Di Ser Lodovico Bartoli

IL CORBACCINO

1672-1750

Edizione di riferimento:

Il Propugnatore, nuova serie, periodico bimestrale diretto da Giosuè Carducci Vol. I. - Parte I. Bologna presso Romagnoli-Dall’ Acqua, Libraio-Editore della regia Commissione pei testi di lingua

Incomincia il Corbaccino di Mess. Giovanni Boccaccio da Certaldo,

recato in rima per Ser Lodovico Bartoli Notaio fiorentino.

I.

O re de’ re, signor de’ signori,

padre fattor del cielo e della terra,

e tu che ‘l mondo con vaghi sprendori,

se lla scrittura del Vangel non erra,

ciò che si vede con divini amori

non si vede, tu, pace non guerra,

faciesti come a tte maestro piaque,

formasti cielo, terra, aria et aque;

II.

sí come tu, Signior, grazia facesti

a Giobbo che sofferse tanta pena,

e Lazer sucitare ancor volesti,

e perdonasti a Maria Madalena;

a mia memoria priego che ttu presti,

vèr me volgiendo tua faccia serena,

del tuo aiuto sí che la mia intenza

io rimar possa a vostra reverenza.

III.

Et a consolazion di chi lettore

sarà di questo mio nuovo cantare

chi di lui sarà ascoltatore,

ricorrerò a Ccolei che non à pare,

madre di Cristo, padre, salvatore:

– ave, diciendo nel mio cominciare.

Maria, pulzella d’ogni grazia piena;

benedetta sia tu, stella serena,

IV.

et benedetto il fructo, o madre pia,

del ventre tuo, Yhesú glorificato:

priegal, Madonna, per tua cortesia

ch’io pecator gli sia racomandato,

et ciascun altro, che im piacer gli sia

al nostro fine averci perdonato

sí che troviànci nel suo santo imperio.

Or vo’ seguire il mio nuovo pensiero.

V.

Signori, io mi pensai un dì leggiendo

un vago libro chiamato il Corbaccio,

qual fu composto, sí come io comprendo,

pel nobil huom messer Giovan Bocaccio,

vero poeta di virtù fiorendo:

fu da Certaldo, questo non mi taccio,

del bel contado, dico, fiorentino,

quale è nomato per ogni cammino.

VI.

Della sua fama non vo’ far menzione,

perché è palese in tutto l’universo

ciò ch’e’ compuose, con vera ragione

credo faciesse per prosa et per verso;

non meritano alcuna lesione:

ma perché sí bel dir non sia sommerso,

in rima il vo’ recare a mio dimino

chiamandol per suo nome Corbaccino,

VII.

perché disceso egli è del gran Corbaccio,

sí come veder puossi apertamente.

L’effetto conteròvi sanza impaccio

del vago dire e del suo convenente :

essendo il nostro autor preso nel laccio

da il cieco Amore ingrato et sconoscente,

per modo tal che non trovava loco,

ardendo sempre in amoroso foco.

VIII.

Lasciato avea costui il bello stile

dello studiar la vaga poesia;

ogni autore s’avea recato a vile,

et già sé stesso ormai non conoscea

per una donna magnia et signiorile,

come egli et ciascuno altro autor credea

che costei fosse, et avanzasse Helena [1],

Alda la bella [2] ancora et Pulisena [3].

IX.

Vennegli posto sopra del suo letto,

che per affanno del soperchio amore

seder non gli piacea nello strecto

per la gran doglia che sentia al core;

quasi di morte si sentia traficto,

sempre mancando il suo magnio valore.

Per la gran pena che sentiva in quella,

racomandossi alla Vergin pulzella [4].

X.

Colei ch’è ad ogni peccator socorso,

sostegno et guida di chi lei disia,

difenditrice d’ogni amaro morso,

conducitrice alla diritta via,

ricovro di ciascun che sia transcorso

ch’ella richiama per sua cortesia,

sentí ‘l divoto suo forte chiamando,

dicendo: « Madre, a voi mi racomando ».

XI.

Et cosí detto, come tramortito,

pel grave affanno giù posò la testa.

La Madre, che lla vocie ebbe sentito

del pecator, sí ssi rivolse presta;

et di socorrer lui prese partito

sí come madre piatosa et maestra;

diciendo: « Figliuol mio, non dubitare,

che buon sochorso ti credo mandare ».

XII.

Un sonno sopravenne o ver vixione

al detto nostro poeta piaciente,

sí come nel suo libro aperto pone.

Che fusse ver gli parea veramente,

in un sentier entrar di tal ragione:

più vaga cosa mai al suo vivente

non credo per alcun fosse veduta,

tanta pareva di piacer compiuta.

XIII.

Oltre seguendo per giugnere al fine,

credendo trovar luogo più amabile,

et, poco stando, fra pruni et ispine,

oscuro di paura inestimabile,

dove si fosse non vedea alcun fine,

et di memoria venne variabile;

udendo mughi et voci di martiri [5],

gittò soffiando cocenti sospiri.

XIV.

Parveli volgier verso l’oriente,

chiamando in vocie « Vergine Maria! »

Et ecoti apparirgli di presente

il gran socorso ch’ella gli porgia:

un uomo antico, d’aspetto piacente,

forte parlando in verso lui dicea:

« Messer Giovanni (lui nomando scorto)

non aver tema, ma prendi conforto ».

XV.

Come si volse sentendol chiamare

diceva tra suo cuore: « Io ti conosco;

questo è il cotale di cotal, mi pare,

ben che e’ mi pare nel visaggio fosco ».

Rachetò il pianto e il forte lagrimare,

ciessando la paura di quel bosco.

Questi era stato di colei marito,

che era pel tempo passato transito [6].

XVI.

Io dico della donna, di cui era

messer Giovanni inamorato tanto.

Parlando incominciava in tal maniera:

« De, dimmi la cagion del tuo gran pianto,

la qual fatta ài da mattina e da ssera,

la notte e il giorno sempre in ogni canto:

se non mel dici, a tte tosto dirollo,

perché non meno che ttu il sappia, io il sollo [7].

XVII.

Ove è il tuo senno? à ‘l tu cacciato via?

ove è lo studio qual ti si conface?

ove ài lasciata la tua poesia,

che era tua vita et anco la tua pace?

ma tu non sai ancor chi colei sia

che ll’anima col corpo sí ti sface.

Se ttu m’ascolti, io tel diraggio scorto

innanzi ch’io mi parta d’esto porto.

XVIII.

Et caverotti di questo periglio

se a mie parole vorrai porgier fede:

io son venuto qui per tuo consiglio,

mandato da Colui che tutto vede,

Padre celeste, Spirto santo et Figlio,

sí come la Scrittura santa crede:

per li preghi della sua dolce madre

a tte mi manda il nostro etterno padre.

XIX.

Perché eri in questa valle tenebrosa

già ismarrito et poco conosciente,

et fatto vile quanto nulla cosa;

et a te stesso uscito della mente ».

Allor rispuose con faccia amoroxa,

con vocie humile, tutto riverente,

forte dicendo: « Ringraziato sia

sempre il tuo fructo, Vergine Maria ».

XX.

Renduto grazia al nostro Salvatore

per quel socorso che gli avea mandato,

verso lo spirto disse con amore:

« Dè, questo luogo come è egli appelato? ».

Allor lo spirto con allegro cuore

rispuose: « Io te lo arò, fratel, contato:

questo è chiamato valle tenebroxa,

oscura et trista sopra ogni altra cosa.

XXI.

Corte d’Amore è chiamata da voi,

et credete non sia altro diletto:

tutto il contrario vi si truova poi.

Or t’ò contato del luogo l’effetto.

La mia domanda, priego, non ti nói [8]:

perché d’amor se’ ttu tanto constretto

della mia donna? priego nol nascondi:

qual fu l’effetto, chiar me ne rispondi ».

XXII.

Tosto rispuose allor messer Iohanni:

« Dè, dimmi prima che voci son quelle;

dimmelo, amico, da che non mi inganni ».

« D’anime, disse, che son tapinelle:

per amor senton sempre tanti affanni;

et come vedi a me, anno gonnelle

tutte di fuoco ». Allor non stette muto,

diciendo: « Amico mio, se’ tu perduto? »

XXIII.

Rispuose: « No, ch’io sono a ssalvamento;

ma questo mio vestire è tutto fuoco;

tal pena porto, ma vivo contento:

tutto il contrario gli altri d’esto loco.

Ma vo’ che sappia, che questo tormento

del mal ch’io sento e del diletto poco,

ne fu cagion colei che ttu tanto ami,

qual fu mia donna, che tanto la brami.

XXIV.

Ché per empiere i suoi tristi appititi,

di molti addornamenti che voleva,

la notte e giorno con passi spediti

della pecunia sempre racoglieva;

contro a ragion, per che a ttal’ partiti

or son condotto, et ta’ sermon porgieva,

che tutta l’aqua che nel mar dimora

non mi torebbe la sete d’un’ora.

XXV.

Sí che conoscier puoi apertamente

chi fu cagion del mio gravoso duolo;

mai non ti scordi et síeti nella mente;

et sappi, fratel mio, ch’io non son solo.

Quanto son queste donne frodolente!

di cose non fu mai maggiore stuolo,

che fanno chi lor crede a ttal partiti

mal capitare, et anco i lor mariti.

XXVI.

Non curan perché perdano lor stati,

non curan perché muoiano in prigione

i lor mariti, perché sian dannati,

che lla lor alma vada a perdizione;

pur che i lor dossi sien bene addornati [9],

tutte son quasi d’una condizione

Ma cui non toca di cotal dettato,

ben può chiamarsi nel mondo beato.

XXVII.

Lasciamo stare omai cotal trattato,

 et piacciati contarmi la cagione,

come da questa fosti sí impacciato;

dè, dimmel tosto con brieve sermone;

et come ne’ suoi lacci inviluppato

ti ritrovasti sanza altra intenzione ».

« Io tel dirò » rispuose questo in quella,

cosí dicendo con chiara favella.

XXVIII.

« Se io fallassi, chieggio perdonanza;

ma cierto sia, che nulla offensione

alla tua donna per la mia leanza

già mai non feci per nulla stagione:

ma darle lettre ben presi baldanza.

Et conterotti tutta la cagione,

perché tu il sappi, molto io son contento,

qual fu cagion del mio innamoramento.

XXIX.

Essendo un dí per mia disaventura

accompagniate con un tuo vicino

ver parente, con solenne cura

a muover cominciò cotal latino [10]:

- Vedestu mai più bella criatura,

che lla tal donna per verun cammino? –

Di donna in donna per nome contando,

della tua poi venimo parlando.

XXX.

Et sopra ogni altra le ponea corona,

dicendo della sua magnificenza,

onesta, savia più ch’altra persona,

piena di senno et d’ogni cognioscenza:

uno agniol pare quando ella ragiona,

uno Allexandro par nella presenza;

leggie et scrive et d’ogni storia è pratica,

retorica sa questa, anco grammatica.

XXXI.

Vaga, gientile, et più che costumata,

di lei parlando con vago sermone,

ch’ella avanzasse ogni persona nata

venia contando per bella ragione.

Io, che ‘l credetti allor per quella fiata,

propuosi nella mia oppenione

esser suo tutto per sua cortesia,

et, ciò possendo, ch’ella fosse mia.

XXXII.

Del nome domandai aconciamente,

chi costei fosse, come era, dove era,

et della casa ancora similmente:

tutto contommi con dolce piacere.

Di lei trovar propuosi nella mente,

e tanto seguitarla a mio potere,

ch’ella mia fosse, questo non t’ascondo,

più lieto essendo che altro huom del mondo.

XXXIII.

Così disposto andai sanza far posa

per questa donna veder tanto bella.

Di ciò Fortuna mi fu graziosa,

che, come mi pensai di veder quella,

fra cierte donne non era nascosa.

Vèr lei guatando, mi si mostrò isnella,

sí come ella dicesse : – Or t’ avess’io

nelle mie braccia a tutto ‘l mio disio! –

XXXIV.

Di che per questo mi tenni beato

parendomi d’averla esser sicuro.

Or t’ò l’effetto tutto racontato

del mio innamoramento tanto duro. »

Disse lo spirto: « Chiaro m’ài mostrato;

però, fratello, omai vivi sicuro:

di questo luogo che è tanto villano

trarrottene per cierto per mia mano.

XXXV.

Dè, dimmi, amico mio, lo spirto disse:

se quella ti donò conforto tanto,

come tal doglia poi nel cuor ti misse

per che fatto tu ài sí crude! pianto? »

« Messer, rispose a llui, già non si afisse [11]

perché beffato fui in ogni canto [12]

et ben m’acorsi nella sua risposta

di quel che fece la prima proposta [13].

XXXVI.

Sì come io ebbi mia lettra mandata

a questa donna tua tanto piacevole

la sua risposta mi fu presentata

segretamente con atto amorevole.

Come la lessi, mia mente turbata

divenne tosto, pel mondo spiacievole

perché m’accorsi per lo suo tenore

che era dettata dal suo amadore,

XXXVII.

cioè da quel ch’ella pregiava tanto

di che nel cuor ne presi grande sdegnio.

Questa fu la cagion del mio gran pianto

di le’ ne sento ancor l’animo pregnio

Costei mi dileggiava in ogni canto

facciendo col suo muso di me sdegnio

diciendo alle compagnie soghigniando

– Quel gocciolon [14] che mi va vagheggiando.

XXXVIII.

Di ciò m’acorsi più volte, ti dico

quando col dito, quando colla mano

mi dimostrava come suo nimico

me dileggiando con atto villano

Così facieva anco col suo amico

di me parlando con un modo strano

favoleggiando, chiamando beccone [15]

– dè, vedi come par ben gocciolone [16].

