Giovanni Boccaccio

Il comento alla Divina Commedia

CANTO SETTIMO

Edizione di riferimento:

Il comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante di Giovanni Boccaccio  a cura di Domenico Guerri, (1880-1934)

Il comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante", di Giovanni Boccaccio, a cura di Domenico Guerri; collezione Scrittori d'Italia, 85;  Tre volumi; Laterza Editore; Bari, 1918

 

edizione elettronica di riferimento

      http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia/catalogo/

 

CANTO SETTIMO

 I - Senso letterale
 [Lez. XXVI]

- «Papé Satan, papé Satan aleppe», - ecc. Nel presente canto l'autore, sí come è usato ne' passati, continuandosi alle cose precedenti, dimostra primieramente come nel quarto cerchio dello 'nferno discendesse; e poi, vicino alla fine del canto, dimostra come discendesse nel quinto, discrivendo quali colpe e nell'un cerchio e nell'altro si puniscano. E dividesi questo canto in due parti principali: nella prima mostra l'autore esser puniti gli avari e' prodighi; nella seconda mostra esser puniti gl'iracondi e gli accidiosi. E comincia la seconda quivi: «Or discendiamo omai a maggior pièta». La prima parte si divide in tre: nella prima, continuandosi alle cose precedenti, mostra come trovò Plutone, e come da Virgilio fosse la sua rabbia posta in pace; nella seconda discrive qual pena avessero i peccatori nel quarto cerchio, e chi e' fossero; nella terza dimostra che cosa sia questa che noi chiamiamo «fortuna». La seconda comincia quivi: «Cosí scendemmo»; la terza quivi: - «Maestro, - diss'io lui».

Dice adunque che avendo, come nella fine del precedente canto dimostra, trovato Plutone, «il gran nemico», che esso Plutone, come gli vide, admirative cominciò a gridare, ed a invocare il prencipe de' dimòni, dicendo: - «Papé».

Questo vocabolo è adverbium admirandi, e perciò, quando d'alcuna cosa ci maravigliamo, usiamo questo vocabolo dicendo: «papé!». E da questo vocabolo si forma il nome del sommo pontefice, cioè «papa», l'autoritá del quale è tanta, che ne' nostri intelletti genera ammirazione; e non senza cagione, veggendo in uno uomo mortale l'autoritá divina, e di tanto signore, quanto è Iddio, il vicariato. E i greci ancora chiamavano i lor preti «papas», quasi «ammirabili»: e ammirabili sono, in quanto possono del pane e del vino consecrare il corpo e 'l sangue del nostro signor Gesú Cristo; e, oltre a ciò, hanno autoritá di sciogliere e di legare i peccatori che da loro si confessano delle lor colpe, sí come piú pienamente si dirá nel Purgatorio, alla porta del quale siede il vicario di san Pietro.

«Satán». Sátan e Sátanas sono una medesima cosa, ed è nome del prencipe de' demòni, e suona tanto in latino, quanto «avversario» o «contrario» o «trasgressore», percioché egli è avversario della veritá, e nemico delle virtú de' santi uomini; e similmente si può vedere lui essere stato trasgressore, in quanto non istette fermo nella veritá nella quale fu creato, ma per superbia trapassò il segno del dover suo.

«Papé Satán». Questa iterazione delle medesime parole ha a dimostrare l'ammirazione esser maggiore.

E seguita: «aleppe». «Alep» è la prima lettera dell'alfabeto de' giudei, la quale egli usano a quello che noi usiamo la prima nostra lettera, cioè «a»; ed è «alep» appo gli ebrei adverbium dolentis; e questo significato dicono avere questa lettera, percioché è la prima voce la quale esprime il fanciullo come è nato, a dimostrazione che egli sia venuto in questa vita, la quale è piena di dolore e di miseria.

Maravigliasi adunque Plutone, sí come di cosa ancora piú non veduta, cioè che alcun vivo uomo vada per lo 'nferno; e, temendo questo non sia in suo danno, invoca quasi come suo aiutatore il suo maggiore; e, accioché egli il renda piú pronto al suo aiuto, si duole. O vogliam dire, seguendo le poetiche dimostrazioni, Plutone, ricordandosi che Teseo con Piritoo vivi discesero in inferno a rapire Proserpina, reina di quello, e poi, dopo loro, Ercule; e questo essere stato in danno e del luogo e degli uficiali di quello: veggendo l'autor vivo, né temer de' dimòni, ad un'ora si maraviglia e teme, e però admirative, e dolendosi, chiama il prencipe suo.

«Cominciò Pluto», (supple) a dire o a gridare, «con la voce chioccia», cioè non chiara né espedita, come il piú fanno coloro i quali da sùbita maraviglia sono soprappresi. E, oltre a ciò, cominciò Pluto a gridare per ispaventar l'autore, sí come ne' cerchi superiori si son sforzati Minos e Cerbero nell'entrata de' detti cerchi, accioché per quel gridare il ritraesse di procedere avanti e dal dare effetto alla sua buona intenzione.

[Ma, innanzi che piú oltre si proceda, è da sapere che, secondo che i poeti dicono, Plutone, il quale i latini chiamano Dispiter, fu figliuolo di Saturno e di Opis, e nacque ad un medesimo parto con Glauco. E, secondo che Lattanzio dice, egli ebbe nome Agelasto; e, secondo dice Eusebio in libro Temporum, il nome suo fu Aidoneo. Fu costui dagli antichi chiamato re d'inferno, e la sua real cittá dissero essere chiamata Dite, e la sua moglie dissero essere Proserpina. Leon Pilato diceva essere stato un altro Pluto, figliuolo di Iasonio e di Cerere: de' quali quantunque qui siano assai succintamente le fizioni descritte, se elle non si dilucidano, non apparirá perché l'autore qui questo Pluto introduca: ma, percioché piú convenientemente pare che si debbano lá dove l'altre allegorie si parranno, quivi le riserberemo, e diffusamente con la grazia di Dio l'apriremo.]

«E quel savio gentil, che tutto seppe», cioè Virgilio, [il qual veramente quanto all'arti e scienze mondane appartiene, tutto seppe: percioché, oltre all'arti liberali, egli seppe filosofia morale e naturale, e seppe medicina; e, oltre a ciò, piú compiutamente che altro uomo a' suoi tempi seppe la scienza sacerdotale, la quale allora era in grandissimo prezzo;] «Disse, per confortarmi: - Non ti noccia La sua paura», la quale egli o mostra d'avere in sé, o vuol mettere in te di sé; e dove della paura di Plutone dica, vuol mostrare l'autore per ciò esser da Virgilio confortato, peroché generalmente ogni fiero animale si suol muovere a nuocere piú per paura di sé che per odio che abbia della cosa contro alla qual si muove; e deesi qui intender la paura di Plutone esser quella della quale poco avanti è detto: «ché poter ch'egli abbia, Non riterrá lo scender questa roccia», - cioè questo balzo.

«Poi si rivolse a quella enfiata», superba, «labbia», cioè aspetto, «E disse: - Taci, maledetto lupo»; per ciò il chiama «lupo», accioché s'intenda per lui il vizio dell'avarizia, al quale è preposto: il qual vizio meritamente si cognomina «lupo», sí come di sopra nel primo canto fu assai pienamente dimostrato; «Consuma dentro te con la tua rabbia», la quale continuamente, con inestinguibile ardore di piú avere, ti sollecita e infesta. «Non è senza cagion l'andare», di costui, «al cupo», cioè al profondo inferno, vedendo: «Vuolsi», da Dio ch'egli vada, «nell'alto», cioè in cielo, «lá dove Michele», arcangelo, «Fe' la vendetta del superbo strupo», - cioè del Lucifero, il quale, come nell'Apocalissi si legge, fu da questo angelo cacciato di paradiso, insieme co' suoi seguaci. E chiamalo «strupo», quasi violatore col suo superbo pensiero della divina potenza, alla quale mai piú non era stato chi violenza avesse voluto fare: per che pare lui con la sua superbia quello nella deitá aver tentato, che nelle vergini tentano gli strupatori.

«Quali». Qui per una comparazione dimostra l'autore come la rabbia di Plutone vinta cadesse, dicendo che «Quali dal vento», soperchio, «le gonfiate vele», cioè che come le vele gonfiate dal vento soperchio, «Caggiono avvolte» e avviluppate, «poi che l'alber fiacca», cioè l'albero della nave fiacca per la forza del vento impetuoso, «Tal cadde a terra la fiera crudele», cioè Plutone.

«Cosí scendemmo». Qui comincia la seconda parte della prima di questo canto, nella quale l'autore dimostra qual pena abbiano i peccatori, li quali in questo quarto cerchio si puniscono, e chi essi sieno; e dice: «Cosí», vinta e abbattuta la rabbia di Plutone, «scendemmo nella quarta lacca», cioè parte d'inferno, cosí dinominandola per consonare alla precedente e alla seguente rima: «Pigliando piú della dolente ripa», cioè mettendoci piú infra essa che ancora messi ci fossimo; e, accioché di qual ripa dica s'intenda, segue: «Che 'l mal», cioè le colpe e i peccati, «dell'universo», di tutto il mondo, «tutto insacca», cioè in sé insaccato riceve.

Ed esclamando segue: «Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa Nuove travaglie?». Vuolsi questa lettera intendere interrogative e con questo ordine: «Ahi giustizia di Dio, Chi stipa», cioè ripone, «tante nuove travaglie e pene», cioè diversi tormenti e noie, «quante io viddi» in questo luogo? «E per che», cioè per le quali, «nostra colpa», cioè il nostro male adoperare peccando, «se ne scipa»? cioè se ne confonde e guasta e attrita, o in noi vivi temendo di quella pena, o ne' morti dannati che quella sostengono. E vuole in queste parole mostrar l'autore di maravigliarsi per la moltitudine.

Poi per una comparazion ne dimostra che maniera tengono in quel luogo i peccatori nel tormento lor dato dalla giustizia, e dice: «Come fa l'onda», del mare, «lá sovra Cariddi», cioè nel fare di Messina. Intorno alla qual cosa è da sapere che tra Messina in Cicilia e una punta di Calavria, ch'è di rincontro ad essa, chiamata Capo di Volpe, non guari lontana ad una terra chiamata Catona e a Reggio, è uno stretto di mare pericolosissimo, il quale non ha di largo oltre a tre miglia, chiamato il fare di Messina. E dicesi «fare» da «pharos», che tanto suona in latino quanto «divisione»; e per ciò è detto «divisione», perché molti antichi credono giá che l'isola di Cicilia fosse congiunta con Italia, e poi per tremuoti si separasse il monte chiamato Peloro di Cicilia dal monte Appennino, il quale è in Italia, e cosí quella che era terraferma, si facesse isola. E sono de' moderni alcuni li quali affermano ciò dovere essere stato vero: e la ragione, che a ciò inducono, è che dicono vedersi manifestamente, in quella parte di questi due monti che si spartí, grandissime pietre nelle rotture loro essere corrispondenti, cioè quelle d'Appennino a quelle che sono in Peloro, ed e converso. E, come di sopra è detto, questo mare cosí stretto è impetuosissimo e pericolosissimo molto: e la ragione è, percioché, quando avviene che venti marini traggano [come è libeccio e ponente, e ancora maestro, che non è marino], essi sospingono il mare impetuosamente verso questo fare, e per questo fare verso il mare di Grecia. E, se allora avviene che il mare di verso Grecia, per lo flottare del mare Oceano, il quale due volte si fa ogni dí naturale, [che sospignendo la forza de' venti marini il mare verso la Grecia, ed il mare per lo flotto] si ritragga in verso il mare Mediterraneo, scontrandosi questi due movimenti contrari, con tanta forza si percuotono e rompono, che quasi infino al cielo pare che le rotte onde ne vadino: e qual legno in quel punto vi s'abbattesse ad essere, niuna speranza si può aver della sua salute: [e cosí ancora sospignendo i venti orientali, cioè il greco, levante e scilocco, il mare di Grecia verso il fare, e per quello verso il mare Tirreno e il flotto mettendosi, avvien quel medesimo che dinanzi è detto]. E questo è quello che l'autore vuol dire: «Come fa l'onda..., Che si frange con quella in cui s'intoppa». [E sono in questo mare due cose mostruose, delle quali l'una ciò che davanti le si para trangugia, e questo si chiama Silla, ed è dalla parte d'Italia; l'altra si chiama Cariddi, e questa gitta fuori ciò che Silla ha trangugiato; ma, secondo il vero, questa Cariddi, la quale è di verso Cicilia, è il luogo dove di sopra dissi l'onde scontrarsi insieme, le quali, levandosi in alto per lo percuotersi, par che sieno del profondo gittate fuori da coloro che non veggiono la cagione della elevazione.]

Dice adunque l'autore che, in quella guisa, che di sopra è mostrato, le due onde di due diversi mari si scontrano, cosí quivi due maniere di diverse genti o peccatori convenirsi scontrare. E questo intende in quanto dice: «Cosí conviene che qui», cioè in questo quarto cerchio, «la gente riddi», cioè balli, e, volgendo, come i ballatori, in cerchio, vengano impetuosamente a percuotersi, come fanno l'onde predette.

«Lí», nel quarto cerchio, «vid'io gente, piú ch'altrove, troppa»; e di questo non si dee alcun maravigliare, percioché pochi son quelli che in questo vizio, che quivi si punisce, non pecchino. E poi dice a qual tormento questa gente cotanta è dannata, dicendo: «E d'una parte e d'altra con grand'urli», cioè a destra e a sinistra, miseramente per la fatica e per lo dolore urlando, sí come appresso piú chiaro si dimostrerá, «Voltando pesi» gravissimi «per forza di poppa», cioè del petto (ponendo qui la parte per lo tutto), «Percotevansi incontro», cioè l'un contro all'altro con questi pesi, li quali per forza voltavano, «e poscia», che percossi s'erano, «pur lí», cioè in quello medesimo luogo, «Si rivolgea ciascun, voltando a retro», cioè per quel medesimo sentiero che venuti erano: in questo voltare, «Gridando», quegli dell'una parte incontro all'altra: - «Perché tieni?»; - e incontro a questa gridava l'altra: - «E perché burli?» - cioè getti via. «Cosí tornavan», come percossi s'erano e avean gridato, «per lo cerchio tetro».

Appare per queste parole che 'l viaggio di costoro era circulare, e che, venuta l'una parte dal mezzo del cerchio nella parte opposita, scontrava l'altra parte, la quale, partitasi dal medesimo termine che essi, era giá giunta, e quivi percossisi, e dette l'un contro all'altro le parole di sopra dette, ciascuna parte si rivolgeva indietro, e veniva al punto del cerchio donde prima partita s'era; e quivi ancora con l'altra, che in una medesima ora vi pervenía, si percotevano, e quelle medesime parole l'un contro all'altro diceano; e cosí senza riposo continovavano questa loro angoscia, volgendosi «per lo cerchio tetro», cioè logoro per lo continuo scalpitio.

«Da ogni mano», da destra e da sinistra, nella guisa detta, andavano «all'opposito punto» del cerchio, a quello onde partiti s'erano, «Gridandosi anco», come usati erano, «in loro ontoso», vituperevole, «metro», cioè: - «Perché tieni? - E perché burli?». - Il quale l'autore chiama «metro», non perché metro sia, ma largamente parlando, come il piú volgarmente si fa, ogni orazione [o brieve o lunga] misurata o non misurata, è chiamata metro: e dicesi metro da «metros», graece, che in latino suona «misura»; e quinci, propriamente parlando, i versi poetici sono chiamati «metri», percioché misurati sono da alcuna misura, secondo la qualitá del verso.

«Poi si volgea ciascun», di questi che voltavano i pesi, «quand'era giunto», al punto del mezzo cerchio, come di sopra è detto, «Per lo suo mezzo cerchio», cioè per quel mezzo cerchio il quale a lui era dalla divina giustizia stabilito, «all'altra giostra», cioè percossa: e chiamala «giostra», percioché a similitudine de' giostratori s'andavano a ferire e a percuotere insieme.

«Ed io, ch'avea lo cor quasi compunto», di compassione, la quale portava a tanta fatica e a tanto tormento, quanto quello era il quale nel percuotersi sofferivano. E, oltre a ciò, aveva la compunzione per lo vermine della coscienza, il quale il rodeva, cognoscendosi di questa colpa esser peccatore; il che esso assai chiaramente dimostra nel primo canto, dove dice il suo viaggio essere stato impedito dalla lupa, cioè dall'avarizia. E in questo è da comprendere invano esser da noi conosciuti i vizi e' peccati, se, sentendoci inviluppati in quelli o poco o molto, noi non abbiam dolore e compunzione. Né osta il dire: come avea l'autore compunzione dell'essere avaro, che ancora, come nelle seguenti parole appare, non sapea chi essi si fossero? percioché qui usa l'autore una figura chiamata «preoccupazione». «Dissi: - Maestro mio». Qui domanda l'autore Virgilio che gente questa sia, e per qual colpa dannati, dicendo: «or mi dimostra, Che gente è questa», la quale è qui cosí dolorosamente afflitta; e dopo questo gli muove un altro dubbio, dicendo: e, oltre a quel che domandato t'ho, mi di' «e se tutti fûr cherci, Questi chercuti alla sinistra nostra». - «Chercuti» gli chiama, percioché avevano la cherica in capo, e da questo ancora comprendeva loro per quello dovere esser cherici.

