Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata quinta

Conclusione

Essendo adunque la novella di Dioneo finita, meno per vergogna dalle donne risa che per poco diletto, e la reina conoscendo che il fine del suo ragionamento era venuto, levatasi in piè e trattasi la corona dello alloro, quella piacevolmente mise in capo a Elissa dicendole: – A voi, madonna, sta omai il comandare. – 

Elissa, ricevuto l’onore, sì come per adietro era stato fatto così fece ella: ché dato col siniscalco primieramente ordine a ciò che bisogno facea per lo tempo della sua signoria, con contentamento della brigata disse: – Noi abbiamo già molte volte udito che con be’ motti o con risposte pronte o con avvedimenti presti molti hanno già saputo con debito morso rintuzzare gli altrui denti o i sopravegnenti pericoli cacciar via; e per ciò che la materia è bella e può essere utile, voglio che domane con l’aiuto di Dio infra questi termini si ragioni, cioè di chi, con alcun leggiadro motto tentato, si riscotesse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno. – 

Questo fu commendato molto da tutti: per la qual cosa la reina levatasi in piè loro tutti infino all’ora della cena licenziò. L’onesta brigata, vedendo la reina levata, tutta si dirizzò, e, secondo il modo usato, ciascuno a quello che più diletto gli era si diede.

Ma essendo già di cantar le cicale ristate, fatto ogn’uom richiamare, a cena andarono; la quale con lieta festa fornita, a cantare e a sonare tutti si diedero. E avendo già con volere della reina Emilia una danza presa, a Dioneo fu comandato che cantasse una canzone. Il quale prestamente cominciò Monna Aldruda, levate la coda, Ché buone novelle vi reco. Di che tutte le donne cominciarono a ridere, e massimamente la reina, la quale gli comandò che quella lasciasse e dicessene un’altra.

Disse Dioneo: – Madonna, se io avessi cembalo io direi alzatevi i panni, monna Lapa o Sotto l’ulivello è l’erba; o voleste voi che io dicessi L’onda del mare mi fa sì gran male? Ma io non ho cembalo, e per ciò vedete voi qual voi volete di queste altre. Piacerebbevi Esci fuor che sie tagliato, Com’un mio in su la campagna? – 

Disse la reina: – No, dinne un’altra. –

 – Dunque, – disse Dioneo – dirò io Monna Simona imbotta imbotta, E’ non è del mese d’ottobre. – 

La reina ridendo disse: – Deh in malora! dinne una bella, se tu vuogli, ché noi non voglian cotesta. – 

Disse Dioneo: – No, madonna, non ve ne fate male: pur qual più vi piace? Io ne so più di mille. O volete Questo mio nicchio, s’io nol picchio o Deh fa pian, marito mio o Io mi comperai un gallo delle lire cento? – 

La reina allora un poco turbata, quantunque tutte l’altre ridessero, disse: – Dioneo, lascia stare il motteggiare e dinne una bella; e se no, tu potresti provare come io mi so adirare. – 

Dioneo, udendo questo, lasciate star le ciance, prestamente in cotal guisa cominciò a cantare:

Amor, la vaga luce,

che move dà begli occhi di costei,

servo m’ha fatto di te e di lei.

Mosse dà suoi begli occhi lo splendore,

che pria la fiamma tua nel cor m’accese,

per li miei trapassando;

e quanto fosse grande il tuo valore,

il bel viso di lei mi fè palese;

il quale immaginando,

mi sentii gir legando

ogni virtù e sottoporla a lei,

fatta nuova cagion de’sospir miei.

Così de’ tuoi adunque divenuto

son, signor caro, e ubbidiente aspetto

dal tuo poter merzede;

ma non so ben se ’ntero è conosciuto

l’alto disio che messo m’hai nel petto,

né la mia intera fede,

da costei che possiede

sì la mia mente, che io non torrei

pace, fuor che da essa, né vorrei.

Per ch’io ti priego, dolce signor mio,

che gliel dimostri, e faccile sentire

alquanto del tuo foco

in servigio di me, ché vedi ch’io

già mi consumo amando, e nel martire

mi sfaccio a poco a poco;

e poi, quando fia loco,

me raccomanda a lei, come tu dei,

ché teco a farlo volentier verrei.

Da poi che Dioneo, tacendo, mostrò la sua canzone esser finita, fece la reina assai dell’altre dire, avendo nondimeno commendata molto quella di Dioneo. Ma, poi che alquanto della notte fu trapassata, e la reina sentendo già il caldo del dì esser vinto dalla freschezza della notte, comandò che ciascuno infino al dì seguente a suo piacere s’andasse a riposare.

Finisce la quinta giornata del Decameron

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011