Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata quinta

Novella quinta

Guidotto da Cremona lascia a Giacomin da Pavia una fanciulla,

e muorsi; la quale Giannol di Severino e Minghino di Mingole

amano in Faenza; azzuffansi insieme; riconoscesi la fanciulla

esser sirocchia di Giannole, e dassi per moglie a Minghino.

 Aveva ciascuna donna, la novella dell’usignuolo ascoltando, tanto riso, che ancora, quantunque Filostrato ristato fosse di novellare, non per ciò esse di ridere si potevan tenere. Ma pur, poi che alquanto ebbero riso, la reina disse: –  Sicuramente, se tu ieri ci affligesti, tu ci hai oggi tanto dileticate, che niuna meritamente di te si dee ramaricare. –  E avendo a Neifile le parole rivolte, le ’mpose che novellasse; la quale lietamente così cominciò a parlare:

 – Poi che Filostrato ragionando in Romagna è intrato, a me per quella similmente gioverà d’andare alquanto spaziandomi col mio novellare.

Dico adunque che già nella città di Fano due lombardi abitarono, de’ quali l’un fu chiamato Guidotto da Cremona e l’altro Giacomin da Pavia, uomini omai attempati e stati nella lor gioventudine quasi sempre in fatti d’arme e soldati. Dove, venendo a morte Guidotto e niun figliuolo avendo né altro amico o parente di cui più si fidasse che di Giacomin facea, una sua fanciulla d’età forse di diece anni e ciò che egli al mondo avea, molto de’ suoi fatti ragionatogli, gli lasciò e morissi.

Avvenne in questi tempi che la città di Faenza, lungamente in guerra e in mala ventura stata, alquanto in miglior disposizion ritornò, e fu a ciascun che ritornar vi volesse liberamente conceduto il potervi tornare; per la qual cosa Giacomino, che altra volta dimorato v’era e piacendogli la stanza, là con ogni sua cosa si tornò, e seco ne menò la fanciulla lasciatagli da Guidotto, la quale egli come propria figliuola amava e trattava.

La quale crescendo divenne bellissima giovane quanto alcuna altra che allora fosse nella città; e così come era bella, era costumata e onesta: per la qual cosa da diversi fu cominciata a vagheggiare, ma sopra tutti due giovani assai leggiadri e da bene igualmente le posero grandissimo amore, in tanto che per gelosia insieme s’incominciarono a avere in odio fuor di modo: e chiamavasi l’uno Giannole di Severino e l’altro Minghino di Mingole. Né era alcun di loro, essendo ella d’età di quindici anni, che volentier non l’avesse per moglie presa se da’ suoi parenti fosse stato sofferto: per che, veggendolasi per onesta cagion vietare, ciascuno a doverla, in quella guisa che meglio potesse, avere si diede a procacciare.

Aveva Giacomino in casa una fante attempata e un fante che Crivello aveva nome, persona sollazzevole e amichevole assai: col quale Giannole dimesticatosi molto, quando tempo gli parve, ogni suo amor discoperse pregandolo che a dovere il suo disidero ottenere gli fosse favorevole, gran cose se ciò facesse promettendogli. Al quale Crivello disse: “Vedi, in questo io non potrei per te altro adoperare se non che, quando Giacomino andasse in alcuna parte a cenare, metterti là dove ella fosse, per ciò che, volendole io dir parole per te, ella non mi starebbe mai a ascoltare. Questo, s’el ti piace, io il ti prometto e farollo; fa tu poi, se tu sai, quello che tu creda che bene stea.”

Giannole disse che più non volea e in questa concordia rimase.

Minghino d’altra parte aveva dimesticata la fante e con lei tanto adoperato, che ella avea più volte ambasciate portate alla fanciulla e quasi del suo amor l’aveva accesa; e oltre a questo gli aveva promesso di metterlo con lei come avvenisse che Giacomino per alcuna cagione da sera fuori di casa andasse.

