Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

Edizione elettronica di riferimento:

© Biblioteca Italiana 1976-2003

Giornata settima

Incomincia la settima giornata nella quale, sotto il reggimento di Dioneo,

si ragiona delle beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro,

e donne hanno già fatte a’ lor mariti, senza essersene avveduti o sì.

Giornata settima

Introduzione

Ogni stella era già delle parti d’oriente fuggita, se non quella sola la qual noi chiamiamo Lucifero che ancora luceva nella biancheggiante aurora, quando il siniscalco levatosi con una gran salmeria n’andò nella Valle delle Donne per quivi disporre ogni cosa secondo l’ordine e il comandamento avuto dal suo signore. Appresso alla quale andata non stette guari a levarsi il re, il quale lo strepito de’ caricanti e delle bestie aveva desto; e levatosi fece le donne e’ giovani tutti parimente levare. Né ancora spuntavano li raggi del sole ben bene, quando tutti entrarono in cammino; né era ancora lor paruto alcuna volta tanto gaiamente cantar gli usignuoli e gli altri uccelli, quanto quella mattina pareva; da’ canti de’ quali accompagnati infino nella Valle delle Donne n’andarono, dove da molti più ricevuti, parve loro che essi della loro venuta si rallegrassero. Quivi intorniando quella e riproveggendo tutta da capo, tanto parve loro più bella che il dì passato, quanto l’ora del dì era più alla bellezza di quella conforme. E poi che col buon vino e co’ confetti ebbero il digiun rotto, acciò che di canto non fossero dagli uccelli avanzati, cominciarono a cantare e la valle insieme con essoloro, sempre quelle medesime canzoni dicendo che essi dicevano; alle quali tutti gli uccelli, quasi non volessono esser vinti, dolci e nuove note aggiugnevano.

Ma poi che l’ora del mangiar fu venuta, messe le tavole sotto i vivaci albori e agli altri belli arbori vicine, al bel laghetto, come al re piacque, così andarono a sedere; e, mangiando, i pesci notar vedean per lo lago a grandissime schiere: il che, come di riguardare, così talvolta dava cagione di ragionare. Ma poi che venuta fu la fine del desinare e le vivande e le tavole furon rimosse, ancora più lieti che prima cominciarono a cantare. Quindi, essendo in più luoghi per la piccola valle fatti letti e tutti dal discreto siniscalco di sarge francesche e di capoletti intorniati e chiusi, con licenzia del re, a cui piacque, si poté andare a dormire; e chi dormir non volle, degli altri loro diletti usati pigliar poteva a suo piacere. Ma venuta già l’ora che tutti levati erano e tempo era da riducersi a novellare, come il re volle, non guari lontani al luogo dove mangiato aveano, fatti in su l’erba tappeti distendere e vicini al lago a seder postisi, comandò il re a Emilia che cominciasse; la quale lietamente così cominciò a dir sorridendo.

Indice Biblioteca Progetto Boccaccio Decameron - giornata sesta - conclusione  giornata settima novella prima

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011