Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata settima

Conclusione

Zefiro era levato per lo sole che al ponente s’avicinava, quando il re, finita la sua novella né altro alcun restandovi a dire, levatasi la corona di testa, sopra il capo la pose alla Lauretta dicendo: – Madonna, io vi corono di voi medesima reina della nostra brigata; quello omai che crederete che piacer sia di tutti e consolazione, sì come donna comanderete – ; e riposesi a sedere.

La Lauretta, divenuta reina, si fece chiamare il siniscalco, al quale impose che ordinasse che nella piacevole valle alquanto a migliore ora che l’usato si mettesser le tavole, acciò che poi adagio si potessero al palagio tornare; e appresso ciò che a fare avesse, mentre il suo reggimento durasse, gli divisò. Quindi, rivolta alla compagnia, disse: – Dioneo volle ieri che oggi si ragionasse delle beffe che le donne fanno a’ mariti; e, se non fosse che io non voglio mostrare d’essere di schiatta di can botolo che incontanente si vuol vendicare, io direi che domane si dovesse ragionare delle beffe che gli uomini fanno alle lor mogli. Ma lasciando star questo, dico che ciascun pensi di dire di quelle beffe che tutto il giorno o donna a uomo o uomo a donna o l’uno uomo all’altro si fanno; e credo che in questo sarà non meno di piacevole ragionare che stato sia questo giorno – ; e così detto, levatasi in piè, per infino a ora di cena licenziò la brigata.

Levaronsi adunque le donne e gli uomini parimente, de’ quali alcuni scalzi per la chiara acqua cominciarono a andare, e altri tra’ belli e diritti arbori sopra il verde prato s’andavano diportando. Dioneo e la Fiammetta gran pezza cantarono insieme d’Arcita e di Palemone: e così varii e diversi diletti pigliando, il tempo infino all’ora della cena con grandissimo piacer trapassarono. La qual venuta e lungo al pelaghetto a tavola postisi, quivi al canto di mille uccelli, rinfrescati sempre da una aura soave che da quelle montagnette da torno nasceva, senza alcuna mosca, riposatamente e con letizia cenarono. E levate le tavole, poi che alquanto la piacevole valle ebbero circuita, essendo ancora il sole alto a mezzo vespro, sì come alla loro reina piacque, inverso la loro usata dimora con lento passo ripresero il cammino; e motteggiando e cianciando di ben mille cose, così di quelle che il dì erano state ragionate come d’altre, al bel palagio assai vicino di notte pervennero. Dove con freschissimi vini e con confetti la fatica del picciol cammin cacciata via, intorno della bella fontana di presente furono in sul danzare, quando al suono della cornamusa di Tindaro e quando d’altri suon carolando. Ma alla fine la reina comandò a Filomena che dicesse una canzone; la quale così incominciò:

Deh lassa la mia vita!

Sarà giammai ch’io possa ritornare

donde mi tolse noiosa partita?

Certo io non so, tanto è ’ disio focoso

che io porto nel petto,

di ritrovarmi ov’io lassa già fui.

O caro bene, o solo mio riposo,

che ’l mio cuor tien distretto,

deh dilmi tu, ché domandarne altrui

non oso, né so cui,

deh, signor mio, deh fammelo sperare

sì ch’io conforti l’anima smarrita.

I’ non so ben ridir qual fu ’l piacere

che sì m’ha infiammata,

ché io non trovo dì né notte loco,

perché l’udire e ’l sentire e ’l vedere,

con forza non usata,

ciascun per sé accese novo foco;

nel qual tutta mi coco,

né mi può altri che tu confortare,

o ritornar la virtù sbigottita.

Deh dimmi s’esser dee, e quando fia,

ch’io ti trovi giammai,

dov’io baciai quegli occhi che m’han morta.

Dimmel, caro mio bene, anima mia

quando tu vi verrai,

e, col dir - tosto -, alquanto mi conforta.

Sia la dimora corta

d’ora al venire, e poi lunga allo stare,

ch’io non men curo, sì m’ha Amor ferita.

Se egli avvien che io mai più ti tenga,

non so s’io sarò sciocca,

com’io or fui, a lasciarti partire.

Io ti terrò, e che può sì n’avvenga;

e della dolce bocca

convien ch’io sodisfaccia al mio disire.

D’altro non voglio or dire.

Dunque vien tosto, vienmi ad abbracciare

che ’l pur pensarlo di cantar m’invita.

Estimar fece questa canzone a tutta la brigata che nuovo e piacevole amore Filomena strignesse; e per ciò che per le parole di quella pareva che ella più avanti che la vista sola n’avesse sentito, tenendonela più felice, invidia per tali vi furono le ne fu avuta. Ma poi che la sua canzon fu finita, ricordandosi la reina che il dì seguente era venerdì, così a tutti piacevolmente disse: — Voi sapete, nobili donne e voi giovani, che domane è quel dì che alla passione del nostro Signore è consecrato, il qual, se ben vi ricorda, noi divotamente celebrammo, essendo reina Neifile, e a’ ragionamenti dilettevoli demmo luogo, e il simigliante facemmo del sabato susseguente. Per che, volendo il buono essemplo datone da Neifile seguitare, estimo che onesta cosa sia, che domane e l’altro dì, come i passati giorni facemmo, dal nostro dilettevole novellare ci asteniamo, quello a memoria riducendoci che in così fatti giorni per la salute delle nostre anime addivenne.

Piacque a tutti il divoto parlare della loro reina, dalla quale licenziati, essendo già buona pezza di notte passata, tutti s’andarono a riposare.

Finisce la settima giornata del Decameron

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011