«Ed egli a me». Qui Virgilio primieramente generalmente di quegli, che erano cosí a man destra come a man sinistra, ditermina; e poi, distinguendo, risponde alla domanda fattagli dall'autore, e dicegli, oltre a ciò, per qual colpa dannati sieno, primieramente dicendo: - «Tutti quanti», cioè quanti tu ne vedi a destra e a sinistra, «fûr guerci», cioè con non diritto vedere, come color ci paiono, li quali non hanno le luci degli occhi dirittamente come gli altri uomini poste negli occhi. [Il qual difetto talora avviene per natura, e talora per accidente: per accidente avviene per difetto le piú delle volte delle balie, le quali questi cotali, essendo piccioli fanciulli, hanno avuti a nodrire, ponendo loro la notte un lume di traverso o di sopra a quella parte ove tengon la testa; o esse medesime, come spesse volte fanno, stando loro sopra capo, gl'inducono a guatarsi indietro, e i fanciulli, vaghi della luce, torcono gli occhi, e sí in quella parte dove il lume veggono, e, non potendosi muovere, si sforzano e torcono le luci al lume; ed essendo tenerissimi, agevolmente rimuovono la luce, o le luci, dal lor natural movimento in questo accidentale, e divengon guerci. Questa spezie d'uomini, quantunque non sia del tutto reputata giusta, non ha pertanto tanta di malizia quanta hanno coloro li quali guerci nascono, li quali, per quegli che fisonomia sanno, sono reputati uomini astuti, maliziosi e viziati, e il piú si credono non altrimenti avere il giudicio della mente lor fatto che essi abbiano gli occhi.]

E però dice: - «Tutti fûr guerci Sí della mente», cioè sí perverso e malvagio giudicio ebbero nella mente loro intorno alle cose temporali, «in la vita primaia», cioè in questa, «Che con misura nullo spendio fêrci», in questa vita: e ciò fu che o essi strinsero troppo le mani, lá dove esse eran da allargare, o essi l'allargaron troppo, lá dove eran da strignere; e cosí né nell'una parte né nell'altra servarono alcuna misura, [liberalmente spendendo, dove e come e quanto e in cui si convenia]. «Assai la voce lor chiaro l'abbaia», cioè il manifesta quando dicono: - «Perché tieni? - E perché burli?», - usando questo vocabolo «abbaia» nell'anime de' miseri in detestazion di loro, il quale è proprio de' cani; «Quando vengono a' due punti del cerchio» (mostrati di sopra, dove si dicono: - «Perché tieni? - E perché burli?» -), «Ove colpa contraria gli dispaia», cioè gli divide, facendogli tenere contrario cammino, sí come nelle colpe furon contrari. Le quali colpe vuole l'autore che sien queste, avarizia e prodigalitá, delle quali l'una appresso egli apre, e l'altra per l'aver detto «contraria» vuol che s'intenda, e dice:

«Questi son cherci, che non han coperchio Peloso al capo», percioché la cherica, la quale è rasa, è nella superior parte del capo. [E vogliono alcuni i cherici portare la cherica in dimostrazione e reverenza di san Piero, al quale dicono questi cotali quella essergli stata fatta da alcuni scellerati uomini in segno di pazzia: percioché, non intendendo, e non volendo intendere la sua santa dottrina, e vedendolo ferventemente predicare dinanzi a' prencipi e a' popoli, li quali quella in odio aveano, estimavano che egli questo facesse come uomo che fuor del senno fosse. Altri vogliono che la cherica si porti in segno di degnitá, in dimostrazione che coloro, li quali la portano, sieno piú degni che gli altri che non la portano; e chiamanla «corona», percioché, rasa tutta l'altra parte del capo, un sol cerchio di capelli vi dee rimanere, il quale in forma di corona tutta la testa circunda, come fa la corona. E chiamansi questi cotali, che questo cerchio portano, «clerici» da «cleros», graece, che in latino suona quanto «uomini la sorte de' quali sia Iddio».]

«E papi e cardinali». [È il papa in terra vicario di Gesú Cristo, dal quale, mediante san Piero, hanno l'autoritá grandissima, la quale santa Chiesa ne predica; della quale autoritá, e in Purgatorio e in Paradiso, sí come in luoghi, dove piú convenientemente il richiede la materia che qui, si dirá, e perciò qui piú non mi stenderò. Onde questo nome papa venga, è poco avanti stato mostrato. «Cardinali» è sublime nome di degnitá; e, come che, oltre alla chiesa di Roma, abbiano la chiesa di Ravenna, quella di Napoli e alcune altre cherici, li quali si chiamano «cardinali», non sono però in preeminenza né in oficio né in abito da comparare a quegli della chiesa di Roma, percioché questi per eccellenza portano il cappello rosso, e hanno a rappresentare nella chiesa di Dio il sacro collegio de' settantadue discepoli, li quali per coaiutori degli apostoli furono primieramente instituiti. E il cardinalato di Roma è il piú alto e il piú sublime grado, appresso al papa, che sia nella Chiesa. E, percioché a loro s'appartiene, insieme col papa, a diliberare le cose spettanti alla salute universale de' cristiani, e ogni altra contingente alla chiesa di Dio, e pare che sopra la loro diliberazione si volga il sí e il no delle cose predette, son chiamati cardinali da questo nome «cardo, cardinis», il quale ne significa quella parte del cielo sopra la quale tutto il cielo si volge, per altro nome chiamata «polo» (o «poli», percioché son due) e cosí da «cardo» vien «cardinale»; o, secondo che alcuni altri dicono, da quella parte della porta, sopra la quale si volge tutto l'uscio.]

«In cui», cioè ne' quali, «usò avarizia il suo soperchio». È avarizia, secondo Aristotile nel quarto della sua Etica, la inferiore estremitá di liberalitá, per la quale, oltre ad ogni dovere, ingiuriosamente si disidera l'altrui, o si tiene quello che l'uom possiede: della quale piú distesamente diremo, dove discriveremo l'allegorico senso della parte presente di questo canto. Questo vizio dice l'autore usare «il suo soperchio», cioè il disiderare piú che non bisogna e tenere dove non si dee tenere, ne' cherici, ne' quali tutti intende per queste due maggiori qualitá nominate: la qual cosa se vera è o no, è tutto il dí negli occhi di ciascuno, e perciò non bisogna che io qui ne faccia molte parole.

E, avendo qui l'autore dichiarato qual sia in parte quel vizio che in questo quarto cerchio si punisce, cioè avarizia, vuol che s'intenda per le parole dette di sopra («Ove colpa contraria gli dispaia»), con questo vizio insieme punircisi l'opposito dell'avarizia, cioè la prodigalitá, la quale è il superiore estremo di liberalitá: e come l'avarizia consiste in tenere stretto quello che spendere bene e dar si dovrebbe, cosí la prodigalitá è in coloro, li quali dánno dove e quando e come non si conviene; benché poco appresso l'autore alquanto piú apertamente dimostri sé intender qui punirsi questi due vizi.

«Ed io: - Maestro, tra questi cotali», che tu mi di' che furon cherici, e ancora tra gli altri, «Dovre' io ben riconoscere alcuni», percioché furono uomini di grande autoritá, e molto conosciuti, come noi sappiamo che sono i papi e i cardinali e i signori e gli altri che in questi due peccati peccano (o vogliam dire: percioché l'autor peccò in avarizia, e l'un vizioso conosce l'altro); «Che fûro», vivendo «immondi», cioè brutti e macolati, «di cotesti mali», - cioè d'avarizia e di prodigalitá.

«Ed egli a me: - Vano», cioè superfluo, «pensiero aduni», cioè con gli altri tuoi raccogli. E incontanente gli dice la cagione, seguendo: «La sconoscente vita», cioè sanza discrezione menata, «che i fe' sozzi», di questi due vizi, e per conseguente indegni di fama, «Ad ogni conoscenza», ragionevole, «or gli fa bruni», cioè oscuri e non degni d'alcun nome. «In eterno verranno alli due cozzi», cioè a' due punti del cerchio, li quali di sopra son dimostrati, dove insieme si percuotono. «Questi», cioè gli avari, li quali appare essere dall'un dei lati, «risurgeranno dal sepolcro», il dí del giudicio universale, «Col pugno chiuso», testificando per questo atto la colpa loro, cioè la tenacitá, la quale per lo pugno chiuso s'intende; «e questi», cioè i prodighi, «co' crin mozzi», [per li quali crini mozzi similmente testificheranno la loro prodigalitá.]

[E la ragione perché questo per gli crin mozzi si testifichi è questa: intendono i dottori, moralmente, per li capelli le sustanze mondane, e meritamente, percioché i capelli in sé non hanno alcuno omore, né altra cosa la quale alla nostra corporal salute sia utile; sono solamente alcuno ornamento al capo, e per questo ne son dati dalla natura; e cosí dirittamente sono le sustanze temporali, le quali per sé medesime alcuna cosa prestar non possono alla salute dell'anime nostre, ma prestano alcuno ornamento a' corpi; e perciò dirittamente sentono coloro, li quali intendono per li capelli le predette sustanze. Risurgeranno adunque i prodighi co' crin mozzi,] a dimostrare come essi, stoltamente e con dispiacere a Dio, diminuissono le loro temporali ricchezze.

«Mal dare», la qual cosa fanno i prodighi, «e mal tener», il che fanno gli avari, «lo mondo pulcro», cioè il cielo, nel quale è ogni bellezza, «Ha tolto loro», sí come appare, poiché in inferno dannati sono, «e» hannogli gli due detti vizi «posti a questa zuffa», cioè di percuotersi insieme co' pesi i quali volgono, e col rimproverarsi l'una parte all'altra le colpe loro: «Quale ella sia», la zuffa di costoro, «parole non ci appulcro» cioè non ci ordino e non ci abbellisco dicendo; quasi voglia dire che assai di sopra sia stato dimostrato.

«Or puoi, figliuol, veder». In questa parte continovando Virgilio le parole sue, gli mostra quanto sia vana la fatica di coloro, li quali tutti si dánno a congregare o adunare di questi beni temporali, e apregli la cagione. E dice adunque: «Or puoi, figliuol, veder», in costoro, «la corta buffa», cioè la breve vanitá, «De' ben», cioè delle ricchezze e degli stati, «che son commessi alla fortuna», secondo il volgar parlare delle genti, e ancora secondo l'opinion di molti; «Per che», cioè per i quali beni, «l'umana gente si rabbuffa». Il significato di questo vocabolo «rabbuffa» par ch'importi sempre alcuna cosa intervenuta per riotta o per quistione, sí come è l'essersi l'uno uomo accapigliato con l'altro, per la qual capiglia, i capelli son rabbuffati, cioè disordinati, e ancora i vestimenti talvolta: e però ne vuole l'autore in queste parole dimostrare le quistioni, i piati, le guerre e molte altre male venture, le quali tutto il dí gli uomini hanno insieme per li crediti, per l'ereditá, per le occupazioni e per li mal regolati disidèri, venendo quinci a dimostrare quanto sieno le fatiche vane, che intorno all'acquisto delle ricchezze si mettono. E dice: «Ché tutto l'oro, ch'è sotto la luna», cioè nel mondo, «O che fu giá, di queste anime stanche», in queste fatiche del circuire, che di sopra è dimostrato, «Non poterebbe farne posar una», - non che trarla di questa perdizione. Appare adunque in questo quanto sia utile e laudabile la fatica di questi cotali, che in ragunar tesoro hanno posta tutta la loro sollecitudine, quando, per tutto quello che per la loro sollecitudine s'è acquistato, non se ne puote avere, non che salute, ma solamente un poco di riposo in tanto affanno, in quanto posti sono. Le quali parole udite da Virgilio muovono l'autore a fargli una domanda, dicendo: - «Maestro - dissi lui, - or mi di' anche».

[Lez. XXVII]

Qui comincia la terza parte della prima principale di questo canto, nella quale l'autore scrive come Virgilio gli dimostrasse che cosa sia fortuna, e però dice: - «Maestro, or mi di' anche»; quasi dica: tu m'hai detto che tutto l'oro del mondo non potrebbe fare riposare una di queste anime, e per questo m'hai mostrato quanto sia vana la fatica di coloro li quali, posta la speranza loro in questi beni commessi alla fortuna, intorno all'acquistarne e all'adunarne si faticano; ma dimmi ancora: «Questa fortuna, di che tu mi tocche», dicendo de' beni che le son commessi, «Che è?» cioè che cosa è? «che i ben del mondo ha sí tra branche?», - cioè tra le mani e in sua podestá.

«E quegli a me», rispose dicendo: - «O creature sciocche. Quanta ignoranza è quella che v'offende!», credendo come voi non dovete credere, cioè che i beni temporali sieno in podestá della fortuna come suoi; conciosiacosaché essa sia ministra in distribuirgli, e non donna in donargli, sí come appare nelle parole seguenti. «Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche», cioè che tu ne senta quello che ne sento io: e dice «ne 'mbocche», cioè riceva, non con la bocca corporale, la quale quello che riceve manda allo stomaco, ma con la bocca dello 'ntelletto, il quale, rugumando ed esaminando seco quello che per li sensi esteriori e poi per gl'interiori concepe, quel sugo fruttuoso ne trae spesse volte, che per umano ingegno si puote.

E quinci séguita Virgilio a dichiarare quello che egli senta della fortuna, dicendo: «Colui, lo cui saver tutto trascende», cioè Iddio, il quale è somma sapienza, e appo il quale ogni altra sapienza è stoltizia, «Fece li cieli», nella creazion del mondo, «e die' lor chi conduce». E in questo sente l'autore con Aristotile, il quale tiene che ogni cielo abbia una intelligenza, la quale il muove con ordine certo e perpetuo: e che l'autore questo senta, non solamente qui, ma in una delle sue canzone distese dimostra, dicendo: «Voi, che, 'ntendendo, il terzo ciel movete» ecc. E queste cotali intelligenzie muovono i cieli loro commessi da Dio, «Sí ch'ogni parte», della lor potenzia, «ad ogni parte», mondana e atta a ricevere, «splende», cioè splendendo infonde, «Distribuendo igualmente la luce». Dice «igualmente» non in quantitá, ma secondo la indigenza della cosa che quella luce o influenzia riceve; [«igualmente», cioè con equale affezione e operazione distribuiscono nelle creature la potenzia loro.]

E poi segue che Domeneddio ha queste intelligenzie preposte a conducere i cieli e a distribuire i loro effetti ne' corpi inferiori, cosí: «Similmente agli splendor mondani», cioè alle ricchezze e agli stati e alle preeminenzie del mondo, «Ordinò general ministra e duce, Che permutasse a tempo», cioè di tempo in tempo, «li ben vani», cioè le ricchezze e gli onori temporali, li quali chiama «beni vani», percioché in essi alcun salutifero frutto non si truova né stabilitá; e volle che questa cotal duce, cioè ministra, tramutasse questi beni vani «Di gente in gente», cioè d'una nazione in un'altra, sí come noi leggiamo essere infinite volte avvenuto ne' tempi passati nelle gran cose, non che nelle minori. Noi leggiamo il reame e l'imperio degli assiri esser trapassato ne' medi, e de' medi ne' persi, e de' persi ne' greci, e de' greci ne' romani; e, lasciando stare gli antichi, de' quali di molti altri regni e signorie si potrebbe dire il simigliante, noi abbiamo veduto ne' nostri dí la gloria e l'onore dell'armi e della magnificenza, e della Magna e de' franceschi, esser trapassata negl'inghilesi; e quivi non è da credere che ella debba star ferma, ma, come in coloro è stata trasportata, cosí ancora in brieve tempo si trasmuterá in altrui.

E segue: «e d'uno in altro sangue». La sentenza delle quali parole, quantunque una medesima possa essere con la superiore, nondimeno, volendola a piú brieve permutazione e di minor fatto deducere, possiam dire «d'una famiglia in un'altra», in quanto d'un medesimo sangue si tengono quegli che d'una medesima famiglia sono; sí come, accioché le cose antiche pospognamo, abbiam potuto vedere e veggiamo nella cittá nostra piena di queste trasmutazioni. Furon de' nostri dí i Cerchi, i Donati, i Tosinghi e altri in tanto stato nella nostra cittá, che essi come volevano guidavano le piccole cose e le grandi secondo il piacer loro, ove oggi appena è ricordo di loro; ed è questa grandigia trapassata in famiglie, delle quali allora non era alcun ricordo. E cosí da quegli, che ora son presidenti, si dee credere che trapasserá in altri. E questo senza alcun fallo addiviene «Oltre la difension de' senni umani». Alla dimostrazione della qual veritá si potrebbono inducere infinite istorie e mille dimostrazioni; ma, percioché assai può a ciascuno esser manifesto i senni degli uomini non valere a potere gli stati temporali fermare, si può far senza piú stendersene in parole..

