Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

Edizione elettronica di riferimento:

© Biblioteca Italiana 1976-2003

Novella settima

Teodoro, innamorato della Violante figliuola di messere Amerigo suo signore,

la ’ngravida ed è alle forche condannato; alle quali frustandosi essendo menato,

dal padre riconosciuto e prosciolto, prende per moglie la Violante.

Le donne, le quali tutte temendo stavan sospese a udire se i due amanti fossero arsi, udendogli scampati, lodando Idio tutte si rallegrarono; e la reina, udita la fine, alla Lauretta lo ’ncarico impose della seguente; la quale lietamente prese a dire:

 – Bellissime donne, al tempo che il buon re Guiglielmo la Cicilia reggeva, era nell’isola un gentile uomo chiamato messer Amerigo Abate da Trapani, il quale, tra gli altri ben temporali, era di figliuoli assai ben fornito. Per che, avendo di servidori bisogno e venendo galee di corsari genovesi di Levante, li quali corseggiando l’Erminia molti fanciulli avevan presi, di quegli, credendogli turchi, alcuni comperò; tra’ quali, quantunque tutti gli altri paressero pastori, n’era uno il quale gentilesco e di migliore aspetto che alcuno altro pareva, e era chiamato Teodoro. Il quale, crescendo, come che egli a guisa di servo trattato fosse nella casa pur co’ figliuoli di messere Amerigo si crebbe; e traendo più alla natura di lui che all’accidente, cominciò a esser costumato e di bella maniera, in tanto che egli piaceva sì a messere Amerigo, che egli il fece franco; e credendo che turchio fosse, il fé battezzare e chiamar Pietro e sopra i suoi fatti il fece il maggiore, molto di lui confidandosi.

Come gli altri figliuoli di messere Amerigo, così similmente crebbe una sua figliuola chiamata Violante, bella e dilicata giovane, la quale, sopratenendola il padre a maritare, s’innamorò per avventura di Pietro; e amandolo e faccendo de’ suoi costumi e delle sue opere grande stima, pur si vergognava di discovrirgliele. Ma Amore questa fatica le tolse, per ciò che, avendo Pietro più volte cautamente guatatala, sì era di lei innamorato, che bene alcun non sentiva se non quanto la vedea; ma forte temea non di questo alcun s’accorgesse, parendogli far men che bene; di che la giovane, che volentier lui vedeva, s’avide, e per dargli più sicurtà contentissima, sì come era, se ne mostrava. E in questo dimorarono assai, non attentandosi di dire l’uno all’altro alcuna cosa, quantunque molto ciascuno il disiderasse.

Ma mentre che essi così parimente nell’amorose fiamme accesi ardevano, la fortuna, come se diliberato avesse questo voler che fosse, loro trovò via da cacciare la temorosa paura che gl’impediva. Aveva messere Amerigo, fuor di Trapani forse un miglio, un suo molto bel luogo, al quale la donna sua con la figliuola e con altre femine e donne era usata sovente d’andare per via di diporto; dove essendo un giorno, che era il caldo grande, andate e avendo seco menato Pietro e quivi dimorando, avvenne, sì come noi veggiamo talvolta di state avvenire, che subitamente il cielo si chiuse d’oscuri nuvoli; per la qual cosa la donna con la sua compagnia, acciò che il malvagio tempo non le cogliesse quivi, si misero in via per tornare in Trapani, e andavanne ratti quanto potevano.

Ma Pietro, che giovane era, e la fanciulla similemente avanzavano nell’andare la madre di lei e l’altre compagne assai, forse non meno da amor sospinti che da paura di tempo: e essendo già tanto entrati innanzi alla donna e agli altri, che appena si vedevano, avvenne che dopo molti tuoni subitamente una gragnuola grossissima e spessa cominciò a venire, la quale la donna con la sua compagnia fuggì in casa d’un lavoratore. Pietro e la giovane, non avendo più presto rifugio, se n’entrarono in una chiesetta antica e quasi tutta caduta, nella quale persona non dimorava; e in quella sotto un poco di tetto, che ancora rimaso v’era, si ristrinsono amenduni, e costrinsegli la necessità del poco coperto a toccarsi insieme; il qual toccamento fu cagione di rassicurare un poco gli animi a aprire gli amorosi disii.

