Giovanni Boccaccio

Il comento alla Divina Commedia

CANTO OTTAVO

Edizione di riferimento:

Il comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante di Giovanni Boccaccio  a cura di Domenico Guerri, (1880-1934)

Il comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante", di Giovanni Boccaccio, a cura di Domenico Guerri; collezione Scrittori d'Italia, 85;  Tre volumi; Laterza Editore; Bari, 1918

 

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CANTO OTTAVO

I - Senso letterale
[Lez. XXXIII]

«Io dico, seguitando, ch'assai prima», ecc. Continuasi l'autore in questo canto alle cose precedenti in questa forma che, avendo nella fine del precedente canto mostrato come, alquanto aggirata della padule di Stige, pervenissero a piè d'una torre; nel principio di questo dimostra quello che, avanti al piè della torre pervenissero, vedessero, discrivendo poi quello che di ciò che videro seguisse: e intende l'autore dimostrare in questo come, trasportati da Flegias dimonio per nave, pervenissero alla porta della cittá di Dite. E dividesi il presente canto in quattro parti: nella prima dimostra l'autore come, vedute certe fiamme sopra due torri, distanti l'una all'altra, un demonio chiamato Flegias venisse in una barchetta, e come in quella Virgilio ed esso discendessero; nella seconda discrive l'autore ciò che, navicando per la palude, udisse e vedesse d'uno spirito chiamato Filippo Argenti; nella terza mostra come, giunti nel fosso della cittá di Dite, e quindi alla porta di quella pervenissero; nella quarta pone la raccolta fatta loro da' demòni, che sopra la porta o all'entrata della porta erano, e come, avendo Virgilio parlato con loro, gli fosse da loro chiusa la porta nel petto, e turbato a lui se ne tornasse, e quel che dicesse. La seconda comincia quivi: «Mentre noi correvam»; la terza quivi: «Quivi il lasciammo»; la quarta quivi: «Non senza prima far».

Dice adunque nella prima: [«Io dico, seguitando». Nelle quali parole si può alcuna ammirazion prendere in quanto, senza dirlo, puote ogni uom comprendere esso aver potuto seguire la materia incominciata; e sí ancora che, per insino a qui, non ha alcun'altra volta usato questo modo di continuarsi alle cose predette. E perciò, accioché questa ammirazion si tolga via, è da sapere che Dante ebbe una sua sorella, la quale fu maritata ad un nostro cittadino chiamato Leon Poggi, il quale di lei ebbe piú figliuoli, tra' quali ne fu uno di piú tempo che alcun degli altri, chiamato Andrea, il quale maravigliosamente nelle lineature del viso somigliò Dante, e ancora nella statura della persona, e cosí andava un poco gobbo, come Dante si dice che facea, e fu uomo idioto, ma d'assai buon sentimento naturale e ne' suoi ragionamenti e costumi ordinato e laudevole; del quale, essendo io suo dimestico divenuto, io udi' piú volte de' costumi e de' modi di Dante, ma, tra l'altre cose che piú mi piacque di riservare nella memoria, fu ciò che esso ragionava intorno a quello di che noi siamo al presente in parole.]

[Diceva adunque che, essendo Dante della setta di messer Vieri de' Cerchi, e in quella quasi uno de' maggiori caporali, avvenne che, partendosi messer Vieri di Firenze con molti degli altri suoi seguaci, esso medesimo si partí e andossene a Verona. Appresso la qual partita, per sollecitudine della setta contraria, messer Vieri e ciascun altro che partito s'era, e massimamente de' principali della setta, furono condennati, sí come ribelli, nell'avere e nella persona, e tra questi fu Dante: per la qual cosa seguí che alle case di tutti fu corso a romor di popolo, e fu rubato ciò che dentro vi si trovò. È vero che, temendosi questo, la donna di Dante, la qual fu chiamata madonna Gemma, per consiglio d'alcuni amici e parenti, aveva fatti trarre dalla casa alcuni forzieri con certe cose piú care, e con iscritture di Dante, e fattigli porre in salvo luogo. E, oltre a questo, non essendo bastato l'aver le case rubate, similmente i parziali piú possenti occuparono chi una possesione chi un'altra di questi condennati: e cosí furono occupate quelle di Dante. Ma poi, passati ben cinque anni o piú, essendo la cittá venuta a piú convenevole reggimento che quello non era quando Dante fu condennato, dice le persone cominciarono a domandar loro ragioni, chi con un titolo chi con un altro, sopra i beni stati de' ribelli, ed erano uditi: per che fu consigliata la donna che ella, almeno con le ragioni della dote sua, dovesse de' beni di Dante raddomandare. Alla qual cosa disponendosi ella, le furon di bisogno certi stromenti e scritture, le quali erano in alcuno de' forzieri, li quali ella in su la furia del mutamento delle cose aveva fatti fuggire, né poi mai gli aveva fatti rimuovere del luogo dove diposti gli aveva. Per la qual cosa diceva questo Andrea che essa aveva fatto chiamar lui, sí come nepote di Dante, e, fidategli le chiavi de' forzieri, l'aveva mandato con un procuratore a dover recare delle scritture opportune. Delle quali mentre il procuratore cercava, dice che, avendovi altre piú scritture di Dante, tra esse trovò piú sonetti e canzoni e simili cose; ma, tra l'altre che piú gli piacquero, dice fu un quadernetto, nel quale di mano di Dante erano scritti i precedenti sette canti; e però presolo e recatosenelo, e una volta ed altra rilettolo, quantunque poco ne 'ntendesse, pur diceva gli parevan bellissima cosa. E però diliberò di dovergli portare, per saper quel che fossero, ad un valente uomo della nostra cittá, il quale in que' tempi era famosissimo dicitore in rima, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio Frescobaldi; il qual Dino, essendogli maravigliosamente piaciuti, e avendone a piú suoi amici fatta copia, conoscendo l'opera piú tosto iniziata che compiuta, pensò che fossero da dover rimandare a Dante, e di pregarlo che, seguitando il suo proponimento, vi desse fine. E, avendo investigato e trovato che Dante era in quei tempi in Lunigiana con un nobile uomo de' Malispini, chiamato il marchese Morruello, il quale era uomo intendente e in singularitá suo amico, pensò di non mandargli a Dante, ma al marchese, che gliele mostrasse, e cosí fece; pregandolo che, in quanto potesse, désse opera che Dante continuasse la 'mpresa, e, se potesse, la finisse.]

