Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

Edizione elettronica di riferimento:

© Biblioteca Italiana 1976-2003

Giornata terza

Novella sesta

Ricciardo Minutolo ama la moglie di Filippello Sighinolfo, la quale

sentendo gelosa, col mostrare Filippello il dì seguente con la moglie

di lui dovere essere ad un bagno, fa che ella vi va, e credendosi

col marito essere stata, si truova che con Ricciardo è dimorata

Niente restava più avanti a dire a Elissa, quando commendata la sagacità del Zima, la reina impose alla Fiammetta che procedesse con una; la qual tutta ridente rispose: – Madonna, volentieri – e cominciò:

 – Alquanto è da uscire della nostra città, la quale come d’ogni altra cosa è copiosa, così è d’essempli a ogni materia; e, come Elissa ha fatto, alquanto delle cose che per l’altro mondo avvenute son raccontare, e per ciò, a Napoli trapassando, come una di queste santesi, che così d’amore schife si mostrano, fusse dallo ’ngegno d’un suo amante prima a sentir d’amore il frutto condotta che i fiori avesse conosciuti: il che a una ora a voi presterà cautela nelle cose che possono avvenire e daravvi diletto dell’avenute.

In Napoli, città antichissima e forse così dilettevole, o più, come ne sia alcuna altra in Italia, fu già un giovane per nobiltà di sangue chiaro e splendido per molte ricchezze, il cui nome fu Ricciardo Minutolo. Il quale, non obstante che una bellissima giovane e vaga per moglie avesse, s’innamorò d’una la quale, secondo l’oppinion di tutti, di gran lunga passava di bellezza tutte l’altre donne napoletane, e fu chiamata Catella, moglie d’un giovane similmente gentile uomo, chiamato Filippel Sighinolfo, il quale ella, onestissima, più che altra cosa amava e avea caro. Amando adunque Ricciardo Minutolo questa Catella, e tutte quelle cose operando per le quali la grazia e l’amor d’una donna si dee potere acquistare e per tutto ciò a niuna cosa potendo del suo disidero pervenire, quasi si disperava; e da amor o non sappiendo o non potendo disciogliersi, né morir sapeva né gli giovava di vivere.

E in cotal disposizion dimorando, avvenne che da donne, che sue parenti erano, fu un dì assai confortato che di tale amore si dovesse rimanere, per ciò che invano faticava, con ciò fosse cosa che Catella niuno altro bene avesse che Filippello, del quale ella in tanta gelosia vivea, che ogni uccel che per l’aere volava credeva gliele togliesse. Ricciardo, udito della gelosia di Catella, subitamente prese consiglio a’ suoi piaceri e cominciò a mostrarsi dell’amor di Catella disperato e per ciò in un’altra gentil donna averlo posto: e per amor di lei cominciò a mostrar d’armeggiare e di giostrare e di far tutte quelle cose le quali per Catella soleva fare. Né guari di tempo ciò fece che quasi a tutti i napoletani, e a Catella altressì, era nell’animo che non più Catella ma questa seconda donna sommamente amasse: e tanto in questo perseverò, che sì per fermo da tutti si teneva, che, non ch’altri, ma Catella lasciò una salvatichezza che con lui avea dell’amor che portarle solea, e dimesticamente come vicino, andando e vegnendo il salutava come faceva gli altri.

Ora avvenne che, essendo il tempo caldo e molte brigate di donne e di cavalieri, secondo l’usanza de’ napoletani, andassero a diportarsi a’ liti del mare e a desinarvi e a cenarvi, Ricciardo, sappiendo Catella con sua brigata esservi andata, similmente con sua compagnia v’andò e nella brigata delle donne di Catella fu ricevuto, faccendosi prima molto invitare quasi non fosse molto vago di rimanervi. Quivi le donne, e Catella insieme con loro, incominciarono con lui a motteggiare del suo novello amore, del quale egli mostrandosi acceso forte più loro di ragionare dava materia. A lungo andare, essendo l’una donna andata in qua e l’altra in là, come si fa in quei luoghi, essendo Catella con poche rimasa quivi dove Ricciardo era, gittò Ricciardo verso lei un motto d’un certo amore di Filippello suo marito, per lo quale ella entrò in subita gelosia e dentro cominciò a arder tutta di disidero di sapere ciò che Ricciardo volesse dire. E poi che alquanto tenuta si fu, non potendo più tenersi, pregò Ricciardo che, per amor di quella donna la quale egli più amava, gli dovesse piacere di farla chiara di ciò che detto aveva di Filippello.