E per queste permutazioni avviene «Che una gente impera», signoreggiando, «e l'altra langue», servendo; e ciò avviene, «Seguendo», i mondani beni, «il giudicio di costei», cioè di questa ministra; il qual giudicio, «Che sta occulto», a' sensi umani, «come in erba l'angue». Anguis è una spezie di serpenti, la quale ha la pelle verde, e volentieri e massimamente la state, abita ne' prati fra l'erbe; e percioché egli è con l'erbe d'un medesimo colore, rade volte fra quelle è prima veduto che toccato e sentito. E cosí, dice l'autore, il giudicio o il consiglio di questa ministra è sí occulto a' sensi umani, ch'egli non può prima esser conosciuto che sentito. Ed oltre a questo, roborando ancora l'autore la predetta cagione, séguita:

«Vostro saver non ha contasto a lei». Quasi voglia in queste parole pretendere che, ancora che noi, o per industria o ancora per chiara dimostrazione, conoscessimo o vedessimo quello a che il giudicio di questa ministra s'inchina, non pare che, per nostro sapere o ingegno, possiamo a quello contastare o opporci in guisa che valevole sia: e questo essere vero, s'è giá per molte manifeste cose veduto. [Creso, re di Lidia, vide in sogno essergli tolto Atis, suo figliuolo, da Ferrea, ecc. Mostrò Iddio ad Astiage re de' medi, in due sogni, che il figliuolo, il quale ancora non era generato di Mandane, sua figliuola, il dovea privare dello 'mperio d'Asia: né gli giovò il maritarla ad uomo non degno di moglie nata di real sangue, né il far poi gittare il figliuol natone alle fiere, che quello non avvenisse giá nel consiglio di questa ministra fermato. Non poterono l'avere cacciato del regno d'Alba in villa Numitore, d'avere ucciso Lauso, suo figliuolo, d'aver fatta vergine vestale Ilia, sua figliuola, adoperare che Amulio non fosse del regno gittato, né restituitovi Numitore. Infiniti sarebbono gli esempli che ad approvar questo si potrebbon mostrare, lasciandoci tirare all'attitudine dataci da' cieli: ma, se noi vorremo esser prudenti, e seguire il consiglio della ragione, con la forza del libero arbitrio che noi abbiamo, noi contrasteremo a lei, sí come dice Giovenale: «Nullum numen», ecc., percioché il seguir noi il desiderio concupiscibile, ne fa rimaner vinti da' movimenti di questa ministra, ecc.]

E perciò segue: «Ella», cioè questa ministra e duce, «provvede, giudica e persegue Suo regno». E dice «provvede», in quanto provvedute paiono quelle cose le quali da ordinato e discreto fattore prodotte sono, sí come son queste terrene da ordinato movimento de' cieli produtte, secondo la potenzia de' quali esse si permutano, non altramente che se da giudicio dato si movessero; e cosí par questa ministra da singolare ed occulta diliberazion perseguire quello che giudicato pare, cioè le cose commesse a lei; «come il loro» regno «gli altri dèi», cioè l'intelligenze, delle quali di sopra è detto.

[E, in questa parte, l'autore, quanto piú può, secondo il costume poetico parla, li quali spesse volte fanno le cose insensate, non altramenti che le sensate, parlare e adoperare, ed alle cose spirituali dánno forma corporale, e, che è ancora piú, alle passion nostre approprian deitá, e dánno forma come se veramente cosa umana e corporea fossero; il che qui l'autore usa, mostrando la fortuna aver sentimento e deitá; conciosiacosaché, come appresso apparirá, questi accidenti non possano avvenire in quella cosa la quale qui l'autore nomina «fortuna», se poeticamente fingendo non s'attribuiscono. Dalle quali fizioni è venuto che alcuni in forma d'una donna dipingono questo nome di fortuna, e fascianle gli occhi, e fannole volgere una ruota, sí come per Boezio, De consolatione, appare. Ma chi le fascia gli occhi, non intende bene ciò che fa, percioché, come appresso apparirá, ogni permutazion dí costei va a diterminato e veduto fine; e, se l'effetto di quella non segue, non è per ignoranza dei causatori della permutazione, ma per lo libero arbitrio di colui in cui si dirizza, il quale avvedutamente quella ischifa.]

«Le sue permutazion», che questa ministra fa nei beni temporali, «non hanno triegue», cioè intermessione alcuna, sí come coloro che guerreggiano hanno ne' tempi delle triegue; e, percioché nelle sue permutazioni non è alcun riposo, può apparire che «Necessitá la fa esser veloce». E in queste parole vuole intendere l'autore i movimenti di questa ministra continui essere di necessitá: [le quali parole, non bene intese, potrebbon generare errore, il quale con la grazia di Dio si torrá via qui appresso, dove, esplicato il testo a questa ministra pertenente, dimostrerò quello che intendo essere questa fortuna.] «Sí spesso vien», il suo permutare, nel quale ella appare esser veloce, «che vicenda consegue», cioè che egli pare questo suo permutare vicendevolmente seguire: in quanto alcuna volta veggiamo uno medesimo uomo, di quale che stato si sia, essere e felice e misero piú volte nella vita sua.

«Questa», cioè fortuna, «è colei, che tanto è posta in croce», dalle bestemmie e da' rammarichii, «Pur da color che le dovrian dar lode», sí come uomini ben trattati da lei, «Dandole biasmo a torto e mala voce», cioè ne' loro rammarichii dicendo sé esser mal trattati da lei, dove sono trattati bene e molto meglio che essi non son degni. «Ma ella s'è beata», cioè eterna, «e ciò non ode», cioè le bestemmie e' rammarichii: «Con l'altre prime creature», cioè co' cieli e con le intelligenzie separate, «lieta, Volge sua spera», cioè la ruota, per la quale si discrivono le sue veloci circunvoluzioni delle sustanze temporali; «e beata si gode», non curando di queste cose.

[Ora, avanti che piú oltre si proceda, è da vedere che cosa sia questa fortuna, della qual qui l'autore domanda Virgilio; quantunque molte cose in dimostrarlo n'abbia dette l'autore, e, conchiudendo, mostri di volere lei essere una ministra di Dio, posta sopra il governo delle cose temporali; dalla qual conclusione non è mia intenzion di partirmi, ma di dilucidarla alquanto piú, secondo che Iddio mi presterá. E, come che molti per avventura abbian creduto o credano, io estimo questa ministra dei beni temporali non essere altro se non l'universale effetto de' vari movimenti de' cieli, li quali movimenti si credono esser causati dal nono cielo, e il movimento uniforme di quello esser causato dalla divina mente, e cosí per questi mezzi sará l'universale effetto de' movimenti de' cieli causato dalla divina mente e per conseguente dato da essa amministratore e ordinatore de' beni temporali, de' quali essi movimenti de' cieli sono causatori. E dicesi dato ministro, piú tosto a dimostrazione che cosa possa essere questo nome fortuna attribuito a questi mutamenti delle cose, che perché alcun ministerio vi bisogni, se non essa medesima operazion de' cieli. E percioché di questo effetto sono propinquissima causa i cieli, e sia opinion de' filosofi il causato, almeno in certe parti, esser simile al causante, sí come le piú volte suole esser simigliante il figliuolo al padre; pare che, se i cieli sono in continuo moto, che l'universale loro effetto, il quale è intorno alle cose inferiori e temporali, similmente debba essere in continuo movimento: e se l'universale effetto è in movimento continuo, le sue particularitá similmente in continuo movimento saranno; e cosí seguirá le cose governate essere convenienti e conformi alla cosa che le governa, causa e dispone; e per conseguente quelle ottimamente dover seguire la disposizion data dal governante. E percioché egli non par possibile cosa che gl'ingegni umani comprendano le particularitá infinite di questo universale effetto de' cieli: sí come noi possiam comprendere nelle continue fatiche, e le piú delle volte vane degli strologi, li quali, quantunque l'arte sia da sé vera e da certi fondamenti fermata, nondimeno non paiono gl'ingegni umani essere di tanta capacitá che essi possan comprendere ogni particularitá di cosí gran corpo, come è il cielo, né ancora pienamente le rivoluzioni, congiunzioni, mutazioni e aspetti de' corpi de' pianeti; e per conseguente cognoscere né quello che il cielo dimostra dover producere, né quello che a ciò seguire o fuggire, per avere o per fuggire quello che s'apparecchia, sia sofficiente né bastevole: e però ottimamente dice l'autore i consigli umani non poter comprendere né contastare alle occulte, quanto è a noi, operazioni di questo effetto. Ed esso effetto non è altro che permutazioni delle cose prodotte da' cieli, le quali, non avendo stabilitá coloro dai quali causate sono, né esse similmente possono avere stabilita; e se i movimenti de' cieli son veloci, e le cose causate da loro seguono la similitudine del causante, sará di necessitá questo loro effetto universale esser movibile e di veloce moto, come essi sono; e seguiranne quello che noi continuamente nelle cose temporali veggiamo, cioè le rivoluzioni continue e le permutazioni e delle gran cose e delle minori.]

[Né osta quello che per avventura alcuni potrebbon dire, cioè di vedere alcune cose non muoversi mai, o muoversi di rado e con difficultá, sí come sono le cittá e simili cose, le quali lungo tempo consistono: intorno alla qual cosa è da intendere le rivoluzioni de' cieli adoperare secondo la disposizione delle cose, le quali esse operazioni de' cieli ricevono. Domeneddio creò la terra stabile e perpetua, e però non atta ad alcun moto per sé medesima; ma, se dalle mani degli uomini ella è messa in alcuna opera, e tratta della sua stabilitá, adoperano i cieli sopra questa materia tarda e grave tardamente. Ma nondimeno, quantunque tardo e rado sia il movimento, pur la muovono; e però le cittá, che di materia terrea paion composte, non senza gran cagione si muovono tardamente. E nondimeno questo tardo movimento, considerata la natura della cosa che si muove, si può dire veloce, ecc.]

[Ora hanno gli uomini a questo effetto posto nome «fortuna» a beneplacito, come quasi a tutte l'altre è stato posto; e, secondo che le cose secondo i nostri piaceri o contrarie n'avvengono, le chiamiamo «buona fortuna» e «mala fortuna». E furono in tanta semplicitá, anzi sciocchezza, i gentili, che, non avendo riguardo alla sua origine, la stimarono una singular deitá, in cui fosse potenza di dar bene e male, secondo il beneplacito suo; e per averla benivola, le feciono templi e ordinarono sacerdoti c sacrifici, seguendo per avventura, piú che la veritá, la sentenza di questi versi:

/* Si Fortuna volet, fies de rhetore consul; si volet haec eadem, fies de consule rhetor, ecc. */

E se alcune genti furono che intorno a questa bestalitá peccassero, i romani piú che gli altri vi peccarono. Nondimeno, quantunque di necessitá paia, come detto è, questa fortuna nelle sue amministrazioni esser veloce, non è questa necessitá imposta se non sopra i movimenti delle cose causate da' cieli, delle quali l'anime nostre non sono, percioché sopra i cieli son create da Dio e infuse ne' corpi nostri, dotate di ragione, di volontá e di libero arbitrio; e perciò niuna necessitá in noi può causare in farci ricchi o poveri, potenti o non potenti contro a nostro piacere. Il che in assai s'è potuto vedere, in Senocrate e in Diogene, in Fabbrizio e in Curzio e in altri assai; il che chiaramente Giovenale il dimostra nel verso preallegato, dicendo:

/* Nullum numen abest, si sit prudentia; nos te, nos facimus, Fortuna, deam, caeloque locamus. */

E questo avviene per la nostra sciocchezza, seguendo piú tosto con l'appetito la sua volubilitá che la forza del nostro libero arbitrio, per lo quale n'è conceduto di potere scalpitare e aver per nulla ogni sua potenza.]

[Adunque questo effetto universale de' movimenti de' cieli e delle loro operazioni, secondo il mio piccolo conoscimento, credo si possa dire essere quella cosa la quale noi chiamiamo «fortuna», e la qual noi vogliamo esser ministra e duce de' beni temporali. E in questa opinione, se io intendo tanto, mi par che fossero que' poeti, li quali sentirono che l'una delle tre sorelle chiamate «parche», o fate che vogliam dire, cioè Cloto, Lachesis e Atropos, alle quali la concezione e il nascimento di ciascun mortale, e similmente la vita e la morte attribuiscono, fosse questa Fortuna; e quella, di queste tre, vogliono che sia Lachesis, cioè quella la qual dicono che, nascendo noi, ne riceve e nutrica in vari e molti mutamenti, infino al dí della morte. E questa, secondo la qualitá della vita di ciascuno, il parer degli uomini seguitando, dicono esser buona e malvagia fortuna. E percioché, come detto è, in essa vita consistono le revoluzioni e' mutamenti di ciascuno, assai appare ciò non essere altro che l'universale effetto di tutti i cieli, da' quali questi movimenti, quanto al corpo, son causati in noi.]

[E questa fortuna chiama l'autore «dea», poeticamente parlando, e secondo l'antico costume de' gentili, li quali ogni cosa, la qual vedeano che lungamente durar dovesse o esser perpetua, deificavano, sí come i cieli, le stelle, i pianeti, gli elementi, i fiumi e le fonti, li quali tutti chiamavano «dèi»: e però vuol l'autore sentire per questa deitá la perpetuitá di questo effetto, il quale tanto dobbiam credere che debba durare quanto i cieli dureranno e produceranno gli effetti li quali producer veggiamo. Ora che che io m'abbia detto intorno a questa fortuna, intendo che, in questo e in ogn'altra cosa, sempre sia alla veritá riservato il luogo suo.]

[Lez. XXVIII]

«Or discendiamo omai a maggior pièta», ecc. Qui comincia la seconda parte del presente canto, nella quale l'autore fa tre cose: prima dimostra come discendesse nel quinto cerchio dello 'nferno, dove dice trovò la padule chiamata Stige; nella seconda dimostra in questo quinto cerchio esser tormentati due spezie di peccatori: iracondi e accidiosi; nella terza scrive come per lo cerchio medesimo procedesse avanti. La seconda comincia quivi: «Ed io, che di mirar»; la terza quivi: «Cosí girammo».

Dice adunque: «Or discendiamo omai»; quasi dica: assai abbiamo ragionato della fortuna, e però discendiamo «a maggior pièta», cioè a maggior dolore. E mostra la cagione, per la quale il sollecita allo scendere, dicendo: «Giá ogni stella scende, che saliva Quando mi mossi». Nelle quali parole l'autore discrive che ora era della notte, e mostra che egli era passata mezza notte; percioché ogni stella, la quale sovra l'orizzonte orientale della regione cominciava a salire in su il farsi sera (come era quando si mossono, ed egli stesso il dimostra, dicendo: «Lo giorno se n'andava»), era salita infino al cerchio della mezza notte, donde, poiché pervenute vi sono, cominciano, secondando il cielo il suo girare, a discendere verso l'orizzonte occidentale. E, fatta questa discrizion dell'ora della notte, quasi per quella voglia dire aver mostrato loro essere stati molto, subgiugne la seconda cagione per la quale il sollecita a discendere, dicendo: «e 'l troppo star si vieta», cioè m'è proibito da Dio, per lo mandato del quale io vengo teco.

«Noi ricidemmo il cerchio», cioè pel mezzo passammo, e andammone «all'altra riva», cioè alla parte opposita: e quivi pervennero «Sovr'una fonte che bolle», per divina arte, «e riversa», l'acqua cosí bogliente, «Per un fossato che da lei deriva», cioè si fa dell'acqua che essa fonte riversa. «L'acqua», la qual questa fonte riversa, «era buia», cioè oscura, «assai», vie, «piú che persa». È il perso un colore assai propinquo al nero, e perciò, se questa acqua era piú oscura che il color perso, séguita che ella doveva esser nerissima. [Pigliano l'acque i colori, i sapori, i calori e l'altre qualitá nel ventre della terra: ut «pontica», quasi nera per lo luogo che ha a dar quel colore; «altheana», quasi lattea, perché passa per luoghi piombosi; l'olio petroio d'Allacone, l'acque di Volterra, l'acque d'Ambra, l'acqua da Santa Lucia di Napoli.] «E noi», Virgilio e io, «in compagnia dell'onde bige», cioè lunghesso l'acque bigie, come i compagni vanno l'uno lunghesso l'altro per un cammino (e chiama quest'acqua oscura e nera «bigia», non volendo però per questo vocabolo mostrarla men nera, ma, largamente parlando, lo 'ntende per nero); e cosí, andando con queste onde bigie, «Entrammo giú», discendendo, «per una via diversa», cioè malvagia.

Poi segue: «Una palude fa, c'ha nome Stige, Questo tristo ruscel»; e vuolsi questa lettera cosí ordinare: «Questo tristo ruscel», cioè rivicello, «fa una palude», ragunandosi in alcuna parte concava del luogo, donde l'acqua non aveva cosí tosto l'uscita, «c'ha nome Stige». E quinci dice: quando questo ruscello fa la palude, cioè «quando è disceso», correndo, «Al piè delle malvage piagge grige», le quali in quel cerchio sono.