XXXIX.

Me in tal modo più volte gabbando

or qua or là facciendomi vergognia

nell’animo veniami consumando

sentendo da ciascun cotal vergogna

per disperato più volte pensando

come guarir potessi di tal rognia

più volte cosí fui deliberato,

essermi colle mie man vendicato.

XL.

Ora ài intesa tutta la cagione

del mio dolore et del gravoso pianto ».

Lo spirto presto cosí gli parlone:

« Ciò che m’ài detto ò inteso tutto quanto:

intendi me’ or ttu la mia ragione.

Poeta se’ nomato in ogni canto :

nullo altri dèe saper che Amore sia

quanto dovresti tu, in fede mia.

XLI.

Sí che cagion tu se’ d’ogni tuo male,

perché tu sai ben chiaro ciò che è Amore:

Amore sai che è passion naturale,

acciecatricie d’animo e di cuore;

lo ‘ngengnio ingrossa sí che poco vale,

et la memoria tolle ogni sentore,

dissirpatrice [17] d’ogni ben terreno,

facciendo ogni richeza venir meno.

XLII.

Nemico fiero della giovineza,

di forza privatore et pien d’inganno,

egli è ricetto ancor d’ongni tristeza,

et a tutta la casa dona affanno;

dissirpatore egli è d’ogni allegreza,

usurpator di que’che nulla sanno,

et donatore d’ogni amare sorte :

toglie ogni libertà, et dona morte.

XLIII.

Abitatore delle menti insane,

sanza ragione o verun sentimento;

riciettatore delle genti vane,

non à in sé veruno ordinamento;

accrescitor delle serve mondane,

d’ogni virtude egli è isturbamento;

oh quanto da cciascun, come mi pare,

è questo vizio ben da paventare!

XLIV.

Se ttu rivolgi ben ciascuna storia,

vuogli antica o vuoi che sia moderna,

di quanti infeudi recati a memoria,

quante uccisione come si discerna.

Dirotti brieve sanza nulla boria:

la maggior parte della gente inferna [18]

per questo vizio e per le sue radicie

lí son sommersi, sí come si dicie.

XLV.

Et voi miseri tutti, che credete

et adorate lui per vostro Iddio,

se voi sapessi quel che non sapete,

ciò è la verità del porgier mio,

come inimico sempre il fuggirete

ponendo nello Etterno ogni disio,

Padre, Signiore, che tutto correggie,

seguendo sempre sua divina leggie.

XLVI.

Non vedi tu ch’egli è dipinto nudo,

giovane, cieco, con ochi velati?

arco con freccie, con aspetto crudo,

porta costui ne’ suoi falsi guati.

Non val coraza, né sbergo, né scudo

a’ colpi suoi; se con effetto guati,

non è sanza cagion cosí dipinto

sí come vedi per mura distinto.

XLVII.

Che cosa sia la femmina, vedere

aperto puoi omai sanza fatica,

posto che alcune si possin tenere

per donne poche: ciascuna è nemica

dell’uomo, dico, sanza fede avere,

et animale per quel che ssi dica;

dico imperfetto da mille passione,

abbominevol, fuor d’ogni ragione. [19]

XLVIII.

Fuor d’ogni modo son tutte spiacevole

et d’ogni vizio piene oltra a misura:

non è peccato tanto abbominevole

che ffar si possa, o sia contro a natura,

che a llor non paia che ssia convenevole:

i lor pensieri son contra a drittura [20].

Di lor non si vorrebbe ragionare,

né far menzione di veruno affare.

XLIX.

Se per bixognio, o ver per appitito,

usar volessi, dico, il matrimonio,

sia chi ssi vuole, se fosse il marito,

però ch’elle son peggio che ‘l dimonio,

vorrebbesi tener cotal partito:

(se bben m’ascolti, non ti narro sonnio )

sí come vassi per uso al giardino,

divalla il peso [21] et torna al tuo cammino.

L.

Et fuggì tosto, come sempre fanno

gli anima’ bruti per cotal mestiero,

per non riciever più cotale affanno

di non veder cotanto vitupero.

Elle stan brutte tutto quanto l’anno

più che altro animale a ddire il vero;

via più che porco di bruttura piene,

chi ben ciercasse tutte le lor mene [22].

LI.

Se non fosse che Iddio à proveduto,

sí ccome conta la santa Scrittura,

che il matrimonio fosse concieduto

perché accresciesse l’umana natura,

di loro si vorrebbe far rifiuto,

considerando la lor gran bruttura,

chè, sse a ccontarle mi fosse concesso,

direi che fosson più brutte che un ciesso.

LII.

Et se negare, alcun questo volesse,

da me allor farei star contenti:

cierchi le buche et le finestre spesse,

e vedrano gli orribili strumenti;

troverravvi le peze ove son messe:

veggiandole, n’arranno gran paventi [23],

per li segreti superflui omori

con gli altri molti nascosi dolori.

LIII.

Gli quali attenti vanno nascondendo

per la gran tema che non sian trovati:

beffe si fanno, sí come io intendo,

di tutti que’ che ssono innamorati;

chi le segue, se ‘l ver ben conprendo,

considerando neggli lor trattati,

tengon per bestia ciascun che llor ama

et per istolto chi punto le brama [24].

LIV.

Perchè conoscon quanto son dappoco

considerando che dicono il vero;

ma li bestiali che non truovan loco,

che van guatando il bianco per il nero,

il modo di costor non mi par giuoco

perché egli è troppo vano il lor pensiero:

non si vorrebbon per cotale affare

costor fra gli uomin, dico, annoverare

LV.

Vegniamo omai ad altro ragionare;

che più d’un anno basterebbe il dire [25],

volendo a punto ogni cosa contare,

le gran brutture et tutto il lor fallire.

Tutte si mostran di semplice affare,

ma di malizie e d’ogni reo ardire;

non semplicie, ti dico, ma acerbe,

piene di invidia, subite [26] et superbe,

LVI.

et d’ogni vizio son difettuose.

Considerando la lor condizione

piccola et bassa, stanno disdegniose,

ciascuna con diversa oppinione:

et vile essendo, fannosi orgogliose;

diventan grandi col falso sermone,

tendendo sempre a gli uomini i lacciuoli,

poco curando padre né figliuoli.

LVII.

Et oltre alle belleze lor prestate

dalla natura, con diversi ingiengni,

con nuovi imbratti sempre stan lisciate,

con biaca e zolfo ricoprendo i segni

Cosí dipinte, paiono sfacciate,

torciendo il naso, dimostrando sdegni,

contro a il voler di tutti i lor mariti;

tanto per lor son matti et inviliti

LVIII.

Con aque lavorate spessamente

ugniendo stanno ne’ razi del sole,

il capo nero facciendo sprendente;

di dibucciarsi niente loro duole.

Pelansi il vixo, questo spessamente;

i lor pensieri sí son tutti fole [27]:

quando i capegli portan rilegati,

quando disciolti per cota’ mercati

LIX.

Quando in ghirlande di be’ fior novelli,

quando di panno di nuovi colori,

quando attrecciati portan lor capélli

per far di lloro assai maggior sentori:

tutti que’ modi che paion più belli

non curan per commetter molti errori,

pur che più vaghe paiano agli amanti,

quando con balli e quando con canti.

LX.

Non sempre, ma talora dimostrando

a’ cattivegli che van lor d’intorno

l’esca coll’amo, questi riguardando

truovansi presi con gravoso scorno.

L’amo nascoso così van pigliando,

mai non ristanno la notte, né ’l giorno;

quando l’ àn preso, non lo lascian mai:

rimangon tristi con tormenti et guai

LXI.

Or questo or quello accalappiando vanno,

non son contente di pochi né molti;

se nulla festa nel paese sanno

a tutte vanno per trovar gli stolti.

In cotal modo porgono il malanno

a cchi lor crede, se non sono accorti

a fuggir queste che guastano il mondo

con loro malizie, dico, tutto a ffondo!

LXII.

Non pensan questo né lla lor nazione,

né come sien per serve maritate;

anzi ciascuna con falsa intenzione

ciercano sempre d’essere exaltate,

or con lusinghe or con somesïone

quando superbe sonsi dimostrate;

tanto ch’ogne anno da’ mariti loro

robe di drappo con argiento et oro,

LXIII.

cintole, perle, corone d’argiento

coperte d’oro come è a lor piaciere,

le foggie nuove et ogni vestimento,

sempre adempiendo ciascun lor volere.

Cresce speranza nel lor fallimento,

lo ‘ngiegnio aguza quanto à llor potere.

In cotal modo per la lor follia

a’ lor mariti tolgon signioria.

LXIV.

Quando si veggion cotanto adornate,

non altrimenti che fosson reine

da’ miseri mariti riguardate,

non conoscendo le false mischine,

di serve a ccompagnia se l’ àn recate;

quando si veggion fatte ben vicine,

con ogni studio la lor signioria

s’ingiengnion d’occupare, in fede mia.

LXV.

Quando ben vede ch’ella è riguardata

dal suo marito che lla lascia fare,

se foggia vede che lle sia gustata,

non resta mai di lui stimolare,

in sino a ttanto che se l’à provata

et messa indosso per poter portare,

non altrimenti che fan le mondane:

tanto son queste boriose et vane!

LXVI.

Non par di queste a veruna esser bella

né riguardata da veruno amante

se foggia nuova non si vede ad ella,

come mondane fanno il simigliante.

Non se ne acorgie il suo marito in quella,

perché ‘l suo senno non vede più avante:

già non si avvede di tal nequitade,

se non quando si vede im povertade.

LXVII.

Sempre gridando per la casa vanno

co’ fanti, co’ fattori et co’ servienti;

col fratel del marito grosse stanno

perché s’acorgon di tai convenenti:

non piace lor veder cotale inganno,

perché tai falli gli fa stare attenti.

Elle fan vista d’esser guardatrici,

ma d’ogni ben son queste istirpatrici.

LXVIII.

Tutte d’un modo son condizionate;

la notte e il dí non posson trovar loco:

quando nel letto si son coricate

non posan queste né molto né poco,

chiamandosi tra ll’altre sconsolate,

sempre soffiando nell’ardente foco;

diciendo al suo marito: – Tu non mi ami,

ma ben chiar veggio che un’altra tu brami!

LXIX.

Ben saria cieca s’io non m’acorgiessi

che un’altra più di me tu ami assai,

ben saria paza s’io non mi avedessi

a cui la notte et il dí drieto vai!

tu ben credevi ch’io non lo sapessi,

ma io ò miglior spie che ttu non sai:

non son briaca ch’io non vega lume,

et ben conosco ciascun tuo costume.

LXX.

Misera a me, dè, come deggio fare,

che è cotanto tempo già passato

che a tte venni, sí come mi pare,

et sempre, sai, ti sono stata a llato:

sola una volta non ti udi’ contare

quando nel letto mi ti se’ achostato:

– amor mio dolce, ben sia tu venuta!

ma sempre turbo con parola muta.

LXXI.

Ma io ti giuro alla croce d’Iddio

di fare a tte di quel che a me fai

Non sono io sparuta, al parer mio,

ch’io non sia bella più che quella assai,

la quale io sento che porti in disio

per mio dispetto et per donarmi guai:

ma, come dicon le gienti sapute,

che chi due boche bacia, l’una pute [28].

LXXII.

Fatti incostà, non mi tocar, ti dico:

se Dio m’aiuti non mi tocherai!

Va’ drieto a quella di cui tu se’ amico;

che quel che vuoi, cierto non lo arai

Tu sì mmi tratti come tuo nimico,

ma vai ciercando quel che troverrai

D’altra che quella, dico, non se’degnio:

di quel che se’, be’ ne dimostri il segnio!

LXXIII.

Di quel che se’, tu nne fai ben ritratto;

ma io ti dico che a ffare a ffar sia!

Del fango, dico, cierto non m’ài tratto:

be’ llo sa Iddio et la sua madre pia,

quanti et quali m’arebbon di patto

ti dico tolta per mia leggiadria,

tanto d’avermi l’avevano in grazia

perché lor voglia non vedevan sazia!

LXXIV.

Tanto d’avermi ciaschedun bramava,

che sanza dota ognun m’arebbe tolta,

e di vedermi ognun disiderava;

et tu mi tratti peggio che una stolta!

Se io allotta non ti talentava,

e tu per donna non mi avessi tolta:

be’ llo sa iddio et tutti i tuoi vicini

che io ti die’ cotanti buon fiorini!

LXXV.

Io dico più di sette centinaia;

non conto l’altre cose che ttu avesti:

egli è cosí, perché a tte non paia.

Se gli eran pochi, perché mi togliesti?

se ‘l parentado non ti attalentava,

chi tti pregava che ttu llo faciessi?

che a ddire il ver, tu puoi bene vedere

ch’ io non ci posso rompere un bichiere.

LXXVI.

Donna non son di dare a altrui bere

un bichier d’acqua a verun mio parente

sanza mille rimbrotti sempre avere

da’ tuoi fratelli, dico veramente.

In fino ai fonti ci anno più potere;

di che mi incresce forte nella mente,

che basterebbe s’io fossi la fante;

et tu mi fai ancora il simigliante.

LXXVII.

Ben dico fu la mia disaventura

quando qui venni per cotanta angoscia,

non fu di riso mai cotal fattura.

Che ora s’avesse fiaccata la coscia

chi per me fece mai cotal procura,

ch’i’ tua mai fossi o prima o poscia!

Tapina a me, che in mal punto fui nata:

quando a tte venni ora foss’io annegata! –

LXXVIII.

