Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata settima

Novella ottava

Un diviene geloso della moglie, ed ella, legandosi uno spago al dito

la notte, sente il suo amante venire a lei. Il marito se n’accorge, e

mentre seguita l’amante, la donna mette in luogo di sé nel letto

un’altra femina, la quale il marito batte e tagliale le trecce, e poi va per

li fratelli di lei, li quali, trovando ciò non esser vero, gli dicono villania.

Stranamente pareva a tutti madonna Beatrice essere stata maliziosa in beffare il suo marito, e ciascuno affermava dovere essere stata la paura d’Anichino grandissima quando tenuto forte dalla donna l’udì dire che egli d’amore l’aveva richesta. Ma poi che il re vide Filomena tacersi, verso Neifile voltosi disse: – Dite voi – ; la qual, sorridendo prima un poco, cominciò:

 – Belle donne, gran peso mi resta se io vorrò con una bella novella contentarvi, come quelle che davanti hanno detto contentate v’hanno; del quale con l’aiuto di Dio io spero assai bene scaricarmi.

Dovete dunque sapere che nella nostra città fu già un ricchissimo mercatante chiamato Arriguccio Berlinghieri, il quale scioccamente, sì come ancora oggi fanno tutto ’l dì i mercatanti, pensò di volere ingentilire per moglie; e prese una giovane gentil donna male a lui convenientesi, il cui nome fu monna Sismonda. La quale, per ciò che egli, sì come i mercatanti fanno, andava molto da torno e poco con lei dimorava, s’innamorò d’un giovane chiamato Ruberto, il quale lungamente vagheggiata l’avea. E avendo presa sua dimestichezza e quella forse men discretamente usando, per ciò che sommamente le dilettava, avvenne, o che Arriguccio alcuna cosa ne sentisse o come che s’andasse, egli ne diventò il più geloso uomo del mondo e lascionne stare l’andar da torno e ogn’altro suo fatto e quasi tutta la suo sollicitudine aveva posta in guardar ben costei, né mai adormentato si sarebbe se lei primieramente non avesse sentita entrar nel letto: per la qual cosa la donna sentiva gravissimo dolore, per ciò che in guisa niuna col suo Ruberto esser poteva.

Or pure, avendo molti pensieri avuti a dover trovare alcun modo d’esser con essolui e molto ancora da lui essendone sollicitata, le venne pensato di tener questa maniera: che, con ciò fosse cosa che la sua camera fosse lungo la via e ella si fosse molte volte accorta che Arriguccio assai a adormentarsi penasse ma poi dormiva saldissimo, avvisò di dover far venire Ruberto in su la mezzanotte all’uscio della casa e d’andargli a aprire e a starsi alquanto con essolui mentre il marito dormiva forte. E a fare che ella il sentisse quando venuto fosse, in guisa che persona non se ne accorgesse, divisò di mandare uno spaghetto fuori della finestra della camera, il quale con l’un de’ capi vicino alla terra aggiugnesse, e l’altro capo mandatol basso infin sopra ’l palco e conducendolo al letto suo, quello sotto i panni mettere, e quando essa nel letto fosse, legallosi al dito grosso del piede; e appresso mandato questo a dire a Ruberto, gl’impose che, quando venisse, dovesse lo spago tirare, e ella, se il marito dormisse, il lascerebbe andare e andrebbegli a aprire; e se egli non dormisse, ella il terrebbe fermo e tirerebbelo a sé, acciò che egli non aspettasse. La qual cosa piacque a Ruberto: e assai volte andatovi, alcuna gli venne fatto d’esser con lei e alcuna no.

Ultimamente, continuando costoro questo artificio così fatto, avvenne una notte che, dormendo la donna e Arriguccio stendendo il piè per lo letto, gli venne questo spago trovato; per che, postavi la mano e trovatolo al dito della donna legato, disse seco stesso: “Questo dee essere qualche inganno.” E avvedutosi poi che lo spago usciva fuori per la finestra, l’ebbe per fermo: per che, pianamente tagliatolo dal dito della donna, al suo il legò e stette attento per vedere quel che questo volesse dire. Né stette guari che Ruberto venne e tirato lo spago, come usato era, Arriguccio si sentì; e non avendoselo ben saputo legare, e Ruberto, avendo tirato forte e essendogli lo spago in man venuto, intese di doversi aspettare; e così fece.

