Giovanni Boccaccio

Il comento alla Divina Commedia

CANTO SESTO

Edizione di riferimento:

Il comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante di Giovanni Boccaccio  a cura di Domenico Guerri, (1880-1934)

Il comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante", di Giovanni Boccaccio, a cura di Domenico Guerri; collezione Scrittori d'Italia, 85;  Tre volumi; Laterza Editore; Bari, 1918

 

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CANTO SESTO

I - Senso letterale
[Lez. XXIII]

«Al tornar della mente che si chiuse», ecc. Come ne' precedenti canti ha fatto, cosí in questo si continua l'autore alle cose dette. Egli, nella fine del precedente canto, mostra come, per compassione avuta di madonna Francesca e di Polo da Rimino, cadesse, e da quel cadimento, nel principio di questo, essere tornato in sé, e ritrovarsi nel terzo cerchio dello 'nferno. E fa in questo canto l'autore cinque cose: nella prima discrive la qualitá del luogo; nella seconda dice quello che Cerbero demonio facesse, vedendogli, e come da Virgilio chetato fosse; nella terza pone come trovasse un fiorentino, e che da lui sapesse qual peccato quivi si puniva, e altre cose piú, domandandone esso autore; nella quarta, passando piú avanti, muove l'autore un dubbio a Virgilio, e Virgilio gliele solve; nella quinta dimostra l'autore dove pervenissero. La seconda comincia quivi: «Quando ci scorse»; la terza quivi: «Noi passavam»; la quarta quivi: «Sí trapassammo»; la quinta quivi: «Noi aggirammo».

Discrive adunque l'autore nella prima parte di questo canto la qualitá del luogo, dicendo: «Al tornar della mente», mia, la quale per compassione «si chiuse», come nella fine del precedente canto è mostrato, «Dinanzi alla pietá de' due cognati», di madonna Francesca e di Polo, «Che di tristizia tutto mi confuse»: la compassione avuta della loro misera fortuna; «Nuovi tormenti», non quegli li quali nel secondo cerchio aveva veduti, ma altri, li quali dice «nuovi», quanto a sé, che mai piú veduti non gli avea; «e nuovi tormentati», altri che quegli che di sopra avea veduti; «Mi veggio intorno come ch'io mi muova», a destra o a sinistra, «E ch'io mi volga», in questa parte o in quella, «e come che io mi guati».

«Io sono al terzo cerchio della piova», la qual piova è «Eterna», non vien mai meno; «maladetta», in quanto è mandata dalla divina giustizia per perpetuo supplicio di coloro a' quali addosso cade; «fredda», e per tanto è piú noiosa; «e greve», cioè ponderosa, per piú affliggere coloro a' quali addosso cade: «Regola e qualitá mai non l'è nuova», sempre cade d'un modo. E poi discrive qual sia la qualitá di questa piova, dicendo: «Grandine grossa, ed acqua tinta e neve». Come che queste tre cose, causate da' vapori caldi e umidi e da aere freddo, nell'aere si generino, nondimeno per effetto della divina giustizia in quello luogo caggiono, in tormento e in pena di quegli che in questo terzo cerchio puniti sono; e però dice: «Per l'aer tenebroso si riversa»; e, oltre a ciò, «Pute la terra che questo riceve», cioè queste tre cose.

«Cerbero, fiera crudele e diversa». Fingono i poeti questo Cerbero essere stato un cane ferocissimo, il quale essendo di Plutone, Iddio dello 'nferno, dicevano Plutone lui aver posto alla porta dello 'nferno, accioché quindi alcuno uscir non lasciasse, come che l'autore qui il ponga a tormentare i peccatori che in questo terzo cerchio sono, discrivendo la qualitá della forma sua dicendo: «Con tre gole», percioché tre capi avea, «caninamente latra»; e in questo atto dimostra lui essere cane, come i poeti il discrivono; «Sopra la gente, che quivi è sommersa» sotto la grandine e l'acqua e la neve. «Gli occhi ha vermigli», questo Cerbero, «e la barba unta ed atra», cioè nera. «E 'l ventre largo», da poter, mangiando, assai cose riporre, «e unghiate le mani», per poter prendere e arrappare: «Graffia gli spiriti», con quelle unghie, «e ingoia», divorandogli, «ed isquatra», graffiandogli.

«Urlar»; questo è proprio de' lupi, comeché e' cani ancora urlino spesso; «gli fa la pioggia», la qual continuamente cade loro addosso, «come cani. Dell'un de' lati fanno all'altro schermo», questi spiriti dannati: «Volgonsi spesso», mostrando in questo che gravemente gli offenda la pioggia; e perciò, come alquanto hanno dall'un lato ricevutala, cosí si volgon dall'altro, infino a tanto che alcun mitigamento prendano in quella parte che offesa è stata dalla pioggia, «i miseri profani».

«Profano» propriamente si chiama quello luogo il quale alcuna volta fu sacro, poi è ridotto all'uso comune d'ogni uomo, sí come alcun luogo, nel quale giá è stata alcuna chiesa o tempio, la qual mentre vi fu, fu sacro luogo, poi per alcuno acconcio [comune], trasmutata la chiesa in altra parte, e il luogo rimaso comune, chiamasi «profano»; cosí si può dire, degli spiriti dannati, essere stati alcuna volta sacri, mentre seguirono la via della veritá, percioché, mentre questo fecero, era con loro la grazia dello Spirito santo; ma, poi che, abbandonata la via della veritá, seguirono le malvagitá e le nequizie, per le quali dannati sono, partita da loro la grazia dello Spirito santo, sono rimasi profani.

«Quando ci scòrse». Comincia qui la seconda parte del presente canto, nella quale, sí come ne' superiori cerchi è addivenuto all'autore d'essere stato con alcuna parola spaventato da' diavoli presidenti a' cerchi, ne' quali disceso è, cosí qui similmente mostra Cerbero averlo voluto spaventare. E questo, con quello atto generalmente soglion fare i cani, quando uomo o altro animale vogliono spaventare: innanzi ad ogni altra cosa gli mostrano i denti. Il che aver fatto Cerbero verso Virgilio e verso lui dimostra qui l'autore, dicendo: «Quando ci scòrse», cioè ci vide venire, «Cerbero, il gran vermo» (pone l'autore questo nome a Cerbero di «vermo» dal luogo ove il trova, cioè sotterra, percioché i piú di quegli animali, li quali sotterra stanno, sono chiamati «vermini»), «Le bocche», per ciò dice le bocche, perché tre bocche avea questo Cerbero, come di sopra è dimostrato; «aperse, e mostrocci le sanne», cioè i denti: «Non avea membro che tenesse fermo». Il che può avvenire da impetuoso desiderio di nuocere e da altro.

«E 'l duca mio», veduto quello che Cerbero faceva, «distese le sue spanne», cioè aperse le sue mani, a guisa che fa colui che alcuna cosa con la grandezza della mano misura, «Prese la terra, e con piene le pugna»; come la mano aperta si chiama «spanna», cosí chiusa, «pugno»; «La gittò dentro alle bramose canne»; dice «canne», percioché eran tre, come di sopra è mostrato.

E appresso questo, per una comparazione ottimamente convenientesi al comparato, dimostra quel dimonio essersi acquetato, e dice: «Qual è quel cane ch'abbaiando», cioè latrando, «agogna». «Agognare» è propriamente quel disiderare il quale alcun dimostra veggendo ad alcuno altro mangiare alcuna cosa; quantunque s'usi in qualunque cosa l'uom vede con aspettazione disiderare; ed è questo atto proprio di cani, li quali davanti altrui stanno quando altri mangia. «E si racqueta», sanza piú abbaiare, «poi che 'l pasto morde», cioè quello che gittato gli è da mangiare, «Che solo a divorarlo intende e pugna; Cotai si fecer», cioè cosí quiete, «quelle facce lorde», brutte di Cerbero, che eran tre, «Dello demonio Cerbero, che introna», latrando, «L'anime», in quel cerchio dannate, «sí, ch'esser vorrebber sorde», accioché udire nol potessero. Questo luogo è tutto preso da Virgilio, di lá dove egli nel sesto dell'Eneida scrive:

Cerberus haec ingens latratu regna trifauci

personat, adverso recubans immanis in antro.

Cui vates, horrere videns iam colla colubris,

melle soporatam et medicatis frugibus offam

obiicit: ille fame rabida tria guttura pandens,

corripit obiectam, atque immania terga resolvit

fusus humi, totoque ingens extenditur antro, ecc.

«Noi passavam». Qui comincia la terza parte di questo canto, nella quale l'autore truova un fiorentino, il quale gli dice qual peccato in questo terzo cerchio si punisca: e, oltre a ciò, d'alcune cose addomandato da lui, il dichiara. Dice adunque: «Noi passavam», Virgilio ed io, «su per l'ombre ch'adona», cioè prieme e macera, «La grave pioggia», la quale in quel luogo era, come di sopra è mostrato, «e ponevam le piante», de' piedi, «Sopra lor vanitá, che par persona».

Altra volta è detto gli spiriti non avere corpo, ed essere agli occhi nostri invisibili, ma in questa opera tutti li mostra l'autore essere corporei, imitando Virgilio, il quale nel sesto dell'Eneida fa il simigliante; e questo fa, accioché piú leggiermente inteso sia, figurando essere corporee le cose che incorporee sono e i loro supplici: la qual cosa non si potrebbe far tanto che bastevole fosse, se questa maniera non tenesse. Nondimeno mostra che, quantunque in apparenza corpi paiano, non essere in esistenza, dicendo lor «vanitá, che par persona» e non è: il che come addivenga, pienamente si mostrerá nel canto venticinquesimo del Purgatorio, dove questa materia si tratta.

