Giovanni Boccaccio

Il comento alla Divina Commedia

CANTO PRIMO

Edizione di riferimento:

Il comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante di Giovanni Boccaccio  a cura di Domenico Guerri, (1880-1934)

Il comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante", di Giovanni Boccaccio, a cura di Domenico Guerri; collezione Scrittori d'Italia, 85;  Tre volumi; Laterza Editore; Bari, 1918

 

edizione elettronica di riferimento

      http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia/catalogo/

I - Senso letterale
[Lez. II]

[Resta a venire all'ordine della lettura, e primieramente alle divisioni. Dividesi adunque il presente volume in tre parti principali, le quali sono li tre libri ne' quali l'autore medesimo l'ha diviso: de' quali il primo, il quale per leggere siamo al presente, si divide in due parti, in proemio e trattato. La seconda comincia nel principio del secondo canto. La prima parte si divide in due: nella prima discrive l'autore la sua ruina; nella seconda dimostra il soccorso venutogli per sua salute. La seconda comincia quivi: «Mentre ch'io rovinava in basso loco». Nella prima fa l'autore tre cose: primieramente discrive il luogo dove si ritrovò; appresso mostra donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo; ultimamente pone qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dover di quello luogo uscire: la seconda quivi: «Io non so ben ridir»; la terza quivi: «Ed ecco quasi».]

[Dice adunque cosí: «Nel mezzo del cammin di nostra vita». Ove ad evidenzia di questo principio è da sapere, la vita de' mortali è, massimamente di quegli li quali a quel termine divengono, il quale pare che per convenevole ne sia posto, di settanta anni; quantunque alquanti, e pochi, piú ne vivano, e infinita moltitudine meno, sí come per lo salmista si comprende nel salmo ottantanovesimo, dove dice: «Anni nostri sicut aranea meditabuntur; dies annorum nostrorum in ipsis septuaginta anni. Si autem in potentatibus, octoginta anni; et amplius eorum, labor et dolor»; e perciò colui il quale perviene a trentacinque anni, si può dire essere nel mezzo della nostra vita. Ed è figurata in forma d'uno arco, dalla prima estremitá del quale infino al mezzo si salga, e dal mezzo infino all'altra estremitá si discenda; e questo è stimato, percioché infino all'etá di trentacinque anni, o in quel torno, pare sempre le forze degli uomini aumentarsi, e quel termine passato diminuirsi. E a questo termine d'anni pare che l'autore pervenuto fosse, quando prima s'accorse del suo errore. E che egli fosse cosí, assai bene si verifica per quello che giá mi ragionasse un valente uomo chiamato ser Piero di messer Giardino da Ravenna, il quale fu uno de' piú intimi amici e servidori che Dante avesse in Ravenna; affermandomi avere avuto da Dante, giacendo egli nella infermitá della quale e' morí, lui avere di tanto trapassato il cinquantesimosesto anno, quanto dal preterito maggio aveva infino a quel dí. E assai ne consta Dante esser morto negli anni di Cristo 1321, dí 14 di settembre: per che, sottraendo ventuno di cinquantasei, restano trentacinque; e cotanti anni avea nel 1300, quando mostra d'avere la presente opera incominciata. Per che appare ottimamente la sua etá esser discritta dicendo: «Nel mezzo del cammin», cioè dello spazio, «di nostra vita», cioè di noi mortali. «Mi ritrovai», errando, «per una selva oscura»; a differenza d'alcune selve, che sono dilettevoli e luminose, come è la pineta di Chiassi. «Ché la diritta via era smarrita». Vuole mostrare qui che di suo proponimento non era entrato in questa selva, ma per ismarrimento.]

[«E quanto a dir», cioè a discrivere, «qual era», questa selva, «è cosa dura», quasi voglia dire impossibile, «esta selva selvaggia e aspra e forte». Pon qui tre condizioni di questa selva: dice prima che ell'era «selvaggia», quasi voglia dinotare non avere in questa alcuna umana abitazione, e per conseguente essere orribile; dice appresso ch'ella era «aspra», a dimostrare la qualitá degli alberi e de' virgulti di quella, li quali doveano essere antichi, con rami lunghi e ravvolti, contessuti e intrecciati intra se stessi, e similemente piena di pruni, di tribuli e di stecchi, senza alcuno ordine cresciuti, e in qua e in lá distesi: per le quali cose era aspra cosa e malagevole ad andare per quella; e in quanto dice «forte», dichiara lo 'mpedimento giá premostrato, vogliendo per l'asprezza di quelli, essa esser forte, cioè difficile a potere per essa andare e fuori uscirne. E questo dice esser tanto, «Che nel pensier», cioè nella rammemorazione d'esservi stato dentro, «rinnova la paura». Umano costume è, tante volte da capo rimpaurire quante l'uom si ricorda de' pericoli ne' quali l'uomo è stato.]

[«Tanto è amara», non al gusto ma alla sensibilitá umana, «che poco è piú morte». Ed è la morte, secondo il filosofo, l'ultima delle cose terribili, intanto che ciascuno animale naturalmente ad ogni estremo pericolo si mette per fuggirla. Adunque, se la morte è poco piú amara che quella selva, assai chiaro appare lei dovere essere molto amara, cioè ispaventevole ed intricata: le quali cose prestano amaritudine gravissima di mente. «Ma, per trattar del ben ch'io vi trovai». Maravigliosa cosa pare quella che l'autore dice qui, e cioè che egli alcun bene trovasse in una selva tanto orribile quanto egli ha mostrato esser questa; e, percioché egli nella lettera non esprime qual bene in quella trovasse, assai si può vedere questo bene trovato da lui convenirsi trarre di sotto alla corteccia litterale; e perciò, dove di questa parte apriremo l'allegoria, chiariremo quello che qui voglia intendere. «Dirò dell'altre cose», cioè che non sono bene, «ch'io v'ho scorte», cioè vedute; e questo altresí si conoscerá nell'allegoria.]

[«I' non so ben ridir com'io v'entrai». In questa parte mostra l'autore donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo, e primieramente risponde a una tacita quistione. Potrebbe alcuno domandare: - Se questa selva era cosí paurosa e amara cosa, come v'entrastú entro? - A che egli risponde sé non saperlo, e assegna la ragione, dicendo: «Sí era pien di sonno in su quel punto, Che la verace via», la quale mi menava lá dove io dovea e volea andare, «abbandonai».]

«Ma poi ch'i' fui», errando e cercando come di quella uscir potessi, «appiè d'un colle giunto», cioè pervenuto, «Lá dove terminava», finiva, «quella valle», nella quale era questa selva oscura, «Che m'avea di paura il cor compunto», cioè afflitto, «Guardai in alto e vidi le sue spalle», cioè la sommitá quasi, sí come le spalle nostre sono quasi la piú alta parte della persona nostra, «Coperte giá de' raggi del pianeta», cioè del sole, il quale è l'uno de' sette pianeti. E perciò dice del sole, percioché esso solo è di sua natura luminoso, e ogni altro corpo che luce, o pianeto o stella o qualunque altro, ha da questo la luce, sí come da fonte di quella, sí come per esperienza si vede negli eclissi lunari; e questa luce ha solo, non per la sua potenza, ma per singular dono del suo Creatore, e hanne in tanta abbondanza, che ad ogni parte dintorno a sé manda infinita moltitudine di raggi, per li quali, ovunque pervenir possano, si diffonde copiosamente la luce sua; e questi raggi, sagliendo il sole dallo inferiore emisperio al superiore, le prime parti che toccano del corpo della terra, alla quale, sagliendo il sole, pervengono, sono le sommitá de' monti. Per la qual cosa appare qui che il giorno cominciava ad apparire, quando l'autore cominciò ad avvedersi dove era, ed a volere di quel luogo uscire; e di potere ciò fare gli venne speranza, rammemorandosi che la luce di questo pianeto «mena diritto altrui per ogni calle», cioè per ogni via, in quanto, essendo il sole sopra la terra, vede l'uomo dov'e' si va, e ancora con miglior giudicio si dirizza lá dove andar vuole, mediante la luce di costui.

