Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata ottava

Novella decima

Una ciciliana maestrevolmente toglie ad un mercatante

ciò che in Palermo ha portato; il quale, sembiante faccendo

d’esservi tornato con molta più mercatantia che prima,

da lei accattati denari, le lascia acqua e capecchio.

Quanto la novella della reina in diversi luoghi facesse le donne ridere, non è da domandare: niuna ve ne era a cui per soperchio riso non fossero dodici volte le lagrime venute in su gli occhi. Ma poi che ella ebbe fine, Dioneo, che sapeva che a lui toccava la volta, disse:

 – Graziose donne, manifesta cosa è tanto più l’arti piacere quanto più sottile artefice è per quelle artificiosamente beffato. E per ciò, quantunque bellissime cose tutte raccontate abbiate, io intendo di raccontarne una tanto più che alcuna altra dettane da dovervi aggradire, quanto colei che beffata fu era maggior maestra di beffare altrui che alcuno altro beffato fosse di quegli o di quelle che avete contate.

Soleva essere, e forse che ancora oggi è, una usanza in tutte le terre marine che hanno porto così fatta, che tutti i mercatanti che in quelle con mercatantie capitano, faccendole scaricare, tutte in un fondaco, il quale in molti luoghi è chiamato dogana, tenuta per lo comune o per lo signor della terra, le portano; e quivi, dando a coloro che sopra ciò sono per iscritto tutta la mercatantia e il pregio di quella, è dato per li detti al mercatante un magazzino nel quale esso la sua mercatantia ripone e serralo con la chiave; e li detti doganieri poi scrivono in su il libro della dogana a ragione del mercatante tutta la sua mercatantia, faccendosi poi del loro diritto pagare al mercatante o per tutta o per parte della mercatantia che egli della dogana traesse. E da questo libro della dogana assai volte s’informano i sensali e delle qualità e delle quantità delle mercatantie che vi son, e ancora chi sieno i mercatanti che l’hanno; con li quali poi essi, secondo che lor cade per mano, ragionan di cambi, di baratti e di vendite e d’altri spacci.

La quale usanza, sì come in molti altri luoghi, era in Palermo in Cicilia, dove similemente erano, e ancor sono, assai femine del corpo bellissime ma nemiche dell’onestà, le quali, da chi non le conosce, sarebbono e son tenute grandi e onestissime donne. E essendo non a radere ma a scorticare uomini date del tutto, come un mercatante forestiere vi veggono, così da’ libro della dogana s’informano di ciò che egli v’ha e di quanto può fare: e appresso con lor piacevoli e amorosi atti e con parole dolcissime questi cotali mercatanti s’ingegnano d’adescare e di trarre nel loro amore: e già molti ve n’hanno tratti, a’ quali buona parte della loro mercatantia hanno delle mani tratta, e a assai tutta; e di quegli vi sono stati che la mercatantia e ’l navilio e le polpe e l’ossa lasciate v’hanno, sì ha soavemente la barbiera saputo menare il rasoio.

Ora, non è ancor molto tempo, adivenne che quivi, da’ suoi maestri mandato, arrivò un giovane nostro fiorentino detto Niccolò da Cignano, come che Salabaetto fosse chiamato, con tanti pannilani che alla fiera di Salerno gli erano avanzati, che potevano valere un cinquecento fiorin d’oro; e dato il legaggio di quegli a’ doganieri, gli mise in un magazzino, e senza mostrar troppo gran fretta dello spaccio s’incominciò a andare alcuna volta a sollazzo per la terra. E essendo egli bianco e biondo e leggiadro molto, e standogli ben la vita, avvenne che una di queste barbiere, che si facea chiamare madama Iancofiore, avendo alcuna cosa sentita de’ fatti suoi, gli pose l’occhio addosso; di che egli accorgendosi, estimando che ella fosse una gran donna, s’avvisò che per la sua bellezza le piacesse e pensossi di volere molto cautamente menar questo amore; e senza dirne cosa alcuna a persona incominciò a far le passate dinanzi alla casa di costei. La quale accortasene, poi che alquanti dì l’ebbe bene con gli occhi acceso, mostrando ella di consumarsi per lui, segretamente gli mandò una sua femina la quale ottimamente l’arte sapeva del ruffianesimo. La quale, quasi con le lagrime in su gli occhi, dopo molte novelle gli disse che egli con la bellezza e con la piacevolezza sua aveva sì la sua donna presa, che ella non trovava luogo né dì né notte; e per ciò, quando a lui piacesse, ella disiderava più che altra cosa di potersi con lui a un bagno segretamente trovare; e appresso questo, trattosi uno anello di borsa, da parte della sua donna gliele donò. Salabaetto, udendo questo, fu il più lieto uomo che mai fosse; e preso l’anello e fregatoselo agli occhi e poi basciatolo, sel mise in dito e rispuose alla buona femina che, se madama Iancofiore l’amava, che ella n’era ben cambiata per ciò che egli amava più lei che la sua propria vita e che egli era disposto d’andare dovunque a lei fosse a grado e a ogn’ora.

