Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

Giornata nona

Novella quinta

Calandrino s’innamora d’una giovane, al quale Bruno fa un brieve,

col quale come egli la tocca, ella va con lui, e dalla moglie trovato,

ha gravissima e noiosa quistione

Finita la non lunga novella di Neifile, senza troppo o riderne o parlarne passatasene la brigata, la reina, verso la Fiammetta rivolta, che ella seguitasse le comandò; la quale tutta lieta rispose che volentieri, e cominciò:

 – Gentilissime donne, sì come io credo che voi sappiate, niuna cosa è di cui tanto si parli, che sempre più non piaccia, dove il tempo e il luogo che quella cotal cosa richiede si sappi per colui che parlar ne vuole debitamente eleggere. E per ciò, se io riguardo quello per che noi siam qui, che per aver festa e buon tempo e non per altro ci siamo, stimo che ogni cosa che festa e piacer possa porgere qui abbia e luogo e tempo debito; e benché mille volte ragionato ne fosse, altro che dilettar non debbia altrettanto parlandone. Per la qual cosa, posto che assai volte de’ fatti di Calandrino detto si sia tra noi, riguardando, sì come poco avanti disse Filostrato, che essi son tutti piacevoli, ardirò oltre alle dette dirvene una novella: la quale, se io dalla verità del fatto mi fossi scostare voluta o volessi, avrei ben saputo e saprei sotto altri nomi comporla e raccontarla; ma per ciò che il partirsi dalla verità delle cose state nel novellare è gran diminuire di diletto negl’intendenti, in propria forma, dalla ragion di sopra detta aiutata, la vi dirò.

Niccolò Cornacchini fu nostro cittadino e ricco uomo: e tra l’altre sue possessioni una bella n’ebbe in Camerata, sopra la quale fece fare uno orrevole e bello casamento e con Bruno e con Buffalmacco che tutto gliele dipignessero si convenne; li quali, per ciò che il lavorio era molto, seco aggiunsero e Nello e Calandrino e cominciarono a lavorare. Dove, benché alcuna camera fornita di letto e dell’altre cose oportune fosse e una fante vecchia dimorasse sì come guardiana del luogo, per ciò che altra famiglia non v’era, era usato un figliuolo del detto Niccolò, che avea nome Filippo, sì come giovane e senza moglie, di menar talvolta alcuna femina a suo diletto e tenervela un dì o due e poscia mandarla via.

Ora tra l’altre volte avvenne che egli ve ne menò una che aveva nome la Niccolosa, la quale un tristo, che era chiamato il Mangione, a sua posta tenendola in una casa da Camaldoli, prestava a vettura. Aveva costei bella persona e era ben vestita e secondo sua pari assai costumata e ben parlante; e essendo ella un dì di meriggio della camera uscita in un guarnel bianco e co’ capelli ravolti al capo e a un pozzo che nella corte era del casamento lavandosi le mani e ’l viso, avvenne che Calandrino quivi venne per acqua e dimesticamente la salutò. Ella, rispostogli, il cominciò a guatare più perché Calandrino le pareva un nuovo uomo che per altra vaghezza. Calandrino cominciò a guatar lei, e parendogli bella cominciò a trovar sue cagioni e non tornava a’ compagni con l’acqua: ma non conoscendola niuna cosa ardiva di dirle. Ella, che avveduta s’era del guatar di costui, per uccellarlo, alcuna volta guardava lui, alcun sospiretto gittando; per la qual cosa Calandrino subitamente di lei s’imbardò, né prima si partì della corte che ella fu da Filippo nella camera richiamata.

Calandrino, tornato a lavorare, altro che soffiar non facea; di che Bruno accortosi, per ciò che molto gli poneva mente alle mani, sì come quegli che gran diletto prendeva de’ fatti suoi, disse: “Che diavolo hai tu, sozio Calandrino? Tu non fai altro che soffiare.”

A cui Calandrino disse: “Sozio, se io avessi chi m’aiutasse, io starei bene.”

“Come?” disse Bruno.

A cui Calandrin disse: “E’ non si vuol dire a persona: egli è una giovane qua giù, che è più bella che una lammia, la quale è sì forte innamorata di me, che ti parrebbe un gran fatto: io me ne avvidi testé quando io andai per l’acqua.”

“Oimè!” disse Bruno “guarda che ella non sia la moglie di Filippo.”

