Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata settima

Novella terza

Frate Rinaldo si giace colla comare; truovalo il marito in camera

con lei, e fannogli credere che egli incantava i vermini al figlioccio

Non seppe sì Filostrato parlare obscuro delle cavalle partice, che l’avedute donne non ne ridessono, sembiante faccendo di rider d’altro. Ma poi che il re conobbe la sua novella finita, a Elissa impose che ragionasse; la quale, disposta a ubidire, incominciò:

 – Piacevoli donne, lo ’ncantar della fantasima d’Emilia m’ha fatto tornare alla memoria una novella d’un’altra incantagione, la quale, quantunque così bella non sia come fu quella, per ciò che altra alla nostra materia non me ne occorre al presente, la racconterò.

Voi dovete sapere che in Siena fu già un giovane assai leggiadro e d’orrevole famiglia, il quale ebbe nome Rinaldo; e amando sommamente una sua vicina, e assai bella donna e moglie d’un ricco uomo, e sperando, se modo potesse avere di parlarle senza sospetto, dovere aver da lei ogni cosa che egli disiderasse, non vedendone alcuno e essendo la donna gravida, pensossi di volere suo compar divenire: e accontatosi col marito di lei, per quel modo che più onesto gli parve gliele disse, e fu fatto. Essendo adunque Rinaldo di madonna Agnesa divenuto compare e avendo alquanto d’albritrio più colorato di poterle parlare, assicuratosi, quello della sua intenzione con parole le fece conoscere che ella molto davanti negli atti degli occhi suoi avea conosciuto: ma poco per ciò gli valse, quantunque d’averlo udito non dispiacesse alla donna.

Addivenne non guari poi, che che si fosse la ragione, che Rinaldo si rendé frate, e chente che egli trovasse la pastura egli perseverò in quello. E avvegna che egli alquanto, di que’ tempi che frate si fece, avesse dall’un de’ lati posto l’amore che alla sua comar portava e certe altre sue vanità, pure in processo di tempo, senza lasciar l’abito, se le riprese; e cominciò a dilettarsi d’apparere e di vestir di buon panni e d’essere in tutte le sue cose leggiadretto e ornato e a fare delle canzoni e de’ sonetti e delle ballate e a cantare, e tutto pieno d’altre cose a queste simili.

Ma che dico io di frate Rinaldo nostro di cui parliamo? Quali son quegli che così non facciano? Ahi vitupero del guasto mondo! Essi non si vergognano d’apparir grassi, d’apparir coloriti nel viso, d’apparir morbidi ne’ vestimenti e in tutte le cose loro, e non come colombi ma come galli tronfi colla cresta levata pettoruti procedono: e che è peggio (lasciamo stare d’aver le lor celle piene d’alberelli di lattovari e d’unguenti colmi, di scatole di varii confetti piene, d’ampolle e di guastadette con acque lavorate e con oli, di bottacci di malvagia e di greco e d’altri vini preziosissimi traboccanti, in tanto che non celle di frati ma botteghe di speziali o d’unguentarii appaiono più tosto a’ riguardanti) essi non si vergognano che altri sappia loro esser gottosi, e credonsi che altri non conosca e sappia che i digiuni assai, le vivande grosse e poche e il viver sobriamente faccia gli uomini magri e sottili e il più sani; e se pure infermi ne fanno, non almeno di gotte gl’infermano, alle quali si suole per medicina dare la castità e ogn’altra cosa a vita di modesto frate appartenente. E credonsi che altri non conosca, oltra la sottil vita, le vigilie lunghe, l’orare e il disciplinarsi dover gli uomini pallidi e afflitti rendere, e che né san Domenico né san Francesco, senza aver quatro cappe per uno, non di tintillani né d’altri panni gentili ma di lana grossa fatti e di natural colore, a cacciare il freddo e non a apparere si vestissero. Alle quali cose Iddio provega, come all’anime de’ semplici che gli nutricano fa bisogno.

