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Edizione di riferimento:
Il Propugnatore, nuova serie, periodico bimestrale diretto da Giosuè Carducci Vol. I. - Parte I. Bologna presso Romagnoli-Dall’ Acqua, Libraio-Editore della regia Commissione pei testi di lingua
O re de’ re, signor de’ signori,
padre fattor del cielo e della terra,
e tu che ‘l mondo con vaghi sprendori,
se lla scrittura del Vangel non erra,
ciò che si vede con divini amori
non si vede, tu, pace non guerra,
faciesti come a tte maestro piaque,
formasti cielo, terra, aria et aque;
sí come tu, Signior, grazia facesti
a Giobbo che sofferse tanta pena,
e Lazer sucitare ancor volesti,
e perdonasti a Maria Madalena;
a mia memoria priego che ttu presti,
vèr me volgiendo tua faccia serena,
del tuo aiuto sí che la mia intenza
io rimar possa a vostra reverenza.
Et a consolazion di chi lettore
sarà di questo mio nuovo cantare
chi di lui sarà ascoltatore,
ricorrerò a Ccolei che non à pare,
madre di Cristo, padre, salvatore:
– ave, diciendo nel mio cominciare.
Maria, pulzella d’ogni grazia piena;
benedetta sia tu, stella serena,
et benedetto il fructo, o madre pia,
del ventre tuo, Yhesú glorificato:
priegal, Madonna, per tua cortesia
ch’io pecator gli sia racomandato,
et ciascun altro, che im piacer gli sia
al nostro fine averci perdonato
sí che troviànci nel suo santo imperio.
Or vo’ seguire il mio nuovo pensiero.
Signori, io mi pensai un dì leggiendo
un vago libro chiamato il Corbaccio,
qual fu composto, sí come io comprendo,
pel nobil huom messer Giovan Bocaccio,
vero poeta di virtù fiorendo:
fu da Certaldo, questo non mi taccio,
del bel contado, dico, fiorentino,
quale è nomato per ogni cammino.
Della sua fama non vo’ far menzione,
perché è palese in tutto l’universo
ciò ch’e’ compuose, con vera ragione
credo faciesse per prosa et per verso;
non meritano alcuna lesione:
ma perché sí bel dir non sia sommerso,
in rima il vo’ recare a mio dimino
chiamandol per suo nome Corbaccino,
perché disceso egli è del gran Corbaccio,
sí come veder puossi apertamente.
L’effetto conteròvi sanza impaccio
del vago dire e del suo convenente :
essendo il nostro autor preso nel laccio
da il cieco Amore ingrato et sconoscente,
per modo tal che non trovava loco,
ardendo sempre in amoroso foco.
Lasciato avea costui il bello stile
dello studiar la vaga poesia;
ogni autore s’avea recato a vile,
et già sé stesso ormai non conoscea
per una donna magnia et signiorile,
come egli et ciascuno altro autor credea
che costei fosse, et avanzasse Helena [1],
Alda la bella [2] ancora et Pulisena [3].
Vennegli posto sopra del suo letto,
che per affanno del soperchio amore
seder non gli piacea nello strecto
per la gran doglia che sentia al core;
quasi di morte si sentia traficto,
sempre mancando il suo magnio valore.
Per la gran pena che sentiva in quella,
racomandossi alla Vergin pulzella [4].
Colei ch’è ad ogni peccator socorso,
sostegno et guida di chi lei disia,
difenditrice d’ogni amaro morso,
conducitrice alla diritta via,
ricovro di ciascun che sia transcorso
ch’ella richiama per sua cortesia,
sentí ‘l divoto suo forte chiamando,
dicendo: « Madre, a voi mi racomando ».
Et cosí detto, come tramortito,
pel grave affanno giù posò la testa.
La Madre, che lla vocie ebbe sentito
del pecator, sí ssi rivolse presta;
et di socorrer lui prese partito
sí come madre piatosa et maestra;
diciendo: « Figliuol mio, non dubitare,
che buon sochorso ti credo mandare ».
Un sonno sopravenne o ver vixione
al detto nostro poeta piaciente,
sí come nel suo libro aperto pone.
Che fusse ver gli parea veramente,
in un sentier entrar di tal ragione:
più vaga cosa mai al suo vivente
non credo per alcun fosse veduta,
tanta pareva di piacer compiuta.
Oltre seguendo per giugnere al fine,
credendo trovar luogo più amabile,
et, poco stando, fra pruni et ispine,
oscuro di paura inestimabile,
dove si fosse non vedea alcun fine,
et di memoria venne variabile;
udendo mughi et voci di martiri [5],
gittò soffiando cocenti sospiri.
Parveli volgier verso l’oriente,
chiamando in vocie « Vergine Maria! »
Et ecoti apparirgli di presente
il gran socorso ch’ella gli porgia:
un uomo antico, d’aspetto piacente,
forte parlando in verso lui dicea:
« Messer Giovanni (lui nomando scorto)
non aver tema, ma prendi conforto ».
Come si volse sentendol chiamare
diceva tra suo cuore: « Io ti conosco;
questo è il cotale di cotal, mi pare,
ben che e’ mi pare nel visaggio fosco ».
Rachetò il pianto e il forte lagrimare,
ciessando la paura di quel bosco.
Questi era stato di colei marito,
che era pel tempo passato transito [6].
Io dico della donna, di cui era
messer Giovanni inamorato tanto.
Parlando incominciava in tal maniera:
« De, dimmi la cagion del tuo gran pianto,
la qual fatta ài da mattina e da ssera,
la notte e il giorno sempre in ogni canto:
se non mel dici, a tte tosto dirollo,
perché non meno che ttu il sappia, io il sollo [7].
Ove è il tuo senno? à ‘l tu cacciato via?
ove è lo studio qual ti si conface?
ove ài lasciata la tua poesia,
che era tua vita et anco la tua pace?
ma tu non sai ancor chi colei sia
che ll’anima col corpo sí ti sface.
Se ttu m’ascolti, io tel diraggio scorto
innanzi ch’io mi parta d’esto porto.
Et caverotti di questo periglio
se a mie parole vorrai porgier fede:
io son venuto qui per tuo consiglio,
mandato da Colui che tutto vede,
Padre celeste, Spirto santo et Figlio,
sí come la Scrittura santa crede:
per li preghi della sua dolce madre
a tte mi manda il nostro etterno padre.
Perché eri in questa valle tenebrosa
già ismarrito et poco conosciente,
et fatto vile quanto nulla cosa;
et a te stesso uscito della mente ».
Allor rispuose con faccia amoroxa,
con vocie humile, tutto riverente,
forte dicendo: « Ringraziato sia
sempre il tuo fructo, Vergine Maria ».
Renduto grazia al nostro Salvatore
per quel socorso che gli avea mandato,
verso lo spirto disse con amore:
« Dè, questo luogo come è egli appelato? ».
Allor lo spirto con allegro cuore
rispuose: « Io te lo arò, fratel, contato:
questo è chiamato valle tenebroxa,
oscura et trista sopra ogni altra cosa.
Corte d’Amore è chiamata da voi,
et credete non sia altro diletto:
tutto il contrario vi si truova poi.
Or t’ò contato del luogo l’effetto.
La mia domanda, priego, non ti nói [8]:
perché d’amor se’ ttu tanto constretto
della mia donna? priego nol nascondi:
qual fu l’effetto, chiar me ne rispondi ».
Tosto rispuose allor messer Iohanni:
« Dè, dimmi prima che voci son quelle;
dimmelo, amico, da che non mi inganni ».
« D’anime, disse, che son tapinelle:
per amor senton sempre tanti affanni;
et come vedi a me, anno gonnelle
tutte di fuoco ». Allor non stette muto,
diciendo: « Amico mio, se’ tu perduto? »
Rispuose: « No, ch’io sono a ssalvamento;
ma questo mio vestire è tutto fuoco;
tal pena porto, ma vivo contento:
tutto il contrario gli altri d’esto loco.
Ma vo’ che sappia, che questo tormento
del mal ch’io sento e del diletto poco,
ne fu cagion colei che ttu tanto ami,
qual fu mia donna, che tanto la brami.
Ché per empiere i suoi tristi appititi,
di molti addornamenti che voleva,
la notte e giorno con passi spediti
della pecunia sempre racoglieva;
contro a ragion, per che a ttal’ partiti
or son condotto, et ta’ sermon porgieva,
che tutta l’aqua che nel mar dimora
non mi torebbe la sete d’un’ora.
Sí che conoscier puoi apertamente
chi fu cagion del mio gravoso duolo;
mai non ti scordi et síeti nella mente;
et sappi, fratel mio, ch’io non son solo.
Quanto son queste donne frodolente!
di cose non fu mai maggiore stuolo,
che fanno chi lor crede a ttal partiti
mal capitare, et anco i lor mariti.
Non curan perché perdano lor stati,
non curan perché muoiano in prigione
i lor mariti, perché sian dannati,
che lla lor alma vada a perdizione;
pur che i lor dossi sien bene addornati [9],
tutte son quasi d’una condizione
Ma cui non toca di cotal dettato,
ben può chiamarsi nel mondo beato.
Lasciamo stare omai cotal trattato,
et piacciati contarmi la cagione,
come da questa fosti sí impacciato;
dè, dimmel tosto con brieve sermone;
et come ne’ suoi lacci inviluppato
ti ritrovasti sanza altra intenzione ».
« Io tel dirò » rispuose questo in quella,
cosí dicendo con chiara favella.
« Se io fallassi, chieggio perdonanza;
ma cierto sia, che nulla offensione
alla tua donna per la mia leanza
già mai non feci per nulla stagione:
ma darle lettre ben presi baldanza.
Et conterotti tutta la cagione,
perché tu il sappi, molto io son contento,
qual fu cagion del mio innamoramento.
Essendo un dí per mia disaventura
accompagniate con un tuo vicino
ver parente, con solenne cura
a muover cominciò cotal latino [10]:
- Vedestu mai più bella criatura,
che lla tal donna per verun cammino? –
Di donna in donna per nome contando,
della tua poi venimo parlando.
Et sopra ogni altra le ponea corona,
dicendo della sua magnificenza,
onesta, savia più ch’altra persona,
piena di senno et d’ogni cognioscenza:
uno agniol pare quando ella ragiona,
uno Allexandro par nella presenza;
leggie et scrive et d’ogni storia è pratica,
retorica sa questa, anco grammatica.
Vaga, gientile, et più che costumata,
di lei parlando con vago sermone,
ch’ella avanzasse ogni persona nata
venia contando per bella ragione.
Io, che ‘l credetti allor per quella fiata,
propuosi nella mia oppenione
esser suo tutto per sua cortesia,
et, ciò possendo, ch’ella fosse mia.
Del nome domandai aconciamente,
chi costei fosse, come era, dove era,
et della casa ancora similmente:
tutto contommi con dolce piacere.
Di lei trovar propuosi nella mente,
e tanto seguitarla a mio potere,
ch’ella mia fosse, questo non t’ascondo,
più lieto essendo che altro huom del mondo.
Così disposto andai sanza far posa
per questa donna veder tanto bella.
Di ciò Fortuna mi fu graziosa,
che, come mi pensai di veder quella,
fra cierte donne non era nascosa.
Vèr lei guatando, mi si mostrò isnella,
sí come ella dicesse : – Or t’ avess’io
nelle mie braccia a tutto ‘l mio disio! –
Di che per questo mi tenni beato
parendomi d’averla esser sicuro.
Or t’ò l’effetto tutto racontato
del mio innamoramento tanto duro. »
Disse lo spirto: « Chiaro m’ài mostrato;
però, fratello, omai vivi sicuro:
di questo luogo che è tanto villano
trarrottene per cierto per mia mano.
Dè, dimmi, amico mio, lo spirto disse:
se quella ti donò conforto tanto,
come tal doglia poi nel cuor ti misse
per che fatto tu ài sí crude! pianto? »
« Messer, rispose a llui, già non si afisse [11]
perché beffato fui in ogni canto [12]
et ben m’acorsi nella sua risposta
di quel che fece la prima proposta [13].
Sì come io ebbi mia lettra mandata
a questa donna tua tanto piacevole
la sua risposta mi fu presentata
segretamente con atto amorevole.
Come la lessi, mia mente turbata
divenne tosto, pel mondo spiacievole
perché m’accorsi per lo suo tenore
che era dettata dal suo amadore,
cioè da quel ch’ella pregiava tanto
di che nel cuor ne presi grande sdegnio.
Questa fu la cagion del mio gran pianto
di le’ ne sento ancor l’animo pregnio
Costei mi dileggiava in ogni canto
facciendo col suo muso di me sdegnio
diciendo alle compagnie soghigniando
– Quel gocciolon [14] che mi va vagheggiando.
Di ciò m’acorsi più volte, ti dico
quando col dito, quando colla mano
mi dimostrava come suo nimico
me dileggiando con atto villano
Così facieva anco col suo amico
di me parlando con un modo strano
favoleggiando, chiamando beccone [15]
– dè, vedi come par ben gocciolone [16].