Arriguccio, levatosi prestamente e prese sue armi, corse all’uscio per dover vedere chi fosse costui e per fargli male. Ora era Arriguccio, con tutto che fosse mercatante, un fiero uomo e un forte; e giunto all’uscio e non aprendolo soavemente come soleva far la donna, e Ruberto che aspettava, sentendolo, s’avvisò esser ciò che era, cioè che colui che l’uscio apriva fosse Arriguccio: per che prestamente cominciò a fuggire, e Arriguccio a seguitarlo. Ultimamente, avendo Ruberto un gran pezzo fuggito e colui non cessando di seguitarlo, essendo altressì Ruberto armato, tirò fuori la spada e rivolsesi, e incominciarono l’uno a volere offendere e l’altro a difendersi.

La donna, come Arriguccio aprì la camera svegliatasi e trovatosi tagliato lo spago dal dito, incontanente s’accorse che il suo inganno era scoperto: e sentendo Arriguccio esser corso dietro a Ruberto, prestamente levatasi, avvisandosi ciò che doveva potere avvenire, chiamò la fante sua, la quale ogni cosa sapeva, e tanto la predicò, che ella in persona di sé nel suo letto la mise, pregandola che senza farsi conoscere quelle busse pazientemente ricevesse che Arriguccio le desse, per ciò che ella ne le renderebbe sì fatto merito, che ella non avrebbe cagione donde dolersi. E spento il lume che nella camera ardeva, di quella s’uscì e nascosa in una parte della casa cominciò a aspettare quello che dovesse avvenire.

Essendo tra Arriguccio e Ruberto la zuffa, i vicini della contrada sentendola e levatisi cominciarono loro a dir male, e Arriguccio, per tema di non esser conosciuto, senza aver potuto sapere chi il giovane si fosse o d’alcuna cosa offenderlo, adirato e di mal talento, lasciatolo stare, se ne tornò verso la casa sua; e pervenuto nella camera adiratamente cominciò a dire: “Ove se’ tu, rea femina? Tu hai spento il lume perché io non ti truovi, ma tu l’hai fallita!” E andatosene al letto, credendosi la moglie pigliare, prese la fante, e quanto egli poté menare le mani e’ piedi tante pugna e tanti calci le diede, tanto che tutto il viso l’amaccò; e ultimamente le tagliò i capegli, sempre dicendole la maggior villania che mai a cattiva femina si dicesse.

La fante piagneva forte, come colei che aveva di che; e ancora che ella alcuna volta dicesse “Oimè! mercé per Dio!”, o “Non più!”, era sì la voce dal pianto rotta e Arriguccio impedito dal suo furore, che discerner non poteva più quella esser d’un’altra femina che della moglie. Battutala adunque di santa ragione e tagliatile i capelli, come dicemmo, disse: “Malvagia femina, io non intendo di toccarti altramenti, ma io andrò per li tuoi fratelli e dirò loro le tue buone opere, e appresso che essi vengan per te e faccianne quello che essi credono che loro onor fia e menintene: ché per certo in questa casa non starai tu mai più.” E così detto, uscito della camera, la serrò di fuori e andò tutto sol via.

Come monna Sismonda, che ogni cosa udita aveva, sentì il marito essere andato via, così, aperta la camera e racceso il lume, trovò la fante sua tutta pesta che piangeva forte; la quale come poté il meglio racconsolò e nella camera di lei la rimise, dove poi chetamente fattala servire e governare, sì di quello d’Arriguccio medesimo la sovvenne, che ella si chiamò per contenta. E come la fante nella sua camera rimessa ebbe, così prestamente il letto della sua rifece e quella tutta racconciò e rimise in ordine, come se quella notte niuna persona giaciuta vi fosse, e raccese la lampana e sé rivestì e racconciò, come se ancora a letto non si fosse andata; e accesa una lucerna e presi suoi panni, in capo della scala si pose a sedere e cominciò a cucire e a aspettare quello a che il fatto dovesse riuscire.