[Di questa padule chiamata Stige molte cose si scrivono da' poeti, la quale essi dicono essere una padule infernale, ed essere stata figliuola del fiume chiamato Acheronte e della Terra. E, secondo che dice Alberigo nella sua Poetria, questa Stige fu nutrice e albergatrice degli iddii del cielo, e per essa giurano essi iddii, e non ardiscono, quando per lei giurano, spergiurarsi, sí come dice Virgilio:

.  .  .  .  .  .  .  .  .   Stigiamque paludem,

dii cuius iurare timent et fallere numen, ecc.

E la cagione per la quale essi temono, giurando per Stige, di spergiurarsi, è per paura della pena, la quale è che quale iddio, avendo giurato per Istige, si spergiura, sia privato infino a certo tempo del divino beveraggio; il quale i poeti chiamano «néttare» cioè dolcissimo e soave. E questa onorificenzia vogliono esserle stata conceduta, percioché la Vittoria, la quale fu sua figliuola, fu favorevole agl'iddii quando combatterono co' figliuoli di Titano, e vollesi piú tosto concedere a loro che a' detti figliuoli di Titano.]

[L'allegoria di questa favola, quantunque non paia del tutto opportuna al proposito, pure, perché in parte e qui e altrove potrá esser utile, la scriverò. Questo nome Stige è interpetrato «tristizia», e perciò è detta figliuola d'Acheronte, il qual, come davanti è detto, viene a dire «senza allegrezza». Pare ad Alberigo che colui, il quale è senza allegrezza, agevolmente divenga in tristizia, anzi quasi par di necessitá che egli in tristizia divenga; e cosí dall'essere senza allegrezza nasce la tristizia. Che ella sia figliuola della Terra, par che proceda da ragion naturale, peroché, conciosiacosaché tutte l'acque procedano da quello unico fonte mare Oceano, e di quindi venire per le parti intrinseche della terra, infino al luogo dove esse fuori della terra si versano; pare assai conveniente dovere esser detto figliuolo della Terra ciò che esce del ventre suo, come l'acqua fa che è in questa palude.]

[Che ella sia nutrice e albergatrice degl'iddii, non vollero i poeti senza cagione. Intorno al qual senso è da sapere che sono due maniere di tristizia: o l'uomo s'attrista percioché egli non può a' suoi dannosi desidèri pervenire; o l'uomo s'attrista cognoscendo che egli ha alcuna o molte cose meno giustamente commesse. La prima spezie di tristizia non fu mai nutrice né albergatrice degl'iddii, anzi è loro nimica e odiosa, intendendo gl'«iddii» per l'anime de' beati; ma la seconda fu ed è nutrice degl'iddii, cioè di coloro li quali divengono iddii, cioè beati: percioché il dolersi e l'attristarsi delle cose men che ben fatte, niuna altra cosa è che prestare alimenti alla virtú, per la quale i gentili andarono nelle lor deitá, secondo che le loro storie ne mostrano; e noi cristiani, per l'attristarci de' nostri peccati, n'andiamo in vita eterna, nella quale noi siamo veri iddii e non vani. Queste due spezie di tristizia, mostra Virgilio d'avere ottimamente sentito nel sesto del suo Eneida, lá dove egli manda i perfidi e ostinati uomini in quella parte dello 'nferno, la quale esso chiama Tartaro, nella quale non è alcuna redenzione; e gli altri, li quali hanno sofferto tristizia e pena per le lor colpe, mena ne' campi Elisi, cioè in quello luogo ove egli intende che sieno le sedie de' beati. O vogliam dire quello che per avventura piú tosto i poeti sentirono, gl'iddii, i quali costei nutrica e alberga, essere il sole e le stelle, le quali alcuna volta ne vanno in Egitto: e questo è nel tempo di verno, quando il sole, essendo rimoto da noi, è in quella parte del zodiaco, la quale gli astrologhi chiamano «solestizio antartico». Percioché, oltre agli egizi meridionali in quelle parti abitanti, esso fa quello che gli astrologhi chiamano «zenit capitis»; e in questo tempo sono nutriti il sole e le stelle dalla palude di Stige, secondo l'opinione di coloro li quali stimavano che i fuochi dei corpi superiori della umiditá de' vapori surgenti dall'acqua si pascessero; e appo questa palude di Stige, mentre nel mezzo dí dimorano, stanno e albergano. Che questa padule di Stige, secondo la veritá, sia sotto la plaga meridionale, il dimostra Seneca in quel libro il quale egli scrisse Delle cose sacre d'Egitto, dicendo che la palude di Stige è appo coloro che nel superiore emisperio sono; mostrando appresso che non guari lontano da Siene, estrema parte d'Egitto verso il mezzodí, essere un luogo il quale è chiamato da' greci «phile», il quale è tanto a dire quanto «amiche»: e appo quel luogo essere una grandissima padule, la quale, conciosiacosaché a trapassarla sia molto malagevole e faticoso, percioché è molto limosa e impedita da' giunchi, li quali essi chiamano «papiri», è appellata Stige, percioché è cagion di tristizia, per la troppa fatica a' trapassanti.]

[Che gl'iddii giurino per questa palude di Stige, può esser la ragion questa: noi siamo usati di giurare per quelle cose le quali noi temiamo, o per quelle le quali noi desideriamo; ma chi è in somma allegrezza, non pare che abbia che desiderare, quantunque abbia che temere; e questi cotali sono gl'iddii, i quali i gentili dicevano esser felici: e perciò, non avendo costoro che desiderare, resta che giurino per alcuna cosa la quale sia loro contraria; e questa è la tristizia. E che chi si spergiura sia privato del divin beveraggio, credo per ciò essere detto, percioché coloro, li quali di felice stato son divenuti in miseria, solevan dire essersi spergiurati, cioè men che bene avere adoperato, e cosí essere divenuti dalla dolcezza del divin beveraggio, cioè dalla felicitá, nell'amaritudine della miseria.]

[Costei esser madre della Vittoria si dice per tanto, che delle guerre non s'ha vittoria per far festa, mangiare e bere, ballare o cantare, né ancora per fortemente combattere, ma per lo meditare assiduo e faticarsi intorno alle cose opportune, in far buona guardia, in ispiare i mutamenti e gli andamenti de' nemici, in por gli aguati, in prendere i vantaggi e simili cose, le quali sanza alcun dubbio hanno ad affligger l'uomo e a tenerlo, almeno nel sembiante, tristo.]

«Ed io, che di mirar mi stava atteso». Qui comincia la seconda parte della seconda principale di questo canto, nella quale dimostra esser tormentati in questa padule bogliente gl'iracundi e gli accidiosi. Dice adunque: «Ed io, che di mirar», in questa padule, «mi stava atteso», cioè sollecito, «Vidi genti fangose in quel pantano», cioè in quella padule; e dice «fangose», percioché le padule sono generalmente tutte nelli lor fondi piene di loto e di fango, per l'acqua che sta oziosa e non mena via quel cotal fango, come quelle fanno che corrono, e perciò chi in esse si mescola di necessitá è fangoso: «Ignude tutte, e con sembiante offeso», per lo tormento sí del bollor dell'acqua, e sí ancora delle percosse che si davano. «Questi», fangosi, «si percotean, non pur con mano», battendo e offendendo l'un l'altro e se medesimi, «Ma con la testa», cozzando l'uno contro l'altro, «e col petto», l'un contro all'altro impetuosamente scontrandosi, «e co' piedi», dandosi de' calci, e «Troncandosi co' denti», le membra e la persona, «a brano a brano», cioè a pezzo a pezzo.

«Lo buon maestro disse». Qui gli dichiara Virgilio chi costor sieno che cosí si troncano, e dice: - «Figlio, or vedi L'anime di color cui vinse l'ira», mentre vissero in questa vita; «Ed anco vo' che tu per certo credi Che sotto l'acqua», di questa padule, «ha gente che sospira», cioè che si duole, «E», sospirando, «fanno pullular quest'acqua al summo». Noi diciamo nell'acqua «pullulare» quelle gallozzole o bollori, li quali noi veggiamo fare all'acqua, o per aere che vi sia sotto racchiusa e esca fuori, o per acqua che di sotterra vi surga. «Come l'occhio», cioè il viso, «ti dice u' che s'aggira»; e cosí mostra in queste parole la padule esser piena di questi bollori, e per conseguente dovere esser molta la gente, la quale sotto l'acqua sospirava o si doleva.

«Fitti nel limo». «Limo» è quella spezie di terra, la qual suole lasciare alle rive de' fiumi l'acqua torbida, quando il fiume viene scemando, la qual noi volgarmente chiamiamo «belletta»; e di questa maniera sono quasi tutti i fondi de' paduli. Dice adunque che in questa belletta nel fondo del padule sono fitti i peccatori, li quali «dicon: - Tristi fummo, Nell'aer dolce, che del sol s'allegra», cioè si fa bella e chiara, «Portando dentro», nel petto nostro, «accidioso fummo», cioè il vizio dell'accidia, il qual tiene gli uomini cosí intenebrati e oscuri come il fummo tiene quelle parti nelle quali egli si ravvolge. Poi segue: e percioché noi fummo tristi nell'aer dolce, qui «Or ci attristiam», cioè piagnamo e dogliamci «nella belletta negra», - in quel fango di quella padule, l'acqua della quale ha di sopra mostrata esser nera; e perciò conviene che la belletta sia nera altresí, in quanto ella suole sempre avere il color dell'acqua sotto la quale ella sta e che la mena.

«Quest'inno». Gl'«inni» son parole composte di certe spezie di versi, e contengono in sé le laude divine, sí come appare nello Innario, il quale compose san Gregorio, e che la Chiesa di Dio canta ne' suoi uffici; ma in questa parte scrive l'autore il vocabolo, ma non l'effetto di quello, percioché dove l'inno contiene la divina laude propriamente, quello che questi peccatori, piangendo e dolendosi, dicono in modo d'inno, contiene la lor miseria e la lor pena. «Si gorgoglian nella strozza». La «strozza» chiamiam noi quella canna la qual muove dal polmone e vien sú insino al palato, e quindi spiriamo e abbiamo la voce, nella quale se alcuna soperchia umiditá è intrachiusa, non può la voce nostra venir fuori netta ed espedita; e sono allora le nostre parole piú simili al gorgogliare, che fa talvolta uno uccello, che ad umana favella. E percioché questi peccatori hanno la gola piena del fango e dell'acqua del padule, è di necessitá che essi si gorgoglino questo lor doloroso inno nella strozza, perciò «Che dir noi posson con parola intègra», perché è intrarotta dalla superchia umiditá.

«Cosí girammo». Qui comincia la terza parte di questa seconda parte principale, nella quale l'autore dimostra il processo del loro andare, e dove pervenissero, dicendo: «Cosí», riguardando i miseri peccatori che nella padule si offendevano, e ragionando, «girammo della lorda pozza Grand'arco», cioè gran quantitá vòlta in cerchio, a guisa d'un arco. E chiamala «pozza», il quale è proprio nome di piccole ragunanze d'acqua; e questo, come altra volta è detto, è conceduto a' poeti (cioè d'usare un vocabolo per un altro), per la stretta legge de' versi, della quale uscir non osano. E quinci dice che egli girarono, «tra la ripa secca», alla quale non aggiugneva l'acqua del padule, «e 'l mezzo», del padule, «Con gli occhi vòlti a chi del fango ingozza», cioè a' peccatori, li quali erano in quel padule: «Venimmo al piè d'una torre al dassezzo», cioè poi che noi avemmo lungamente aggirato.

II - Senso allegorico
[Lez. XXIX]

[«Papé Satan, papé Satan aleppe», ecc. Dimostrò l'autore nel precedente canto come la ragione gli dimostrò qual fosse la colpa della gola, e che supplicio fosse dalla divina giustizia posto a' gulosi, li quali in quel peccato morivano; e, continuandosi alle cose precedenti, discrive come, seguendo la ragione, gli fosse da lei dimostrato che cosa fosse il peccato dell'avarizia e similmente quello della prodigalitá, e similmente qual pena ne fosse data a coloro che in esse erano vivuti e morti peccatori, e sotto il cui imperio puniti fossero: procedendo appresso in questo medesimo canto, come, veduti questi, seguendo la ragione, gli fossero dalla detta ragione mostrate altre due spezie di peccatori, cioè gl'iracundi e gli accidiosi, e il loro tormento. E però primieramente vedremo, come di sopra si promise, quello che l'autore intenda per Plutone prencipe di questo cerchio; e appresso che cosa sia avarizia, e in che pecchi l'avaro; e poi che cosa sia prodigalitá, e in che pecchi il prodigo; e quinci qual sia la pena lor data per lo peccato commesso, e come la pena si confaccia al peccato. E, questo veduto, procederemo a vedere che peccato sia quello dell'ira, e poi quello dell'accidia, e qual pena agli accidiosi e agli iracundi data sia, e come essa si conformi alla colpa.]

[Truovansi adunque, secondo che esponendo la lettera è detto, essere stati due Plutoni, de' quali per avventura ciascuno potrebbe assai attamente servire a questo luogo, quantunque l'uno molto meglio che l'altro, sí come apparirá appresso. Diceva adunque Leon Pilato che uno, il quale fu chiamato Iasonio, aveva amata Cerere, dea delle biade, e con lei s'era congiunto, e di lei avea ricevuto un figliuolo, il quale avea nominato Pluto. Sotto il qual fabuloso parlare è questa istoria nascosa, cioè che, al tempo del diluvio il quale fu in Tessaglia a' tempi del re Ogigio, si trovò in Creti un mercatante, il quale ebbe nome Iasonio; e questi essendo molto ricco, e avendo, per la fertilitá stata il precedente anno, trovata grandissima copia di grano, e quella comperata a quel pregio che esso medesimo aveva voluto; udendo il diluvio stato in Tessaglia, e come egli aveva non solamente guasti i campi e le semente del paese, ma ancora corrotta ogni biada, la quale per i tempi passati ricolta vi si trovò, e i circustanti popoli esserne mal forniti a dover potere sovvenirne quegli delle contrade dove stato era il diluvio; caricati piú legni di questo suo grano, lá navicò, e di quello ebbe da' paesani ciò che egli addomandò; e in questa guisa, ispacciatol tutto, fece tanti denari, che a lui medesimo pareva uno stupore: e in questa maniera di Cerere, cioè del suo grano, generò Plutone, cioè una smisurata ricchezza. E in questo luogo si pone Plutone, per lo quale s'intendono le ricchezze mondane, a tormentare coloro che quelle seppero male usare, sí come appresso apparirá; e perciò assai convenientemente qui si potrebbe di questo Plutone intendere.]

[Ma, come di sopra dissi, molto meglio si conformerá al bisogno questo altro, del quale si legge che Plutone, il quale in latino è chiamato Dispiter, fu figliuolo di Saturno e della moglie, il cui nome fu Opis, e come altra volta giá è detto, nacque ad un medesimo parto con Glauca, sua sorella, e occultamente, senza saperlo Saturno, fu nutricato e allevato. Costui finsero gli antichi essere re dello 'nferno, e dissero la sua real cittá esser chiamata Dite, della quale assai cose scrive Virgilio nel sesto dell'Eneida quivi:

Respicit Aeneas subito et sub rupe sinistra

moenia lata videt, ecc.

E appresso a Virgilio, discrive la sua corte e la sua maestá Stazio nel suo Thebaidos, dicendo:

Forte sedens media regni infelicis in arce

dux Herebi populos poscebat crimina vitae,

nil hominum miserans iratus et omnibus umbris:

stant furiae circum variaeque ex ordine mortes,

saevaque multisonas exercet poena catenas:

fata ferunt animas, ecc.

E, oltre a questo, gli attribuirono un carro, sí come al sole; ma, dove quello del sole ha quattro ruote, disson questo averne pur tre, e chiamarsi «triga»; e quello dissero esser tirato da tre cavalli, i nomi de' quali dissono esser questi: Meteo, Abastro e Novio. E, oltre a ciò, accioché senza moglie non fosse, dice Ovidio esso aversela trovata in cosí fatta maniera, che, essendosi un dí Tifeo con maravigliose forze ingegnato di gittarsi da dosso Trinacria, alla quale egli è sottoposto, parve a Plutone che, se questo avvenisse, esser possibile a dover poter trapassare infino in inferno la luce del giorno; e perciò, venuto a procurare come fondata e ferma fosse Trinacria e a quella andando d'intorno, ed essendo pervenuto non lontano a Siragusa, gli venne veduta in un prato una vergine chiamata Proserpina, la quale con altre vergini andava cogliendo fiori; e percioché essa sprezzava le fiamme di Venere e recusava i suoi amori, avvenne che, come Plutone veduta l'ebbe, subitamente s'innamorò della sua bellezza: e perciò, piegato il carro suo, n'andò in quella parte, e, presa Proserpina, la quale di ciò non suspicava, seco ne la portò in inferno, e quivi la prese per moglie. E, oltre a questo, dicono lui avere avuto un cane, il quale aveva tre teste ed era ferocissimo, e quello avere posto a guardia del suo regno. Del quale cane dice cosí Seneca tragedo nella tragedia d'Ercole furente:

Post haec avari Ditis apparet domus.

Hic saevus umbras territat Stygius canis,

qui terna vasto capita concutiens sono

regnum tuetur: sordidum tabo caput

lambunt colubrae: viperis horrent iubae

longusque torta sibilat cauda draco.

Par ira formae, ecc.]