Me in tal modo più volte gabbando
or qua or là facciendomi vergognia
nell’animo veniami consumando
sentendo da ciascun cotal vergogna
per disperato più volte pensando
come guarir potessi di tal rognia
più volte cosí fui deliberato,
essermi colle mie man vendicato.
Ora ài intesa tutta la cagione
del mio dolore et del gravoso pianto ».
Lo spirto presto cosí gli parlone:
« Ciò che m’ài detto ò inteso tutto quanto:
intendi me’ or ttu la mia ragione.
Poeta se’ nomato in ogni canto :
nullo altri dèe saper che Amore sia
quanto dovresti tu, in fede mia.
Sí che cagion tu se’ d’ogni tuo male,
perché tu sai ben chiaro ciò che è Amore:
Amore sai che è passion naturale,
acciecatricie d’animo e di cuore;
lo ‘ngengnio ingrossa sí che poco vale,
et la memoria tolle ogni sentore,
dissirpatrice [17] d’ogni ben terreno,
facciendo ogni richeza venir meno.
Nemico fiero della giovineza,
di forza privatore et pien d’inganno,
egli è ricetto ancor d’ongni tristeza,
et a tutta la casa dona affanno;
dissirpatore egli è d’ogni allegreza,
usurpator di que’che nulla sanno,
et donatore d’ogni amare sorte :
toglie ogni libertà, et dona morte.
Abitatore delle menti insane,
sanza ragione o verun sentimento;
riciettatore delle genti vane,
non à in sé veruno ordinamento;
accrescitor delle serve mondane,
d’ogni virtude egli è isturbamento;
oh quanto da cciascun, come mi pare,
è questo vizio ben da paventare!
Se ttu rivolgi ben ciascuna storia,
vuogli antica o vuoi che sia moderna,
di quanti infeudi recati a memoria,
quante uccisione come si discerna.
Dirotti brieve sanza nulla boria:
la maggior parte della gente inferna [18]
per questo vizio e per le sue radicie
lí son sommersi, sí come si dicie.
Et voi miseri tutti, che credete
et adorate lui per vostro Iddio,
se voi sapessi quel che non sapete,
ciò è la verità del porgier mio,
come inimico sempre il fuggirete
ponendo nello Etterno ogni disio,
Padre, Signiore, che tutto correggie,
seguendo sempre sua divina leggie.
Non vedi tu ch’egli è dipinto nudo,
giovane, cieco, con ochi velati?
arco con freccie, con aspetto crudo,
porta costui ne’ suoi falsi guati.
Non val coraza, né sbergo, né scudo
a’ colpi suoi; se con effetto guati,
non è sanza cagion cosí dipinto
sí come vedi per mura distinto.
Che cosa sia la femmina, vedere
aperto puoi omai sanza fatica,
posto che alcune si possin tenere
per donne poche: ciascuna è nemica
dell’uomo, dico, sanza fede avere,
et animale per quel che ssi dica;
dico imperfetto da mille passione,
abbominevol, fuor d’ogni ragione. [19]
Fuor d’ogni modo son tutte spiacevole
et d’ogni vizio piene oltra a misura:
non è peccato tanto abbominevole
che ffar si possa, o sia contro a natura,
che a llor non paia che ssia convenevole:
i lor pensieri son contra a drittura [20].
Di lor non si vorrebbe ragionare,
né far menzione di veruno affare.
Se per bixognio, o ver per appitito,
usar volessi, dico, il matrimonio,
sia chi ssi vuole, se fosse il marito,
però ch’elle son peggio che ‘l dimonio,
vorrebbesi tener cotal partito:
(se bben m’ascolti, non ti narro sonnio )
sí come vassi per uso al giardino,
divalla il peso [21] et torna al tuo cammino.
Et fuggì tosto, come sempre fanno
gli anima’ bruti per cotal mestiero,
per non riciever più cotale affanno
di non veder cotanto vitupero.
Elle stan brutte tutto quanto l’anno
più che altro animale a ddire il vero;
via più che porco di bruttura piene,
chi ben ciercasse tutte le lor mene [22].
Se non fosse che Iddio à proveduto,
sí ccome conta la santa Scrittura,
che il matrimonio fosse concieduto
perché accresciesse l’umana natura,
di loro si vorrebbe far rifiuto,
considerando la lor gran bruttura,
chè, sse a ccontarle mi fosse concesso,
direi che fosson più brutte che un ciesso.
Et se negare, alcun questo volesse,
da me allor farei star contenti:
cierchi le buche et le finestre spesse,
e vedrano gli orribili strumenti;
troverravvi le peze ove son messe:
veggiandole, n’arranno gran paventi [23],
per li segreti superflui omori
con gli altri molti nascosi dolori.
Gli quali attenti vanno nascondendo
per la gran tema che non sian trovati:
beffe si fanno, sí come io intendo,
di tutti que’ che ssono innamorati;
chi le segue, se ‘l ver ben conprendo,
considerando neggli lor trattati,
tengon per bestia ciascun che llor ama
et per istolto chi punto le brama [24].
Perchè conoscon quanto son dappoco
considerando che dicono il vero;
ma li bestiali che non truovan loco,
che van guatando il bianco per il nero,
il modo di costor non mi par giuoco
perché egli è troppo vano il lor pensiero:
non si vorrebbon per cotale affare
costor fra gli uomin, dico, annoverare
Vegniamo omai ad altro ragionare;
che più d’un anno basterebbe il dire [25],
volendo a punto ogni cosa contare,
le gran brutture et tutto il lor fallire.
Tutte si mostran di semplice affare,
ma di malizie e d’ogni reo ardire;
non semplicie, ti dico, ma acerbe,
piene di invidia, subite [26] et superbe,
et d’ogni vizio son difettuose.
Considerando la lor condizione
piccola et bassa, stanno disdegniose,
ciascuna con diversa oppinione:
et vile essendo, fannosi orgogliose;
diventan grandi col falso sermone,
tendendo sempre a gli uomini i lacciuoli,
poco curando padre né figliuoli.
Et oltre alle belleze lor prestate
dalla natura, con diversi ingiengni,
con nuovi imbratti sempre stan lisciate,
con biaca e zolfo ricoprendo i segni
Cosí dipinte, paiono sfacciate,
torciendo il naso, dimostrando sdegni,
contro a il voler di tutti i lor mariti;
tanto per lor son matti et inviliti
Con aque lavorate spessamente
ugniendo stanno ne’ razi del sole,
il capo nero facciendo sprendente;
di dibucciarsi niente loro duole.
Pelansi il vixo, questo spessamente;
i lor pensieri sí son tutti fole [27]:
quando i capegli portan rilegati,
quando disciolti per cota’ mercati
Quando in ghirlande di be’ fior novelli,
quando di panno di nuovi colori,
quando attrecciati portan lor capélli
per far di lloro assai maggior sentori:
tutti que’ modi che paion più belli
non curan per commetter molti errori,
pur che più vaghe paiano agli amanti,
quando con balli e quando con canti.
Non sempre, ma talora dimostrando
a’ cattivegli che van lor d’intorno
l’esca coll’amo, questi riguardando
truovansi presi con gravoso scorno.
L’amo nascoso così van pigliando,
mai non ristanno la notte, né ’l giorno;
quando l’ àn preso, non lo lascian mai:
rimangon tristi con tormenti et guai
Or questo or quello accalappiando vanno,
non son contente di pochi né molti;
se nulla festa nel paese sanno
a tutte vanno per trovar gli stolti.
In cotal modo porgono il malanno
a cchi lor crede, se non sono accorti
a fuggir queste che guastano il mondo
con loro malizie, dico, tutto a ffondo!
Non pensan questo né lla lor nazione,
né come sien per serve maritate;
anzi ciascuna con falsa intenzione
ciercano sempre d’essere exaltate,
or con lusinghe or con somesïone
quando superbe sonsi dimostrate;
tanto ch’ogne anno da’ mariti loro
robe di drappo con argiento et oro,
cintole, perle, corone d’argiento
coperte d’oro come è a lor piaciere,
le foggie nuove et ogni vestimento,
sempre adempiendo ciascun lor volere.
Cresce speranza nel lor fallimento,
lo ‘ngiegnio aguza quanto à llor potere.
In cotal modo per la lor follia
a’ lor mariti tolgon signioria.
Quando si veggion cotanto adornate,
non altrimenti che fosson reine
da’ miseri mariti riguardate,
non conoscendo le false mischine,
di serve a ccompagnia se l’ àn recate;
quando si veggion fatte ben vicine,
con ogni studio la lor signioria
s’ingiengnion d’occupare, in fede mia.
Quando ben vede ch’ella è riguardata
dal suo marito che lla lascia fare,
se foggia vede che lle sia gustata,
non resta mai di lui stimolare,
in sino a ttanto che se l’à provata
et messa indosso per poter portare,
non altrimenti che fan le mondane:
tanto son queste boriose et vane!
Non par di queste a veruna esser bella
né riguardata da veruno amante
se foggia nuova non si vede ad ella,
come mondane fanno il simigliante.
Non se ne acorgie il suo marito in quella,
perché ‘l suo senno non vede più avante:
già non si avvede di tal nequitade,
se non quando si vede im povertade.
Sempre gridando per la casa vanno
co’ fanti, co’ fattori et co’ servienti;
col fratel del marito grosse stanno
perché s’acorgon di tai convenenti:
non piace lor veder cotale inganno,
perché tai falli gli fa stare attenti.
Elle fan vista d’esser guardatrici,
ma d’ogni ben son queste istirpatrici.
Tutte d’un modo son condizionate;
la notte e il dí non posson trovar loco:
quando nel letto si son coricate
non posan queste né molto né poco,
chiamandosi tra ll’altre sconsolate,
sempre soffiando nell’ardente foco;
diciendo al suo marito: – Tu non mi ami,
ma ben chiar veggio che un’altra tu brami!
Ben saria cieca s’io non m’acorgiessi
che un’altra più di me tu ami assai,
ben saria paza s’io non mi avedessi
a cui la notte et il dí drieto vai!
tu ben credevi ch’io non lo sapessi,
ma io ò miglior spie che ttu non sai:
non son briaca ch’io non vega lume,
et ben conosco ciascun tuo costume.
Misera a me, dè, come deggio fare,
che è cotanto tempo già passato
che a tte venni, sí come mi pare,
et sempre, sai, ti sono stata a llato:
sola una volta non ti udi’ contare
quando nel letto mi ti se’ achostato:
– amor mio dolce, ben sia tu venuta!
ma sempre turbo con parola muta.
Ma io ti giuro alla croce d’Iddio
di fare a tte di quel che a me fai
Non sono io sparuta, al parer mio,
ch’io non sia bella più che quella assai,
la quale io sento che porti in disio
per mio dispetto et per donarmi guai:
ma, come dicon le gienti sapute,
che chi due boche bacia, l’una pute [28].
Fatti incostà, non mi tocar, ti dico:
se Dio m’aiuti non mi tocherai!
Va’ drieto a quella di cui tu se’ amico;
che quel che vuoi, cierto non lo arai
Tu sì mmi tratti come tuo nimico,
ma vai ciercando quel che troverrai
D’altra che quella, dico, non se’degnio:
di quel che se’, be’ ne dimostri il segnio!
Di quel che se’, tu nne fai ben ritratto;
ma io ti dico che a ffare a ffar sia!
Del fango, dico, cierto non m’ài tratto:
be’ llo sa Iddio et la sua madre pia,
quanti et quali m’arebbon di patto
ti dico tolta per mia leggiadria,
tanto d’avermi l’avevano in grazia
perché lor voglia non vedevan sazia!
Tanto d’avermi ciaschedun bramava,
che sanza dota ognun m’arebbe tolta,
e di vedermi ognun disiderava;
et tu mi tratti peggio che una stolta!
Se io allotta non ti talentava,
e tu per donna non mi avessi tolta:
be’ llo sa iddio et tutti i tuoi vicini
che io ti die’ cotanti buon fiorini!
Io dico più di sette centinaia;
non conto l’altre cose che ttu avesti:
egli è cosí, perché a tte non paia.
Se gli eran pochi, perché mi togliesti?
se ‘l parentado non ti attalentava,
chi tti pregava che ttu llo faciessi?
che a ddire il ver, tu puoi bene vedere
ch’ io non ci posso rompere un bichiere.
Donna non son di dare a altrui bere
un bichier d’acqua a verun mio parente
sanza mille rimbrotti sempre avere
da’ tuoi fratelli, dico veramente.
In fino ai fonti ci anno più potere;
di che mi incresce forte nella mente,
che basterebbe s’io fossi la fante;
et tu mi fai ancora il simigliante.
Ben dico fu la mia disaventura
quando qui venni per cotanta angoscia,
non fu di riso mai cotal fattura.
Che ora s’avesse fiaccata la coscia
chi per me fece mai cotal procura,
ch’i’ tua mai fossi o prima o poscia!
Tapina a me, che in mal punto fui nata:
quando a tte venni ora foss’io annegata! –
Co ta’ parole, con simili a queste
et più cocienti assai, sanza ristare
sempre piangiendo (Iddio le faccia triste!),
non lascian lor mariti addormentare:
se a llor s’acosta, subito son preste
et vista fan di volersi levare:
– Non mi tocare! – sempre borbottando,
tanto che ànno quel che van ciercando.