Tornata adunque la messaggera alla sua donna con questa risposta, a Salabaetto fu a mano a man detto a qual bagno il dì seguente passato vespro la dovesse aspettare; il quale, senza dirne cosa del mondo a persona, prestamente all’ora impostagli v’andò e trovò il bagno per la donna esser preso. Dove egli non stette guari che due schiave venner cariche: l’una aveva un materasso di bambagia bello e grande in capo e l’altra un grandissimo paniere pien di cose; e steso questo materasso in una camera del bagno sopra una lettiera, vi miser sù un paio di lenzuola sottilissime listate di seta e poi una coltre di bucherame cipriana bianchissima con due origlieri lavorati a maraviglie; e appresso questo spogliatesi e entrate nel bagno, quello tutto lavarono e spazzarono ottimamente. Né stette guari che la donna con due sue altre schiave appresso al bagno venne; dove ella, come prima ebbe agio, fece a Salabaetto grandissima festa e dopo i maggiori sospiri del mondo, poi che molto e abbracciato e basciato l’ebbe, gli disse: “Non so chi mi si avesse a questo potuto conducere altri che tu; tu m’hai miso lo foco all’arma, toscano acanino.”

Appresso questo, come a lei piacque, ignudi ammenduni se ne entraron nel bagno e con loro due delle schiave. Quivi, senza lasciargli por mano addosso a altrui, ella medesima con sapone moscoleato e con garofanato maravigliosamente e bene tutto lavò Salabaetto, e appresso sé fece e lavare e stropicciare alle schiave. E fatto questo, recaron le schiave due lenzuoli bianchissimi e sottili, de’ quali veniva sì grande odor di rose, che ciò che v’era pareva rose; e l’una inviluppò nell’uno Salabaetto e l’altra nell’altro la donna e in collo levatigli ammenduni nel letto fatto ne gli portarono. E quivi, poi che di sudare furon restati, dalle schiave fuori di que’ lenzuoli tratti, rimasono ignudi negli altri. E tratti del paniere oricanni d’ariento bellissimi e pieni qual d’acqua rosa, qual d’acqua di fior d’aranci, qual d’acqua di fiori di gelsomino e qual d’acqua nanfa, tutti costoro di queste acque spruzzarono; e appresso tirate fuori scatole di confetti e preziosissimi vini alquanto si confortarono. A Salabaetto pareva essere in Paradiso, e mille volte aveva riguardato costei, la quale era per certo bellissima, e cento anni gli pareva ciascun’ora che queste schiave se n’andassero e che egli nelle braccia di costei si ritrovasse. Le quali poi che per comandamento della donna, lasciato un torchietto acceso nella camera, andate se ne furon fuori, costei abbracciò Salabaetto e egli lei, e con grandissimo piacer di Salabaetto, al quale pareva che costei tutta si struggesse per suo amore, dimorarono una lunga ora.

Ma poi che tempo parve di levarsi alla donna, fatte venir le schiave, si vestirono e un’altra volta bevendo e confettando si riconfortarono alquanto; e il viso e le mani di quelle acque odorifere lavatesi e volendosi partire, disse la donna a Salabaetto: “Quando a te fosse a grado, a me sarebbe grandissima grazia che questa sera te ne venissi a cenare e a albergo meco.”