E, per questa speranza presa, dice: «Allor fu la paura un poco queta», cioè meno infesta, «Che nel lago del cuor». È nel cuore una parte concava, sempre abbondante di sangue, [nel quale, secondo l'oppinione di alcuni, abitano li spiriti vitali], e di quella, sí come di fonte perpetuo, si ministra alle vene quel sangue e il calore, il quale per tutto il corpo si spande; ed è quella parte ricettacolo di ogni nostra passione: e perciò dice che in quella gli era perseverata la passione della paura avuta. E perciò dice: «m'era durata, La notte ch'i' passai con tanta pièta», cioè con tanta afflizione, sí per la diritta via la quale smarrita avea, e sí per lo non vedere, per le tenebre della notte, donde né come egli si potesse alla diritta via ritornare.

«E qual è quei, che con lena», cioè virtú, «affannata», affaticata. «Uscito fuor del pelago alla riva»: come colui il quale rompe in mare, che, dopo molto notare, faticato e vinto perviene alla riva, e «Volgesi all'acqua perigliosa», della quale è uscito, «e guata»; e in quel guatare, cognosce molto meglio il pericolo del quale è scampato, che esso non cognosceva, mentre che in esso era, percioché allora, spronandolo la paura del perire, a null'altra cosa aveva l'animo che solo allo scampare; ma, scampato, con piú riposato giudicio vede quante cose poteano la sua salute impedire e, quasi in esso fosse, molto piú teme, che non facea quando v'era: e però séguita adattando sé alla comparazione: «Cosí l'animo mio, ch'ancor fuggiva», cioè che ancora scampato esser non gli parea, ma come se nel pericolo fosse ancora, di fuggire si sforzava; e, cosí parendogli, «Si volse indietro», come fa colui che notando è pervenuto alla riva, «a rimirar lo passo», pericoloso della oscura selva, «Che non lasciò giammai» uscire di sé «persona viva». Questa parola non si vuole strettamente intendere [esser viva], percioché qui usa l'autore una figura che si chiama «iperbole», per la quale non solamente alcuna volta si dice il vero, ma si trapassa oltre al vero: come fa Vergilio, che, per manifestare la leggerezza della Cammilla, dice ch'ella sarebbe corsa sopra l'onde del mare turbato, e non s'arebbe immollate le piante de' piedi. E perciò si vuole intender qui sanamente l'autore, cioè che di quello pericoloso passo pochi ne sieno usciti vivi; percioché, se alcuno non avesse vivo lasciato giammai, l'autore, che dice sé esserne uscito, come sarebbe vivo?

«E poi ch'ebbi posato il corpo lasso», per la fatica sostenuta, «Ripresi via per la piaggia diserta»; e cosí mostra avere abbandonata la valle per dover salire al monte, cioè in sí fatta maniera andando, «Sí che 'l piè fermo sempre era il piú basso». [Mostra l'usato costume di coloro che salgono, che sempre si ferman piú in su quel piè che piú basso rimane.]

«Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta». In questa terza parte dimostra l'autore qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dovere di quel luogo uscire, e dice ciò essere stato tre bestie, per la fierezza delle quali, non che salir piú avanti, ma egli fu per tornare indietro nel pericolo del quale era incominciato ad uscire. Dice adunque: «Ed ecco quasi al cominciar dell'erta», cioè della costa, su per la quale salir dovea per partirsi della pericolosa valle, «Una lonza leggera e presta molto, Che di pel maculato era coperta».

Poi, discritta la forma della bestia, dice: «E non mi si partía dinanzi al volto». Appresso dice che questo stargli sempre davanti, che essa «impediva tanto il mio cammino», per lo quale al monte salir volea, «Ch'i' fui per ritornar», nella valle, «piú volte vòlto».

«Temp'era dal principio». Discrive qui l'autore l'ora che era del dí, quando egli era da questa bestia impedito, e la qualitá della stagione dell'anno; e quanto a l'ora del dí, dice ch'era principio «del mattino»: il che assai appare per li raggi del sole, li quali ancora non si vedeano se non nella sommitá del monte. «E 'l sol montava 'n su», cioè sopra l'orizzonte orientale di quella regione, vegnendo dallo emisperio inferiore al superiore; «con quelle stelle», in compagnia, «Ch'eran con lui, quando l'Amor divino», cioè lo Spirito santo, «Mosse da prima», cioè nel principio del mondo, «quelle cose belle», cioè il cielo e le stelle. Dimostra qui l'autore per una bella e leggiadra discrizione la qualitá della stagione dell'anno. Ad evidenzia della quale è da sapere che gli antichi filosofi caldei, e appresso loro gli egizi, furono li primi che per considerazione conobbero il movimento dell'ottava sfera e de' pianeti, e similmente quello che per gli movimenti de' corpi superiori negl'inferiori ne seguiva; e per lunghe esperienzie avvedendosi che, essendo il sole in diverse parti del cielo, evidentemente quaggiú si permutavano le qualitá dell'anno, e queste qualitá essere quattro, cioè quelle che noi primavera, state, autunno e verno chiamiamo; intesa giá qual fosse nel cielo la via del sole, quella, secondo il numero di queste, divisero in quattro parti eguali. E poi, perché sentirono ciascuna di queste parti avere i principi differenti dalle fini, e 'l mezzo sentire della natura del principio e della fine; ciascuna di queste quattro parti divisero in tre parti equali; e cosí fu da loro la via del sole divisa in dodici parti equali, e quelle chiamaron «segni». E, accioché l'uno si cognoscesse dall'altro, immaginando figurarono in ciascuna parte alcun animale [ornato di certa quantitá di stelle, ingegnandosi di figurare, in quelle, animali], la natura del quale fosse conforme agli effetti di quella parte, nella quale con la immaginazione il figuravano. E, percioché la prima qualitá dell'anno estimarono essere la primavera, quella vollero fosse il principio dell'anno; e cosí quella parte del cielo, nella quale essendo il sole questa primavera veniva, vollero che fosse la prima parte della via del sole, e quivi figurarono un segno, il quale noi chiamiamo Ariete; nel principio del quale affermano alcuni Nostro Signore aver creato e posto il corpo del sole. E perciò, volendo l'autore dimostrare per questa discrizione il principio della primavera, dice che il sole saliva su dallo emisperio inferiore al superiore, con quelle stelle le quali eran con lui, quando il divino Amore lui e l'altre cose belle creò, e diede loro il movimento, il qual sempre poi continuato hanno; volendo per questo darne ad intendere che, quando da prima pose la mano alla presente opera, è circa al principio della primavera; e cosí fu, sí come appresso apparirá. [Egli nella presente fantasia entrò a dí 25 di marzo.]