Quando in tal modo gli ànno tormentati
et di tal pasto sí ssi son pasciute,
tutta la notte i tristi sciagurati
non s’accorgiendo di cotal ferute
piatiscon sempre; poi perdon li piati,
tanto son queste discrete et sapute;
in mal dir, dico, et anco in mal fare,
che i lor mariti fan pericolare.
Chi caccia il padre, chi caccia figliuoli,
chi la sua madre et anco la sorella,
chi il suo fratello, solo per star soli
et per poter menar la danza bella.
Se à fratelli, ne sente gran duoli,
la notte e il giorno sempre gli martella;
né a veruno mostran mai buon visi
sin che non sono del tutto divisi.
Non resta mai di dir la meritricie
in fin che nella casa riman sola.
Ciascuna si dimostra furatrice [29];
se vede il modo, quanto puote imbola.
Piú che altra honesta secondo che dicie;
ma quasi tutte menton per la gola:
che d’onestade et d’ogni bel costume
ciascuna è cieca che non vede lume.
Et prima uno ochio vorrebbe aver meno,
dico ciascuna, che stare a uno solo;
sia qual si vuole che non abbia freno:
nonne stan ferme, sempre stanno in volo,
or giù, or su, sol per potere a pieno
ogni lor voglia per fuggir il dolo,
vanno ciercando quel che truovan presto,
sí come io truovo per chiosa et per testo.
Son sí abbocate [30], che d’ogni vivanda
s’empiono il corpo, tanto ànno luxuria:
chi pel mugnaio tostamente manda,
chi pel lavoratore manda in furia,
chi vuole il cuoco, pur che non si spanda,
chi vuole il fante per sí fatta auguria,
chi vuole il prete, chi il frate domanda;
cosí lor fama convien che ssi spanda!
Come la bestia sempre d’ogni erbaccio
per la gran fame si pascie di botto,
pur che ssi senta ben pieno il corpaccio;
cosí costor si lascian gire sotto,
quando di sopra per piú brieve spaccio;
qual vuol si sia, non fanno già motto:
di nulla curan pur che giovan sia,
et possan sodisfar la lor follia.
Almen volesse lor disaventura
simil con simil ritrovarsi in braccio,
et non si porre con tanta bruttura,
che in ciò pensando tutto mi disfaccio.
Ma qual si sia, già non pongon cura;
quanto è più tristo, più contenta avaccio,
cieco, zoppo, tignioso che ssia:
tanto è discorsa la lor gran follia.
Se alcuna fusse che questo negare
volesse, non potrebbe in veritade.
quante sono, secondo mi pare,
che dalli lor mariti son trovate
eziandio ne’ ma’ luoghi stare,
per piú dovizia aver di ta’ derrate!
A ccasa son tornate con ta’ grazie;
io dico stanche, ma cierto non sazie.
Cosa non è che non ardiscan fare:
non curan di parente né d’amico,
sol per potere alquanto soddisfare
et adempiere il lor tristo appetito.
Se alcun dicesse che dovesse andare
ad alto punto per verun partito,
ciascuna dice che il cielabro [31] loro
non è possente a ssí fatto lavoro.
Anzi vien meno, che non può restare
in alto troppo per verun partito,
per aver punto in vêr terra guatare,
ma ben vorrebbe star sopra del lito
temon dell’acque ch’è in fiume né in mare
sí il cuor lor triema, che non è ardito;
et per cotal cagion nulla potrebbe
che lo stomaco lor nol patirebbe.
Dicono ancora che per nulla cosa
di notte sole ardirebbono andare;
tanto ciascuna fassi paurosa
che pur pensando comincia a ttremare,
mostrando uno atto di donna vezosa:
– dè non per Dio mel deggia contare,
vanno di notte l’anime dei morti,
poi le fantasme con li spirti scorti [32]! –
Et se veruna sentisse la sera
un topo andar per la casa danzando,
o cader nulla per cotal maniera,
o la finestra dal vento tocando,
et se vedesse alcuna cosa nera,
tutta si scuote, vèr l’uomo accostando,
come se un tuono venisse dall’are [33],
vista facciendo di forte tremare.
O quante si dimostrano paurose
et timide negli atti et ne’ sembianti
quando a ffar vanno le dovute cose
che ssiano in piacere a Ddio e a’ Santi;
ma se a ffar vanno le cose noiose
che im piacer siano alli aquistati amanti,
piú cuore ànno che non à il leone,
più franche et fiere che verun dragone!
O quante già si son messe ad andare
di notte scura per li gran palagi;
quante ancora son trovate stare
per le gran torri pe’ molti disagi,
vestite corte per meglio parare,
per aver solo gli amorosi baci;
quante si son messe andar di drieto
a’ lloro amanti, sí ccome io vi impetro!
O quante sono state le sfacciate
ch’e’ loro amanti àn messi sotto il letto;
quante fuor dell’uscio son trovate
su per le panche sanza altro sospetto;
sotto le ciesti per cota’ derrate
ancor gli àn messi per maggior dispetto;
o quante ancora per mezo gli armati
messe si sono per cotal’ trattati!
O quante si son messe a navicare
per lo gran mare per trovar l’amico,
et per le chiese ancor dopo l’altare,
se ttu mi intendi ben ciò ch’io ti dico!
quante ancora son trovate stare
pe’ cimiteri, non curando un fico
morti né vivi né cosa del mondo,
perché le lor malizie non àn fondo!
Non curano con chi far mercantia,
sia chi ssi vuole, abbia nome che vuole,
tanto è la lor natura trista et ria,
che cciò pensando forte me ne duole.
Pigliano il peggio, dico, tutta via
pur che il compagno truovin come suole:
sempre son preste ad calarsi a ogni ora,
sia qual si vuole, se meglio lavora.
Che ciò sia ver, dè, guarda gli spedali
che tutti pieni son di lor figliuoli.
Quanti ne’ boschi per sí fatti mali
ne son gittati con gravosi duoli!
O quante bestie di questi cotali,
o quanti ucciegli n’àn portati a voli!
Molte son quelle che gli ànno affogati,
et chi nell’aque poi gli àn gittati
O quante si son quelle che per forza
dentro nel corpo gli fanno perire;
et chi riciette per tal fallo amorza
perché tal seme non debbia seguire [34];
già di peccato non cura una scorza
pur che in tale atto proceda il fallire.
quanto male da queste prociede
che d’ogni vizio son maestre e rede! [35]
Son sospettose d’ogni creatura,
sia chi ssi vuole; et che veggian parlare
padre con figlio, sempre pongon cura
et van ciercando per cotale affare.
– Che disson quelli? se ttu puoi, procura
Ch’io tosto il sappia; de’, va’, non ristare.
Non truovan luogo: sempre anno appitito
poter far fallo contra il lor marito.
Come fa il ladro, sempre costor fenno:
ciò che altri dice, crede di lor dica;
tutti i pensieri che costoro si ànno,
questo è lo studio, questa è la fatica
in rubar sempre o fare alcuno inganno,
pur del suo marito è gran nemica;
sempre pensando sopra tutte cose
d’usar con indivine et maliose. [36]
Istrolaghi ciercando et negromanti,
incantatrici et giente sfatturate [37],
che fanno sperimenti simiglianti;
non truovan luogo mai [38] le sciagurate:
per piacer sempre a questi loro amanti,
tutte le malizie ànno trovate;
et molte vaghe [39] son porsi col fante,
et con ragazi dico il simigliante.
Quando ànno visitate le indovine,
le maliose et tutte simil giente,
com pane et vino le triste tapine,
farina, grano et danar similmente;
et per risposta le lor medicine
son favole o bugie ciertamente:
in cotal modo tal giente si gode,
dico con frasche [40], con bugie et frode.
Et se non truovan quel che van ciercando,
con altiere parole et velenose
il me’ che può si vien ciertificando,
sempre diciendo parole sdegniose;
poi col marito vengon motteggiando
et rivolgiendo le cose ritrose;
ma nulla credon che il marito dica,
sí poca fede il lor corpo nutrica.
Diciendo il vero, subito risponde:
– Io non ti credo et dimmi la bugia;
cota’ parole vengono d’altronde. –
E d’ogni giente dicon villania:
– S’ io mi cruccio, dicie, io ò bene onde. –
Et cosí tosto pigliano resia [41];
che sse potesse, come io t’aviso,
il fuoco metterebbe in paradiso.
Se ciento padri con mille frategli
con tutto quanto l’altro parentado,
essendo crucciata fosson quegli,
se una cosa non le fosse a grado,
forza veruna non arebbon elli
che sse montasse lo valer d’un dado:
tanto è sdegnioxa, crudele et villana;
perché è demonio, non cosa mondana.
Se lecito mi fosse raccontare
le cose inique che per lor son fatte,
io ne farei ciascun maravigliare;
tanto so’ inique e diverse e stratte [42].
Ciascun direbbe con simil parlare:
le femmine non son savie né matte,
ma tutte sono diavoli infernali;
com’àn potuto far cotanti mali ?
Egli è gran maraviglia come Iddio
L’à sostenute sopra della terra,
che tal fallo gli à messo in obrio [43]:
ma, se ‘l pensier di me quivi non erra,
non più offese al nostro signor pio
la setta scielerata, che sotterra
di suso rovinò per tal lavoro;
che non fer fallo maggior che costoro.
Lasciamo stare omai le ruberie
che tutto dí fan queste a’ figliuoi loro,
et l’ofensioni ancor cotanto rie
che a’ lor mariti fanno il reo lavoro,
con le tristizie et le gran ritrosie,
che in ciò pensando quasi non mi acoro;
or cominciamo a cantar altre note:
che modi tengon per crescier lor dote.
Non è vechio verun tanto bavoso
con gli occhi sciarpellati e lagrimosi,
o che il capo gli triemi, o sia tignoso,
o abbi i modi suoi tanto leziosi,
o che zembuto [44] sia o ver gottoso,
o altri vizii assai più dolorosi,
che, sse aver lo posson per marito,
che nollo tolgan per cotal partito.
Pur che sia ricco et di moneta agiato,
quanto più vechio egli è non se ne cura,
sperando tosto averlo sotterrato,
credendo poi aver miglior ventura.
Non si vergongnian perché sia tocato
verun lor menbro da ttanta bruttura:
non si vergognian lasciarsi baciare
né gli lor sen’ lasciarsi trassinare
dalle man monche, tutte arroncigliate
et anche paralitiche et tremanti,
et le lor carni vedersi accostare
con quel graticcio [45] sanza suoni o canti,
et la sua boca vedersi baciare
da i denti cascaticci tutti quanti:
non si ricorda de’ suoi drappi d’oro
qual gli à riposti con tanto lavoro.
Quando si vede cosí baciuchiata,
di bava piena la bocca col mento,
ella gli dicie per cotal giornata:
– Ciò che far vuogli, cierto io l’attalento [46].
– Tu vedi quanto se’ da me amata; –
dicie il marito: – s’ io fo testamento,
che io ti lascierò tanto del mio
che ttu goder potrai in fe’ d’iddio. –
E come dicie, fa il suo testamento
et lasciale danari et roba assai:
ella che il sente, sanza Testamento
va tosto a llui, con suoi sermoni gai
diciendo: – Signior mio, al tuo talento [47]
la notte e il giorno sarò sempre mai. –
Da indi innanzi poi nol vuol vedere,
né sua faccienda gli è più im piacere.
Desidra sempre veder la sua morte,
et di ciò sempre sí nne priega Iddio.
Morto ch’egli è, con le parole acorte
ispesso spesso dicie: – Signior mio,
molto mi increscie di sí fatte sorte;
poi che sse’ morto, altro non posso io – .
Con gli parenti questo è il suo parlare,
ma a altro non attende che a rubare.
Quando à rubato quanto ella à potuto,
se non à figlio, ripiglia la dota;
domanda il lascio [48], il quali gli è conceduto:
dato gli è tosto, dico a questa volta;
partesi rica come gli è dovuto;
odi che facie [49] ( mia parola nota! ):
truovasi tosto con suoi bagascioni [50],
con fiaschi di buon vino et buon bocconi.
Se figlio ne rimane, ella sta in casa
et non si parte per nulla cagione:
a spese del pupillo ella è rimasa,
vive pulita in ogni stagione;
attende a vender vino et grano et vasa
et provar sempre d’ogni buon bocone:
sempre hanno seco lisciarde [51] et ruffiane,
treche [52], barbiere et mediche [53] sovrane.
In tutte l’altre cose sono avare,
salvo che in si fatte mercantie:
allor son larghe in cosí fatto affare
perché si pascon molto di bugie;
et sanza lor non posson dimorare,
perché dan modo a le lor voglie rie
con loro ingiengni et con avisi tanti
menano spesso i disiati amanti.
Cosa non è più dura a ccomportare
che è una donna ricca, certamente:
non sa che voglia, né che comandare,
tanto si muta spesso nella mente.