Co ta’ parole, con simili a queste

et più cocienti assai, sanza ristare

sempre piangiendo (Iddio le faccia triste!),

non lascian lor mariti addormentare:

se a llor s’acosta, subito son preste

et vista fan di volersi levare:

– Non mi tocare! – sempre borbottando,

tanto che ànno quel che van ciercando.

LXXIX.

Quando in tal modo gli ànno tormentati

et di tal pasto sí ssi son pasciute,

tutta la notte i tristi sciagurati

non s’accorgiendo di cotal ferute

piatiscon sempre; poi perdon li piati,

tanto son queste discrete et sapute;

in mal dir, dico, et anco in mal fare,

che i lor mariti fan pericolare.

LXXX.

Chi caccia il padre, chi caccia figliuoli,

chi la sua madre et anco la sorella,

chi il suo fratello, solo per star soli

et per poter menar la danza bella.

Se à fratelli, ne sente gran duoli,

la notte e il giorno sempre gli martella;

né a veruno mostran mai buon visi

sin che non sono del tutto divisi.

LXXXI.

Non resta mai di dir la meritricie

in fin che nella casa riman sola.

Ciascuna si dimostra furatrice [29];

se vede il modo, quanto puote imbola.

Piú che altra honesta secondo che dicie;

ma quasi tutte menton per la gola:

che d’onestade et d’ogni bel costume

ciascuna è cieca che non vede lume.

LXXXII.

Et prima uno ochio vorrebbe aver meno,

dico ciascuna, che stare a uno solo;

sia qual si vuole che non abbia freno:

nonne stan ferme, sempre stanno in volo,

or giù, or su, sol per potere a pieno

ogni lor voglia per fuggir il dolo,

vanno ciercando quel che truovan presto,

sí come io truovo per chiosa et per testo.

LXXXIII.

Son sí abbocate [30], che d’ogni vivanda

s’empiono il corpo, tanto ànno luxuria:

chi pel mugnaio tostamente manda,

chi pel lavoratore manda in furia,

chi vuole il cuoco, pur che non si spanda,

chi vuole il fante per sí fatta auguria,

chi vuole il prete, chi il frate domanda;

cosí lor fama convien che ssi spanda!

LXXXIV.

Come la bestia sempre d’ogni erbaccio

per la gran fame si pascie di botto,

pur che ssi senta ben pieno il corpaccio;

cosí costor si lascian gire sotto,

quando di sopra per piú brieve spaccio;

qual vuol si sia, non fanno già motto:

di nulla curan pur che giovan sia,

et possan sodisfar la lor follia.

LXXXV.

Almen volesse lor disaventura

simil con simil ritrovarsi in braccio,

et non si porre con tanta bruttura,

che in ciò pensando tutto mi disfaccio.

Ma qual si sia, già non pongon cura;

quanto è più tristo, più contenta avaccio,

cieco, zoppo, tignioso che ssia:

tanto è discorsa la lor gran follia.

LXXXVI.

Se alcuna fusse che questo negare

volesse, non potrebbe in veritade.

quante sono, secondo mi pare,

che dalli lor mariti son trovate

eziandio ne’ ma’ luoghi stare,

per piú dovizia aver di ta’ derrate!

A ccasa son tornate con ta’ grazie;

io dico stanche, ma cierto non sazie.

LXXXVII.

Cosa non è che non ardiscan fare:

non curan di parente né d’amico,

sol per potere alquanto soddisfare

et adempiere il lor tristo appetito.

Se alcun dicesse che dovesse andare

ad alto punto per verun partito,

ciascuna dice che il cielabro [31] loro

non è possente a ssí fatto lavoro.

LXXXVIII.

Anzi vien meno, che non può restare

in alto troppo per verun partito,

per aver punto in vêr terra guatare,

ma ben vorrebbe star sopra del lito

temon dell’acque ch’è in fiume né in mare

sí il cuor lor triema, che non è ardito;

et per cotal cagion nulla potrebbe

che lo stomaco lor nol patirebbe.

LXXXIX.

Dicono ancora che per nulla cosa

di notte sole ardirebbono andare;

tanto ciascuna fassi paurosa

che pur pensando comincia a ttremare,

mostrando uno atto di donna vezosa:

– dè non per Dio mel deggia contare,

vanno di notte l’anime dei morti,

poi le fantasme con li spirti scorti [32]! –

XC.

Et se veruna sentisse la sera

un topo andar per la casa danzando,

o cader nulla per cotal maniera,

o la finestra dal vento tocando,

et se vedesse alcuna cosa nera,

tutta si scuote, vèr l’uomo accostando,

come se un tuono venisse dall’are [33],

vista facciendo di forte tremare.

XCI.

O quante si dimostrano paurose

et timide negli atti et ne’ sembianti

quando a ffar vanno le dovute cose

che ssiano in piacere a Ddio e a’ Santi;

ma se a ffar vanno le cose noiose

che im piacer siano alli aquistati amanti,

piú cuore ànno che non à il leone,

più franche et fiere che verun dragone!

XCII.

O quante già si son messe ad andare

di notte scura per li gran palagi;

quante ancora son trovate stare

per le gran torri pe’ molti disagi,

vestite corte per meglio parare,

per aver solo gli amorosi baci;

quante si son messe andar di drieto

a’ lloro amanti, sí ccome io vi impetro!

XCIII.

O quante sono state le sfacciate

ch’e’ loro amanti àn messi sotto il letto;

quante fuor dell’uscio son trovate

su per le panche sanza altro sospetto;

sotto le ciesti per cota’ derrate

ancor gli àn messi per maggior dispetto;

o quante ancora per mezo gli armati

messe si sono per cotal’ trattati!

XCIV.

O quante si son messe a navicare

per lo gran mare per trovar l’amico,

et per le chiese ancor dopo l’altare,

se ttu mi intendi ben ciò ch’io ti dico!

quante ancora son trovate stare

pe’ cimiteri, non curando un fico

morti né vivi né cosa del mondo,

perché le lor malizie non àn fondo!

XCV.

Non curano con chi far mercantia,

sia chi ssi vuole, abbia nome che vuole,

tanto è la lor natura trista et ria,

che cciò pensando forte me ne duole.

Pigliano il peggio, dico, tutta via

pur che il compagno truovin come suole:

sempre son preste ad calarsi a ogni ora,

sia qual si vuole, se meglio lavora.

XCVI.

Che ciò sia ver, dè, guarda gli spedali

che tutti pieni son di lor figliuoli.

Quanti ne’ boschi per sí fatti mali

ne son gittati con gravosi duoli!

O quante bestie di questi cotali,

o quanti ucciegli n’àn portati a voli!

Molte son quelle che gli ànno affogati,

et chi nell’aque poi gli àn gittati

XCVII.

O quante si son quelle che per forza

dentro nel corpo gli fanno perire;

et chi riciette per tal fallo amorza

perché tal seme non debbia seguire [34];

già di peccato non cura una scorza

pur che in tale atto proceda il fallire.

quanto male da queste prociede

che d’ogni vizio son maestre e rede! [35]

XCVIII.

Son sospettose d’ogni creatura,

sia chi ssi vuole; et che veggian parlare

padre con figlio, sempre pongon cura

et van ciercando per cotale affare.

– Che disson quelli? se ttu puoi, procura

Ch’io tosto il sappia; de’, va’, non ristare.

Non truovan luogo: sempre anno appitito

poter far fallo contra il lor marito.

XCIX.

Come fa il ladro, sempre costor fenno:

ciò che altri dice, crede di lor dica;

tutti i pensieri che costoro si ànno,

questo è lo studio, questa è la fatica

in rubar sempre o fare alcuno inganno,

pur del suo marito è gran nemica;

sempre pensando sopra tutte cose

d’usar con indivine et maliose. [36]

C.

 Istrolaghi ciercando et negromanti,

incantatrici et giente sfatturate [37],

che fanno sperimenti simiglianti;

non truovan luogo mai [38] le sciagurate:

per piacer sempre a questi loro amanti,

tutte le malizie ànno trovate;

et molte vaghe [39] son porsi col fante,

et con ragazi dico il simigliante.

CI.

Quando ànno visitate le indovine,

le maliose et tutte simil giente,

com pane et vino le triste tapine,

farina, grano et danar similmente;

et per risposta le lor medicine

son favole o bugie ciertamente:

in cotal modo tal giente si gode,

dico con frasche [40], con bugie et frode.

CII.

Et se non truovan quel che van ciercando,

con altiere parole et velenose

il me’ che può si vien ciertificando,

sempre diciendo parole sdegniose;

poi col marito vengon motteggiando

et rivolgiendo le cose ritrose;

ma nulla credon che il marito dica,

sí poca fede il lor corpo nutrica.

CIII.

Diciendo il vero, subito risponde:

– Io non ti credo et dimmi la bugia;

cota’ parole vengono d’altronde. –

E d’ogni giente dicon villania:

– S’ io mi cruccio, dicie, io ò bene onde. –

Et cosí tosto pigliano resia [41];

che sse potesse, come io t’aviso,

il fuoco metterebbe in paradiso.

CIV.

Se ciento padri con mille frategli

con tutto quanto l’altro parentado,

essendo crucciata fosson quegli,

se una cosa non le fosse a grado,

forza veruna non arebbon elli

che sse montasse lo valer d’un dado:

tanto è sdegnioxa, crudele et villana;

perché è demonio, non cosa mondana.

CV.

Se lecito mi fosse raccontare

le cose inique che per lor son fatte,

io ne farei ciascun maravigliare;

tanto so’ inique e diverse e stratte [42].

Ciascun direbbe con simil parlare:

le femmine non son savie né matte,

ma tutte sono diavoli infernali;

com’àn potuto far cotanti mali ?

CVI.

Egli è gran maraviglia come Iddio

L’à sostenute sopra della terra,

che tal fallo gli à messo in obrio [43]:

ma, se ‘l pensier di me quivi non erra,

non più offese al nostro signor pio

la setta scielerata, che sotterra

di suso rovinò per tal lavoro;

che non fer fallo maggior che costoro.

CVII.

Lasciamo stare omai le ruberie

che tutto dí fan queste a’ figliuoi loro,

et l’ofensioni ancor cotanto rie

che a’ lor mariti fanno il reo lavoro,

con le tristizie et le gran ritrosie,

che in ciò pensando quasi non mi acoro;

or cominciamo a cantar altre note:

che modi tengon per crescier lor dote.

CVIII.

Non è vechio verun tanto bavoso

con gli occhi sciarpellati e lagrimosi,

o che il capo gli triemi, o sia tignoso,

o abbi i modi suoi tanto leziosi,

o che zembuto [44] sia o ver gottoso,

o altri vizii assai più dolorosi,

che, sse aver lo posson per marito,

che nollo tolgan per cotal partito.

CIX.

Pur che sia ricco et di moneta agiato,

quanto più vechio egli è non se ne cura,

sperando tosto averlo sotterrato,

credendo poi aver miglior ventura.

Non si vergongnian perché sia tocato

verun lor menbro da ttanta bruttura:

non si vergognian lasciarsi baciare

né gli lor sen’ lasciarsi trassinare

CX.

dalle man monche, tutte arroncigliate

et anche paralitiche et tremanti,

et le lor carni vedersi accostare

con quel graticcio [45] sanza suoni o canti,

et la sua boca vedersi baciare

da i denti cascaticci tutti quanti:

non si ricorda de’ suoi drappi d’oro

qual gli à riposti con tanto lavoro.

CXI.

Quando si vede cosí baciuchiata,

di bava piena la bocca col mento,

ella gli dicie per cotal giornata:

– Ciò che far vuogli, cierto io l’attalento [46].

– Tu vedi quanto se’ da me amata; –

dicie il marito: – s’ io fo testamento,

che io ti lascierò tanto del mio

che ttu goder potrai in fe’ d’iddio. –

CXII. 

E come dicie, fa il suo testamento

et lasciale danari et roba assai:

ella che il sente, sanza Testamento

va tosto a llui, con suoi sermoni gai

diciendo: – Signior mio, al tuo talento [47]

la notte e il giorno sarò sempre mai. –

Da indi innanzi poi nol vuol vedere,

né sua faccienda gli è più im piacere.

CXIII.

Desidra sempre veder la sua morte,

et di ciò sempre sí nne priega Iddio.

Morto ch’egli è, con le parole acorte

ispesso spesso dicie: – Signior mio,

molto mi increscie di sí fatte sorte;

poi che sse’ morto, altro non posso io – .

Con gli parenti questo è il suo parlare,

ma a altro non attende che a rubare.

CXIV.

Quando à rubato quanto ella à potuto,

se non à figlio, ripiglia la dota;

domanda il lascio [48], il quali gli è conceduto:

dato gli è tosto, dico a questa volta;

partesi rica come gli è dovuto;

odi che facie [49] ( mia parola nota! ):

truovasi tosto con suoi bagascioni [50],

con fiaschi di buon vino et buon bocconi.

CXV.

Se figlio ne rimane, ella sta in casa

et non si parte per nulla cagione:

a spese del pupillo ella è rimasa,

vive pulita in ogni stagione;

attende a vender vino et grano et vasa

et provar sempre d’ogni buon bocone:

sempre hanno seco lisciarde [51] et ruffiane,

treche [52], barbiere et mediche [53] sovrane.

CXVI.

In tutte l’altre cose sono avare,

salvo che in si fatte mercantie:

allor son larghe in cosí fatto affare

perché si pascon molto di bugie;

et sanza lor non posson dimorare,

perché dan modo a le lor voglie rie

con loro ingiengni et con avisi tanti

menano spesso i disiati amanti.

CXVII.

Cosa non è più dura a ccomportare

che è una donna ricca, certamente:

non sa che voglia, né che comandare,

tanto si muta spesso nella mente.