[Pervenuti adunque i sette canti predetti alle mani del marchese, ed essendogli maravigliosamente piaciuti, gli mostrò a Dante; e, avendo avuto da lui che sua opera erano, il pregò gli piacesse di continuare la 'mpresa. Al qual dicono che Dante rispuose: - Io estimava veramente che questi, con altre mie cose e scritture assai, fossero, nel tempo che rubata mi fu la casa, perduti, e però del tutto n'avea l'animo e 'l pensiero levato: ma, poiché a Dio è piaciuto che perduti non sien, ed hammegli rimandati innanzi, io adopererò ciò che io potrò di seguitare la bisogna, secondo la mia disposizion prima. - E quinci rientrato nel pensiero antico, e reassumendo la intralasciata opera, disse in questo principio del canto ottavo: «Io dico, seguitando» alle cose lungamente intralasciate.]

[Ora questa istoria medesima puntualmente, quasi senza alcuna cosa mutarne, mi raccontò giá un ser Dino Perini, nostro cittadino e intendente uomo, e, secondo che esso diceva, stato quanto piú esser si potesse familiare e amico di Dante; ma in tanto muta il fatto, che esso diceva non Andrea Leoni, ma esso medesimo essere stato colui, il quale la donna avea mandato a' forzieri per le scritture, e che avea trovati questi sette canti, e portatigli a Dino di messer Lambertuccio. Non so a quale io mi debba piú fede prestare; ma qual che di questi due si dica il vero o no, m'occorre nelle parole loro un dubbio, il quale io non posso in maniera alcuna solvere che mi soddisfaccia. E il dubbio è questo. Introduce nel sesto canto l'autore Ciacco, e fagli predire come, avanti che il terzo anno, dal dí che egli dice, finisca, convien che caggia dello stato suo la setta, della quale era Dante. Il che cosí avvenne, percioché, come eletto è, il perdere lo stato la setta Bianca e il partirsi di Firenze fu tutto uno: e però, se l'autore si partí all'ora premostrata, come poteva egli avere scritto questo? e non solamente questo, ma un canto piú? Certa cosa è che Dante non avea spirito profetico, per lo quale egli potesse prevedere e scrivere, e a me pare esser molto certo che egli scrisse ciò che Ciacco dice poi che fu avvenuto; e però mal si confanno le parole di costoro con quello che mostra essere stato. Se forse alcun volesse dire l'autore, dopo la partita de' Bianchi, esser potuto occultamente rimanere in Firenze, e poi avere scritto anzi la sua partita il sesto e il settimo canto, non si confá bene con la risposta fatta dall'autore al marchese, nella qual dice sé avere creduto questi canti con l'altre sue cose essere stati perduti, quando rubata gli fu la casa. E il dire l'autore aver potuto aggiungere al sesto canto, poi che gli riebbe, le parole le quali fa dire a Ciacco, non si può sostenere, se quello è vero che per i due superiori si racconta, che Dino di messer Lambertuccio n'avesse data copia a piú suoi amici; percioché pur n'apparirebbe alcuna delle copie senza quelle parole, o pur per alcuno antico, o in fatti o in parole, alcuna memoria ne sarebbe. Ora, come che questa cosa si sia avvenuta o potuta avvenire lascerò nel giudicio de' lettori; ciascun ne creda quello che piú vero o piú verisimile gli pare.]

[Tornando adunque al testo, dice:] «Io dico, seguitando» alle cose predette, «ch'assai prima Che noi», cioè Virgilio ed io, «fossimo al piè de l'alta torre», alla quale nella fine del precedente canto scrive che pervennero, «Gli occhi nostri n'andâr», riguardando, «suso alla cima», cioè alla sommitá della torre predetta. E appresso dimostra la cagione perché gli occhi verso la cima levarono, dicendo: «Per due fiammette», cioè piccole fiamme, «che vedemmo porre», in su quella sommitá della torre, «E un'altra», fiamma, «di lungi» da questa torre, «render cenno», sí come far si suole per le contrade nelle quali è guerra, che, avvenendo di notte alcuna novitá, il castello o il luogo, vicino al quale la novitá avviene, incontanente per un fuoco o per due, secondo che insieme posti si sono, il fa manifesto a tutte le terre e ville del paese. E dice che questo cenno d'una fiamma fu renduto di lontano, «Tanto, ch'appena il potea l'occhio tôrre», cioè discernere [altro]. Ma pure, poi che tolto l'ebbe, dice:

«Ed io mi volsi al mar», cioè all'abbondanza, «di tutto il senno», cioè a Virgilio (del quale nel principio del canto precedente dice: «E quel savio gentil, che tutto seppe»); e séguita: «Dissi: - Questo che dice?», cioè che significa il fuoco, il quale è qui sopra di noi fatto in questa torre? «e che risponde Quell'altro fuoco?», il quale io veggio fare sopra la torre, la quale n'è lontana; «e chi son que' che 'l fenno»? - questo ch'è sopra noi, e quello ancora che n'è piú rimoto.

«Ed egli a me: - Su per le sucide onde», di Stige, le quali chiama «sucide», perché nere e brutte erano, «Giá puoi scorger», cioè di lontan vedere, «quello che s'aspetta» di dovere avvenire per questo fuoco e per quello, «Se 'l fummo», cioè la nebbia, «del pantan nol ti nasconde», - percioché la nebbia, dove non si diradi, ha a tôr la vista delle cose, alle quali ella è davanti e mèzza tra esse e l'occhio del riguardante.

E, questo avendo Virgilio risposto, séguita l'autore, e dimostra quello che seguí de' fuochi sopra le due torri veduti, dicendo: «Corda», d'alcuno arco, «non pinse mai da sé saetta, Che si corresse», cioè volasse, «via per l'aere snella», cioè leggiere, «Com'io vidi una nave piccioletta Venir per l'acqua», della padule, «verso noi in quella» che Virgilio diceva: - «Giá puoi scorgere», ecc. - «Sotto il governo d'un sol galeoto». «Galeotti» son chiamati que' marinari li quali servono alle galee; ma qui, licentia poëtica, nomina «galeotto» il governatore d'una piccola barchetta; e dice «che», questo galeotto, «gridava: - Or se' giunta, anima, fella!», - cioè malvagia.