Il quale le disse: “Voi m’avete scongiurato per persona, che io non v’oso negar cosa che voi mi dimandiate, e per ciò io son presto a dirlovi, sol che voi mi promettiate che niuna parola ne farete mai né con lui né con altrui, se non quando per effetto vederete esser vero quello che io vi conterò, ché, quando vogliate, v’insegnerò come vedere il potrete.”

Alla donna piacque questo che egli addomandava e più il credette esser vero e giurogli di mai non dirlo. Tirati adunque da una parte, ché da altrui uditi non fossero, Ricciardo cominciò così a dire: “Madonna, se io v’amassi come io già amai, io non avrei ardire di dirvi cosa che io credessi che noiar vi dovesse; ma per ciò che quello amore è passato, me ne curerò meno d’aprirvi il vero d’ogni cosa. Io non so se Filippello si prese giammai onta dell’amore il quale io vi portai, o se avuto ha credenza che io mai da voi amato fossi; ma como che questo sia stato o no, nella mia persona niuna cosa ne mostrò mai. Ma ora, forse aspettando tempo quando ha creduto che io abbia men di sospetto, mostra di volere fare a me quello che io dubito che egli non tema che io facessi a lui, cioè di volere al suo piacere avere la donna mia; e per quello che io truovo, egli l’ha da non troppo tempo in qua segretissimamente con più ambasciate sollecitata, le quali io ho tutte da lei risapute, e ella ha fatte le risposte secondo che io l’ho imposto. Ma pure stamane, anzi che io qui venissi, io trovai con la donna mia in casa una femina a stretto consiglio, la quale io credetti incontanente che fosse ciò che ella era, per che io chiamai la donna mia e la dimandai quello che colei dimandasse. Ella mi disse: ’Egli è lo stimol di Filippello, il qual tu con fargli risposte e dargli speranza m’hai fatto recare addosso; e dice che del tutto vuol sapere quello che io intendo di fare e che egli, quando io volessi, farebbe che io potrei essere segretamente a un bagno in questa terra; e di questo mi priega e grava: e se non fosse che tu m’hai fatti, non so perché, tener questi mercati, io me lo avrei per maniera levato da dosso, che egli mai non avrebbe guatato là dove io fossi stata.’ Allora mi parve che questi procedesse troppo innanzi e che più non fosse da sofferire, e di dirlovi, acciò che voi conosceste che merito riceva la vostra intera fede per la quale io fui già presso alla morte. E acciò che voi non credeste queste esser parole e favole, ma il poteste, quando voglia ve ne venisse, apertamente e vedere e toccare, io feci fare alla donna mia a colei che l’aspettava questa risposta, che ella era presta d’esser domane in su la nona, quando la gente dorme, a questo bagno; di che la femina contentissima si parti da lei. Ora non credo io che voi crediate che io la vi mandassi: ma se io fossi in vostro luogo, io farei che egli vi troverebbe me in luogo di colei cui trovarvi si crede, e quando alquanto con lui dimorata fossi, io il farei avvedere con cui stato fosse e quello onore che a lui se ne convenisse ne gli farei: e questo faccendo, credo sì fatta vergogna gli fia, che a una ora la ’ngiuria che a voi e a me far vuole vendicata sarebbe.”

Catella, udendo questo, senza avere alcuna considerazione a chi era colui che gliele dicea o a’ suoi inganni, secondo il costume de’ gelosi subitamente diede fede alle parole, e certe cose state davanti cominciò a attare a questo fatto; e di subita ira accesa, rispose che questo farà ella certamente, non era egli sì gran fatica a fare, e che fermamente, se egli vi venisse, ella gli farebbe sì fatta vergogna, che sempre che egli alcuna donna vedesse gli si girerebbe per lo capo. Ricciardo, contento di questo e parendogli che ’l suo consiglio fosse stato buono e procedesse, con molte altre parole la vi confermò sù e fece la fede maggiore, pregandola nondimeno che dir non dovesse già mai d’averlo udito da lui; il che ella sopra la sua fé gliel promise.

La mattina seguente Ricciardo se n’andò a una buona femina che quel bagno che egli aveva a Catella detto teneva, e le disse ciò che egli intendeva di fare e pregolla che in ciò fosse favorevole quanto potesse. La buona femina, che molto gli era tenuta, disse di farlo volentieri e con lui ordinò quello che a fare o a dire avesse. Aveva costei nella casa, ove il bagno era, una camera oscura molto, sì come quella nella quale niuna finestra che lume rendesse rispondea. Questa, secondo l’amaestramento di Ricciardo, acconciò la buona femina e fecevi entro un letto, secondo che poté il migliore, nel quale Ricciardo, come desinato ebbe, si mise e cominciò a aspettar Catella.

