Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata seconda

Conclusione

Questa novella diè tanto che ridere a tutta la compagnia, che niuna ve n’era a cui non dolessero le mascelle: e di pari consentimento tutte le donne dissero che Dioneo diceva vero e che Bernabò era stato una bestia. Ma poi che la novella fu finita e le risa ristate, avendo la reina riguardato che l’ora era omai tarda e che tutti avean novellato e la fine della sua signoria era venuta, secondo il cominciato ordine, trattasi la ghirlanda di capo, sopra la testa la pose di Neifile con lieto viso dicendo: – Omai, cara compagna, di questo piccol popolo il governo sia tuo – : e a seder si ripose.

Neifile del ricevuto onore un poco arrossò, e tal nel viso divenne qual fresca rosa d’aprile o di maggio in su lo schiarir del giorno si mostra, con gli occhi vaghi e sintillanti non altramenti che matutina stella, un poco bassi. Ma poi che l’onesto romor de’ circunstanti, nel quale il favor loro verso la reina lietamente mostravano, si fu riposato e ella ebbe ripreso l’animo, alquanto più alta che usata non era sedendo, disse: – Poi che così è che io vostra reina sono, non dilungandomi dalla maniera tenuta per quelle che davanti a me sono state, il cui reggimento voi ubidendo commendato avete, il parer mio in poche parole vi farò manifesto, il quale se dal vostro consiglio sarà commendato, quel seguiremo. Come voi sapete, domane è venerdì e il seguente dì sabato, giorni, per le vivande le quali s’usano in quegli, alquanto tediosi alle più genti; senza che venerdì, avendo riguardo che in esso Colui che per la nostra vita morì sostenne passione, è degno di reverenza, per che giusta cosa e molto onesta reputerei che, a onor di Dio, più tosto a orazioni che a novelle vacassimo. E il sabato appresso usanza è delle donne di lavarsi la testa, di tor via ogni polvere, ogni sucidume che per la fatica di tutta la passata settimana sopravenuta fosse; e soglion similmente assai, a reverenza della Vergine madre del Figliuolo di Dio, digiunare, e da indi in avanti per onor della sopravegnente domenica da ciascuna opera riposarsi: per che, non potendo così appieno in quel dì l’ordine da noi preso nel vivere seguitare, similmente stimo sia ben fatto quel dì delle novelle ci posiamo. Appresso, per ciò che noi qui quatro dì dimorate saremo, se noi vogliam tor via che gente nuova non ci sopravenga, reputo oportuno di mutarci di qui e andarne altrove; e il dove io ho già pensato e proveduto. Quivi quando noi saremo domenica appresso dormire adunati, avendo noi oggi avuto assai largo spazio da discorrere ragionando, sì perché più tempo da pensare avrete e sì perché sarà ancora più bello che un poco si ristringa del novellare la licenzia e che sopra uno de’ molti fatti della fortuna si dica, e ho pensato che questo sarà: di chi alcuna cosa molto disiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse. Sopra che ciascun pensi di dire alcuna cosa che alla brigata esser possa utile o almeno dilettevole, salvo sempre il privilegio di Dioneo. – 

Ciascuno commendò il parlare e il diviso della reina, e così statuiron che fosse. La quale, appresso questo, fattosi chiamare il suo siniscalco, dove metter dovesse la sera le tavole e quello appresso che far dovesse in tutto il tempo della sua signoria pienamente gli divisò; e così fatto, in piè dirizzata con la sua brigata, a far quello che più piacesse a ciascuno gli licenziò.

Presero adunque le donne e gli uomini inverso un giardinetto la via e quivi, poi che alquanto diportati si furono, l’ora della cena venuta, con festa e con piacer cenarono; e da quella levati, come alla reina piacque, menando Emilia la carola, la seguente canzone da Pampinea, rispondendo l’altre, fu cantata:

Qual donna canterà, s’i’non cant’io,

che son contenta d’ogni mio disio?

Vien dunque, Amor, cagion d’ogni mio bene,

d’ogni speranza e d’ogni lieto effetto;

cantiamo insieme un poco,

non de’ sospir né delle amare pene

ch’or più dolce mi fanno il tuo diletto,

ma sol del chiaro foco,

nel quale ardendo in festa vivo e ’n gioco,

te adorando, come un mio iddio.

Tu mi ponesti innanzi agli occhi, Amore,

il primo dì ch’io nel tuo foco entrai,

un giovinetto tale,

che di biltà, d’ardir, né di valore

non se ne troverebbe un maggior mai,

né pure a lui eguale:

di lui m’accesi tanto, che aguale

lieta ne canto teco, signor mio.

E quel che ’n questo m’è sommo piacere,

è ch’io gli piaccio quanto egli a me piace,

Amor, la tua merzede;

perché in questo mondo il mio volere

posseggo, e spero nell’altro aver pace

per quella intera fede

che io gli porto. Iddio che questo vede,

del regno suo ancor ne sarà pio.

Appresso questa, più altre se ne cantarono e più danze si fecero e sonarono diversi suoni. Ma, estimando la reina tempo esser di doversi andare a posare, co’ torchi avanti ciascuno alla sua camera se n’andò; e li due dì seguenti a quelle cose vacando che prima la reina aveva ragionate, con disiderio aspettarono la domenica.

Finisce la seconda giornata del Decameron

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011