenderete quanto diligentemente si convengano observare le cose imposte da coloro che alcuna cosa per forza d’incantamento fanno e quanto piccol fallo in quelle commesso ogni cosa guasti dallo ’ncantator fatta.

L’altr’anno fu a Barletta un prete, chiamato donno Gianni di Barolo, il qual, per ciò che povera chiesa aveva, per sostentar la vita sua con una cavalla cominciò a portar mercatantia in qua e in là per le fiere di Puglia e a comperare e a vendere. E così andando, prese stretta dimestichezza con uno che si chiamava Pietro da Tresanti, che quello medesimo mestiero con un suo asino faceva; e in segno d’amorevolezza e d’amistà, alla guisa pugliese, nol chiamava se non compar Pietro; e quante volte in Barletta arrivava, sempre alla chiesa sua nel menava e quivi il teneva seco a albergo e come poteva l’onorava.

Compar Pietro d’altra parte, essendo poverissimo e avendo una piccola casetta in Tresanti appena bastevole a lui e a una sua giovane e bella moglie e all’asino suo, quante volte donno Gianni in Tresanti capitava tante sel menava a casa, e come poteva, in riconoscimento che da lui in Barletta riceveva, l’onorava. Ma pure al fatto dell’albergo, non avendo compar Pietro se non un piccol letticello nel quale con la sua bella moglie dormiva, onorar nol poteva come voleva, ma conveniva che, essendo in una sua stalletta allato all’asino suo allogata la cavalla di donno Gianni, che egli allato a lei sopra alquanto di paglia si giacesse. La donna, sappiendo l’onor che il prete faceva al marito a Barletta, era più volte, quando il prete vi veniva, volutasene andare a dormire con una sua vicina, che aveva nome Zita Carapresa di Giudice Leo, acciò che il prete col marito dormisse nel letto, e avevalo molte volte al prete detto, ma egli non aveva mai voluto.

E tra l’altre volte, una le disse: “Comar Gemmata, non ti tribolar di me, ché io sto bene, per ciò che quando mi piace io fo questa cavalla diventare una bella zitella e stommi con essa, e poi, quando voglio, la fo diventar cavalla; e per ciò non mi partirei da lei.”

La giovane si maravigliò e credettelo e al marito il disse, agiugnendo: “Se egli è così tuo come tu di’, ché non ti fai tu insegnare quello incantesimo, che tu possa far cavalla di me e fare i fatti tuoi con l’asino e con la cavalla, e guadagneremo due cotanti? E quando a casa fossimo tornati, mi potresti rifar femina come io sono.”

Compar Pietro, che era anzi grossetto uom che no, credette questo fatto e accordossi al consiglio e, come meglio seppe, cominciò a sollicitar donno Gianni che questa cosa gli dovesse insegnare; donno Gianni s’ingegnò assai di trarre costui di questa sciocchezza, ma pur non potendo disse: “Ecco, poi che voi pur volete, domattina ci leveremo, come noi sogliamo, anzi dì e io vi mosterrò come si fa. E il vero che quello che più è malagevole in questa cosa si è l’apiccar la coda, come tu vedrai.”

Compar Pietro e comar Gemmata, a pena avendo la notte dormito con tanto desidero questo fatto aspettavano, come vicino a dì fu, si levarono e chiamarono donno Gianni, il quale, in camiscia levatosi, venne nella cameretta di compar Pietro e disse: “Io non so al mondo persona a cui io questo facessi se non a voi, e per ciò, poi che vi pur piace, io il farò: vero è che far vi conviene quello che io vi dirò, se voi volete che venga fatto.”

Costor dissero di far ciò che egli dicesse: per che donno Gianni, preso un lume, il pose in mano a compar Pietro e dissegli: “Guata ben com’io farò, e che tu tenghi bene a mente come io dirò; e guardati, quanto tu hai caro di non guastare ogni cosa, che, per cosa che tu oda o veggia, tu non dica una parola sola; e priega Iddio che la coda s’appichi bene.”

Compar Pietro, preso il lume, disse che ben lo farebbe.

Appresso donno Gianni fece spogliare ignudanata comar Gemmata e fecela stare con le mani e co’ piedi in terra a guisa che stanno le cavalle, ammaestrandola similmente che di cosa che avvenisse motto non facesse; e con le mani cominciandole a toccare il viso e la testa cominciò a dire: “Questa sia bella testa di cavalla”; e toccandole i capelli disse: “Questi sieno belli crini di cavalla”; e poi toccandole le braccia disse: “E queste sieno belle gambe e belli piedi di cavalla”; poi toccandole il petto e trovandolo sodo e tondo, risvegliandosi tale che non era chiamato e sù levandosi, disse: “E questo sia bel petto di cavalla”; e così fece alla schiena e al ventre e alle groppe e alle cosce e alle gambe; e ultimamente, niuna cosa restandogli a fare se non la coda, levata la camiscia e preso il pivuolo col quale egli piantava gli uomini e prestamente nel solco per ciò fatto messolo, disse: “E questa sia bella coda di cavalla.”

Compar Pietro, che attentamente infino allora aveva ogni cosa guardata, veggendo questa ultima e non parendonegli bene disse: “O donno Gianni, io non vi voglio coda, io non vi voglio coda!”

Era già l’umido radicale per lo quale tutte le piante s’appiccano venuto, quando donno Gianni tiratolo indietro disse: “Oimè, compar Pietro, che hai tu fatto? non ti diss’io che tu non facessi motto di cosa che tu vedessi? La cavalla era per esser fatta, ma tu favellando hai guasta ogni cosa, né più ci ha modo da poterla rifare oggimai.”

Compar Pietro disse: “Bene sta, io non vi voleva quella coda io: perché non diciavate voi a me: ’Falla tu’? e anche l’appiccavate troppo bassa.”

Disse donno Gianni: “Perché tu non l’avresti per la prima volta saputa appiccar sì com’io.”

La giovane, queste parole udendo, levatasi in piè di buona fé disse al marito: “Bestia che tu se’, perché hai tu guasti li tuoi fatti e’ miei? qual cavalla vedestù mai senza coda? Se m’aiuti Dio, tu se’ povero, ma egli sarebbe mercé che tu fossi molto più.”

Non avendo adunque più modo a dover fare della giovane cavalla, per le parole che dette avea compar Pietro, ella dolente e malinconosa si rivestì, e compar Pietro con uno asino, come usato era, attese a fare il suo mestiero antico; e con donno Gianni insieme n’andò alla fiera di Bitonto né mai più di tal servigio il richiese. – 

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Ultimo aggiornamento: 08 settembre 2011