Avvenne adunque, non molto tempo appresso queste parole, che, opera di Crivello, Giacomino andò con un suo amico a cenare; e fattolo sentire a Giannole, compose con lui che, quando un certo cenno facesse, egli venisse e troverebbe l’uscio aperto. La fante d’altra parte, niente di questo sappiendo, fece sentire a Minghino che Giacomino non vi cenava, e gli disse che presso della casa dimorasse, sì che quando vedesse un segno ch’ella farebbe, egli venisse e entrassesene dentro. Venuta la sera, non sappiendo i due amanti alcuna cosa l’un dell’altro, ciascun sospettando dell’altro, con certi compagni armati a dovere entrare in tenuta andò: Minghino co’ suoi a dovere il segno aspettar si ripose in casa d’un suo amico vicin della giovane, Giannole co’ suoi alquanto dalla casa stette lontano.

Crivello e la fante, non essendovi Giacomino, s’ingegnavano di mandare l’un l’altro via. Crivello diceva alla fante: “Come non ti vai tu a dormire oramai? che ti vai tu pure avviluppando per casa?”

E la fante diceva a lui: “Ma tu perché non vai per signorto? che aspetti tu oramai qui, poi hai cenato?”

E così l’uno non poteva l’altro far mutar di luogo.

Ma Crivello, conoscendo l’ora posta con Giannole esser venuta, disse seco: “Che curo io di costei? Se ella non starà cheta, ella potrà aver delle sue”; e fatto il segno posto andò a aprir l’uscio, e Giannole prestamente venuto con due de’ compagni andò dentro, e trovata la giovane nella sala la presono per menarla via. La giovane cominciò a resistere e a gridar forte, e la fante similmente; il che sentendo Minghino prestamente co’ suoi compagni là corse, e veggendo la giovane già fuor dell’uscio tirare, tratte le spade fuori, gridaron tutti: “Ahi traditori, voi siete morti; la cosa non andrà così: che forza è questa?”; e questo detto gl’incominciarono a ferire.

E d’altra parte la vicinanza uscita fuori al romore e co’ lumi e con arme, cominciarono questa cosa a biasimare e a aiutar Minghino; per che, dopo lunga contesa, Minghino tolse la giovane a Giannole e rimisela in casa di Giacomino. Né prima si partì la mischia, che i sergenti del capitan della terra vi sopragiunsero e molti di costor presero: e tra gli altri furon presi Minghino e Giannole e Crivello, e in prigione menatine. Ma poi racquietata la cosa e Giacomino essendo tornato e di questo accidente molto malinconoso, essaminando come stato fosse e trovato che in niuna cosa la giovane aveva colpa, alquanto si diè più pace, proponendo seco, acciò che più simil caso non avvenisse, di doverla come più tosto potesse maritare.

La mattina venuta, i parenti dell’una parte e dell’altra, avendo la verità del fatto sentita e conoscendo il male che a’ presi giovani ne poteva seguire volendo Giacomino quello adoperare che ragionevolmente avrebbe potuto, furono a lui e con dolci parole il pregarono che alla ingiuria ricevuta dal poco senno de’ giovani non guardasse tanto, quanto all’amore e alla benivolenza la qual credevano che egli a loro che il pregavano portasse, offerendo appresso se medesimi e i giovani che il male avevan fatto a ogni ammenda che a lui piacesse di prendere.

Giacomino, il quale de’ suoi dì assai cose vedute avea e era di buon sentimento, rispose brievemente: “Signori, se io fossi a casa mia come io sono alla vostra, mi tengo io sì vostro amico, che né di questo né d’altro io non farei se non quanto vi piacesse; e oltre a questo più mi debbo a’ vostri piaceri piegare in quanto voi a voi medisimi avete offeso, per ciò che questa giovane, forse come molti stimano, non è da Cremona né da Pavia, anzi è faentina, come che io né ella né colui da cui io l’ebbi non sapessimo mai di cui si fosse figliuola: per che di quello che pregate tanto sarà per me fatto quanto me ne imporrete.”