Solo una cosa le piace di fare
et sempre ragionarne similmente:
ciò è con l’uomo trastullarsi ogni ora,
et con tal voglia ciascuna dimora.
In cotal voglia sempre queste stanno
et patiscono robe et ornamenti.
Onde si vengan, non curano il danno,
vaghe di baci et degli abbracciamenti;
che ssia fatica mai costor non sanno;
loro appititi sono inpazienti:
tanto star salde che in chiesa si dica
solo una messa, sí par lor fatica.
Tornan dal Santo, et dicon che ànno inteso
la predica che fu cotanto bella,
ma di niente ànno ad essa atteso [54]
perché a ciò non ànno le ciervella.
Dicon che sanno e bene ànno compreso,
io dico il corso di ciascuna stella
come son grandi, et tutto loro stile,
e ’l corso della luna ancor simíle.
Sanno del sole, et di ciascun pianeto
il corso ancora, et donde nascie il tuono,
come sta l’arco, e di ciascun segreto,
come sta il mare informate sono,
perché fa buffo et perch’egli sta cheto,
et quando fa la terra il frutto buono;
ciò che è in India, et ciò che nella Spagnia
fassi, sí sanno et ogni lor magagnia.
Et sanno come ingienera ‘l cristallo,
et con cui dorme la tal sua vicina,
et con qual uom la tale fecie fallo [55],
– et la cotal si liscia ogni mattina – ;
quanti ella à vaghi [56], di ciascun ben sallo
quant’uova l’anno fa la sua gallina,
et quante fusa si vuol per filare
la dodicina per cotale affare.
Et cosí dalla chiesa pianamente
ciascuna torna di loro informata:
berlinga [57] con la fante spessamente,
con la fornaia et la trecca [58] in brigata,
et con la lavandaia similmente,
quando s’aggiugnie, dico, ogni fiata:
et ciascuna si cruccia molto forte
se non è intesa per sí fatte sorte.
Alle figliuole insegnian di imbolare [59]
a’ llor mariti , dico tutti quanti,
et come debban lettere mandare
et in che forma agli loro amanti;
et come poi risposta debbian fare,
come in casa entri per tali sembianti,
facciendo vista di gran male avere
quando elle sole voglion rimanere.
Nel lecto et nella casa tutte quante
stanno avisate con gran maestria,
et simile avixata sta la fante,
ciascuna attenta con la sua follia.
La figlia imprende [60] a ffare il simigliante.
Però chi crede che veruna sia
buona, ti dico, erra, et già non crede
quel ch’egli stesso con suoi ochi vede.
Folle è chi crede che veruna madre
voglia che sia miglior la sua figliuola
che ssia ella et di migliore squadre:
non dicie il vero, anzi cotale fola.
Quando vuol nulla, con le voglie ladre
lagrime mille sí come una sola
versano sempre, che non vengon meno,
che basterebbe se ll’avesse in seno.
Bene è ver questo, che sono arrendevoli
et lasciansi provare un lor difetto!
anzi di stiza sí ssono abondevoli,
risposte danno con ogni dispetto;
io dico con latini dispiacevoli,
se ttu mi intendi ben tutto il mio detto.
Anzi rispondon per ogni parola:
– Tu non di’ vero et menti per la gola!
Tu avesti le travvegole, mi pare,
et se’ uscito fuor della memoria;
tu le ciervella desti a ‘mpedulare [61]
et di bugie tu ài fatto una storia.
De va’, bèi men [62], non tanto cinguettare,
tu del dir male te l’ arrechi in gloria;
tu ài il farnetico et anfani a secco [63]. –
E a ssimili parole dàn di becco.
Ma chi non vuol la loro inimicizia,
convien che imformi ciò che ànno proposto;
se non, s’adira con tanta nequizia
che dir non lo potrei, ond’io mi sosto [64].
Ma chi volesse la loro amicizia,
di ciò che dicon gli risponda tosto:
– Voi dite il vero, et avete ragione – ,
et lor contenti con cotal sermone.
Et odi che natura costor ànno:
che ciascheduna tiensi Salamone;
che ssia ragione costoro non sanno,
ed è vana la loro intenzione,
ma ciascheduna si veste d’un panno,
et tutte sí son d’una oppenione.
Ma ciascheduna di lor sono errate,
che piú di dieci mai furon trovate
che fusson savie, poi che edificato
fu tutto il mondo sí ccome si truova,
et come per iscritta [65] ò già trovato,
et per più libri n’è fatto la pruova;
e furon quelle, s’io non sono errato
(ma questo non è, dico, cosa nuova)
dieci Sibille: queste furon quelle,
che con lor senno passoron le stelle.
Però sibilla si crede ciascuna
essere, ma elle son del tutto errate:
che savia non si truova sia veruna,
ma per contrario son tutte trovate.
Come divaria il sole dalla luna,
cosí costoro sí son variate:
ma per contrario mi paion sian fatte,
che savie non son elle, ma sí matte.
Fra l’altre loro, io dico, novitate,
quando si voglion molto glorïare,
fra gli uomini in superbia son montate,
diciendo con lor folle motteggiare:
– Tutte le cose nobili et pregiate
femine sono, secondo il parlare:
le stelle, le pianete et le richeze,
le mura, le cittadi et l’addornezze – .
Ma se non fosse molto disonesto,
vorrebbesi [for] far cotal risposta:
– Voi dite il vero, quanto di cotesto,
et la ragion che dite mi s’accosta,
siccome io truovo, per chiosa [66] et per testo,
et molto piacie a me cotal proposta;
solo una cosa resta a ttal parlare….,
che tutte queste non sanno pisciare [67]! –
Ancor si voglion queste ricoprire
diciendo che lla Vergine Maria
portò nel ventre con tanto disire
Colui che tutto il mondo à in sua balía,
et quante sofferto ànno ancor martire
donne et gente della lor gioia:
et in tal modo si van difendendo
et con lor frasche si van ricoprendo.
Non pensan che lla Vergine pulzella
fu ab etemo dal suo dolze sposo,
eletta per sua madre et per anciella
et per isposa, quel viso amoroso:
di tutte le virtù ella fu quella
che sopra l’altre ebbe il core copioso
d’ogni virtù et simil di belleza;
perciò la volle la divina alteza.
Siccome questa fu umana fonte
e di chiareza fu divina stella;
et l’altre serve che di su son conte
per lo suo amor nessuna fu ribella;
ma se a sservire tutte furon pronte,
sofferir morte et povertà per ella,
cosí costor tutto il contrario fanno,
vivendo con superbia et con inganno.
Non caste, ma rabbiose con gran furia,
non mansuete, non umili sono;
anzi superbe con malvagia aguria [68],
alle gran pompe non fanno perdono,
a Ddio facciendo sempre grande ingiuria,
lussureggiando sempre in abandono.
Le lor follie son tante, non t’ ascondo,
ch’elle son quelle che guastano il mondo.
Et però tacia lor gienerazione:
non voglian d’altrui meriti addornare
le lor persone con cotal ragione,
che nulla è degnia per cotale affare.
Tutte son fatte d’una condizione
d’atti et di costumi et di parlare:
im prima troverresti uno cingnio nero
che una buona, a voler dire il vero.
Et prima troverresti un corbe bianco
che non faresti una femmina buona;
et nulla buona vorrebbe esser anco:
ànno smarrita la via, ciò ragiona;
se ttu m’ascolti, non ti verrò manco,
sí di contarlo volontà mi sprona:
ritrose, maliziose, pien’ di invidia,
noiose, stomacose, pien’ d’accidia.
Sono inportune et tanto dispiacievoli:
regnia in costoro ciascheduna boria,
fanno le cose tanto disdicievoli
che a rraccontarlo saria lunga storia.
quanto è rea per ragion disvenevoli
chi sotto loro imperio et la lor gloria
cader si lascia per nulla cagione!
Egli è punito di tal falligione [69].
Et io lo so, che nne ò fatte le pruove:
io fui in tal prigione imprigionato;
or ne son fuori per cotal ragione,
che sempre ne sia Cristo ringraziato.
Ma sse veruna per cotal cagione
a me volesse aver rimproverato
che d’altro pasto mi fossi fornito,
ciò non è vero per verun partito.
Ma cciò volesse Cristo onnipotente,
che quello abominevole peccato
mi fusse più caputo nella mente
che n’esser mai con niuna conversato!
Almen più tempo, dico veramente,
ne’ miei studii avrei avanzato,
et in più honore assai et in richezza
mi troverrei stare et in grandezza.
Vegniamo un poco ad altro ragionare,
disse lo spirito al poeta nostro;
non è bisogno a tte troppo parlare,
tu dèi sapere ben ciò ch’io ti mostro
L’uomo fu fatto per signoreggiare,
non per essere ad altri sottoposto:
tutti animali alla sua signoria
fur sottoposti, per la fede mia.
Ciò fecie Iddio, abbilo in ciertanza,
et diede all’uom sí fatta signoria;
e sí llo fecie alla sua simiglianza
perché signoreggiasse tutta via.
Poi fe’ la donna, sanza altra mancanza,
che simil sottoposta fosse et sia,
io dico all’uomo, et questa fecie sola
come qui conto con brieve parola.
Poi, se mmi ascolti, questa donna sola,
io dico per la sua disubidenza,
et similmente per la trista gola
quale ebbe ardir di far tanta fallenza [70]
che a ttutto il mondo, sanza dicier fola,
incorrer fecie nella gran sentenza,
ché tutti prima eravamo salvati:
or siamo incorsi ne’ mortal’ peccati.
Però lasciale andar nella mal’ora
queste malvagie femmine oramai;
segui le Nimfe, et lor vagheggia ogni ora,
gli studi et le scienzie come sai;
poni i tuoi ingengni sanza altra dimora:
quanto frutto tu ne caverai!
Tu llo sai meglio assai ch’io nol so dire;
però non seguir più cotal fallire.
Non ti fia noia con loro il disputare.
quanto onore tu nne caverai,
io dico con le Nimfe il sollazzare!
tutto il contrario da femine arai.
Fuggi, per Dio, tutto il loro affare,
et merito da Ddio n’aquisterai.
Tutto il contrario da femmine aresti,
et sempre tu con lor disputeresti.
Il disputar con lor sarebbe questo:
– A cuocier tre matasse o quattro d’accia
quanta ciener vorrebbe? dime! presto! –
vêr te volgiendo tosto la sua faccia,
et se il lin viterbese fa miglior ciesto
che ‘l vernio, dico, per te non si taccia.
Et quando vi dirà: – Messer, che fate?
dè datemi danar per due granate [71]. –
Poi poco stante ti dirà: – Messere,
la cotal roba vorrei dimezzare
con la cotale, s’egli è tuo volere,
perché fia il meglio, secondo mi pare.
Cota’ bottoni, se vvi fia im piacere,
vi vorrei porre sanza più indugiare – ;
ancor diratti ciò che la cotale
faciesse ieri notte et l’altrettale.
Et tutti fieno i lor ragionementi
quasi a un modo, sanza verun frutto;
a otta a otta molto più cocienti
quando con risa et quando con gran lutto;
chieggiendo drappi et altri vestimenti,
non curerà di vederti distrutto.
Dè, fa’ che llasci cotal compagnia
et torna tosto alla tua poesia.
Et similmente ti debba guardare
dalla amicizia delle vedovelle,
né mai con loro ti debba impacciare,
chè sotto quelle lor larghe gonnelle
vi sta il nemico sanza altro cianciare;
perché vi troverresti altro che melle
Chi vi ciercasse, sí vi troverrebbe
io dico cosa che gli putirebbe.
Però, lo spirto disse, abbilo a mente,
non t’impacciar con loro in verun modo;
sia qual si vuol, quale è più piacente
quell’è più piena di inganni et di frodo.
Folle è colui et matto della mente
che a sseguire costoro à posto in sodo,
et sotto il giogo loro à messo il collo!
Tu il dèi sapere: io l’ò provato, et sollo.
Et ti vo’ chiaramente dimostrare
i modi tutti et la lor condizione.
Di quella che ttu dì che non à pare,
se ttu intendi bene il mio sermone,
per nome questa si puote chiamare
non dico donna, ma fiero dragone.
Quando la tolsi per mia vera sposa,
la sua rea condizion m’era nascosa;
avendo questa avuto altro marito,
et ben sapeva il modo da rubare
al quale avea aguzo l’appetito,
et similmente ancor dello ingannare,
mostrandosi colomba in ogni sito,
semplicie et pura, di benignio affare.
Quando ebbe visto tutto il mio governo,
non come donna, ma uno d’inferno,
im poco tempo si fu diventata,
di una colomba ferocie serpente;
d’ogni buon modo si fu trasformata
mostrando d’ogni cosa impazïente.
Io ben cognobbi chiar ch’ell’ era stata
d’ogni mio danno assai consenziente,
et sempre ell’era stata la cagione
d’ogni mia briga et d’ogni mia quistione. »
Disse lo spirto: « In buona veritade,
io ben guardava di ponervi freno,
se ssi potesse, alla sua iniquitade;
io dico im parte, non potendo appieno.