E, come assai appare, l'autore in questo quinto cerchio non ha ancor mostrato essere alcun demonio, il quale preposto sia al tormento de' dannati in esso, né che con alcun atto lo spaventi, come suol fare ne' cerchi di sopra; e perciò il pone in questo luogo. E questo è artificiosamente fatto, percioché non sempre d'una medesima cosa si dee in un medesimo modo parlare. Ponlo adunque, per variare alquanto il modo del dimostrare, qui infra 'l cerchio, percioché tutto è del quinto cerchio ciò che si contiene infino all'entrata della cittá di Dite. E in quanto le parole di questo galeotto sono in numero singulare, par che sieno dirizzate dal dimonio pure all'un di lor due, cioè a Virgilio, il quale era anima e non uomo; e però si può comprendere questo demonio avere da occulta virtú sentito l'autore non venir come dannato, e però lui non avere in esso alcuna potestá; ma esso gridar contro a Virgilio, accioché l'autore spaventasse, e, spaventandolo, il rimovesse dal suo buon proponimento, cioè dal voler conoscere le colpe de' peccatori e i tormenti dati a quelle, accioché per lo conoscer delle colpe apparasse quello che era da fuggire, e per la pena prendesse timore e quindi compunzione, se per avventura in quella colpa caduto fosse.

Al qual dimonio cosí gridante disse Virgilio: - «Flegias, Flegias»; era questo il propio nome del dimonio che la nave menava, il qual Virgilio quasi dirisivamente due volte nomina; seguitando: «tu gridi a vòto», cioè per niente, - «Disse lo mio signore». E poi soggiugne la cagione per la quale Flegias grida a voto, dicendo: - «A questa volta», che qui se' venuto, «Piú non ci avrai», che tu ci avessi, «se non passando il loto», - cioè il padule pieno di loto.

E, questo detto, dimostra quello che a Flegias paresse, queste parole udendo e credendole, e dice: «Quale è colui che grande inganno ascolta, Che gli sia fatto», che prima si turba, «e poi se ne rammarca», con gli amici e con altrui; «Tal si fe' Flegias nell'ira accolta», parendogli essere ingannato in ciò che alcun di lor due non dovesse rimanere, e che esso invano passasse il loto: che forse mai piú avvenuto non gli era.

[E, avanti che piú si proceda, è da sapere che, secondo che scrive Lattanzio in libro Divinarum institutionum, questo Flegias fu figliuolo di Marte, uomo malvagio e arrogante e fastidioso contro agl'iddii. Ebbe questo Flegias, secondo che Servio dice, due figliuoli, Issione e una ninfa chiamata Coronide, la quale, essendo bellissima, piacque ad Apolline, iddio della medicina; di che seguí che Apolline giacque con lei e ingravidolla, ed essa poi partorí un figliuolo, il quale fu chiamato Esculapio. La qual cosa sentendo Flegias, e adiratosi forte, senza prendere altro consiglio, impetuosamente corse in Delfos, e quivi mise fuoco nel tempio d'Apolline, il quale a que' tempi dall'error de' gentili era in somma reverenzia e divozione quasi di tutto il mondo; percioché quivi ogni uomo per risponsi delle bisogne sue concorreva. E fu questo tempio arso da Flegias, secondo che scrive Eusebio in libro Temporum, l'anno 23 di Danao, re degli argivi, il quale fu l'anno della creazion del mondo 3752. E, oltre a questo, scrivono alcuni che esso uccise la figliuola, la quale, percioché vicina era al tempo del parto, fu da alcuni aperta, e trattale la creatura, giá perfetta, del ventre, e allevata. E questi che cosí eran tratti de' ventri delle madri erano consegrati ad Apolline, in quanto per beneficio della sua deitá, cioè dell'arte della medicina, erano in vita tratti. Scrivono, oltre a ciò, i poeti che Apolline, essendo turbato di ciò che Flegias avea arso il tempio suo, il fulminò e mandonne l'anima sua in inferno, e condannolla a questa pena: che egli stesse sempre sotto un grandissimo sasso, il qual parea che ogni ora gli dovesse cadere addosso; di che egli sempre stava in paura. E di lui scrive Virgilio nel sesto dell'Eneida:

Phlegyasque miserrimus omnes

admonet, et magna testatur voce per umbras:

discite iustitiam moniti, et non contemnere divos, ecc.]

«Lo duca mio». Poi che l'autore ha dimostrato Flegias essersi turbato del non dovere acquistar piú che sol passando il loto, ed egli scrive come con Virgilio scendesse nella nave di Flegias: per che comprender si può che altra via non v'era da poter piú avanti procedere, senza valicar per nave il padule. E dice: «discese nella barca, E poi mi fece entrare», nella barca, «appresso lui; E sol quando fu' dentro parve carca»: in che assai ben si comprende che lo spirito non è d'alcun peso, ma che il corpo è quello che è grave. È questa parte presa da Virgilio, dove dice, nel sesto dell'Eneida, come Enea trapassò per nave Acheronte, dicendo cosí:

simul accipit alveo

ingentem Aeneam. Gemuit sub pondere cymba

subtilis, et multam accepit rimosa paludem, ecc.

Poi segue l'autore: «Tosto che 'l duca ed io nel legno fui», cioè nella barca; e usa qui l'autore il general nome delle navi per lo speziale, percioché generalmente ogni vasello da navicare è chiamato «legno», quantunque non s'usi se non nelle gran navi. «Segando se ne va»: dice «segando», in quanto, come la sega divide il legname in due parti, cosí la nave, andando per l'acqua sospinta da' remi o dal vento, pare che seghi, cioè divida, l'acqua. «L'antica prora»: «antica» la chiama, percioché per molti secoli ha fatto quello uficio; «prora» la chiama, ponendo la parte per lo tutto, percioché ogni nave ha tre parti principali, delle quali l'una si chiama «prora», quantunque per volgare sia chiamata «proda» da' navicanti; e questa è stretta e aguta, percioché è quella parte che va davanti e che ha a fender l'acqua: l'altra parte si chiama «poppa», e questa è quella parte che viene di dietro, e sopra la quale sta il nocchier della nave al governo de' timoni, li quali in quella parte, l'uno dal lato destro e l'altro dal sinistro son posti; per li quali, secondo che mossi sono, la nave va verso quella parte dove il nocchier vuole: la terza parte si chiama «carena», e questa è il fondo della nave, il quale consiste tra la poppa e la proda. Séguita che questa antica prora, per lo disusato carico, sega «Dell'acqua» del padule, «piú che non suol con altrui», cioè con gli spiriti, li quali in essa sogliono esser portati da Flegias.

«Mentre noi correvam». Qui comincia la seconda parte di questo canto, nella quale l'autor fa quattro cose: primieramente dimostra come un pien di fango fuori dell'acqua del padule gli si dimostra; appresso scrive come Virgilio gli facesse festa per lo avere egli avuto in dispregio il fangoso che gli si dimostrò; oltre a ciò, pone come quel fangoso fosse lacerato dall'altre anime de' dannati che quivi erano; ultimamente discrive come nei fossi venissono della cittá di Dite. La seconda cosa comincia quivi: «Lo collo poi»; la terza quivi: «Ed io: - Maestro»; la quarta quivi: «Lo buon maestro».

