Giovanni Boccaccio

Decameron

Edizione di riferimento

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1985

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Giornata seconda

Novella decima

Paganino da Monaco ruba la moglie a messer Ricciardo da Chinzica,

il quale, sappiendo dove ella è, va e diventa amico di Paganino.

Raddomandagliele, ed egli, dove ella voglia, gliele concede. Ella non vuol

con lui tornare, e, morto messer Ricciardo, moglie di Paganin diviene.

Ciascuno della onesta brigata sommamente commendò per bella la novella dalla loro reina contata, e massimamente Dioneo, al qual solo per la presente giornata restava il novellare. Il quale, dopo molte commendazioni di quella fatte, disse:

 – Belle donne, una parte della novella della reina m’ha fatto mutar consiglio di dirne una, che all’animo m’era, a doverne un’altra dire: e questa è la bestialità di Bernabò, come che bene ne gli avvenisse, e di tutti gli altri che quello si danno a credere che esso di creder mostrava: cioè che essi, andando per lo mondo e con questa e con quella ora una volta ora un’altra sollazzandosi, s’immaginan che le donne a casa rimase si tengan le mani a cintola, quasi noi non conosciamo, che tra esse nasciamo e cresciamo e stiamo, di che elle sien vaghe. La qual dicendo, a un’ora vi mostrerò chente sia la sciocchezza di questi cotali, e quanto ancora sia maggior quella di coloro li quali, sé più che la natura possenti estimando, si credon quello con dimostrazioni favolose potere che essi non possono, e sforzansi d’altrui recare a quello che essi sono, non patendolo la natura di chi è tirato.

Fu adunque in Pisa un giudice, più che di corporal forza dotato d’ingegno, il cui nome fu messer Riccardo di Chinzica; il quale, forse credendosi con quelle medesime opere sodisfare alla moglie che egli faceva agli studii, essendo molto ricco, con non piccola sollecitudine cercò d’avere e bella e giovane donna per moglie, dove e l’uno e l’altro, se così avesse saputo consigliar sé come altrui faceva, doveva fuggire. E quello gli venne fatto, per ciò che messer Lotto Gualandi per moglie gli diede una sua figliuola il cui nome era Bartolomea, una delle più belle e delle più vaghe giovani di Pisa, come che poche ve n’abbiano che lucertole verminare non paiano. La quale il giudice menata con grandissima festa a casa sua, e fatte le nozze belle e magnifiche, pur per la prima notte incappò una volta per consumare il matrimonio a toccarla e di poco fallò che egli quella una non fece tavola; il quale poi la mattina, sì come colui che era magro e secco e di poco spirito, convenne che con vernaccia e con confetti ristorativi e con altri argomenti nel mondo si ritornasse.

Or questo messer lo giudice, migliore stimatore delle sue forze che stato non era avanti, incominciò a insegnare a costei un calendaro buono da fanciulli che stanno a leggere e forse già stato fatto a Ravenna. Per ciò che, secondo che egli le mostrava, niun dì era che non solamente una festa ma molte non ne fossero, a reverenza delle quali per diverse cagioni mostrava l’uomo e la donna doversi abstenere da così fatti congiugnimenti, sopra questi aggiugnendo digiuni e quatro tempora e vigilie d’apostoli e di mille altri santi e venerdì e sabati e la domenica del Signore e la quaresima tutta, e certi punti della luna e altre eccezion molte, avvisandosi forse che così feria far si convenisse con le donne nel letto, come egli faceva talvolta piatendo alle civili. E questa maniera, non senza grave malinconia della donna, a cui forse una volta ne toccava il mese e appena, lungamente tenne, sempre guardandola bene, non forse alcuno altro le ’nsegnasse conoscere li dì da lavorare, come egli l’aveva insegnate le feste.

Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Riccardo venne disidero d’andarsi a diportare a un suo luogo molto bello vicino a Monte Nero, e quivi per prendere aere dimorarsi alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna. E quivi standosi, per darle alcuna consolazione fece un giorno pescare, e sopra due barchette, egli in su una co’ pescatori e ella in su un’altra con altre donne, andarono a vedere; e tirandogli il diletto parecchi miglia quasi senza accorgersene n’andarono infra mare. E mentre che essi più attenti stavano a riguardare, subito una galeotta di Paganin da Mare, allora molto famoso corsale, sopravenne e, vedute le barche, si dirizzò a loro; le quali non poteron sì tosto fuggire, che Paganin non giugnesse quella ove eran le donne: nella quale veggendo la bella donna, senza altro volerne, quella, veggente messer Riccardo che già era in terra, sopra la sua galeotta posta andò via. La qual cosa veggendo messer lo giudice, il quale era sì geloso che temeva dell’aere stesso, se esso fu dolente non è da dimandare. Egli senza pro, e in Pisa e altrove, si dolfe della malvagità de’ corsari, senza sapere chi la moglie tolta gli avesse o dove portatala.

A Paganino, veggendola così bella, parve star bene; e non avendo moglie, si pensò di sempre tenersi costei, e lei che forte piagnea cominciò dolcemente a confortare. E venuta la notte, essendo a lui il calendaro caduto da cintola e ogni festa o feria uscita di mente, la cominciò a confortar co’ fatti, parendogli che poco fossero il dì giovate le parole; e per sì fatta maniera la racconsolò, che, prima che a Monaco giugnessero, e il giudice e le sue leggi le furono uscite di mente, e cominciò a viver più lietamente del mondo con Paganino; il quale, a Monaco menatala, oltre alle consolazioni che di dì e di notte le dava, onoratamente come sua moglie la tenea.

Poi a certo tempo pervenuto agli orecchi di messer Riccardo dove la sua donna fosse, con ardentissimo disidero, avvisandosi niuno interamente saper far ciò che a ciò bisognava, esso stesso dispose d’andar per lei, disposto a spendere per lo riscatto di lei ogni quantità di denari: e, messosi in mare, se n’andò a Monaco e quivi la vide e ella lui, la quale poi la sera a Paganino il disse e lui della sua intenzione informò. La seguente mattina messer Riccardo, veggendo Paganino, con lui s’accontò e fece in poca d’ora una gran dimestichezza e amistà, infignendosi Paganino di conoscerlo e aspettando a che riuscir volesse; per che, quando tempo parve a messer Riccardo, come meglio seppe e il più piacevolmente la cagione per la quale venuto era gli discoperse, pregandolo che quello che gli piacesse prendesse e la donna gli rendesse.

Al quale Paganino con lieto viso rispose: “Messer, voi siate il ben venuto, e rispondendo in brieve vi dico così: egli è vero che io ho una giovane in casa, la quale non so se vostra moglie o d’altrui si sia, per ciò che voi io non conosco né lei altressì se non in tanto quanto o ella è meco alcun tempo dimorata. Se voi siete suo marito, come voi dite, io, per ciò che piacevol gentile uom mi parete, vi menerò da lei, e son certo che ella vi conoscerà bene. Se essa dice che così sia come voi dite e vogliasene con voi venire, per amor della vostra piacevolezza quello che voi medesimo vorrete per riscatto di lei mi darete; ove così non fosse, voi fareste villania a volerlami torre, per ciò che io son giovane uomo e posso così come un altro tenere una femina, e spezialmente lei che è la più piacevole che io vidi mai.”

Disse allora messer Riccardo: “Per certo ella è mia moglie, e se tu mi meni dove ella sia, tu il vederai tosto: ella mi si gitterà incontanente al collo; e per ciò non domando che altramente sia se non come tu medesimo hai divisato.”

“Adunque” disse Paganino “andiamo.”