«Elle», cioè quell'anime, «giacean per terra tutte quante, Fuor d'una, ch'a seder si levò», sí che appare che anche questa una giaceva come l'altre, «ratto», cioè tosto, «Ch'ella ci vide passarsi davante».

E disse cosí: - «O tu, che se' per questo inferno tratto», - cioè menato, «Mi disse, - riconoscimi, se sai»; quasi volesse dire: - Guatami, e vedi se tu mi riconosci, percioché tu mi dovresti riconoscere; - e la ragione è questa, che - «Tu fosti prima fatto», cioè creato e nato, «ch'io disfatto», - cioè che io morissi, percioché, nella morte, questa composizione, che noi chiamiamo «uomo», si disfá per lo partimento dell'anima; e cosí né ella che se ne va, né 'l corpo che rimane, è piú uomo. E veramente nacque l'autore molti anni avanti che costui morisse, e fu suo dimestico, quantunque di costumi fossono strani.

«Ed io a lei», cioè a quella anima: - «L'angoscia, che tu hai», dal tormento nel quale tu se', «Forse» è la cagione la quale «ti tira fuor della mia mente», cioè del mio ricordo; e tiratane fuor «Sí, che non par ch'io ti vedessi mai. Ma», poiché io non me ne ricordo, «dimmi chi tu se', che 'n sí dolente Luogo se' messo», come questo è, «e a sí fatta pena», come è questa, la quale è tale, «Che s'altra è maggia», cioè maggiore, «nulla è sí spiacente». -

«Ed egli a me», rispuose cosí: - «La tua cittá», cioè Firenze, della qual tu se', «ch'è piena D'invidia», ed énne piena «sí, che giá trabocca il sacco»; quasi voglia dire: ella n'è sí piena, che ella non la può dentro a sé tenere, per la gran quantitá conviene che si versi di fuori, cioè si pervenga agli effetti, li quali dalla invidia procedono. E questo dice costui, percioché, tra l'altre invidie che in Firenze erano, ve n'era una, la quale gittò molto danno alla cittá, e massimamente a quella parte alla quale era portata; e questa era la 'nvidia, la quale portava la famiglia de' Donati alla famiglia de' Cerchi; percioché dove i Donati erano delle sustanze temporali anzi disagiati gentiliuomini che no, vedendosi tutto dí davanti, sí come vicini in cittá e in contado, la famiglia de' Cerchi, li quali in quei tempi erano mercatanti grandissimi, e tutti ricchi e morbidi e vezzosi, e, oltre a ciò, nel reggimento della cittá e nello stato potentissimi, avevano e alle ricchezze e allo stato loro invidia; e aveanne tanta che, com'è detto, non potendola dentro piú tenere, non molto poi con dolorosi effetti la versaron fuori. «Seco mi tenne», sí come cittadino, «in la vita serena», cioè in questa vita mortale, la quale chiama «serena», cioè chiara, per rispetto a quella nella quale dannato dimorava.

[Lez. XXIV]

«Voi cittadini», di Firenze, «mi chiamaste Ciacco». Fu costui uomo non del tutto di corte; ma, percioché poco avea da spendere, ed erasi, come egli stesso dice, dato del tutto al vizio della gola, [era morditore di parole, e] le sue usanze erano sempre co' gentiliuomini e ricchi, e massimamente con quegli che splendidamente e delicatamente mangiavano e beveano, da' quali se chiamato era a mangiare, v'andava, e similmente se invitato non era, esso medesimo s'invitava. Ed era per questo vizio notissimo uomo a tutti i fiorentini; senza che, fuor di questo, egli era costumato uomo, secondo la sua condizione, ed eloquente e affabile e di buon sentimento; per le quali cose era assai volentieri da qualunque gentileuomo ricevuto. «Per la dannosa colpa della gola, Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco»; cioè in questo tormento mi rompo. Pioveva quivi, come di sopra è detto, grandine grossa, la quale, agramente percotendogli, tutti gli rompea; e dice che ciò gli avvenia «per la dannosa colpa della gola», nelle quali parole manifesta qual vizio in questo terzo cerchio dell'inferno sia punito, che ancora per infino a qui apparito non era, chiamando il vizio della gola «dannosa colpa»: e questo non senza cagione, percioché dannosissimo vizio è, sí come piú distesamente si mostrerá appresso nella esposizione allegorica.

«Ed io anima trista»; e veramente è trista l'anima di chi a sí fatta perdizion viene, «non son sola»; quasi voglia dire, non vorre' che tu credessi che io solo fossi nel mondo stato ghiotto, perciò «Che tutte queste», le quali tu vedi in questo luogo dintorno a me, «a simil pena stanno», che fo io, e «Per simil colpa» - cioè per lo vizio della gola: «e», detto questo, «piú non fe' parola».

«Io gli risposi», cioè gli dissi: - «Ciacco, il tuo affanno», il quale tu sostieni per la dannosa colpa della gola, «Mi pesa sí», cioè tanto, «ch'a lagrimar m'invita»: e mostra qui l'autore d'aver compassione di lui, accioché egli sel faccia benivolo a dovergli rispondere di ciò che intende di domandare. E nondimeno, quantunque dica «a lacrimar m'invita», non dice perciò che lacrimasse; volendo, per questo, mostrarne lui non essere stato di questo vizio maculato, ma pure alcuna volta essere stato da lui per appetito incitato, e perciò non pena, ma alcuna compassione in rimorsione del suo non pieno peccato ne dimostra. E però segue: «Ma dimmi, se tu sai, a che», fine, «verranno i cittadin», cioè i fiorentini, «della cittá partita»; peroché in que' tempi Firenze era tutta divisa in due sètte, delle quali l'una si chiamavano Bianchi e l'altra Neri; ed era caporale della setta de' Bianchi messer Vieri de' Cerchi, e di quella de' Neri messer Corso Donati; ed era questa maladizione venuta da Pistoia, dove nata era in una medesima famiglia chiamata Cancellieri: e dimmi «S'alcun v'è giusto», nella cittá partita, il quale riguardi al ben comune e non alla singularitá d'alcuna setta; «e dimmi la cagione, Perché l'ha tanta discordia assalita». - Domandalo adunque l'autore di tre cose, alle quali Ciacco secondo l'ordine della domanda successivamente risponde.

«Ed egli a me» (supple) rispose alla prima: - «Dopo lunga tencione», cioè dopo lunga riotta di parole, «Verranno al sangue», cioè fedirannosi e ucciderannosi insieme.

Il che poco appresso addivenne: percioché, andando per la terra alcuni delle dette sètte, tutti andavano bene accompagnati e a riguardo, e cosí avvenne che, la sera di calendimaggio milletrecento, faccendosi in su la piazza di Santa Trinitá un gran ballo di donne, che giovani dell'una setta e dell'altra a cavallo e bene in concio sopravvennero a questo ballo; e quivi primieramente cominciarono l'una parte a sospignere l'altra, e da questo vennero a sconce parole, e ultimamente, cominciatavisi una gran zuffa tra loro e lor seguaci e, dalle mani venuti a' ferri, molti vi furono fediti, e tra gli altri fu fedito Ricovero di messer Ricovero dei Cerchi, e fugli tagliato il naso, di che tutta la cittá fu sommossa ad arme. E non finí in questo il malvagio cominciamento, percioché in questo medesimo anno in simili riscontri pervenuti, sanguinosamente si combatterono le dette sètte.

«E la parte selvaggia», cioè la Bianca, la quale chiama «selvaggia», percioché messer Vieri de' Cerchi, il quale era, come detto è, capo della parte Bianca, e' suoi consorti, erano tutti ricchi e agiati uomini, e per questo erano non solamente superbi e altieri, ma egli erano salvatichetti intorno a' costumi cittadineschi, percioché non erano accostanti all'usanze degli uomini, né gli careggiavano, come per avventura faceva la parte avversa, la quale era piú povera: «Caccerá l'altra» parte. Né si vuole intendere qui che di Firenze cacciasse la parte Bianca la Nera, come che alcuni ne fosser mandati dal Comune in esilio, perché non avean di che pagare le condannagioni dagli uficiali del Comune fatte per li loro eccessi; ma intende l'autor qui che la parte selvaggia, cioè Bianca, caccerá la parte Nera del reggimento dello stato del Comune, come essi fecero; e ciò avvenne, «con molta offensione», in quanto, oltre agli altri mali e oppressioni ricevute da' Neri, furono le condannagioni pecuniarie grandissime, tanto piú gravi a' Neri che a' Bianchi, quanto aveano meno da pagare, perché poveri erano per rispetto de' Bianchi.