Dice adunque nella prima parte: «Mentre noi correvam», cioè velocemente navicavamo, «la morta gora». «Gora» è una parte d'acqua tratta per forza del vero corso d'alcun fiume, e menata ad alcuno mulino o altro servigio, il qual fornito, si ritorna nel fiume onde era stata tratta: per lo qual nome l'autore nomina qui, licentia poëtica, il padule per lo quale navicava; e, per dar piú certo intendimento che di quello dica, cognomina questa gora «morta», cioè non moventesi con alcuno corso, sí come i paduli fanno. «Dinanzi mi si fece», uscendo dall'acqua del padule, «un pien di fango», un'anima d'un peccatore, «E disse: - Chi se' tu, che vieni anzi ora?», - cioè anzi che tu sia morto.

«Ed io a lui» risposi: - «S'io vengo, non rimango», percioché io non son dannato, e uscirò di qui per altra via; «Ma tu», che domandi, «chi se', che sí se' fatto brutto?» - dal fango il quale hai addosso.

«Rispose», quell'anima: - «Vedi che son un che piango». - Risposta veramente d'uomo stizzoso e iracundo, del quale è costume mai non rispondere se non per rintronico.

«Ed io a lui: - Con piangere e con lutto». Pongono i gramatici essere diversi significati a diversi vocaboli li quali significan pianto: dicon primieramente che «flere», il quale per volgare noi diciam «piagnere», fa l'uomo quando piagne versando abbondantissimamente lagrime; «plorare», il quale similmente per volgare viene a dir «piagnere», è piagnere con mandar fuori alcuna boce; «lugere», il quale similmente per volgare viene a dir «piagnere», è quello che con miserabili parole e detti si fa. E dicono etimologizzando: «lugere, quasi luce egere», cioè aver bisogno di luce. E questo pare che sia quella spezie di piagnere la quale facciamo essendo morto alcuno amico, percioché, chiuse le finestre della casa, dove è il corpo morto, quasi all'oscuro piagnamo; ma meglio credo sia detto quegli, che per cotale cagion piangono, avviluppati per lo dolore nella oscuritá della ignoranza, avere bisogno in lor consolazione della luce della veritá, per la qual noi cognosciamo noi nati tutti per morire; e però, quando questo avviene che alcuno ne muoia, non essere altramenti da piagnere che noi facciamo per gli altri effetti naturali. E da questo «lugere» viene «lutto», il vocabolo che qui usa l'autore. «Eiulare», che per volgare viene a dir «piagnere», e, secondo piace a' gramatici, «piagnere con alte boci»: e dicesi ab «hei», quod est interiectio dolentis; «gemere», ancora in volgare viene a dir «piagnere», e quel pianto che si fa singhiozzando; «ululare» in volgare vuol dir «piagnere»: e vogliono alcuni questa spezie di piagnere esser quella che fanno le femmine quando gridando piangono. E però. dicendo l'autore a questa anima che con piagnere e con lutto si rimanga, non fa alcuna inculcazione di parole, come alcuni stimano, apparendo che le spezie del pianto e di lutto sieno intra sé diverse.

Segue adunque: «Spirito maladetto, ti rimani», in questo tormento, «Ch'io ti conosco, ancor sii lordo tutto». - Questo gli dice l'autore, percioché esso, da lui domandato chi el fosse, non l'avea voluto dire.

«Allora tese al legno», quella anima, «ambo le mani»; e questo si dee credere quella anima aver fatto sí come iracundo, il quale per vaghezza di vendetta avrebbe voluto offendere e noiare, se potuto avesse, l'autore, percioché ingiurioso si reputava l'autore aver detto di conoscerlo, quantunque egli fosse tutto fangoso. «Per che 'l maestro accorto», della intenzione di quest'anima adirata, «lo sospinse», cioè il rimosse della barca, «Dicendo: - Via costá con gli altri cani!», - de' quali, adirati e commossi, è usanza di stracciarsi le pelli co' denti, come quivi dice si stracciavano gl'iracundi.

[Lez. XXXIV]

«Lo collo poi». Qui comincia la seconda particella della seconda parte principale, nella quale Virgilio fa festa all'autore, percioché ha avuto in dispregio lo spirito fangoso. [E mostra in questa particella l'autore una spezie d'ira, la quale non solamente non è peccato ad averla, ma è meritorio a saperla usare: la quale vertú, cioè sapere usare questa spezie d'ira, Aristotile nel quarto dell'Etica chiama «mansuetudine», e quegli cotali, che questa virtú hanno, dice che s'adirano per quelle cose e contro a quelle persone, contro alle quali è convenevole d'adirarsi, e ancora come si conviene, e quando, e quanto tempo; e questi, che questo fanno, dice che sono commendabili. E séguita che i mansueti vogliono essere senza alcuna perturbazione, e non vogliono esser tirati da alcuna passione, ma quello solamente fare che la ragione ordinerá: cioè in quelle cose nelle quali s'adira, tanto tempo essere adirato, quanto la ragione richiederá. Questa cotale spezie d'ira n'è conceduta da' santi. Dice il salmista: «Irascimini, et nolite peccare»; volendo per queste parole che ne sia licito il commuoversi per le cose non debitamente fatte, sí come fa il padre quando vede alcuna cosa men che ben fare al figliuolo, o il maestro al discepolo, o l'uno amico all'altro, accioché per quella commozione egli l'ammonisca e corregga con viso significante la sua indegnazione, non come uomo che, della ingiuria la quale gli pare per lo non ben fare d'alcuno, disideri vendetta; e, fatta la debita ammonizione, ponga giú l'ira. E in questa maniera adirandosi, e per cosí fatta cagione, non si pecca. In questa maniera si dee intendere Dio verso noi adirarsi, come spesso nella Scrittura si legge: e il salmista spesse volte priega che da questa ira il guardi, cioè da adoperare sí, che esso contra di lui si debba adirare. E da questa ira dobbiam credere essere stato commosso Cristo, nel quale mai non fu peccato alcuno, quando, preso un mazzo di funi, cacciò dal tempio i venditori e' compratori, dicendo: «Domus mea, domus orationis», ecc. Questa spezie d'ira chiamano molti «sdegno» (e cosí mostra di voler qui intendere l'autore): il qual non voglion cadere se non in animi gentili, cioè ordinati e ben disposti e savi. E tanto voglion che sia maggiore, quanto colui è piú savio in cui egli cade; percioché quanto piú è savio l'uomo, tanto piú cognosce le qualitá e' motivi de' difetti che si commettono, e per conseguente piú si commuove. E però dice Salomone: «Ubi multum sapientiae, ibi multum indignationis». E vuole l'autore in questa particella mostrare questa virtú essere stata in lui, in quanto in parte alcuna non si mostra per lo supplicio de' dannati in questo cerchio esser commosso, come ne' superiori è stato: ma avergli Virgilio, cioè la ragione, fatta festa abbracciandolo, e chiamandolo «alma sdegnosa», e benedicendo, in segno di congratulazione, la madre di lui; e questa festa, questa congratulazione non gli avrebbe mai fatta Virgilio, se non in dimostrazione che nobilissima cosa e virtuosa sia l'essere isdegnoso. È il vero che, come di molte altre cose avviene, questo adiettivo, cioè «sdegnoso», spessissimamente in mala parte si pone: il che, quantunque non vizi la veritá del subietto, nondimeno è da' discreti da distinguere e da riguardare, dove debitamente si pone; e, dove non debitamente si pone, averlo per alcuna di quelle spezie d'ira, le quali di sopra son mostrate esser dannose.]