Così adunque ritornato frate Rinaldo ne’ primi appetiti, cominciò a visitare molto spesso la comare; e cresciutagli baldanza, con più instanzia che prima non faceva la cominciò a sollicitare a quello che egli di lei disiderava. La buona donna, veggendosi molto sollicitare e parendole frate Rinaldo forse più bello che non pareva, essendo un dì molto da lui infestata a quello ricorse che fanno tutte quelle che voglia hanno di concedere quello che è addimandato, e disse: “Come, frate Rinaldo, o fanno così fatte cose i frati?”

A cui frate Rinaldo rispose: “Madonna, qualora io avrò questa cappa fuor di dosso, che me la traggo molto agevolmente, io vi parrò uno uomo fatto come gli altri e non frate.”

La donna fece bocca da ridere e disse: “Oimè trista! voi siete mio compare: come si farebbe questo? Egli sarebbe troppo gran male, e io ho molte volte udito che egli è troppo gran peccato: e per certo, se ciò non fosse, io farei ciò che voi voleste.”

A cui frate Rinaldo disse: “Voi siete una sciocca se per questo lasciate. Io non dico che non sia peccato, ma de’ maggiori perdona Iddio a chi si pente. Ma ditemi: chi è più parente del vostro figliuolo, o io che il tenni a battesimo o vostro marito che il generò?”

La donna rispose: “È più suo parente mio marito.”

“E voi dite il vero, “ disse il frate “e vostro marito non si giace con voi?”

“Mai sì” rispose la donna.

“Adunque” disse il frate “e io, che son men parente di vostro figliuolo che non è vostro marito, così mi debbo poter giacere con voi come vostro marito.”

La donna, che loica non sapeva e di piccola levatura aveva bisogno, o credette o fece vista di credere che il frate dicesse vero, e rispose: “Chi saprebbe rispondere alle vostre savie parole?”; e appresso, non obstante il comparatico, si recò a dover fare i suoi piaceri. Né incominciarono per una volta ma sotto la coverta del comparatico avendo più agio, perché la sospezione era minore, più e più volte si ritrovarono insieme.

Ma tra l’altre una avvenne che, essendo frate Rinaldo venuto a casa la donna e vedendo quivi niuna persona essere altri che una fanticella della donna, assai bella e piacevoletta, mandato il compagno suo con essolei nel palco de’ colombi a insegnarle il paternostro, egli colla donna, che il fanciullin suo avea per mano, se n’entrarono nella camera e dentro serrati sopra un lettuccio da sedere, che in quella era, s’incominciarono a trastullare. E in questa guisa dimorando, avvenne che il compar tornò e, senza esser sentito da alcuno, fu all’uscio della camera e picchiò e chiamò la donna.

Madonna Agnesa, questo sentendo, disse: “Io son morta, ché ecco il marito mio: ora sì pure avvedrà egli qual sia la cagione della nostra dimestichezza.”

Era frate Rinaldo spogliato, cioè senza cappa e senza scapolare, in tonicella; il quale questo udendo disse: “Voi dite vero: se io fossi pur vestito, qualche modo ci avrebbe; ma se voi gli aprite e egli mi truovi così, niuna scusa ci potrà essere.”

La donna, da subito consiglio aiutata, disse: “Or vi vestite; e vestito che voi siete, recatevi in braccio vostro figlioccio e ascolterete bene ciò che io gli dirò, sì che le vostre parole poi s’accordino colle mie: e lasciate fare a me.”

Il buono uomo non era ancora ristato di picchiare, che la moglie rispose “Io vengo a te”, e levatasi, con un buon viso se n’andò all’uscio della camera e aperselo e disse: “Marito mio, ben ti dico che frate Rinaldo nostro compare ci si venne, e Iddio il ci mandò; ché per certo, se venuto non ci fosse, noi avremmo oggi perduto il fanciul nostro.”