Disse Calandrino: “Io il credo, per ciò che egli la chiamò, e ella se n’andò a lui nella camera; ma che vuol per ciò dir questo? Io la fregherei a Cristo di così fatte cose, non che a Filippo. Io ti vo’ dire il vero, sozio: ella mi piace tanto, che io nol ti potrei dire.”

Disse allora Bruno: “Sozio, io ti spierò chi ella è; e se ella è la moglie di Filippo, io acconcerò i fatti tuoi in due parole, per ciò che ella è molto mia dimestica. Ma come farem noi che Buffalmacco nol sappia? Io non le posso mai favellare ch’e’ non sia meco.”

Disse Calandrino: “Di Buffalmacco non mi curo io, ma guardianci di Nello, ché egli è parente della Tessa e guasterebbeci ogni cosa.”

Disse Bruno: “Ben di’.”

Or sapeva Bruno chi costei era, sì come colui che veduta l’avea venire, e anche Filippo gliel’avea detto; per che, essendosi Calandrino un poco dal lavorio partito e andato per vederla, Bruno disse ogni cosa a Nello e a Buffalmacco, e insieme tacitamente ordinarono quello che far gli dovessero di questo suo innamoramento.

E come egli ritornato fu, disse Bruno pianamente: “Vedestila?”

Rispose Calandrino: “Oimè, sì, ella m’ha morto!”

Disse Bruno: “Io voglio andare a vedere se ella è quella che io credo; e se così sarà, lascia poscia far me.”

Sceso adunque Bruno giuso e trovato Filippo e costei, ordinatamente disse loro chi era Calandrino e quello che egli aveva lor detto, e con loro ordinò quello che ciascun di loro dovesse fare e dire per aver festa e piacere dello innamoramento di Calandrino; e a Calandrino tornatosene disse: “Bene è dessa: e per ciò si vuol questa cosa molto saviamente fare, per ciò che, se Filippo se n’avedesse, tutta l’acqua d’Arno non ci laverebbe. Ma che vuoi tu che io le dica da tua parte se egli avvien che io le favelli?”

Rispose Calandrino: “Gnaffé! tu sì le dirai in prima in prima che io le voglio mille moggia di quel buon bene da impregnare, e poscia che io son suo servigiale e se ella vuol nulla: ha’mi bene inteso?”

Disse Bruno: “Sì, lascia far me.”

Venuta l’ora della cena e costoro, avendo lasciata opera e giù nella corte discesi, essendovi Filippo e la Niccolosa, alquanto in servigio di Calandrino ivi si posero a stare; dove Calandrino cominciò a guardare la Niccolosa e a fare i più nuovi atti del mondo, tali e tanti, che se ne sarebbe avveduto un cieco. Ella, d’altra parte, ogni cosa faceva per la quale credesse bene accenderlo e secondo la informazione avuta da Bruno, il miglior tempo del mondo prendendo de’ modi di Calandrino. Filippo con Buffalmacco e con gli altri faceva vista di ragionare e di non avvedersi di questo fatto.

Ma pur dopo alquanto, con grandissima noia di Calandrino, si partirono; e venendose verso Firenze disse Bruno a Calandrino: “Ben ti dico che tu la fai struggere come ghiaccio a sole: per lo corpo di Dio, se tu ci rechi la ribeba tua e canti un poco con essa di quelle tue canzoni innamorate, tu la farai gittare a terra delle finestre per venire a te.”

Disse Calandrino: “Parti, sozio? parti che io la rechi?”

“Sì” rispose Bruno.

A cui Calandrino disse: “Tu non mi credevi oggi, quando io il ti diceva: per certo, sozio, io m’aveggio che io so meglio che altro uomo far ciò che io voglio. Chi avrebbe saputo, altri che io, far così tosto innamorare una così fatta donna come è costei? A buon’otta l’avrebber saputo far questi giovani di tromba marina, che tutto il dì vanno in giù e in sù, e in mille anni non saprebbero accozzare tre man di noccioli! Ora io vorrò che tu mi vegghi un poco con la ribeba: vedrai bel giuoco! E intendi sanamente che io non son vecchio come io ti paio: ella se ne è bene accorta ella; ma altramenti ne la farò io accorgere se io le pongo la branca adosso, per lo verace corpo di Cristo, ché io le farò giuoco che ella mi verrà dietro come va la pazza al figliuolo.”

“Oh!” disse Bruno “tu te la griferai: e’ mi par pur vederti morderle con cotesti tuoi denti fatti a bischeri quella sua bocca vermigliuzza e quelle sue gote che paion due rose e poscia manicarlati tutta quanta.”