Dice adunque il testo cosí: «Lo collo poi» che dal legno ebbe cacciata quella anima iracunda, «con le braccia mi cinse», abbracciandomi; «Baciommi il volto», in segno di singulare benivolenzia; percioché noi abbracciamo e baciamo coloro li quali noi amiamo molto. E dice «il volto», non dice la bocca, accioché per questo noi sentiamo primieramente l'onestá del costume, percioché il baciar nel volto è segno caritativo, ove il baciare in bocca, quantunque quel medesimo sia alcuna volta, le piú delle volte è segno lascivo. E, oltre a ciò, il volto nostro è detto «volto» da «volo vis», percioché per quello ne' non viziati uomini si dimostra il voler del cuore: e percioché il voler del cuore dell'autore era buono e onesto, Virgilio, approvando quel buon volere, mostrò la sua approvazione, baciando quella parte del corpo dell'autore, nella quale quella buona disposizione si dimostrava.

«E disse: - Alma sdegnosa». Non disse iracunda, ma «sdegnosa», in quanto, giustamente adirandosi e quanto si conviene servando l'ira, mostrò lo sdegno della sua nobile anima. «Benedetta colei che in te», cioè sopra te, «si cinse!». Cingonsi sopra noi le madri nostre nel mentre nel ventre ci portano; e dice qui l'autor «benedetta», a dimostrazion che, come l'albero, il qual porta buon frutto, si dice «benedetto», cosí ancora si dice «benedetta» la madre che porta buon figliuolo. E in questa parte non si commenda poco l'autore; ma egli è in ciò da avere per iscusato, in quanto non fa questo per commendar sé, ma per commendar la virtú della mansuetudine, della quale era di necessitá di trattare in questa parte, accioché noi non credessimo ogni ira esser peccato.

«Questi», che ti si mostrò, «fu al mondo», cioè in questa vita, «persona orgogliosa», cioè arrogante: «Bontá», cioè virtú, «non è che sua memoria fregi», cioè adorni; percioché le virtú adornano cosí il nome e la memoria dell'uomo, nel quale state sono, come il fregio adorna il vestimento; «Cosí», cioè come fu arrogante nel mondo, «s'è l'ombra sua qui furiosa», per rabbia e per dolore del tormento.

«Quanti si tengono or lassú». Poi che egli ha biasimata la furiosa e sconvenevole vita di quello spirito, meritamente si volge Virgilio a biasimare, sotto i nomi de' piú eminenti prencipi, i fastidi e le stomacaggini, non dico solamente degli uomini di maggiore stato, ma eziandio di molti plebei, li quali, per apparere d'esser quel che non sono, si sforzano d'esser ponderosi ne' passi, gravi nel parlare, e nell'adoperare di sentimento sublime, dove nell'effetto di niuno valore sono; dicendo: «Quanti si tengono or lassú», cioè nel mondo, il quale è di sopra da noi, «gran regi», cioè gran maestri. Nondimeno il «re» è dinominato da «rego regis», il quale sta per «reggere» e per «governare». Di questi cotali, quantunque di molti sieno le lor teste ornate di corona, non son però tutti da dovere essere reputati re; e però dice l'autore bene «si tengono»; ma, perché essi si tengano, essi non sono.

A dimostrazione della qual veritá ottimamente favella Seneca tragedo in quella tragedia la quale è nominata Tieste, dove dice: «Non fanno le ricchezze li re, non il colore del vestimento tirio, non la corona della quale essi adornano la fronte loro, non le travi dorate de' lor palagi: re è colui il quale ha posta giú la paura e ciascun altro male del crudel petto; re è colui il quale non è mosso dalla impotente ambizione e dal favore non stabile del precipitante popolo; sola la buona mente è quella che possiede il regno: questa non ha bisogno di cavalli né d'armi; re è colui il quale alcuna cosa non teme da non temere». Dalle quali parole possiam comprendere quanti sieno oggi quegli li quali degnamente si possano tenere re. Non sono adunque re questi cotali che re si tengono, anzi son tiranni.

E però meritamente séguita che questi cotali, che re si tengono perché posson far male quando vogliono, «Che qui staranno, come porci, in brago»; e meritamente, accioché nel brago e nella bruttura riconoscano i mali usati splendori nella vita presente; e, che ancora piú vituperevole fia, morranno «Di sé lasciando», in questa vita, «orribili dispregi», cioè memoria di cose orribili e meritamente da dispregiare, state operate per loro.

«Ed io: - Maestro». Qui comincia la quarta particola della seconda parte principale di questo canto, nella quale l'autor discrive come, secondo il suo desiderio, vide straziare all'anime dannate quello pien di fango che davanti gli s'era parato. E primieramente apre il suo desiderio a Virgilio, dicendo: «Ed io: - Maestro, molto sarei vago Di vederlo attuffare», costui, il qual tu mi di' che fu persona orgogliosa (e questa vaghezza par che sia generale in ciascuno virtuoso uomo, di vedere gl'incorreggibili punire), «in questa broda». Il proprio significato di «broda», secondo il nostro parlare, è quel superfluo della minestra, il qual davanti si leva a coloro che mangiato hanno: ma qui l'usa l'autore largamente, prendendolo per l'acqua di quella padule mescolata con loto, il quale le paduli fanno nel fondo, e percioché cosí son grasse e unte come la broda.