Quando il bescio sanctio udì questo, tutto svenne e disse: “Come?”

“O marido mio, “ disse la donna “e’ gli venne dianzi di subito uno sfinimento, che io mi credetti ch’e’ fosse morto e non sapeva né che mi far né che mi dire, se non che frate Rinaldo nostro compare ci venne in quella e recatoselo in collo disse: ’Comare, questi son vermini che egli ha in corpo, gli quali gli s’appressano al cuore e ucciderebbolo troppo bene; ma non abbiate paura, ché io gl’incanterò e farogli morir tutti, e innanzi che io mi parta di qui voi vederete il fanciul sano come voi vedeste mai.’ E per ciò che tu ci bisognavi per dir certe orazioni, e non ti seppe trovar la fante, sì le fece dire al compagno suo nel più alto luogo della nostra casa, e egli e io qua entro ce n’entrammo. E per ciò che altri che la madre del fanciullo non può essere a così fatto servigio, perché altri non c’impacciasse, qui ci serrammo; e ancora l’ha egli in braccio, e credom’io che egli non aspetti se non che il compagno suo abbia compiuto di dire l’orazioni, e sarebbe fatto per ciò che il fanciullo è già tutto tornato in sé.”

Il santoccio credendo queste cose, tanto l’affezion del figliuol lo strinse, che egli non pose l’animo allo ’nganno fattogli dalla moglie ma gittato un gran sospiro disse: “Io il voglio andare a vedere.”

Disse la donna: “Non andare, ché tu guasteresti ciò che s’è fatto; aspettati, io voglio vedere se tu vi puoi andare e chiamerotti.”

Frate Rinaldo, che ogni cosa udito avea e erasi rivestito a bello agio e avevasi recato il fanciullo in braccio, come ebbe disposte le cose a suo modo, chiamò: “O comare, non sent’io di costà il compare?”

Rispose il santoccio: “Messer sì.”

“Adunque” disse frate Rinaldo “venite qua”; il santoccio andò là, al quale frate Rinaldo disse: “Tenete il vostro figliuolo per la grazia di Dio sano, dove io credetti, ora fu, che voi nol vedeste vivo a vespro; e farete di far porre una statua di cera della sua grandezza a laude di Dio dinanzi alla figura di messer santo Ambruogio, per li meriti del quale Idio ve n’ha fatta grazia.”

Il fanciullo, veggendo il padre, corse a lui e fecegli festa come i fanciulli piccoli fanno; il quale recatoselo in braccio, lagrimando non altramenti che della fossa il traesse, il cominciò a basciare e a render grazie al suo compare che guerito gliele avea. Il compagno di frate Rinaldo, che non un paternostro ma forse più di quatro n’aveva insegnati alla fanticella e donatale una borsetta di refe bianco la quale a lui aveva donata una monaca e fattala sua divota, avendo udito il santoccio alla camera della moglie chiamare, pianamente era venuto in parte della quale e vedere e udire ciò che vi si facesse poteva; veggendo la cosa in buoni termini, se ne venne giuso e entrato nella camera disse: “Frate Rinaldo, quelle quatro orazioni che m’imponeste, io l’ho dette tutte.”

A cui frate Rinaldo disse: “Fratel mio, tu hai buona lena e hai fatto bene. Io per me, quando mio compar venne, no’ n’aveva dette che due, ma Domenedio tra per la tua fatica e per la mia ci ha fatta grazia che il fanciullo è guerito.”

Il santoccio fece venire di buon vini e di confetti e fece onore al suo compare e al compagno di ciò che essi avevano maggior bisogno che d’altro; poi, con loro insieme uscito di casa, gli accomandò a Dio, e senza alcuno indugio fatta fare la imagine di cera, la mandò a appiccare coll’altre dinanzi alla figura di santo Ambruogio, ma non a quel di Melano. – 

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011