Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata nona

Novella ottava

Biondello fa una beffa a Ciacco d’un desinare, della quale Ciacco

cautamente si vendica, faccendo lui sconciamente battere.

Universalmente ciascuno della lieta compagnia disse quel che Talano veduto aveva dormendo non essere stato sogno ma visione, sì a punto, senza alcuna cosa mancarne, era avvenuto. Ma tacendo ciascuno, impose la reina alla Lauretta che seguitasse; la qual disse:

 – Come costoro, savissime donne, che oggi davanti da me hanno parlato, quasi tutti da alcuna cosa già detta mossi sono stati a ragionare, così me muove la rigida vendetta, ieri raccontata da Pampinea, che fé lo scolare, a dover dire d’una assai grave a colui che la sostenne, quantunque non fosse per ciò tanto fiera.

E per ciò dico che essendo in Firenze uno da tutti chiamato Ciacco, uomo ghiottissimo quanto alcuno altro fosse giammai, e non potendo la sua possibilità sostener le spese che la sua ghiottornia richiedea, essendo per altro assai costumato e tutto pieno di belli e di piacevoli motti, si diede a essere non del tutto uom di corte ma morditore e a usare con coloro che ricchi erano e di mangiar delle buone cose si dilettavano; e con questi a desinare e a cena, ancor che chiamato non fosse ogni volta, andava assai sovente. Era similmente in quei tempi in Firenze uno il quale era chiamato Biondello, piccoletto della persona, leggiadro molto e più pulito che una mosca, con sua cuffia in capo, con una zazzerina bionda e per punto senza un capel torto avervi, il quale quello medesimo mestiere usava che Ciacco.

Il quale essendo una mattina di quaresima andato là dove il pesce si vende e comperando due grossissime lamprede per messer Vieri de’ Cerchi, fu veduto da Ciacco; il quale avvicinatosi a Biondello disse: “Che vuol dir questo?”

A cui Biondel rispose: “Iersera ne furon mandate tre altre troppo più belle che queste non sono e uno storione a messer Corso Donati, le quali non bastandogli per voler dar mangiare a certi gentili uomini, m’ha fatte comperare quest’altre due: non vi verrai tu?”

Rispose Ciacco: “Ben sai che io vi verrò.”

E quando tempo gli parve, a casa messer Corso se ne andò e trovollo con alcuni suoi vicini che ancora non era andato a desinare; al quale egli, essendo da lui domandato che andasse faccendo, rispose: “Messere, io vengo a desinar con voi e con la vostra brigata.”

A cui messer Corso disse: “Tu sie ’l ben venuto: e per ciò che egli è tempo, andianne.”

Postisi adunque a tavola, primieramente ebbero del cece e della sorra, e appresso del pesce d’Arno fritto, senza più. Ciacco, accortosi dello ’nganno di Biondello e in sé non poco turbatosene, propose di dovernel pagare; né passar molti dì che egli in lui si scontrò, il qual già molti aveva fatti rider di questa beffa. Biondello, vedutolo, il salutò e ridendo il domandò chenti fossero state le lamprede di messer Corso; a cui Ciacco rispondendo disse: “ Avanti che otto giorni passino tu il saprai molto meglio dir di me.”

E senza mettere indugio al fatto, partitosi da Biondello, con un saccente barattier si convenne del prezzo; e datogli un bottaccio di vetro il menò vicino della loggia de’ Cavicciuli e mostrogli in quella un cavaliere chiamato messer Filippo Argenti, uom grande e nerboruto e forte, sdegnoso, iracundo e bizzarro più che altro, e dissegli: “Tu te n’andrai a lui con questo fiasco in mano e dira’gli così: ’Messere, a voi mi manda Biondello, e mandavi pregando che vi piaccia d’arubinargli questo fiasco del vostro buon vin vermiglio, ch’e’ si vuole alquanto sollazzar con suoi zanzeri’; e sta bene accorto che egli non ti ponesse le mani addosso, per ciò che egli ti darebbe il mal dì, e avresti guasti i fatti miei.”

Disse il barattiere: “Ho io a dire altro?”