«Anzi che noi uscissimo del lago», - cioè di questa padule. È il «lago» una ragunanza d'acque, la quale in luoghi concavi tra montagne si fa, per lo non avere uscita; ed è in tanto differente dal padule, in quanto il lago ha grandissimo fondo ed hal buono, ed è in continuo movimento; per le quai cose l'acqua senza corrompersi vi si conserva buona; dove la padule ha poco fondo e cattivo, ed è oziosa. Pone adunque qui l'autore il vocabolo del «lago» per lo vocabolo della «padule», usando la licenza poetica, e largamente parlando.

«Ed egli a me: - Avanti che la proda», cioè la estremitá di questa padule. La quale l'uomo, come de' fiumi, chiama «riva»; ma pone l'autore questo vocabolo «proda», percioché egli è proprio nome di quelle rive dove i navili pongono; e ciò è, perché sempre i navili, accostandosi alla riva, dove scaricar debbono il carico il qual portano, o caricar quello che prendono, pongono la lor proda alla riva. «Ti si lasci veder, tu sará' sazio», di quel che disideri. E poi ancora gliele rafferma dicendo: «Di tal disio», chente tu di' che hai, «converrá che tu goda», - cioè ti rallegri.

«Dopo ciò poco», cioè poco dopo queste parole di Virgilio, «vidi quello strazio Far di costui», del quale io disiderava, «alle fangose genti», cioè agl'iracundi, li quali erano in quel padule, «Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio».

«Tutti gridavano», que' dannati, animando l'un l'altro ad offender quest'anima. E che gridavano? - «A Filippo Argenti!» - quasi voglian dire: corriam tutti addosso a Filippo Argenti.

Fu questo Filippo Argenti (secondo che ragionar solea Coppo di Borghese Domenichi) de' Cavicciuli, cavaliere ricchissimo, tanto che esso alcuna volta fece il cavallo, il quale usava di cavalcare, ferrare d'ariento, e da questo trasse il sopranome. Fu uomo di persona grande, bruno e nerboruto e di maravigliosa forza e, piú che alcuno altro, iracundo, eziandio per qualunque menoma cagione. Né di sue opere piú si sanno che queste due, assai ciascuna per se medesima biasimevole. E per lo suo molto essere iracundo scrive l'autore lui essere a questa pena dannato.

«E 'l fiorentino spirito bizzarro», cioè iracundo. E credo questo vocabolo «bizzarro» sia solo de' fiorentini, e suona sempre in mala parte: percioché noi tegnamo bizzarri coloro che subitamente e per ogni piccola cagione corrono in ira, né mai da quella per alcuna dimostrazione rimuover si possono. «In se medesmo», vedendosi schernire o assalire dagli altri, «si volvea co' denti», per ira mordendosi. «Quivi il lasciammo», procedendo avanti, «che piú non ne narro», che di lui dopo questo si seguisse.

«Ma negli orecchi mi percosse un duolo». Qui si può comprendere quello, che poco avanti dissi, venire a ciascun senso quello che da essi si percepe: in quanto dice che un «duolo», cioè una voce dolorosa, gli percosse gli orecchi, di lá venendo dove quella dolorosa voce era nata. E segue: «Per che io», avendolo udito, per conoscere onde venisse, «avanti», cioè innanzi a me, «intento», a riguardare, «gli occhi sbarro», cioè, quanto posso apro.

«Lo buon maestro». Qui comincia la quarta particella della seconda parte principale del presente canto, nella quale l'autore dimostra come venissero ne' fossi della cittá di Dite. Dice adunque: «Lo buon maestro disse: - Omai, figliuolo, S'appressa la cittá che ha nome Dite, Co' gravi cittadin», non gravi per costumi o per virtú, ma per peccati, «col grande stuolo», - cioè con la gran quantitá.

«Ed io: - Maestro, giá le sue meschite». «Meschite» chiamano i saracini i luoghi dove vanno ad adorare, fatti ad onore di Maometto, come noi chiamiamo «chiese» quelle che ad onore di Dio facciamo; e percioché questi cosí fatti luoghi si soglion fare piú alti e piú eminenti che gli edifici cittadini, è usanza di vederle piú tosto, uno che di fuori della cittá venga, che l'altre case; e perciò non fa l'autor menzione dell'altre parti della cittá dolente, ma di questa sola, chiamandole «meschite», sí come edifici composti ad onor del dimonio, e non di Dio.

«Lá entro certo nella valle cerno»; dice «nella valle», percioché la cittá era molto piú bassa che esso non era; e dice le discernea «Vermiglie, come se di foco uscite Fossero». - E questo dice a rimuovere una obiezione che gli potrebbe esser fatta, in quanto di sopra ha alcuna volta detto sé non potere guari vedere avanti per lo fummo del padule; e cosí vuol dire che né ancora qui vedrebbe quelle meschite, se non fosse che esse medesime si facevan vedere per l'essere affocate, cioè rosse.

«E quei mi disse: - Il fuoco eterno, Ch'entro l'affuoca, le dimostra rosse», cioè roventi, «Come tu vedi in questo basso inferno». -

Udita la cagione per la quale erano rosse quelle meschite (la qual fu necessaria d'aprire, accioché egli non estimasse quelle essere dipinte), ed egli soggiugne: «Noi pur giugnemmo dentro all'alte fosse, Che vallan quella terra sconsolata». «Vallo», secondo il suo proprio significato, è quello palancato, il quale a' tempi di guerre si fa dintorno alle terre, accioché siano piú forti, e che noi volgarmente chiamiamo «steccato»; e da questo pare venga nominata ogni cosa la qual fuor delle mura si fa per afforzamento della terra.

«Le mura», di quella terra, «mi parea che ferro fosse». Dice quelle essergli parute esser di ferro, a dimostrazione della fortezza di questa terra, della quale dice Virgilio nel sesto dell'Eneida cosí:

Porta adversa, ingens, solidoque adamante columnae,

vis ut nulla virûm, non ipsi excindere ferro

caelicolae valeant. Stat ferrea turris ad auras,

Tesiphoneque sedens, palla succinta cruenta,

vestibulum exsomnis servat noctesque diesque.

Hinc exaudiri gemitus et saeva sonare

verbera; tum stridor ferri tractaeque catenae, ecc.

«Non senza prima far», ecc. Qui comincia la quarta parte principale del presente canto, nella quale l'autor discrive la raccolta fatta loro da' demòni, li quali erano in su la porta di Dite, e come a Virgilio serrarono la porta nel petto. E in questa parte fa due cose: primieramente discrive cui trovassero all'entrare della porta di Dite, e come Virgilio domandasse di parlar con loro; appresso dimostra come si sconfortasse per l'andar Virgilio a loro. E comincia questa particella quivi: «Pensa, lettor».

