Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata quinta

Novella decima

Pietro di Vinciolo va a cenare altrove; la donna sua si fa venire un garzone; torna

Pietro; ella il nasconde sotto una cesta da polli; Pietro dice essere stato trovato in

 casa d’Ercolano, con cui cenava, un giovane messovi dalla moglie; la donna

 biasima la moglie d’Ercolano; uno asino per isciagura pon piede in su le dita di

colui che era sotto la cesta; egli grida; Pietro corre là, vedelo cognosce lo ’nganno

 della moglie con la quale ultimamente rimane in concordia per la sua tristezza.

Il ragionare della reina era al suo fine venuto, essendo lodato da tutti Idio che degnamente avea guiderdonato Federigo, quando Dioneo, che mai comandamento non aspettava, incominciò:

 – Io non so se io mi dica che sia accidental vizio e per malvagità di costume ne’ mortali sopravenuto, o se pure è nella natura peccato, il rider più tosto delle cattive cose che delle buone opere, e spezialmente quando quelle cotali a noi non pertengono. E per ciò che la fatica, la quale altra volta ho impresa e ora son per pigliare, a niuno altro fine riguarda se non a dovervi torre malinconia, e riso e allegrezza porgervi, quantunque la materia della mia seguente novella, innamorate giovani, sia in parte men che onesta, però che diletto può porgere, ve la pur dirò. E voi, ascoltandola, quello ne fate che usate siete di fare quando ne’ giardini entrate, che, distesa la dilicata mano, cogliete le rose e lasciate le spine stare: il che farete lasciando il cattivo uomo con la mala ventura stare con la sua disonestà, e liete riderete degli amorosi inganni della sua donna, compassione avendo all’altrui sciagure dove bisogna.

Fu in Perugia, non è ancora molto tempo passato, un ricco uomo chiamato Pietro di Vinciolo, il quale, forse più per ingannare altrui e diminuire la generale oppinion di lui avuta da tutti i perugini che per vaghezza che egli n’avesse, prese moglie; e fu la fortuna conforme al suo appetito in questo modo, che la moglie la quale egli prese era una giovane compressa, di pel rosso e accesa, la quale due mariti più tosto che uno avrebbe voluti, là dove ella s’avvenne a uno che molto più a altro che a lei l’animo avea disposto.

Il che ella in processo di tempo conoscendo, e veggendosi bella e fresca e sentendosi gagliarda e poderosa, prima se ne cominciò forte a turbare e a averne col marito disconce parole alcuna volta e quasi continuo mala vita; poi, veggendo che questo, suo consumamento più tosto che ammendamento della cattività del marito potrebbe essere, seco stessa disse: “Questo dolente abbandona me per volere con le sue disonestà andare in zoccoli per l’asciutto, e io m’ingegnerò di portare altrui in nave per lo piovoso. Io il presi per marito e diedigli grande e buona dota sappiendo che egli era uomo e credendol vago di quello che sono e deono essere vaghi gli uomini; e se io non avessi creduto ch’e’ fosse stato uomo, io non l’avrei mai preso. Egli che sapeva che io era femina, perché per moglie mi prendeva se le femine contro all’animo gli erano? Questo non è da sofferire. Se io non avessi voluto essere al mondo, io mi sarei fatta monaca; e volendoci essere, come io voglio e sono, se io aspetterò diletto o piacer di costui, io potrò per avventura invano aspettando invecchiare; e quando io sarò vecchia, ravedendomi, indarno mi dorrò d’avere la mia giovanezza perduta, alla qual dover consolare m’è egli assai buon maestro e dimostratore in farmi dilettare di quello che egli si diletta. Il quale diletto fia a me laudevole, dove biasimevole è forte a lui: io offenderò le leggi sole, dove egli offende le leggi e la natura.”