«Poi appresso», cioè dopo tutto questo, «convien che questa», parte selvaggia, «caggia», dello stato e della maggioranza: e questo avverrá, «Infra tre soli», cioè infra lo spazio di tre anni; percioché il sole circuisce tutto il zodiaco in trecentosessantacinque dí e un quarto, li quali noi chiamiamo «uno anno»: e questo medesimo spazio di tempo alcuna volta si chiama «un sole», cioè il circuito intero d'un sole. E dice «infra tre soli», percioché non si compiè il terzo circuito del sole, che quello addivenne che egli qui vuol mostrare di profetezzare, il che appare esser vero; percioché, vedendosi i Neri opprimer dalla parte Bianca, n'andò messer Corso Donati in corte di Roma a papa Bonifazio ottavo, e con piú altri suoi aderenti pregarono il papa gli piacesse di muovere alcuno de' reali di Francia, il quale venisse a Firenze a doverla racconciare, poiché per messer Matteo d'Acquasparta cardinale e legato di papa non s'era potuta racconciare, non volendo i Bianchi ubbidire al detto legato. Per li prieghi de' quali, non avendo il papa potuto pacificare messer Vieri con messer Corso, per la superbia di messer Vieri; il papa mandò in Francia al re Filippo, il quale ad istanza del detto papa mandò di qua messer Carlo di Valois, suo fratello, il quale sotto nome di paciaro il papa mandò a Firenze: e furono tali l'opere sue, che, a' dí 4 d'aprile 1302, tutti i caporali di parte Bianca richiesti da messer Carlo per un trattato il quale dovean tenere, contro al detto messer Carlo non comparirono, anzi si partiron di Firenze: di che poi come ribelli condennati furono da messer Carlo; e cosí il reggimento della cittá rimase tutto nella parte Nera. Appare dunque, come Ciacco pronostica, la parte selvaggia infra tre soli esser caduta e l'altra sormontata. [Nondimeno chi questa istoria vuole pienamente sapere, legga la Cronica di Giovanni Villani, percioché in essa distesamente si pone.]

Séguita poi: «e che l'altra sormonti», cioè la parte Nera, la quale sormontò, come mostrato è di sopra, «Per la forza di tal, che testé piaggia». Dicesi appo i fiorentini colui «piaggiare», il quale mostra di voler quello che egli non vuole, o di che egli non si cura che avvenga: la qual cosa vogliono alcuni in questa discordia de' Bianchi e de' Neri di Firenze aver fatta papa Bonifazio, cioè d'aver mostrata igual tenerezza di ciascuna delle parti e, per dovergli porre in pace, avervi mandato il cardinal d'Acquasparta, e poi messer Carlo di Valois: ma ciò non essere stato vero, percioché l'animo tutto gli pendeva alla parte Nera; e questo era per la obbedienza mostrata in queste cose da messer Corso, dove messer Vieri era stato salvatico e duro: e per questo, sí come egli volle e occultamente adoperò, furono da messer Carlo tenuti i modi, li quali egli in queste cose tenne, come di sopra appare: e perciò l'autore dice essere stata depressa la parte Bianca ed elevata la Nera, con la forza di tale, il quale in quel tempo, cioè nel 1300, piaggiava.

«Alte terrá», nel reggimento e nello stato, «lungo tempo le fronti», il quale «lungo tempo» non è ancora venuto meno, «Tenendo l'altra», parte cacciata, «sotto gravi pesi», sí come lo stare fuori di casa sua in esilio, «Come che di ciò» che io predico, «pianga, e che n'adonti», cioè tu Dante. Il quale, sí come altra volta è stato detto, fu della parte Bianca, e con quella fu cacciato di Firenze, né mai poi vi ritornò, e perciò ne piagnea, cioè se ne dolea, e adontavane, come coloro fanno alli quali pare ricever torto.

«Giusti son due». Qui risponde Ciacco alla seconda domanda fatta dall'autore dove di sopra disse «s'alcun v'è giusto»: e dice che, intra tanta moltitudine, v'ha due che son giusti. Quali questi due si sieno, sarebbe grave lo 'ndovinare; nondimeno sono alcuni li quali, donde che egli sel traggano, che voglion dire essere stato l'uno l'autor medesimo, e l'altro Guido Cavalcanti, il quale era d'una medesima setta con lui. «Ma non vi sono intesi», cioè non è alcun lor consiglio creduto.

«Superbia, invidia ed avarizia sono Le tre faville c'hanno i cuori accesi». - Qui risponde Ciacco alla terza domanda fatta dall'autore di sopra, dove dice: «dimmi la cagione, Perché l'ha tanta discordia assalita». E dice che tre vizi sono cagione della discordia: cioè superbia, la quale era grande in messer Vieri e ne' consorti suoi, per le ricchezze e per lo stato il quale avevano; e per questo essendo male accostevoli a' cittadini, e dispiacendone molto, in parte si generò la discordia. Il secondo vizio e cagione della discordia dice essere stata invidia, la quale sente l'autore essere stata nella parte di messer Corso, il quale a rispetto di messer Vieri era povero cavaliere, ed era grande spenditore; per che veggendo sé povero e messer Vieri ricco, gli portava invidia, come suole avvenire; ché sempre alle cose, le quali piú felici sono stimate, è portata invidia. [E, oltre a ciò, v'era la preeminenza dello stato, al quale generalmente tutti coloro, che in istato non si vedevano, portavano invidia: dalla quale invidia, stimolante coloro li quali ella ardeva, furono aguzzati gl'ingegni e sospinti a trovar delle vie e de' modi, per li quali la discordia s'avanzò, e poi ne seguí quello ch'è mostrato.] Il terzo vizio dice essere l'avarizia, la quale consiste in tenere piú stretto che non si conviene quello che l'uom possiede, e in disiderare piú che non bisogna altrui d'avere; e cosí può essere stata, e nell'una parte e nell'altra, cagione di discordia: nell'una, cioè nella Bianca, della quale erano caporali i Cerchi, li quali erano tutti ricchi, e se per avventura corteseggiato avessero co' lor vicini, come non faceano, non sarebbon nate delle riotte che nacquero; e cosí nella parte Nera, se stati fossero contenti a quello che loro era di bisogno, non avrebbon portata invidia a' piú ricchi di loro, né disiderata la discordia, per potere per quella pervenire ad occupare quello che loro non era di necessitá; il che poi, rubando e scacciando, mostrarono nella partita de' loro avversari. E cosí questi tre vizi sono le tre faville che hanno accesi i cuori a discordia e a male adoperare.

«Qui pose fine», Ciacco, «al lacrimabil suono», cioè ragionamento; e chiamalo «lacrimabile», percioché a molti fu dolorosissimo, e cagione di povertá e di miseria e di pianto, e tra gli altri all'autor medesimo, il quale cadde dallo stato, nel quale era, in perpetuo esilio.

[Muovono alcuni in questa parte un dubbio, e dicon cosí, che, conciosiacosaché singular grazia di Dio sia il prevedere le cose future, e i dannati del tutto la divina grazia aver perduta, non pare che convenientemente qui l'autore induca l'anima di Ciacco dannata a dover predire le cose, le quali scrive gli predisse. Alla soluzione del qual dubbio par che si possa cosí rispondere: esser vero alcuna cosa non potersi fare che buona sia, senza la grazia di Dio, la qual veramente i dannati hanno perduta; ma nondimeno concede Domeneddio ad alcune delle sue creature nella loro creazione certe grazie, le quali esso non toglie loro, quantunque queste creature, create da lui buone, poi diventino perverse. Percioché noi possiam manifestamente conoscere che, quantunque gli angeli, li quali per la loro superbia furon cacciati di paradiso, quantunque da lui della beatitudine privati fossero, non furon però privati della scienza, la quale nella loro creazione avea loro conceduta; o vero che questa non fu lor lasciata in alcuno lor bene, anzi in pena e in supplicio, percioché quanto piú sanno, tanto piú conoscono la gloria la quale per loro difetto perduta hanno, e per conseguente maggiore supplicio sentono. E cosí similemente crea Nostro Signore l'anime nostre perfette e simiglianti a sé; e, quantunque esse per le loro malvage operazioni perdano il poter salire a' beni di vita eterna, non perdono perciò quelle dote che nella lor creazione furono lor concedute da Dio, quantunque in danno di loro siano lor lasciate da Dio. E le dote, le quali noi riceviamo da Dio, sono molte, percioché esso ne dona la ragione, la volontá, il libero arbitrio, e dánne la memoria, l'eternitá e lo 'ntelletto, e in queste cose ne fa simili a sé: le quali cose, quantunque nella sua ira moiamo, in parte ne rimangono; tra le quali è quella parte della sua divinitá, la quale conceduta n'ha. E se questa rimane a' dannati, meritamente delle cose future si possono addomandare, ed essi ne posson rispondere: per che non pare che l'autore inconvenientemente abbia del futuro addomandata l'anima dannata. Ma che le predette dote ne sien concedute, pare che si provi per la divina Scrittura, nella quale si legge quasi nel principio del Genesi: «Dixit Deus: - Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram». - E se fece egli questo, che il fece, dunque abbiam noi le cose predette.]