Dice adunque primieramente: «Non senza prima far grande aggirata»; nelle quali parole dimostra che lungamente andassero per li fossi di quella cittá, avanti che essi giugnessono lá dove era la porta di quella; e però segue: «Venimmo in parte dove 'l nocchier», cioè Flegias. Ed è questo nome «nocchiere» il proprio nome di colui, al quale aspetta il governo generale di tutto il legno, e a lui aspetta di comandare a tutti gli altri marinari, secondo che gli pare di bisogno; e chiamasi «nocchiere» quasi «navichiere». «Forte - Uscite! - ci gridò». Qui si può comprendere, dal gridar forte di questo nocchiere, il costume degl'iracundi intorno al parlare, li quali non pare il possan fare se non impetuosamente e con romore. - «Qui è l'entrata», - della cittá di Dite.

«Io vidi piú di mille», cioè molti, «in su le porte», di questa cittá di Dite, «Dal ciel piovuti», cioè demòni, li quali, cacciati di paradiso, in guisa di piova caddero nello 'nferno, «che stizzosamente», cioè iracundamente, «Dicean», con seco medesimi: - «Chi è costui, che senza morte», cioè essendo ancor vivo, «Va per lo regno della morta gente?», - cioè per lo 'nferno, il qual veramente si può dir «regno della morta gente», in quanto quegli, che vi sono, son morti della morte temporale, e morti nella morte eternale.

«E 'l savio mio maestro fece segno», a questi demòni, «Di voler lor parlar segretamente». Per lo qual segno essi «Allor chiusero un poco il gran disdegno». Non dice che il ponesser giuso, ma alquanto, col non parlare cosí stizzosamente, il ricopersono. E qui «disdegno» si prende in mala parte, percioché negli spiriti maladetti non può essere, né è, alcuna cosa che a virtú aspetti. «E disser: - Vien'tu solo», qua a noi, «e quei sen vada», cioè Dante, «Che sí ardito», dietro a te, «entrò per questo regno. Sol si ritorni per la folle strada», per la quale è venuto dietro a te. E chiamala «folle», non perché la strada sia folle, percioché non è in potenza la strada da potere essere o folle o savia, ma a dimostrare esser folli coloro li quali si adoperano, che per essa convenga loro scendere alla dannazione eterna. «Pruovi, se sa», tornarsene indietro solo; «ché tu qui», con noi, «rimarrai. Che gli hai scorta», insino a questo luogo, «sí buia contrada», - cioè sí oscura.

E vuole in queste parole l'autore quello dimostrare, che negli altri cerchi di sopra ha dimostrato, cioè che per alcun de' ministri infernali sempre all'entrar del cerchio sia spaventato: e cosí qui, dovendo del quinto cerchio passar nel sesto, il quale è dentro della cittá di Dite, introduce questi demòni a doverlo spaventare, accioché del suo buon proponimento il rimovessero, e impedisserlo a dover conoscere quello che si dee fuggire, per non dovere, perduto, in inferno discendere.

«Pensa, lettor». Qui comincia la seconda particella di questa parte principale, nella quale l'autore mostra come si sconfortasse. «Pensa, lettor», che queste cose leggerai, «se io mi sconfortai, Nel suon delle parole maladette», cioè dette da quegli spiriti maladetti. E soggiugne la cagione per la quale esso si sconfortò, dicendo: «Ch'io non credetti ritornarci mai», cioè in questa vita, vedendomi tôrre colui che infin quivi guidato m'avea, e senza il quale io non avrei saputo muovere un passo.

E però, da questa paura sbigottito, dice: - «O caro duca mio, che piú di sette», cioè molte, ponendo il finito per lo 'nfinito, «Volte m'hai sicurtá renduta, e tratto D'altro periglio che incontro mi stette»; cioè quando tu mi levasti dinanzi alle tre bestie, le quali impedivano il mio cammino, quando tu acchetasti l'ira di Carone, di Minos, di Cerbero e degli altri che opposti mi si sono; «Non mi lasciar - diss'io - cosí disfatto», come io sarei qui, ritrovandomi senza te; «E, se l'andar piú oltre», cioè piú giuso, «ci è negato, Ritroviam l'orme nostre insieme ratto», - per la via tornandoci, per la quale venuti siamo.

«E quel signor», Virgilio, «che lí m'avea menato, Mi disse: - Non temer, ché 'l nostro passo», cioè l'entrare nella cittá di Dite, «Non ci può tôrre alcun»; quasi dica: quantunque costoro faccian le viste grandi e dican parole assai, essi non posson però impedire l'andar nostro; e pone la cagion perché non possono, dicendo: «da Tal n'è dato», cioè da Dio, al voler del quale non è alcuna creatura che contrastar possa. «Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso», faticato per la paura, «Conforta, e ciba di speranza buona»; e poi pone di che egli debba prender la speranza buona, dicendo: «Ch'io non ti lascerò nel mondo basso», - cioè nello 'nferno, il quale piú che alcuna altra cosa è basso.

«Cosí sen va», verso que' demòni, «e quivi m'abbandona Lo dolce padre», cioè lascia solo di sé, «ed io rimango in forse; E 'l sí e 'l no», che egli debba a me ritornare come promesso m'ha, o rimaner con coloro (sí come essi il minacciavano, dicendo: - Tu qui rimarrai -), «nel capo mi tenzona», cioè nella virtú estimativa, la quale è nella testa.

E poi segue: «Udir non potei quel che a lor», cioè a que' demòni, «si porse», cioè si disse; «Ma el non stette lá con essi guari, Che ciascun dentro a pruova si ricorse. Chiuser le porti», della cittá, «quei nostri avversari Nel petto», cioè contro al petto, «al mio signor, che fuor rimase».

Puossi per questo atto, fatto da' demòni, comprendere che Virgilio dicesse loro esser piacere di Dio che esso mostrasse lo 'nferno a colui il quale con seco avea, e che essi, avendo questo in dispetto, accioché egli non avvenisse, si ritiraron dentro e serraron le porti.

«E rivolsesi a me», tornando, «con passi rari». Disegna in queste parole l'autore l'atto di coloro li quali per giusta cagione sdegnano e si turbano, in quanto non furiosamente, non con impeto, come gl'iracundi, corrono alla vendetta, ma mansuetamente si dolgono di ciò che alcuno ha men che bene adoperato.