Salabaetto, il qual già e dalla bellezza e dalla artificiosa piacevolezza di costei era preso, credendosi fermamente da lei essere come il cuore del corpo amato, rispose: “Madonna, ogni vostro piacere m’è sommamente a grado, e per ciò e istasera e sempre intendo di far quello che vi piacerà e che per voi mi fia comandato.”

Tornatasene adunque la donna a casa e fatta bene di sue robe e di suoi arnesi ornar la camera sua e fatto splendidamente far da cena, aspettò Salabaetto; il quale, come alquanto fu fatto oscuro, là se n’andò e lietamente ricevuto con gran festa e ben servito cenò. Poi, nella camera entratisene, sentì quivi maraviglioso odore di legno aloè e d’uccelletti cipriani, vide il letto ricchissimo e molte belle robe su per le stanghe. Le quali cose, tutte insieme e ciascuna per sé, gli fecero stimare costei dovere essere una grande e ricca donna. E quantunque in contrario avesse della vita di lei udito buscinare, per cosa del mondo nol voleva credere, e se pure alquanto ne credeva lei già alcuno aver beffato, per cosa del mondo non poteva credere questo dovere a lui intervenire. Egli giacque con grandissimo suo piacere la notte con essolei, sempre più accendendosi.

Venuta la mattina, ella gli cinse una bella e leggiadra cinturetta d’argento con una bella borsa, e sì gli disse: “Salabaetto mio dolce, io mi ti raccomando: e così come la mia persona è al piacer tuo, così è ciò che ci è, e ciò che per me si può è allo comando tuio.” Salabaetto, lieto abbracciatala e basciatala, s’uscì di casa costei e vennesene là dove usavano gli altri mercatanti.

E usando una volta e altra con costei senza costargli cosa del mondo e ognora più invescandosi, avvenne che egli vendé i panni suoi a contanti e guadagnonne bene. Il che la buona donna non da lui ma da altrui sentì incontanente; e essendo Salabaetto da lei andato una sera, costei incominciò a cianciare e a ruzzar con lui, a basciarlo e abbracciarlo mostrandosi sì forte di lui infiammata, che pareva che ella gli volesse d’amor morir nelle braccia; e volevagli pur donare due bellissimi nappi d’argento che ella aveva. Li quali Salabaetto non voleva torre, sì come colui che da lei tra una volta e altra aveva avuto quello che valeva ben trenta fiorin d’oro, senza aver potuto fare che ella da lui prendesse tanto che valesse un grosso. Alla fine, avendol costei bene acceso col mostrar sé accesa e liberale, una delle sue schiave, sì come ella aveva ordinato, la chiamò: per che ella, uscita della camera e stata alquanto, tornò dentro piagnendo e sopra il letto gittatasi boccone cominciò a fare il più doloroso lamento che mai facesse femina.

Salabaetto, maravigliandosi, la si recò in braccio e cominciò a piagner con lei e a dire: “Deh, cuor del corpo mio, che avete voi così subitamente? che è la cagione di questo dolore? Deh, ditemelo, anima mia!”

Poi che la donna s’ebbe assai fatta pregare, e ella disse: “Oimè, signor mio dolce, io non so né che mi fare né che mi dire! Io ho testé ricevute lettere da Messina, e scrivemi mio fratello che, se io dovessi vendere e impegnare ciò che ci è, che senza alcun fallo io gli abbia fra qui e otto dì mandati mille fiorin d’oro, se non che gli sarà tagliata la testa; e io non so quello che io mi debbia fare che io gli possa così prestamente avere: ché, se io avessi spazio pur quindici dì, io troverei modo da civirne d’alcun luogo donde io ne debbo aver molti più, o io venderei alcuna delle nostre possessioni; ma, non potendo, io vorrei esser morta prima che quella mala novella mi venisse”; e detto questo, forte mostrandosi tribolata, non restava di piagnere.

Salabaetto, al quale l’amorose fiamme avevano gran parte del debito conoscimento tolto, credendo quelle verissime lagrime e le parole ancor più vere, disse: “Madonna, io non vi potrei servire di mille ma di cinquecento fiorin d’oro sì bene, dove voi crediate potermegli rendere di qui a quindici dì; e questa è vostra ventura che pure ieri mi vennero venduti i panni miei ché, se così non fosse, io non vi potrei prestare un grosso.”