Solo una cosa le piace di fare

et sempre ragionarne similmente:

ciò è con l’uomo trastullarsi ogni ora,

et con tal voglia ciascuna dimora.

CXVIII.

In cotal voglia sempre queste stanno

et patiscono robe et ornamenti.

Onde si vengan, non curano il danno,

vaghe di baci et degli abbracciamenti;

che ssia fatica mai costor non sanno;

loro appititi sono inpazienti:

tanto star salde che in chiesa si dica

solo una messa, sí par lor fatica.

CXIX.

Tornan dal Santo, et dicon che ànno inteso

la predica che fu cotanto bella,

ma di niente ànno ad essa atteso [54]

perché a ciò non ànno le ciervella.

Dicon che sanno e bene ànno compreso,

io dico il corso di ciascuna stella

come son grandi, et tutto loro stile,

e ’l corso della luna ancor simíle.

CXX.

Sanno del sole, et di ciascun pianeto

il corso ancora, et donde nascie il tuono,

come sta l’arco, e di ciascun segreto,

come sta il mare informate sono,

perché fa buffo et perch’egli sta cheto,

et quando fa la terra il frutto buono;

ciò che è in India, et ciò che nella Spagnia

fassi, sí sanno et ogni lor magagnia.

CXXI.

Et sanno come ingienera ‘l cristallo,

et con cui dorme la tal sua vicina,

et con qual uom la tale fecie fallo [55],

– et la cotal si liscia ogni mattina – ;

quanti ella à vaghi [56], di ciascun ben sallo

quant’uova l’anno fa la sua gallina,

et quante fusa si vuol per filare

la dodicina per cotale affare.

CXXII.

Et cosí dalla chiesa pianamente

ciascuna torna di loro informata:

berlinga [57] con la fante spessamente,

con la fornaia et la trecca [58] in brigata,

et con la lavandaia similmente,

quando s’aggiugnie, dico, ogni fiata:

et ciascuna si cruccia molto forte

se non è intesa per sí fatte sorte.

CXXIII.

Alle figliuole insegnian di imbolare [59]

a’ llor mariti , dico tutti quanti,

et come debban lettere mandare

et in che forma agli loro amanti;

et come poi risposta debbian fare,

come in casa entri per tali sembianti,

facciendo vista di gran male avere

quando elle sole voglion rimanere.

CXXIV.

Nel lecto et nella casa tutte quante

stanno avisate con gran maestria,

et simile avixata sta la fante,

ciascuna attenta con la sua follia.

La figlia imprende [60] a ffare il simigliante.

Però chi crede che veruna sia

buona, ti dico, erra, et già non crede

quel ch’egli stesso con suoi ochi vede.

CXXV.

Folle è chi crede che veruna madre

voglia che sia miglior la sua figliuola

che ssia ella et di migliore squadre:

non dicie il vero, anzi cotale fola.

Quando vuol nulla, con le voglie ladre

lagrime mille sí come una sola

versano sempre, che non vengon meno,

che basterebbe se ll’avesse in seno.

CXXVI.

Bene è ver questo, che sono arrendevoli

et lasciansi provare un lor difetto!

anzi di stiza sí ssono abondevoli,

risposte danno con ogni dispetto;

io dico con latini dispiacevoli,

se ttu mi intendi ben tutto il mio detto.

Anzi rispondon per ogni parola:

– Tu non di’ vero et menti per la gola!

CXXVII.

Tu avesti le travvegole, mi pare,

et se’ uscito fuor della memoria;

tu le ciervella desti a ‘mpedulare [61]

et di bugie tu ài fatto una storia.

De va’, bèi men [62], non tanto cinguettare,

tu del dir male te l’ arrechi in gloria;

tu ài il farnetico et anfani a secco [63]. –

E a ssimili parole dàn di becco.

CXXVIII.

Ma chi non vuol la loro inimicizia,

convien che imformi ciò che ànno proposto;

se non, s’adira con tanta nequizia

che dir non lo potrei, ond’io mi sosto [64].

Ma chi volesse la loro amicizia,

di ciò che dicon gli risponda tosto:

– Voi dite il vero, et avete ragione – ,

et lor contenti con cotal sermone.

CXXIX.

Et odi che natura costor ànno:

che ciascheduna tiensi Salamone;

che ssia ragione costoro non sanno,

ed è vana la loro intenzione,

ma ciascheduna si veste d’un panno,

et tutte sí son d’una oppenione.

Ma ciascheduna di lor sono errate,

che piú di dieci mai furon trovate

CXXX.

che fusson savie, poi che edificato

fu tutto il mondo sí ccome si truova,

et come per iscritta [65] ò già trovato,

et per più libri n’è fatto la pruova;

e furon quelle, s’io non sono errato

(ma questo non è, dico, cosa nuova)

dieci Sibille: queste furon quelle,

che con lor senno passoron le stelle.

CXXXI.

Però sibilla si crede ciascuna

essere, ma elle son del tutto errate:

che savia non si truova sia veruna,

ma per contrario son tutte trovate.

Come divaria il sole dalla luna,

cosí costoro sí son variate:

ma per contrario mi paion sian fatte,

che savie non son elle, ma sí matte.

CXXXII.

Fra l’altre loro, io dico, novitate,

quando si voglion molto glorïare,

fra gli uomini in superbia son montate,

diciendo con lor folle motteggiare:

– Tutte le cose nobili et pregiate

femine sono, secondo il parlare:

le stelle, le pianete et le richeze,

le mura, le cittadi et l’addornezze – .

CXXXIII.

Ma se non fosse molto disonesto,

vorrebbesi [for] far cotal risposta:

– Voi dite il vero, quanto di cotesto,

et la ragion che dite mi s’accosta,

siccome io truovo, per chiosa [66] et per testo,

et molto piacie a me cotal proposta;

solo una cosa resta a ttal parlare….,

che tutte queste non sanno pisciare [67]! –

CXXXIV.

Ancor si voglion queste ricoprire

diciendo che lla Vergine Maria

portò nel ventre con tanto disire

Colui che tutto il mondo à in sua balía,

et quante sofferto ànno ancor martire

donne et gente della lor gioia:

et in tal modo si van difendendo

et con lor frasche si van ricoprendo.

CXXXV.

Non pensan che lla Vergine pulzella

fu ab etemo dal suo dolze sposo,

eletta per sua madre et per anciella

et per isposa, quel viso amoroso:

di tutte le virtù ella fu quella

che sopra l’altre ebbe il core copioso

d’ogni virtù et simil di belleza;

perciò la volle la divina alteza.

CXXXVI.

 Siccome questa fu umana fonte

e di chiareza fu divina stella;

et l’altre serve che di su son conte

per lo suo amor nessuna fu ribella;

ma se a sservire tutte furon pronte,

sofferir morte et povertà per ella,

cosí costor tutto il contrario fanno,

vivendo con superbia et con inganno.

CXXXVII.

Non caste, ma rabbiose con gran furia,

non mansuete, non umili sono;

anzi superbe con malvagia aguria [68],

alle gran pompe non fanno perdono,

a Ddio facciendo sempre grande ingiuria,

lussureggiando sempre in abandono.

Le lor follie son tante, non t’ ascondo,

ch’elle son quelle che guastano il mondo.

CXXXVIII.

Et però tacia lor gienerazione:

non voglian d’altrui meriti addornare

le lor persone con cotal ragione,

che nulla è degnia per cotale affare.

Tutte son fatte d’una condizione

d’atti et di costumi et di parlare:

im prima troverresti uno cingnio nero

che una buona, a voler dire il vero.

CXXXIX.

Et prima troverresti un corbe bianco

che non faresti una femmina buona;

et nulla buona vorrebbe esser anco:

ànno smarrita la via, ciò ragiona;

se ttu m’ascolti, non ti verrò manco,

sí di contarlo volontà mi sprona:

ritrose, maliziose, pien’ di invidia,

noiose, stomacose, pien’ d’accidia.

CXL.

Sono inportune et tanto dispiacievoli:

regnia in costoro ciascheduna boria,

fanno le cose tanto disdicievoli

che a rraccontarlo saria lunga storia.

quanto è rea per ragion disvenevoli

chi sotto loro imperio et la lor gloria

cader si lascia per nulla cagione!

Egli è punito di tal falligione [69].

CXLI.

Et io lo so, che nne ò fatte le pruove:

io fui in tal prigione imprigionato;

or ne son fuori per cotal ragione,

che sempre ne sia Cristo ringraziato.

Ma sse veruna per cotal cagione

a me volesse aver rimproverato

che d’altro pasto mi fossi fornito,

ciò non è vero per verun partito.

CXLII.

Ma cciò volesse Cristo onnipotente,

che quello abominevole peccato

mi fusse più caputo nella mente

che n’esser mai con niuna conversato!

Almen più tempo, dico veramente,

ne’ miei studii avrei avanzato,

et in più honore assai et in richezza

mi troverrei stare et in grandezza.

CXLIII.

Vegniamo un poco ad altro ragionare,

disse lo spirito al poeta nostro;

non è bisogno a tte troppo parlare,

tu dèi sapere ben ciò ch’io ti mostro

L’uomo fu fatto per signoreggiare,

non per essere ad altri sottoposto:

tutti animali alla sua signoria

fur sottoposti, per la fede mia.

CXLIV.

Ciò fecie Iddio, abbilo in ciertanza,

et diede all’uom sí fatta signoria;

e sí llo fecie alla sua simiglianza

perché signoreggiasse tutta via.

Poi fe’ la donna, sanza altra mancanza,

che simil sottoposta fosse et sia,

io dico all’uomo, et questa fecie sola

come qui conto con brieve parola.

CXLV.

Poi, se mmi ascolti, questa donna sola,

io dico per la sua disubidenza,

et similmente per la trista gola

quale ebbe ardir di far tanta fallenza [70]

che a ttutto il mondo, sanza dicier fola,

incorrer fecie nella gran sentenza,

ché tutti prima eravamo salvati:

or siamo incorsi ne’ mortal’ peccati.

CXLVI.

Però lasciale andar nella mal’ora

queste malvagie femmine oramai;

segui le Nimfe, et lor vagheggia ogni ora,

gli studi et le scienzie come sai;

poni i tuoi ingengni sanza altra dimora:

quanto frutto tu ne caverai!

Tu llo sai meglio assai ch’io nol so dire;

però non seguir più cotal fallire.

CXLVII.

Non ti fia noia con loro il disputare.

quanto onore tu nne caverai,

io dico con le Nimfe il sollazzare!

tutto il contrario da femine arai.

Fuggi, per Dio, tutto il loro affare,

et merito da Ddio n’aquisterai.

Tutto il contrario da femmine aresti,

et sempre tu con lor disputeresti.

CXLVIII.

 Il disputar con lor sarebbe questo:

– A cuocier tre matasse o quattro d’accia

quanta ciener vorrebbe? dime! presto! –

vêr te volgiendo tosto la sua faccia,

et se il lin viterbese fa miglior ciesto

che ‘l vernio, dico, per te non si taccia.

Et quando vi dirà: – Messer, che fate?

dè datemi danar per due granate [71]. –

CXLIX.

Poi poco stante ti dirà: – Messere,

la cotal roba vorrei dimezzare

con la cotale, s’egli è tuo volere,

perché fia il meglio, secondo mi pare.

Cota’ bottoni, se vvi fia im piacere,

vi vorrei porre sanza più indugiare – ;

ancor diratti ciò che la cotale

faciesse ieri notte et l’altrettale.

CL.

Et tutti fieno i lor ragionementi

quasi a un modo, sanza verun frutto;

a otta a otta molto più cocienti

quando con risa et quando con gran lutto;

chieggiendo drappi et altri vestimenti,

non curerà di vederti distrutto.

Dè, fa’ che llasci cotal compagnia

et torna tosto alla tua poesia.

CLI.

Et similmente ti debba guardare

dalla amicizia delle vedovelle,

né mai con loro ti debba impacciare,

chè sotto quelle lor larghe gonnelle

vi sta il nemico sanza altro cianciare;

perché vi troverresti altro che melle

Chi vi ciercasse, sí vi troverrebbe

io dico cosa che gli putirebbe.

CLII.

Però, lo spirto disse, abbilo a mente,

non t’impacciar con loro in verun modo;

sia qual si vuol, quale è più piacente

quell’è più piena di inganni et di frodo.

Folle è colui et matto della mente

che a sseguire costoro à posto in sodo,

et sotto il giogo loro à messo il collo!

Tu il dèi sapere: io l’ò provato, et sollo.

CLIII.

Et ti vo’ chiaramente dimostrare

i modi tutti et la lor condizione.

Di quella che ttu dì che non à pare,

se ttu intendi bene il mio sermone,

per nome questa si puote chiamare

non dico donna, ma fiero dragone.

Quando la tolsi per mia vera sposa,

la sua rea condizion m’era nascosa;

CLIV.

avendo questa avuto altro marito,

et ben sapeva il modo da rubare

al quale avea aguzo l’appetito,

et similmente ancor dello ingannare,

mostrandosi colomba in ogni sito,

semplicie et pura, di benignio affare.

Quando ebbe visto tutto il mio governo,

non come donna, ma uno d’inferno,

CLV.

 im poco tempo si fu diventata,

di una colomba ferocie serpente;

d’ogni buon modo si fu trasformata

mostrando d’ogni cosa impazïente.

Io ben cognobbi chiar ch’ell’ era stata

d’ogni mio danno assai consenziente,

et sempre ell’era stata la cagione

d’ogni mia briga et d’ogni mia quistione. »

CLVI

Disse lo spirto: « In buona veritade,

io ben guardava di ponervi freno,

se ssi potesse, alla sua iniquitade;

io dico im parte, non potendo appieno.