I valenti uomini, udendo costei essere di Faenza, si maravigliarono; e rendute grazie a Giacomino della sua liberale risposta, il pregarono che gli piacesse di dover loro dire come costei alle mani venuta gli fosse e come sapesse lei essere faentina; a’ quali Giacomin disse: “Guidotto da Cremona fu mio compagno e amico; e venendo a morte mi disse che quando questa città da Federigo imperadore fu presa, andatoci a ruba ogni cosa, egli entrò co’ suoi compagni in una casa e quella trovò di roba piena esser dagli abitanti abandonata, fuor solamente da questa fanciulla, la qual, d’età di due anni o in quel torno, lui sagliente su per le scale chiamò padre. Per la qual cosa a lui venuta di lei compassione, insieme con tutte le cose della casa seco ne la portò a Fano: e quivi morendo, con ciò che egli avea costei mi lasciò, imponendomi che quando tempo fosse io la maritassi e quello che stato fosse suo le dessi in dota. E venuta nella età da marito, non m’è venuto fatto di poterla dare a persona che mi piaccia: fare’l volentieri anzi che altro caso simile a quel d’iersera me ne avvenisse.”

Era quivi intra gli altri un Guiglielmino da Medicina, che con Guidotto era stato a questo fatto e molto ben sapeva la cui casa stata fosse quella che Guidotto avea rubata; e vedendolo ivi tra gli altri, gli s’accostò e disse: “Bernabuccio, odi tu ciò che Giacomin dice?”

Disse Bernabuccio: “Sì, e testé vi pensava più, per ciò che io mi ricordo che in quegli rimescolamenti io perdei una figlioletta di quella età che Giacomin dice.”

A cui Guiglielmin disse: “Per certo questa è dessa, per ciò che io mi trovai già in parte ove io udii a Guidotto divisare dove la ruberia avesse fatta e conobbi che la tua casa era stata; e per ciò ramemorati se a alcun segnale riconoscerla credessi e fanne cercare, ché tu troverai fermamente che ella è tua figliuola.”

Per che pensando Bernabuccio si ricordò lei dovere avere una margine a guisa d’una crocetta sovra l’orecchia sinistra, stata d’una nascenza che fatta gli avea poco davanti a quello accidente tagliare: per che, senza alcuno indugio pigliare, accostatosi a Giacomino che ancora era quivi, il pregò che in casa sua il menasse e veder gli facesse questa giovane. Giacomino il vi menò volentieri e lei fece venire dinanzi da lui. La quale come Bernabuccio vide, così tutto il viso della madre di lei, che ancora bella donna era, gli parve vedere; ma pur, non stando a questo, disse a Giacomino che di grazia voleva da lui poterle un poco levare i capelli sopra la sinistra orecchia, di che Giacomino fu contento. Bernabuccio, accostatosi a lei che vergognosamente stava, levati con la man dritta i capelli, la croce vide; laonde veramente conoscendo lei essere la sua figliuola teneramente cominciò a piagnere e a abbracciarla, come che ella si contendesse.

E volto a Giacomin disse: “Fratel mio, questa è mia figliuola; la mia casa fu quella che fu da Guidotto rubata, e costei nel furor subito vi fu dentro dalla mia donna e sua madre dimenticata, e infino a qui creduto abbiamo che costei nella casa, che mi fu quel dì stesso arsa, ardesse.”

La giovane, udendo questo e vedendo l’uomo attempato e dando alle parole fede e da occulta vertù mossa, sostenendo li suoi abbracciamenti, con lui teneramente cominciò a piagnere. Bernabuccio di presente mandò per la madre di lei e per altre sue parenti e per le sorelle e per li fratelli di lei; e a tutti mostratala e narrando il fatto, dopo mille abbracciamenti, fatta la festa grande, essendone Giacomino forte contento, seco a casa sua ne la menò.

Saputo questo il capitano della città, che valoroso uomo era, e conoscendo che Giannole, cui preso tenea, figliuolo era di Bernabuccio e fratel carnal di costei, avvisò di volersi del fallo commesso da lui mansuetamente passare: e intromessosi in queste cose, con Bernabuccio e con Giacomino insieme a Giannole e a Minghino fece far pace; e a Minghino con gran piacer di tutti i suoi parenti diede per moglie la giovane, il cui nome era Agnesa, e con loro insieme liberò Crivello e gli altri che impacciati v’erano per questa cagione.

E Minghino appresso lietissimo fece le nozze belle e grandi, e a casa menatalasi, con lei in pace e in bene poscia più anni visse. – 

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011