Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata nona

Novella quarta

Cecco di messer Fortarrigo giuoca a Buonconvento ogni sua cosa e i denari

di Cecco di messer Angiulieri, e in camicia correndogli dietro e dicendo che

rubato l’avea, il fa pigliare a’ villani e i panni di lui si veste e monta sopra

il pallafreno, e lui, venendosene, lascia in camicia.

Con grandissime risa di tutta la brigata erano state ascoltate le parole da Calandrin dette della sua moglie; ma tacendosi Filostrato, Neifile, sì come la reina volle, incominciò.

 – Valorose donne, se egli non fosse più malagevole agli uomini il mostrare altrui il senno e la vertù loro, che sia la sciocchezza e ’l vizio, invano si faticherebber molti in por freno alle lor parole: e questo v’ha assai manifestato la stoltizia di Calandrino, al quale di niuna necessità era, a voler guerire del male che la sua semplicità gli faceva accredere che egli avesse, i segreti diletti della sua donna in publico adimostrare. La qual cosa una a sé contraria nella mente me n’ha recata: cioè come la malizia d’uno il senno soperchiasse d’un altro con grave danno e scorno del soperchiato: il che mi piace di raccontarvi.

Erano, non sono molti anni passati, in Siena due già per età compiuti uomini, ciascuno chiamato Cecco ma l’uno di messere Angiulieri e l’altro di messer Fortearrigo. Li quali, quantunque in molte altre cose male insieme di costumi si convenissero, in uno, cioè che ammenduni li loro padri odiavano, tanto si convenieno, che amici n’erano divenuti e ispesso n’usavano insieme. Ma parendo all’Angiulieri, il quale e bello e costumato uomo era, mal dimorare in Siena della provisione che dal padre donata gli era, sentendo nella Marca d’Ancona esser per legato del Papa venuto un cardinale che molto suo signore era, si dispose a volersene andare a lui, credendone la sua condizion migliorare. E fatto questo al padre sentire, con lui ordinò d’avere a un’ora ciò che in sei mesi gli dovesse dare, acciò che vestir si potesse e fornir di cavalcatura e andare orrevole.

E cercando d’alcuno il quale seco menar potesse al suo servigio, venne questa cosa sentita al Fortarrigo: il quale di presente fu all’Angiulieri e cominciò, come il meglio seppe, a pregarlo che seco il dovesse menare, e che egli voleva essere e fante e famiglio e ogni cosa e senza alcun salario sopra le spese. Al quale l’Angiulieri rispose che menar nol volea, non perché egli nol conoscesse bene a ogni servigio sufficiente, ma per ciò che egli giucava e oltre a ciò s’innebriava alcuna volta; a che il Fortarrigo rispose che dell’uno e dell’altro senza dubbio si guarderebbe e con molti saramenti gliele affermò, tanti prieghi sopragiugnendo che l’Angiulieri, sì come vinto, disse che era contento.

E entrati una mattina in cammino amenduni a desinar n’andarono a Bonconvento: dove avendo l’Angiulier desinato e essendo il caldo grande, fattosi acconciare un letto nell’albergo e spogliatosi, dal Fortarrigo aiutato s’andò a dormire e dissegli che come nona sonasse il chiamasse. Il Fortarrigo, dormendo l’Angiulieri, se n’andò in su la taverna e quivi, alquanto avendo bevuto, cominciò con alcuni a giucare, li qua’, in poca d’ora alcuni denari che egli aveva avendogli vinti, similmente quanti panni egli aveva indosso gli vinsero: onde egli, disideroso di riscuotersi, così in camiscia come era se n’andò là dove dormiva l’Angiulieri, e vedendol dormir forte di borsa gli trasse quanti denari egli avea, e al giuoco tornatosi così gli perdé come gli altri.

L’Angiulieri destatosi si levò e vestissi e domandò del Fortarrigo: il quale non trovandosi, avvisò l’Angiulieri lui in alcun luogo ebbro dormirsi, sì come altra volta era usato di fare; per che, diliberatosi di lasciarlo stare, fatta mettere la sella e la valigia a un suo pallafreno, avvisando di fornirsi d’altro famigliare a Corsignano, volendo per andarsene l’oste pagare, non si trovò denaio: di che il romor fu grande e tutta la casa dell’oste fu in turbazione, dicendo l’Angiulieri che egli là entro era stato rubato e minacciando egli, di farnegli tutti presi andare a Siena. E ecco venire in camiscia il Fortarrigo, il quale per torre i panni, come fatto aveva i denari, veniva: e veggendo l’Angiulieri in concio di cavalcar, disse: “Che è questo, Angiulieri? vogliancene noi andare ancora? Deh aspettati un poco: egli dee venir qui testeso uno che ha pegno il mio farsetto per trentotto soldi: son certo che egli cel renderà per trentacinque pagandol testé.”