De’ fatti miei non avea piatade

veggiéndomi a poco a ppoco venir meno;

io dico a questo indomito animale,

se ssi potesse riparare al male.

CLII.

Ma vidi non potervi medicare,

chè ogni cosa m’era più fatica

et più leggiere assai il comportare

che contastare a questa mia nimica:

et legnia in fuoco mi parea gittare

et olio in fiamma, sí facieasi iniqua;

piegai le spalle, et me con tutto il mio

raccomandai la [72] ‘nipotente Iddio.

CLVIII.

Et sempre con minaccie et con romori

spesso [ella] mi batteva la famiglia,

et sempre vi si stava con tremori:

ora con questo et or con quel bisbiglia,

[quel]la fiera tiranna con dolori

et con rimbrotti battendo le ciglia;

et come io non facieva il suo comando,

con lode si venia magnificando.

CLIX.

Siccome io conosciuta non l’avessi,

ccome io fossi stato da Capalle [73],

se gli antichi suoi non conosciessi

di villa et di città per ogni calle,

per nome raccontando ciascun di essi:

di che mi convenia stringnier le spalle,

et vista fare ancor di non vedire

le sue cattività, per non piatire.

CLX.

Quando d’ariento facieva silimato [74],

quando purgar faciea verde rame:

vedeasi per la casa in ciascun lato

di mille lavature con gusciame

di uova, con gromma et zolfo lavorato,

radici d’erbe con foglie di rame :

con altre mille vane medicine,

con più riciette di mediche fine,

CLXI.

con unzioni spesso spesso ungniendosi

or qua or là pel collo et per lo viso,

et quanto meglio sapea dipigniendosi

dal petto in su, dico per non diviso;

et spesso avvien che l’uom non avveggiendosi,

che a ogni cosa non guata ben fiso,

piú volte per baciarla m’acostava:

cosí faciendo, tutto mi imbrattava.

CLXII.

Le labbra mi faciea non altrimenti

che ssia l’ucciello quando è impaniato,

gli ochi, la faccia, ancor similemente;

per tutto il viso, dico, in ogni lato,

con uno olore assai ben puzolente;

di che cosí sentendomi inbrattato,

di bruttura e di tal condizione

lo stomaco rendea tosto ragione.

CLXIII.

Di ciò non era maraviglia alcuna

se il cibo tosto io mandava fora;

ma pur pensando mi parea fortuna

che non usciano le budella ogni ora.

Lasciando le novelle, ciascheduna

tutte a uno modo ciascuna lavora.

Non t’ò contato ancor con quanti ranni [75]

il capo si lavava con affanni.

CLXIV.

Quale era fresco, qual non era tanto,

quale era dolcie, qual non era forte;

le cienera [76] contar non mi do vanto:

che a pensare egli è quasi una morte,

s’i’ ti diciessi o raccontassi intanto

le gran sollenità ch’io non t’ò porte,

quando alla stufa questa andar volea

i modi nuovi et quanti ella tenea.

CLXV.

Quando costei molto era stufata

et tanto stata quanto le parea,

et molte volte ancor s’era lavata

con molte mascalcie [77] ch’ella faciea,

tornava a ccasa con la sua brigata,

cioncando ognuna quanto me’ potea.

Che fusse netta io facieva stima,

poi la trovava più unta che prima!

CLXVI.

Bene era sommo suo gran desidero,

sí come molte truovo che ancor fanno,

usar con berghinelle [78], a dire il vero,

che lli scorticatoi facciendo vanno:

tutto vi riteneva il suo pensiero

quanto le ciglia s’andava pelando;

la fronte e il collo con vetro sottile

assottigliando per cotale stile.

CLXVII.

Et col rasoio l’andava radendo

le ciglia e il collo di cierti peluzi

da due o tre di queste intorno avendo:

talora quegli che parevan sozi

con le mollette andava divegliendo,

et raguagliando con quei che eran mozi.

In cotal modo per le case vanno

dando consiglio nel modo che sanno.

CLXVIII.

Et oltra cotai atti che san fare,

sono perfette et ottime sensali,

tra messer Maza, se è di grande affare;

io dico di mercati assai reali,

et come possa in Vallescura entrare

et della foia [79] medicar suo’ mali:

qual, poi che in casa sua si vede entrato,

un poco piange, e in drieto s’ è tornato

CLXIX.

per tenereza e ssí per la gran festa

di quella possession che à aquistata

cosí spaziosa et tanto manifesta;

et è la donna tanto innamorata

che per servirlo non si mostra alpesta [80].

Tanto à di bene se alquanto la guata:

notte né giorno vorrebbe altro fare

se non con messer Maza sollazare! [81]

CLXX.

Non si verrebbe a capo di ridire

quanta è di queste la lor gran matteza,

et quanto è fiero, dico, il loro ardire,

et quante coxe per la lor belleza.

Ma cchi piú ballatine volesse dire,

cierto direbbe la spiacievoleza.

Et quando fanno alcuna faccienduzola,

se nulla manca, tutta si scompuzola [82].

CLXXI.

Et va saltando come un becherello [83],

va bestemiando il cielo con la terra,

la luna, il sole et l’aria ancor con ello,

et tutte cose, se ‘l mio dir non erra.

Im poco spazio si volgie il ciervello,

et come paza i suoi denti serra.

Molto l’offende la polvere e il fumo,

che in ciò pensando tutto mi consumo.

CLXXII.

Et quando à fatti tutti i lavamenti

et vedesi per punto sí lisciata,

à in dispetto l’aqua con li venti:

per ciascheduno s’è forte turbata

perché al cor sente gli innamoramenti;

et se una mosca ponsi alcuna fiata

sopra del viso, tanto l’à in disio,

che sse potesse, ucciderebbe Iddio.

CLXXIII.

Et vòti dir [84] di botto una pazia

che una simil non udisti mai,

la quale io vidi, per la fede mia,

ben che ttu forse non me ‘l crederrai.

Una moschetta, per l’anima mia,

sul vixo gli si puose per suoi guai:

ella con mano spesso la cacciava,

ma quella mosca subito tornava.

CLXXIV.

Ella, veggiendo che non si partiva,

con gran veleno si fu su levata;

ella per quello già non se ne giva,

onde ella prese tosto una granata [85],

et per la casa qua et là correva

per amazarla quella rinnegata,

et tanto corse et feceli gran guerra

ch’ella l’uccise et gittolla per terra.

CLXXV.

Et subito che in terra fu cascata

addosso con gli calci le saltava

diciendo: – Vedi che tte ti ò pagata! –

et tutta per fatica trambasciava [86],

diciendo: – Tu sse’ giunta a questa fiata! –

Et fra ssé tutta se ne rallegrava,

diciendo: – Cosí stesse a ttal partito

chi mal mi vuole, e anche il mio marito! [87]

CLXXVI.

Et se costei non l’avesse uccisa,

di stiza et di velen sarebbe morta.

Quando la mosca lì vide conquisa,

della letizia tutta si conforta.

Dè un poco pensa et fra te stesso avixa,

s’alcun le avesse fatto cosa torta

che ‘l suo amante ancor l’avesse morto,

che fatto ella gli arebbe in cotal porto!

CLXXVII.

E sse sentito avesse una zenzara

cosí lisciata per cota’ sembianti,

a ccotal punto ella non era avara;

di subito chiamava tutti i fanti.

Ciascun correva per la casa a gara,

et erano impacciati tutti quanti;

et punto mai costei non si conforta

se lla zenzara già non vede morta.

CLXXVIII.

Quando fu morta la zenzara alpestra,

perché turbava il pacifico stato

di questa donna mia tanto maestra

andando zufolando in ogni lato,

chiudendo per averla ogni finestra

acciò che il suo bel vixo sí lisciato

non gli guastasse et non gli desse noia,

dè odi cosa s’ell’era ben gioia.

CLXXIX.

Quando la testa s’andava conciando

questa mia donna, perch’io non ti inganni,

(dicie lo spirto cosí ragionando)

Ell’era già di là da’ quarantanni:

era un fastidio andando lei mirando

con quanta cautela et quanti affanni

ella durava per farsi addornata,

che tanti non à Santa Liperata,

CLXXX.

la nostra chiesa maggior di Firenza,

io dico ancor con tutto il campanile;

dall’uno all’altro a poca differenza,

quando era addorna ella teneva a vile.

Qualunche fosse porgieva sentenza,

fanciulla essendo, di qualunque stile.

Or vo’ contarti et dire un’altra banda

quando per sé facieva una ghirlanda.

CLXXXI.

Io già non dico d’aprile o di maggio,

ma di diciembre et anco di giennaio,

che pure a ddirlo me ne viene oltraggio

perché il suo capo mi pareva un maio [88].

Ma tutto mi turbava nel coraggio

quando guatavo il suo bel vixo gaio,

inghirlandata di ben ciento fiori

con molte erbette di varii colori.

CLXXXII.

Da ppoi che il volto con sue lavature

il viso e il collo vedeasi strebbiata [89],

vestita im punto con diverse cure

nella camera tosto n’era andata:

la fante chiama per cotai venture,

a uno specchio si pone assettata,

diciendo: – Leva questo, pon’ su quello,

pon’ su questo altro, leva quel capello. –

CLXXXIII.

Ma poi che lla sua età venne cresciendo

et li capelli diventaron bianchi,

le bende bianche poi venne prendendo,

e lo mantello ponendosi ai fianchi,

et sopra il capo sel venia ponendo

sopra le treccie con gli omeri stanchi;

copriano il petto di spilletti orati

di molte foggie a punto lavorati.

CLXXXIV.

Diciendo: – Questo velo un poco pende,

et è troppo alto da questa altra parte;

in questo lato un poco sí m’offende – .

Disse alla fante: – Tu non sai quest’arte;

questo veletto non ben si distende:

sotto la gola fallo star da pparte;

leva il peluzo che è sopra del ciglio;

va’, chiama la cotal che ssa far meglio! –

CLXXXV.

Diciendo a llei : – Tu non sai far cavelle [90]

se non mangiare, et sai bere et dormire;

dè, va’ vìa tosto, lava le scodelle! –

Comincia tosto forte a ritrosire [91],

et, poco stando, viene una di quelle

gran sacierdote, et si comincia a ddire:

– Che comandate? – et ella disse in quella:

– Venite un poco qua a ffarmi bella. –

CLXXXVI.

La buona donna, che era molto adatta,

le dita con la bocca si bagniava,

et tutto il vixo, come fa la gatta,

con quello sputo si lla sputachiava,

a llei diciendo: – Io t’ò più bella fatta

che voi mai fossi. – Et sí lla vagheggiava,

diciendo: – Or via, n’andate sanza lagnie [92],

che giù v’aspettan le vostre compagnie. –

CLXXXVII.

Dicea lo spirito: Se io la domandava

perché ella si faciea cotante cose,

ella di botto sí ssi rivoltava:

– Sol per piacierti, io il faccio – mi rispuose.

Ma poi dicieva che poco giovava

di dire o far veruna d’este cose,

– che nulla fammi (diciendo più avanti)

che ttu non vada pur drieto a lle fanti,

CLXXXVIII.

et similmente drieto alle zanbrache! [93]

E se alcun fusse dall’uscio passato

che vaghegiasse, mai costei non taque

come un falcone col vixo voltato,

diciendo quel che sempre dir gli piaque

con un parlare molto dilicato:

– Chi ben mi vuole a llui ben Dio gli dia,

et faccia! lieto di ciò che dixia! –

CLXXXIX.

Et tutta quanta si rinfalconava [94]

guardandosi d’intorno molto attenta;

et da ssé stessa sí ssi vagheggiava

et d’esser vagheggiata si contenta.

Et s’alcuno anche per la via passava

lei non guardando, forte ne tormenta

sí come da llui fosse ingiuriata;

cosí di botto se n’era turbata.

CXC.

Se alcun passando avesse sua bellezza

lodata sí che fosse stato udito,

ella facieva sí grande allegrezza

di quel tal motto cotanto gradito;

et similmente dimostrava asprezza

chi lla biasmava per verun partito.

Canzoni et mattinate simigliante

molto piacieagli per cotal sembiante.

CXCI.

Null’altra le parea che fusse degnia

di nullo onore se none ella sola:

in nullo suo onore avea ritegnia.

Ma una coxa dirò che non è fola [95]:

con un [gran] barattier [fece] convegnia

che dell’andar a llei gli diè parola;

e lungo tempo, per mia veritade,

tra llor durò con sí fatta amistade.

CXCII.

Per tanto che più volte mi trovai

da llei rubato et toltomi moneta,

perch’io trovava che spendeva assai

sotto il mantello, dico, alla segreta.

Perché gran doglia ne soffersi et guai;

ma ella ne viveva tutta lieta.

Non però mai a llui contenta stette,

che truovo ne serviva più di sette.

CXCIII.

Et tutto questo ancor non le bastava:

per ognun ciento mi facieva torto;

or questo, or quello, or quell’altro provava;

poi sotto sí ssi mise a un suo consorto.

Con tutto ciò per questo non s’amava,

io dico in fino a ttanto ch’io fui morto.

Ciò che pensava la donna sovrana

era sol del ferire alla chintana [96]. »

CXCIV.

Disse lo spirto: « Perch’io più non dica

di tal piacere et di suoi portamenti,

or ài intexo della tua amica

i modi vaghi e’ gientil portamenti

del senno suo, et della gran fatica

ch’io ne soffersi, et de’ gran sentimenti

che ‘l tuo amico di lei ti narrava,

et sopra ogni altra lei sola pregiava

CXCV.

di cortesia et di cose sovrane

che usava questa donna tanto altera:

era cortexe di cose villane.