[È il vero che queste cose furon concedute all'anima e non al corpo, percioché il corpo nostro non ha similitudine alcuna con Domeneddio: percioché Domeneddio, come altra volta è detto, non ha né mani né piedi né alcuna altra cosa corporea, quantunque la divina Scrittura questi membri gli attribuisca, accioché i nostri ingegni da dimostrata forma possan comprendere i misteri, che sotto questa forma la Scrittura intende. Furono adunque concedute all'anima, la quale esso per ciò chiamò «uomo», perché ella è quella cosa per la quale è l'uomo, mentre ella sta congiunta col corpo. E di questi cosí magnifichi doni, come che tutti gli eserciti l'anima mentre viviamo, nondimeno alcuni n'esercita dopo la morte del corpo, come detto è: ma che la divinitá ne sia conceduta, e che ella nelle nostre anime sia, in certe cose appare vivendo noi, quantunque, essendo oppressa da questa gravitá del corpo, rade volte e con difficultá le intervenga il potere sé esser divina mostrare; nondimeno il dimostra talvolta dormendo, il corpo sobrio e ben disposto e soluto dalle cure corporali, sí come Tullio ne dimostra in libro De divinatione, in quanto, quasi alleviata ne' sogni, ne dimostra le cose future. Qual piú certa dimostrazione avrebbe alcuna viva voce fatta a Simonide poeta, volente d'una parte in un'altra navicare, che in sua salute gli fece la divinitá della sua anima nel sonno vedere? Aveva il dí davanti Simonide seppellito un corpo, il quale gittato dal mare in su il lito aveva trovato, la cui effigie gli parve, dormendo, vedere, e udire da lui: - Simonide, non salire sopra la nave, su la quale tu ti disponi d'andare, percioché ella perirá con quegli che su vi fieno in questo viaggio. - Per la qual cosa Simonide s'astenne; né molti dí passarono, che con certezza gli fu recitato quella nave esser perita. Non fu similemente non una volta, ma due, dimostrato nel sonno ad Astiage che 'l figliuolo, il quale di Mandane, sua unica figliuola, nascerebbe, il priverebbe dello imperio d'Asia? parendogli la prima volta che l'orina della figliuola allagasse tutta Asia, e la seconda che dalla parte genitale della figliuola usciva una vite, i palmiti e le frondi della quale adombravan tutta Asia. E di queste dimostrazioni si potrebbon narrare infinite, le quali per certo, senza divino lume, né potrebbe conoscer l'anima, né le potrebbe mostrare. Similmente ancora, secondo che dice Tullio nel preallegato libro, mostra l'anima molto della sua divinitá, quando gravissimamente infermi e debilitati siamo; percioché, quanto piú è il corpo debole, piú pare che sia il vigor dell'anima, e massimamente in quanto, per l'essere le forze corporali diminuite, non pare che possano gravar l'anima, come quando intere sono. E che l'anima mostri la sua divinitá vicina alla fine della vita del corpo, s'è assai volte, non dormendo, ma vegghiando veduto: e sí come esso Tullio recita sé da Possidonio, famoso filosofo, avere avuto, che uno chiamato Modio, morendo, aver nominato sei suoi equali amici, li quali disse dovere appresso di sé morire, esprimendo qual primo e qual secondo e qual terzo, e cosí degli altri; e ciò poi essere ordinatamente avvenuto. E un altro chiamato Calano d'India, essendo salito, nella presenza d'Alessandro, re di Macedonia, per morir volontariamente sopra il rogo, il quale prima avea fatto, e domandandolo Alessandro se egli volesse che esso alcuna cosa facesse, gli rispose: - Io ti vedrò di qui a pochi dí; - e quindi, fatto accendere il rogo, si morí. Non istette guari che Alessandro morí in Babillonia. E, se io ho il vero inteso, percioché in que' tempi io non era, io odo che in questa cittá avvenne a molti nell'anno pestifero del milletrecentoquarantotto che, essendo soprapresi gli uomini dalla peste e vicini alla morte, ne furon piú e piú, li quali de' loro amici, chi uno e chi due e chi piú ne chiamò, dicendo: - vienne, tale e tale, - de' quali chiamati e nominati, assai, secondo l'ordine tenuto dal chiamatore, s'eran morti e andatine appresso al chiamatore. Per la qual cosa assai appare nell'anime nostre essere alcuna divinitá, e quella essere molto noiata da gl'impedimenti corporali, e nondimeno, come detto è, pur talvolta in alcuno atto mostrarla; e però, se questo avviene essendo esse ne' corpi legate, che dobbiam noi estimare che esse debbano intorno a questa lor divinitá dover potere adoperare, quando del tutto da' corpi libere sono? E' non è dubbio che molto piú la debban poter dimostrare. E perciò non pare inconveniente l'autore aver domandata l'anima dannata, come altra volta è stato detto, delle cose future, né essa averne risposto; come coloro, che il dubbio moveano, volevan mostrare.]

[È il vero che il credere che alcuna anima dannata usasse questa sua divinitá in alcuna sua consolazione, credo sarebbe contro alla veritá; ma dobbiam credere che, se per virtú di questa divinitá essa prevede alcuna felicitá d'alcuno, questo essere ad accrescimento della sua miseria, e cosí il prevedere gl'infortuni, li quali afflizione e noia gli debbono aggiugnere.]

«Ed io a lui», cioè a Ciacco, dissi: - «Ancor», oltre a ciò che detto m'hai, «vo' che m'insegni», cioè dimostri, «E che di piú parlar mi facci dono», dicendomi: «Farinata» degli Uberti «e 'l Tegghiaio», Aldobrandi, «che fûr sí degni» d'onore, quanto è al giudicio de' volgari, li quali sempre secondo l'apparenza delle cose esteriori giudicano, senza guardare quello onde si muovono o che importino; «Iacopo Rusticucci, Arrigo», Giandonati, «il Mosca», de' Lamberti.

Furono, questi, cinque onorevoli e famosi cavalieri e cittadini di Firenze; e, perché i loro nomi paion degni di fama, di loro in singularitá domanda l'autore, dimostrando poi in generalitá degli altri.

«E gli altri», nostri cittadini, «che 'n ben far», corteseggiando e onorando altrui, non a ben fare secondo Iddio, «poser gl'ingegni», cioè ogni loro avvedimento e sollecitudine, «Dimmi», se tu il sai, «ove sono», se son qui con teco o se sono in altra parte, «e fa' ch'io gli conosca»; quasi voglia dire: io non gli riconoscerei veggendogli, se non come io non riconosceva te, tanto il brutto tormento, nel quale se', gli dee aver trasformati; «Ché gran disio mi strigne di sapere Se 'l ciel gli addolcia», cioè con dolcezza consola, «o l'inferno gli attosca», - cioè riempie d'amaritudine e di tormento.

«E quegli» (supple) rispose: - «Ei son», coloro de' quali tu domandi, «tra l'anime piú nere».

Creò Domeneddio Lucifero, splendido, chiaro e bello piú che altra creatura, ma egli, per superbia peccando, divenne oscuro e tenebroso; e cosí, producendo noi puri e perfetti, infino a tanto che noi non pecchiamo, nella chiaritá della puritá dimoriamo; ma, tantosto che noi pecchiamo, incomincia, partitasi la puritá, quella chiaritá, che avevamo, a divenire oscura, e quanto piú pecchiamo, in maggiore oscuritá divegnamo. E quinci dice Ciacco, coloro, de' quali l'autore domanda, essere tra «l'anime piú nere», cioè piú oscure, e soggiugne la cagione dicendo: «Diverse colpe giú gli grava al fondo». E dice «diverse colpe», percioché per lo disonesto peccato della sogdomia Tegghiaio Aldobrandi e Iacopo Rusticucci son puniti dentro alla cittá di Dite nel canto decimosesto di questo libro; Farinata per eresia nel decimo canto; e 'l Mosca, perché fu scismatico, nel canto ventottesimo. I quali peccati, perché sono piú gravi assai, come si dimostrerá, che non è la gola, gli aggrava e fa andare piú giuso verso il fondo dell'inferno. «Se tanto scendi», quanto essi son giuso, «gli potrai vedere».

«Ma, quando tu sarai nel dolce mondo». Possiam da queste parole comprendere quanta sia l'amaritudine delle pene infernali, quando questa anima chiama questo mondo «dolce», nel quale non è cosa alcuna, altro che piena d'angoscia, di tristizia e di miseria. «Pregoti ch'alla mente altrui mi rechi», cioè mi ricordi. E qui ancora, per queste parole, possiam comprendere quanta sia la dolcezza della fama, la quale, quantunque alcun bene non potesse adoperare in costui, nondimeno non l'ha potuta, per tormento che egli abbia, dimenticare, né eziandio lasciare, che egli non addomandasse che l'autore di lui, tornato di qua, ragionasse e rivocasselo nella memoria alle genti. «Piú non ti dico», cioè d'altro non ti priego, «e piú non ti rispondo», - alle cose delle quali domandato m'hai.

«Li diritti occhi», co' quali infino a quel punto guardato avea l'autore, «torse allora in biechi», come dette ebbe queste parole; e dice «in biechi», quasi «in guerci». «Guardommi un poco»: atto è di coloro li quali, costretti da alcuna necessitá, piú non aspettan di vedere coloro che davanti gli sono; «e poi chinò la testa. Cadde con essa a par degli altri ciechi», cioè de' dannati a quella medesima pena, che era dannato esso. E cognominagli «ciechi», percioché perduto hanno il vedere intellettuale, col quale i beati veggono la presenza di Dio.