E prima cominciò Pietro a dire: “Or volesse Idio che mai, dovendo io stare come io sto, questa grandine non ristesse!”

E la giovane disse: “Ben mi sarebbe caro!”

E da queste parole vennero a pigliarsi per mano e strignersi, e da questo a abracciarsi e poi a basciarsi, grandinando tuttavia; e acciò che io ogni particella non racconti, il tempo non si racconciò prima che essi, l’ultime dilettazioni d’amor conosciute, a dover segretamente l’un dell’altro aver piacere ebbero ordine dato. Il tempo malvagio cessò, e all’entrar della città, che vicina era, aspettata la donna, con lei a casa se ne tornarono. Quivi alcuna volta, con assai discreto ordine e segreto, con gran consolazione insieme si ritrovarono; e sì andò la bisogna che la giovane ingravidò, il che molto fu e all’uno e all’altro discaro; per che ella molte arti usò per dovere contro al corso della natura disgravidare, né mai le poté venir fatto.

Per la qual cosa Pietro, della vita di se medesimo temendo, diliberato di fuggirsi, gliele disse; la quale udendolo disse: “Se tu ti parti, senza alcun fallo io m’ucciderò.”

A cui Pietro, che molto l’amava, disse: “Come vuoi tu, donna mia, che io qui dimori? La tua gravidezza scoprirà il fallo nostro: a te fia perdonato leggiermente, ma io misero sarò colui a cui del tuo peccato e del mio converrà portare la pena.”

Al quale la giovane disse: “Pietro, il mio peccato si saprà bene, ma sii certo che il tuo, se tu nol dirai, non si saprà mai.”

Pietro allora disse: “Poi che tu così mi prometti, io starò: ma pensa d’osservarlomi.”

La giovane, che quanto più potuto aveva la sua pregnezza tenuta aveva nascosa, veggendo, per lo crescer che ’l corpo facea, più non poterla nascondere, con grandissimo pianto un dì il manifestò alla madre, lei per la sua salute pregando. La donna, dolente senza misura, le disse una gran villania e da lei volle sapere come andata fosse la cosa. La giovane, acciò che a Pietro non fosse fatto male, compose una sua favola, in altre forme la verità rivolgendo. La donna la si credette, e per celare il difetto della figliuola a una lor possessione ne la mandò.

Quivi, sopravenuto il tempo del partorire, gridando la giovane come le donne fanno, non avvisandosi la madre di lei che quivi messer Amerigo, che quasi mai usato non era, dovesse venire, avvenne che, tornando egli da uccellare e passando lunghesso la camera dove la figliuola gridava, maravigliandosi, subitamente entrò dentro e domandò che questo fosse. La donna, veggendo il marito sopravenuto, dolente levatasi, ciò che alla figliuola era intervenuto gli raccontò; ma egli, men presto a creder che la donna non era stata, disse ciò non dovere esser vero che ella non sapesse di cui gravida fosse, e per ciò del tutto il voleva sapere, e dicendolo essa potrebbe la sua grazia racquistare: se non, pensasse senza alcuna misericordia di morire. La donna s’ingegnò, in quanto poteva, di dover fare stare contento il marito a quello che ella aveva detto, ma ciò era niente.

Egli, salito in furore, con la spada ignuda in mano sopra la figliuola corse, la quale mentre di lei il padre teneva in parole aveva un figliuol maschio partorito, e disse: “O tu manifesta di cui questo parto si generasse, o tu morrai senza indugio.”