“Oimè!” disse la donna “dunque hai tu patito disagio di denari? o perché non me ne richiedevi tu? Perché io non abbia mille, io n’aveva ben cento e anche dugento da darti: tu m’hai tolta tutta la baldanza da dovere da te ricevere il servigio che tu mi profferi.”

Salabaetto vie più che preso da queste parole, disse: “Madonna, per questo non voglio io che voi lasciate, ché, se fosse così bisogno a me come egli fa a voi, io v’avrei ben richesta.”

“Oimè!” disse la donna “Salabaetto mio, ben conosco che il tuo è vero e perfetto amore verso di me, quando, senza aspettar d’esser richesto, di così gran quantità di moneta in così fatto bisogno liberamente mi sovieni. E per certo io era tutta tua senza questo e con questo sarò molto maggiormente; né sarà mai che io non riconosca da te la testa di mio fratello. Ma sallo Idio che io malvolentier gli prendo, considerando che tu se’ mercatante e i mercatanti fanno co’ denari tutti i fatti loro: ma per ciò che il bisogno mi strigne e ho ferma speranza di tosto rendergliti, io gli pur prenderò, e per l’avanzo, se più presta via non troverò, impegnerò tutte queste mie case”; e così detto lagrimando sopra il viso di Salabaetto si lasciò cadere. Salabaetto la cominciò a confortare; e stato la notte con lei, per mostrarsi bene liberalissimo suo servidore, senza alcuna richesta di lei aspettare, le portò cinquecento be’ fiorin d’oro, li quali ella ridendo col cuore e piagnendo con gli occhi prese, attenendosene Salabaetto alla sua semplice promessione.

Come la donna ebbe i denari, così s’incominciarono le ’ndizioni a mutare; e dove prima era libera l’andata alla donna ogni volta che a Salabaetto era in piacere, così incominciaron poi a sopravenire delle cagioni per le quali non gli veniva delle sette volte l’una fatto il potervi entrare, né quel viso né quelle carezze né quelle feste più gli eran fatte che prima. E passato d’un mese e di due il termine, non che venuto, al quale i suoi denari riaver dovea, richiedendogli, gli eran date parole in pagamento. Laonde, avvedendosi Salabaetto dell’arte della malvagia femina e del suo poco senno e conoscendo che di lei niuna cosa più che le si piacesse di questo poteva dire, sì come colui che di ciò non aveva né scritta né testimonio, e vergognandosi di ramaricarsene con alcuno, sì perché n’era stato fatto avveduto dinanzi e sì per le beffe le quali meritamente della sua bestialità n’aspettava, dolente oltre modo seco medesimo la sua sciocchezza piagnea. E avendo da’ suoi maestri più lettere avute che egli quegli denari cambiasse e mandassegli loro, acciò che, non faccendolo egli, quivi non fosse il suo difetto scoperto, diliberò di partirsi: e in su un legnetto montato, non a Pisa, come dovea, ma a Napoli se ne venne.

Era quivi in quei tempi nostro compar Pietro dello Canigiano, trasorier di madama la ’mperatrice di Constantinopoli, uomo di grande intelletto e di sottile ingegno, grandissimo amico e di Salabaetto e de’ suoi: col quale, sì come con discretissimo uomo, dopo alcun giorno Salabaetto dolendosi raccontò ciò che fatto aveva e il suo misero accidente e domandogli aiuto e consiglio in fare che esso quivi potesse sostentar la sua vita, affermando che mai a Firenze non intendeva di ritornare.

Il Canigiano, dolente di queste cose, disse: “Male hai fatto, mal ti se’ portato, male hai i tuoi maestri ubiditi, troppi denari a un tratto hai spesi in dolcitudine: ma che? Fatto è, vuolsi vedere altro”; e, sì come avveduto uomo, prestamente ebbe pensato quello che era da fare e a Salabaetto il disse; al quale piacendo il fatto, si mise in avventura di volerlo seguire.