«E 'l duca disse a me», poi che Ciacco fu ricaduto: - «Piú non si desta», cioè non si rileva piú; e cosí pare che, tra l'altre pene che i golosi hanno, abbiano ancora che qual si leva o parla, per alcuna cagione, come ricaduto è, piú di qui al dí del Giudicio non si possa levare né parlare; «Di qua dal suon dell'angelica tromba», cioè di qua dal dí del Giudicio, quando un agnolo mandato da Dio verrá, e con altissima voce, quasi sia una tromba, e' dirá: - «Surgite, mortui, et venite ad iudicium»; - «Quando vedrá», ed egli e gli altri dannati, «la nimica podestá», cioè Cristo, in cui il Padre ha commessa ogni podestá. E non vedranno i dannati Cristo nella maestá divina, ma il vedranno nella sua umanitá, e parrá loro lui essere turbato verso di loro, come contra nemici: [ma ciò non fia vero, percioché il giusto giudice, come sará ed è Cristo, non si commuove contro a colui il quale ha offeso; percioché, se egli facesse questo, parrebbe che egli animosamente venisse alla sentenza. Ma questo è il costume di coloro che hanno offeso, che, come sentono dire cosa che gli trafigga, cosí si turbano; e come sono turbati essi, cosí par loro che sia turbato colui che meritamente gli riprende.]

E seguisce, al suono dell'angelica tromba, che «Ciascuno rivedrá la trista tomba». Dice «rivedrá», risurgendo, e chiamala «trista tomba», cioè sventurata sepoltura, in quanto ella è stata guardatrice di ceneri, le quali deono risurgere a perpetuo tormento. «Ripiglierá sua carne e sua figura», e questo non per lor forza, ma per divina potenza, [sará loro in questo cortese, non per lor bene o consolazione, ma accioché il corpo, il quale fu strumento dell'anima a commettere le colpe per le quali è dannata, sostenga insieme con quella tormento;] e, ripreso il corpo, ciascuno «Udirá quel che in eterno rimbomba», cioè risuona (e pone il presente per lo futuro), e questo sará la sentenza di Dio, nella quale Cristo dirá a' dannati: - «Ite maledicti in ignem aeternum», - ecc., le quali parole in eterno non caderanno della mente loro.

«Sí trapassammo». Qui comincia la quarta parte del presente canto, nella quale l'autore muove un dubbio a Virgilio, e scrive la soluzion di quello. Dice adunque: «Sí», cioè cosí ragionando, «trapassammo», lasciato Ciacco, «per sozza mistura Dell'ombre e della pioggia», la quale, essendo, come di sopra è detto, da se medesima sozza, piú sozza ancora diveniva per la terra, la qual putiva, ricevendo la pioggia; «a passi lenti», forse per lo ragionare, o per lo luogo che non pativa che molto prestamente vi si potesse andare per uom vivo; «Toccando un poco la vita futura», cioè ragionando della futura vita. E questo mostra fosse intorno alla resurrezione de' corpi, sí per le parole passate, e sí ancora per quello che appare nel dubbio mosso dall'autore.

«Perch'io dissi: - Maestro», continuandomi a quello che della futura vita ragionavamo, «esti tormenti», li quali io veggio in queste anime dannate, «Cresceranno ei dopo la gran sentenza», data da Dio nell'ultimo e universal giudicio, «O fien minori», che al presente sieno, «o saran sí cocenti», - come sono al presente?

«Ed egli a me» (supple) rispose: - «Ritorna a tua scienza», alla filosofia, «Che vuol, quanto la cosa è piú perfetta, Piú senta il bene, e cosí la doglienza». E questo ci è tutto il dí manifesto, percioché noi veggiamo in un giovane sano e ben disposto parergli le buone cose piacevoli e saporite, dove ad uno infermo, nel quale è molta meno perfezion che nel sano, parranno amare e spiacevoli; vedrem similmente un giovane sano con gravissima doglia sentire ogni piccola puntura, dove un gravemente malato, appena sente le tagliature e gl'incendi molte volte fattigli nella persona: e cosí adunque, sí come séguita, dobbiam credere dovere avvenire a' dannati, quando i corpi avranno riavuti, in quanto avrá il tormento in che farsi piú sentire.

«Tutto», cioè avvegna, «che questa gente maladetta», cioè i dannati, «In vera perfezion». «Perfezione» è un nome il quale sempre suona in bene e in aumento della cosa, la quale di non perfetta divien perfetta: e, percioché ne' dannati non può perfezione essere alcuna, e per questo per riavere i corpi non saranno piú perfetti, ma piú tosto diminuiti, dice l'autore: «In vera perfezion giammai non vada». Andrá adunque non in perfezione, ma in alcuna similitudine di perfezione, in quanto riavranno i corpi cosí come gli riavranno i beati; ma i beati gli riavranno in aumento di gloria, dove i dannati gli riavranno in aumento di tormento e di pena, la quale è diminuzione di perfezione. «Di lá», cioè dalla sentenzia di Dio, «piú che di qua», dalla detta sentenzia, «essere aspetta», - in maggior pena; cioè aspetta, dopo i corpi riavuti, molta maggior pena che essi non hanno o avranno infino al dí che i corpi riprenderanno.

«Noi aggirammo». Qui comincia la quinta e ultima parte nella quale l'autor mostra dove pervenissero. E dice: «Noi aggirammo a tondo quella strada», e dice «a tondo», percioché ritondo è quello luogo, come molte volte è stato detto; «Parlando piú assai ch'io non ridico», pure intorno alla vita futura; «Venimmo al punto», cioè al luogo, «dove si disgrada», per discendere nel quarto cerchio dello 'nferno. «Quivi trovammo Pluto il gran nemico», cioè il gran dimonio.

Il qual Pluto, chi egli sia, racconteremo nel canto seguente. Nondimeno il chiama qui l'autore avvedutamente «il gran nimico», in quanto, come si dirá appresso, esso significa le ricchezze terrene, le quali in tanto sono a' mortali grandissime nimiche, in quanto impediscono il possessor di quelle a dover potere intrare in paradiso; dicendo Cristo nell'Evangelio: essere piú malagevol cosa ad un ricco entrare in paradiso che ad un cammello entrare per la cruna dell'ago. [Le quali parole piú chiaramente che il testo non suona esponendo, secondo che ad alcun dottor piace, si deono intendere cosí: cioè essere in Ierusalem stata una porta chiamata Cruna d'ago, sí piccola, che senza scaricare della sua soma il cammello, entrar non vi potea, ma scaricato v'entrava. E cosí, moralmente esponendo, è di necessitá al ricco, cioè all'abbondante di qualunque sustanza, ma in singularitá delle ricchezze male acquistate, di porre la soma di quelle giuso, se entrare vogliono in paradiso, l'entrata del quale è strettissima. Se adunque esse impediscono il nostro entrare in tanta beatitudine, meritamente dir si possono grandissime nostre nemiche, ecc.]

II - Senso allegorico
[Lez. XXV]

«Al tornar della mente che si chiuse», ecc. Nel principio di questo canto l'autore, sí come di sopra ha fatto negli altri, cosí si continua alle cose seguenti. Mostrògli nel precedente canto la ragione, come i lussuriosi, li quali nell'ira di Dio muoiono, sieno dalla divina giustizia puniti; e percioché la colpa della gola è piú grave che il peccato della lussuria, in quanto la gola è cagione della lussuria, e non e converso, gli dimostra in questo terzo cerchio la ragione, come il giudicio di Dio con eterno supplicio punisca i golosi.

A detestazion de' quali, e accioché piú agevolmente si comprenda quello che sotto la corteccia litterale è nascoso, alquanto piú di lontano cominceremo.

Creò il Nostro Signore il mondo e ogni creatura che in quello è; e, separate l'acque, e quelle, oltre all'universal fonte, per molti fiumi su per la terra divise, e prodotti gli alberi fruttiferi, l'erbe e gli animali, e di quegli riempiute l'acque, l'aere e le selve, tanto fu cortese a' nostri primi parenti, che, non ostante che contro al suo comandamento avessero adoperato, ed esso per quello gli avesse di paradiso cacciati, tutte le sopradette cose da lui prodotte sottomise alli lor piedi, sí come dice il salmista: «Omnia subiecisti sub pedibus eius, oves et boves et universa pecora campi, et volucres caeli, et pisces maris, qui perambulant semitas maris»; e, come queste, cosí molto maggiormente i frutti prodotti dalla terra, di sua spontanea volontá germinante. Per la qual cosa con assai leggier fatica, sí come per molti si crede, per molti secoli si nutricò e visse innocua l'umana generazione dopo 'l diluvio universale. I cibi della quale furono le ghiande, il sapor delle quali era a' rozzi popoli non men soave al gusto, che oggi sia a' golosi di qualunque piú morbido pane; le mele salvatiche, le castagne, i fichi, le noci e mille spezie di frutti, de' quali cosí come spontanei producitori erano gli alberi, cosí similemente liberalissimi donatori. Erano, oltre a ciò, le radici dell'erbe, l'erbe medesime piene d'infiniti, salutevoli non men che dilettevoli, sapori; e le domestiche gregge delle pecore, delle capre, de' buoi prestavan loro abbondevolmente latte, carne, vestimenti e calzamenti, senza alcun servigio di beccaro, di sarto o di calzolaio; oltre a ciò, l'api, sollecito animale, senza alcuna ingiuria riceverne, amministravano a quegli i fiari pieni di mèle; e la loro naturale piú tosto che provocata sete saziavano le chiare fonti, i ruscelletti argentei e gli abbondantissimi fiumi. E a queste prime genti le recenti ombre de' pini, delle querce, degli olmi e degli altri arbori temperavano i calori estivi, e i grandissimi fuochi toglievan via la noia de' ghiacci, delle brine, delle nevi e dei freddi tempi; le spelunche de' monti, dalle mani della natura fabbricate, da' venti impetuosi e dalle piove gli difendeano, e sola la serenitá del cielo, e i fioriti e verdeggianti prati dilettavan gli occhi loro. Niun pensiero di guerra, di navicazione, di mercatanzia o d'arte gli stimolava; ciascuno era contento in quel luogo finir la vita, dove cominciata l'avea. Niuno ornamento appetivano, niuna quistione aveano, né era tra loro bomere, né falce, né coltello, né lancia. I loro esercizi erano intorno a' giuochi pastorali o in conservar le greggi, delle quali alcun comodo si vedeano. Era in que' tempi la pudicizia delle femmine salva e onorata; la vita in ciascuna sua parte sobria e temperata e, senza alcuno aiuto di medico o di medicina, sana; l'etá de' giovani robusta e solida, e la vecchiezza de' lor maggiori venerabile e riposata. Non si sapeva che invidia si fosse, non avarizia, non malizia o falsitá alcuna, ma santa e immaculata semplicitá ne' petti di tutti abitava; per che meritamente, secondo che i poeti questa etá discrivono, «aurea» si potea chiamare.