Andatisene adunque nella casa di Paganino e stando in una sua sala, Paganino la fece chiamare; e ella vestita e acconcia uscì d’una camera e quivi venne dove messer Riccardo con Paganino era, né altramente fece motto a messer Riccardo che fatto s’avrebbe a un altro forestiere che con Paganino in casa sua venuto fosse. Il che vedendo il giudice, che aspettava di dovere essere con grandissima festa ricevuto da lei, si maravigliò forte e seco stesso cominciò a dire: “Forse che la malinconia e il lungo dolore che io ho avuto poscia che io la perdei m’ha sì trasfigurato, che ella non mi riconosce.”

Per che egli disse: “Donna, caro mi costa il menarti a pescare, per ciò che simil dolore non si sentì mai a quello che io ho poscia portato che io ti perdei, e tu non par che mi riconoschi, sì salvaticamente motto mi fai. Non vedi tu che io sono il tu messer Riccardo, venuto qui per pagare ciò che volesse questo gentile uomo in casa cui noi siamo, per riaverti e per menartene? e egli, la sua mercé, per ciò che io voglio mi ti rende.”

La donna rivolta a lui, un cotal pocolin sorridendo, disse: “Messere, dite voi a me? Guardate che voi non m’abbiate colta in iscambio, ché, quanto è io, non mi ricordo che io vi vedessi giammai.”

Disse messer Riccardo: “Guarda ciò che tu di’, guatami bene: se tu ti vorrai ben ricordare, tu vedrai bene che io sono il tuo Riccardo di Chinzica.”

La donna disse: “Messere, voi mi perdonerete: forse non è egli così onesta cosa a me, come voi v’immaginate, il molto guardarvi, ma io v’ho nondimeno tanto guardato, che io conosco che io mai più non vi vidi.”

Imaginossi messer Riccardo che ella questo facesse per tema di Paganino, di non volere in sua presenza confessar di conoscerlo: per che dopo alquanto chiese di grazia a Paganino che in camera solo con essolei le potesse parlare. Paganin disse che gli piacea, sì veramente che egli non la dovesse contra suo piacere basciare; e alla donna comandò che con lui in camera andasse e udisse ciò che egli volesse dire e come le piacesse gli rispondesse.

Andatisene adunque in camera la donna e messer Riccardo soli, come a sedere si furon posti, incominciò messer Riccardo a dire: “Deh, cuore del corpo mio, anima mia dolce, speranza mia, or non riconosci tu Riccardo tuo che t’ama più che se medesimo? come può questo esser? son io così trasfigurato? deh, occhio mio bello, guatami pure un poco.”

La donna incominciò a ridere e senza lasciarlo dir più disse: “Ben sapete che io non sono sì smimorata, che io non conosca che voi siete messer Riccardo di Chinzica mio marito; ma voi, mentre che io fui con voi, mostraste assai male di conoscer me, per ciò che se voi eravate savio o sete, come volete esser tenuto, dovavate bene avere tanto conoscimento, che voi dovavate vedere che io era giovane e fresca e gagliarda, e per conseguente cognoscere quello che alle giovani donne, oltre al vestire e al mangiare, benché elle per vergogna nol dicano, si richiede: il che come voi il faciavate, voi il vi sapete. E se egli v’era più a grado lo studio delle leggi che la moglie, voi non dovavate pigliarla; benché a me non parve mai che voi giudice foste, anzi mi paravate un banditor di sagre e di feste, sì ben le sapavate, e le digiune e le vigilie. E dicovi che se voi aveste tante feste fatte fare a’ lavoratori che le vostre possession lavorano, quante faciavate fare a colui che il mio piccol campicello aveva a lavorare voi non avreste mai ricolto granel di grano. Sommi abbattuta a costui, che ha voluto Idio sì come pietoso raguardatore della mia giovanezza, col quale io mi sto in questa camera, nella quale non si sa che cosa festa sia, dico di quelle feste che voi, più divoto a Dio che a’ servigi delle donne, cotante celebravate; né mai dentro a quello uscio entrò né sabato né venerdì né vigilia né quatro tempora né quaresima, ch’è così lunga, anzi di dì e di notte ci si lavora e battecisi la lana; e poi che questa notte sonò mattutino, so bene come il fatto andò da una volta in sù. E però con lui intendo di starmi e di lavorare mentre sarò giovane, e le feste e le perdonanze e’ digiuni serbarmi a far quando sarò vecchia; e voi con la buona ventura sì ve n’andate il più tosto che voi potete, e senza me fate feste quante vi piace.”