E avendo alcun denaio e il Canigiano avendonegli alquanti prestati, fece molte balle ben legate e ben magliate; e comperate da venti botti da olio e empiutele e caricato ogni cosa, se ne tornò in Palermo. E il legaggio delle balle dato a’ doganieri e similmente il costo delle botti e fatto ogni cosa scrivere a sua ragione, quelle mise ne’ magazzini, dicendo che infino che altra mercatantia, la quale egli aspettava, non veniva, quelle non voleva toccare. Iancofiore, avendo sentito questo e udendo che ben dumilia fiorin d’oro valeva o più quello che al presente aveva recato, senza quello che egli aspettava che valeva più di tremilia, parendole aver tirato a pochi, pensò di restituirgli i cinquecento per potere avere la maggior parte de’ cinquemilia; e mandò per lui.

Salabaetto divenuto malizioso v’andò; al quale ella, faccendo vista di niente sapere di ciò che recato s’avesse, fece maravigliosa festa e disse: “Ecco, se tu fossi crucciato meco perché io non ti rende’ così al termine i tuoi denari... ?”

Salabaetto cominciò a ridere e disse: “Madonna, nel vero egli mi dispiacque bene un poco, sì come a colui che mi trarrei il cuor per darlovi, se io credessi piacervene; ma io voglio che voi udiate come io son crucciato con voi. Egli è tanto e tale l’amor che io vi porto, che io ho fatto vendere la maggior parte delle mie possessioni: e ho al presente recata qui tanta mercatantia che vale oltre a dumilia fiorini e aspettone di Ponente tanta che varrà oltre a tremilia; e intendo di fare in questa terra un fondaco e di starmi qui per esservi sempre presso, parendomi meglio stare del vostro amore che io creda che stea alcuno innamorato del suo.”

A cui la donna disse: “Vedi, Salabaetto, ogni tuo acconcio mi piace forte, sì come di quello di colui il quale io amo più che la vita mia, e piacemi forte che tu con intendimento di starci tornato ci sii, però che spero d’avere ancora assai di buon tempo con teco; ma io mi ti voglio un poco scusare che, di quei tempi che tu te n’andasti, alcune volte ci volesti venire e non potesti, e alcune ci venisti e non fosti così lietamente veduto come solevi, e oltre a questo di ciò che io al termine promesso non ti rendei i tuoi denari. Tu dei sapere che io era allora in grandissimo dolore e in grandissima afflizione, e chi è in così fatta disposizione, quantunque egli ami molto altrui, non gli può far così buon viso né attendere tuttavia a lui come colui vorrebbe: e appresso dei sapere ch’egli è molto malagevole a una donna il poter trovar mille fiorin d’oro, e sonci tutto il dì dette delle bugie e non c’è attenuto quello che c’è promesso e per questo conviene che noi altressì mentiamo altrui; e di quinci venne, e non da altro difetto, che io i tuoi denari non ti rendei. Ma io gli ebbi poco appresso la tua partita: e se io avessi saputo dove mandargliti, abbi per certo che io te gli avrei mandati; ma perché saputo non l’ho, gli t’ho guardati.” E fattasi venire una borsa dove erano quegli medesimi che esso portati l’avea, gliele pose in mano e disse: “Annovera se son cinquecento.”

Salabaetto non fu mai sì lieto, e annoveratigli e trovatigli cinquecento e ripostigli, disse: “Madonna, io conosco che voi dite vero, ma voi n’avete fatto assai: e dicovi che per questo e per l’amore che io vi porto voi non ne vorreste da me per niun vostro bisogno quella quantità che io potessi fare, che io non ve ne servissi; e come io ci sarò acconcio voi ne potrete essere alla pruova.” E in questa guisa reintegrato con lei l’amore in parole, rincominciò Salabaetto vezzatamente a usar con lei, e ella a fargli i maggior piaceri e i maggiori onori del mondo, e a mostrargli il maggiore amore.