Ma, poi che, per suggestion diabolica, sí come io credo, cominciò tacitamente ne' cuori d'alcuni ad entrare l'ambizione, e quinci il disiderio di trascendere a piú esquisita vita, venne Cerere, la quale appo Eleusia e in Sicilia prima mostrò il lavorío della terra, il ricogliere il grano e fare il pane: Bacco recò d'India il mescolare il vino col mèle, e fare i beveraggi piú dilicati che l'usato; e con appetito non sobrio, come il passato, furon cominciate a gustare le cortecce degli alberi indiani, le radici e' sughi di certe piante, e quelle a mescolare insieme, e a confondere nel mèle i sapori naturali, e a trovare gli accidentali con industria: furono incontanente avute in dispregio le ghiande. Similmente, avendo alcuni, in lor danno divenuti ingegnosi, trovato modo di tirare in terra con reti i gran pesci del mare, e di ritenere ne' boschi le fiere, e ancora d'ingannare gli uccegli del cielo; furon da parte lasciati i lacciuoli e gli ami, e la terra riposatasi lungamente, cominciata a fendere, e 'l mare a solcar da' navili, e portare d'un luogo in un altro, e recare, i viziosi princípi: si mutaron con esercizi gli animi. E giá in gran parte, sí come piú atta a ciò, Asia sí per gli artifici di Sardanapalo, re degli assiri, e sí per gli altrui, da questa dannosa colpa della gola, come lo 'ncendio suol comprender le parti circostanti, cosí l'Egitto, cosí la Grecia tutta comprese, in tanto che giá non solamente ne' maggiori, ma eziandio nel vulgo erano venuti i dilicati cibi e 'l vino, e in ogni cosa lasciata l'antica simplicitá. Ultimamente, sparto giá per tutto questo veleno, agl'italiani similmente pervenne; e credesi che di quello i primi ricevitori fossero i capovani, percioché né Quinzi né Curzi né Fabrizi né Papirii né gli altri questa ignominia sentivano; e giá era perfetta la terza guerra macedonica, e vinto Antioco magno, re d'Asia e di Siria, da Scipione asiatico, quando primieramente il cuocere divenne, di mestiere, arte.

È intra 'l mestiere e l'arte questa differenza, che il mestiere è uno esercizio, nel quale niuna opera manuale, che dallo 'ngegno proceda, s'adopera, sí come è il cambiatore, il quale nel suo esercizio non fa altro che dare danari per danari; o come era in Roma il cuocere a' tempi che io dico, ne' quali si metteva la carne nella caldaia, e quel servo della casa, il quale era meno utile agli altri servigi, faceva tanto fuoco sotto la caldaia, che la carne diveniva tenera a poterla rompere e tritar co' denti. Arte è quella intorno alla quale non solamente l'opera manuale, ma ancora lo 'ngegno e la 'ndustria dell'artefice s'adopera, sí come è il comporre una statua, dove, a doverla proporzionare debitamente, si fatica molto lo 'ngegno; e sí come è il cuocere oggi, al quale non basta far bollir la caldaia, ma vi si richiede l'artificio del cuoco, in fare che quel, che si cuoce, sia saporito, sia odorifero, sia bello all'occhio, non abbia alcun sapore noioso al gusto, come sarebbe o troppo salato o troppo acetoso o troppo forte di spezie, o del contrario a queste; o sapesse di fumo o di fritto o di sapor simile, del quale il gusto è schifo.

Era dunque, al tempo di sopra detto, mestiere ancora il cuocere in Roma, in che appare la modestia e la sobrietá loro; ma, poi che le ricchezze e' costumi asiatichi v'entrarono, con grandissimo danno del romano imperio, di mestiere, arte divenne; essendone, secondo che alcuni credono, inventore uno il quale fu appellato Apicio: e quindi si sparse per tutto, accioché i membri dal capo non fosser diversi; e non che le ghiande e' salvatichi pomi e l'erbe o le fontane e' rivi fossero in dispregio avute, ma e' furono ancora poco prezzati i familiari irritamenti della gola: e per tutto si mandava per gli uccelli, per le cacciagioni, per li pesci strani, e quanto piú venien di lontano, tanto di quegli pareva piú prezzato il sapore. Né fu assai a' golosi miseri l'avere i lacciuoli, le reti e gli ami tesi per tutto il mondo, alle cose le quali dovevano poter dilettare la gola ed empiere il ventre misero, ma diedero e dánno opera che nelle cose, le quali sé e' loro deono corrompere, fossero gli odori arabici, accioché, confortato il naso, e per lo naso il cerebro, lui rendessero piú forte all'ingiurie de' vapori surgenti dallo stomaco, e l'appetito piú fervente al disiderio del consumare. Né furono ancora contenti a' cibi soli, ma dove l'acqua solea salutiferamente spegner la sete, trovati infiniti modi d'accenderla, a dileticarla non a consumarla, varie e molte spezie di vini hanno trovate; e, non bastando i sapori vari che la varietá de' terreni e delle regioni danno loro, ancora con misture varie gli trasformano in varie spezie di sapore e di colore. E, accioché piú lungo spazio prender possano ad empiere il tristo sacco, hanno introdotto che ne' triclini, nelle sale, alle mense sieno intromessi i cantatori, i sonatori, i trastullatori e i buffoni, e, oltre a ciò, mille maniere di confabulazioni ne' lor conviti, accioché la sete non cessi. Se i familiari ragionamenti venisser meno, si ragiona, come Iddio vuole, in che guisa il cielo si gira, delle macchie del corpo della luna, della varietá degli elementi; e da questi subitamente si trasvá alle spezie de' beveraggi che usano gl'indiani, alle qualitá de' vini che nascono nel Mar maggiore, al sapore degli spagnuoli, al colore de' galli, alla soavitá de' cretici: né passa intera alcuna novelletta di queste, che rinfrescare i vini e' vasi non si comandi. Ed è tanto questa maladizione di secolo in secolo, d'etá in etá perseverata e discesa, che infino a' nostri tempi, con molte maggior forze che ne' passati, è pervenuta; e, secondo il mio giudicio, dove che abbia ella molto potuto, o molto possa, alcuno luogo non credo che sia, dove ella con piú fervore eserciti, stimoli e vinca gli appetiti, che ella fa appo i toscani; e forse non men che altrove appo i nostri cittadini nel tempo presente. Con dolore il dico: e, se l'autore non avesse solamente Ciacco, nostro cittadino, essere dannato per questo vituperevol vizio, nominato, forse senza alcuna cosa dire del nostro esecrabile costume mi passerei. Questo, adunque, mi trae a dimostrare la nostra dannosa colpa, accioché coloro, li quali credono che dentro a' luoghi riposti delle lor case non passino gli occhi della divina vendetta, con meco insieme, e con gli altri, s'avveggano e arrossino della disonestá la quale usano. Intorno a questo peccato, non quanto si converrebbe, ma pure alcuna cosa ne dirò.

