Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata terza

Conclusione

Mille fiate o più aveva la novella di Dioneo a rider mosse l’oneste donne, tali e sì fatte lor parevan le sue parole; per che, venuto egli al conchiuder di quella, conoscendo la reina che il termine della sua signoria era venuto, levatasi la laurea di capo, quella assai piacevolemente pose sopra la testa a Filostrato e disse: – Tosto ci avedremo se i’ lupo saprà meglio guidar le pecore che le pecore abbiano i lupi guidati. – 

Filostrato, udendo questo, disse ridendo: – Se mi fosse stato creduto, i lupi avrebbono alle pecore insegnato rimettere il diavolo in inferno non peggio che Rustico facesse a Alibech; e per ciò non ne chiamate lupi, dove voi state pecore non siete: tuttavia, secondo che conceduto mi fia, io reggerò il regno commesso.

A cui Neifile rispose: – Odi, Filostrato: voi avreste, volendo a noi insegnare, potuto apparar senno come apparò Masetto da Lamporecchio dalle monache e riaver la favella a tale ora che l’ossa senza maestro avrebbono apparato a sufolare. – 

Filostrato, conoscendo che falci si trovavan non meno che egli avesse strali, lasciato stare il motteggiare a darsi al governo del regno commesso cominciò: e fattosi il siniscalco chiamare, a che punto le cose fossero tutte volle sentire, e oltre a questo, secondo che avvisò che bene stesse e che dovesse sodisfare alla compagnia, per quanto la sua signoria dovea durare, discretamente ordinò: e quindi, rivolto alle donne, disse: – Amorose donne, per la mia disaventura, poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la bellezza d’alcuna di voi stato sono a Amor subgetto, né l’essere umile né l’essere ubidente né il seguirlo in ciò che per me s’è conosciuto alla seconda in tutti i suoi costumi m’è valuto, che io prima per altro abandonato e poi non sia sempre di male in peggio andato; e così credo che io andrò di qui alla morte. E per ciò non d’altra materia domane mi piace che si ragioni se non di quello che a’ miei fatti è più conforme, cioè di coloro li cui amori ebbero infelice fine, per ciò che io a lungo andar l’aspetto infelicissimo, né per altro il nome, per lo quale voi mi chiamate, da tale che seppe ben che si dire mi fu imposto – ; e così detto, in piè levatosi, per infino all’ora della cena licenziò ciascuno.

Era sì bello il giardino e sì dilettevole, che alcuno non vi fu che eleggesse di quello uscire per più piacere altrove dover sentire anzi, non faccendo il sol già tiepido alcuna noia a seguire, i cavriuoli e i conigli e gli altri animali che erano per quello e che a lor sedenti forse cento volte, per mezzo loro saltando, eran venuti a dar noia, si dierono alcune a seguitare. Dioneo e la Fiammetta cominciarono a cantare di messer Guiglielmo e della Dama del Vergiù, Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi; e così, chi una cosa e chi altra faccendo, fuggendosi il tempo, l’ora della cena appena aspettata sopravenne: per che, messe le tavole dintorno alla bella fonte, quivi con grandissimo diletto cenaron la sera.

Filostrato, per non uscir del cammin tenuto da quelle che reine avanti a lui erano state, come levate furon le tavole, così comandò che la Lauretta una danza prendesse e dicesse una canzone; la qual disse: – Signor mio, dell’altrui canzoni io non so, né delle mie alcuna n’ho alla mente che sia assai convenevole a così lieta brigata; se voi di quelle ch’io so volete, io ne dirò volentieri. – 

Alla quale il re disse: – Niuna tua cosa potrebbe essere altro che bella e piacevole; e per ciò tale quale tu l’hai, cotale la dì. – 

La Lauretta allora, con voce assai soave ma con maniera alquanto pietosa, rispondendo l’altre, cominciò così:

Niuna sconsolata

da dolersi ha quant’io,

che ’nvan sospiro, lassa!, innamorata

Colui che muove il cielo e ogni stella,

mi fece a suo diletto

vaga, leggiadra, graziosa e bella,

per dar qua giù ad ogn’alto intelletto

alcun segno di quella

biltà, che sempre a lui sta nel cospetto:

e il mortal difetto,

come mal conosciuta,

non m’aggradisce, anzi m’ha dispregiata.

Già fu chi m’ebbe cara, e volentieri

giovinetta mi prese

nelle sue braccia e dentro a’suoi pensieri

e de’miei occhi tututto s’accese;

e ’l tempo, che leggieri

sen vola, tutto in vagheggiarmi spese;

e io, come cortese,

di me il feci degno;

ma or ne son, dolente a me!, privata.

Femmisi innanzi poi presuntuoso

un giovinetto fiero,

sé nobil reputando e valoroso,

e presa tienmi, e con falso pensiero

divenuto è geloso;

laond’io, lassa!, quasi mi dispero,

cognoscendo per vero,

per ben di molti al mondo

venuta, da uno essere occupata.

Io maladico la mia isventura,

quando, per mutar vesta,

sì dissi mai; sì bella nella oscura

mi vidi già e lieta, dove in questa

io meno vita dura,

vie men che prima reputata onesta

O dolorosa festa,

morta foss’io avanti

che io t’avessi in tal caso provata!

O caro amante, del qual prima fui

più che altra contenta,

che or nel ciel se’davanti a Colui

che ne creò, deh pietoso diventa

di me, che per altrui

te obliar non posso; fa ch’io senta

che quella fiamma spenta

non sia, che per me t’arse,

e costà su m’impetra la tornata.

Qui fece fine la Lauretta alla sua canzone, la quale notata da tutti, diversamente da diversi fu intesa; ed ebbevi di quegli che intender vollono alla melanese, che fosse meglio un buon porco che una bella tosa. Altri furono di più sublime e migliore e più vero intelletto, del quale al presente recitare non accade.

Il re, dopo questa, su l’erba e ’n su’fiori avendo fatti molti doppieri accendere, ne fece più altre cantare infin che già ogni stella a cader cominciò che salia. Per che, ora parendogli da dormire, comandò che con la buona notte ciascuno alla sua camera si tornasse.

Finisce la terza giornata del Decameron

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011