Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata quarta

Novella quarta

Gerbino, contra la fede data dal re Guglielmo suo avolo, combatte

una nave del re di Tunisi per torre una sua figliuola, la quale uccisa

da quegli che su v’erano, loro uccide, e a lui è poi tagliata la testa.

La Lauretta, fornita la sua novella, taceva, e fra la brigata chi con un chi con un altro della sciagura degli amanti si dolea, e chi l’ira della Ninetta biasimava, e chi una cosa e chi altra diceva; quando il re, quasi da profondo pensier tolto, alzò il viso e a Elissa fé segno che appresso dicesse; la quale umilmente incominciò:

 – Piacevoli donne, assai son coloro che credono Amor solamente dagli occhi acceso le sue saette mandare, coloro schernendo che tener vogliono che alcun per udita si possa innamorare; li quali essere ingannati assai manifestamente apparirà in una novella la qual dire intendo, nella quale non solamente ciò la fama, senza aversi veduto giammai, avere operato vedrete ma ciascuno a misera morte aver condotto vi fia manifesto.

Guiglielmo secondo, re di Cicilia, come i ciciliani vogliono, ebbe due figliuoli, l’uno maschio e chiamato Ruggieri, l’altro femina, chiamata Gostanza. Il quale Ruggieri, anzi che il padre morendo, lasciò un figliuolo nominato Gerbino, il quale, dal suo avolo con diligenzia allevato, divenne bellissimo giovane e famoso in prodezza e in cortesia. Né solamente dentro a’ termini di Cicilia stette la sua fama racchiusa ma in varie parti del mondo sonando in Barberia era chiarissima, la quale in quei tempi al re di Cicilia tributaria era. E tra gli altri alle cui orecchi la magnifica fama delle virtù e della cortesia del Gerbin venne, fu a una figliuola del re di Tunisi, la qual, secondo che ciascun che veduta l’aveva ragionava, era una delle più belle creature che mai dalla natura fosse stata formata, e la più costumata e con nobile e grande animo. La quale, volentieri de’ valorosi uomini ragionare udendo, con tanta affezione le cose valorosamente operate dal Gerbino da uno e da un altro raccontate raccolse, e sì le piacevano, che essa, seco stessa imaginando come fatto esser dovesse, ferventemente di lui s’innamorò, e più volentieri che d’altro di lui ragionava e chi ne ragionava ascoltava.

D’altra parte era, sì come altrove, in Cicilia pervenuta la grandissima fama della bellezza parimente e del valor di lei, e non senza gran diletto né invano gli orecchi del Gerbino aveva tocchi: anzi, non meno che di lui la giovane infiammata fosse, lui di lei aveva infiamato. Per la qual cosa infino a tanto che con onesta cagione dall’avolo d’andare a Tunisi la licenzia impetrasse, disideroso oltre modo di vederla, a ogni suo amico che là andava imponeva che a suo potere il suo segreto e grande amor facesse, per quel modo che migliore gli paresse, sentire e di lei novelle gli recasse. De’ quali alcuno sagacissimamente il fece, gioie da donne portandole, come i mercatanti fanno, a vedere; e interamente l’ardore del Gerbino apertole, lui e le sue cose a’ suoi comandamenti offerse apparecchiate. La quale con lieto viso e l’ambasciadore e l’ambasciata ricevette: e rispostovi che egli di pari amore ardeva, una delle sue più care gioie in testimonianza di ciò gli mandò. La quale il Gerbino con tanta allegrezza ricevette, con quanta qualunque cara cosa ricever si possa, e a lei per costui medesimo più volte scrisse e mandò carissimi doni, con lei certi trattati tenendo da doversi, se la fortuna conceduto l’avesse, vedere e toccare.

Ma andando le cose in questa guisa e un poco più lunghe che bisognato non sarebbe, ardendo d’una parte la giovane e d’altra il Gerbino, avvenne che il re di Tunisi la maritò al re di Granata: di che ella fu crucciosa oltre modo, pensando che non solamente per lunga distanzia al suo amante s’allontanava ma che quasi del tutto tolta gli era; e se modo veduto avesse, volentieri, acciò che questo avvenuto non fosse, fuggita si sarebbe dal padre e venutasene al Gerbino. Similmente il Gerbino, questo maritaggio sentendo, senza misura ne viveva dolente e seco spesso pensava, se modo veder potesse, di volerla torre per forza se avvenisse che per mare a marito n’andasse.

Il re di Tunisi, sentendo alcuna cosa di questo amore e del proponimento del Gerbino, e del suo valore e della potenzia dubitando, venendo il tempo che mandare ne la dovea, al re Guiglielmo mandò significando ciò che fare intendeva, e che, sicurato da lui che né dal Gerbino né da altri per lui in ciò impedito sarebbe, lo ’ntendeva di fare. Il re Guiglielmo, che vecchio signore era né dello innamoramento del Gerbino aveva alcuna cosa sentita, non immaginandosi che per questo adomandata fosse tal sicurtà, liberamente la concedette e in segno di ciò mandò al re di Tunisi un suo guanto. Il quale, poi che la sicurtà ricevuta ebbe, fece una grandissima e bella nave nel porto di Cartagine apprestare e fornirla di ciò che bisogno aveva a chi sù vi doveva andare e ornarla e acconciarla per sù mandarvi la figliuola in Granata: né altro aspettava che tempo.