È adunque in tanto moltiplicato e cresciuto appo noi, per quel che a me paia, l'eccesso della gola, che quasi alcuno atto non ci si fa, né nelle cose publiche né nelle private, che a mangiare o a bere non riesca. [In questo i denari publici sono dagli uficiali publici trangugiati, l'estorsioni dell'arti e ne' sindacati, il mobile de' debitori dovuto alle vedove e a' pupilli, le limosine lasciate a' poveri e alle fraternite, l'esecuzioni testamentarie, le quistioni arbitrarie, e a qualunque altra pietosa cosa, non solamente i laici, ma ancora li religiosi divorano.] E questo miserabile atto non ci si fa come tra cittadino e cittadino far si solea, anzi è tanto d'ogni convenevolezza trapassato il segno, che gli apparati reali, le mense pontificali, gli splendori imperiali sono da noi stati lasciati a dietro; né ad alcuna, quantunque grande spesa, quantunque disutile, quantunque superba sia, si riguarda; ogni modo, ogni misura, ogni convenevolezza è pretermessa. Vegnono oggi ne' nostri conviti le confezioni oltremarine, le cacciagioni transalpine, i pesci marini non d'una ma di molte maniere; e son di quegli, che, senza vergogna, d'oro velano i colori delle carni, con vigilante cura e con industrioso artificio cotte. Lascio stare gl'intramessi, il numero delle vivande, [i savori] di sapori e di color diversissimi, e le importabili some de' taglieri carichi di vivande tra poche persone messi, le quali son tante e tali, che non dico i servidori, che le portano, ma le mense, sopra le quali poste sono, sotto di fatica vi sudano. Né è penna che stanca non fosse, volendo i trebbiani, i grechi, le ribole, le malvagíe, le vernacce e mille altre maniere di vini preziosi discrivere. E or volesse Iddio che solo a' principi della cittá questo inconveniente avvenisse; ma tanto è in tutti la caligine della ignoranza sparta, che coloro ancora, li quali e la nazione e lo stato ha fatti minori, queste medesime magnificenze, anzi pazzie, trovandosi il luogo da ciò, appetiscono e vogliono come i maggiori. In queste cosí oneste e sobrie commessazioni, o conviti che vogliam dire, come i ventri s'empiano, come tumultuino gli stomachi, come fummino i cerebri, come i cuori infiammino, assai leggier cosa è da comprendere a chi vi vuole riguardare. In queste insuperbiscono i poveri, i ricchi divengono intollerabili, i savi bestiali; per le quali cose vi si tumultua, millantavisi, dicevisi male d'ogni uomo e di Dio; e talvolta, non potendo lo stomaco sostenere il soperchio, non altramente che faccia il cane, sozzamente si vòta quello che ingordamente s'è insaccato; e in queste medesime cosí laudevoli cene s'ordina e solida lo stato della republica, diffinisconsi le quistioni, compongonsi l'opportunitá cittadine e i fatti delle singular persone; ma il come, nel giudicio de' savi rimanga. In queste si condanna e assolve cui il vino conforta, o cui l'ampiezza delle vivande aiuta o disaiuta: e coloro, a' quali i prieghi unti e spumanti di vino sono intercessori, procuratori o avvocati, le piú delle volte ottengono nelle lor bisogne.

Che fine questo costume si debba avere, Iddio il sa; credo io che egli da esso molto offeso sia.

Ma, che che esso alle misere anime s'apparecchi nell'altra vita, è assai manifesto lui a' corpi essere assai nocivo nella presente. Percioché, se noi vorrem riguardare, noi vedremo coloro, che l'usano, essere per lo troppo cibo e per lo soperchio bere perduti del corpo, e innanzi tempo divenir vecchi; perdoché il molto cibo vince le forze dello stomaco, intanto che, non potendo cuocere ciò che dentro cacciato v'è per conforto del non ordinato appetito e dal diletto del gusto, convien che rimanga crudo, e questa crudezza manda fuori rutti fiatosi, tiene afflitti i miseri che la intrinseca passion sentono, raffredda e contrae i nervi, corrompe lo stomaco, genera umori putridi; i quali, per ogni parte del corpo col sangue corrotto trasportati, debilitan le giunture, creano le podagre, fanno l'uom paralitico, fanno gli occhi rossi, marcidi e lagrimosi, il viso malsano e di cattivo colore, le mani tremanti, la lingua balbuziente, i passi disordinati, il fiato odibile e fetido; senza che essi, e meritamente e senza modo, tormentano il fianco di questi miseri che nel divorare si dilettano. Per le quali passioni i dolenti spesse volte gridano, bestemmiano, urlano e abbaiano come cani. Cosí adunque la rozza sobrietá, la rustica simplicitá, la santa onestá degli antichi, le ghiande, le fontane, gli esercizi e la libera vita è permutata in cosí dissoluta ingluvie, ebrietá e tumultuosa miseria, come dimostrato è. Per che possiam comprendere l'autore sentitamente aver detto: «la dannosa colpa della gola»; la quale ancora piú dannosa cognosceremo, se guarderemo e a' publici danni e a' privati, de' quali ella è per lo passato stata cagione.

I primi nostri padri, sí come noi leggiamo nel principio del Genesi, gustarono del legno proibito loro da Dio, e per questo da lui medesimo furon cacciati del paradiso, e noi con loro insieme; e, oltre a ciò, per questo a sé e a noi procurarono la temporal morte e l'eterna, se Cristo stato non fosse. Esaú per la ghiottornia delle lenti, le quali, tornando da cacciare, vide a Iacob suo fratello, perdé la sua primogenitura. Ionatas, figliuolo di Saul re, per l'avere con la sommitá d'una verga, la quale aveva in mano, gustato d'un fiaro di mèle, meritò che in lui fosse la sentenza della morte dettata. Certi sacerdoti, per aver gustati i sacrifici della mensa di Bel, furono il dí seguente tutti uccisi. E quel ricco del quale noi leggiamo nello Evangelio, il qual continuo splendidamente mangiava, fu seppellito in inferno. Come i troiani si diedono in sul mangiare e in sul bere e in far festa, cosí furon da' greci presi; e quel, che l'arme e l'assedio sostenuto dieci anni non avean potuto fare, feciono i cibi e 'l vino d'una cena. I figliuoli di Iob, mangiando e bevendo con le lor sorelle, furon dalla ruina delle lor medesime case oppressi e morti. La robusta gente d'Annibale, la quale né il lungo cammino, né i freddi dell'Alpi, né l'armi de' romani non avean mai potuto vincere, da' cibi e dal vino de' capovani furono effeminati, e poi molte volte vinti e uccisi. Noé, avendo gustato il vino e inebriatosi, fu nel suo tabernacolo da Cam, suo figliuolo, veduto disonestamente dormire e ischernito. Lot, per avere men che debitamente bevuto, ebbro fu dalle figliuole recato a giacer con loro. Sisara, bevuto il latte di mano di Iabel e addormentatosi, fu da lei, con uno aguto fittogli per le tempie, ucciso. Leonida spartano ebbe, tutta una notte e parte del seguente dí, spazio di uccidere e di tagliare insieme co' suoi compagni l'esercito di Serse, seppellito nel vino e nel sonno. Oloferne, avendo molto bevuto, diede ampissimo spazio d'uccidersi a Iudit. E le figliuole di Prito, re degli argivi, per lo soperchio bere vennero in tanta bestialitá, che esse estimavano d'essere vacche.

Ma, perché mi fatico io tanto in discrivere i mali per la gola stati, conciosiacosaché io conosca quegli essere infiniti? E perciò riducendosi verso la finale intenzione, come assai comprender si puote per le cose predette, tre maniere son di golosi. Delli quali l'una pecca nel disordinato diletto di mangiare i dilicati cibi senza saziarsi; e questi son simili alle bestie, le quali senza intermissione, sol che essi trovin che, il dí e la notte rodono. E di questi cotali, quasi come di disutili animali, si dice che essi vivono per manicare, non manucan per vivere; e puossi dire questa spezie di gulositá, madre di oziositá e di pigrizia, sí come quella che ad altro che al ventre non serve. La seconda pecca nel disordinato diletto del bere, intorno al quale non solamente con ogni sollecitudine cercano i dilicati e saporosi vini, ma quegli, ogni misura passando, ingurgitano, non avendo riguardo a quello che contro a questo nel Libro della Sapienza ammaestrati siamo, nel quale si legge: «Ne intuearis vinum, cum flavescit in vitro color eius: ingreditur blande, et in novissimo mordebit, ut coluber». Per la qual cosa, di questa cosí fatta spezie di gulosi maravigliandosi, Iob dice: «Numquid potest quis gustare, quod gustatum affert mortem?» Né è dubbio alcuno la ebrietá essere stata a molti cagione di vituperevole morte, come davanti è dimostrato. È questa gulositá madre della lussuria, come assai chiaramente testifica Ieremia, dicendo: «Venter mero aestuans, facile despumat in libidinem»; e Salomon dice: «Luxuriosa res est vinum, et tumultuosa ebrietas; quicumque in his delectabitur, non erit sapiens»; e san Paolo, volendoci far cauti contro alla forza del vino, similmente ammaestrandoci, dice: «Nolite inebriari vino, in quo est luxuria». È ancora questa spezie di gulositá pericolosissima, in quanto ella, poi che ha il bevitore privato d'ogni razional sentimento, apre e manifesta e manda fuori del petto suo ogni secreto, ogni cosa riposta e arcana: di che grandissimi e innumerabili mali giá son seguiti e seguiscono tutto il dí. Ella è prodiga gittatrice de' suoi beni e degli altrui, sorda alle riprensioni, e d'ogni laudabile costume guastatrice. La terza maniera è de' golosi, li quali, in ciascheduna delle predette cose, fuori d'ogni misura bevendo e mangiando e agognando, trapassano il segno della ragione; de' quali si può dire quella parola di Iob: «Bibunt indignationem, quasi aquam». Ma, secondo che si legge nel salmo: «Amara erit potio bibentibus illam»; e come Seneca a Lucillo scrive nella ventiquattresima epistola: «Ipsae voluptates in tormentum vertuntur; epulae cruditatem afferunt; ebrietates, nervorum torporem, tremoremque; libidines, pedum et manuum, et articulorum omnium depravationes» ecc. Questi adunque tutti ingluviatori, ingurgitatori, ingoiatori, agognatori, arrappatori, biasciatori, abbaiatori, cinguettatori, gridatori, ruttatori, scostumati, unti, brutti, lordi, porcinosi, rantolosi, bavosi, stomacosi, fastidiosi e noiosi a vedere e a udire, uomini, anzi bestie, pieni di vane speranze sono; vòti di pensieri laudevoli e strabocchevoli ne' pericoli, gran vantatori, maldicenti e bugiardi, consumatori delle sustanzie temporali, inchinevoli ad ogni dissoluta libidine e trastullo de' sobri. E, percioché ad alcuna cosa virtuosa non vacano, ma se medesimi guastano, non solamente a' sensati uomini, ma ancora a Dio sono tanto odiosi, che, morendo come vivuti sono, ad eterna dannazione son giustamente dannati; e, secondo che l'autor ne dimostra, nel terzo cerchio dello 'nferno della loro scellerata vita sono sotto debito supplicio puniti. Il quale, accioché possiamo discernere piú chiaro come sia con la colpa conforme, n'è di necessitá di dimostrare brievemente.