Arriguccio, uscito di casa sua, quanto più tosto poté n’andò alla casa de’ fratelli della moglie, e quivi tanto picchiò, che fu sentito e fugli aperto. Li fratelli della donna, che eran tre, e la madre di lei, sentendo che Arriguccio era, tutti si levarono e fatto accendere de’ lumi vennero a lui e domandaronlo quello che egli a quella ora e così solo andasse cercando. A’ quali Arriguccio, cominciandosi dallo spago che trovato aveva legato al dito del piè di monna Sismonda, infino all’ultimo di ciò che trovato e fatto avea narrò loro; e per fare loro intera testimonianza di ciò che fatto avesse, i capelli che alla moglie tagliati aver credeva lor pose in mano, aggiugnendo che per lei venissero e quel ne facessero che essi credessero che al loro onore appartenesse, per ciò che egli non intendeva di mai più in casa tenerla. I fratelli della donna, crucciati forte di ciò che udito avevano e per fermo tenendolo, contro a lei innanimati, fatti accender de’ torchi, con intenzione di farle un mal giuoco con Arriguccio si misero in via e andaronne a casa sua. Il che veggendo la madre di loro, piagnendo gl’incominciò a seguitare or l’uno e or l’altro pregando che non dovessero queste cose così subitamente credere senza vederne altro o saperne, per ciò che il marito poteva per altra cagione esser crucciato con lei e averle fatto male e ora apporle questo per iscusa di sé; dicendo ancora che ella si maravigliava forte come ciò potesse essere avvenuto, per ciò che ella conosceva ben la sua figliuola, sì come cole’ che infino da piccolina l’aveva allevata, e molte altre parole simiglianti.

Pervenuti adunque a casa d’Arriguccio e entrati dentro, cominciarono a salir le scale; li quali monna Sismonda sentendo venir disse: “Chi è là?”

Alla quale l’un de’ fratelli rispose: “Tu il saprai bene, rea femina, chi è.”

Disse allora monna Sismonda: “Ora che vorrà dir questo? Domine aiutaci!” e levatasi in piè disse: “Fratelli miei, voi siate i ben venuti; che andate voi cercando a questa ora tutti e tre?”

Costoro, avendola veduta sedere e cuscire e senza alcuna vista nel viso d’essere stata battuta, dove Arriguccio aveva detto che tutta l’aveva pesta, alquanto nella prima giunta si maravigliarono e rifrenarono l’impeto della loro ira e domandarolla come stato fosse quello di che Arriguccio di lei si doleva, minacciandola forte se ogni cosa non dicesse loro.

La donna disse: “Io non so ciò che io mi vi debba dire, né di che Arriguccio di me vi si debba esser doluto.” Arriguccio, vedendola, la guatava come smemorato, ricordandosi che egli l’aveva dati forse mille punzoni per lo viso e graffiatogliele e fattole tutti i mali del mondo, e ora la vedeva come se di ciò niente fosse stato. In brieve i fratelli le dissero ciò che Arriguccio loro aveva detto e dello spago e delle battiture e di tutto.

La donna, rivolta a Arriguccio, disse: “Oimè, marito mio, che è quel ch’i’ odo? Perché fai tu tener me rea femina con tua gran vergogna, dove io non sono, e te malvagio uomo e crudele di quello che tu non se’? E quando fostù questa notte più in questa casa, non che con meco? o quando mi battesti? Io per me non me ne ricordo.”

Arriguccio cominciò a dire: “Come, rea femina, non ci andammo noi a letto insieme? non ci tornai io, avendo corso dietro all’amante tuo? non ti diedi io dimolte busse e taglia’ti i capelli?”

La donna rispose: “In questa casa non ti coricasti tu iersera. Ma lasciamo stare di questo, ché non ne posso altra testimonianza fare che le mie vere parole, e vegniamo a quello che tu di’, che mi battesti e tagliasti i capelli. Me non battestù mai, e quanti n’ha qui e tu altressì mi ponete mente se io ho segno alcuno per tutta la persona di battitura: né ti consiglierei che tu fossi tanto ardito, che tu mano addosso mi ponessi, ché, alla croce di Dio, io ti sviserei. Né i capelli altressì mi tagliasti, che io sentissi o vedessi, ma forse il facesti che io non me ne avvidi: lasciami vedere se io gli ho tagliati o no.” E levatisi suoi veli di testa mostrò che tagliati non gli avea ma interi.

Le quali cose e vedendo e udendo i fratelli e la madre cominciarono verso d’Arriguccio a dire: “Che vuoi tu dire, Arriguccio? Questo non è già quello che tu ne venisti a dire che avevi fatto: e non sappiam noi come tu ti proverrai il rimanente.”