La donna, udite le parole di Ricciardo e a quelle data più fede che non le bisognava, piena di sdegno tornò la sera a casa, dove per avventura Filippello pieno d’altro pensiero similmente tornò, né le fece forse quella dimestichezza che era usato di fare. Il che ella vedendo, entrò in troppo maggior sospetto che ella non era, seco medesima dicendo: “Veramente costui ha l’animo a quella donna con la qual domane si crede aver piacere e diletto, ma fermamente questo non avverrà.” E sopra cotal pensiero e imaginando come dir gli dovesse quando con lui stata fosse quasi tutta la notte dimorò.

Ma che più? Venuta la nona, Catella prese sua compagnia e senza mutare altramente consiglio se n’andò a quel bagno il quale Ricciardo l’aveva insegnato; e quivi trovata la buona femina la domandò se Filippello stato vi fosse quel dì.

A cui la buona femina ammaestrata da Ricciardo disse: “Sete voi quella donna che gli dovete venire a parlare?”

Catella rispose: “Sì, sono.”

“Adunque, “ disse la buona femina “andatevene da lui.”

Catella, che cercando andava quello che ella non avrebbe voluto trovare, fattasi alla camera menare dove Ricciardo era, col capo coperto in quella entrò e dentro serrossi. Ricciardo, vedendola venire, lieto si levò in piè e in braccio ricevutala disse pianamente: “Ben vegna l’anima mia!” Catella, per mostrarsi bene d’essere altra che ella non era, abbracciò e basciò lui e fecegli la festa grande senza dire alcuna parola, temendo, se parlasse, non fosse da lui conosciuta. La camera era oscurissima, di che ciascuna delle parti era contenta; né per lungamente dimorarvi riprendevan gli occhi più di potere. Ricciardo la condusse in su il letto, e quivi, senza favellare in guisa che scorger si potesse la voce, per grandissimo spazio con maggior diletto e piacere dell’una parte che dell’altra stettero.

Ma poi che a Catella parve tempo di dovere il conceputo sdegno mandar fuori, così di fervente ira accesa cominciò a parlare: “Ahi quanto è misera la fortuna delle donne e come è male impiegato l’amor di molte ne’ mariti! Io, misera me, già sono otto anni, t’ho più che la mia vita amato, e tu, come io sentito ho, tutto ardi e consumiti nell’amore d’una donna strana, reo e malvagio uom che tu se’! Or con cui ti credi tu essere stato? Tu se’ stato con colei la quale con false lusinghe tu hai, già è assai, ingannata mostrandole amore e essendo altrove innamorato. Io son Catella, non son la moglie di Ricciardo, traditor disleal che tu se’: ascolta se tu riconosci la voce mia, io son ben dessa; e parmi mille anni che noi siamo al lume, ché io ti possa svergognare come tu se’ degno, sozzo cane vituperato che tu se’. Oimè, misera me! a cui ho io cotanti anni portato cotanto amore? A questo can disleale che, credendosi in braccio avere una donna strana, m’ha più di carezze e d’amorevolezze fatte in questo poco tempo che qui stata son con lui, che in tutto l’altro rimanente che stata son sua. Tu se’ bene oggi, can rinnegato, stato gagliardo, che a casa ti suogli mostrare così debole e vinto e senza possa! Ma lodato sia Idio, che il tuo campo, non l’altrui, hai lavorato, come tu ti credevi. Non maraviglia che stanotte tu non mi ti appressasti! tu aspettavi di scaricare le some altrove e volevi giugnere molto fresco cavaliere alla battaglia: ma lodato sia Idio e il mio avvedimento, l’acqua è pur corsa alla ingiù come ella doveva! Ché non rispondi, reo uomo? ché non di’ qualche cosa? se’ tu divenuto mutolo udendomi? In fé di Dio io non so a che io mi tengo che io non ti ficco le mani negli occhi e traggogliti! Credesti molto celatamente saper fare questo tradimento? Par Dio! tanto sa altri quanto altri; non t’è venuto fatto, io t’ho avuti miglior bracchi alla coda che tu non credevi.”

Ricciardo in se medesimo godeva di queste parole e senza rispondere alcuna cosa l’abbracciava e basciava, e più che mai le facea le carezze grandi; per che ella seguendo il suo parlar diceva: “Sì, tu mi credi ora con tue carezze infinte lusingare, can fastidioso che tu se’, e rapaceficare e racconsolare; tu se’ errato: io non sarò mai di questa cosa consolata infino a tanto che io non te ne vitupero in presenzia di quanti parenti e amici e vicini noi abbiamo. Or non sono io, malvagio uomo, così bella come sia la moglie di Ricciardo Minutolo? non sono io così gentil donna? ché non rispondi, sozzo cane? che ha colei più di me? Fatti in costà, non mi toccare, ché tu hai troppo fatto d’arme per oggi. Io so bene che oggimai, poscia che tu conosci chi io sono, che tu ciò che tu facessi faresti a forza: ma, se Dio mi dea la grazia sua, io te ne farò ancora patir voglia; e non so a che io mi tengo che io non mando per Ricciardo, il quale più che sé m’ha amata e mai non poté vantarsi che io il guatassi pure una volta; e non so che male si fosse a farlo. Tu hai creduto avere la moglie qui, e è come se avuta l’avessi in quanto per te non è rimaso: dunque, se io avessi lui, non mi potresti con ragione biasimare.”