Avendo adunque la buona donna così fatto pensiero avuto, e forse più d’una volta, per dare segretamente a ciò effetto si dimesticò con una vecchia che pareva pur santa Verdiana che dà beccare alle serpi, la quale sempre co’ paternostri in mano andava a ogni perdonanza, né mai d’altro che della vita de’ Santi Padri ragionava e delle piaghe di san Francesco e quasi da tutti era tenuta una santa. E quando tempo le parve, l’aperse la sua intenzion compiutamente; a cui la vecchia disse: “Figliuola mia, sallo Idio, che sa tutte le cose, che tu molto ben fai; e quando per niuna altra cosa il facessi, sì il dovresti far tu e ciascuna giovane per non perdere il tempo della vostra giovanezza, per ciò che niun dolore è pari a quello, a chi conoscimento ha, che è a avere il tempo perduto. E da che diavol siam noi poi, da che noi siam vecchie, se non da guardar la cenere intorno al focolare? Se niuna il sa o ne può render testimonianza, io sono una di quelle: che ora, che vecchia sono, non senza grandissime e amare punture d’animo conosco, e senza pro, il tempo che andar lasciai: e bene che io nol perdessi tutto, ché non vorrei che tu credessi che io fossi stata una milensa, io pur non feci ciò che io avrei potuto fare, di che quando io mi ricordo, veggendomi fatta come tu mi vedi, che non troverei chi mi desse fuoco a cencio, Dio il sa che dolore io sento. Degli uomini non avvien così: essi nascono buoni a mille cose, non pure a questa, e la maggior parte sono da molto più vecchi che giovani; ma le femine a niuna altra cosa che a fare questo e figliuoli ci nascono, e per questo son tenute care. E se tu non te ne avvedessi a altro, sì te ne dei tu avvedere a questo, che noi siam sempre apparecchiate a ciò, che degli uomini non avviene: e oltre a questo una femina stancherebbe molti uomini, dove molti uomini non possono una femina stancare. E per ciò che a questo siam nate, da capo ti dico che tu fai molto bene a rendere al marito tuo pan per focaccia, sì che l’anima tua non abbia in vecchiezza che rimproverare alle carni. Di questo mondo ha ciascun tanto quanto egli se ne toglie, e spezialmente le femine, alle quali si convien troppo più d’adoperare il tempo quando l’hanno che agli uomini, per ciò che tu puoi vedere, quando c’invecchiamo, né marito né altri ci vuol vedere anzi ci cacciano in cucina a dir delle favole con la gatta e a annoverare le pentole e le scodelle; e peggio, ché noi siamo messe in canzone e dicono: ’Alle giovani i buon bocconi e alle vecchie gli stranguglioni’, e altre lor cose assai ancora dicono. E acciò che io non ti tenga più in parole, ti dico infino a ora che tu non potevi a persona del mondo scoprire l’animo tuo che più utile ti fosse di me, per ciò che egli non è alcun sì forbito, al quale io non ardisca di dire ciò che bisogna, né sì duro o zotico, che io non ammorbidisca bene e rechilo a ciò che io vorrò. Fa pure che tu mi mostri qual ti piace, e lascia poscia fare a me: ma una cosa ti ricordo, figliuola mia, che io ti sia raccomandata per ciò che io son povera persona, e io voglio infino a ora che tu sii partefice di tutte le mie perdonanze e di quanti paternostri io dico, acciò che Idio gli faccia lume e candela a’ morti tuoi”; e fece fine.

Rimase adunque la giovane in questa concordia con la vecchia, che se veduto le venisse un giovanetto, il quale per quella contrada molto spesso passava, del quale tutti i segni gli disse, che ella sapesse quello che avessesi a fare: e datale un pezzo di carne salata, la mandò con Dio. La vecchia, non passar molti dì, occultamente le mise colui, di cui ella detto l’aveva, in camera, e ivi a poco tempo un altro, secondo che alla giovane donna ne venivan piacendo; la quale in cosa che far potesse intorno a ciò, sempre del marito temendo, non ne lasciava a far tratto.

Avvenne che, dovendo una sera andare a cena il marito con un suo amico, il quale aveva nome Ercolano, la giovane impose alla vecchia che facesse venire a lei un garzone che era de’ più belli e de’ più piacevoli di Perugia; la quale prestamente così fece. E essendosi la donna col giovane posti a tavola per cenare, e ecco Pietro chiamò all’uscio che aperto gli fosse. La donna, questo sentendo, si tenne morta; ma pur volendo, se potuto avesse, celare il giovane, non avendo accorgimento di mandarlo o di farlo nascondere in altra parte, essendo una sua loggetta vicina alla camera nella quale cenavano, sotto una cesta da polli che v’era il fece ricoverare e gittovvi suso un pannaccio d’un saccone che fatto aveva il dì votare; e questo fatto, prestamente fece aprire al marito.

Al quale entrato in casa ella disse: “Molto tosto l’avete voi trangugiata, questa cena.”

Pietro rispose: “Non l’abbiam noi assaggiata.”

“E come è stato così?” disse la donna.