[Le quali molte fizioni al nostro proposito io intendo cosí: Plutone voglion molti, come altra volta è stato detto, vegna tanto a dire quanto «terra»: come che, secondo Fulgenzio, «Plutone» in latino suona tanto quanto «ricchezza»; e perciò è chiamato da' latini «Dispiter», quasi «padre delle ricchezze»: e che le periture ricchezze consistano in terra, o di sotterra si cavino, questo è chiarissimo; ed «Opis» è chiamata la terra, e perciò meritamente Plutone è detto non solamente «terra», ma ancora «figliuolo della terra». Ma, percioché le prime ricchezze, non essendo ancora trovato l'oro, apparvero in parte pervenire dal lavorio della terra, e Saturno fu colui il quale primieramente insegnò lavorare la terra, è per questo meritamente chiamato padre di Plutone.]

[Alle ricchezze, le quali per Plutone intendiamo, è meritamente data una cittá, la quale ha le mura di ferro, e per guardia Tesifone; accioché per questo noi intendiamo le menti degli avari, a' quali le ricchezze commesse sono, esser di ferro, e conosciamo la crudeltá loro intorno alla guardia e tenacitá di quelle; e in questa cittá dice Virgilio non esser licito ad alcun giusto d'entrare:

Nulli fas casto sceleratum insistere limen;

accioché egli appaia che il cercare o il servare le ricchezze senza ingiustizia non potersi fare.]

[Per la real corte e per li circustanti a questo Plutone si deono intendere l'angosce e l'ansietá delle sollicitudini infinite, e ancora le fatiche dannevoli, le quali hanno gli avari nel ragunar le ricchezze, e ancora le paure di perderle, dalle quali sono infestati coloro li quali con aperta gola intendono sempre a ragunarle; e per lo carro dobbiamo considerare le circuizioni e i ravvolgimenti per lo mondo, ora in questo e ora in quel paese discorrendo, che fanno coloro li quali e tirati e sospinti sono dal disiderio di divenir ricchi; e l'essere il detto carro sopra tre ruote tirato, nulla altra cosa credo significhi se non la fatica, il pericolo e la incertitudine delle cose future, nelle quali coloro, che vanno dattorno, continuamente sono; e cosí i cavalli tiranti questo carro dicono esser tre, a dimostrarne di tre accidenti, li quali in questi cotali attornianti il mondo per arricchire par che sieno.]

[Chiamasi adunque il cavallo primo Meteo, il quale è interpetrato «oscuro», per lo quale s'intende l'oscura, cioè stolta, diliberazione d'acquistare quello che non è di bisogno, dalla quale il cupido, senza riguardare il fine, si lascia tirare. Il secondo cavallo è chiamato Abaster, il quale tanto viene a dire quanto «nero», accioché per questo si conosca il dolore e la tristizia de' discorrenti, li quali spessissime volte si truovano in cose ambigue e in evidenti pericoli e in paure grandissime. Il caval terzo è nominato Novio, il qual tanto vuol dire quanto «cosa tiepida», accioché per lui cognosciamo che per la paura de' pericoli, e ancora pe' casi sopravvegnenti, cade la speranza di coloro che ferventissimamente disiderano d'acquistare, e cosí intiepidisce l'ardore il quale a ciò stoltamente gli confortava.]

[Il maritaggio di Proserpina, la quale alcuna volta significa «abbondanza», e massimamente qui, ad alcuno non è dubbio che con altrui che co' ricchi non si fa, e spezialmente secondo il giudicio del vulgo ragguardante, la cui estimazione spessissimamente è falsa; percioché esso quasi sempre crede che lá dove vede i granai pieni, come appo i ricchi si veggono, che quivi sia abbondanza grandissima; dove in contrario, essendo le menti vòte, sí come l'avarizia procura, v'è fame e gran penuria d'ogni bene, e però di questo maritaggio niuna cosa si genera che laudevole o degna di memoria sia.]

[Cerbero, cane di Plutone, estimano alcuni essere stato vero cane, e perciò essere detto lui aver tre teste, per tre singulari proprietá, le quali erano in lui: egli era nel latrato d'alta voce e di sonora, ed era mordacissimo, e, oltre a ciò, era, in tenere quello che egli prendeva, fortissimo. Nondimeno, sotto la veritá di questo cane, sentirono i poeti essere altri sensi riposti, in quanto è detto «guardiano di Dite»; e però, conciosiacosaché per Dite si debbano intender le ricchezze, sí come davanti è mostrato, non potremo piú dirittamente dire alcuno esser guardiano di quelle se non l'avaro; e cosí per Cerbero sará da intendere l'avaro, al quale perciò sono tre teste discritte, a dinotare tre spezie d'avari. Percioché alcuni sono li quali sí ardentemente disiderano l'oro, che essi cupidamente in ogni disonesto guadagno, per averne, si lascian correre, accioché quello, che acquistato avranno, pazzamente spendano, donino e gittin via; i quali, avvegnaché guardiani delle ricchezze dir non si possano, nondimeno sono pessimi e dannosi uomini. La seconda spezie è quella di coloro li quali con grandissimo suo pericolo e fatica ragunano d'ogni parte e in qualunque maniera, accioché tengano e servino e guardino, e né a sé né ad altri dell'acquistato fanno pro o utile alcuno. La terza spezie è quella di coloro li quali non per alcuna sua opera, o ingegno o fatica, ma per opera de' suoi passati, ricchi divengono, e di queste ricchezze sono sí vigilanti e studiosi guardiani, che essi, non altramenti che se da altrui loro fossero state diposte, le servano, né alcuno ardire hanno di toccarle: e questi cotali sono da dire tristissimi e miseri guardiani di Dite.]

[I serpenti, i quali sono a Cerbero aggiunti alle chiome, sono da intendere per le tacite e mordaci cure, le quali hanno questi cotali intorno all'acquistare e al guardare l'acquistato.]

[Oltre a questo, gli antichi chiamarono questo Plutone «Orco», sí come appare nelle Verrine di Tullio, quando dice: «Ut alter Orcus venisse Aetnam, et non Proserpinam, sed ipsam Cererem rapuisse videbatur», ecc. Il qual dice Rabano cosí essere chiamato, percioché egli è ricettatore delle morti; conciosiacosaché egli riceva ogni uomo di che che morte si muoia, e cosí l'avaro ogni guadagno riceve di che che qualitá egli si sia. E questo basti ad aver detto intorno a quello che per Plutone si debba intendere in questo luogo. Il che raccogliendo, sono le ricchezze e i malvagi guardatori e spenditori di quelle: e cosí significherá questo dimonio il peccato e la cagion del peccato, il quale in questo quarto cerchio miseramente si punisce.]

[Son certo che ci ha di quegli che si maraviglieranno, percioché l'allegoria, la quale io ho al presente dato a questo cane infernale, cioè a Cerbero, non è conforme a quella la quale gli diedi nella esposizione allegorica del precedente canto; dove mostrai lui significare il vizio della gola, e qui dimostro io per lui significare tre spezie d'avarizia. Ma io non voglio che di questo alcuno prenda ammirazione, percioché la divina Scrittura è tutta piena di simili cose, cioè che una medesima cosa ha non solamente uno, ma due e tre e quattro sentimenti, secondo che la varietá del luogo, dove si truova, richiede: la qual cosa accioché voi per manifesto esempio veggiate, mi piace per alcuna figura, e per la varietá de' sensi di quella mostrarvelo.]

[Leggesi nel Genesi che il serpente venne ad Eva, e confortolla che assaggiasse del cibo il quale l'era stato comandato che ella non assaggiasse: perciò questo serpente doversi intendere il nemico della umana generazione, tutti i santi uomini e dottori della Chiesa s'accordano. Similmente scrive san Giovanni nell'Apocalissi che fu fatta una battaglia in cielo, come nell'esposizione litterale fu detto, nella quale san Michele arcangiolo uccise il serpente: e per questo serpente similmente s'intende, per tutti, il nemico nostro antico. Per che potete vedere per gli esempli posti, per lo serpente intendersi il diavolo. Ma in altra parte si legge nella Scrittura che, essendo il popolo d'Israel venuto, dietro alla guida di Moisé, in parte del diserto piena di serpenti, e che questi serpenti trafiggevano e molestavano forte il popolo, e non solamente gli offendevano d'infermitá, ma egli ve ne morivano per le trafitte velenose: la qual cosa come Moisé sentí, per comandamento di Dio fece un serpente di rame, e, dirizzata nel mezzo del popolo una colonna, vel pose suso, e comandò che qualunque del popolo trafitto fosse, incontanente che trafitto fosse, mostrasse quella puntura o quella piaga, che dal serpente avesse ricevuta, a questo serpente da lui elevato, ed egli sarebbe guerito; e cosí avveniva. Intendesi in questa parte questo serpente elevato esser Cristo, il quale, nel mezzo del popolo ebraico elevato in su la colonna della croce, sanò e sana tutte le piaghe delle colpe nostre, per li conforti e per le tentazioni de' serpenti, cioè de' nemici nostri, fatte nelle nostre anime: le quali come noi le mostriamo a questo serpente elevato, cioè a Cristo, per la contrizione e per la satisfazione, incontanente siamo per la sua passion liberati e guariti dalle piaghe, le quali a morte perpetua ci traevano. E fu questo serpente, cioè Cristo, di rame, secondo due proprietá del rame, il quale è di colore rosso ed è sonoro: percioché Cristo nella sua passione divenne tutto rosso del suo prezioso sangue, versato per le punture della corona delle spine, per le battiture delle verghe del ferro, per le piaghe fattegli nelle mani e ne' piedi da' chiovi co' quali fu confitto in su la croce, e per lo costato, quando gli fu aperto con la lancia. Fu ancora questo serpente sonoro, in quanto la sua dottrina infino agli estremi del mondo fu predicata e udita, e ancora si predica e predicherá mentre il mondo durerá. E cosí in una medesima figura avete il serpente significar Cristo e 'l dimonio: Cristo in quanto libera, il dimonio in quanto offende.]

[Leggesi ancora per la pietra essere assai spesso nelle sacre lettere significato Cristo, e talora l'ostinazion del dimonio. Dice il salmista: «Lapidem, quem reprobaverunt aedificantes, hic factus est in caput anguli»: e vogliono i dottori per questa pietra significarsi Cristo. Fu nella edificazion del tempio di Salomone piú volte da' maestri che 'l muravano provato di mettere, tra l'altre molte pietre che v'erano, una pietra in lavorio, né mai si poterono abbattere a porla in parte dove paresse loro che ella ben risedesse; ultimamente, provandola ad un canto, il quale congiugneva due diverse pareti del tempio, trovarono questa pietra ottimamente farsi in quel canto, e nella congiunzion de' due pareti. Vogliono adunque i dottori questi due pareti avere a significare due popoli de' quali Cristo compuose il tempio suo, de' quali l'uno fu di parte de' giudei e l'altro fu de' gentili, de' quali Cristo, come che due pareti fossero, fece una chiesa. Significano ancora le due pareti i due Testamenti, il Nuovo e 'l Vecchio, alla congiunzion de' quali solo Cristo fu sofficiente, in quanto il suo nascimento, la sua predicazione e la sua passione furon quelle che apersero i segreti misteri del Vecchio Testamento, velati da dura corteccia sotto la lettera, e cosí quegli per opera congiunse con la sua dottrina, la qual noi leggiamo nel Nuovo Testamento; e cosí potete veder qui per la pietra significarsi Cristo. Oltre a questo, si legge nell'Apocalissi: «Substulit angelus lapidem quasi molarem et misit in mare», per la qual pietra vogliono i dottori, s'intendano i pessimi e malvagi uomini. Ed Ezechiel dice: «Auferam eis cor lapideum», per la quale intendono i dottori la durezza della infedelitá. E il salmista dice: «Descenderunt in profundum, quasi lapides», intendendo per questa pietra il peso e la gravezza del peccato.]

[E però, senza por piú esempli, potete vedere, com'è detto, una medesima cosa avere diversi sensi e diverse esposizioni: il che, come delle figure del Vecchio Testamento addiviene, cosí similmente addiviene delle fizioni poetiche, le quali significano quando una cosa e quando un'altra.]

[Ora si suole intorno a queste esposizioni spesse volte dire per li laici la Scrittura avere il naso di cera, e perciò i predicatori e i dottori, secondo che lor pare, torcerlo ora in questa parte e ora in altra. La qual cosa non è vera: percioché la Scrittura di Dio non ha il naso di cera, anzi l'ha di diamante, del quale non si può levare, né vi si può appiccare alcuna cosa, né si può rintuzzare, sí come quella la quale è fondata e ferma sopra pietra viva, e questa pietra è Cristo: ma puossi piú tosto dire questi cotali avere il cuore, lo 'ntelletto e lo 'ngegno di cera, e perciò vedere con gli occhi incerati, e come son fatti eglino pieghevoli ad ogni dimostrazione vera e non vera, cosí par loro sia fatta la Scrittura; non conoscendo che la varietá de' sensi è quella che n'apre la veritá nascosa sotto il velo delle cose sacre, la quale noi aver non possiamo, né potremmo, se sempre volessimo ad una medesima cosa dare un medesimo significato. Non si dovranno alcuni maravigliare, se in altra parte Cerbero significò il vizio della gola, e in questa gli s'attribuisce la guardia delle ricchezze.]

[Lez. XXX]

Ma, accioché noi alle spezie de' due peccati ci deduciamo, dico che, secondo che i poeti scrivono, ne' tempi che Saturno regnò, fu una etá tanto laudevole, tanto piacevole e tanto, a coloro che allora vivevano, graziosa e innocente, che essi la chiamarono, come altra volta è detto, l'«etá dell'oro». E, quantunque essi vogliano quella in ciascuno atto umano essere stata virtuosa, intorno all'appetito delle ricchezze del tutto la discrivono innocua. Percioché essi dicono, regnante Saturno predetto, tutti i beni temporali, avvegnaché pochi e rozzi fossero, essere stati comuni a ciascheduno, e perciò non essersi allora trovato alcuno che servo fosse, o che in ispezialitá alcun mercennaio servigio facesse; ciascuno era e signore e servo di sé parimente, né era campo alcuno che da alcun termine o fossa o siepe segnato fosse; alcuno armento non era, che d'esser piú d'uno che d'un altro si conoscesse; di niuna pecunia era notizia, sí come di quella che ancora non era stata da alcuna stampa segnata; né mercatante, né navilio o alcuna altra cosa, per la quale apparer potesse alcuno in singularitá avere appetito di possedere quello che agli altri non fosse comune, si conoscea. E per questo vogliono, e meritamente, in que' secoli il mondo avere avuta lieta pace e consolata, né alcun vizio ancora esser potuto entrare nelle menti de' mortali. La quale benignitá e di Dio e della natura delle cose, se continuata fosse stata da noi, come mostrata ne fu ne' primi tempi per doverla seguire e continuare, non è dubbio alcuno [che dove avendola lasciata, e preso altro cammino, e per quello i vizi ne trasviano allo 'nferno] che noi, dopo riposata vita mortale, non fossimo similmente saliti all'eterna. Ma, poi che, tra tanta simplicitá, tra tanta innocenzia nella vita piena di tranquillitá, [essendone operatore il nemico dell'umana generazione,] furon questi due pronomi, «mio» e «tuo», seminati, tanto il santo ordine si turbò, che grandissima parte di quegli, li quali a dovere riempiere in paradiso le sedie degli angioli ribelli creati furono e sono, rovinano ad accrescere il loro numero in inferno.

Entrato adunque co' due pronomi il veleno pestifero, del voler ciascuno piú che per bisogno non gli era, nelle menti degli uomini, si cominciarono i campi a partire con le fosse, a raccogliere nelle proprie chiusure le greggi e gli armenti, a separare l'abitazioni e a prezzolar le fatiche; e, cacciata la pace e la tranquillitá dell'animo, entrarono in lor luogo le sollecitudini, gli affanni superflui, le servitudini, le maggioranze, le violenze e le guerre: e, quantunque con onesta povertá alcuni vincessero e scalpitassero un tempo l'ardente desiderio d'avere oltre al natural bisogno, non poté però lungamente la vertú de' pochi adoperare, che il vizio de' molti non l'avanzasse. E, non bastando all'insaziabile appetito le cose poste dinanzi agli occhi nostri e nelle nostre mani dalla natura, trovò lo 'ngegno umano nuove ed esquisite vie a recare in publico i nascosi pericoli: e, pertugiati i monti e viscerata la terra, del ventre suo l'oro, l'ariento e gli altri metalli recarono suso in alto; e similmente, pescando, delle profonditá de' fiumi e del mare tirarono a vedere il cielo le pietre preziose e le margherite; e non so da quale esperienza ammaestrati, col sangue di pesci e coi sughi dell'erbe trasformarono il color della lana e della seta; e, brevemente, ogni altra cosa mostrarono, la qual potesse non saziare, ma crescere il misero appetito de' mortali. Di che Boezio nel secondo libro Della consolazione, fortemente dolendosi, dice:

Heu! primus qui fuit ille

auri qui pondera tecti

gemmasque latere volentes

pretiosa pericula fodit?