E duranti ancora le parole, sopravenne uno il quale fece certo l’Angiulieri il Fortarrigo essere stato colui che i suoi denar gli avea tolti, col mostrargli la quantità di quegli che egli aveva perduti. Per la qual cosa l’Angiulier turbatissimo disse al Fortarrigo una grandissima villania, e se più d’altrui che di Dio temuto non avesse, gliele avrebbe fatta: e, minacciandolo di farlo impiccar per la gola o fargli dar bando delle forche di Siena, montò a cavallo.

Il Fortarrigo, non come se l’Angiulieri a lui ma a un altro dicesse, diceva: “Deh, Angiulieri, in buonora lasciamo stare ora costette parole che non montan cavelle; intendiamo a questo: noi il riavrem per trentacinque soldi ricogliendol testé, ché, indugiandosi pure di qui a domane, non ne vorrà meno di trentotto come egli me ne prestò: e fammene questo piacere perché io gli misi a suo senno. Deh, perché non ci miglioriam noi questi tre soldi?”

L’Angiulieri, udendol così parlare, si disperava e massimamente veggendosi guatare a quegli che v’eran da torno, li quali parea che credessero non che il Fortarrigo i denari dell’Angiulieri avesse giucati ma che l’Angiulieri ancora avesse de’ suoi; e dicevagli: “Che ho io a fare di tuo farsetto, che appicato sie tu per la gola? ché non solamente m’hai rubato e giucato il mio, ma sopra ciò hai impedita la mia andata, e anche ti fai beffe di me.”

Il Fortarrigo stava pur fermo come se a lui non dicesse, e diceva: “Deh, perché non mi vuoi tu migliorar qui tre soldi? non credi tu che io te gli possa ancor servire? Deh, fallo, se ti cal di me! perché hai tu questa fretta? Noi giugnerem bene ancora stasera a buonora a Torrenieri. Fa truova la borsa: sappi che io potrei cercar tutta Siena e non ve ne troverei uno che così mi stesse ben come questo: e a dire che il lasciassi a costui per trentotto soldi! Egli vale ancora quaranta o più, sì che tu mi piggiorresti in due modi.”

L’Angiulieri, da gravissimo dolor punto veggendosi rubato da costui e ora tenersi a parole, senza più rispondergli, voltata la testa del pallafreno prese il camin verso Torrenieri. Al quale il Fortarrigo, in una sottil malizia entrato, così in camiscia cominciò a trottar dietro: e essendo già ben due miglia andato pur del farsetto pregando, andandone l’Angiulier forte per levarsi quella seccaggine dagli orecchi, venner veduti al Fortarrigo lavoratori in un campo vicini alla strada dinanzi all’Angiulieri; a’ quali il Fortarrigo gridando forte incominciò a dire: “Pigliatel, pigliatelo!” Per che essi con vanga e chi con marra nella strada paratisi dinanzi all’Angiulieri, avvisando che rubato avesse colui che in camiscia dietro gli veniva gridando, il ritennero e presono: al quale, per dir loro chi egli fosse e come il fatto stesse, poco giovava.

Ma il Fortarrigo giunto là con un mal viso disse: “Io non so come io non t’uccido, ladro disleale che ti fuggivi col mio!”; e a’ villani rivolto disse: “Vedete, signori, come egli m’aveva lasciato nell’albergo in arnese, avendo prima ogni sua cosa giucata! Ben posso dire che per Dio e per voi io abbia questo cotanto racquistato, di che io sempre vi sarò tenuto.”

L’Angiulieri diceva egli altressì ma le sue parole non erano ascoltate. Il Fortarrigo con l’aiuto de’ villani il mise in terra del pallafreno e, spogliatolo, de’ suoi panni si rivestì; e a caval montato, lasciato l’Angiulieri in camiscia e scalzo, a Siena se ne tornò per tutto dicendo sé il pallafreno e’ panni aver vinti all’Angiulieri. L’Angiulieri, che ricco si credeva andare al cardinal nella Marca, povero e in camiscia si tornò a Bonconvento, né per vergogna a qui tempi ardì di tornare a Siena, ma statigli panni prestati, in sul ronzino che cavalcava Fortarrigo se n’andò a’ suoi parenti a Corsignano, co’ quali si stette tanto che da capo dal padre fu sovenuto. E così la malizia del Fortarrigo turbò il buono avviso dell’Angiulieri, quantunque da lui non fosse a luogo e a tempo lasciata impunita. – 

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Ultimo aggiornamento: 08 settembre 2011