De’ fatti miei non avea piatade
veggiéndomi a poco a ppoco venir meno;
io dico a questo indomito animale,
se ssi potesse riparare al male.
Ma vidi non potervi medicare,
chè ogni cosa m’era più fatica
et più leggiere assai il comportare
che contastare a questa mia nimica:
et legnia in fuoco mi parea gittare
et olio in fiamma, sí facieasi iniqua;
piegai le spalle, et me con tutto il mio
raccomandai la [72] ‘nipotente Iddio.
Et sempre con minaccie et con romori
spesso [ella] mi batteva la famiglia,
et sempre vi si stava con tremori:
ora con questo et or con quel bisbiglia,
[quel]la fiera tiranna con dolori
et con rimbrotti battendo le ciglia;
et come io non facieva il suo comando,
con lode si venia magnificando.
Siccome io conosciuta non l’avessi,
ccome io fossi stato da Capalle [73],
se gli antichi suoi non conosciessi
di villa et di città per ogni calle,
per nome raccontando ciascun di essi:
di che mi convenia stringnier le spalle,
et vista fare ancor di non vedire
le sue cattività, per non piatire.
Quando d’ariento facieva silimato [74],
quando purgar faciea verde rame:
vedeasi per la casa in ciascun lato
di mille lavature con gusciame
di uova, con gromma et zolfo lavorato,
radici d’erbe con foglie di rame :
con altre mille vane medicine,
con più riciette di mediche fine,
con unzioni spesso spesso ungniendosi
or qua or là pel collo et per lo viso,
et quanto meglio sapea dipigniendosi
dal petto in su, dico per non diviso;
et spesso avvien che l’uom non avveggiendosi,
che a ogni cosa non guata ben fiso,
piú volte per baciarla m’acostava:
cosí faciendo, tutto mi imbrattava.
Le labbra mi faciea non altrimenti
che ssia l’ucciello quando è impaniato,
gli ochi, la faccia, ancor similemente;
per tutto il viso, dico, in ogni lato,
con uno olore assai ben puzolente;
di che cosí sentendomi inbrattato,
di bruttura e di tal condizione
lo stomaco rendea tosto ragione.
Di ciò non era maraviglia alcuna
se il cibo tosto io mandava fora;
ma pur pensando mi parea fortuna
che non usciano le budella ogni ora.
Lasciando le novelle, ciascheduna
tutte a uno modo ciascuna lavora.
Non t’ò contato ancor con quanti ranni [75]
il capo si lavava con affanni.
Quale era fresco, qual non era tanto,
quale era dolcie, qual non era forte;
le cienera [76] contar non mi do vanto:
che a pensare egli è quasi una morte,
s’i’ ti diciessi o raccontassi intanto
le gran sollenità ch’io non t’ò porte,
quando alla stufa questa andar volea
i modi nuovi et quanti ella tenea.
Quando costei molto era stufata
et tanto stata quanto le parea,
et molte volte ancor s’era lavata
con molte mascalcie [77] ch’ella faciea,
tornava a ccasa con la sua brigata,
cioncando ognuna quanto me’ potea.
Che fusse netta io facieva stima,
poi la trovava più unta che prima!
Bene era sommo suo gran desidero,
sí come molte truovo che ancor fanno,
usar con berghinelle [78], a dire il vero,
che lli scorticatoi facciendo vanno:
tutto vi riteneva il suo pensiero
quanto le ciglia s’andava pelando;
la fronte e il collo con vetro sottile
assottigliando per cotale stile.
Et col rasoio l’andava radendo
le ciglia e il collo di cierti peluzi
da due o tre di queste intorno avendo:
talora quegli che parevan sozi
con le mollette andava divegliendo,
et raguagliando con quei che eran mozi.
In cotal modo per le case vanno
dando consiglio nel modo che sanno.
Et oltra cotai atti che san fare,
sono perfette et ottime sensali,
tra messer Maza, se è di grande affare;
io dico di mercati assai reali,
et come possa in Vallescura entrare
et della foia [79] medicar suo’ mali:
qual, poi che in casa sua si vede entrato,
un poco piange, e in drieto s’ è tornato
per tenereza e ssí per la gran festa
di quella possession che à aquistata
cosí spaziosa et tanto manifesta;
et è la donna tanto innamorata
che per servirlo non si mostra alpesta [80].
Tanto à di bene se alquanto la guata:
notte né giorno vorrebbe altro fare
se non con messer Maza sollazare! [81]
Non si verrebbe a capo di ridire
quanta è di queste la lor gran matteza,
et quanto è fiero, dico, il loro ardire,
et quante coxe per la lor belleza.
Ma cchi piú ballatine volesse dire,
cierto direbbe la spiacievoleza.
Et quando fanno alcuna faccienduzola,
se nulla manca, tutta si scompuzola [82].
Et va saltando come un becherello [83],
va bestemiando il cielo con la terra,
la luna, il sole et l’aria ancor con ello,
et tutte cose, se ‘l mio dir non erra.
Im poco spazio si volgie il ciervello,
et come paza i suoi denti serra.
Molto l’offende la polvere e il fumo,
che in ciò pensando tutto mi consumo.
Et quando à fatti tutti i lavamenti
et vedesi per punto sí lisciata,
à in dispetto l’aqua con li venti:
per ciascheduno s’è forte turbata
perché al cor sente gli innamoramenti;
et se una mosca ponsi alcuna fiata
sopra del viso, tanto l’à in disio,
che sse potesse, ucciderebbe Iddio.
Et vòti dir [84] di botto una pazia
che una simil non udisti mai,
la quale io vidi, per la fede mia,
ben che ttu forse non me ‘l crederrai.
Una moschetta, per l’anima mia,
sul vixo gli si puose per suoi guai:
ella con mano spesso la cacciava,
ma quella mosca subito tornava.
Ella, veggiendo che non si partiva,
con gran veleno si fu su levata;
ella per quello già non se ne giva,
onde ella prese tosto una granata [85],
et per la casa qua et là correva
per amazarla quella rinnegata,
et tanto corse et feceli gran guerra
ch’ella l’uccise et gittolla per terra.
Et subito che in terra fu cascata
addosso con gli calci le saltava
diciendo: – Vedi che tte ti ò pagata! –
et tutta per fatica trambasciava [86],
diciendo: – Tu sse’ giunta a questa fiata! –
Et fra ssé tutta se ne rallegrava,
diciendo: – Cosí stesse a ttal partito
chi mal mi vuole, e anche il mio marito! [87] –
Et se costei non l’avesse uccisa,
di stiza et di velen sarebbe morta.
Quando la mosca lì vide conquisa,
della letizia tutta si conforta.
Dè un poco pensa et fra te stesso avixa,
s’alcun le avesse fatto cosa torta
che ‘l suo amante ancor l’avesse morto,
che fatto ella gli arebbe in cotal porto!
E sse sentito avesse una zenzara
cosí lisciata per cota’ sembianti,
a ccotal punto ella non era avara;
di subito chiamava tutti i fanti.
Ciascun correva per la casa a gara,
et erano impacciati tutti quanti;
et punto mai costei non si conforta
se lla zenzara già non vede morta.
Quando fu morta la zenzara alpestra,
perché turbava il pacifico stato
di questa donna mia tanto maestra
andando zufolando in ogni lato,
chiudendo per averla ogni finestra
acciò che il suo bel vixo sí lisciato
non gli guastasse et non gli desse noia,
dè odi cosa s’ell’era ben gioia.
Quando la testa s’andava conciando
questa mia donna, perch’io non ti inganni,
(dicie lo spirto cosí ragionando)
Ell’era già di là da’ quarantanni:
era un fastidio andando lei mirando
con quanta cautela et quanti affanni
ella durava per farsi addornata,
che tanti non à Santa Liperata,
la nostra chiesa maggior di Firenza,
io dico ancor con tutto il campanile;
dall’uno all’altro a poca differenza,
quando era addorna ella teneva a vile.
Qualunche fosse porgieva sentenza,
fanciulla essendo, di qualunque stile.
Or vo’ contarti et dire un’altra banda
quando per sé facieva una ghirlanda.
Io già non dico d’aprile o di maggio,
ma di diciembre et anco di giennaio,
che pure a ddirlo me ne viene oltraggio
perché il suo capo mi pareva un maio [88].
Ma tutto mi turbava nel coraggio
quando guatavo il suo bel vixo gaio,
inghirlandata di ben ciento fiori
con molte erbette di varii colori.
Da ppoi che il volto con sue lavature
il viso e il collo vedeasi strebbiata [89],
vestita im punto con diverse cure
nella camera tosto n’era andata:
la fante chiama per cotai venture,
a uno specchio si pone assettata,
diciendo: – Leva questo, pon’ su quello,
pon’ su questo altro, leva quel capello. –
Ma poi che lla sua età venne cresciendo
et li capelli diventaron bianchi,
le bende bianche poi venne prendendo,
e lo mantello ponendosi ai fianchi,
et sopra il capo sel venia ponendo
sopra le treccie con gli omeri stanchi;
copriano il petto di spilletti orati
di molte foggie a punto lavorati.
Diciendo: – Questo velo un poco pende,
et è troppo alto da questa altra parte;
in questo lato un poco sí m’offende – .
Disse alla fante: – Tu non sai quest’arte;
questo veletto non ben si distende:
sotto la gola fallo star da pparte;
leva il peluzo che è sopra del ciglio;
va’, chiama la cotal che ssa far meglio! –
Diciendo a llei : – Tu non sai far cavelle [90]
se non mangiare, et sai bere et dormire;
dè, va’ vìa tosto, lava le scodelle! –
Comincia tosto forte a ritrosire [91],
et, poco stando, viene una di quelle
gran sacierdote, et si comincia a ddire:
– Che comandate? – et ella disse in quella:
– Venite un poco qua a ffarmi bella. –
La buona donna, che era molto adatta,
le dita con la bocca si bagniava,
et tutto il vixo, come fa la gatta,
con quello sputo si lla sputachiava,
a llei diciendo: – Io t’ò più bella fatta
che voi mai fossi. – Et sí lla vagheggiava,
diciendo: – Or via, n’andate sanza lagnie [92],
che giù v’aspettan le vostre compagnie. –
Dicea lo spirito: Se io la domandava
perché ella si faciea cotante cose,
ella di botto sí ssi rivoltava:
– Sol per piacierti, io il faccio – mi rispuose.
Ma poi dicieva che poco giovava
di dire o far veruna d’este cose,
– che nulla fammi (diciendo più avanti)
che ttu non vada pur drieto a lle fanti,
et similmente drieto alle zanbrache! [93] –
E se alcun fusse dall’uscio passato
che vaghegiasse, mai costei non taque
come un falcone col vixo voltato,
diciendo quel che sempre dir gli piaque
con un parlare molto dilicato:
– Chi ben mi vuole a llui ben Dio gli dia,
et faccia! lieto di ciò che dixia! –
Et tutta quanta si rinfalconava [94]
guardandosi d’intorno molto attenta;
et da ssé stessa sí ssi vagheggiava
et d’esser vagheggiata si contenta.
Et s’alcuno anche per la via passava
lei non guardando, forte ne tormenta
sí come da llui fosse ingiuriata;
cosí di botto se n’era turbata.
Se alcun passando avesse sua bellezza
lodata sí che fosse stato udito,
ella facieva sí grande allegrezza
di quel tal motto cotanto gradito;
et similmente dimostrava asprezza
chi lla biasmava per verun partito.
Canzoni et mattinate simigliante
molto piacieagli per cotal sembiante.
Null’altra le parea che fusse degnia
di nullo onore se none ella sola:
in nullo suo onore avea ritegnia.
Ma una coxa dirò che non è fola [95]:
con un [gran] barattier [fece] convegnia
che dell’andar a llei gli diè parola;
e lungo tempo, per mia veritade,
tra llor durò con sí fatta amistade.
Per tanto che più volte mi trovai
da llei rubato et toltomi moneta,
perch’io trovava che spendeva assai
sotto il mantello, dico, alla segreta.
Perché gran doglia ne soffersi et guai;
ma ella ne viveva tutta lieta.
Non però mai a llui contenta stette,
che truovo ne serviva più di sette.
Et tutto questo ancor non le bastava:
per ognun ciento mi facieva torto;
or questo, or quello, or quell’altro provava;
poi sotto sí ssi mise a un suo consorto.
Con tutto ciò per questo non s’amava,
io dico in fino a ttanto ch’io fui morto.
Ciò che pensava la donna sovrana
era sol del ferire alla chintana [96]. »
Disse lo spirto: « Perch’io più non dica
di tal piacere et di suoi portamenti,
or ài intexo della tua amica
i modi vaghi e’ gientil portamenti
del senno suo, et della gran fatica
ch’io ne soffersi, et de’ gran sentimenti
che ‘l tuo amico di lei ti narrava,
et sopra ogni altra lei sola pregiava
di cortesia et di cose sovrane
che usava questa donna tanto altera:
era cortexe di cose villane.
I buon bocconi la mattina et sera,
i buon vin dolci et sempre con ruffiane
la roba mia spese in tal maniera;
ma sopra l’altre d’amor fu cortese,
dico a qualunche già mai la richiese.