I buon bocconi la mattina et sera,

i buon vin dolci et sempre con ruffiane

la roba mia spese in tal maniera;

ma sopra l’altre d’amor fu cortese,

dico a qualunche già mai la richiese.

CXCVI.

Et savia molto dico che fu ella

quanto nulla altra ne fosse trovata,

secondo raccontò mona Gianghella,

qual fu fra ll’altre tanto nominata;

di senno, dico, secondo s’appella

fra ll’altre donne quasi ogni fiata,

che quella è savia che ssa ben trovare

modi a ssua voglia saper contentare.

CXCVII.

L’altre son sciocche et decime [97] chiamate,

vile di cuore, triste et moccicose [98];

guardano il fuoco et stanno trasogniate,

a boca seca sempre invidiose.

In luogo questa di quella rimane

tra  lle più savie et tra lle più famose.

In cattedra dovrebbe nella scuola

questa sedere, ch’io non dico fola.

CXCVIII.

Alle parti che ll’amico contava

di questa donna la gran vigoria;

e come e quanto ella disiava

huomini prodi di gran vigoria,

non creder d’arme, che cciò non pensava;

non era micidiale, in fede mia:

di ta’ prodeze non avea diletto,

se non di quelle che s’usan nel letto!

CXCIX.

Non le piaceva d’andare alla giostra

per le gran piaze né non le diletta

né  lle barbute [99] alla dolciata [100] nostra

né sonar corni né suon di tronbetta,

né per le mura, né star per le chiostra,

né piacque mai a nulla di lor setta:

ma per le letta [101] notte et giorno stare

et a llor senno poter colpeggiare. [102]

CC.

Colui è prode, colui è savio et dotto

che otto dieci colpi la sua lancia

anzi la pieghi, dico, a ttale scotto [103]

Questi tal colpi non le paion ciancia:

quello è valente più che Llanciellotto

o ‘l conte Orlando cavalier di Francia;

di questi tali sempre va ciercando

et di lor forza e prodeza parlando.

CCI.

Et quando tempo ella à di scinguettare [104],

di suoi antichi sempre ella à parlato;

e quando s’ode « madonna » chiamare ,

gongola tutta per cotal mercato:

e quando s’ode d’intorno ascoltare,

et comfessarli ciò ch’ella à parlato,

et poscia conterà, sanza dir ciancia,

ciò che ssi fa nel reame di Francia;

CCII.

 et similmente nella gran Guascognia,

nell’Ungheria et anche in Inghilterra.

Non resta mai, anzi sempre agognia,

e  lla sua gola già mai non riserra.

Parla nel letto sempre quando sognia,

cosí la notte e ‘l dí menando guerra;

spesso spesso con seco si ragiona:

– Se io fossi huomo, porterei corona;

CCIII.

e prode sarei più ch’un paladino,

tanto il cuore mi sento vago et snello! –

Cotai parole dicie a ssuo dimino,

et credo che farebbe più che quello,

che vincierebbe lo bel Gherardino,

et similmente ancora Marco bello,

che, come intendo, combatté con l’orxo:

posto che avesse comodo socorxo.

CCIV.

Et non mi maraviglio se costei

cosí ti prese con la sua bellezza,

che anche a altri fe’ gridare « omei »

similemente per la sua vagheza,

non conosciuta a lli sciochi rei,

artificiata con la sua addorneza,

che, come tu, ne furono abbagliati

perché non seppon ben gli suoi trattati.

CCV.

Se una volta tu con gli altri stolti

quando l’avevi la notte nel letto

l’avessi vista con gli animi sciolti,

aresti conosciuto il suo difetto;

et detto aresti: – io ò gli ochi travolti,

questa pare il diavol maladetto!

Io dico, cotestei che teco giacie

non è colei che ttanto mi piacie. –

CCVI.

Quando del letto si lieva la dama

verde e mal tinta di giallo colore,

dimostra trista e nello aspetto grama:

tu non vedesti mai maggior dolore.

Non ti parrebbe alloggiar fuor di rama,

ma fumo di pantano a tutte l’ore;

vize [105] per tutte, le braccia cascante,

et la persona tutta simigliante.

CCVII.

E poco stando per piccolo spazio

che mai nol crederresti in vita tua,

tanto si liscia che pare uno strazio,

et cosí torna la figura sua;

che, pur contarlo, di tal dir mi sazio,

perché non donna, ma pare una lua [106];

o, chi non sa le mura affumicate

diventan bianche per cota’ dirrate? [107]

CCVIII.

Et anche si diventan colorite

secondo che è piacer del dipintore

sol per la coxa che ssi son diritte,

et puossi fare di ciascun colore;

le carni stropicciando vengon dritte,

gonfiando, ‘ncresciendo a ttutte l’ore:

non è persona che questo credesse

se prima già veduto non lo avesse.

CCIX.

Se ttu, come io, l’avessi la mattina,

quando si lieva del letto, veduta,

col fodero vestita in cappellina

che par, vederla, una coxa sparuta,

et acosciarsi come una gallina

a piè del fuoco, che par mona Ciuta [108],

non ti parrebbe già coxa vezoxa

ma, come è detto di su, pantanosa.

CCX.

La gola à avolta con un moccichino

che primamente par la mala cosa;

a dosso foderato il mantellino,

lividi gli ochi, tutta tenebrosa,

tossendo spesso la sera e ‘l mattino:

ben ti parrebbe cosa paurosa;

sputando farfallon sempre si lagnia,

col cul sedendo sopra le calcagnia.

CCXI.

Non credo mai avesse avuto forza

L’amico tuo a ffarti innamorare,

io dico lo valer sol d’una scorza,

se tre cotanti t’avesse a contare.

S’una mattina, il mio pensiero amorza,

tu lla vedessi sí dolente stare,

tu non l’aresti mai di cuore amata,

ma più di cuore assai lei nimicata [109].

CCXII.

Or puoi pensar quanto ella è dolciata,

quando il suo vago [110] passa pel paese

e che  llei vede col capo lenzata [111],

con gli ochi gialli, la donna cortese.

Oh che piaciere egli è ciascuna fiata

che per la terra cavalca il marchese!

Non tel vo’ dir, ma ttu stessi tel pensa,

ch’io fare non vorrei cotale offensa.

CCXIII.

Ma son ben cierto, se solo una volta

quel suo bel viso tu avessi veduto,

et poi sapessi ben che  lla sua scorta,

vêr te venisse con ricco trebuto,

di subito faresti tua ricolta [112],

io dico in drieto, se avessi creduto

lei rivedere con la bionda treccia:

più caro aresti una soma di feccia,

CCXIV.

similmente di letame un monte!

Et son ben cierto quando la vedessi,

secondo l’altre cose che ài conte,

io son ben chiaro ancor, che ttu diresti

che il petto avesse come le sue inpronte

ritondo et grosso, come tu credesti,

sicome me assai con bel dettato.

A ttuo piacer te l’arebbon contato!

CCXV.

Non te ne fo veruna sperienza,

ma voglio che ttu l’abbia per lo cierto:

non son le poppe né di lor semenza,

ma cierta stoppa che portan coperto:

quelle su tira con cierta sua lenza.

Se  lle vedessi per sí fatto merto,

non ti sarebbon mai più vere amiche;

anzi due vóti cascanti vesciche.

CCXVI.

Ma credo che nne fusse la cagione

dell’esser cosí lunghe diventate

forse il soperchio di quelle persone

ch’addosso le si fosson caricate

oltra misura, per tal condizione;

però sí forte si son dilungate

sí come vote vesciche, ti dico,

che ciascheduna copriva il bellico [113].

CCXVII.

Et se in Firenze vi fosse l’usanza,

come a Parigi, i ccappucci portare,

ella potrebbe per chiara ciertanza

alla franciesca le poppe gittare

sopra le spalle, per la mia leanza,

tanto son lunghe et di leggiadro affare!

Or ti vo’dire della donna gaia

come sta ‘l fatto della sua ventraia.

CCXVIII.

Che giù disciende fuor del convenevole

bene una spanna di buona misura,

con solchi larghi, ciascun dispiacievole,

che non si vide mai maggior bruttura;

vergata spesso con verghe spazievole.

Se a quel ch’io dico ponessi ben cura,

et su alzassi molto ben le ciglia,

tu fuggiresti più di mille miglia;

CCXIX.

che propio ti parrebbe un saco vóto:

non altrimenti come porta il bue

sotto la gola, se te ne sse’ acorto,

cosí sta quella, et anco molto piue.

Ma quando vuole per suo gran conforto

la vescica votar, sí ssi pon giue;

et come i panni gli conviene alzare

quella ventraia, si vuole orinare.

CCXX.

Or ve’ che pensi ben quanta fatica

Messer Marzuco conviegli portare,

quando con festa la sua dolcie amica

è pur disposto volerla baciare:

se non mi intendi, dico mona fica.

Or ti vo’cosa nuova racontare

per dar rimedio alla tua malattia:

fa’ che mmi intendi per tua cortesia.

CCXXI.

Da dove cominciar non vego ‘l modo

né in che forma far mia dicieria;

ma pure conviemmi, et questo ò posto in sodo,

del golfo racontar di Settalia,

che sopra ogni altro, sanza contar frodo,

per navicare v’è scura la via,

tra boschi posto sotto il tristo monte,

di quella scura valle d’Acheronte.

CCXXXII.

D’una gromma [114] spiacievole et rocciosa

con animali molti dispiacievoli,

la boca grande d’intorno spumosa,

con fumi caldi molto sconvenevoli,

per la qual entra tanto spaziosa

(quantunche l’acque non siano spiacievoli)

non ch’un legnietto come il mio, per cierto,

ma sí l’armata del buon Re Ruberto.

CCXXIII.

Con le vele alte essendo scatenata

sanza calare né abbassar temone,

vi sentirebbe di largo ogni fiata:

chi ll’à provato ne fa la ragione.

Ma nuova cosa ch’io t’arò contata:

che in tal porto per nulla stagione

non v’entrò legnio che vinto non fosse

non perisse per le gran percosse;

CCXXIV.

e che gittato non ne fosse fora.

Ell’è per cierto fornacie infernale,

la quale si sazierebbe, io dico, allora

che ‘l fuoco, quale è cosa naturale,

di legnie assai qual sempre divora,

‘l mar dell’aqua, ti dico altrettale.

Io non dirotti di fiumi sanguigni

che nne escon fora con fini maligni,

CCXXV.

di muffa bianca tutti affaldellati,

forte putenti, sanza alcun rifugio,

a chi sta presso o pur se gli à mirati.

Del luogo ti vo’ dir del Malpertugio [115]:

spesso con tuoni grandi smisurati,

seguente dopo sanza alcuno indugio

fetido fummo peggio che di zolfo,

con altro puzo che sente del golfo.

CCXXVI.

Io ne so il vero per lo mio pecato,

che di tal puzo credetti morire.

Di molti puzi, ti dico, ò provato,

che pur pensando mei par or sentire;

lezzo caprino con simile fiato

che non tel posso per mia lingua dire.

Ma molte coxe non ti vo’ contare,

sol per venire ad altro ragionare. »

CCXXVII.

Disse lo spirto: « Io lascio cose a ddire

assai, sol per venire ad altra intenza [116],

per dare alcun riparo al fallire

di questa donna et della sua fallenza [117]:

con ciento lingue non tel potrei dire

le grandi offese et le gran violenza

ch’io soffersi da  llei, et le rie sorte

che mmi condusse alla dogliosa morte.

CCXXVIII.

Per sfogare la fiamma della mente

del preso sdegnio pe ‘l gravoso torto,

odi che fecie questa frodolente:

quando mi vide giuso giacer morto,

piangendo co’ romori fortemente

con lagrime versando per quel porto,

siccome quella che n’avea diletto

quando versarle potea per il petto.

CCXXIX.

Multipricando ognor con suo languire

maladiciendo il caso di mia morte:

– Sventurata! – diciendo nel dire,

– misera, sventurata! – diciea forte,

– dolente abbandonata! – che ridire

non si potrebbe per veruna sorte,

con lingua, dico, quel che dicea scorto:

O signior mio caro, perché tu sse’ morto ? –

CCXXX.

Poi il contrario diceva col cuore:

– Iddio e il diavol sí nne sia laudato,

che m’à cavato di tanto dolore

et che addosso m’è tanto durato! –

Ma quello Iddio che è giusto signiore

ciaschedun credo che à meritato

secondo l’operar che avrà fatto

bene o mal, ti dico, in ciascun atto.

CCXXXI.

Non è veruno che avesse pensato

che falsamente tal pianto faciesse,

parte furando e ponendo da llato

se cosa fosse che ben gli piaciesse.

Alcun danaio m’avea riserbato

perché verun giammai se n’avedesse:

sí me gli tolse tantosto, ti dico,

come s’io fossi suo mortal nimico.

CCXXXII.

Ma fea vista di portarmi amore

sopra ogni altra persona del mondo,

diciendo che volea a tutte l’ore

sempre pregar all’alto Iddio giocondo

per la mia alma per lo suo valore;

ma pensava altro, questo non ti ascondo;

i’ dico d’inbecare il passerino

et di far macinare il suo mulino: [118]

CCXXXIII.

diciendo che volea una casetta

picciola molto per suo abitare,

presso a una chiesa, cosí si diletta,

dico di frati, per me’ conversare,

et per poter portar la man’ l’offerta

et al bixognio con lor ritrovare;

et cosí fecie la donna valente,

che  lla casetta tolse immantanente.

CCXXXIV.