Pietro allora disse: “Dirolti. Essendo noi già posti a tavola, Ercolano e la moglie e io, e noi sentimmo presso di noi starnutire, di che noi né la prima volta né la seconda ce ne curammo; ma quegli che starnutito aveva starnutendo ancora la terza volta e la quarta e la quinta e molte altre, tutti ci fece maravigliare; di che Ercolano, che alquanto turbato con la moglie era per ciò che gran pezza ci avea fatti stare all’uscio senza aprirci, quasi con furia disse: ’Questo che vuol dire? Chi è questi che così starnutisce?’; e levatosi da tavola, andò verso una scala la quale assai vicina n’era, sotto la quale era un chiuso di tavole vicino al piè della scala, da riporvi, chi avesse voluto, alcuna cosa, come tutto dì veggiamo che fanno far coloro che le lor case acconciano. E parendogli che di quindi venisse il suono dello starnuto, aperse uno usciuolo il qual v’era; e come aperto l’ebbe, subitamente n’uscì fuori il maggior puzzo di solfo del mondo, benché davanti, essendocene venuto puzzo e ramaricaticene, aveva detto la donna: ’Egli è che dianzi io imbiancai miei veli col solfo, e poi la tegghiuzza, sopra la quale sparto l’avea perché il fummo ricevessero, io la misi sotto quella scala, sì che ancora ne viene.’ E poi che Ercolano aperto ebbe l’usciuolo e sfogato fu alquanto il puzzo, guardando dentro vide colui il quale starnutito aveva e ancora starnutiva, a ciò la forza del solfo strignendolo: e come che egli starnutisse, gli aveva già il solfo sì il petto serrato, che poco a stare avea che né starnutito né altro non avrebbe mai. Ercolano, vedutolo, gridò: ’Or veggio, donna, quello per che poco avanti, quando ce ne venimmo, tanto tenuti fuor della porta, senza esserci aperto, fummo; ma non abbia io mai cosa che mi piaccia se io non te ne pago!’ Il che la donna udendo, e vedendo che il suo peccato era palese, senza alcuna scusa fare levatasi da tavola, si fuggì, né so ove se n’andasse. Ercolano, non accorgendosi che la moglie si fuggia, più volte disse a colui che starnutiva che egli uscisse fuori; ma quegli, che già più non potea, per cosa che Ercolano dicesse non si movea; laonde Ercolano, presolo per l’uno de’ piedi, nel tirò fuori, e correva per un coltello per ucciderlo. Ma io, temendo per me medesimo la segnoria, levatomi, non lo lasciai uccidere né fargli alcun male, anzi gridando e difendendolo fui cagione che quivi de’ vicini traessero, li quali, preso il già vinto giovane, fuori della casa il portarono non so dove; per le quali cose la nostra cena turbata, io non solamente non l’ho trangugiata, anzi non l’ho pure assaggiata, come io dissi.”

Udendo la donna queste cose, conobbe che egli erano dell’altre così savie come ella fosse, quantunque talvolta sciagura ne cogliesse a alcuna, e volentieri avrebbe con parole la donna d’Ercolano difesa; ma per ciò che col biasimare il fallo altrui le parve dovere a’ suoi far più libera via, cominciò a dire: “Ecco belle cose! ecco buona e santa donna che costei dee essere! ecco fede d’onesta donna, che mi sarei confessata da lei, sì spirital mi parea! e peggio, che essendo ella oggimai vecchia dà molto buono essemplo alle giovani! Che maladetta sia l’ora che ella nel mondo venne e ella altressì che viver si lascia, perfidissima e rea femina che ella dee essere, universal vergogna e vitupero di tutte le donne di questa terra: la quale, gittata via la sua onestà e la fede promessa al suo marito e l’onor di questo mondo, lui, che è così fatto uomo e così onorevole cittadino e che così ben la trattava, per un altro uomo non s’è vergognata di vituperare e se medesima insieme con lui. Se Dio mi salvi, di così fatte femine non si vorrebbe avere misericordia: elle si vorrebbero uccidere, elle si vorrebbon vive vive metter nel fuoco e farne cenere!”

Poi, del suo amico ricordandosi, il quale ella sotto la cesta assai presso di quivi aveva, cominciò a pregar Pietro che s’andasse a letto, per ciò che tempo n’era. Pietro, che maggior voglia aveva di mangiare che di dormire, domandava pure se da cena cosa alcuna vi fosse, a cui la donna rispondeva: “Sì da cena ci ha! noi siamo molto usate di far da cena, quando tu non ci se’! Sì, che io sono la moglie d’Ercolano! Deh, ché non vai dormi per istasera? quanto farai meglio!”

Avvenne che, essendo la sera certi lavoratori di Pietro venuti con certe cose dalla villa e avendo messi gli asini loro, senza dar lor bere, in una stalletta la quale allato alla loggetta era, l’un degli asini, che grandissima sete avea, tratto il capo del capestro era uscito della stalla e ogni cosa andava fiutando se forse trovasse dell’acqua; e così andando s’avenne per mei la cesta sotto la quale era il giovinetto. Il quale avendo, per ciò che carpone gli convenia stare, alquanto le dita dell’una mano stese in terra fuori della cesta, tanta fu la sua ventura, o sciagura che vogliam dire, che questo asino ve gii pose sù piede, laonde egli, grandissimo dolor sentendo, mise un grande strido.