Et savia molto dico che fu ella
quanto nulla altra ne fosse trovata,
secondo raccontò mona Gianghella,
qual fu fra ll’altre tanto nominata;
di senno, dico, secondo s’appella
fra ll’altre donne quasi ogni fiata,
che quella è savia che ssa ben trovare
modi a ssua voglia saper contentare.
L’altre son sciocche et decime [97] chiamate,
vile di cuore, triste et moccicose [98];
guardano il fuoco et stanno trasogniate,
a boca seca sempre invidiose.
In luogo questa di quella rimane
tra lle più savie et tra lle più famose.
In cattedra dovrebbe nella scuola
questa sedere, ch’io non dico fola.
Alle parti che ll’amico contava
di questa donna la gran vigoria;
e come e quanto ella disiava
huomini prodi di gran vigoria,
non creder d’arme, che cciò non pensava;
non era micidiale, in fede mia:
di ta’ prodeze non avea diletto,
se non di quelle che s’usan nel letto!
Non le piaceva d’andare alla giostra
per le gran piaze né non le diletta
né lle barbute [99] alla dolciata [100] nostra
né sonar corni né suon di tronbetta,
né per le mura, né star per le chiostra,
né piacque mai a nulla di lor setta:
ma per le letta [101] notte et giorno stare
et a llor senno poter colpeggiare. [102]
Colui è prode, colui è savio et dotto
che otto dieci colpi la sua lancia
anzi la pieghi, dico, a ttale scotto [103]
Questi tal colpi non le paion ciancia:
quello è valente più che Llanciellotto
o ‘l conte Orlando cavalier di Francia;
di questi tali sempre va ciercando
et di lor forza e prodeza parlando.
Et quando tempo ella à di scinguettare [104],
di suoi antichi sempre ella à parlato;
e quando s’ode « madonna » chiamare ,
gongola tutta per cotal mercato:
e quando s’ode d’intorno ascoltare,
et comfessarli ciò ch’ella à parlato,
et poscia conterà, sanza dir ciancia,
ciò che ssi fa nel reame di Francia;
et similmente nella gran Guascognia,
nell’Ungheria et anche in Inghilterra.
Non resta mai, anzi sempre agognia,
e lla sua gola già mai non riserra.
Parla nel letto sempre quando sognia,
cosí la notte e ‘l dí menando guerra;
spesso spesso con seco si ragiona:
– Se io fossi huomo, porterei corona;
e prode sarei più ch’un paladino,
tanto il cuore mi sento vago et snello! –
Cotai parole dicie a ssuo dimino,
et credo che farebbe più che quello,
che vincierebbe lo bel Gherardino,
et similmente ancora Marco bello,
che, come intendo, combatté con l’orxo:
posto che avesse comodo socorxo.
Et non mi maraviglio se costei
cosí ti prese con la sua bellezza,
che anche a altri fe’ gridare « omei »
similemente per la sua vagheza,
non conosciuta a lli sciochi rei,
artificiata con la sua addorneza,
che, come tu, ne furono abbagliati
perché non seppon ben gli suoi trattati.
Se una volta tu con gli altri stolti
quando l’avevi la notte nel letto
l’avessi vista con gli animi sciolti,
aresti conosciuto il suo difetto;
et detto aresti: – io ò gli ochi travolti,
questa pare il diavol maladetto!
Io dico, cotestei che teco giacie
non è colei che ttanto mi piacie. –
Quando del letto si lieva la dama
verde e mal tinta di giallo colore,
dimostra trista e nello aspetto grama:
tu non vedesti mai maggior dolore.
Non ti parrebbe alloggiar fuor di rama,
ma fumo di pantano a tutte l’ore;
vize [105] per tutte, le braccia cascante,
et la persona tutta simigliante.
E poco stando per piccolo spazio
che mai nol crederresti in vita tua,
tanto si liscia che pare uno strazio,
et cosí torna la figura sua;
che, pur contarlo, di tal dir mi sazio,
perché non donna, ma pare una lua [106];
o, chi non sa le mura affumicate
diventan bianche per cota’ dirrate? [107]
Et anche si diventan colorite
secondo che è piacer del dipintore
sol per la coxa che ssi son diritte,
et puossi fare di ciascun colore;
le carni stropicciando vengon dritte,
gonfiando, ‘ncresciendo a ttutte l’ore:
non è persona che questo credesse
se prima già veduto non lo avesse.
Se ttu, come io, l’avessi la mattina,
quando si lieva del letto, veduta,
col fodero vestita in cappellina
che par, vederla, una coxa sparuta,
et acosciarsi come una gallina
a piè del fuoco, che par mona Ciuta [108],
non ti parrebbe già coxa vezoxa
ma, come è detto di su, pantanosa.
La gola à avolta con un moccichino
che primamente par la mala cosa;
a dosso foderato il mantellino,
lividi gli ochi, tutta tenebrosa,
tossendo spesso la sera e ‘l mattino:
ben ti parrebbe cosa paurosa;
sputando farfallon sempre si lagnia,
col cul sedendo sopra le calcagnia.
Non credo mai avesse avuto forza
L’amico tuo a ffarti innamorare,
io dico lo valer sol d’una scorza,
se tre cotanti t’avesse a contare.
S’una mattina, il mio pensiero amorza,
tu lla vedessi sí dolente stare,
tu non l’aresti mai di cuore amata,
ma più di cuore assai lei nimicata [109].
Or puoi pensar quanto ella è dolciata,
quando il suo vago [110] passa pel paese
e che llei vede col capo lenzata [111],
con gli ochi gialli, la donna cortese.
Oh che piaciere egli è ciascuna fiata
che per la terra cavalca il marchese!
Non tel vo’ dir, ma ttu stessi tel pensa,
ch’io fare non vorrei cotale offensa.
Ma son ben cierto, se solo una volta
quel suo bel viso tu avessi veduto,
et poi sapessi ben che lla sua scorta,
vêr te venisse con ricco trebuto,
di subito faresti tua ricolta [112],
io dico in drieto, se avessi creduto
lei rivedere con la bionda treccia:
più caro aresti una soma di feccia,
similmente di letame un monte!
Et son ben cierto quando la vedessi,
secondo l’altre cose che ài conte,
io son ben chiaro ancor, che ttu diresti
che il petto avesse come le sue inpronte
ritondo et grosso, come tu credesti,
sicome me assai con bel dettato.
A ttuo piacer te l’arebbon contato!
Non te ne fo veruna sperienza,
ma voglio che ttu l’abbia per lo cierto:
non son le poppe né di lor semenza,
ma cierta stoppa che portan coperto:
quelle su tira con cierta sua lenza.
Se lle vedessi per sí fatto merto,
non ti sarebbon mai più vere amiche;
anzi due vóti cascanti vesciche.
Ma credo che nne fusse la cagione
dell’esser cosí lunghe diventate
forse il soperchio di quelle persone
ch’addosso le si fosson caricate
oltra misura, per tal condizione;
però sí forte si son dilungate
sí come vote vesciche, ti dico,
che ciascheduna copriva il bellico [113].
Et se in Firenze vi fosse l’usanza,
come a Parigi, i ccappucci portare,
ella potrebbe per chiara ciertanza
alla franciesca le poppe gittare
sopra le spalle, per la mia leanza,
tanto son lunghe et di leggiadro affare!
Or ti vo’dire della donna gaia
come sta ‘l fatto della sua ventraia.
Che giù disciende fuor del convenevole
bene una spanna di buona misura,
con solchi larghi, ciascun dispiacievole,
che non si vide mai maggior bruttura;
vergata spesso con verghe spazievole.
Se a quel ch’io dico ponessi ben cura,
et su alzassi molto ben le ciglia,
tu fuggiresti più di mille miglia;
che propio ti parrebbe un saco vóto:
non altrimenti come porta il bue
sotto la gola, se te ne sse’ acorto,
cosí sta quella, et anco molto piue.
Ma quando vuole per suo gran conforto
la vescica votar, sí ssi pon giue;
et come i panni gli conviene alzare
quella ventraia, si vuole orinare.
Or ve’ che pensi ben quanta fatica
Messer Marzuco conviegli portare,
quando con festa la sua dolcie amica
è pur disposto volerla baciare:
se non mi intendi, dico mona fica.
Or ti vo’cosa nuova racontare
per dar rimedio alla tua malattia:
fa’ che mmi intendi per tua cortesia.
Da dove cominciar non vego ‘l modo
né in che forma far mia dicieria;
ma pure conviemmi, et questo ò posto in sodo,
del golfo racontar di Settalia,
che sopra ogni altro, sanza contar frodo,
per navicare v’è scura la via,
tra boschi posto sotto il tristo monte,
di quella scura valle d’Acheronte.
D’una gromma [114] spiacievole et rocciosa
con animali molti dispiacievoli,
la boca grande d’intorno spumosa,
con fumi caldi molto sconvenevoli,
per la qual entra tanto spaziosa
(quantunche l’acque non siano spiacievoli)
non ch’un legnietto come il mio, per cierto,
ma sí l’armata del buon Re Ruberto.
Con le vele alte essendo scatenata
sanza calare né abbassar temone,
vi sentirebbe di largo ogni fiata:
chi ll’à provato ne fa la ragione.
Ma nuova cosa ch’io t’arò contata:
che in tal porto per nulla stagione
non v’entrò legnio che vinto non fosse
non perisse per le gran percosse;
e che gittato non ne fosse fora.
Ell’è per cierto fornacie infernale,
la quale si sazierebbe, io dico, allora
che ‘l fuoco, quale è cosa naturale,
di legnie assai qual sempre divora,
‘l mar dell’aqua, ti dico altrettale.
Io non dirotti di fiumi sanguigni
che nne escon fora con fini maligni,
di muffa bianca tutti affaldellati,
forte putenti, sanza alcun rifugio,
a chi sta presso o pur se gli à mirati.
Del luogo ti vo’ dir del Malpertugio [115]:
spesso con tuoni grandi smisurati,
seguente dopo sanza alcuno indugio
fetido fummo peggio che di zolfo,
con altro puzo che sente del golfo.
Io ne so il vero per lo mio pecato,
che di tal puzo credetti morire.
Di molti puzi, ti dico, ò provato,
che pur pensando mei par or sentire;
lezzo caprino con simile fiato
che non tel posso per mia lingua dire.
Ma molte coxe non ti vo’ contare,
sol per venire ad altro ragionare. »
Disse lo spirto: « Io lascio cose a ddire
assai, sol per venire ad altra intenza [116],
per dare alcun riparo al fallire
di questa donna et della sua fallenza [117]:
con ciento lingue non tel potrei dire
le grandi offese et le gran violenza
ch’io soffersi da llei, et le rie sorte
che mmi condusse alla dogliosa morte.
Per sfogare la fiamma della mente
del preso sdegnio pe ‘l gravoso torto,
odi che fecie questa frodolente:
quando mi vide giuso giacer morto,
piangendo co’ romori fortemente
con lagrime versando per quel porto,
siccome quella che n’avea diletto
quando versarle potea per il petto.
Multipricando ognor con suo languire
maladiciendo il caso di mia morte:
– Sventurata! – diciendo nel dire,
– misera, sventurata! – diciea forte,
– dolente abbandonata! – che ridire
non si potrebbe per veruna sorte,
con lingua, dico, quel che dicea scorto:
O signior mio caro, perché tu sse’ morto ? –
Poi il contrario diceva col cuore:
– Iddio e il diavol sí nne sia laudato,
che m’à cavato di tanto dolore
et che addosso m’è tanto durato! –
Ma quello Iddio che è giusto signiore
ciaschedun credo che à meritato
secondo l’operar che avrà fatto
bene o mal, ti dico, in ciascun atto.
Non è veruno che avesse pensato
che falsamente tal pianto faciesse,
parte furando e ponendo da llato
se cosa fosse che ben gli piaciesse.
Alcun danaio m’avea riserbato
perché verun giammai se n’avedesse:
sí me gli tolse tantosto, ti dico,
come s’io fossi suo mortal nimico.
Ma fea vista di portarmi amore
sopra ogni altra persona del mondo,
diciendo che volea a tutte l’ore
sempre pregar all’alto Iddio giocondo
per la mia alma per lo suo valore;
ma pensava altro, questo non ti ascondo;
i’ dico d’inbecare il passerino
et di far macinare il suo mulino: [118]
diciendo che volea una casetta
picciola molto per suo abitare,
presso a una chiesa, cosí si diletta,
dico di frati, per me’ conversare,
et per poter portar la man’ l’offerta
et al bixognio con lor ritrovare;
et cosí fecie la donna valente,
che lla casetta tolse immantanente.
Non volle stare in quella del marito
né de’ consorti [119] per nulla cagione,
dicendo che avea prexo per partito
a Ddio servire et stare in orazione
per l’anima di quel tanto gradito
che suo marito fu, con tal sermone;
di che ciascuno suo amico e parente
le davan fede per tal convenente.