Arriguccio stava come trasognato e voleva pur dire: ma veggendo che quello che egli credeva poter mostrare non era così, non s’attentava di dir nulla.

La donna rivolta verso i fratelli disse: “Fratei miei, io veggio che egli è andato cercando che io faccia quello che io non volli mai fare, cioè che io vi racconti le miserie e le cattività sue: e io il farò. Io credo fermamente che ciò che egli v’ha detto gli sia intervenuto e abbial fatto, e udite come. Questo valente uomo, al qual voi nella mia mala ora per moglie mi deste, che si chiama mercatante e che vuole esser creduto e che dovrebbe esser più temperato che uno religioso e più onesto che una donzella, son poche sere che egli non si vada inebbriando per le taverne e or con questa cattiva femina e or con quella rimescolando; e a me si fa infino a mezzanotte e talora infino a matutino aspettare nella maniera che mi trovaste. Son certa che, essendo bene ebbro, si mise a giacere con alcuna sua trista e a lei, destandosi, trovò lo spago al piede e poi fece tutte quelle sue gagliardie che egli dice, e ultimamente tornò a lei e battella e tagliolle i capelli; e non essendo ancora ben tornato in sé, si credette, e son certa che egli crede ancora, queste cose aver fatte a me: e se voi il porrete ben mente nel viso, egli è ancora mezzo ebbro. Ma tuttavia, che che egli s’abbia di me detto, io non voglio che voi il vi rechiate se non come da uno ubriaco; e poscia che io gli perdono io, gli perdonate voi altressì.”

La madre di lei, udendo queste parole, cominciò a fare romore e a dire: “Alla croce di Dio, figliuola mia, cotesto non si vorrebbe fare, anzi si vorrebbe uccidere questo can fastidioso e sconoscente, ché egli non ne fu degno d’avere una figliuola fatta come se’ tu. Frate, bene sta! basterebbe se egli t’avesse ricolta del fango! Col malanno possa egli essere oggimai, se tu dei stare al fracidume delle parole d’un mercatantuzzo di feccia d’asino, che venutici di contado e usciti delle troiate vestiti di romagnuolo, con le calze a campanile e colla penna in culo, come egli hanno tre soldi, vogliono le figliuole de’ gentili uomini e delle buone donne per moglie, e fanno arme e dicono: ’I’ son de’ cotali’ e ’Quei di casa mia fecer così’. Ben vorrei che’ miei figliuoli n’avesser seguito il mio consiglio, che ti potevano così orrevolmente acconciare in casa i conti Guidi con un pezzo di pane, e essi vollon pur darti a questa bella gioia, che, dove tu se’ la miglior figliuola di Firenze e la più onesta, egli non s’è vergognato di mezzanotte di dir che tu sii puttana, quasi noi non ti conoscessimo. Ma alla fé di Dio, se me ne fosse creduto, e’ se ne gli darebbe sì fatta gastigatoia, che gli putirebbe.” E rivolta a’ figliuoli disse: “Figliuoli miei, io il vi dicea bene che questo non doveva potere essere. Avete voi udito come il buono vostro cognato tratta la sirocchia vostra, mercatantuolo di quatro denari che egli è? Ché, se io fossi come voi, avendo detto quello che egli ha di lei e faccendo quello che egli fa, io non mi terrei mai né contenta né appagata se io nol levassi di terra; e se io fossi uomo come io son femina, io non vorrei che altri ch’io se ne ’mpacciasse. Domine, fallo tristo, ubriaco doloroso che non si vergogna!”

I giovani, vedute e udite queste cose, rivoltisi a Arriguccio gli dissero la maggior villania che mai a niun cattivo uom si dicesse; e ultimamente dissero: “Noi ti perdoniam questa sì come a ebbro, ma guarda che per la vita tua da quinci innanzi simili novelle noi non sentiamo più, ché per certo, se più nulla ce ne viene agli orecchi, noi ti pagheremo di questa e di quella”; e così detto se n’andarono.

Arriguccio, rimaso come uno smemorato, seco stesso non sappiendo se quello che fatto avea era stato vero o se egli aveva sognato, senza più farne parola lasciò la moglie in pace; la qual non solamente con la sua sagacità fuggì il pericolo soprastante ma s’aperse la via a poter fare nel tempo avvenire ogni suo piacere, senza paura alcuna più aver del marito. – 

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011