«Sí ch'a bene sperar». Questa lettera si vuole cosí ordinare: «L'ora del tempo e la dolce stagione m'era cagione a sperar bene di quella fiera alla gaetta pelle»; o vero, se la lettera dice «di quella fiera la gaetta pelle», si vuole ordinare cosí: «m'era cagione a sperar bene la gaetta pelle di quella fiera». Ciascuna di queste due lettere si può sostenere, percioché sentenzia quasi non se ne muta. Reassumendo adunque la lettera come giace nel testo, dice: «Sí che a bene sperar m'era cagione Di quella fiera», cioè di quella lonza, «alla gaetta pelle», cioè leggiadretta, percioché pulita molto è la pelle della lonza; o vero, secondo l'altra lettera, «m'era cagione di bene sperar» di dovere ottenere la pelle di quella fiera (la quale esso intendea di prendere, se potuto avesse, con una corda la quale cinta avea, secondo che esso medesimo dice in questo medesimo libro, nel canto sedicesimo, dove scrive: «Io aveva una corda intorno cinta, E con essa pensai, alcuna volta, Prender la lonza alla pelle dipinta») «L'ora del tempo», cioè il principio del dí, «e la dolce stagione», cioè la primavera.

Ma puossi qui domandare: che speranza poteva qui porgere di vittoria sopra la lonza l'ora del mattino e la stagion della primavera? Conciosiacosaché in questi due tempi soglia piú di ferocitá essere negli animali, percioché l'ora del mattino gli suole generalmente tutti rendere affamati, e per conseguente feroci, e la stagione del tempo gli soglia render innamorati piú che alcun altra stagion del tempo; e gli animali sogliono per queste due cose, per lo cibo e per venere, esser ferocissimi, e massimamente la lonza, la quale è di sua natura lussuriosissimo animale: e cosí pare che di quello, di che si conforta, si dovesse piú tosto sconfortare. Puossi nondimeno cosí rispondere: che, conceduto quello, che detto è, essere negli animali bruti, è credibile negli uomini similemente in questo tempo crescere il vigore, in quanto essi, che razionali sono, veggendo partire le tenebre della notte, le quali sogliono essere e sono piene di paura, nel tempo lucido veggono come possano l'arti del loro ingegno usare a vincere, e in che guisa possano i pericoli e l'esser vinti fuggire. E il tempo della primavera, secondo i fisici, è conforme alla compression sanguinea, e però in quella il sangue è piú chiaro, piú caldo e piú ardire amministra al cuore e forze al corpo; e quinci per avventura si puote nell'autore accendere ottima speranza di vittoria.

«Ma non sí», gli diede speranza l'ora del tempo ecc., «Che paura non mi desse La vista», cioè la veduta, «che m'apparve», appresso la lonza, «d'un leone. Questi parea che contr'a me venesse» (e cosí appare questo leone essere il secondo ostaculo, il quale il suo cammino di salire al monte impedí) «Colla test'alta», nel qual atto si mostrava audace, «e con rabbiosa fame» (questo il faceva meritamente da temere, come di sopra è detto), «Sí che parea che l'aer ne temesse», in quanto l'aere, impulso dall'impeto del venire del leone, indietro si traeva, il quale è atto di chi fugge. Con questo mostrava, impropriamente parlando, di aver paura di lui.

«Ed una lupa» (questo è il terzo ostaculo, il quale il suo salire impediva) «che di tutte brame Pareva carca nella sua magrezza». Brama è propriamente il bestiale appetito di manicare, peroché oltremodo pieno di voler si mostra; lo quale essere in questa lupa testimonia la magrezza sua, della quale noi prosumiamo quello animale, in cui la veggiamo, esser male stato pasciuto, e per conseguente magro e indi bramoso. «Che molte genti fe' giá viver grame», cioè dolorose. «Questa» lupa «mi porse tanto di gravezza», cioè di noia, «Colla paura ch'uscía di sua vista», cioè era sí orribile nello aspetto, che ella porgea paura altrui, «Ch'io perdei la speranza dell'altezza», cioè di poter pervenire alla sommitá del monte, sopra le cui spalle avea veduti i raggi del sole.

«E quale è que' che volentieri acquista». Per questa comparazione ne dimostra l'autore qual divenisse per lo impedimento pórtogli da questa bestia, dicendo: «E quale è que'», o mercatante o altro, «che volentieri acquista», cioè guadagna, «E giugne 'l tempo che perder lo face», qual che sia la cagione, «Che 'n tutti i suoi pensier», ne' quali si solea guadagnando rallegrare, perdendo «piange e s'attrista; Tal mi fece la bestia senza pace», cioè questa lupa, la qual dice esser animale senza pace, percioché la notte e 'l dí sempre sta attenta e sollecita a poter predare e divorare: «Che venendomi incontro», come soglion fare le bestie che vogliono altrui assalire, «a poco a poco», tirandom'io indietro, «Mi ripignea lá ove il sol tace», cioè nella oscura selva, della quale io era uscito. Ed è questo, cioè «dove 'l sol tace», improprio parlare, e non l'usa l'autore pur qui, ma ancora in altre parti in questa opera, sí come nel canto quinto quando dice: «I' venni in luogo d'ogni luce muto». Assai manifesta cosa è che il sole non parla, né similemente alcuno luogo, de' quai dice qui che l'un tace, cioè il sole, e il luogo è muto di luce; e sono questi due accidenti, il tacere e l'esser muto, propriamente dell'uomo (quantunque il Vangelo dica che uno avea un dimonio addosso, e quello era muto): ma questo modo di parlare si scusa per una figura, la qual si chiama «acirologia». Vuole adunque dir qui l'autore, che la paura, ch'egli avea di questo animale, il ripignea lá dove il sol non luce, cioè in quella oscuritá, la quale egli disiderava di fuggire.

«Mentre ch'io rovinava in basso loco». Qui dissi si cominciava la seconda parte di questo canto, nella quale l'autor dimostra il soccorso venutogli ad aiutarlo uscire di quella valle. E fa in questa parte sei cose: egli primieramente chiede misericordia a Virgilio quivi apparitogli, quantunque nol conoscesse; appresso, senza nominarsi, per piú segni dimostra Virgilio chi egli è; poi l'autore, estollendo con piú titoli Virgilio, s'ingegna di accattare la benivolenza sua, e mostragli di quello che egli teme; oltre a ciò, Virgilio gli dichiara la natura di quella lupa, e il disfacimento di lei, consigliandolo della via, la quale dee tenere; appresso, l'autore priega Virgilio che gli mostri quello che detto gli ha; ultimamente, movendosi Virgilio, l'autore il segue. E segue la seconda quivi: «Ed egli a me»; la terza quivi: «Or se' tu quel Virgilio»; la quarta quivi: «A te conviene»; la quinta quivi: «Ed io a lui: - Poeta»; la sesta quivi: «Allor si mosse».