Poi segue: «Gli occhi alla terra», bassi; nel quale atto si manifesta la turbazione del mansueto, dove in contrario l'iracundo leva la testa e fa romore; «e le ciglia avea rase D'ogni baldanza»; in quanto il mansueto ristrigne dentro con la forza della virtú l'impeto, il quale vorrebbe correre alla vendetta, e però pare sbaldanzito, cioè senza alcuno ardire, dove gl'iracundi col capo levato paiono baldanzosi e arditi; «e dicea ne' sospiri», cioè sospirando dicea (nel qual sospirare appaiono alcuni segni della perturbazione del mansueto): - «Chi m'ha negate le dolenti case?» - quasi dica: questi demòni, li quali sono in ira di Dio e niente contro a Dio possono, hanno negato a me, che sono mandato da Dio, le case dolenti. La qual cosa, percioché era oltre ad ogni convenienza, gli era materia di sospirare e di rammaricarsi.

«E a me disse», non ostante la sua perturbazione: - «Tu, perch'io m'adiri», di quella ira la quale è meritoria, «Non sbigottir», cioè non te n'entri alcuna paura, per ciò «ch'io vincerò la pruova», dell'entrar dentro alla cittá, «Qual, ch'alla difension», che io non v'entri, «dentro s'aggiri», cioè si dea da fare perché io non v'entri. «Questa lor tracotanza», del fare contro a quello che debbono, «non m'è nuova, Ché giá l'usâro in men segreta porta», che questa non è, [e contro al signor del cielo e della terra, cioè di Gesú Cristo]. E dice «men segreta», in quanto quella è all'entrata dell'inferno, e questa è quasi al mezzo; perché assai appare questa esser piú segreta e piú riposta che non è quella. E questo fu, secondo che si racconta, quando Cristo giá risuscitato scese allo 'nferno a trarne l'anime de' santi padri, li quali per molte migliaia d'anni l'avevano aspettato; intorno al quale il prencipe de' demòni co' suoi seguaci fu di tanta presunzione, che egli ardí ad opporsi, in ciò che esso poté, perché Cristo non liberasse coloro li quali lungamente avea tenuto in prigione: e per questo metaphorice si dice Cristo avere spezzata la porta dello 'nferno, e rotti i catenacci del ferro. La qual porta convenne esser quella della quale fa qui menzione l'autore, cioè la men segreta, alla qual poi non fu mai fatto alcun serrame, sí come esso medesimo dice: «La qual senza serrame ancor si truova». Né si dee intendere d'alcuna altra, percioché, secondo la discrizione dell'autore, nello 'nferno non ha che due porte: delle quali è l'una quella di che di sopra è detto, e della quale esso dice qui: «Sovr'essa vedestú la scritta morta» (cioè, «Per me si va nella cittá dolente», ecc., la qual chiama «scritta morta», percioché ha a significare, a quegli che per essa entrano, eterna morte); ed evvi, oltre a questa, la porta di Dite, infino alla quale Cristo non discese, percioché si crede che nel primo cerchio dello 'nferno, cioè nel limbo, erano quegli li quali Cristo ne trasse.

E poi séguita: «E giá di qua da lei», cioè da quella prima porta, la qual senza serrame ancor si trova, «discende l'erta». «Erta» è a chi volesse tornare in suso, ma, discendendo, come far conviene a chi dalla prima porta vuol venire a quella di Dite, si dee dir «china»; ma, come spesse volte fa l'autore, usa un vocabolo per un altro. «Passando per li cerchi», dello 'nferno, «senza scorta», cioè senza guida, sí come colui che bisogno alcuno non ha, avendo seco la divina sapienza, alla quale ogni cosa è manifesta; «Tal, che per lui ne fia la terra aperta»; - di tanta potenza sará; sí come appresso appare, dove dice l'autore che, toccata la porta di quella solamente con una verga, l'aperse.

II - Senso allegorico

«Io dico, seguitando, ch'assai prima», ecc. Nel presente canto non è alcuna ordinaria allegoria come ne' passati, percioché non ci si discrive alcuna cosa che quasi nel precedente non sia stata allegorizzata; e però alcuna breve cosetta, che ci è, in poche parole si spedirá.

Dicono adunque alcuni le due torri, le quali l'autore scrive essere in questo quinto cerchio, e le fiamme su fattevi, avere a dimostrare il trascendimento della furia degl'iracundi, il quale trasvá sopra ogni debito di ragione; e vogliono le tre fiamme fatte sopr'esse avere a dimostrare le tre spezie degl'iracundi discritte nel canto precedente. Ma questo senso non mi sodisfa, anzi credo e le torri e le fiamme semplicemente essere state discritte dall'autore a continuazione del suo poema; peroché qui parev'essere di necessitá porre alcuna cosa, per la quale segno si désse a Flegias che, dove che si fosse, venisse a dovere li due venuti a riva passare all'altra riva, sí come subitamente venne; e perciò intorno ad esse piú non mi pare da por parole.

Per Flegias, li cui costumi discritti sono poco avanti, assai ben si può comprendere l'autore intendere il vizio dell'iracundia, li cui effetti, quanto piú possono, son conformi a' costumi del detto Flegias. E bene che la pena datagli da Apolline, secondo Virgilio, non sia corrispondente a questo vizio, non perciò toglie che qui per lo detto vizio attamente porre non si possa; conciosiacosaché Virgilio, dove discrive la pena postagli da Apolline, abbia ad alcuna altra sua operazion rispetto, e non a quella per la quale l'autore vuol qui che egli significhi l'iracundia; e, se contro a Virgilio s'osasse dire, io direi che in questa parte l'autore avesse avuta assai piú conveniente considerazione di lui.

Il navicar l'autore con Virgilio nella padule di Stige puote a questo senso adattarsi: essere di necessitá a ciascuno, il quale non vuole nel peccato dell'ira divenire, quanto piú leggiermente può, passare superficialmente le tristizie di questa vita, le quali sono infinite, sempre accompagnato dalla ragione, accioché, non essendosi in quelle oltre al dovere lasciato tirare, possa, senza pervenire nel peccato della ostinazione, del quale nel seguente canto si tratterá, trapassare a conoscer con dolcezza di cuore le colpe che ci posson tirare a perdizione.

Della cittá di Dite, la qual dice l'autore che avea le mura di ferro, e de' demòni, che sopra la porta di quella incontro a Virgilio uscirono, e, oltre a ciò, l'avergli serrata la porta della detta cittá nel petto: tutto appartiene a dover dire con quelle cose, le quali nel seguente canto della detta cittá dimostra. E però quivi, quanto da Dio conceduto mi fia, ne scriverò.

FINE DEL SECONDO VOLUME.

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Ultimo aggiornamento: 07 ottobre 2011