Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata quarta

Conclusione

Se le prime novelle li petti delle vaghe donne avevano contristati, questa ultima di Dioneo le fece ben tanto ridere, e spezialmente quando disse lo stradicò aver l’uncino attaccato, che esse si poterono della compassione avuta dell’altre ristorare. Ma veggendo il re che il sole cominciava a farsi giallo e il termine della sua signoria era venuto, con assai piacevoli parole alle belle donne si scusò di ciò che fatto avea, cioè d’aver fatto ragionare di materia così fiera come è quella della infelicità degli amanti; e fatta la scusa, in piè si levò e della testa si tolse la laurea, e aspettando le donne a cui porre la dovesse, piacevolemente sopra il capo biondissimo della Fiammetta la pose dicendo: – Io pongo a te questa corona sì come a colei la quale meglio dell’aspra giornata d’oggi, che alcuna altra, con quella di domane queste nostre compagne racconsolar saprai. – 

La Fiammetta, li cui capelli eran crespi, lunghi e d’oro e sopra li candidi e dilicati omeri ricadenti e il viso ritondetto con un color vero di bianchi gigli e di vermiglie rose mescolati tutto splendido, con due occhi in testa che parean d’un falcon pellegrino e con una boccuccia piccolina li cui labbri parevan due rubinetti, sorridendo rispose: –  Filostrato, e io la prendo volentieri; e acciò che meglio t’aveggi di quel che fatto hai, infino a ora voglio e comando che ciascun s’apparecchi di dover doman ragionare di ciò che a alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse. – La qual proposizione a tutti piacque: e essa, fattosi il siniscalco venire e delle cose oportune con lui insieme avendo disposto, tutta la brigata da seder levandosi per infino all’ora della cena lietamente licenziò.

Costoro adunque, parte per lo giardino, la cui bellezza non era da dover troppo tosto rincrescere, e parte verso le mulina che fuor di quel macinavano, e chi qua e chi là, a prender secondo i diversi appetiti diversi diletti si diedono infino all’ora della cena. La qual venuta, tutti raccolti, come usati erano, appresso della bella fonte con grandissimo piacere e ben serviti cenarono. E da quella levatisi, sì come usati erano, al danzare e al cantar si diedono; e menando Filomena la danza disse la reina: –  Filostrato, io non intendo deviare da’ miei passati; ma sì come essi hanno fatto così intendo che per lo mio comandamento si canti una canzone; e per ciò che io son certa che tali sono le tue canzoni chenti sono le tue novelle, acciò che più giorni che questo non sien turbati de’ tuoi infortunii, vogliamo che una ne dichi qual più ti piace. – 

Filostrato rispose che volentieri; e senza indugio in cotal guisa cominciò a cantare:

Lagrimando dimostro

quanto si dolga con ragione il core

d’esser tradito sotto fede Amore.

Amore, allora che primieramente

ponesti in lui colei per cui sospiro,

senza sperar salute,

sì piena la mostrasti di virtute,

che lieve reputava ogni martiro,

che per te nella mente,

ch’è rimasa dolente,

fosse venuto; ma il mio errore

ora conosco, e non senza dolore.

Fatto m’ha conoscente dello ’nganno

vedermi abbandonato da colei,

in cui sola sperava;

ch’allora ch’i’ più esser mi pensava

nella sua grazia e servidore a lei,

senza mirare al danno

del mio futuro affanno,

m’accorsi lei aver l’altrui valore

dentro raccolto, e me cacciato fore.

Com’io conobbi me di fuor cacciato,

nacque nel core un pianto doloroso,

che ancor vi dimora,

e spesso maladico il giorno e l’ora

che pria m’apparve il suo viso amoroso

d’alta biltate ornato,

e più che mai ’nfiammato.

La fede mia, la speranza e l’ardore

va bestemmiando l’anima che more.

Quanto ’l mio duol senza conforto sia,

signor, tu ’ puoi sentir, tanto ti chiamo

con dolorosa voce:

e dicoti che tanto e sì mi cuoce,

che per minor martir la morte bramo.

Venga dunque, e la mia

vita crudele e ria

termini col suo colpo, e ’l mio furore;

ch’ove ch’io vada, il sentirò minore.

Null’altra via, niuno altro conforto

mi resta più che morte alla mia doglia.

Dallami dunque omai;

pon fine, Amor, con essa alli miei guai,

e ’l cor di vita sì misera spoglia.

Deh fallo, poi ch’a torto

m’è gioi tolta e diporto.

Fa’ costei lieta, morend’io, signore,

come l’hai fatta di nuovo amadore.

Ballata mia, se alcun non t’appara,

io non men curo, per ciò che nessuno,

com’io, ti può cantare.

Una fatica sola ti vo’dare,

che tu ritruovi Amore, e a lui sol uno,

quanto mi sia discara

la trista vita amara

dimostri a pien, pregandol che ’n migliore

porto ne ponga per lo suo onore.

Dimostrarono le parole di questa canzone assai chiaro qual fosse l’animo di Filostrato, e la cagione; e forse più dichiarato l’avrebbe l’aspetto di tal donna nella danza era, se le tenebre della sopravvenuta notte il rossore nel viso di lei venuto non avesser nascoso. Ma poi che egli ebbe a quella posta fine, molte altre cantate ne furono infino a tanto che l’ora dell’andare a dormire sopravenne; per che, comandandolo la reina, ciascuno alla sua camera si raccolse.

Finisce la quarta giornata del Decameron

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011