Dice adunque nella prima: «Mentre ch'io rovinava», cioè tornava, «in basso loco», cioè nella valle della quale era cominciato a partire, «Dinanzi agli occhi mi si fu offerto Chi per lungo silenzio parea fioco». Il che avviene, o perché da alcuna secchezza intrinsica è sí rasciutta la via del polmone, dal quale la prolazione si muove, che le parole non ne possono uscire sonore e chiare, come fanno quando in quella via è alquanta d'umiditá rivocata; o è talvolta che il lungo silenzio, per alcun difetto intrinsico dell'uomo, provoca tanta umiditá viscosa in questa via, che similemente rende l'uomo meno espeditamente parlante, infino a tanto che o rasciutta o sputata non è. [Ma non credo l'autore questo intenda qui, ma piú tosto, per difetto delli nostri ingegni, i libri di Virgilio essere intralasciati giá e tanto tempo, che la chiara fama di loro è quasi perduta o divenuta piú oscura che esser non solea.]

[«Quando vidi costui», cioè Virgilio apparitogli dinanzi, «pel gran diserto», cioè per quella tenebrosa valle, meritamente chiamata dall'autore «diserto», sendo sí aspra, come di sopra ha detto, e priva di luce; «-Miserere di me - gridai a lui». Sí come molte volte gl'impauriti e sbigottiti usano, per essere del loro avvenuto caso soccorsi, gridare; tale l'autore, nella paura presa della orribile bestia, fece alla veduta di Virgilio, umilmente verso di lui gridando: - Abbi misericordia di me, - quasi dicendo: - Aiutami, - come piú innanzi si dichiarerá.]

«- Qual che tu sii, od ombra od uomo certo». - Non conosceva quivi l'autore, per lo impedimento della paura, se costui, che apparito gli era, era piú tosto spirito che uomo o uomo che spirito; e in questo parlare in forse il chiama «ombra», il qual è vocabolo usitatissimo de' poeti; e questo muove da ciò, che altrimenti prendere non si possono, che l'uomo possa pigliare l'ombra che alcun corpo faccia. E, percioché questa materia, cioè che cosa sia l'ombra ovvero anima, e come l'ombra prenda quel corpo, il quale agli occhi nostri appare che ella abbia, quando talvolta n'appaiono, si tratterá, sí come in luogo ciò richiedente, nel venticinquesimo canto del Purgatorio, non curo qui di farne piú luogo sermone.

«Risposemi: - Non uom». In questa seconda particella si dimostra chi costui fosse che apparito gli era; e questo si dimostra per sei cose spettanti al domandato. Dice adunque «non uomo», a dimostrare che l'uomo è composto d'anima e di corpo, e però, separato l'uno dall'altro, non rimane uomo, né il corpo per se medesimo, né l'anima per sé; e in quanto dice «uomo giá fui», mostra sé essere spirito giá stato congiunto con corpo.

«E li parenti miei». È colui che si manifesta qui, Virgilio; e prima si manifesta dalla regione nella quale nacque, in quanto dice, «furon lombardi». Dove è da sapere che Virgilio fu figliuolo di Virgilio lutifigolo, cioè d'uomo il quale faceva quell'arte, cioè di comporre diversi vasi di terra; e la madre di lui, secondo che dice Servio Sopra l'«Eneida», quasi nel principio, ebbe nome Maia. Dice adunque che costoro furono lombardi, cosí dinominati da Lombardia, provincia situata tra 'l monte Appennino e gli Alpi e 'l mare Adriano; e avanti che Lombardia si chiamasse, fu chiamata Gallia, da' galli che quella occuparono e cacciaronne i toscani; e prima che Gallia si chiamasse, quella parte dove è Mantova, fu chiamata Venezia, da quegli èneti che seguirono Antenore troiano dopo il disfacimento di Troia. La cagione perché Lombardia si chiama, è che, partitisi certi popoli dell'isola di Scandinavia, la quale è tra ponente e tramontana in Oceano, chiamati dalle barbe grandi e da' capegli, li quali s'intorcevano davanti al viso, «longobardi», e sotto diversi signori, e dopo lunghissimo tempo in varie regioni venendo, dimorati, si fermarono in Ungheria, e in quella stettero nel torno di quarantasei anni; poi, a' tempi di Giustiniano imperadore, essendo patricio in Italia per lui un suo eunuco, chiamato Narsete, e non essendo bene nella grazia di Sofia, moglie di Giustiniano, ed essendo da lei minacciato che richiamare il farebbe e metterebbelo a filare colle femmine sue, sdegnato rispose che, s'ella sapesse filare, al bisogno le sarebbe venuto, percioché egli ordirebbe tal tela, ch'ella non la fornirebbe di tessere in vita sua; e carichi molti somieri di diversi frutti, con una solenne ambasciata gli mandò in Ungheria ad Albuino, il quale allora era re de' longobardi, mandandolo pregando che egli co' suoi popoli venissero ad abitare quel paese, ove quegli frutti nascevano. Albuino, che giá in Gallia era stato, ed era amico di Narsete, lasciata Ungheria a certi popoli vicini, li quali si chiamavano ávari, in Gallia con tutti i suoi maschi e femmine, piccoli e grandi, ne venne, e con la loro forza, e col consiglio e aiuto di Narsete, tutto il paese occuparono; e, toltogli il nome antico, da sé lo dinominarono Lombardia, il qual nome infino a' nostri dí persevera.

«Mantovani, per patria, amendui». Mantova fu giá notabil cittá; ma, percioché d'essa si tratterá nel ventesimo canto di questo pienamente, qui non curo di piú scriverne.

«Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi». Qui dimostra Virgilio chi egli fosse dal tempo della sua nativitá. E' pare che l'autore voglia lui esser nato vicino al fine della dettatura di Giulio Cesare, la qual cosa non veggo come esser potesse; percioché se al fine della dettatura di Giulio nato fosse, ed essendo cinquantadue anni vissuto come fece, sarebbe Cristo nato avanti la sua morte: dove Eusebio, in libro De temporibus, scrive lui essere morto l'anno dello 'mperio d'Ottaviano Cesare..., che fu avanti la nativitá di Cristo da quattordici o quindici anni; e il predetto Eusebio scrive, nel detto libro, della sua nativitá cosí: «Virgilius Maro in vico Andes, haud longe a Mantua natus, Crasso et Pompeio consulibus»; il quale anno fu avanti che Giulio Cesare occupasse la dettatura (la qual tenne quattro anni e parte del quinto) bene venti anni.