Messer Riccardo, udendo queste parole, sosteneva dolore incomportabile, e disse, poi che lei tacer vide: “Deh, anima mia dolce, che parole son quelle che tu di’? or non hai tu riguardo all’onore de’ parenti tuoi e al tuo? vuoi tu innanzi star qui per bagascia di costui e in peccato mortale, che a Pisa mia moglie? Costui, quando tu gli sarai rincresciuta, con gran vitupero di te medesima ti caccerà via: io t’avrò sempre cara e sempre, ancora che io non volessi, sarai donna della casa mia. Dei tu per questo appetito disordinato e disonesto lasciar l’onor tuo e me, che t’amo più che la vita mia? Deh, speranza mia cara, non dir più così, voglitene venir con meco: io da quinci innanzi, poscia che io conosco il tuo disidero, mi sforzerò; e però, ben mio dolce, muta consiglio e vientene meco, ché mai ben non sentii poscia che tu tolta mi fosti.”

A cui la donna rispose: “Del mio onore non intendo io che persona, ora che non si può, sia più di me tenera: fosserne stati i parenti miei quando mi diedero a voi! Li quali se non furono allora del mio, io non intendo d’essere al presente del loro; e se io ora sto in peccato mortaio, io starò quando che sia in imbeccato pestello: non ne siate più tenero di me. E dicovi così, che qui mi pare esser moglie di Paganino e a Pisa mi pareva esser vostra bagascia, pensando che per punti di luna e per isquadri di geometria si convenieno tra voi e me congiugnere i pianeti, dove qui Paganino tutta la notte mi tiene in braccio e strignemi e mordemi, e come egli mi conci Dio vel dica per me. Anche dite voi che vi sforzerete: e di che? di farla in tre pace e rizzare a mazzata? Io so che voi siete divenuto un pro’ cavaliere poscia che io non vi vidi! Andate, e sforzatevi di vivere, ché mi pare anzi che no che voi ci stiate a pigione, sì tisicuzzo e tristanzuol mi parete. E ancor vi dico più: che quando costui mi lascerà, che non mi pare a ciò disposto dove io voglia stare, io non intendo per ciò di mai tornare a voi, di cui, tutto premendovi, non si farebbe uno scodellino di salsa, per ciò che con mio grandissimo danno e interesse vi stetti una volta: per che in altra parte cercherei mia civanza. Di che da capo vi dico che qui non ha festa né vigilia, laonde io intendo di starmi; e per ciò, come più tosto potete, v’andate con Dio, se non che io griderò che voi mi vogliate sforzare.”

Messer Riccardo, veggendosi a mal partito e pure allora conoscendo la sua follia d’aver moglie giovane tolta essendo spossato, dolente e tristo s’uscì della camera e disse parole assai a Paganino le quali non montavano un frullo. E ultimamente, senza alcuna cosa aver fatta, lasciata la donna, a Pisa si ritornò; e in tanta mattezza per dolor cadde, che andando per Pisa, a chiunque il salutava o d’alcuna cosa il domandava, niuna altra cosa rispondeva, se non: “Il mal furo non vuol festa”; e dopo non molto tempo si morì.

Il che Paganin sentendo e conoscendo l’amore che la donna gli portava, per sua legittima moglie la sposò, e senza mai guardar festa o vigilia o far quaresima, quanto le gambe ne gli poteron portare lavorarono e buon tempo si diedono. Per la qual cosa, donne mie care, mi pare che ser Bernabò disputando con Ambruogiuolo cavalcasse la capra inverso il chino. – 

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Ultimo aggiornamento: 07 settembre 2011