Ma, poiché lo splendor dell'oro, la chiaritá delle pietre orientali e la bellezza delle porpore fu veduta, in tanto s'acceser gli animi ad averne, che, con abbandonate redine, per qualunque via, per qualunque sentiero a quel crediam pervenire, tutti corriamo; e in questo inconveniente, non solamente ne' nostri giorni, ma giá sono migliaia di secoli, si trascorse; e cosí la prima semplicitá e l'onesta povertá e i temperati disidèri scherniti, vituperati e scacciati, ad ogni illicito acquisto siam divenuti. Per la qual cosa l'umana caritá, la comune fede e gli esercizi laudevoli, non solamente diminuiti, ma quasi del tutto esinaniti sono; e, che è ancora molto piú dannevole, con ogni astuzia e con ogni sottigliezza s'è cercato e cerca continovo l'odio di Dio: pensando che dove noi dobbiam lui sopra ogni altra cosa amare, onorare e reverire, noi l'oro e l'ariento, i campi e l'umane sustanze in luogo di lui amiamo, onoriamo e adoriamo. Laonde segue che, per lo non saper por modo all'appetito, e non sapere o non volere con ragione spendere l'acquistato, morendo ci convien qui lasciare quello che noi ne vorremmo portare, e portarne quello che noi vorremmo poter lasciare; e col doloroso incarico delle nostre colpe, in eterna perdizione, dalla divina giustizia a voltare i faticosi pesi, come l'autore ne dimostra, mandati siamo.

E, accioché meglio si comprenda la gravitá di questa colpa, e quello che l'autore intende in questa parte di dimostrare; e che l'uomo ancora si sappia con piú avvedimento dalla meglio conosciuta colpa guardare: piú distintamente mi pare che sia da dire che cosa sia e in che, brievemente, consista questo vizio.

È adunque l'avarizia, secondo che alcuni dicono, «auri cupiditas», cioè disiderio d'oro. San Paolo dice (Ad Ephaesios, V): «Avaritia est idolorum servitus». E, secondo la sentenza d'Aristotile, nel quarto dell'Etica, l'avarizia è difetto di dare ove si conviene, e soperchio volere quello che non si conviene. Che l'avarizia sia cupiditá d'oro, in parte è giá dimostrato, e piú ancora si dimostrerá appresso; che ella sia un servire agl'idoli, seguendo la sentenza dell'apostolo, assai bene il dimostra san Geronimo in una sua pistola a Rustico monaco, dove dice: «Æstimato malo pondere peccatorum, levius alicui videtur peccare avarus quam idolatra; sed non mediocriter errat. Non enim gravius peccat qui duo grana thuris proiicit super altare Mercurii, quam qui pecuniam avare, cupide et inutiliter congregat: ridiculum videtur quod aliquis iudicetur idolatra, qui duo grana thuris offert creaturae, quae Deo debuit offerre, et ille non iudicetur idolatra, qui totum servitium vitae suae, quod Deo debuit offerre, offert creaturae». Che ella sia difetto di non dare ove si conviene, e soperchio volere quello che non si conviene, dimostrerá il seguente trattato.

Sono adunque alcuni, li quali, non essendo loro necessitá, in tanto disiderio s'accendono di divenir ricchi, che il trapassar l'Alpi e le montagne e' fiumi, e navigando divenire alle nazioni strane, tirati dalla speranza e sospinti dal disiderio, par loro leggerissima cosa; avendo del tutto in dispregio ciò che Seneca intorno a queste fatiche scrive a Lucillo, dove dice: «Magnae divitiae sunt, lege naturae, composita paupertas. Lex autem illa naturae scis quos terminos nobis statuat: non exurire, non sitire, non algere; ut famem sitimque depellas, non est necesse superbis assidere liminibus, nec supercilium grave et contumeliosam etiam humilitatem pati; non est necesse maria tentare, nec sequi castra; parabile est quod natura desiderat et appositam. Ad supervacua sudatur: illa sunt quae togam conterunt, quae nos senescere sub tentorio cogunt, quae in aliena litora impingunt. Ad manum est, quod sal est: qui cum paupertate bene convenit, dives est». E se questi cotali fossono contenti quando ad alcun convenevole termine pervenuti sono, o fossero contenti di pervenire a questo termine con onesta fatica e laudevole guadagno, forse qualche scusa il naturale appetito, il quale abbiamo infisso, d'avere, gli troverebbe; ma, percioché, a questo, modo non si sa porre, tutti nel miserabile vizio trapassiamo, cioè in soperchio volere piú che non si conviene. È il vero che il trapassar per questa via il convenevole par tollerabile, quando a quelle che molti altri tengono si riguarda.

Sono i piú sí offuscati dall'appetito concupiscibile, che ogni onestá, ogni ragione, ogni dovere cacciano da sé, in dover per qualunque via ragunare, non solamente piú che non bisogna ad uno, ma ancora piú che non bisognerebbe a molti: e, per pervenire a questo, altri si dánno senza alcuna coscienza a prestare ad usura, altri a rubare e occupare con violenza l'altrui, altri ad ingannare e fraudolentemente acquistare, e con altri esercizi simili, non piú d'infamia che di fama curando, si sforzano le lor fortune ampliare. Contro a questi cotali dice Tullio nel libro terzo Degli offici: «Detrahere igitur alteri aliquid, et hominem hominis incommodo suum commodum augere, magis est contra naturam, quam mors, quam paupertas, quam dolor, quam caetera, quae possunt aut corpori accidere, aut rebus aeternis», ecc.

Sono nondimeno alcuni altri, li quali pare che prima facie vogliano e ingegninsi d'avere piú che il bisogno non richiede, li quali sono a distinguere da questi, percioché, dove i predetti sono pessima spezie d'avari, quelli, dei quali intendo di dire, non si posson con ragione dire avari, né sono. Son di quegli li quali, in nulla parte passato il dovere, con diligenzia s'ingegneranno di fare che i lor campi loro abbondevolmente rispondano: questo è giusto disiderio e giusta operazione, quantunque ella trapassi il bisogno, percioché quel piú in assai cose commendabili si può poi a luogo e a tempo adoperare. Alcuni altri, per non stare oziosi, con ogni lealtá faranno una loro arte, alcuna mercatanzia, li quali, quantunque piú che lor non bisogna avanzin di questa, non sono perciò da reputare avari. Altri s'ingegnano di riscuotere e di racquistare quello o che hanno creduto o che hanno prestato del loro ad altrui: né questo è da dire avarizia, quantunque sia piú che quel che bisogna a chi il raddomanda. E similmente sono alcuni altri, li quali col sudore e con la fatica loro, o per prezzo o per provvisione si fien messi al servigio d'alcun altro e con fede l'avranno servito: il domandar questo, e il volerlo, niuna ragion vuole che sia reputata avarizia.

È, oltre alla predetta, la seconda spezie d'avarizia, la quale consiste in difetto di dare dove e quanto si conviene; e in questa quasi tutta l'universitá degli uomini pecca. Sonne alcuni, che, poi che per loro opera o per l'altrui sono divenuti ricchi, sono sí fieramente tenaci, che, non che pietá o misericordia gli muova a sovvenire eziandio d'una piccola quantitá un bisognoso, ma a' figliuoli, alle mogli e a se medesimi son sí scarsi, che, non che in altro si ristringano, ma essi né beono né mangiano quanto il naturale uso disidera; e dell'altrui prenderebbono, se loro dato ne fosse. Alcuni altri ne sono, li quali né onore né dono voglion ricevere da alcuni, per non avere a dare o ad onorare.

Alcuni altri ne sono, li quali non solamente alle loro vigilie o a' cassoni ferrati li loro tesori fidano, ma, fatte profondissime fosse ne' luoghi men sospetti, gli sotterrano: di che segue assai sovente, come essi vivendo non ne hanno avuto bene, cosí dopo la morte loro non ne puote avere alcun altro. E pallian questi cotali la lor miseria col dire: noi siamo solenni guardatori del nostro, accioché alcuno bisogno non ne costringa a dimandar l'altrui, o a fare altra cosa che piú disonesta fosse che l'avere ben guardato il suo. E di questi cotali sono alcuni piú da riprendere che alcuni altri; sí come noi veggiamo spesse volte avvenire che alcuno per ereditá diverrá abbondante, senza avere in ciò alcuna fatica durata, e nondimeno sará piú tenace che se per sua industria o procaccio ricco divenuto fosse: il che, oltre al vizio, pare una cosa mirabile, percioché in loro non dovrebbe avvenir quello che in coloro avviene, li quali con suo grandissimo affanno hanno ragunato quello che essi poi con sollecitudine guardano; e ciascuno naturalmente, secondo che dice Aristotile, ama le sue opere piú che l'altrui, come i padri i figliuoli e i poeti i versi loro. E di questi medesimi si posson dire essere i cherici, ne' quali è questo peccato tanto piú vituperevole, quanto con men difficultá l'ampissime entrate posseggono, non di loro patrimonio, non di loro acquisto pervenute loro; e, oltre a ciò, con men ragione le ritengono, percioché i loro esercizi deono essere intorno alle cose divine, all'opere della misericordia e di ciascuna altra pietosa cosa: deono stare in orazione, digiunare, sobriamente vivere, e dar di sé buono esemplo agli altri in disprezzare le cose temporali e 'l mondo, e seguire con povertá le vestigie di Cristo, accioché, bene adoperando, appaiano le loro opere esser conformi alla dottrina. Le quali cose come essi le fanno, Iddio il vede.

È, appresso, questo vizio meno abbominevole in una etá che in un'altra, percioché l'essere un giovane avaro, senza dubbio non riceve scusa alcuna, percioché l'etá del giovane è di sua natura liberale, sí come quella che si vede forte e atante ne' bisogni sopravvegnenti, ed è piena di mille speranze e d'altrettanti aiuti, e molte vie o vede o le par vedere da potere risarcire quello che speso fosse, o d'acquistar di nuovo; il che ne' vecchi non puote avvenire, percioché essi, li quali il piú sono astuti e avveduti, non si veggono, procedendo avanti nel tempo, rimanere alcuno aiuto né amico, se non le sustanze temporali; e in contrario si veggono ogni dí pieni di bisogni nuovi e inopinati, e similmente s'accorgono che, essendo essi delle dette sustanze abbondevoli, non mancar loro l'essere serviti e aiutati e avuti cari, da coloro spezialmente li quali sperano, secondo il loro adoperare verso loro, doversi nella fine dettare il testamento; dove spesso, se essi senza denari, senza derrate sono, non che da' piú lontani, ma dalle mogli, da' figliuoli, da' fratelli sono scacciati, ributtati e avviliti e avuti in dispregio. La qual paura se considerata fia, non sará alcuno che si maravigli se essi son tenaci e ancora cupidi d'avanzare, se il come vedessero.

Contro a costoro gridano la dottrina evangelica, i santi, i filosofi e' poeti. Leggesi nell'Evangelio di Luca, capitolo quinto: «Vae vobis, divitibus!»; e nella Canonica di san Iacopo, capitolo quinto: «Agite nunc, divites, plorate ululantes in miseriis, quae evenient vobis»; e nello Evangelio: «Mortuus est dives, et sepultus est in inferno». Ed Abacuc, capitolo secondo, dice: «Vae qui congregat non sua!»; ed esso medesimo, capitolo decimo: «Vae qui congregat avaritiam malam domui suae!»; e l'Ecclesiastico, decimo: «Avaro nihil est scelestius». E santo Agostino dice: «Vae illis, qui vivunt ut augeant res perituras, unde aeternas amittunt!»; ed esso medesimo: «Maledictus dispensator avarus, cui largus est Dominus». E Seneca a Lucillo, epistola diciassettesima, scrive: «Multis parasse divitias, non finis miseriarum fuit, sed mutatio». E Tullio in primo Officiorum: «Nihil est tam angusti animi parvique, quam amare divitias; nihil honestius magnificentiusque, quam pecuniam contemnere, si non habeas; si habeas, ad beneficentiam liberalitatemque conferre». E Virgilio, nel terzo dell'Eneida:

... quid non mortalia pectora cogis,

auri sacra fames?

E Persio scrive:

Discite, o miseri, et causas cognoscite rerum:

quis modus argento, quid fas optare, quid asper

utile nummus habet? ecc.

E Giovenale ancora dice:

Sed quo divitias haec per tormenta coactas?

Cum furor haud dubius, cum sit manifesta phrenesis,

ut locuples moriaris, egenti vivere fato, ecc.

Mostrato che cosa sia avarizia e in che pecchi l'avaro, percioché in quel medesimo luogo e tormento sono i prodighi tormentati, è sotto brevitá da vedere che cosa sia prodigalitá e in che il prodigo pecchi. È prodigalitá, secondo che Aristotile vuole nel quarto dell'Etica, l'uno degli estremi della liberalitá, opposito all'avarizia; e, cosí come l'avarizia consiste in tenere dove e come e quando non si conviene, e disiderare e adoperare d'avere piú che non si conviene, e donde e da cui non si conviene; cosí la prodigalitá consiste in donare e spendere quanto e come e dove non si conviene, e sta questo nel trapassare ogni termine di debita spesa intorno a quella cosa, la quale alcun far vuole o che si conviene: come ne' vestimenti e negli ornamenti veggiamo spesse volte alcuni trasandare, senza considerare la qualitá, la nazione o lo stato suo, e l'entrate e' frutti delle sue possessioni; come ancora veggiamo nel convitare, nel quale senza considerare a cui, o quando o dove il convito s'apparecchi, quella spesa si fa per privati uomini, e di bassa condizione o di vile, che se per alcun prencipe o venerabile uomo si facesse (come si legge faceva il figliuolo d'Isopo filosafo, il quale, rimaso del padre ricchissimo, per dar mangiare a' suoi pari, comperava gli usignuoli, i montanelli, i calderugi, i pappagalli, li quali gli uomini hanno carissimi per lo lor ben cantare, e, quando grassi gli trovava, non gli lasciava per danaio, e quegli arrostiti poi poneva innanzi a' suoi convitati: per che talvolta avveniva essere per avventura costato il boccone dieci fiorini d'oro), o come ancora si può fare in cose assai. Il come consiste negli apparati: coroneranno alcuni le sale, ornerannole di drappi ad oro, metteranno le mense splendide, faranno venire i trombatori, i saltatori, i cantatori, i trastullatori, i servidori pettinati, azzimati e leggiadri, non come se scellerati e scostumati uomini vi dovesser mangiare, come le piú volte fanno, ma re o imperadori; useranno ancora maravigliosa sollecitudine, non dico nelle sale o nelle camere, ma nelle stalle e ne' cellieri, in far le mangiatoie intarsiate, i sedili iscorniciati, e gli altri vasi a questi luoghi opportuni cosí esquisiti, come se negli occhi sempre aver gli dovessero e al lor proprio uso adoperargli. Peccasi ancora nel dove i doni e le spese smisuratamente si fanno, cioè in cui e in quanto: le piú delle volte a ghiottoni, a lusinghieri, a ruffiani, a buffoni, a femminette di disonesta vita e di vilissima condizione si faranno doni magnifichi, li quali sarebbono ad eccellentissimi uomini accettevoli; apparecchierannosi loro cavalcature, farannosi letti e scalderannosi i bagni non altramenti che se nobili e segnalati uomini dovessero pervenirvi: e, se per avventura un valente uomo capitasse alle case di questi cotali gittatori, con tristo viso, con leggieri spese malvolentieri ricevuto vi fia. Ora in queste e in simili cose consiste il vizio della prodigalitá e il prodigo gitta via il suo.

[Lez. XXXI]

È, oltre a questo, il prodigo in parte simile all'avaro, in quanto esso disidera, e con ardente sollecitudine, d'acquistare; e in ciò posta giuso ogni coscienza, ogni onestá e dovere, non cura come né donde si venga l'acquisto: per che talvolta commette baratterie, frodi e inganni e violenze; ma nol fa al fine che l'avaro, cioè per adunare, ma per aver piú che gittar via. E se alcuni sono in questo vizio oltre ad ogni misura peccatori, sono i cherici, cioè i gran prelati, percioché essi il piú, senza avere alcun riguardo a Dio, né al popolo loro commesso, o alla qualitá di colui in cui conferiscono, concedono, anzi gittano gli arcivescovadi, i vescovadi, le badie e l'altre prelature e benefici di santa Chiesa ad idioti, ebriachi, manicatori, furiosi, d'ogni scelleratezza viziosi e cattivi uomini: di che il popolo cristiano non solamente non è all'opportunitá sovvenuto, ma dalle miserie e cattivitá di cosí fatti pastori son trasviati allo 'nferno, dietro al malo esempio.