Non volle stare in quella del marito

né de’ consorti [119] per nulla cagione,

dicendo che avea prexo per partito

a Ddio servire et stare in orazione

per l’anima di quel tanto gradito

che suo marito fu, con tal sermone;

di che ciascuno suo amico e parente

le davan fede per tal convenente.

CCXXXV.

Apressatasi dunque, come è detto,

alla chiesa de’ frati, come assài [120],

sí come gli vedesti far ricietto [121]

se tti ricordi ben come detto ài,

non vi si puose per quel ch’avea detto

né per pregare Iddio o’ santi omai,

ma per aver consiglio ne’ suoi piati [122]

da que’ divoti santissimi frati.

CCXXXVI.

Fra ssé diciendo: – Se per isventura

ogni mio amico mi venisse meno,

sogliono i frati sempre aver gran cura

delle mie pari che non ànno freno – .

Cosí pensato, con giusta misura,

come pensossi sí gli venne in pieno:

vestita a nero per la chiesa andando,

or questo or quello de’ frati guardando.

CCXXXVII.

Et ciascun altro non di men guardava;

or su levando, or ponendo il mantello [123],

or questo or quello di lor balestrava;

ma tu il sai ben, che provasti il quadrello [124];

lacciuo’ tendendo, et cosí ritornava

faciendo baco baco [125] col mantello;

l’ochio mostrando et talora la fronte

acciò che ssue belleze fosson conte [126].

CCXXXVIII.

Non si sapea per me’ ella guardare,

anzi facieva peggio che l’usato

sí d’ogni vanità et del guatare,

or questo or quello per ciaschedun lato,

giovani prodi per le giostra fare

a llancie basse, io dico allo scurato [127]:

perché di vari cibi si diletta,

avea piacere d’andar tutta soletta,

CCXXXIX.

con suo mantello in capo ben turata [128],

con una filza in man di paternostri.

Quando in chiesa si vede assettata [129]

et punto gli ochi vèr di lei dimostri,

quella sua filza à tanto tribolata

come diciessi: – Questi sí son vostri – ;

facciendo uno atto che sempre ragiona:

– Questi son vostri, et anche la persona! –

CCXL.

Niuno ne dicie mai, et io il saccio

et tutto veggio ciò che ella procura.

Quando à mangiato, ella fa procaccio [130]

di qualche donna della sua natura:

leggie rimanzi, ciò assaper ti faccio,

di que’ buon’ cavalier della ventura,

perché lor forza e tutta lor possanza

solevan di provar con la lor manza [131].

CCXLI.

Quando era in parte là dove tocava

come gli amanti si fan le carezze

et l’un con l’altro sí ssi stropicciava [132],

tutta canbiava nelle sue fattezze,

et tutta quanta se ne stritolava [133]

pigliandone da ssé molte allegrezze:

fra ssé diciendo con suoi sermon’ piani :

– Cosí fussi io testeso [134] alle mani! – .

CCXLII.

Cosí questa mia donna, o ver tormento,

come t’ò detto, della vita mia

in fin ch’io vissi fu lo struggimento

ch’ i’ raccontarlo cierto io non potria.

Or pur m’ascolta coll’intendimento,

che di tuoi fatti vo’ far dicieria:

che, come vedi, son venuto a ttene

per liberarti dalle suo catene,

CCXLIII.

sí come piacque alla Madre pulzella,

che, come dissi, sí mmi ci à mandato.

Ma prima ch’io venissi, andai a quella

di cui se’ cosí forte innamorato:

l’amico suo trovai ch’era con ella,

et di tuoi fatti aveva ragionato

per lungo spazio tutta quella sera,

me non veggiendo per nulla maniera.

CCXLIV.

E cosí stando l’uno all’altro in braccio,

disse costei: – Io ti vorrei mostrare

la lettera ch’io ebbi – . Et con spaccio [135]

si fu levata, et andolla a rrecare

dentro nel letto, et sí ll’aperse avaccio [136],

a parte a parte leggiendo et affare

et con gran risa ti scherniva forte

te dileggiando con parole scorte [137].

CCXLV.

Diciendo: – Credi che ssia gocciolone [138]

et che costui egli abbia del cienato [139]?

credimi ciertamente ch’è un mellone [140];

egli à tenuti questi in ciascun lato,

Ser Mestola mi pare, et moccicone [141];

quando la scrisse credo avea sogniato! –

Diciendo: – Credi gli abbia lungo l’arco,

se crede passar dentro a questo varco!

CCXLVI.

De credi ben che gli abbia del bestiale

costui, over ch’egli è del senno uscito;

abbi per cierto, egli è uno animale,

et del ciervello egli è quasi invanito;

costui à poco in sé del naturale,

anzi mi pare un moccicon ssmarrito:

dè, col malanno ritorni a ssarchiare,

non voglia le gentil donne baciare!

CCXLVII.

Egli vorrebbe molte bastonate

ver d’un ventre ben pien per le gote! –

In mezzo dí non te l’arei contate [142]

le villanie con le diverse note.

Or ben ti dico che tt’eran graffiate

con dieci dita allor tutte le gote,

et non di meno l’un l’altro mordeva

baciando parte quantunche poteva.

CCXLVIII.

Tu eri lí per meno allor tenuto

che non è l’acqua gittata la sera,

dopo la grossa, sí com’ài saputo.

Or t’ò contata tutta la matera:

ben credo forse non l’arai creduto;

il ver ti dico con benignia ciera,

sempre diciendo di te villania,

delle tue Muse et della poesia.

CCXLIX.

Non ti credevi beffe con istrazio,

da  llei piacere et ricever grazia;

onde io di questa parte la ringrazio

di ciò dèe esser la tua mente sazia.

Or ài inteso per sí lungo spazio

come ciercavi per la tua disgrazia,

cosa che ll’alma perdevi et l’onore

et aquistavi tanto disinore.

CCL.

Se ttu avessi udito racontare

il quarto di quel ch’ebbon ragionato,

tu non aresti potuto durare

avere udito il seguente trattato;

anzi t’aresti sanza piú tardare

con le tue mani tantosto impicato:

ma conveniesi per lo tuo pecato

che pel capresto [143] non fusse mancato!

CCLI.

Che meglio meritavi cotal morte

che verun ladro meritasse mai,

et che ‘l capresto fusse stato forte

et che provato avessi cotal’ guai:

pogniamo che costei per cotal sorte

avesse avuta come tu non ài,

che mai piacer potresti aver trovato,

se non carname, come t’ò contato?

CCLII.

Tutta cascante, fedita, lezosa [144],

di punto in punto come t’ò contato;

ben che tti paia gentile et vezosa,

simile il viso ti paia rosato,

la verità di lei qui t’è nascosa:

ma sse una notte le stessi da llato

a questa donna cotanto cortese,

ti cascherebbe tutto il manarese [145].

CCLIII.

Tu solo un ben di lei potevi avere,

qual ti vo’ dir, perch’io non ti inganni:

ella ti potea molto valere

con suo saper, ti dico, sciemar gli anni,

non de’ passati, sí dell’avvenire;

et poi saresti stato un barbagianni [146].

Ma piú di questo nonn ò gran temenza,

che se’ tornato in vera conoscienza.

CCLIV.

O come tu saresti a punto stato,

che già non ti mancava nulla cosa,

se ttu ti fossi a  llei soggiogato,

a una viza vechia rantolosa,

gialla, malsana: come il tuo stato

era condotto in vita dolorosa!

La cienere omai del focolare

sarebbe buona costei a guardare.

CCLV.

Di cui ti sarestu giamai doluto?

pur di te stesso, non già di persona:

se in cotal fallo tu fossi caduto

la nominanza che di te risuona,

che come un nibbio tu fossi penduto

alle busechie [147], di cierto ragiona.

Quanta grazia t’à Idio concieduta,

che se’ campato [148] per la mia venuta!

CCLVI.

Tu sse’ schifato perché ella è gentile,

sí come dicie, di gran sangue nata;

te à sdentato, perché d’altro stile

tu sse’ disceso per quella fiata [149].

Vo’ che tti rechi ta’ parole a vile:

dè, alza gli ochi, verso di me guata,

et sí tti insegnierò quel che non sai

sol per cavarti di sí tristi guai. »

CCLVII.

« Se voi fussi più savio che non sete,

disse lo spirto al nostro buon poeta,

voi non sareste preso in cotal rete

né saresti fedito [150] di faretra;

ma come il popolazzo voi farete,

de lloro oppinion mai non s’aretra,

ma credon sempre alle cose fallacie

et non dàn fede alle cose veracie.

CCLVIII.

Io veggio che non sai ben la ciertezza

et veggio che non sai la veritade,

qual sia la propria vera gentileza,

qual sia la falsa con la vanitade;

ma vogliotene far qualche chiareza,

con vero stile sanza nequitade:

or vo’che sappia quale è l’uom gentile,

se ttu comprendi bene lo mio stile.

CCLIX.

Ma ben che cosí dica, non di meno

tutto il contradio, dico per leanza,

che sse saper lo dèe niun uom terreno

voi lo sapete, dico, per ciertanza;

ma pur raconterovvi sanza freno

quel ch’io ne dico, sanza dir mancanza:

tu dèi sapere, tutti d’una madre

noi siam disciesi et anche d’un sol padre.

CCLX.

L’anime tutte che ne’ corpi stanno

ugualmente che i corpi son criate

da un maestro sanza alcuno inganno

et parimente sono alimentate.

Nessuna cosa l’uom gientil lo fanno

ver villano, dico in veritate,

però che tutti insieme a una intaglia

da llui siam fatti, se Cristo mi vaglia.

CCLXI.

Di libero arbitrio ciascuno è dotato,

ciascun può far ciò che gli è in piacere

colui che lla virtù à operato,

quello è detto gentil, perch’è dovere;

chi segue il vizio, quegli è nominato

villan, perché fa male a ssuo potere.

Dunque virtute facie l’uom gentile,

cosí il contrario per diverso stile.

CCLXII.

Posto ch’un uomo per la sua richeza

prender volesse la cavalleria,

se non è savio, per la sua matteza [151]

vitupera sé stesso in una dia [152]

et l’altra tutta sua magnia addorneza [153].

Non è gentile chi fa villania;

chi contradicie non è vero niente,

né chi la dicie né chi lla consente.

CCLXIII.

Non si puote lasciar per reditade

la gentileza, né sí la vertute,

né  lla scienza, né  lla sanitade,

perché ti dico son coxe dovute,

né  lla forteza né  lla probitade:

convien da Ddio elle sien concedute,

et per studio di quella persona

che di tal pregio vuol portar corona.

CCLXIV.

Or pensa dunque i vizi di costei,

s’ell’è gientile sí come ragiona:

ella n’à tanti cierto, ch’io credrei

di ciò portasse imperial corona.

Che gloria aresti dunque di colei

ch’ogni vertute di donna abbandona?

Voi più gentile assai sete che questa

la qual tenete sí gientil maestra.

CCLXV.

Se vie piú gentileza al core avesti

che non fu nel legnaggio del re Brando

solo in un punto la ti perderesti,

se nel cuor questa venissi portando;

bruttata et guasta tutta tu l’aresti.

Questa malvagia, dè, vienla lasciando:

da te la caccia et fuggi tal fallanza.

Se dir vuoi nulla, darotti audianza. »

CCLXVI.

Disse lo spirto: « Di’ ciò che tti piacie,

che molte coxe più ti potrei dire;

ma quel che è detto basti alla tua pacie ».

Et piú non disse, et stette per udire.

Messer Giovanni, che ll’à intexo, tacie

col capo basso per lo suo fallire,

et ben congniobbe ch’egli avea fallato.

Cosí rispuose come arò contato.

CCLXVII.

Alquanto lagrimando coxì disse:

« spirto benedetto, dimostrato

ottimamente m’ài . . . ». Poi non s’ affisse,

et in tal modo sí gli ebbe parlato

indrieto la sentenza che ssi scrisse:

« L’animo mio qui tu ài promutato [154],

sí come piacque a quella madre pia

Virgo beata, vergine Maria ».

CCLXVIII.

Lo spirto che il vedea cosí stare,

che dimostrava tutto sbigottito,

gli disse: « Del peccato non dottare [155],

poi che tti veggio sí nel cor contrito:

l’alta potenza la qual non à pare

vuol solo il cuore per ogni partito;

però, se vuoi di ciò ben far l’amenda,

gli orechi stura, et fa’ che ttu m’intenda.

CCLXIX.

Sí come voi costei avete amata

perché leggiadra et bella vi parea,

per cometter con lei cierte pecata,

la qual cosa già far non si dovea,

onde convien di ciò far pensata,

fare il contrario di ciò che voleva

il tuo folle pensiero et la sciocheza

che in te regniava con la gran matteza. »

CCLXX.

Lo spirto tacque, et più oltra non disse.

Messer Giovanni rispuose giocoso

cosí diciendo, che già non si infinse:

« spirto benedetto grazioso,

Colui che ‘l mondo tutto circostrinse,

per sua piatade vi doni ripoxo;

piacciati omai per tua cortesia

come quinci esca m’insegni la via;

CCLXXI.

et io prometto per la mia leanza,

se tosto morte vèr me non s’affretta,

che d’esta donna et della sua fallanza

giusta mia possa [156] ne farò vendetta,

non di coltello però né di lanza [157],

perché ogni ingiuria la vendetta aspetta. »

Lo spirito disse: « Questa è la tua via. »

Adio, adio, ciascun rispondia.

CCLXXII.