«E vissi a Roma». Certa cosa è che Vergilio, avendo lo ingegno disposto e acuto agli studi, primieramente studiò a Cremona, e di quindi n'andò a Milano, lá dov'egli studiò in medicina; e, avendo lo 'ngegno pronto alla poesia, e vedendo i poeti esser nel cospetto d'Ottaviano accetti, se n'andò a Napoli, e quivi si crede sotto Cornuto poeta udisse alquanto tempo. E quivi similmente dimorando, sí come egli medesimo testimonia nel fine del libro, avendo prima composto la Buccolica, e racquistato per opera d'Ottaviano i campi paterni, li quali a Mantova erano stati conceduti ad un centurione chiamato Arrio, compose la Georgica. Poi, sí come Macrobio in libro Saturnaliorum scrive, mostra mentre che scrisse l'Eneida si stesse in villa: il dove non dice, ma, per quello che delle sue ossa fece Ottaviano, si presume che questa villa fosse propinqua a Napoli, e prossimana al promontorio di Posillipo, tra Napoli e Pozzuolo. [E portò tanto amore a quella cittá che, essendo solennissimo astrolago, vi fece certe cose notabili con l'aiuto della strologia; percioché, essendo Napoli fieramente infestato da continua moltitudine di mosche, di zenzare e di tafani, egli vi fece una mosca di rame, sotto sí fatta costellazione che, postala sopra il muro della cittá, verso quella parte onde le mosche e' tafani da un padule indi vicino, vi venivano, mai, mentre star fu lasciata, in Napoli non entrò né mosca né tafano. Fecevi similmente un cavallo di bronzo, il quale avea a far sano ogni cavallo che avesse i dolori, o altra naturale infermitá, avendo tre volte menatolo d'intorno a questo. Fece, oltre a questo, due teste di marmo intagliate, delle quali l'una piagnea e l'altra ridea, e posele ad una porta, la quale si chiamava porta Nolana, l'una dall'un lato della porta, e l'altra dall'altro; ed avevan questa proprietá, che chi veniva per alcuna sua vicenda a Napoli, e disavvedutamente entrava per quella porta, se egli passava dalla parte della porta dove era posta quella che piagnea, mai non potea recare a fine quello per che egli venuto v'era, e se pure il recava, penava molto, e con gran noia e fatica il faceva; se passava dall'altra parte, dove era quella che rideva, di presente spacciava la bisogna sua.] E però credo che egli vivesse poco a Roma, ma che egli talvolta vi usasse, questo è credibile.

«Sotto il buono Augusto», cioè Ottaviano Cesare, il quale, essendo per nazione della gente Ottavia, anticamente cittadina di Velletri, d'Ottavio padre e di Giulia, sirocchia di Giulio Cesare, nacque; il quale poi Giulio Cesare s'adottò in figliuolo e per testamento gli lasciò questo nome di Cesare. Poi, avendo egli perseguitati e disfatti tutti coloro li quali avevano congiurato contro a Giulio Cesare, e finite nella morte d'Antonio e di Cleopatra le guerre cittadine, e molte nazioni aggiunte allo 'mperio di Roma; ed essendo a Roma venuti ambasciadori indiani e di Scizia, genti ancora appena da' romani conosciute, a domandare l'amicizia e la compagnia sua e de' romani; e, oltre a ciò, avendo i parti renduti i regni romani tolti a Crasso e ad Antonio; parendo a' romani questo essere maravigliosa cosa, il vollero, secondo che alcuni dicono, adorare per iddio: la qual cosa egli rifiutò del tutto. E nondimeno, avendogli tutto il governo della republica commesso, e tenendo ragionamento di doverlo cognominare Romolo, per consiglio di Numacio Planco senatore fu cognominato Augusto, cioè accrescitore. Ma, percioché in molte parti di questo libro si fa di lui menzione, per questa credo assai sia detto. Chiamalo il «buon Augusto» l'autore, percioché, quantunque crudel giovane fosse, nella etá matura diventò umano e benigno prencipe e buono per la republica.

«Nel tempo degl'iddii falsi e bugiardi». Sono falsi, non veri iddii, «quia dii gentium daemonia»: «bugiardi» gli chiama, percioché il demonio, sí come e' medesimo in altra parte dice, è padre di menzogna.

[Lez.III]

«Poeta fui». Apresi ancora qui Virgilio per questo nome di «poeta» piú all'autore; [intorno al qual nome, chiamato da molti e conosciuto da pochi, estimo sia alquanto da estendersi. È dunque da vedere donde avesse la poesia e questo nome origine, qual sia l'uficio del poeta, e che onore sia retribuito al buon poeta. Estimaron molti, forse piú da invidia che da altro sentimento ammaestrati, questo nome «poeta» venire da un verbo detto «poio pois», il quale, secondo che li grammatici vogliono, vuol tanto dire, quanto «fingo fingis»: il qual «fingo» ha piú significazioni; percioché egli sta per «comporre», per «ornare», per «mentire» e per altri significati. Quegli adunque che dall'avvilire altrui credon sé esaltare, dissono e dicono che dal detto verbo «poio» viene questo nome «poeta»; e percioché quello suona «poio» che «fingo», lasciati stare gli altri significati di «fingo», e preso quel solo nel quale egli significa «mentire», conchiudendo, vogliono che «poeta» e «mentitore» sieno una medesima cosa; e per questo sprezzano e avviliscono e annullano in quanto possono i poeti, ingegnandosi, oltre a questo, di scacciargli e di sterminargli del mondo, nel cospetto del non intendente vulgo gridando: i poeti per autoritá di Platone dover esser cacciati delle cittá. E, oltre a ciò, prendendo d'una pistola di Geronimo a Damaso papa De filio prodigo questa parola: «Carmina poëtarum sunt cibus daemoniorum»; quasi armati dell'arme d'Achille, con ardita fronte contra i poeti tumultuosamente insultano; aggiugnendo a' loro argomenti le parole della Filosofia a Boezio, dove dice: - «Quis - inquit - has scenicas meretriculas ad hunc aegrum permisit accedere, quae dolores eius non modo nullis remediis foverent, verum dulcibus insuper alerent venenis?» - E, se piú alcuna cosa truovano, similmente, come contro a nemici della repubblica, contro ad essi l'oppongono.]

[Ma, percioché a questi cotali a tempo sará risposto, vengo alla prima parte, cioè donde avesse origine il nome del «poeta». Ad evidenza della qual cosa è da sapere, secondo che il mio padre e maestro messer Francesco Petrarca scrive a Gherardo suo fratello, monaco di Certosa, gli antichi greci, poiché per l'ordinato movimento del cielo e mutamento appo noi de' tempi dell'anno, e per altri assai evidenti argomenti, ebbero compreso uno dover essere colui il quale con perpetua ragione dá ordine a queste cose, e quello essere Iddio, e tra loro gli ebbero edificati templi, e ordinati sacerdoti e sacrifici; estimando di necessitá essere il dovere nelle oblazioni di questi sacrifici dire alcune parole, nelle quali le laudi degne a Dio, e ancora i lor prieghi a Dio si contenessero; e conoscendo non esser degna cosa a tanta deitá dir parole simili a quelle che noi, l'uno amico con l'altro, familiarmente diciamo o il signore al servo suo: costituirono che i sacerdoti, li quali eletti e sommi uomini erano, queste parole trovassero. Le quali questi sacerdoti trovarono; e, per farle ancora piú strane dall'usitato parlare degli uomini, artificiosamente le composero in versi. E perché in quelle si contenevano gli alti misteri della divinitá, accioché per troppa notizia non venissero in poco pregio appo il popolo, nascosero quegli sotto fabuloso velame. Il qual modo di parlare appo gli antichi greci fu appellato «poetes»; il qual vocabolo suona in latino, «esquisito parlare»; e da «poetes» venne il nome del «poeta», il qual nulla altra cosa suona che «esquisito parlatore». E quegli, che prima trovarono appo i greci questo, furono Museo, Lino e Orfeo. E, perché ne' lor versi parlavano delle cose divine, furono appellati non solamente «poeti», ma «teologi»; e per le opere di costoro dice Aristotile che i primi che teologizzarono furono i poeti. E, se bene si riguarderá alli loro stili, essi non sono dal modo del parlare differenti da' profeti, ne' quali leggiamo, sotto velamento di parole nella prima apparenza fabulose, l'opere ammirabili della divina potenza. È vero che coloro, spirati dallo Spirito santo, quel dissero che si legge, il quale credo tutto esser vero, sí come da verace dettatore stato dettato; quello, che i poeti finsero, fecero per forza d'ingegno, e in assai cose non il vero, ma quello che essi secondo i loro errori estimavan vero, sotto il velame delle favole ascosero. Ma i poeti cristiani, de' quali sono stati assai, non ascosero sotto il loro fabuloso parlare alcuna cosa non vera, e massimamente dove fingessero cose spettanti alla divinitá e alla fede cristiana: la qual cosa assai bene si può cognoscere per la Buccolica del mio eccellente maestro messer Francesco Petrarca, la quale chi prenderá e aprirá, non con invidia, ma con caritevole discrezione, troverá sotto alle dure cortecce salutevoli e dolcissimi ammaestramenti; e similmente nella presente opera, sí come io spero che nel processo apparirá. E cosí si cognoscerá i poeti non essere mentitori, come gl'invidiosi e ignoranti li fanno.]