Calandrino udendo queste parole gli pareva essere a’ fatti, e andava cantando e saltando tanto lieto, che non capeva nel cuoio. Ma l’altro dì, recata la ribeba, con gran diletto di tutta la brigata cantò più canzoni con essa; e in brieve in tanta sosta entrò dello spesso veder costei, che egli non lavorava punto, ma mille volte il dì ora alla finestra, ora alla porta e ora nella corte correva per veder costei, la quale, astutamente secondo l’amaestramento di Bruno adoperando, molto bene ne gli dava cagione. Bruno d’altra parte gli rispondeva alle sue ambasciate e da parte di lei ne gli faceva talvolta: quando ella non v’era, che era il più del tempo, gli faceva venir lettere da lei nelle quali esso gli dava grande speranza de’ desideri suoi, mostrando che ella fosse a casa di suoi parenti là dove egli allora non la poteva vedere. E in questa guisa Bruno e Buffalmacco, che tenevano mano al fatto, traevano de’ fatti di Calandrino il maggior piacer del mondo, faccendosi talvolta dare, sì come domandato dalla sua donna, quando un pettine d’avorio e quando una borsa e quando un coltellino e cotali ciance, allo ’ncontro recandogli cotali anelletti contraffatti di niun valore, de’ quali Calandrino faceva maravigliosa festa; e oltre a questo n’avevan da lui di buone merende e d’altri onoretti, acciò che solleciti fossero a’ fatti suoi.

Ora avendol tenuti costoro ben due mesi in questa forma senza più aver fatto, vedendo Calandrino che il lavorio si veniva finendo e avvisando che, se egli non recasse a effetto il suo amore prima che finito fosse il lavorio, mai più fatto non gli potesse venire, cominciò molto a strignere e a sollecitar Bruno; per la qual cosa, essendovi la giovane venuta, avendo Bruno prima con Filippo e con lei ordinato quello che fosse da fare, disse a Calandrino: “Vedi, sozio, questa donna m’ha ben mille volte promesso di dover fare ciò che tu vorrai e poscia non ne fa nulla, e parmi che ella ti meni per lo naso; e per ciò, poscia che ella nol fa come ella promette, noi gliele farem fare o voglia ella o no, se tu vorrai.”

Rispose Calandrino: “Deh! sì, per l’amor di Dio, facciasi tosto.”

Disse Bruno: “Dratti egli il cuore di toccarla con un brieve che io ti darò?”

Disse Calandrino: “Sì bene.”

“Adunque” disse Bruno “fa che tu mi rechi un poco di carta non nata e un vispistrello vivo e tre granella d’incenso e una candela benedetta, e lascia far me.”

Calandrino stette tutta la sera vegnente con suoi artifici per pigliare un vispistrello, e alla fine presolo con l’altre cose il portò a Bruno; il quale, tiratosi in una camera, scrisse in su quella carta certe sue frasche con alquante cateratte e portogliele e disse: “Calandrino, sappi che se tu la toccherai con questa scritta, ella ti verrà incontanente dietro e farà quello che tu vorrai. E però, se Filippo va oggi in niun luogo, accostaleti in qualche modo e toccala e vattene nella casa della paglia ch’è qui da lato, ch’è il miglior luogo che ci sia, per ciò che non vi bazzica mai persona: tu vedrai che ella vi verrà; quando ella v’è, tu sai bene ciò che tu t’hai a fare.”

Calandrino fu il più lieto uomo del mondo e presa la scritta disse: “Sozio, lascia far me.”

Nello, da cui Calandrino si guardava, avea di questa cosa quel diletto che gli altri e con loro insieme teneva mano a beffarlo: e per ciò, sì come Bruno gli aveva ordinato, se n’andò a Firenze alla moglie di Calandrino e dissele: “Tessa, tu sai quante busse Calandrino ti diè senza ragione il dì che egli ci tornò con le pietre di Mugnone, e per ciò io intendo che tu te ne vendichi: e se tu nol fai, non m’aver mai né per parente né per amico. Egli sì s’è innamorato d’una donna colassù, e ella è tanto trista che ella si va rinchiudendo assai spesso con essolui, e poco fa si dieder la posta d’essere insieme via via; e per ciò io voglio che tu vi venghi e vegghilo e gastighil bene.”

Come la donna udì questo, non le parve giuoco: ma levatasi in piè cominciò a dire: “Oimè, ladro piuvico, faimi tu questo? Alla croce di Dio, ella non andrà così, che io non te ne paghi.”