Piace, oltre alle dette cose, ad Aristotile, questo vizio della prodigalitá essere assai men dannevole che quello dell'avarizia, percioché, non ostante che dell'avarizia né l'avaro né alcun altro abbia alcun bene, dove della prodigalitá pur n'hanno bene alcuni, quantunque mal degni, pare la prodigalitá non debba potersi accrescere né divenir maggiore, percioché il prodigo continuamente diminuisce le sustanze sue, senza le quali la prodigalitá non si può mandare ad esecuzione, e, diminuendosi, pare di necessitá si debba diminuire il vizio: il che dell'avarizia non avviene, percioché l'avaro continuamente accresce il suo, e, accrescendolo, accresce la cupidigia dell'aver piú. Appresso, il vizio il quale si può in alcuna maniera curare pare essere minore che quello che curar non si può; e la prodigalitá si può curare, il che non si può l'avarizia: e però pare la prodigalitá esser minor vizio che l'avarizia. Il che, quantunque per una ragione di sopra mostrato sia, si può ancora mostrar con due altre, cioè che la prodigalitá si possa curare. Delle quali ragioni è l'una questa: curasi la prodigalitá dal tempo, percioché, quanto l'uomo piú s'avvicina alla vecchiezza, tanto diventa piú inchinevole a ritenere, per la ragione di sopra mostrata, dove si disse perché i vecchi eran piú avari che i giovani: e non è alcun dubbio le ricchezze naturalmente disiderarsi, accioché l'uom possa per quelle sovvenire a' difetti umani; e perciò convenevole pare, quanto alcuno sente i difetti maggiori, tanto piú inchinevole sia a quelle cose, per le quali si puote o rimediare o sovvenire a quegli. La seconda ragione è, percioché la povertá è ottima medica a cotale infermitá, e in essa si perviene assai agevolmente da chi gitta e scialacqua senza modo e senza misura il suo, sí come i prodighi fanno; e chi in essa diviene, non può donar né spendere, e cosí si truova guerito di questo vizio; il che dell'avarizia non avviene, come mostrato è.

Pare adunque, per le ragioni dette, la prodigalitá essere minor vizio che l'avarizia. E se cosí è, sará chi moverá qui una question cosí fatta: se la prodigalitá è minor vizio che l'avarizia, perché dimostra qui l'autore essere in igual tormento puniti i prodighi e gli avari, conciosiacosaché il minor vizio meriti minor pena? Puossi a questa cosí rispondere: che il vizio della prodigalitá non è in sé minore che l'avarizia, percioché, dove l'avarizia procede da naturale appetito, pare che la prodigalitá abbia origine da stoltizia, ch'è spezie di bestialitá. Laonde, se alcuna cosa di questo vizio pare che diminuisca l'essere curabile, questa bestialitá della stoltizia pare che il supplisca; e, oltre a ciò, quantunque curabile paia questo vizio, egli non si cura né per volontá né per opera laudevole del vizioso, e cosí per questo il vizioso non merita; e similmente, quantunque cessata sia la cagione, e per conseguente l'effetto, per le sopradette ragioni, nel prodigo, dove il disiderio non cessi di quel medesimo adoperare, avendo di che, non pare, non che curato sia, ma diminuito il vizio. E nelle nostre colpe riguarda la divina giustizia non solamente l'opere, ma ancora la volontá: e non pecca in assai cose meno chi vuole e non puote che chi vuole e puote; e perciò, non diminuendosi l'abito preso del vizio, non diminuisce il vizio nello abituato. Laonde convenientemente segue in igual supplicio punirsi il prodigo e l'avaro. E percioché questi due peccati sono radice e principio di molti mali, agramente insieme puniti sono, accioché in eterno si pianga l'avere per loro non solamente dimenticato Iddio, e in luogo di lui avere adorati e onorati i denari, ma ancora vendutolo come fece Giuda, e come molti altri fanno, che, giurando e spergiurando, simoneggiando e ingannando, tutto il giorno il vendono; e l'aver venduta la giustizia, corrotto le leggi, falsificati i testamenti, i metalli e le monete, assediate le strade, commessi i tradimenti, i furti, gli omicidii; l'esser lusinghiere divenuto e ad ogni malvagio guadagno inchinevole; l'aver la loro verginitá, la pudicizia, l'onestá e ogni vergogna posta giú, e l'esser divenute menandare, maliose, venefiche e indovine.

La pena adunque attribuita a questi peccatori è da vedere come sia conforme al peccato. Come detto è, tutta la sollecitudine dell'avaro è in ragunare e in tenere il ragunato e in guardarlo piú che si conviene; e quella del prodigo è in procurare con ogni studio d'avere e di male spender quello che aver puote: e però assai convenevolmente pare che dalla divina giustizia puniti sieno nel continuo volgere gravissimi pesi col petto, e con quegli l'avaro e 'l prodigo amaramente urtarsi e percuotersi insieme. Per lo quale atto è da intendere che, come in questa vita, senza darsi alcun riposo, a diversi e contrari fini faticarono, satisfacendo all'appetito loro e in quello sentendo dannosa dilettazione; cosí in inferno perduti, per grande afflizion di loro, son posti in continuo esercizio di volger col petto pesi che sien loro faticosi e noiosi: e con quegli, come a diversi fini, vivendo, affannarono, diverse opinioni seguitando, cosí, l'uno incontro all'altro facendosi, si percuotano e molestino, in lor maggior dolore la loro viziosa vita con ontoso verso si rimproverino. E accioché nel tormento loro si dimostri essi mai nella presente vita alcuna quiete non avere avuta, né doverla in quella sperare, vuole la giustizia che il loro discorrimento a tanta noia sia circulare.

Appresso, l'esser queste due spezie di vizio poste sotto la giurisdizione di Plutone si dee credere non esser fatto senza ragione. [Io vi mostrai di sopra questo Plutone essere disegnato per lo padre delle ricchezze, e quello che la sua cittá, la corte, i circustanti, il carro, lo sterile matrimonio e il can tricerbero era da intendere: le quali son tutte cose spettanti ed all'un vizio ed all'altro, se sanamente si riguarderá.] E perciò, comeché l'autor non scriva questo dimonio alcuna cosa adoperare in costoro, che sotto la sua giurisdizion son dannati, nondimeno si può comprendere lui, cioè il suo significato (oltre all'ontoso verso che l'una parte contro all'altra dice), sempre con la sua presenzia raccendere nella memoria degli avari i tesori, tanto amati da loro e per molte vie acquistati e con vigilante cura guardati, essere stati da loro lasciati e, in un punto, tutti i lor pensieri, tutte le loro speranze, tutte le lor fatiche non solamente essere evacuate e vane, ma essi ancora esserne venuti a perdizione. Per che creder si dee loro con vana compunzione piangere e dolersi che, poiché pur da loro partir si doveano, non li aveano con liberale animo a' bisognosi participati: della qual cosa loro sarebbe seguita eterna salute, dove essi, per lo non farlo, ne son caduti in perpetua perdizione. E cosí similmente i prodighi, per l'aspetto di Plutone si ricordano, se per caso alcuno loro uscisse di mente, de' loro tesori e delle loro ricchezze disutilmente, anzi dannosamente spese, donate e gittate; e dove, bene e debitamente spendendole, potevano acquistar quella gloria che mai fine aver non dee, dove per lo contrario si veggiono in tormento e in miseria sempiterna: la quale assidua ricordazione si dee credere esser loro afflizion continua e incomparabile dolore, il quale con inestinguibile fiamma sempre di nuovo accende le coscienze loro.

«Or discendiamo omai a maggior pièta», ecc. Questa è la seconda parte principale di questo settimo canto, nella quale, sí come nella esposizion testuale appare, l'autore del cerchio quarto discende nel quinto. E avendogli la ragion dimostrato che colpa sia quella del vizio dell'avarizia e della prodigalitá, e che tormento per quella ricevano i dannati; in questo quinto cerchio gli dimostra punirsi la colpa dell'ira e quella dell'accidia. Le quali accioché alquanto meglio si comprendano, e piú piena notizia s'abbia della intenzion dell'autore, è alquanto da dichiarare in che questi due vizi consistano, e quindi verremo a dimostrare come con la pena si confaccia la colpa.

Se noi adunque vogliam sanamente guardare, assai leggermente potrem vedere che alcuno de' quattro elementi non è, il quale sia tanto stimolato, tanto infestato, né tanto percosso e rivolto dal cielo, dall'acqua e dagli uomini, quanto è la terra. Questa nelle sue parti intrinseche è con vari strumenti cavata e ricercata, accioché di quelle i metalli nascosi si traggano, evellansi i candidi marmi, i durissimi porfidi e l'altre pietre di qualunque ragione, facciansi cadere le fortezze sopra gli alti monti fermate, e facciansi pervie quelle parti, le quali da sé non prestavano leggermente l'andare; questa nella sua superficie ora da' marroni, ora da' bómeri e ora dalle vanghe è rivolta, cavata e rotta e d'una parte in un'altra gittata; questa da' templi mirabili, dagli edifici eccelsi delle cittá grandissime è oppressa, caricata e premuta; questa dagli animali, da' carri, e da ponderosissimi strascinii è attrita e scalpitata; questa dal mare, da' fiumi e da' torrenti è rosa, estenuata e trasportata; questa dalle selve, dall'erbe e dalle semente continue è poppata, sugata e munta; questa è dagli incendi evaporanti arsa, dalle folgori celestiali percossa e da' tremuoti sotterranei dicrollata; questa è dai diluvi dilavata, da' raggi solari esusta e da' ghiacci ristretta. Chi potrebbe assai pienamente raccontare le molestie, dalle quali ella è senza alcuna intermissione offesa e malmenata? Né per tutte le raccontate ingiurie, né per molte altre, leggiamo o veggiamo che essa alcuna volta rammaricata si sia, o si rammarichi; tanta è la sua umiltá costante e paziente. Per la qual cosa forse creder si potrebbe esser piú tosto piaciuto al nostro Creatore d'aver di quella il corpo dell'uom composto che d'altro elemento o d'altra materia, accioché la natura di questa, della qual fu composto, seguitando, fosse paziente, e con tolleranzia fermissima sostenesse i casi per qualunque cagione emergenti.

Le quali cose mal considerate da noi, non come térrei, ma quasi come se di fuoco fossimo stati formati, chi per nobiltá di sangue, chi per eccellenzia di dignitá, chi per altezza di stato, chi per sublimitá di scienza, chi per abbondanza di ricchezze, chi per corporal forza, chi per bellezza, chi per destrezza di membri, tanto fastidiosi divenuti siamo, teneri e déscoli e impazienti, che per ogni leggerissima cosa ci accendiamo; e, non potendo l'un dell'altro sofferire i costumi, non solamente per ogni piccola ingiuria ci adiriamo, ma come fiere salvatiche da' cacciatori e da' cani irritate, in pazzo e bestial furore trascorriamo, tumultando, gridando e arrabbiando. E cosí nelle tenebre dell'ignoranza offuscati, spesse volte e noi e altrui in miseria quasi incomportabile sospignamo. Di che, provocata sopra noi la divina ira, avviene che la sua giustizia ne manda in parte, dove gli splendor mondani e le ricchezze e le dignitá avute son per niente, e noi non altramenti che porci siamo avviluppati, convolti e trascinati in puzzolente e fastidioso loto, dove con misera ricordazione e continua, senza pro, cognosciamo che noi eravam térrei, quando, adirati, di percuotere il cielo non che altro ci sforzavamo. Alla dimostrazione della qual cosa accioché deducendoci pervegnamo, prima mi par di dimostrare in che questo vizio consista, che di procedere ad altro; accioché per questa dichiarazione sia meglio conosciuto, e, per conseguente, dal meglio conosciuto meglio guardar ci possiamo, e, oltre a ciò, con men difficultá veggiamo come attamente l'autor disegni dalla giustizia di Dio essere alla colpa dato conveniente supplicio.

Dico adunque che, secondo che ad Aristotile pare nel quarto dell'Etica, che l'ira, la quale meritamente si dee reputar vizio, è un disordinato appetito di vendetta; e perciò pare questa esser causata da tristizia nata nell'adirato, per alcuna ingiuria ricevuta in sé o in altrui di cui gli caglia o nelle sue cose, o falsa o vera che quella ingiuria sia. E in tanto è questo appetito vizioso, in quanto questi cotali iracundi si turbano verso coloro, verso li quali non è di bisogno turbarsi, e per quelle cose per le quali turbar non si deono, e quando turbar non si deono, e ancora piú velocemente che non deono, e piú tempo perseverano in stare adirati che essi non deono.

E di questi cotali adirati o iracundi, secondo che Aristotile medesimo dimostra, son tre maniere. La prima delle quali è quella d'alcuni, che, per ogni menoma cosa che avviene, non che per le maggiori, solamente che loro non sodisfaccia, subitamente s'adirano e gridano e prorompono in furore; ma in essa non lungamente perseverano, quasi lor sia bastevole d'aversi mostrati adirati, o perché subitamente vien lor fatto di prender vendetta della cosa per la quale adirati si sono; e cosí esalata l'ira, ritornano nella quiete prima. La qual cosa in questi cotali è commendabile, quantunque non sia perciò stata la colpa dell'adirarsi minore. E' pare che in questa spezie d'ira sieno fieramente inchinevoli coloro, li quali sono di complession collerica, dalla velocitá o sottigliezza della quale par che venga questa subitezza.

La seconda maniera è quella di coloro li quali non troppo correntemente per ogni piccola cagion s'adirano, ma pure in quella, dopo alquanto aver sofferto, pervengono: l'ira de' quali è sí pertinace e ferma, che non senza difficultá si dissolve. E questi stanno lungamente adirati, servando dentro a se medesimi l'ira loro, né quasi mai quella risolvono, se della ingiuria, la quale par loro aver ricevuta, alcuna vendetta non prendono. Né questa tengono ascosa senza lor gravissima noia, percioché, quanto il fuoco piú si ristrigne in poco luogo, piú cuoce; e perciò, mentre penano a sodisfare a questo loro disordinato appetito, tanto servano l'ira e se medesimi affliggono e molestano. Ed è questa ira men curabile in quanto è nascosa, percioché né amico né altri può a questi cotali persuadere alcuna cosa, per la quale questa ira nascosa si diminuisca o si lasci; per che segue esser di necessitá o che per vendetta, o che per lunghezza di tempo, nella quale ogni cosa diminuisce, ella intiepidisca e ismaltiscasi e ritorni in niente. E son questi cotali non solamente a se medesimi molesti, ma ancora alle lor famiglie, a' compagni e agli amici, co' quali essi, stimolati dalla turbazione intrinseca, vivere con alcuna consolazione non possono. [E da questa spezie d'ira sono infestati maravigliosamente quegli che son di complessione malinconica, percioché in essi, per la grossezza dell'umor terreo, la impression ricevuta persevera lungamente.]

La terza maniera di questi iracundi sono alcuni, li quali, adirati, in alcuna maniera non lasciano l'ira, né per consiglio d'alcuno, né per lusinga, né ancora per lunghezza di tempo, senza aver prima presa vendetta dell'offesa, la quale par loro avere ricevuta: e questi sono pessimi adirati, percioché, come assai chiaramente veder si può, essi hanno l'ira convertita in odio. [Della qual maladizione fieramente son maculati i toscani, e tra loro in singularitá i fiorentini, li quali per alcuno ammaestramento datoci non ci sappiamo recare a perdonare; e, che ancora è molto peggio, mandandoci Domeneddio per questo il giudicio suo sopra, tanto impazientemente il comportiamo, che di questo male in molti altri strabocchevolmente trapassiamo, bestemmiandolo, rinnegandolo e chiamandolo ingiusto; non volendoci per alcuna maniera ricordare delle sue parole nello Evangelio, nel quale egli, per farci al perdonare inchinevoli, per figura dimostra di quel signore, il quale volle rivedere la ragione dell'amministrazione che un de' suoi servi aveva fatta de' fatti suoi. Trovò che 'l servo gli doveva dare cento talenti, e però comandò che esso, ogni sua cosa venduta, fosse messo in prigione, infino a tanto che egli avesse interamente pagato: ma, pregandolo con umiltá il servo gli perdonasse, impetrò rimessione del debito; e poi liberato, fece, senza voler perdonare, prendere un suo conservo, per dieci talenti che dar gli dovea, e metterlo in prigione. Il che udendo il signore, che cento n'avea perdonati a lui, il fece prendere e d'ogni suo bene spogliare e gittare nelle tenebre esteriori, percioché verso il prossimo suo era stato ingrato, non volendosi ricordare di ciò che esso avea dal suo signor ricevuto. Alle quali cose se noi riguardassimo, cognosceremmo questo signore essere Iddio Padre, e il servo che dar dovea i cento talenti esser ciascheduno uomo: e perché possibile non ci era pagare il debito, mandò di cielo in terra il Figliuolo, il quale con la sua passione e morte ne liberò da cosí ponderoso debito. E noi poi, mal grati di tanta grazia, non ci possiamo, né ci lasciamo recare a' conforti di coloro che saviamente ne consigliano, a perdonare alcuna ingiuria, quantunque menoma, l'uno all'altro: di che, privati d'ogni nostro bene, siamo per giudicio di Dio gittati in casa il diavolo.]

Ma, quantunque l'uno pecchi meno che l'altro di queste tre maniere d'iracundi, nondimeno tutte offendono gravemente Iddio, sí nel non aver saputo porre il freno della temperanza agli émpiti loro, e sí per la ragione detta di sopra, e sí ancora per avere avuto in dispregio il comandamento di Dio, dove nello Evangelio dice: «Mihi vindictam et ego retribuam». E per questo nell'ira sua divenuti e in quella morti, quello ne segue, che poco davanti si disse, cioè che, dannati, siam mandati al supplicio, il quale l'autore ne discrive.