[Appresso l'uficio del poeta è, sí come per le cose sopradette assai chiaro si può comprendere, questo nascondere la veritá sotto favoloso e ornato parlare: il che avere sempre fatto i valorosi poeti si troverá da chi con diligenza ne cercherá. Ma ciò che io ora ho detto, è da intendere sanamente. Io dico «la veritá», secondo l'oppenione di quegli tali poeti; percioché il poeta gentile, al quale niuna notizia fu della cattolica fede, non poté la veritá di quella nascondere nelle sue fizioni, nascosevi quelle che la sua erronea religione estimava esser vere; percioché, se altro che quello, che vero avesse istimato, avesse nascoso, non sarebbe stato buon poeta.]

[E, percioché i poeti furono estimati non solamente teologi, ma eziandio esaltatori dell'opere de' valorosi uomini, per li quali li stati de' regni, delle province e delle cittá si servano; e, oltre a ciò, quegli ne' lor versi di fare eterni si sforzarono; e similemente furono grandissimi commendatori delle virtú e vituperatori de' vizi: estimarono lor dovere estollere con quel singulare onore che i principi triunfanti per alcuna vittoria erano onorati; cioè che dopo la vittoria d'alcuna loro laudevole impresa, in comporre alcun singular libro, essi fossero coronati di alloro, a dimostrare che, come l'alloro serva sempre la sua verdezza, cosí sempre era da conservare la lor fama. Le fatiche de' quali, se molto laudevoli non fossero, non è credibile che il senato di Roma, al qual solo apparteneva il concedere, a cui degno ne reputava, la laurea, avesse quella ad un poeta conceduta, ch'egli concedette ad Affricano, a Pompeo, a Ottaviano e agli altri vittoriosi prencipi e solenni uomini: la qual cosa per avventura non considerano coloro che meno avvedutamente gli biasimano. E se per avventura volesson dire: - Noi gli biasimiamo perché furon gentili, le scritture de' quali sono da schifare sí come erronee; - direi che da tollerar fosse, se Platone, Aristotile, Ipocrate, Galieno, Euclide, Tolomeo e altri simili assai, cosí gentili come i poeti furono, fossero similemente schifati; il che non avvenendo, non si può forse altro dire se non che singular malivolenzia il faccia fare.]

[Ma da rispondere è alle obbiezioni di questi valenti uomini fatte contro a' poeti.]

[Dicono adunque, aiutati dall'autoritá di Platone, che i poeti sono da esser cacciati delle cittá, quasi corrompitori de' buoni costumi. La qual cosa negare non si può che Plato nel libro della sua Republica non lo scriva; ma le sue parole non bene intese da questi cotali fanno loro queste cose senza sentimento dire. Fu ne' tempi di Platone, e avanti, e poi perseverò lungamente, ed eziandio in Roma, una spezie di poeti comici, li quali, per acquistare ricchezze e il favore del popolo, componevan lor commedie, nelle quali fingevano certi adultèri e altre disoneste cose, state perpetrate dagli uomini, li quali la stoltizia di quella etá aveva mescolati nel numero degl'iddii; e queste cotal commedie poi recitavano nella scena, cioè in una piccola casetta, la quale era constituita nel mezzo del teatro, stando dintorno alla detta scena tutto il popolo, e gli uomini e le femmine, della cittá ad udire. E non gli traeva tanto il diletto e il disiderio di udire, quanto di vedere i giuochi che dalla recitazione del commedo procedevano; i quali erano in questa forma: che una spezie di buffoni, chiamati «mimi», l'uficio de' quali è sapere contraffare gli atti degli uomini, uscivano di quella scena, informati dal commedo in quegli abiti ch'erano convenienti a quelle persone, gli atti delle quali dovevano contraffare, e questi cotali atti, onesti o disonesti che fossero, secondo che il commedo diceva, facevano. E, percioché spesso vi si facevano intorno agli adultèri, che i commedi recitavano, di disoneste cose, si movevano gli appetiti degli uomini e delle femmine, riguardanti, a simili cose disiderare e adoperare; di che i buon costumi e le menti sane si corrompevano, e ad ogni disonestá discorrevano. Perciò, accioché questo cessasse, Platone, considerando, se la republica non fosse onesta, non poter consistere, scrisse, e meritamente, questi cotali dovere essere cacciati delle cittá. Non adunque disse d'ogni poeta. Chi fia di sí folle sentimento, che creda che Platone volesse che Omero fosse cacciato della cittá, il quale è dalle leggi chiamato «padre d'ogni virtú»? chi Solone, che nello estremo de' suoi dí, ogni altro studio lasciato, ferventissimamente studiava in poesia? Le leggi del qual Solone, non solamente lo scapestrato vivere degli ateniesi regolarono, ma ancora composero i costumi de' romani, giá cominciati a divenire grandi. Chi crederá ch'egli avesse cacciato Virgilio, chi Orazio o Giovenale, acerrimi riprenditori de' vizi? chi crederá ch'egli avesse cacciato il venerabile mio maestro messer Francesco Petrarca, la cui vita e i cui costumi sono manifestissimo esemplo d'onestá? chi il nostro autore, la cui dottrina si può dire evangelica? E se egli questi cosí fatti poeti cacciasse, cui riceverá egli poi per cittadino? Sardanapalo, Tolomeo Evergete, Lucio Catellina, Neron cesare? Ma in veritá questa obbiezione potevano essi o potrebbono agevolmente tacere. Non è egli sí gran calca fatta da' poeti onesti d'abitare nelle cittá: Omero abitò il piú per li luoghi solitari d'Arcadia; Virgilio, come detto è, in villa; messer Francesco Petrarca a Valchiusa, luogo separato d'ogni usanza d'uomini; e, se investigando si verrá, questo medesimo si troverá di molti altri.]

