Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata ottava

Novella prima

Gulfardo prende da Guasparruolo denari in prestanza, e con la moglie

di lui accordato di dover giacer con lei per quegli, sì gliele dà, e poi in presenzia

di lei a Guasparruolo dice che a lei gli diede, ed ella dice che è il vero.

– Se così ha disposto Idio che io debba alla presente giornata con la mia novella dar cominciamento, e el mi piace. E per ciò, amorose donne, con ciò sia cosa che molto si sia detto delle beffe fatte dalle donne agli uomini, una fattane da uno uomo a una donna mi piace di raccontarne, non già perché io intenda in quella di biasimare ciò che l’uom fece o di dire che alla donna non fosse bene investito, anzi per commendar l’uomo e biasimar la donna e per mostrare che anche gli uomini sanno beffare chi crede loro, come essi da cui egli credono son beffati. Avvegna che, chi volesse più propriamente parlare, quel che io dir debbo non si direbbe beffa anzi si direbbe merito: per ciò che, con ciò sia cosa debba essere onestissima e la sua castità come la sua vita guardare né per alcuna cagione a contaminarla conducersi (e questo non possendosi, così appieno tuttavia come si converrebbe, per la fragilità nostra), affermo colei esser degna del fuoco la quale a ciò per prezzo si conduce; dove chi per amor, conoscendo le sue forze grandissime, perviene, da giudice non troppo rigido merita perdono, come, pochi dì son passati, ne mostrò Filostrato essere stato in madonna Filippa observato in Prato.

Fu adunque già in Melano un tedesco al soldo il cui nome fu Gulfardo, pro’ della persona e assai leale a coloro ne’ cui servigi si mettea, il che rade volte suole de’ tedeschi avvenire. E per ciò che egli era nelle prestanze de’ denari che fatte gli erano lealissimo renditore, assai mercatanti avrebbe trovati che per piccolo utile ogni quantità di denari gli avrebber prestata. Pose costui, in Melan dimorando, l’amor suo in una donna assai bella chiamata madonna Ambruogia, moglie d’un ricco mercatante che aveva nome Guasparruol Cagastraccio, il quale era assai suo conoscente e amico: e amandola assai discretamente, senza avvedersene il marito né altri, le mandò un giorno a parlare, pregandola che le dovesse piacere d’essergli del suo amor cortese e che egli era dalla sua parte presto a dover far ciò che ella gli comandasse. La donna, dopo molte novelle, venne a questa conclusione, che ella era presta di far ciò che Gulfardo volesse dove due cose ne dovesser seguire: l’una, che questo non dovesse mai per lui esser manifestato a alcuna persona; l’altra, che, con ciò fosse cosa che ella avesse per alcuna sua cosa bisogno di fiorini dugento d’oro, voleva che egli, che ricco uomo era, gliele donasse, e appresso sempre sarebbe al suo servigio.

Gulfardo, udendo la ’ngordigia di costei, isdegnato per la viltà di lei la quale egli credeva che fosse una valente donna, quasi in odio transmutò il fervente amore e pensò di doverla beffare: e mandolle dicendo che molto volontieri e quello e ogni altra cosa, che egli potesse, che le piacesse; e per ciò mandassegli pure a dire quando ella volesse che egli andasse a lei, ché egli gliele porterebbe, né che mai di questa cosa alcun sentirebbe, se non un suo compagno di cui egli si fidava molto e che sempre in sua compagnia andava in ciò che faceva. La donna, anzi cattiva femina, udendo questo fu contenta, e mandogli dicendo che Guasparuolo suo marito doveva ivi a pochi dì per sue bisogne andare insino a Genova, e allora ella gliele farebbe assapere e manderebbe per lui.

Gulfardo, quando tempo gli parve, se n’andò a Guasparuolo e sì gli disse: “Io son per fare un mio fatto per lo quale mi bisognan fiorini dugento d’oro, li quali io voglio che tu mi presti con quello utile che tu mi suogli prestar degli altri.” Guasparuolo disse che volentieri e di presente gli annoverò i denari.

Ivi a pochi giorni Guasparuolo andò a Genova, come la donna aveva detto; per la qual cosa la donna mandò a Gulfardo che a lei dovesse venire e recare li dugento fiorin d’oro. Gulfardo, preso il compagno suo, se n’andò a casa della donna; e trovatala che l’aspettava, la prima cosa che fece, le mise in mano questi dugento fiorin d’oro, veggente il suo compagno, e sì le disse: “Madonna, tenete questi denari e daretegli a vostro marito quando sarà tornato.”

La donna gli prese e non s’avide perché Gulfardo dicesse così, ma si credette che egli il facesse acciò che il compagno suo non s’accorgesse che egli a lei per via di prezzo gli desse; per che ella disse: “Io il farò volentieri ma io voglio veder quanti sono”; e versatigli sopra una tavola e trovatigli esser dugento, seco forte contenta gli ripose. E tornò a Gulfardo e, lui nella sua camera menato, non solamente quella notte ma molte altre, avanti che il marito tornasse da Genova, della sua persona gli sodisfece.

Tornato Guasparuolo da Genova, di presente Gulfardo, avendo appostato che insieme con la moglie era, se n’andò a lui e in presenza di lei disse: “Guasparuolo, i denari, cioè li dugento fiorin d’oro che l’altrier mi prestasti, non m’ebber luogo, per ciò che io non potei fornir la bisogna per la quale gli presi: e per ciò io gli recai qui di presente alla donna tua e sì gliele diedi, e per ciò dannerai la mia ragione.”

Guasparuolo, volto alla moglie, la domandò se avuti gli avea; ella, che quivi vedeva il testimonio, nol seppe negare ma disse: “Mai sì che io gli ebbi, né m’era ancor ricordata di dirloti.”

Disse allora Guasparruolo: “Gulfardo, io son contento: andatevi pur con Dio, ché io acconcerò bene la vostra ragione.”

Gulfardo partitosi, e la donna rimasa scornata diede al marito il disonesto prezzo della sua cattività: e così il sagace amante senza costo godé della sua avara donna.

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Ultimo aggiornamento: 08 settembre 2011