Disse Ciacco: “No, va pure; e come tu hai questo detto, torna qui a me col fiasco, e io ti pagherò.”

Mossosi adunque il barattiere fece a messer Filippo l’ambasciata. Messer Filippo, udito costui, come colui che piccola levatura avea, avvisando che Biondello, il quale egli conosceva, si facesse beffe di lui, tutto tinto nel viso dicendo: “Che ’arrubinatemi’ e che ’zanzeri’ son questi? che nel malanno metta Idio te e lui!” si levò in piè e distese il braccio per pigliar con la mano il barattiere; ma il barattiere, come colui che attento stava, fu presto e fuggì via e per altra parte ritornò a Ciacco, il quale ogni cosa veduta avea, e dissegli ciò che messer Filippo aveva detto.

Ciacco contento pagò il barattiere, e non riposò mai che egli ebbe ritrovato Biondello, al quale egli disse: “Fostù a questa pezza dalla loggia de’ Cavicciuli?”

Rispose Biondello: “Mai no; perché me ne domandi tu?”

Disse Ciacco: “Per ciò che io ti so dire che messer Filippo ti fa cercare, non so quel ch’e’ si vuole.”

Disse allora Biondello: “Bene, io vo verso là, io gli farò motto.”

Partitosi Biondello, Ciacco gli andò appresso per vedere come il fatto andasse. Messer Filippo, non avendo potuto giugnere il barattiere, era rimaso fieramente turbato e tutto in se medesimo si rodea, non potendo dalle parole dette dal barattiere cosa del mondo trarre altro, se non che Biondello, a instanzia di cui che sia, si facesse beffe di lui; e in questo che egli così si rodeva, e Biondel venne. Il quale come egli vide, fattoglisi incontro, gli diè nel viso un gran punzone.

“Oimè! messer, “ disse Biondel “che è questo?”

Messer Filippo, presolo per li capelli e stracciatagli la cuffia in capo e gittato il cappuccio per terra e dandogli tuttavia forte, diceva: “Traditore, tu il vedrai bene ciò che questo è: che ’arrubinatemi’ e che ’zanzari’ mi mandi tu dicendo a me? paioti io fanciullo da dovere essere uccellato?”

E così dicendo con le pugna, le quali aveva che parevan di ferro, tutto il viso gli ruppe né gli lasciò in capo capello che ben gli volesse; e, convoltolo per lo fango, tutti i panni indosso gli stracciò; e sì a questo fatto si studiava, che pure una volta dalla prima innanzi non gli poté Biondello dire una parola né domandare perché questo gli facesse. Aveva egli bene inteso dello ’arrubinatemi’ e de’ ’zanzeri’, ma non sapeva che ciò si volesse dire. Alla fine, avendol messer Filippo ben battuto e essendogli molti dintorno, alla maggior fatica del mondo gliele trasser di mano così rabbuffato e malconcio com’era; e dissergli perché messer Filippo questo avea fatto, riprendendolo di ciò che mandato gli aveva dicendo, e dicendogli che egli doveva bene oggimai cognoscere messer Filippo e che egli non era uomo da motteggiar con lui. Biondello piagnendo si scusava e diceva che mai a messer Filippo non aveva mandato per vino; ma poi che un poco si fu rimesso in assetto, tristo e dolente se ne tornò a casa, avvisando questa essere stata opera di Ciacco.

E poi che dopo molti dì, partiti i lividori del viso, cominciò di casa a uscire, avvenne che Ciacco il trovò e ridendo il domandò: “Biondello, chente ti parve il vino di messer Filippo?”

Rispose Biondello: “Tali fosser parute a te le lamprede di messer Corso!”

Allora disse Ciacco: “A te sta oramai: qualora tu mi vuogli così ben dare da mangiare come facesti, io darò a te così ben da ber come avesti.”

Biondello, che conosceva che contro a Ciacco egli poteva più aver mala voglia che opera, pregò Idio della pace sua e da indi innanzi si guardò di mai più beffarlo. – 

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Ultimo aggiornamento: 08 settembre 2011