[Dicono oltre a questo, le parole scritte da san Girolamo: «Daemonum cibus sunt carmina poëtarum». Le quali parole senza alcun dubbio son vere. Ma chi avesse in questa medesima pístola letto, avrebbe potuto vedere di quali versi san Girolamo avesse inteso; e massimamente nella figura, la qual pone, d'una femmina non giudea, ma prigione de' giudei, la qual dice che, avendo raso il capo, e posti giú i vestimenti suoi, e toltesi l'unghie e i peli, potersi ad uno ismaelita per via di matrimonio congiugnere: forse con minor fervore, avendo la figura intesa, avrebbero quelle parole contro a' poeti allegate. E, accioché questo piú apertamente s'intenda, non vuole altro la figura posta da san Girolamo, se non, per quegli atti che la scrittura di Dio dice dover fare, se non, una purgazione del paganesimo o d'altra setta fatta, potere qualunque femmina nel matrimonio venir de' giudei: e cosí, purgate certe inconvenienze del numero de' poeti, restare i versi de' poeti non come cibo di dimonio, ma come angelico potersi da' fedeli cristiani usare. E questa purgazione per la grazia di Dio si può dir fatta, poi che Costantino imperadore, battezzato da san Silvestro, diede luogo al lume della veritá; percioché per la santitá e sollecitudine dei papi e degli altri ecclesiastici pastori, scacciando i sopradetti comici e ogni disonesto libro ardendo, par questa poesia antica purgata, e potersi, ne' libri autorevoli e laudevoli rimasi, congiugnere con ogni cristiano.]

[Non dico perciò (che è quello, a che san Girolamo nella predetta pistola attende molto) che il prete o il monaco, o qual altro religioso voglian dire, al divino oficio obbligato, debba il breviario posporre a Virgilio; ma, avendo con divozione e con lagrime il divino oficio detto, non è peccare in Spirito santo il vedere gli onesti versi di qualunque poeta. E, se questi cotali non fossero piú religiosi o piú dilicati, che stati sieno i santi dottori, essi ritroverebbero questo cibo, il quale dicono de' demòni, non solamente non essere stato gittato via o messo nel fuoco, come alcuni per avventura vorrebbono, ma essere stato con diligenzia servato, trattato e gustato da Fulgenzio, dottore e pontefice cattolico, sí come appare in quello libro, il quale esso appella delle Mitologiae, da lui con elegantissimo stilo scritto, esponendo le favole de' poeti. E similmente troverebbono sant'Agostino, nobilissimo dottore, non avere avuto in odio la poesia, né i versi de' poeti, ma con solerte vigilanza quegli avere studiati e intesi: il che se negare alcun volesse, non puote; conciosiacosaché spessissime volte questo santo uomo ne' suoi volumi induca Virgilio e gli altri poeti; né quasi mai nomina Virgilio senza alcun titolo di laude.]

[Similmente e Geronimo, dottore esimio e santissimo uomo, maravigliosamente ammaestrato in tre linguaggi, il quale gli ignoranti si sforzano di tirare in testimonio di ciò che essi non intendono, con tanta diligenzia i versi de' poeti studiò e servò nella memoria, che quasi paia nulla nelle sue opere non avere senza la testimonianza loro fermata. E, se essi non credono questo, veggano, tra gli altri suoi libri, il prologo del libro il quale egli chiama Hebraicarum quaestionum, e considerino se quello è tutto terenziano. Veggano se esso spessissime volte, quasi suoi assertori, induce Virgilio e Orazio; e non solamente questi, ma Persio e gli altri minori poeti. Leggano, oltre a questo, quella facundissima epistola da lui scritta a sant'Agostino, e cerchino se in essa l'ammaestrato uomo pone i poeti nel numero de' chiarissimi uomini, li quali essi si sforzano di confondere.]

[Appresso, se essi nol sanno, leggano negli Atti degli apostoli e troveranno se Paolo, vaso d'elezione, studiò i versi poetici, e quegli conobbe e seppe. Essi troveranno lui non avere avuto in fastidio, disputando nello areopago contro la ostinazione degli ateniesi, d'usare la testimonianza de' poeti; e in altra parte avere usato il testimonio di Menandro comico poeta, quando disse: «Corrumpunt mores bonos colloquia mala». E similmente, se io bene mi ricordo, egli allega un verso di Epimenide poeta, il quale attissimamente si potrebbe dire contro a questi sprezzatori de' poeti, quando dice: «Cretenses semper mendaces, malae bestiae, ventres pigri». E cosí colui, il quale fu rapito insino al terzo cielo, non estimò quello, che questi piú santi di lui vogliono, cioè esser peccato o abbominevole cosa aver letti e apparati i versi de' poeti. Oltre a tutto questo, cerchino quello che scrisse Dionisio areopagita, discepolo di Paolo e glorioso martire di Gesú Cristo, nel libro il quale compose Della celeste gerarchia. Esso dice e proseguita e pruova la divina teologia usare le poetiche fizioni, dicendo intra l'altre cose cosí: «Etenim valde artificialiter theologia poëticis sacris formationibus, in non figuratis intellectibus usa est, nostram, ut dictum est, animam relevans, et ipsi propria et coniecturali reductione providens, et ad ipsum reformans anagogicas sanctas Scripturas»; ed altre cose ancora assai, le quali a questa somma seguitano. E ultimamente, accioché io lasci star gli altri, li quali io potrei inducere incontro a questi nemici del poetico nome, non esso medesimo Gesú Cristo, nostro salvadore e signore, nella evangelica dottrina parlò molte cose in parabole, le quali son conformi in parte allo stilo comico? Non esso medesimo incontro a Paolo, abbattuto dalla sua potenza in terra, usò il verso di Terenzio, cioè: «Durum est tibi contra stimulum calcitrare»? Ma sia di lungi da me che io creda Cristo queste parole, quantunque molto davanti fosse, da Terenzio prendesse. Assai mi basta a confermare la mia intenzione, il nostro Signore aver voluto alcuna volta usare la parola e la sentenzia prolata giá per la bocca di Terenzio, accioché egli appaia che del tutto i versi de' poeti non sono cibo del diavolo. Che adunque diranno questi li quali cosí presuntuosamente s'ingegnano di scalpitare il nome poetico? Certo, al giudicio mio, e' non gli possono giustamente dannare, se non che co' versi poetici non si guadagnan danari, che credo sia quello che in tanta abbominazione gli ha loro messi nel petto, perché a' loro desidèri non sono conformi.]