Apressatasi dunque, come è detto,
alla chiesa de’ frati, come assài [120],
sí come gli vedesti far ricietto [121]
se tti ricordi ben come detto ài,
non vi si puose per quel ch’avea detto
né per pregare Iddio o’ santi omai,
ma per aver consiglio ne’ suoi piati [122]
da que’ divoti santissimi frati.
Fra ssé diciendo: – Se per isventura
ogni mio amico mi venisse meno,
sogliono i frati sempre aver gran cura
delle mie pari che non ànno freno – .
Cosí pensato, con giusta misura,
come pensossi sí gli venne in pieno:
vestita a nero per la chiesa andando,
or questo or quello de’ frati guardando.
Et ciascun altro non di men guardava;
or su levando, or ponendo il mantello [123],
or questo or quello di lor balestrava;
ma tu il sai ben, che provasti il quadrello [124];
lacciuo’ tendendo, et cosí ritornava
faciendo baco baco [125] col mantello;
l’ochio mostrando et talora la fronte
acciò che ssue belleze fosson conte [126].
Non si sapea per me’ ella guardare,
anzi facieva peggio che l’usato
sí d’ogni vanità et del guatare,
or questo or quello per ciaschedun lato,
giovani prodi per le giostra fare
a llancie basse, io dico allo scurato [127]:
perché di vari cibi si diletta,
avea piacere d’andar tutta soletta,
con suo mantello in capo ben turata [128],
con una filza in man di paternostri.
Quando in chiesa si vede assettata [129]
et punto gli ochi vèr di lei dimostri,
quella sua filza à tanto tribolata
come diciessi: – Questi sí son vostri – ;
facciendo uno atto che sempre ragiona:
– Questi son vostri, et anche la persona! –
Niuno ne dicie mai, et io il saccio
et tutto veggio ciò che ella procura.
Quando à mangiato, ella fa procaccio [130]
di qualche donna della sua natura:
leggie rimanzi, ciò assaper ti faccio,
di que’ buon’ cavalier della ventura,
perché lor forza e tutta lor possanza
solevan di provar con la lor manza [131].
Quando era in parte là dove tocava
come gli amanti si fan le carezze
et l’un con l’altro sí ssi stropicciava [132],
tutta canbiava nelle sue fattezze,
et tutta quanta se ne stritolava [133]
pigliandone da ssé molte allegrezze:
fra ssé diciendo con suoi sermon’ piani :
– Cosí fussi io testeso [134] alle mani! – .
Cosí questa mia donna, o ver tormento,
come t’ò detto, della vita mia
in fin ch’io vissi fu lo struggimento
ch’ i’ raccontarlo cierto io non potria.
Or pur m’ascolta coll’intendimento,
che di tuoi fatti vo’ far dicieria:
che, come vedi, son venuto a ttene
per liberarti dalle suo catene,
sí come piacque alla Madre pulzella,
che, come dissi, sí mmi ci à mandato.
Ma prima ch’io venissi, andai a quella
di cui se’ cosí forte innamorato:
l’amico suo trovai ch’era con ella,
et di tuoi fatti aveva ragionato
per lungo spazio tutta quella sera,
me non veggiendo per nulla maniera.
E cosí stando l’uno all’altro in braccio,
disse costei: – Io ti vorrei mostrare
la lettera ch’io ebbi – . Et con spaccio [135]
si fu levata, et andolla a rrecare
dentro nel letto, et sí ll’aperse avaccio [136],
a parte a parte leggiendo et affare
et con gran risa ti scherniva forte
te dileggiando con parole scorte [137].
Diciendo: – Credi che ssia gocciolone [138]
et che costui egli abbia del cienato [139]?
credimi ciertamente ch’è un mellone [140];
egli à tenuti questi in ciascun lato,
Ser Mestola mi pare, et moccicone [141];
quando la scrisse credo avea sogniato! –
Diciendo: – Credi gli abbia lungo l’arco,
se crede passar dentro a questo varco!
De credi ben che gli abbia del bestiale
costui, over ch’egli è del senno uscito;
abbi per cierto, egli è uno animale,
et del ciervello egli è quasi invanito;
costui à poco in sé del naturale,
anzi mi pare un moccicon ssmarrito:
dè, col malanno ritorni a ssarchiare,
non voglia le gentil donne baciare!
Egli vorrebbe molte bastonate
ver d’un ventre ben pien per le gote! –
In mezzo dí non te l’arei contate [142]
le villanie con le diverse note.
Or ben ti dico che tt’eran graffiate
con dieci dita allor tutte le gote,
et non di meno l’un l’altro mordeva
baciando parte quantunche poteva.
Tu eri lí per meno allor tenuto
che non è l’acqua gittata la sera,
dopo la grossa, sí com’ài saputo.
Or t’ò contata tutta la matera:
ben credo forse non l’arai creduto;
il ver ti dico con benignia ciera,
sempre diciendo di te villania,
delle tue Muse et della poesia.
Non ti credevi beffe con istrazio,
da llei piacere et ricever grazia;
onde io di questa parte la ringrazio
di ciò dèe esser la tua mente sazia.
Or ài inteso per sí lungo spazio
come ciercavi per la tua disgrazia,
cosa che ll’alma perdevi et l’onore
et aquistavi tanto disinore.
Se ttu avessi udito racontare
il quarto di quel ch’ebbon ragionato,
tu non aresti potuto durare
avere udito il seguente trattato;
anzi t’aresti sanza piú tardare
con le tue mani tantosto impicato:
ma conveniesi per lo tuo pecato
che pel capresto [143] non fusse mancato!
Che meglio meritavi cotal morte
che verun ladro meritasse mai,
et che ‘l capresto fusse stato forte
et che provato avessi cotal’ guai:
pogniamo che costei per cotal sorte
avesse avuta come tu non ài,
che mai piacer potresti aver trovato,
se non carname, come t’ò contato?
Tutta cascante, fedita, lezosa [144],
di punto in punto come t’ò contato;
ben che tti paia gentile et vezosa,
simile il viso ti paia rosato,
la verità di lei qui t’è nascosa:
ma sse una notte le stessi da llato
a questa donna cotanto cortese,
ti cascherebbe tutto il manarese [145].
Tu solo un ben di lei potevi avere,
qual ti vo’ dir, perch’io non ti inganni:
ella ti potea molto valere
con suo saper, ti dico, sciemar gli anni,
non de’ passati, sí dell’avvenire;
et poi saresti stato un barbagianni [146].
Ma piú di questo nonn ò gran temenza,
che se’ tornato in vera conoscienza.
O come tu saresti a punto stato,
che già non ti mancava nulla cosa,
se ttu ti fossi a llei soggiogato,
a una viza vechia rantolosa,
gialla, malsana: come il tuo stato
era condotto in vita dolorosa!
La cienere omai del focolare
sarebbe buona costei a guardare.
Di cui ti sarestu giamai doluto?
pur di te stesso, non già di persona:
se in cotal fallo tu fossi caduto
la nominanza che di te risuona,
che come un nibbio tu fossi penduto
alle busechie [147], di cierto ragiona.
Quanta grazia t’à Idio concieduta,
che se’ campato [148] per la mia venuta!
Tu sse’ schifato perché ella è gentile,
sí come dicie, di gran sangue nata;
te à sdentato, perché d’altro stile
tu sse’ disceso per quella fiata [149].
Vo’ che tti rechi ta’ parole a vile:
dè, alza gli ochi, verso di me guata,
et sí tti insegnierò quel che non sai
sol per cavarti di sí tristi guai. »
« Se voi fussi più savio che non sete,
disse lo spirto al nostro buon poeta,
voi non sareste preso in cotal rete
né saresti fedito [150] di faretra;
ma come il popolazzo voi farete,
de lloro oppinion mai non s’aretra,
ma credon sempre alle cose fallacie
et non dàn fede alle cose veracie.
Io veggio che non sai ben la ciertezza
et veggio che non sai la veritade,
qual sia la propria vera gentileza,
qual sia la falsa con la vanitade;
ma vogliotene far qualche chiareza,
con vero stile sanza nequitade:
or vo’che sappia quale è l’uom gentile,
se ttu comprendi bene lo mio stile.
Ma ben che cosí dica, non di meno
tutto il contradio, dico per leanza,
che sse saper lo dèe niun uom terreno
voi lo sapete, dico, per ciertanza;
ma pur raconterovvi sanza freno
quel ch’io ne dico, sanza dir mancanza:
tu dèi sapere, tutti d’una madre
noi siam disciesi et anche d’un sol padre.
L’anime tutte che ne’ corpi stanno
ugualmente che i corpi son criate
da un maestro sanza alcuno inganno
et parimente sono alimentate.
Nessuna cosa l’uom gientil lo fanno
ver villano, dico in veritate,
però che tutti insieme a una intaglia
da llui siam fatti, se Cristo mi vaglia.
Di libero arbitrio ciascuno è dotato,
ciascun può far ciò che gli è in piacere
colui che lla virtù à operato,
quello è detto gentil, perch’è dovere;
chi segue il vizio, quegli è nominato
villan, perché fa male a ssuo potere.
Dunque virtute facie l’uom gentile,
cosí il contrario per diverso stile.
Posto ch’un uomo per la sua richeza
prender volesse la cavalleria,
se non è savio, per la sua matteza [151]
vitupera sé stesso in una dia [152]
et l’altra tutta sua magnia addorneza [153].
Non è gentile chi fa villania;
chi contradicie non è vero niente,
né chi la dicie né chi lla consente.
Non si puote lasciar per reditade
la gentileza, né sí la vertute,
né lla scienza, né lla sanitade,
perché ti dico son coxe dovute,
né lla forteza né lla probitade:
convien da Ddio elle sien concedute,
et per studio di quella persona
che di tal pregio vuol portar corona.
Or pensa dunque i vizi di costei,
s’ell’è gientile sí come ragiona:
ella n’à tanti cierto, ch’io credrei
di ciò portasse imperial corona.
Che gloria aresti dunque di colei
ch’ogni vertute di donna abbandona?
Voi più gentile assai sete che questa
la qual tenete sí gientil maestra.
Se vie piú gentileza al core avesti
che non fu nel legnaggio del re Brando
solo in un punto la ti perderesti,
se nel cuor questa venissi portando;
bruttata et guasta tutta tu l’aresti.
Questa malvagia, dè, vienla lasciando:
da te la caccia et fuggi tal fallanza.
Se dir vuoi nulla, darotti audianza. »
Disse lo spirto: « Di’ ciò che tti piacie,
che molte coxe più ti potrei dire;
ma quel che è detto basti alla tua pacie ».
Et piú non disse, et stette per udire.
Messer Giovanni, che ll’à intexo, tacie
col capo basso per lo suo fallire,
et ben congniobbe ch’egli avea fallato.
Cosí rispuose come arò contato.
Alquanto lagrimando coxì disse:
« spirto benedetto, dimostrato
ottimamente m’ài . . . ». Poi non s’ affisse,
et in tal modo sí gli ebbe parlato
indrieto la sentenza che ssi scrisse:
« L’animo mio qui tu ài promutato [154],
sí come piacque a quella madre pia
Virgo beata, vergine Maria ».
Lo spirto che il vedea cosí stare,
che dimostrava tutto sbigottito,
gli disse: « Del peccato non dottare [155],
poi che tti veggio sí nel cor contrito:
l’alta potenza la qual non à pare
vuol solo il cuore per ogni partito;
però, se vuoi di ciò ben far l’amenda,
gli orechi stura, et fa’ che ttu m’intenda.
Sí come voi costei avete amata
perché leggiadra et bella vi parea,
per cometter con lei cierte pecata,
la qual cosa già far non si dovea,
onde convien di ciò far pensata,
fare il contrario di ciò che voleva
il tuo folle pensiero et la sciocheza
che in te regniava con la gran matteza. »
Lo spirto tacque, et più oltra non disse.
Messer Giovanni rispuose giocoso
cosí diciendo, che già non si infinse:
« spirto benedetto grazioso,
Colui che ‘l mondo tutto circostrinse,
per sua piatade vi doni ripoxo;
piacciati omai per tua cortesia
come quinci esca m’insegni la via;
et io prometto per la mia leanza,
se tosto morte vèr me non s’affretta,
che d’esta donna et della sua fallanza
giusta mia possa [156] ne farò vendetta,
non di coltello però né di lanza [157],
perché ogni ingiuria la vendetta aspetta. »
Lo spirito disse: « Questa è la tua via. »
Adio, adio, ciascun rispondia.
Come ciascun si fu acommiatato
diciendo l’uno all’altro « addio, addio »
messer Johanni sí ssi fu svegliato,
et di quel sognio n’ebbe gran dixio:
et molto sopra ‘l sognio ebbe parlato
et fra ssé stesso poscia si dicio:
« Questo bel sognio et sua dispoxizione
intendo metter tosto a sseguizione. »
Però messer Giovanni si dispuose,
veggiendosi cosí forte oltraggiato
da questa donna per le inique cose
che ella verso lui à operato,
un libro fare, e dentro vi compuose
di punto in punto tutto quel trattato:
et come prima qui noto vi faccio,
detto è per nome da tutti CORBACCIO.