È nondimeno questo vizio spesse volte non solamente per lo futuro supplicio dannoso molto all'iracundo, ma ancora nella vita presente. Ercule, adirato e in furor divenuto, uccise Megara, sua moglie, e due suoi figliuoli; e Medea, adirata, similmente due suoi figliuoli, di Giasone acquistati, uccise. Eteocle, re di Tebe, in singular battaglia contro a Polinice, suo fratello, discese; Atreo diede tre suoi nepoti mangiare a Tieste, suo fratello; Aiace telamonio, il quale non avevan potuto vincere l'armi troiane, vinto dall'ira, se medesimo uccise; Amata, moglie del re Latino, veduta Lavina, sua figliuola, divenuta moglie d'Enea troiano, turbata si mise il laccio nella gola, e divenne misero peso delle travi del real suo palagio. Annibale cartaginese, chiaro per molte vittorie, per non poter sofferire di venire alle mani de' romani raddomandantilo al re Prusia, incontro a sé adiratosi, preso volontariamente veleno, sí morí. Che bisogna raccontarne molti? conciosiacosaché manifesto sia, l'ira, poi che il consiglio della ragione ha tolto dell'uomo, col furor suo molti n'abbia giá in miseria e detestabile ruina condotti; li quali come che in questa vita e seco medesimi e con altrui crudelmente si trattino, ne mostra l'autor nell'altra non esser meglio dalla giustizia trattati, mostrandone loro essere nella palude di Stige, torbida di fetido fango e orribile per lo suo fervore e per lo fummo continuo, il quale da essa continuamente esala, tuffati e pieni d'abominevole fastidio; e in quella non solamente con le mani lacerarsi, ma ancora con la testa e con ciascuno altro membro fieramente percuotersi, e co' denti mordersi e troncarsi le persone e stracciarsi tutti.

Sotto la corteccia delle quali parole, mescolando il moral senso, spettante a noi che vivi siamo, con lo spirituale, il quale a' dannati appartiene, si può vedere il dannoso costume degli iracundi in questa vita, e la gravosa pena de' dannati nell'altra. Il percuotersi con la testa, col petto e co' piedi niuna altra cosa è che un disegnare gl'impeti furiosi degli iracundi, quando dal focoso accendimento dell'ira sono incitati. Possiamo nondimeno intendere per la testa dell'iracundo i pensieri, gl'intendimenti, le diliberazioni dell'iracundo, tutti posti e dirizzati dietro al disiderio della vendetta: e questo, percioché nella testa consistono tutte le virtú sensitive interiori e ancora le 'ntellettive, dalle quali sono formate le predette cose. E percioché nel petto consistono le virtú vitali e le nutritive, dobbiam sentire co' petti offendersi gl'iracundi, non l'un l'altro, ma se medesimi; in quanto, quando molto si pon l'animo intorno all'effetto d'alcun disiderio, non si prende da colui, che cosí è occupato, né la quantitá del cibo usata, né ancora con l'ordine consueto, per che conviene che la virtú nutritiva sia intorno al suo uficio talvolta molto impedita; dal quale impedimento séguita la debolezza e il diminuimento delle virtú vitali: e cosí, mentre che l'iracundo con tutto il suo disiderio sta inteso a doversi dell'ingiuria ricevuta vendicare, offende piú se medesimo che 'l nemico. E cosí ancora per li piedi dobbiamo intender le affezioni di qualunque persona; percioché, sí come i piedi portano il corpo, cosí l'affezioni menano l'animo e son guida di quello: e percioché tutte le affezioni dell'iracundo sono pronte e inchinevoli a dover nuocere a colui o a coloro contro a' quali è adirato, dice qui l'autore gl'iracundi co' piedi offendersi.

Il troncarsi coi denti le carni e levarsele con essi a pezzo a pezzo è efficacissima dimostrazione di quanta potenzia sia l'impeto di questo vizio, poiché non solamente offusca l'intelletto e la ragione nell'adirato, ma ancora il priva del senso corporale. Il che se non fosse, basterebbe all'adirato l'aversi morso una sol volta; percioché il dolore ricevuto di quella il farebbe rimanere di piú volte mordersi; dove noi possiamo avere udito e veduto essere stati alcuni di tanta e sí furiosa ira accesi, che in se medesimi, non potendo quel che disiderano, come cani rabbiosi rivoltisi, co' denti troncarsi le proprie carni delle mani e delle braccia, e poi sputarle. E questo medesimo ancora sono stati di quegli che, avendone il destro, hanno adoperato nelle persone state odiate da loro: sí come ne scrive Stazio, nel suo Thebaidos, di Tideo, amico di Polinice, il quale, sentendosi essere stato fedito a morte da uno chiamato Menalippo, con furia domandò d'averlo, e ultimamente, non senza gran zuffa e morte di molti, essendo stato Menalippo nel mezzo della battaglia preso e menato dinanzi da lui, al quale poca vita restava, come un cane rabbiosamente co' denti gli si gittò addosso, e in questo bestiale atto, piú che umano, morí egli e uccise il nemico.

L'essere in quella padule fitti, la qual dice calda, nera e nebulosa e piena di loto, assai ben si può comprendere la tristizia esser causativa dell'ira; percioché, se quelle cose che avvengono, delle quali l'uomo s'adira, se esse non ci contristassono, senza dubbio noi non ci adireremmo, e cosí per l'esser contristati ci adiriamo: e perciò, accioché i miseri iracundi sieno nel vizio loro medesimo puniti e afflitti, e per quello senza pro riconoscano sé dovere avere con pazienza schifata la tristizia, donde la loro ira nacque; in questa padule di Stige, la quale è interpretata «tristizia», demersi bollono, e in continua ira, in danno di se medesimi, come dimostrato è, s'accendono.

L'essere la padule calda e nera e nebulosa ne può assai ben dimostrare le tre qualitá degl'iracundi, delle quali di sopra è detto: intendendo per la caldezza del pantano la qualitá degl'iracundi, la qual dissi subitamente accendersi, e ciò procedere dall'omor collerico, il quale è caldo e secco. Per la nebula del padule possiamo intendere l'altra qualitá degl'iracundi, la qual dissi lungamente servare l'ira accolta, ma poi per lunghezza di tempo a poco a poco risolversi, sí come veggiamo che le nebule de' pantani, state quasi salde e intere per buona parte del dí, pure alla fine si risolvono e tornano in niente. La terza qualitá degl'iracundi, li quali dissi non solamente non lasciar mai l'ira presa, ma quella convertita in odio mai non dimettere, senza aver presa vendetta dell'offesa, la quale gli parve aver ricevuto, e ciò procedere da complession malinconica, cioè terrea, si può intender per la nerezza del pantano, in quanto la terra di sua natura è nera, e la interpetrazion del nome della malinconia si dice da «melan», graece, il quale in latino suona «nero». E questi cotali malinconici son sempre nell'aspetto chiusi, bulbi e oscuri, per che assai paion conformarsi al colore del padule. O vogliam dire queste tre proprietá, le quali l'autor discrive esser di questa padule, dover significare tre proprietá degl'iracundi, cioè: per la nerezza, la tristizia; per la nebula, la caligine dell'ignoranza, la quale l'ira para dinanzi agli occhi dello 'ntelletto, e cosí non può, offuscato, vedere quello che sia da fare; e per lo caldo, il furor dell'iracundo nel qual s'accende.

Per lo loto, nel qual sono imbrodolati e brutti tutti, possiamo intendere la sozza e fetida macula, la quale l'ira mette nelle menti di qualunque da essa vincere si lascia, e ancora per gli effetti di quella, li quali macolano e bruttano ogni onesta fama.

[Lez. XXXII]

Resta a vedere del vizio opposito all'iracundia, il quale in questa medesima padule di Stige si punisce con gl'iracundi, cioè l'accidia. Alla quale rimuovere delle menti umane, assai cose ne sono dalla natura delle cose mostrate, oltre agli ammaestramenti datine dalla filosofia e dagli uomini virtuosi: ma, se ogni altra cosa dinanzi dagli occhi del nostro intelletto e de' corporali levata ne fosse, assai forza dovrebbe avere, al sospignerci ad esser ne' tempi debiti in continuo esercizio, il riguardare la bruna schiera delle formiche, piccolissimi animali, nel tempo estivo, le quali, se noi ogni cosa vorremo attendere, senza aver né astrolago o altro maestro, senza vedere albero o prato fiorito, senza salire in alcun luogo rilevato a considerare se incerate son le biade ne' campi, o altra qualitá di tempo, come talvolta fanno i naviganti; dentro dalla sua cava standosi, cognoscono quando la state ne viene, e quando sono le semente mature, e in quali contrade si ricolgano; e allora, purgata la via e aperta l'uscita della sua cava, la qual per ventura le piove del verno e i piedi degli animali aveano riturata, a piena schiera tutte escon fuori, e senza guida alcuna, tutte si dirizzano all'aie, dove i lavoratori le biade segate ragunano e battono e mondano, e a' granai ne' quali quelle ripongono, e a qualunque altro luogo per li campi fosser per ventura ristrette. E quivi ottimamente dalla lor natura ammaestrate, discernendo dalla paglia le granella, quello che possono prendono; e, vòlti i passi loro, sollecitamente, senza aver chi le stimoli o solleciti altri che se medesime, con quel che preso hanno, ritornano alla lor tana; e quello salvamente riposto, senza alcuna intermissione, quanto il sole sta sopra la terra, ritornano al cominciato uficio. Né son contente d'un sol dí essersi faticate, ma, mentre il caldo dura, ciascuna mattina col sole levandosi, ritornano al loro esercizio; mostrando assai bene, in quello, essere a loro manifesto quello nel verno non potere operarsi, sí per le piove continue, e sí perché quello che la state truovano in molte parti e presto è aperto loro, quello il verno troverebbono in poche e serrato; avvedendosi ancora che, se cosí nell'abbondanza della state fatto non avessono o non facessono, convenirle di verno perir di fame.

La qual cosa sanamente riguardata, non dubito che a ciascuno non prestasse utile dimostrazione contro all'oziositá, e contro al porre indugio alle cose opportune e a dovere, quanto è per lo corpo, sí adoperare nella nostra fervida etá, cioè nella giovinezza, che poi, vegnendo nella fredda e impotente vecchiezza, si potesse senza vergogna e senza stento aspettar l'ultimo giorno, quando a Dio piacesse mandarlo: e, oltre a ciò, per la futura vita, mentre prestato n'è nella presente vita, adoperare che, vegnendo il freddo della morte, noi possiamo avere lieto e glorioso luogo intra' beati, e non esser gittati nella morte perpetua dello 'nferno, dove sará pianto e stridor di denti. Ma, percioché l'addormentato intelletto di molti, né per disciplina, né per sollecitudine, né per utili esempli non si può destare né inducere da alcuni stimoli a volere la fatica, la solerzia, il discreto esempio del piccolo animale, non che imitare ma pur riguardare; avviene spesso che questi cotali in questa vita vengono in estrema miseria, e nell'altra tuffati bollono nella palude di Stige, come nel presente canto ne discrive l'autore.

E accioché piú chiaramente si comprenda che vizio questo sia, e per conseguente meglio ce ne sappiamo guardare, ed, oltre a ciò, piú leggermente vedere quello che voglia l'autor sentire per la pena loro attribuita dalla divina giustizia; dico [che l'accidia], secondo che nel quarto dell'Etica mostra ad Aristotile di piacere, colui essere accidioso, il quale dove bisogna non s'adira, dicendo essere atto di stolto il non adirarsi, dove e quanto e in quel che bisogna; percioché pare che questo cotale non abbia sentimento d'uomo, e però di nulla cosa s'attristi, e cosí non essere vendicativo: e aggiugne che sostenere lo 'ngiuriante e il non aver gli amici in prezzo sia atto servile. Della qual sentenza considerata bene la cagione, credo n'apparirá ogni altra cosa che all'accidioso s'attribuisce dover nascere e venire. Che dobbiam noi credere altro di questa rimession d'animo dell'accidioso, se non quella procedere da un torpore, da una viltá, da una oziositá di mente, per le quali esso senza turbarsi sostiene le 'ngiurie? Se ciò avvenisse per umiltá, o per essere obbediente a' comandamenti di Dio, come molti santi uomini hanno giá fatto, non potrebbe però senza alcuna perturbazion d'animo essere avvenuto; percioché non può vittoria seguire, dove il nemico non è comparito, e dove battaglia non è stata; e noi diciamo i santi uomini essere stati vittoriosi nelle passioni. Turbasi adunque il santo e savio uomo, quante volte vede o ode in sé o in altrui dire o operare quello, che né dire né operare si convenga; ma prima ch'egli lasci tanto avanti la perturbazion procedere, che ad atto di peccato potesse pervenire, con umiltá e con buona pazienza vince la turbazione, e di questa vittoria merita. Ma l'accidioso non è cosí; percioché non per virtú, ma per cattivitá è paziente, e tutto dimessosi per la viltá dell'animo suo all'ozio, in tutti i suoi pensieri, in tutte le sue meditazioni s'attrista, ognora divenendo piú vile, intanto che la sua vita, quasi non fosse vivo, trapassa; e in essa dolorosa non è cosa alcuna, quantunque menoma, la quale esso s'attenti di cominciare; e, se pur tanto lo 'nfesta la necessitá che egli alcuna ne cominci, nel cominciamento medesimo invilisce, sí che, le piú volte intralasciatala, non la conduce alla fine. Il tempo freddo il rattrappa, il caldo il dissolve, il giorno gli è noioso e la notte grave; ciascheduna ora, e in qualunque stagione, ha in sé, al giudicio del pigro, alcuno impedimento intorno alle cose che occorrono da fare, e cosí il tempo nuvolo e 'l sereno. La cura familiare sempre gli peggiora tra le mani; non visita, non sollecita le possession sue, non i lavorator di quelle, non i servi, e l'essergli di quelle i frutti diminuiti non se ne cura per tracutanza. Alle publiche cose non ardirebbe di salire, alle quali se pur sospinto fosse per li meriti d'alcun suo, come uno addormentato si starebbe in quelle; il letto, le notti lunghissime e i sonni, non piú corti che quelle, gli sono graziosissimo e disiderabile bene; la solitudine, le tenebre e il silenzio prepone ad ogni dilettevole compagnia.

[Ma, posponendo gli atti morali e alquanto parlando degli spirituali, non visita gl'infermi, non visita gl'incarcerati, non sovviene di consiglio a' bisognosi, non visita la chiesa, non onora il corpo di Cristo per non trarsi il cappuccio, all'usanza di Fiandra, non si confessa a' tempi, non prende i sacramenti, non dispone né i fatti dell'anima né quegli del corpo.]

Ma a che molte parole? L'uomo si potrebbe stendere assai, volendo pienamente raccontare ogni parte di questa miseria; ma, percioché disutile è la materia, in poche conchiudendo le molte parole, dico che la vita dell'accidioso è, quanto piú può, simigliante alla morte.

È nondimeno questo vizio origine e cagione di molti mali: di costui nasce non solamente povertá, ma indigenzia e miseria, nella quale rognoso, scabbioso, bolso, malinconico e pannoso si diviene; nasce ancor da costui afflizion d'animo, odio di se medesimo e rincrescimento di vita; nascene ignoranza di Dio, vilipension di virtú, perdimento di fama e moltitudine di pensier vani; tiepidezza di spirito, prolungazion d'opere e fastidio general d'ogni bene; e ultimamente, dopo la trista vita, eterna perdizion dell'anima.

E percioché tutti gli atti di coloro, li quali sono da questo vizio occupati, sono freddi, torpenti e rimessi, e, in quanto possono, nascosi e occulti, gli fa assai convenientemente l'autore stare nascosi e riposti, senza potere esser veduti, nel fangoso fondo della misera palude bogliente, nera e nebolosa; e in quella gorgogliare con la gola piena del fastidio di quella, e piagnere e senza pro dolersi della vita trista e nigligente, la qual menarono. Volendo per questo s'intenda primieramente, per lo calor della padule, il calor della divina ira, il quale, sí come contrario alla freddezza del lor peccato, gli tormenta e punisce in gravissimo e intollerabile dolore. E per l'essere la palude nera, vuol s'intenda la tenebrosa lor vita, e la oscuritá delle loro opere, delle quali mai luce alcuna non apparve. E per questo ancora vuole loro stare tuffati, sotterrati e occulti sotto l'onde, accioché si comprenda loro nella presente vita non essere per alcuna loro operazione stati conosciuti. L'essere la padule nebulosa, o fumosa che vogliam dire, è a dimostrare la caligine della ignoranza, della quale furono offuscati gli occhi dello 'ntelletto loro, li quali mai riguardar non vollono sé essere uomini nati ad esercizio laudevole e non a detestabile ozio. L'avere la strozza piena di fango, e gorgogliare, in quali cose il lor misero adoperare si faticasse, il quale in alcuna altra cosa non si distese, se non in pensieri e in meditazion malinconiche, le quali son di natura terree, e, sí come grosse e fastidiose, hanno ad oppilare i meati della chiarezza del suono della laudevole fama, della quale niente curano gli accidiosi.

Indice Biblioteca

Biblioteca

Progetto Boccaccio

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 07 ottobre 2011