Ma Salabaetto, volendo col suo inganno punire lo ’nganno di lei, avendogli ella il dì mandato che egli a cena e a albergo con lei andasse, v’andò tanto malinconoso e tanto tristo, che egli pareva che volesse morire. Iancofiore, abbracciandolo e basciandolo, lo ’ncominciò a domandare perché egli questa malinconia avea. Egli, poi che una buona pezza s’ebbe fatto pregare, disse: “Io son diserto per ciò che il legno, sopra il quale è la mercatantia che io aspettava, è stato preso da’ corsari di Monaco e riscattasi diecemilia fiorin d’oro, de’ quali ne tocca a pagare a me mille, e io non ho un denaio, per ciò che li cinquecento che mi rendeste incontanente mandai a Napoli a investire in tele per far venir qui. E se io vorrò al presente vendere la mercatantia la quale ho qui, per ciò che non è tempo, appena che io abbia delle due derrate un denaio; e io non ci sono sì ancora conosciuto che io ci trovassi chi di questo mi sovenisse, e per ciò io non so che mi fare né che mi dire; e se io non mando tosto i denari, la mercatantia ne fia portata a Monaco e non ne riavrò mai nulla.”

La donna, forte crucciosa di questo, sì come colei alla quale tutto il pareva perdere, avvisando che modo ella dovesse tenere acciò che a Monaco non andasse, disse: “Dio il sa che ben me ne incresce per tuo amore: ma che giova il tribolarsene tanto? Se io avessi questi denari, sallo Idio che io gli ti presterei incontanente, ma io no’ gli ho. È il vero che egli ci è alcuna persona il quale l’altrieri mi servì de’ cinquecento che mi mancavano, ma grossa usura ne vuole, ché egli non ne vuol meno che a ragione di trenta per centinaio; se da questa cotal persona tu gli volessi, converrebbesi far sicuro di buon pegno, e io per me sono acconcia d’impegnar per te tutte queste robe e la persona per tanto quanto egli ci vorrà sù prestare, per poterti servire: ma del rimanente come il sicurerai tu?”

Conobbe Salabaetto la cagione che movea costei a fargli questo servigio e accorsesi che di lei dovevano essere i denari prestati; il che piacendogli, prima la ringraziò, e appresso disse che già per pregio ingordo non lascerebbe, strignendolo il bisogno; e poi disse che egli il sicurerebbe della mercatantia la quale aveva in dogana, faccendola scrivere in colui che i denar gli prestasse, ma che egli voleva guardare la chiave de’ magazzini, sì per potere mostrare la sua mercatantia se richesta gli fosse e sì acciò che niuna cosa gli potesse essere tocca o tramutata o scambiata. La donna disse che questo era ben detto, e era assai buona sicurtà; e per ciò, come il dì fu venuto, ella mandò per un sensale di cui ella si confidava molto e, ragionato con lui questo fatto, gli diè mille fiorin d’oro li quali il sensale prestò a Salabaetto e fece in suo nome scrivere alla dogana ciò che Salabaetto dentro v’avea; e fattesi loro scritte e contrascritte insieme e in concordia rimasi, attesero a’ loro altri fatti.

Salabaetto, come più tosto poté montato in su un legnetto, con millecinquecento fiorini d’oro a Pietro dello Canigiano se ne tornò a Napoli, e di quindi buona e intera ragione rimandò a Firenze a’ suoi maestri che co’ panni l’avevan mandato. E pagato Pietro e ogni altro a cui alcuna cosa doveva, più dì col Canigiano si diè buon tempo dello inganno fatto alla ciciliana; poi di quindi, non volendo più mercatante essere, se ne venne a Ferrara.

Iancofiore, non trovandosi Salabaetto in Palermo, s’incominciò a maravigliare e divenire sospettosa; e poi che ben due mesi aspettato l’ebbe, veggendo che non veniva, fece che il sensale fece schiavare i magazzini. E primieramente tastate le botti che si credeva che piene d’olio fossero, trovò quelle esser piene d’acqua marina, avendo in ciascuna forse un baril d’olio di sopra vicino al cocchiume; poi, sciogliendo le balle, tutte, fuor che due che panni erano, piene le trovò di capecchio; e in brieve, tra ciò che v’era, non valeva oltre a dugento fiorini. Di che Iancofiore tenendosi scornata, lungamente pianse i cinquecento renduti e troppo più i mille prestati, spesse volte dicendo: “Chi ha a far con tosco, non vuole esser losco.” E così, rimasasi col danno e con le beffe, trovò che tanto seppe altri quanto altri. – 

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Ultimo aggiornamento: 08 settembre 2011