La giovane, la morte temendo, rotta la promessa fatta a Pietro, ciò che tra lui e lei stato era tutto aperse; il che udendo il cavaliere e fieramente divenuto fellone, appena d’ucciderla si ritenne; ma poi che quello che l’ira gli apparecchiava detto l’ebbe, rimontato a cavallo a Trapani se ne venne e a uno messer Currado, che per lo re v’era capitano, la ingiuria fattagli da Pietro contatagli, subitamente, non guardandosene egli, il fé pigliare; e, messolo al martorio, ogni cosa fatta confessò.

E essendo dopo alcun dì dal capitano condannato che per la terra frustato fosse e poi appiccato per la gola, acciò che una medesima ora togliesse di terra i due amanti e il lor figliuolo, messere Amerigo, al quale per avere a morte condotto Pietro non era l’ira uscita, mise veleno in un nappo con vino e quello diede a un suo famigliare e un coltello ignudo con esso, e disse: “Va con queste due cose alla Violante e sì le dì da mia parte che prestamente prenda qual vuole l’una di queste due morti, o del veleno o del ferro: se non, che io nel cospetto di quanti cittadini ci ha la farò ardere sì come ella ha meritato; e fatto questo, piglierai il figliuolo pochi dì fa da lei partorito e, percossogli il capo al muro, il gitta a mangiare a’ cani.” Data dal fiero padre questa crudel sentenzia contro alla figliuola e al nepote, il famigliare, più a male che a ben disposto, andò via.

Pietro condennato, essendo da’ famigliari menato alle forche frustando, passò, sì come a color che la brigata guidavano piacque, davanti a uno albergo dove tre nobili uomini d’Erminia erano, li quali dal re d’Erminia a Roma ambasciadori eran mandati a trattar col Papa di grandissime cose per un passaggio che far si dovea, quivi smontati per rinfrescarsi e riposarsi alcun dì e molto stati onorati da’ nobili uomini di Trapani e spezialmente da messere Amerigo. Costoro, sentendo passare coloro che Pietro menavano, vennero a una finestra a vedere.

Era Pietro dalla cintura in sù tutto ignudo e con le mani legate di dietro; il quale riguardando l’uno de’ tre ambasciadori, che uomo antico era e di grande autorità, nominato Fineo, gli vide nel petto una gran macchia di vermiglio, non tinta ma naturalmente nella pelle infissa, a guisa che quelle sono che le donne qua chiamano ’rose’. La qual veduta, subitamente nella memoria gli corse un suo figliuolo, il quale, già erano quindici anni passati, da’ corsali gli era stato sopra la marina di Laiazzo tolto, né mai n’aveva potuta saper novella. E considerando l’età del cattivello che frustato era, avvisò, se vivo fosse il suo figliuolo, dovere di cotale età essere di quale colui pareva; e cominciò a sospicar per quel segno non costui desso fosse; e pensossi, se desso fosse, lui ancora doversi del nome suo e di quel del padre e della lingua ermina ricordare.

Per che, come gli fu vicino, chiamò: “O Teodoro!”

La qual voce Pietro udendo, subitamente levò il capo: al quale Fineo in ermino parlando disse: “Onde fosti? e cui figliuolo?”

Li sergenti che il menavano, per reverenza del valente uomo, il fermarono, sì che Pietro rispose: “Io fui d’Erminia, figliuolo d’uno che ebbe nome Fineo, qua piccol fanciul trasportato da non so che gente.”

Il che Fineo udendo, certissimamente conobbe lui essere il figliuolo che perduto avea: per che piagnendo co’ suoi compagni discese giuso e lui tra tutti i sergenti corse a abracciare; e gittatogli addosso un mantello d’un ricchissimo drappo che indosso avea, pregò colui che a guastare il menava che gli piacesse d’attender tanto quivi, che di doverlo rimenare gli venisse il comandamento. Colui rispose che l’attenderebbe volentieri.