Il quale udendo Pietro si maravigliò e avvidesi ciò esser dentro alla casa; per che, uscito della camera e sentendo ancora costui ramaricarsi, non avendogli ancora l’asino levato il piè d’in su le dita ma premendol tuttavia forte, disse: “Chi è là?” e corso alla cesta e quella levata, vide il giovinetto, al quale, oltre al dolore avuto delle dita premute dal piè dell’asino, tutto di paura tremava che Pietro alcun male non gli facesse. Il quale essendo da Pietro riconosciuto, sì come colui a cui Pietro per le sue cattività era andato lungamente dietro, essendo da lui domandato: “Che fai tu qui?” niente a ciò gli rispose ma pregollo che per l’amor di Dio non gli dovesse far male.

A cui Pietro disse: “Leva sù, non dubitare che io alcun mal ti faccia: ma dimmi come tu se’ qui e perché.”

Il giovinetto gli disse ogni cosa; il quale Pietro, non men lieto d’averlo trovato che la sua donna dolente, presolo per mano con seco nel menò nella camera nella quale la donna con la maggior paura del mondo l’aspettava.

Alla quale Pietro postosi a seder di rimpetto disse: “Or tu maladicevi così testé la moglie d’Ercolano e dicevi che arder si vorrebbe e che ella era vergogna di tutte voi: come non dicevi di te medesima? o se di te dir non volevi, come ti sofferiva l’animo di dir di lei, sentendoti quello medesimo aver fatto che ella fatto avea? Certo niuna altra cosa vi t’induceva se non che voi siete tutte così fatte, e con l’altrui colpe guatate di ricoprire i vostri falli: che venir possa fuoco da cielo che tutte v’arda, generazion pessima che voi siete!”

La donna, veggendo che egli nella prima giunta altro male che di parole fatto non l’avea e parendole conoscere lui tutto gongolare per ciò che per man tenea un così bel giovinetto, prese cuore e disse: “Io ne son molto certa che tu vorresti che fuoco venisse da cielo che tutte ci ardesse, sì come colui che se’ così vago di noi come il can delle mazze; ma alla croce di Dio egli non ti verrà fatto. Ma volentieri farei un poco ragione con esso teco per sapere di che tu ti ramarichi: e certo io starei pur bene se tu alla moglie d’Ercolano mi volessi agguagliare, la quale è una vecchia picchiapetto spigolistra e ha da lui ciò che ella vuole, e tienla cara come si dee tener moglie, il che a me non avviene. Ché, posto che io sia da te ben vestita e ben calzata, tu sai bene come io sto d’altro e quanto tempo egli ha che tu non giacesti con meco; e io vorrei innanzi andar con gli stracci indosso e scalza e esser ben trattata da te nel letto, che aver tutte queste cose trattandomi come tu mi tratti. E intendi sanamente, Pietro, che io son femina come l’altre e ho voglia di quel che l’altre, sì che, perché io me ne procacci, non avendone da te, non è da dirmene male: almeno ti fo io cotanto d’onore, che io non mi pongo né con ragazzi né con tignosi.”

Pietro s’avide che le parole non eran per venir meno in tutta notte; per che, come colui che poco di lei curava, disse: “Or non più, donna: di questo ti contenterò io bene; farai tu gran cortesia di fare che noi abbiamo da cena qualche cosa, ché mi pare che questo garzone altressì, ben com’io, non abbia ancor cenato.”

“Certo no, “ disse la donna “che egli non ha ancor cenato; ché quando tu nella tua malora venisti ci ponavam noi a tavola per cenare.”

“Or va dunque, “ disse Pietro “fa che noi ceniamo, e appresso io disporrò di questa cosa in guisa che tu non t’avrai che ramaricare.”

La donna levata sù, udendo il marito contento, prestamente fatta rimetter la tavola, fece venir la cena la quale apparecchiata avea, e insieme col suo cattivo marito e col giovane lietamente cenò.

Dopo la cena quello che Pietro si divisasse a sodisfacimento di tutti e tre m’è uscito di mente; so io ben cotanto, che la mattina vegnente infino in su la Piazza fu il giovane, non assai certo qual più stato si fosse la notte o moglie o marito, accompagnato. Per che così vi vo’ dire, donne mie care, che chi te la fa, fagliele; e se tu non puoi, tienloti a mente fin che tu possa, acciò che quale asino dà in parete tal riceva. – 

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011