Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

Edizione elettronica di riferimento:

© Biblioteca Italiana 1976-2003

Giornata ottava

Conclusione

Come Dioneo ebbe la sua novella finita, così Lauretta, conoscendo il termine esser venuto oltre al quale più regnar non dovea, commendato il consiglio di Pietro Canigiano che apparve dal suo effetto buono e la sagacità di Salabaetto che non fu minore a mandarlo a essecuzione, levatasi la laurea di capo, in testa a Emilia la pose donnescamente dicendo: – Madonna, io non so come piacevole reina noi avrem di voi, ma bella la pure avrem noi: fate adunque che alle vostre bellezze l’opere sien rispondenti – ; e tornossi a sedere.

Emilia, non tanto dell’esser reina fatta quanto del vedersi così in publico commendare di ciò che le donne sogliono esser più vaghe, un pochetto si vergognò e tal nel viso divenne quali in su l’aurora son le novelle rose; ma pur, poi che tenuti ebbe gli occhi alquanto bassi e ebbe il rossor dato luogo, avendo col suo siniscalco de’ fatti pertinenti alla brigata ordinato, così cominciò a parlare: –  Dilettose donne assai manifestamente veggiamo che, poi che i buoi alcuna parte del giorno hanno faticato sotto il giogo ristretti, quegli esser dal giogo alleviati e disciolti, e liberamente dove lor più piace, per li boschi lasciati sono andare alla pastura: e veggiamo ancora non esser men belli ma molto più i giardini di varie piante fronzuti che i boschi ne’ quali solamente querce veggiamo; per le quali cose io estimo, avendo riguardo quanti giorni sotto certa legge ristretti ragionato abbiamo, che, sì come a bisognosi, di vagare alquanto e vagando riprender forze a rientrar sotto il giogo non solamente sia utile ma oportuno. E per ciò quello che domane, seguendo il vostro dilettevole ragionar, sia da dire non intendo di ristrignervi sotto alcuna spezialtà, ma voglio che ciascuno secondo che gli piace ragioni, fermamente tenendo che la varietà delle cose che si diranno non meno graziosa ne fia che l’avere pur d’una parlato; e così avendo fatto, chi appresso di me nel reame verrà, sì come più forti, con maggior sicurtà ne potrà nell’usate leggi ristrignere. – E detto questo, infino all’ora della cena libertà concedette a ciascuno.

Comendò ciascun la reina delle cose dette sì come savia; e in piè drizzatisi, chi a un diletto e chi a un altro si diede: le donne a far ghirlande e a trastullarsi, i giovani a giucare e a cantare; e così infino all’ora della cena passarono. La quale venuta, intorno alla bella fontana con festa e con piacer cenarono, e dopo la cena al modo usato cantando e ballando si trastullarono. Alla fine la reina, per seguire de’ suoi predecessori lo stilo, non obstanti quelle che volontariamente avean dette più di loro, comandò a Panfilo che una ne dovesse cantare; il quale liberamente così cominciò:

Tanto è, Amore, il bene

ch’io per te sento e l’allegrezza e ’l gioco

ch’io son felice ardendo nel tuo foco.

L’abondante allegrezza ch’è nel core

dell’alta gioia e cara,

nella qual m’hai recato,

non potendo capervi, esce di fore,

e nella faccia chiara

mostra ’l mio lieto stato;

ché essendo innamorato

in così alto e ragguardevol loco,

lieve mi fa lo star dov’io mi coco.

Io non so col mio canto dimostrare,

né disegnar col dito,

Amore, il ben ch’io sento;

e s’io sapessi, mel convien celare;

ché, s’el fosse sentito,

torneria in tormento;

ma io son sì contento

ch’ogni parlar sarebbe corto e fioco,

pria n’avessi mostrato pure un poco.

Chi potrebbe estimar che le mie braccia

aggiugnesser giammai

là dov’io l’ho tenute,

e ch’io dovessi giunger la mia faccia

là dov’io l’accostai

per grazia e per salute?

Non mi sarien credute

le mie fortune; ond’io tutto m’infoco,

quel nascondendo ond’io m’allegro e gioco.

 La canzone di Panfilo aveva fine, alla quale quantunque per tutti fosse compiutamente risposto, niun ve n’ebbe che, con più attenta sollecitudine che a lui non apparteneva, non notasse le parole di quella, ingegnandosi di quello volersi indovinare che egli di convenirgli tener nascoso cantava. E quantunque vari varie cose andassero imaginando, niun per ciò alla verità del fatto pervenne. Ma la reina, poi che vide la canzone di Panfilo finita, e le giovani donne e gli uomini volentier riposarsi, comandò che ciascuno se n’andasse a dormire. 

Finisce l’ottava giornata del Decameron

Indice Biblioteca Progetto Boccaccio Decameron - giornata ottava - novella decima  giornata nona introduzione

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 08 settembre 2011