E preso suo mantello e una feminetta in compagnia, vie più che di passo insieme con Nello lassù n’andò; la quale come Bruno vide venir di lontano, disse a Filippo: “Ecco l’amico nostro.”

Per la qual cosa Filippo, andato colà dove Calandrino e gli altri lavoravano, disse: “Maestri, a me convien testé andare a Firenze: lavorate di forza”; e partitosi, s’andò a nascondere in parte che egli poteva, senza esser veduto, veder ciò che facesse Calandrino.

Calandrino, come credette che Filippo alquanto dilungato fosse, così se ne scese nella corte dove egli trovò sola la Niccolosa; e entrato con lei in novelle, e ella, che sapeva ben ciò che a far s’aveva, accostataglisi, un poco di più dimestichezza che usata non era gli fece, donde Calandrino la toccò con la scritta. E come tocca l’ebbe, senza dir nulla volse i passi verso la casa della paglia, dove la Niccolosa gli andò dietro; e, come dentro fu, chiuso l’uscio abracciò Calandrino e in su la paglia che era ivi in terra il gittò e saligli addosso a cavalcione e tenendogli le mani in su gli omeri, senza lasciarlosi appressare al viso, quasi come un suo gran disidero il guardava dicendo: “O Calandrin mio dolce, cuor del corpo mio, anima mia, ben mio, riposo mio, quanto tempo ho io disiderato d’averti e di poterti tenere a mio senno! Tu m’hai con la piacevolezza tua tratto il filo della camiscia; tu m’hai agratigliato il cuor con la tua ribeba: può egli esser vero che io ti tenga?”

Calandrino, appena potendosi muover, diceva: “Deh! anima mia dolce, lasciamiti basciare.”

La Niccolosa diceva: “O tu hai la gran fretta! Lasciamiti prima vedere a mio senno: lasciami saziar gli occhi di questo tuo viso dolce!”

Bruno e Buffalmacco n’erano andati da Filippo, e tutti e tre vedevano e udivano questo fatto; e essendo già Calandrino per voler pur la Niccolosa basciare, ecco giugner Nello con monna Tessa; il quale come giunse disse: “Io fo boto a Dio che sono insieme”; e all’uscio della casa pervenuti, la donna, che arrabbiava, datovi delle mani il mandò oltre, e entrata dentro vide la Niccolosa addosso a Calandrino; la quale, come la donna vide, subitamente levatasi fuggì via e andossene là dove era Filippo.

Monna Tessa corse con l’unghie nel viso a Calandrino, che ancora levato non era, e tutto gliele graffiò; e presolo per li capelli e in qua e in là tirandolo cominciò a dire: “Sozzo can vituperato, dunque mi fai tu questo? Vecchio impazzato, che maladetto sia il bene che io t’ho voluto: dunque non ti pare aver tanto a fare a casa tua, che ti vai innamorando per l’altrui? Ecco bello innamorato! Or non ti conosci tu, tristo? non ti conosci tu, dolente? che premendoti tutto, non uscirebbe tanto sugo che bastasse a una salsa. Alla fé di Dio, egli non era ora la Tessa quella che t’impregnava, che Dio la faccia trista chiunque ella è, ché ella dee ben sicuramente esser cattiva cosa a aver vaghezza di così bella gioia come tu se’!”

Calandrino, vedendo venir la moglie, non rimase né morto né vivo, né ebbe ardire di far contro di lei difesa alcuna: ma pur così graffiato e tutto pelato e rabbuffato, ricolto il cappuccio suo e levatosi, cominciò umilmente a pregar la moglie che non gridasse se ella non volesse che egli fosse tagliato tutto a pezzi, per ciò che colei, che con lui era, era moglie del signor della casa. La donna disse: “Sia, che Idio le dea il malanno!”

Bruno e Buffalmacco, che con Filippo e con la Niccolosa avevan di questa cosa riso a lor senno, quasi al romor venendo, colà trassero; e dopo molte novelle rappaceficata la donna, dieron per consiglio a Calandrino che a Firenze se n’andasse e più non vi tornasse, acciò che Filippo, se niente di questa cosa sentisse, non gli facesse male. Così adunque Calandrino tristo e cattivo, tutto pelato e tutto graffiato, a Firenze tornatosene, più colassù non avendo ardir d’andare, il dì e la notte molestato e afflitto da’ rimbrotti della moglie, a suo fervente amor pose fine, avendo molto dato da ridere a’ suoi compagni e alla Niccolosa e a Filippo. – 

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Ultimo aggiornamento: 08 settembre 2011