Aveva già Fineo saputa la cagione per che costui era menato a morire, sì come la fama l’aveva portata per tutto; per che prestamente co’ suoi compagni e con la loro famiglia n’ando a messer Currado, e sì gli disse: “Messere, colui il quale voi mandate a morir come servo è libero uomo e mio figliuolo, e è presto di torre per moglie colei la qual si dice che della sua virginità ha privata; e però piacciavi di tanto indugiare la essecuzione che saper si possa se ella lui vuol per marito, acciò che contro alla legge, dove ella il voglia, non vi troviate aver fatto.”

Messer Currado, udendo colui esser figliuolo di Fineo si maravigliò; e vergognatosi alquanto del peccato della fortuna, confessato quello esser vero che diceva Fineo, prestamente il fé ritornare a casa, e per messer Amerigo mandò e queste cose gli disse. Messer Amerigo, che già credeva la figliuola e ’l nepote esser morti, fu il più dolente uom del mondo di ciò che fatto avea, conoscendo dove morta non fosse si poteva molto bene ogni cosa stata emendare: ma nondimeno mandò correndo là dove la figliuola era, acciò che, se fatto non fosse il suo comandamento, non si facesse. Colui che andò, trovò il famigliare stato da messer Amerigo mandato, che, avendole il coltello e ’l veleno posto innanzi, perché ella così tosto non eleggeva, le diceva villania e volevala costrignere di pigliar l’uno; ma udito il comandamento del suo signore, lasciata star lei, a lui se ne ritornò e gli disse come stava l’opera. Di che messer Amerigo contento, andatosene là dove Fineo era, quasi piagnendo, come seppe il meglio di ciò che intervenuto era si scusò e domandonne perdono, affermando sé, dove Teodoro la sua figliuola per moglie volesse, esser molto contento di dargliele.

Fineo ricevette le scuse volentieri e rispose: “Io intendo che mio figliuolo la vostra figliuola prenda; e dove egli non volesse, vada innanzi la sentenzia letta di lui.”

Essendo adunque e Fineo e messer Amerigo in concordia, là ove Teodoro era ancora tutto pauroso della morte e lieto d’avere il padre ritrovato il domandarono intorno a questa cosa del suo volere. Teodoro udendo che la Violante, dove egli volesse, sua moglie sarebbe, tanta fu la sua letizia, che d’Inferno gli parve saltare in Paradiso, e disse che questo gli sarebbe grandissima grazia dove a ciascun di lor piacesse. Mandossi adunque alla giovane a sentire del suo volere: la quale, udendo ciò che di Teodoro era avvenuto e era per avvenire, dove più dolorosa che altra femina la morte aspettava, dopo molto, alquanta fede prestando alle parole, un poco si rallegrò e rispose che, se ella il suo disidero di ciò seguisse, niuna cosa più lieta le poteva avvenire che d’esser moglie di Teodoro, ma tuttavia farebbe quello che il padre le comandasse. Così adunque in concordia fatta sposare la giovane, festa si fece grandissima con sommo piacere di tutti i cittadini.

La giovane, confortandosi e faccendo nudrire il suo piccol figliuolo, dopo non molto tempo ritornò più bella che mai; e levata del parto e davanti a Fineo, la cui tornata da Roma s’aspettò, venuta, quella reverenzia gli fece che a padre: e egli, forte contento di sì bella nuora, con grandissima festa e allegrezza fatte fare le lor nozze, in luogo di figliuola la ricevette e poi sempre la tenne. E dopo alquanti dì il suo figliuolo e lei e il suo picciol nepote, montati in galea, seco ne menò a Laiazzo, dove con riposo e con pace de’ due amanti, quanto la vita lor durò, dimorarono. – 

Indice Biblioteca Progetto Boccaccio Decameron - giornata quinta - novella sesta  giornata quinta novella ottava

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011