La giovane donna, che tutto questo sapeva e vedeva, occultamente un suo servidore mandò a Palermo e imposegli che il bel Gerbino da sua parte salutasse e gli dicesse come ella infra pochi dì era per andarne in Granata; per che ora si parrebbe se così fosse valente uomo come si diceva e se cotanto l’amasse quanto più volte significato l’avea. Costui, a cui imposta fu, ottimamente fé l’ambasciata e a Tunisi ritornossi. Gerbino, questo udendo e sappiendo che il re Guiglielmo suo avolo data avea la sicurtà al re di Tunisi, non sapeva che farsi: ma pur da amor sospinto, avendo le parole della donna intese e per non parer vile, andatosene a Messina, quivi prestamente fece due galee sottili armare, e messivi sù di valenti uomini con esse sopra la Sardigna n’andò, avvisando quindi dovere la nave della donna passare.

Né fu di lungi l’effetto al suo avviso; per ciò che pochi dì quivi fu stato, che la nave con poco vento, non guari lontana al luogo dove aspettandola riposto s’era, sopravenne: la qual veggendo Gerbino a’ suoi compagni disse: “Signori, se voi così valorosi siete com’io vi tegno, niuno di voi senza aver sentito o sentire amore credo che sia, senza il quale, sì come io meco medesimo estimo, niun mortal può alcuna vertù o bene in sé avere; e se innamorati stati siete o sete, leggier cosa vi fia comprendere il mio disio. Io amo: amor m’indusse a darvi la presente fatica; e ciò che io amo nella nave che qui davanti ne vedete dimora, la quale, insieme con quella cosa che io più disidero, è piena di grandissime ricchezze; le quali, se valorosi uomini siete, con poca fatica, virilmente combattendo, acquistar possiamo. Della qual vittoria io non cerco che in parte mi venga se non una donna, per lo cui amore i’ muovo l’arme: ogni altra cosa sia vostra liberamente infin da ora. Andiamo adunque e bene avventurosamente assagliamo la nave; Idio, alla nostra impresa favorevole, senza vento prestarle la ci tien ferma.”

Non erano al bel Gerbino tante parole bisogno, per ciò che i messinesi che con lui erano, vaghi della rapina, già con l’animo erano a far quello di che il Gerbino gli confortava con le parole; per che, fatto un grandissimo romore nella fine del suo parlare che così fosse, le trombe sonarono e, prese l’armi, dierono de’ remi in acqua e alla nave pervennero. Coloro che sopra la nave erano, veggendo di lontan venir le galee, non potendosi partire, s’apprestarono alla difesa. Il bel Gerbino, a quella pervenuto, fé comandare che i padroni di quella sopra le galee mandati fossero, se la battaglia non voleano. I saracini, certificati chi erano e che domandassero, dissero sé esser contro alla fede lor data dal re da loro assaliti: e in segno di ciò mostrarono il guanto del re Guglielmo e del tutto negaron di mai, se non per battaglia vinti, arrendersi o cosa che sopra la nave fosse lor dare. Gerbino, il quale sopra la poppa della nave veduta aveva la donna troppo più bella assai che egli seco non estimava, infiammato più che prima al mostrar del guanto rispose che quivi non avea falconi al presente perché guanto v’avesse luogo, e per ciò, ove dar non volesser la donna, a ricever la battaglia s’apprestassero. La qual senza più attendere, a saettare e a gittar pietre l’un verso l’altro fieramente incominciarono, e lungamente con danno di ciascuna delle parti in tal guisa combatterono.

Ultimamente, veggendosi Gerbino poco util fare, preso un legnetto che di Sardigna menato aveano e in quel messo fuoco, con amendue le galee quello accostò alla nave. Il che veggendo i saracini e conoscendo sé di necessità o doversi arrendere o morire, fatto sopra coverta la figliuola del re venire, che sotto coverta piagnea, e quella menata alla proda della nave e chiamato il Gerbino, presente agli occhi suoi lei gridante mercé e aiuto svenarono, e in mar gittandola disson: “Togli, noi la ti diamo qual noi possiamo e chente la tua fede l’ha meritata.”

Gerbino, veggendo la crudeltà di costoro, quasi di morir vago, non curando di saetta né di pietra, alla nave si fece accostare; e quivi sù malgrado di quanti ve n’eran montato, non altramenti che un leon famelico nell’armento de’ giovenchi venuto or questo or quello svenando prima co’ denti e con l’unghie la sua ira sazia che la fame, con una spada in mano or questo or quel tagliando de’ saracini crudelmente molti n’uccise Gerbino; e già crescente il fuoco nell’accesa nave, fattone a’ marinari trarre quello che si poté per appagamento di loro, giù se ne scese con poco lieta vittoria de’ suoi avversarii avere acquistata. Quindi, fatto il corpo della bella donna ricoglier di mare, lungamente e con molte lagrime il pianse, e in Cicilia tornandosi, in Ustica, piccioletta isola quasi a Trapani di rimpetto, onorevolmente il fé sepellire; e a casa più doloroso che altro uomo si tornò.

Il re di Tunisi, saputa la novella, suoi ambasciadori di nero vestiti al re Guiglielmo mandò, dogliendosi della fede che gli era stata male observata: e raccontarono il come. Di che il re Guiglielmo turbato forte, né vedendo via da poter lor giustizia negare, ché la dimandavano, fece prendere il Gerbino: e egli medesimo, non essendo alcun de’ baron suoi che con prieghi da ciò si sforzasse di rimuoverlo, il condannò nella testa e in sua presenzia gliele fece tagliare, volendo avanti senza nepote rimanere che esser tenuto re senza fede.

Adunque così miseramente in pochi giorni i due amanti, senza alcun frutto del loro amore aver sentito, di mala morte morirono com’io v’ho detto. – 

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011