Come ciascun si fu acommiatato

diciendo l’uno all’altro « addio, addio »

messer Johanni sí ssi fu svegliato,

et di quel sognio n’ebbe gran dixio:

et molto sopra ‘l sognio ebbe parlato

et fra ssé stesso poscia si dicio:

« Questo bel sognio et sua dispoxizione

intendo metter tosto a sseguizione. »

CCLXXIII

Però messer Giovanni si dispuose,

veggiendosi cosí forte oltraggiato

da questa donna per le inique cose

che ella verso lui à operato,

un libro fare, e dentro vi compuose

di punto in punto tutto quel trattato:

et come prima qui noto vi faccio,

detto è per nome da tutti CORBACCIO.

CCLXXIV.

In prosa messo ben volgarizato

perché fu fatto dal suo caro amico,

posto che poi da llui poco amato

et non pregiato lo valer d’un fico.

Poi, come vedi, è stato rimato

di cota’ versi per me Lodovico

Bartoli, stando con poca contesa

per oficial nella Val di Capresa.

Finito il Corbacccino et composto dal venerabile et scientifigo poeta messer

Giovanni Bochacci da Ciertaldo recato et fatto in rima dal savio et dischreto huomo

Ser Lodovico Bartoli notaio fiorentino.

A cura di Guido Mazzoni

Note

________________________

[1] Elena, per la quale scoppiò la guerra di Troia

[2] Alda la Bella, sposa promessa di Orlando, ma non si sposeranno mai, perché questi morirà a Roncisvalle.

[3] Pulisena: (Polissena) altro personaggio di mirabile bellezza cantato da Boccaccio e altri poeti,

[4] Vergin pulzella: la Madonna

[5] udendo mughi et voci di martiri: sentendo lamenti ed espressioni di sofferenza

[6] transito: trapassato morto: era il marito della donna di cui era innamorato Giovanni.

[7] sollo: lo so

[8] non ti nói: da noiare, non ti sia molesta o importuna

[9] i lor dossi sien bene addornati: le loro spalle siano ben adorne, siano ben vestite

[10] cotal latino: un tal parlare ( latino era detto il parlar chiaro ed educato)

[11] non si fissò a guardarmi con intenzioni particolari

[12] in ogni canto: completamente, in ogni angolo del mio essere

[13] di quel che fece la prima proposta: di colui che fece in effetti la prima proposta (di chi era veramente la risposta alla mia lettera.

[14] gocciolon: credulone sciocco.

[15] beccone: qui vale: stupido, insensato. Significa anche cornuto.

[16] gocciolone: stupido, insensato (come beccone)

[17] dissirpatore: dissipatore, incapace di amministrare un patrimonio che viene disperso in mille spese inutili, incapace in questo caso di mantenere normali relazioni con altre persone e incapace di mantenere un sano clima di allegria.

[18] gente inferna, dannata all’inferno

[19] L’ottava esprime bene la concezione della donna nel Medioevo.

[20] son contra a drittura: contro ogni moralità, ogni onestà, rettitudine, dignità. I versi 4-6 dell’ottava  concludono una visione straordinariamente negativa della donna, fino alla conclusione più semplice: “di lor non si vorrebbe ragionare”. Ma la ragione che crea questa visione si scontra con il sentimento che agita gli animi.

[21] divalla il peso: alleggerirsi di un peso appoggiandolo o facendolo defluire verso il basso (per riprendere più leggeri il cammino) e alleggerirsi in un giardino, fuori da occhi indiscreti, magari all’ombra di un albero... la conclusione è ovvia, in mancanza di un significato certificato dai vocabolari per questo strano uso di divallare.

[22] mene: trame, maneggi.

[23] n’arranno gran paventi: proveranno un grande spavento scoprendo la realtà.

[24] per istolto chi punto le brama: ritengono uno stolto chiunque non le desidera.

[25] più d’un anno basterebbe il dire: il parlarne basterebbe per un anno.

[26] subite: che prendono decisioni improvvise.

[27] fole: favole, pensieri superficiali e di poco valore

[28] pute: puzza, emana cattivo odore.

[29] furatrice: ladra.

[30] abbocate: desiderose di mettere qualcosa in bocca, affamate.

[31] cielabro: cervello

[32] scorti: pronti a giudicare  o a capire se sono favorevoli o no, amici o nemici, ecc.

[33] dall’are: dall’aria

[34] versi sull’aborto: tante donne cercano di far perire la nuova vita che sta nascendo dentro di loto, osando qualunque ricetta per cancellare il loro fallo (sbaglio) e non si cura affatto che sia peccato ciò che fanno: l’importante è riuscire nel loro intento.

[35] rede: erede

[36] d’usar con indivine et maliose: di essere in contatto con indovine e ammaliatrici (maghe)

[37] sfatturate: cercano astrologhi e negromani, incantatrici e persone che sanno far fatture o che fanno simili esperimenti

[38] non truovan luogo mai: non si riposano mai

[39] vaghe: desiderose

[40] frasche: burle, beffe

[41] pigliano resia: fomentano discordie

[42] stratte: strane, stravaganti

[43] obrio: oblio, dimenticanza

[44] zembuto: gobbo

[45] graticcio: piccola stuoia (pensiamo a quella usata dagli incantatori di serpenti)

[46] io l’attalento: lo desidero, mi garba, mi va bene

[47] talento: desiderio

[48] lascio: lascito come è nel testamento.

[49] odi che facie: ascolta cosa fa

[50] bagascioni: amanti in senso spregiativo

[51] lisciarde: donne adulatrici per ricavare qualcosa

[52] treche: ingannatrici

[53] barbieri e medichesse erano il pronto intervento del servizio medico, quando c’era un medico.

[54] ma di niente ànno ad essa atteso: ma alla predica non sono state per niente attese (e comnque non avrebbero capito niente perché capiscono solo il raggiungimento del loro interesse.

[55] far fallo: commettere adulterio

[56] vaghi: innamorati, amanti.

[57] berlinga: [da berlingare] ciancia con la fante

[58] trecca: donna che ha un banco al mercatino rionale in cui vende generi alimentari comuni e tutto ciò che si può vendere, cercando di abbindolare il cliente sulla qualità e il peso; ed è proprio l questa qualità negativa la cosa che la caratterizza.

[59] imbolare: rubare.

[60] imprende: impara.

[61] tu le ciervella desti a ‘mpedulare: Ti è sceso il cervello nelle scarpe, cioè: non ragioni perché il cervello non ti funziona.

[62] bèi men: bevi meno, non ti ubriacare.

[63] anfani a secco: parli a vanvera.

[64] ond’io mi sosto: perciò mi fermo qui.

[65] iscritta: riecheggia il neutro latino scripta. Scritti, opere letterarie o scientifiche.

[66] chiosa: annotazione per spiegare una parola o il passo di un libro.

[67] non sanno pisciare: non sanno far figli.

[68] aguria: augurio.

[69] falligione: fallo, mancanza.

[70] fallenza: errore

[71] granate: specie di susine tardive.

[72] La : al

[73] In pieno Medioevo la vita si svolgeva tra la famiglia, il lavoro e la chiesa. “A Capalle si fa da sé”: questo motto fa onore ai capallesi, non per superbia, ma per amore di libertà, anche le mogli han da esser di lí. “non al di lá di gigi di querci” cioè l’ultima casa della parrocchia. Nel 1231 i 128 cittadini di Capalle giurarono fedelta’ al Vescovo di Firenze.

[74] sulimato: sublimato – distillato (agg)

[75] Ranno: impiastro fatto con acqua e cenere bollite insieme.

[76] Cienera: cenere.

[77] Mascalcie: qui nel senso lato di piccole piaghe, malori.

[78] berghinelle: donnicciole ciarlone.

[79] Foia: voglia amorosa.

[80] Alpesta: rozza, scorbutica.

[81] con messer Maza sollazare: con messer Mazza sollazzarsi in qualsiasi momento.

[82] Leva in ogni modo la nausea per tornare a divertirsi.

[83] Becherello: diminutivo di becco: siamo sempre nell’area dei significati sessuali: variante di mazza, si usava anche mazzapicchio.

[84] Vòti dir: ti voglio dire.

[85] granata: Scopa fatta di saggina.

[86] Trambasciava: respirava affannosamente.

[87] Così accadesse a chi mi vuol male e a mio marito: vorrebbe far fare a questi la fine della mosca.

[88] Maio: albero (per la forma con cui erano conciati i capelli).

[89] Strebbiata: imbellettata.

[90] Cavelle: nulla, quasi nulla.

[91] ritrosire: a diventar d’umore bisbetico.

[92] langnie: lamentele.

[93] Zambrache: baldracche

[94] Si rinfalconava: si rallegrava come un falcone.

[95] Fola: ciancia, baia

[96] Chintana: fantoccio con cinque segni che serviva per bersaglio.

[97] decime: la decima parte (tassa pagata alle autorità).

[98] moccicose: donne di poco valore.

[99] barbute: sorta d’elmo che, abbassando la visiera, difendeva il viso fino al mento.

[100][100] dolciata: piena di dolcezza e scioccherella.

[101] per le letta: sul letto.

[102] Colpeggiare: dar colpi.

[103] Scotto: prezzo

[104] Scinguettare: cinguettare, parlare come scambio di suoni e parole ma senza idee, come il cinguettio degli uccelli.

[105] vize: che hanno perduto la sodezza naturale.

[106] Lua: significato difficile; probabilmente un riferimento a una dea latina appartenente al mondo magico del popolino: personificazione di cose luride e sporche sul piano morale e fisico, anche della peste( cose pantanose, dice più avanti). Comunque è da legare alla cosa pantanosa dell’ottava CCIX.

[107] pur contarlo ... dirrate?: - tentiamo una spiegazione: raccontando queste cose il dire mi sazia (acquieta), perché non donna mi pare, ma cosa lurida e sporca; ma chi non sa che le pareti affumicate diventano bianche dopo la confessione?. --- e la confessione consiste nelle dirrate, nelle cose dette.

[108] Mona Ciuta, personaggio (terribilmente brutto) della novella IV giornata VIII del Decameron, che per una camicia deve giacere con un uomo e non dire nemmeno una parola.

[109] nimicata: diventata nemica.

[110] Vago: l’uomo, oggetto del desiderio della donna.

[111] Lenzata: fasciata.

[112] ricolta: fare una ricolta: fare una ritirata, ritirarsi, lasciar perdere.

[113] bellico: ombelico.

[114] gromma: crosta, sedimento dovuto a una pulizia molto approssimativa.

[115] Malpertugio: Cattivo pertugio. Qui è voce composta, per ischerzo, e intende la natura delle donne, sí come nelle novelle, il mal foro. (Crusca) – In questo caso natura=sesso. Ma in questo caso non è tanto il sesso quanto il “pertugio da cui escono talvolta tuoni smisurati ed altra cosa che genera la gromma per pulizia mal fatta.

[116] intenza: intenzione che riguarda in particolare la persona amata.

[117] fallenza: errore, mancanza di qualche cosa

[118] i’ dico d’inbecare il passerino / et di far macinare il suo mulino: sono due espressioni tipiche della letteratura erotica per rappresentare l’atto sessuale, più delicata la prima, più esplicita la seconda.

[119] consorti: il parentado.

[120] Assài: da assapere, rafforzativo di sapere

[121] sí come gli vedesti far ricietto: come hai visto, s’è fatta una casa ma non per i motivi che diceva, né per pregare Dio o i santi, ma solo per stare più vicina a quei frati santissimi e aver da loro consiglio (e aiuto) per i suoi problemi quotidiani (piati).

[122] piati: v. nota precedente.

[123] Ora alzando, ora abbassando il lembo del mantello, scherzando e facendosi in questo modo conoscere ora da uno ora da un altro frate.

[124] Quadrello: freccia, saetta e qualsiasi oggetto che ha forma quadrangolare. Qui il significato è comunque di natura sessuale (nota quell’alzare o abbassare il mantello e quell’uscire da sotto il mantello scherzando e facendo bau bau (baco baco).

[125] Far baco baco: far bau bau, far paura a qualcuno (anche scherzando).

[126] Affinché fossero conosciute le le bellezze.

[127] Allo scurato: al buio.

[128] Ben turata: ben coperta.

[129] Assettata: seduta.

[130] fa procaccio: cerca (qualche altra donna che la sua stessa natura).

[131] manza: amante – Legge romanzi dei cavalieri di ventura, prodi e senza paura e che mostrano il loro valore coi nemici e colle amanti.

[132] l’un con l’altro si stropicciava: si accarezzava a lungo.

[133] si stritolava: si struggeva.

[134] testeso: testè, poco fa: mi sarebbe piaciuto essere stritolato così.

[135] con spaccio: senza esitare, subito

[136] avaccio: subito

[137] parole scorte: parole chiare

[138] v. nota 16.

[139] egli abbia del cienato: abbia l’aria di un esperto della vita?

[140] mellone: sciocco

[141] moccicone: persona da poco

[142] In mezzo dí non te l’arei contate: non sarebbe bastata mezza giornata per raccontare...

[143] capresto: capestro per l’impiccagione.

[144] fèdita, lezosa: sporca e lercia

[145] manarese: perdersi d’animo, perdere il coraggio o la forza di fare qualcosa

[146] barbagianni: uno sciocco.

[147] busechie: budelli per salsiccia (dal lombardo busecca), che servivano da esca in un tipo di trappola).

[148] campato: che la mia venuta ti ha messo in salvo.

[149] per quella fiata: per quel caso, per quel ch’è successo quella volta (la storia della lettera).

[150] fedito: ferito.

[151] matteza: follia.

[152] in una dia: in un momento.

[153] tutta sua magnia addorneza:e tutte le cose grandi che ha fatto e che illuminano la sua grandezza.

[154] promutato: cambiato

[155] dottare: dubitare

[156] giusta mia possa: secondo le mie forze.

[157] lanza: lancia, giavellotto

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Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2011