Ora le parole furono assai e il ramarichio della donna grande: pure alla fine Ricciardo, pensando che se andare ne lasciasse con questa credenza molto di male ne potrebbe seguire, diliberò di palesarsi e di trarla dello inganno nel quale era; e recatasela in braccio e presala bene sì che partire non si poteva, disse: “Anima mia dolce, non vi turbate: quello che io semplicemente amando aver non potei, Amor con inganno m’ha insegnato avere, e sono il vostro Ricciardo.”

Il che Catella udendo, e conoscendolo alla voce, subitamente si volle gittar del letto ma non poté; ond’ella volle gridare ma Ricciardo le chiuse con l’una delle mani la bocca e disse: “Madonna, egli non può oggimai essere che quello che è stato non sia pure stato, se voi gridaste tutto il tempo della vita vostra; e se voi criderete o in alcuna maniera farete che questo si senta mai per alcuna persona, due cose n’averranno. L’una fia, di che non poco vi dee calere, che il vostro onore e la vostra buona fama fia guasta, per ciò che, come che voi diciate che io qui a inganno v’abbia fatta venire, io dirò che non sia vero, anzi vi ci abbia fatta venire per denari e per doni che io v’abbia promessi, li quali per ciò che così compiutamente dati non v’ho come speravate, vi siete turbata e queste parole e questo romor ne fate: e voi sapete che la gente è più acconcia a creder il male che il bene, e per ciò non fia men tosto creduto a me che a voi. Appresso questo ne seguirà tra vostro marito e me mortal nimistà, e potrebbe sì andare la cosa, che io ucciderei altressi tosto lui, come egli me: di che mai voi non dovreste esser poi né lieta né contenta. E per ciò, cuor del corpo mio, non vogliate a una ora vituperar voi e mettere in pericolo e in briga il vostro marito e me. Voi non siete la prima né sarete l’ultima la quale è ingannata: né io non v’ho ingannata per torvi il vostro ma per soverchio amore che io vi porto e son disposto sempre a portarvi, e a essere vostro umilissimo servidore. E come che sia gran tempo che io e le mie cose e ciò che io posso e vaglio vostre state sieno e al vostro servigio, io intendo che da quinci innanzi sieno più che mai. Ora voi siete savia nell’altre cose e così son certo che sarete in questa.”

Catella, mentre che Ricciardo diceva queste parole, piangeva forte; e come che molto turbata fosse e molto si ramaricasse, nondimeno diede tanto luogo la ragione alle vere parole di Ricciardo, che ella cognobbe esser possibile a avvenire ciò che Ricciardo diceva, e per ciò disse: “Ricciardo, io non so come Domenedio mi si concederà che io possa comportare la ’ngiuria e lo ’nganno che fatto m’hai. Non voglio gridar qui, dove la mia simplicità e soperchia gelosia mi condusse, ma di questo vivi sicuro, che io non sarò mai lieta se in un modo o in un altro io non mi veggio vendica di ciò che fatto m’hai; e per ciò lasciami, non mi tener più: tu hai avuto ciò che disiderato hai e ha’mi straziata quanto t’è piaciuto. Tempo hai di lasciarmi: lasciami, io te ne priego.”

Ricciardo, che conoscea l’animo suo ancora troppo turbato, s’avea posto in cuore di non lasciarla mai se la sua pace non riavesse: per che, cominciando con dolcissime parole a raumiliarla, tanto disse e tanto pregò e tanto scongiurò, che ella, vinta, con lui si paceficò; e di pari volontà di ciascuno gran pezza appresso in grandissimo diletto dimorarono insieme. E conoscendo allora la donna quanto più saporiti fossero i basci dell’amante che quegli del marito, voltata la sua durezza in dolce amore verso Ricciardo, tenerissimamente da quel giorno innanzi l’amò, e savissimamente operando molte volte goderono del loro amore. Idio faccia noi goder del nostro. – 

Indice Biblioteca Progetto Boccaccio Decameron - giornata terza - novella quinta  giornata terza novella settima

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011