In prosa messo ben volgarizato
perché fu fatto dal suo caro amico,
posto che poi da llui poco amato
et non pregiato lo valer d’un fico.
Poi, come vedi, è stato rimato
di cota’ versi per me Lodovico
Bartoli, stando con poca contesa
per oficial nella Val di Capresa.
Finito il Corbacccino et composto dal venerabile et scientifigo poeta messer
Giovanni Bochacci da Ciertaldo recato et fatto in rima dal savio et dischreto huomo
Note
________________________
[1] Elena, per la quale scoppiò la guerra di Troia
[2] Alda la Bella, sposa promessa di Orlando, ma non si sposeranno mai, perché questi morirà a Roncisvalle.
[3] Pulisena: (Polissena) altro personaggio di mirabile bellezza cantato da Boccaccio e altri poeti,
[4] Vergin pulzella: la Madonna
[5] udendo mughi et voci di martiri: sentendo lamenti ed espressioni di sofferenza
[6] transito: trapassato morto: era il marito della donna di cui era innamorato Giovanni.
[7] sollo: lo so
[8] non ti nói: da noiare, non ti sia molesta o importuna
[9] i lor dossi sien bene addornati: le loro spalle siano ben adorne, siano ben vestite
[10] cotal latino: un tal parlare ( latino era detto il parlar chiaro ed educato)
[11] non si fissò a guardarmi con intenzioni particolari
[12] in ogni canto: completamente, in ogni angolo del mio essere
[13] di quel che fece la prima proposta: di colui che fece in effetti la prima proposta (di chi era veramente la risposta alla mia lettera.
[14] gocciolon: credulone sciocco.
[15] beccone: qui vale: stupido, insensato. Significa anche cornuto.
[16] gocciolone: stupido, insensato (come beccone)
[17] dissirpatore: dissipatore, incapace di amministrare un patrimonio che viene disperso in mille spese inutili, incapace in questo caso di mantenere normali relazioni con altre persone e incapace di mantenere un sano clima di allegria.
[18] gente inferna, dannata all’inferno
[19] L’ottava esprime bene la concezione della donna nel Medioevo.
[20] son contra a drittura: contro ogni moralità, ogni onestà, rettitudine, dignità. I versi 4-6 dell’ottava concludono una visione straordinariamente negativa della donna, fino alla conclusione più semplice: “di lor non si vorrebbe ragionare”. Ma la ragione che crea questa visione si scontra con il sentimento che agita gli animi.
[21] divalla il peso: alleggerirsi di un peso appoggiandolo o facendolo defluire verso il basso (per riprendere più leggeri il cammino) e alleggerirsi in un giardino, fuori da occhi indiscreti, magari all’ombra di un albero... la conclusione è ovvia, in mancanza di un significato certificato dai vocabolari per questo strano uso di divallare.
[22] mene: trame, maneggi.
[23] n’arranno gran paventi: proveranno un grande spavento scoprendo la realtà.
[24] per istolto chi punto le brama: ritengono uno stolto chiunque non le desidera.
[25] più d’un anno basterebbe il dire: il parlarne basterebbe per un anno.
[26] subite: che prendono decisioni improvvise.
[27] fole: favole, pensieri superficiali e di poco valore
[28] pute: puzza, emana cattivo odore.
[29] furatrice: ladra.
[30] abbocate: desiderose di mettere qualcosa in bocca, affamate.
[31] cielabro: cervello
[32] scorti: pronti a giudicare o a capire se sono favorevoli o no, amici o nemici, ecc.
[33] dall’are: dall’aria
[34] versi sull’aborto: tante donne cercano di far perire la nuova vita che sta nascendo dentro di loto, osando qualunque ricetta per cancellare il loro fallo (sbaglio) e non si cura affatto che sia peccato ciò che fanno: l’importante è riuscire nel loro intento.
[35] rede: erede
[36] d’usar con indivine et maliose: di essere in contatto con indovine e ammaliatrici (maghe)
[37] sfatturate: cercano astrologhi e negromani, incantatrici e persone che sanno far fatture o che fanno simili esperimenti
[38] non truovan luogo mai: non si riposano mai
[39] vaghe: desiderose
[40] frasche: burle, beffe
[41] pigliano resia: fomentano discordie
[42] stratte: strane, stravaganti
[43] obrio: oblio, dimenticanza
[44] zembuto: gobbo
[45] graticcio: piccola stuoia (pensiamo a quella usata dagli incantatori di serpenti)
[46] io l’attalento: lo desidero, mi garba, mi va bene
[47] talento: desiderio
[48] lascio: lascito come è nel testamento.
[49] odi che facie: ascolta cosa fa
[50] bagascioni: amanti in senso spregiativo
[51] lisciarde: donne adulatrici per ricavare qualcosa
[52] treche: ingannatrici
[53] barbieri e medichesse erano il pronto intervento del servizio medico, quando c’era un medico.
[54] ma di niente ànno ad essa atteso: ma alla predica non sono state per niente attese (e comnque non avrebbero capito niente perché capiscono solo il raggiungimento del loro interesse.
[55] far fallo: commettere adulterio
[56] vaghi: innamorati, amanti.
[57] berlinga: [da berlingare] ciancia con la fante
[58] trecca: donna che ha un banco al mercatino rionale in cui vende generi alimentari comuni e tutto ciò che si può vendere, cercando di abbindolare il cliente sulla qualità e il peso; ed è proprio l questa qualità negativa la cosa che la caratterizza.
[59] imbolare: rubare.
[60] imprende: impara.
[61] tu le ciervella desti a ‘mpedulare: Ti è sceso il cervello nelle scarpe, cioè: non ragioni perché il cervello non ti funziona.
[62] bèi men: bevi meno, non ti ubriacare.
[63] anfani a secco: parli a vanvera.
[64] ond’io mi sosto: perciò mi fermo qui.
[65] iscritta: riecheggia il neutro latino scripta. Scritti, opere letterarie o scientifiche.
[66] chiosa: annotazione per spiegare una parola o il passo di un libro.
[67] non sanno pisciare: non sanno far figli.
[68] aguria: augurio.
[69] falligione: fallo, mancanza.
[70] fallenza: errore
[71] granate: specie di susine tardive.
[72] La : al
[73] In pieno Medioevo la vita si svolgeva tra la famiglia, il lavoro e la chiesa. “A Capalle si fa da sé”: questo motto fa onore ai capallesi, non per superbia, ma per amore di libertà, anche le mogli han da esser di lí. “non al di lá di gigi di querci” cioè l’ultima casa della parrocchia. Nel 1231 i 128 cittadini di Capalle giurarono fedelta’ al Vescovo di Firenze.
[74] sulimato: sublimato – distillato (agg)
[75] Ranno: impiastro fatto con acqua e cenere bollite insieme.
[76] Cienera: cenere.
[77] Mascalcie: qui nel senso lato di piccole piaghe, malori.
[78] berghinelle: donnicciole ciarlone.
[79] Foia: voglia amorosa.
[80] Alpesta: rozza, scorbutica.
[81] con messer Maza sollazare: con messer Mazza sollazzarsi in qualsiasi momento.
[82] Leva in ogni modo la nausea per tornare a divertirsi.
[83] Becherello: diminutivo di becco: siamo sempre nell’area dei significati sessuali: variante di mazza, si usava anche mazzapicchio.
[84] Vòti dir: ti voglio dire.
[85] granata: Scopa fatta di saggina.
[86] Trambasciava: respirava affannosamente.
[87] Così accadesse a chi mi vuol male e a mio marito: vorrebbe far fare a questi la fine della mosca.
[88] Maio: albero (per la forma con cui erano conciati i capelli).
[89] Strebbiata: imbellettata.
[90] Cavelle: nulla, quasi nulla.
[91] ritrosire: a diventar d’umore bisbetico.
[92] langnie: lamentele.
[93] Zambrache: baldracche
[94] Si rinfalconava: si rallegrava come un falcone.
[95] Fola: ciancia, baia
[96] Chintana: fantoccio con cinque segni che serviva per bersaglio.
[97] decime: la decima parte (tassa pagata alle autorità).
[98] moccicose: donne di poco valore.
[99] barbute: sorta d’elmo che, abbassando la visiera, difendeva il viso fino al mento.
[100][100] dolciata: piena di dolcezza e scioccherella.
[101] per le letta: sul letto.
[102] Colpeggiare: dar colpi.
[103] Scotto: prezzo
[104] Scinguettare: cinguettare, parlare come scambio di suoni e parole ma senza idee, come il cinguettio degli uccelli.
[105] vize: che hanno perduto la sodezza naturale.
[106] Lua: significato difficile; probabilmente un riferimento a una dea latina appartenente al mondo magico del popolino: personificazione di cose luride e sporche sul piano morale e fisico, anche della peste( cose pantanose, dice più avanti). Comunque è da legare alla cosa pantanosa dell’ottava CCIX.
[107] pur contarlo ... dirrate?: - tentiamo una spiegazione: raccontando queste cose il dire mi sazia (acquieta), perché non donna mi pare, ma cosa lurida e sporca; ma chi non sa che le pareti affumicate diventano bianche dopo la confessione?. --- e la confessione consiste nelle dirrate, nelle cose dette.
[108] Mona Ciuta, personaggio (terribilmente brutto) della novella IV giornata VIII del Decameron, che per una camicia deve giacere con un uomo e non dire nemmeno una parola.
[109] nimicata: diventata nemica.
[110] Vago: l’uomo, oggetto del desiderio della donna.
[111] Lenzata: fasciata.
[112] ricolta: fare una ricolta: fare una ritirata, ritirarsi, lasciar perdere.
[113] bellico: ombelico.
[114] gromma: crosta, sedimento dovuto a una pulizia molto approssimativa.
[115] Malpertugio: Cattivo pertugio. Qui è voce composta, per ischerzo, e intende la natura delle donne, sí come nelle novelle, il mal foro. (Crusca) – In questo caso natura=sesso. Ma in questo caso non è tanto il sesso quanto il “pertugio da cui escono talvolta tuoni smisurati ed altra cosa che genera la gromma per pulizia mal fatta.
[116] intenza: intenzione che riguarda in particolare la persona amata.
[117] fallenza: errore, mancanza di qualche cosa
[118] i’ dico d’inbecare il passerino / et di far macinare il suo mulino: sono due espressioni tipiche della letteratura erotica per rappresentare l’atto sessuale, più delicata la prima, più esplicita la seconda.
[119] consorti: il parentado.
[120] Assài: da assapere, rafforzativo di sapere
[121] sí come gli vedesti far ricietto: come hai visto, s’è fatta una casa ma non per i motivi che diceva, né per pregare Dio o i santi, ma solo per stare più vicina a quei frati santissimi e aver da loro consiglio (e aiuto) per i suoi problemi quotidiani (piati).
[122] piati: v. nota precedente.
[123] Ora alzando, ora abbassando il lembo del mantello, scherzando e facendosi in questo modo conoscere ora da uno ora da un altro frate.
[124] Quadrello: freccia, saetta e qualsiasi oggetto che ha forma quadrangolare. Qui il significato è comunque di natura sessuale (nota quell’alzare o abbassare il mantello e quell’uscire da sotto il mantello scherzando e facendo bau bau (baco baco).
[125] Far baco baco: far bau bau, far paura a qualcuno (anche scherzando).
[126] Affinché fossero conosciute le le bellezze.
[127] Allo scurato: al buio.
[128] Ben turata: ben coperta.
[129] Assettata: seduta.
[130] fa procaccio: cerca (qualche altra donna che la sua stessa natura).
[131] manza: amante – Legge romanzi dei cavalieri di ventura, prodi e senza paura e che mostrano il loro valore coi nemici e colle amanti.
[132] l’un con l’altro si stropicciava: si accarezzava a lungo.
[133] si stritolava: si struggeva.
[134] testeso: testè, poco fa: mi sarebbe piaciuto essere stritolato così.
[135] con spaccio: senza esitare, subito
[136] avaccio: subito
[137] parole scorte: parole chiare
[138] v. nota 16.
[139] egli abbia del cienato: abbia l’aria di un esperto della vita?
[140] mellone: sciocco
[141] moccicone: persona da poco
[142] In mezzo dí non te l’arei contate: non sarebbe bastata mezza giornata per raccontare...
[143] capresto: capestro per l’impiccagione.
[144] fèdita, lezosa: sporca e lercia
[145] manarese: perdersi d’animo, perdere il coraggio o la forza di fare qualcosa
[146] barbagianni: uno sciocco.
[147] busechie: budelli per salsiccia (dal lombardo busecca), che servivano da esca in un tipo di trappola).
[148] campato: che la mia venuta ti ha messo in salvo.
[149] per quella fiata: per quel caso, per quel ch’è successo quella volta (la storia della lettera).
[150] fedito: ferito.
[151] matteza: follia.
[152] in una dia: in un momento.
[153] tutta sua magnia addorneza:e tutte le cose grandi che ha fatto e che illuminano la sua grandezza.
[154] promutato: cambiato
[155] dottare: dubitare
[156] giusta mia possa: secondo le mie forze.
[157] lanza: lancia, giavellotto
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