Dice adunque l'autore che essi giacciono sopra il suolo della terra marcio, putrido, fetido e fastidioso, non altrimenti che 'l porco giaccia nel loto, e quivi per divina arte piove loro sempre addosso «grandine grossa e acqua tinta e neve», la quale, essendo loro cagione di gravissima doglia, gli fa urlare non altrimenti che facciano i cani: e, oltre a ciò, se alcuno da giacer si lieva o parla, giace poi senza parlare o urlare infino al dí del giudicio; e, oltre a ciò, sta loro in perpetuo sopra capo un demonio chiamato Cerbero, il quale ha tre teste e altrettante gole, né mai ristá d'abbaiare. E ha questo dimonio gli occhi rossi e la barba nera ed unta, e il ventre largo, e le mani unghiate, e, oltre all'abbaiare, graffia e squarcia e morde i miseri dannati, li quali, udendo il suo continuo abbaiare, disiderano d'essere sordi. La qual pena spiacevole e gravosa, in cotal guisa pare che la divina giustizia abbia conformata alla colpa: e primieramente come essi, oziosi e gravi del cibo e del vino, col ventre pieno giacquero in riposo del cibo ingluviosamente preso; cosí pare convenirsi che, contro alla lor voglia, in male e in pena di loro, senza levarsi giacciano in eterno distesi, col loro spesso volgersi testificando i dolorosi movimenti, li quali per lo soperchio cibo giá di diverse torsioni lor furon cagione. E, come essi di diversi liquori e di vari vini il misero gusto appagarono; cosí qui sieno da varie qualitá di piova percossi ed afflitti: intendendo per la grandine grossa, che gli percuote, la cruditá degl'indigesti cibi, la quale, per non potere essi, per lo soperchio, dallo stomaco esser cotti, generò ne' miseri l'aggroppamento de' nervi nelle giunture; e per l'acqua tinta, non solamente rivocare nella memoria i vini esquisiti, il soperchio de' quali similmente generò in loro umori dannosi, i quali per le gambe, per gli occhi e per altre parti del corpo sozzi e fastidiosi vivendo versarono; e per la neve, il male condensato nutrimento, per lo quale non lucidi ma invetriati, e spesso di vituperosa forfore divennero per lo viso macchiati. E, cosí come essi non furono contenti solamente alle dilicate vivande, né a' savorosi vini, né eziandio a' salsamenti spesso escitanti il pigro e addormentato appetito, ma gli vollero dall'indiane spezie e dalle sabee odoriferi; vuole la divina giustizia che essi sieno dal corrotto e fetido puzzo della terra offesi, e abbiano, in luogo delle mense splendide, il fastidioso letto che l'autore discrive. E appresso, come essi furono detrattori, millantatori e maldicenti, cosí siano a perpetua taciturnitá costretti, fuor solamente di tanto che, come essi, con gli stomachi traboccanti e con le teste fummanti, non altramenti che cani abbaiar soleano, cosí urlando come cani la loro angoscia dimostrino, e abbian sempre davanti Cerbero, il quale ha qui a disegnare il peccato della gola, accioché la memoria e il rimprovero di quella nelle lor coscienze gli stracci, ingoi e affligga; e, in luogo della dolcezza de' canti, li quali ne' lor conviti usavano, abbiano il terribile suono delle sue gole, il quale gl'intuoni, e senza pro gli faccia disiderare d'esser sordi.

Ma resta a vedere quello che l'autor voglia intendere per Cerbero, la qual cosa sotto assai sottil velo è nascosa. Cerbero, come altra volta è stato detto, fu cane di Plutone, re d'inferno, e guardiano della porta di quello; in questa guisa, che esso lasciava dentro entrar chi voleva, ma uscirne alcun non lasciava. Ma qui, come detto è, l'autore discrive per lui questo dannoso vizio della gola, al quale intendimento assai bene si conforma l'etimologia del nome. Vuole, secondo che piace ad alcuni, tanto dir «Cerbero», quanto «creon vorans», cioè «divorator di carne»; intorno alla qual cosa, come piú volte è detto di sopra, in gran parte consiste il vizio della gola; e per ciò in questo dimonio piú che in alcun altro il figura, perché egli è detto «cane», percioché ogni cane naturalmente è guloso, né n'è alcuno che se troverá da mangiare cosa che gli piaccia, che non mangi tanto che gli convien venire al vomito, come di sopra è detto spesse volte fare i gulosi.

Per le tre gole canine di questo cane intende l'autore le tre spezie de' ghiotti poco davanti disegnate; e in quanto dice questo demonio caninamente latrare, vuole esprimere l'uno de' due costumi, o amenduni de' gulosi. Sono i gulosi generalmente tutti gran favellatori, e 'l piú in male, e massimamente quando sono ripieni: il quale atto veramente si può dire «latrar canino», in quanto non espediscon bene le parole, per la lingua ingrossata per lo cibo, e ancora perché alquanto rochi sono per lo meato della voce, il piú delle volte impedito da troppa umiditá; e, oltre a ciò, percioché i cani, se non è o per esser battuti, o perché veggion cosa che non par loro amica, non latran mai; il che avviene spesse volte de' gulosi, li quali come sentono o che impedimento sopravvegna, o che veggano per caso diminuire quello che essi aspettavano di mangiare, incontanente mormorano e latrano. E, oltre a questo, sono i gulosi grandi agognatori: e, come il cane guarda sempre piú all'osso che rode il compagno che a quello che esso medesimo divora, cosí i gulosi tengono non meno gli occhi a' ghiotti bocconi che mangia il compagno, o a quegli che sopra i taglieri rimangono, che a quello il quale ha in bocca: e cosí sono addomandatori e ordinatori di mangee e divisatori di quelle.

E in quanto dice questo dimonio aver gli occhi vermigli, vuol s'intenda un degli effetti della gola ne' golosi, a' quali, per soperchio bere, i vapor caldi surgenti dallo stomaco generano omóri nella testa, li quali poi per gli occhi distillandosi, quegli fa divenir rossi e lagrimosi.

Appresso dice lui aver la barba unta, a dimostrare che il molto mangiare non si possa fare senza difficultá nettamente, e cosí, non potendosi, è di necessita ugnersi la barba o 'l mento o 'l petto; e per questa medesima cagione vuole che la barba di questo dimonio sia nera, percioché 'l piú ogni unzione annerisce i peli, fuorché i canuti. Potrebbesi ancora qui piú sottilmente intendere e dire che, conciosiacosaché per la barba s'intenda la nostra virilitá, la quale, quantunque per la barba s'intenda, non perciò consiste in essa, ma nel vigore della nostra mente, il quale è tanto quanto l'uomo virtuosamente adopera, e allora rende gli operatori chiari e splendidi e degni di onore; dove qui, per la virilitá divenuta nera, vuole l'autore s'intenda nella colpa della gola quella essere depravata e divenuta malvagia.

Dice, oltre a ciò, Cerbero avere il ventre largo, per dimostrare il molto divorar de' gulosi, li quali, con la quantitá grande del cibo, per forza distendono e ampliano il ventre, che ciò riceve oltre alla natura sua; e, che è ancora molto piú biasimevole, tanto talvolta dentro vi cacciano, che, non sostenendolo la grandezza del tristo sacco, sono, come altra volta di sopra è detto, come i cani costretti a gittar fuori.

E, in quanto dice questo demonio avere le mani unghiate, vuol che s'intenda il distinguere e il partire che fa il ghiotto delle vivande; e, oltre a questo, il pronto arrappare, quando alcuna cosa vede che piú che alcuna altra gli piaccia.

Appresso, dove l'autor dice questo demonio non tener fermo alcun membro, vuol che s'intenda la infermitá paralitica, la quale ne' gulosi si genera per li non bene digesti cibi nello stomaco; o, secondo che alcuni altri vogliono, ne' bevitori per lo molto bere, e massimamente senz'acqua, ed essendo lo stomaco digiuno; e puote ancora significare gl'incomposti movimenti dell'ebbro.

Oltre a ciò, lá dove l'autore scrive che questo demonio, come gli vide, aperse le bocche e mostrò loro le sanne, vuol discrivere un altro costume de' gulosi, li quali sempre vogliosi e bramosi si mostrano; o intendendo per la dimostrazion delle sanne, nelle quali consiste la forza del cane, dimostrarsi subitamente la forza de' golosi, la qual consiste in offendere i paurosi con mordaci parole, alle quali fine por non si puote se non con empiergli la gola, cioè col dargli mangiare o bere. La qual cosa il discreto uomo, consigliato dalla ragione, per non avere a litigar della veritá con cosí fatta gente, fa prestamente, volendo piú tosto gittar via quello che al ghiotto concede che, come è detto, porsi in novelle con lui: percioché, come questo è dal savio uomo fatto, cosí è al ghiotto serrata la gola e posto silenzio. E in questo pare che si termini in questo canto l'allegoria.

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Ultimo aggiornamento: 08 ottobre 2011