[Resta a spezzare l'ultima parte delle loro armi, le quali in gran parte deono esser rotte, se a quel si riguarda che alla sentenza di Platone fu risposto di sopra. Essi vogliono che la filosofia abbia cacciate le muse poetiche da Boezio, sí come femmine meretrici e disoneste, e i conforti delle quali conducono chi l'ascolta, non a sanitá di mente, ma a morte. Ma quel testo, male inteso, fa errare chi reca quel testo in argomento contro a' poeti. Egli è senza alcun dubbio vero la filosofia esser venerabile maestra di tutte le scienze e di ciascuna onesta cosa; e in quello luogo, dove Boezio giaceva della mente infermo, turbato e commosso dello esilio a gran torto ricevuto, egli, sí come impaziente, avendo per quello cacciata da sé ogni conoscenza del vero, non attendeva colla considerazione a trovare i rimedi opportuni a dover cacciar via le noie che danno gl'infortuni della presente vita; anzi cercava di comporre cose, le quali non liberasson lui, ma il mostrassero afflitto molto, e per conseguente mettessero compassion di lui in altrui. E questa gli pareva sí soave operazione che (senza guardare che egli in ciò faceva ingiuria alla filosofica veritá, la cui opera è di sanare, non di lusingare il passionato), che esso, con la dolcezza delle lusinghe del potersi dolere, insino alla sua estrema confusione avrebbe in tale impresa proceduto; e, peroché questo è esercizio de' comici di sopra detti (a fine di guadagnare), di lusingare e di compiacere alle inferme menti, chiama la Filosofia queste muse «meretriculae scenicae», non perché ella creda le muse esser meretrici, ma per vituperare con questo vocabolo l'ingegno dell'artefice che nelle disoneste cose le induce. Assai è manifesto non esser difetto del martello fabbrile, se il fabbro fa piú tosto con esso un coltello, col quale s'uccidono gli uomini, che un bómere, col quale si fende la terra, e rendesi abile a ricevere il seme del frutto, del quale noi poscia ci nutrichiamo. E che le Muse sieno qui istrumento adoperante secondo il giudicio dell'artefice, e non secondo il loro, ottimamente il dimostra la Filosofia, dicendo in quel medesimo luogo che è disopra mostrato, quando dice: - Partitevi di qui, Serene dolci infino alla morte, e lasciate questo infermo curare alle mie muse, cioè alla onestá e alla integritá del mio stilo, nel quale mediante le mie muse io gli mostrerò la veritá, la quale egli al presente non conosce, sí come uomo passionato e afflitto. - Nelle quali parole si può comprendere non essere altre muse, quelle della filosofia, che quelle de' comici disonesti e degli elegiaci passionati, ma essere d'altra qualitá l'artefice, il quale questo istrumento dee adoperare. Non adunque nel disonesto appetito di queste muse, le quali chiama la Filosofia «meretricule», sono vituperate le muse, ma coloro che in disonesto esercizio l'adoperano.]

[Restavano sopra la presente materia a dir cose assai, ma percioché in altra parte piú distesamente di questo abbiamo scritto, basti questo averne detto al presente, e alla nostra impresa ne ritorniamo. Fu adunque Virgilio, poeta, e non fu popolar poeta, ma solennissimo, e le sue opere e la sua fama chiaro il dimostrano agl'intendenti.]

[Lez. IV]

 «E cantai». Usa Virgilio questo vocabolo in luogo di «composi versi»; e la ragione in parte si dimostrò, dove di sopra si disse perché «cantiche» si chiamano l'opere de' poeti; alla quale si puote aggiugnere una usanza antica de' greci, dalla qual credo non meno esser mossa la ragione perché «cantare» si dicono i versi poetici, che da quella che giá è detta. E l'usanza era questa: ch'e' nobili giovani greci si reputavano quasi vergogna il non saper cantare e sonare, e questi loro canti e suoni usavano molto ne' lor conviti. E non erano li lor canti di cose vane, come il piú delle canzoni odierne sono, anzi erano versi poetici, ne' quali d'altissime materie o di laudevoli operazioni da valenti uomini adoperate, sí come noi possiam vedere nella fine del primo dell'Eneida di Virgilio, dove, dopo la notabile cena di Didone fatta ad Enea, Iopa, sonando la cetera, canta gli errori del sole e della luna, e la prima generazione degli uomini e degli altri animali, e donde fosse l'origine delle piove e del fuoco, e altre simili cose: dal quale atto poté nascere il dirsi che i poetici versi si cantino. E per conseguente Virgilio, dell'opere da sé composte dice «cantai». Il qual non solamente compuose l'Eneida, ma molti altri libri, si come, secondoché Servio scrive, l'Ostirina, l'Ethna, il Culice, la Priapea, il Cathalecthon, le Dire, gli Epigrammati, la Copa, il Moreto e altri; ma sopra tutti fu l'Eneida, la quale in laude d'Ottaviano compuose. Poi, partendosi da Napoli, e andandone ad Atene ad udir filosofia, non avendo corretto il detto Eneida, quello lasciò a due suoi amici valenti poeti, cioè a Tucca e a Varrone, con questo patto che, se avvenisse che egli avanti la tornata sua morisse, che essi il dovessero ardere; per che, essendo a Brandizio morto, senza potere esser pervenuto ad Atene, e Tucca e Varrone sappiendo questo libro in laude di Ottaviano essere stato composto, e che esso il sapeva, temettero d'arderlo senza coscienza d'Ottaviano; e perciò, raccontata a lui la intenzion di Virgilio, ebbero in comandamento di non doverlo ardere per alcuna cagione, ma il correggessero, con questo patto, che essi alcuna cosa non v'aggiugnessero, e, se vi trovasser cosa da doverne sottrarre, potessero. Il che essi con fede fecero. Poi Ottaviano, fatte recare le sue ossa da Brandizio a Napoli, vicino al luogo dove gli era dilettato di vivere, il fece seppellire, cioè infra 'l secondo miglio da Napoli, lungo la via che si chiamava Puteolana, accioché esso quivi giacesse morto, dove gli era dilettato di vivere.]

«Di quel giusto Figliuol d'Anchise», cioè d'Enea, del quale Virgilio nel primo dell'Eneida fa ad Ilioneo dire alla reina Dido queste parole:

Rex erat Aeneas nobis, quo iustior alter

nec pietate fuit, nec bello maior et armis,

nelle quali testimonia Enea essere stato giustissimo. Anchise fu della schiatta de' re di Troia, figliuolo di Capis, figliuolo di Assaraco, figliuolo di Troio, e fu padre d'Enea, come qui si dice, «che venne da Troia». Troia è una provincia nella minore Asia, vicina d'Ellesponto, alla quale è di ver' ponente il mare Egeo, dal mezzodí Meonia, da levante Frigia maggiore, da tramontana Bitinia, cosí dinominata da Troio, re di quella. «Poi che il superbo Ilión fu combusto». Ilione fu una cittá di Troia, cosí nominata da Ilio, re di Troia, e fu la cittá reale, e quella, secondo che Pomponio Mela scrive nel primo della sua Cosmografia, che fu da' greci assediata, e ultimamente presa e arsa e disfatta. Chiamalo «superbo» dall'altezza dello stato del re Priamo e de' suoi predecessori.

E poi che manifestato s'è, egli fa una breve domanda all'autore, dicendo: - «Ma tu perché ritorni a tanta noia?» quanta è a essere nella selva, della quale partito ti se'; - e quinci segue e fanne un'altra: - «Perché non sali al dilettoso monte, Ch'è principio e cagion di tutta gioia?». -

Espedite queste parole di Virgilio, segue la terza parte di questa seconda, nella qual dissi che con ammirazion l'autore rispondeva, e, col commendar Virgilio, s'ingegnava d'accattare la sua benivolenza. E, rispondendo alla dimanda di lui, gli mostra quello per che al monte non sale, e il suo aiuto addimanda, e dice: - «Or se' tu quel Virgilio e quella fonte, Che spande di parlar sí largo fiume?». - Commendalo qui l'autore dell'amplitudine della sua facundia, quella facendo simigliante ad un fiume. «Rispos'io lui con vergognosa fronte». Vergognossi l'autore d'essere da tanto uomo veduto in sí miserabile luogo, e dice «con vergognosa fronte», percioché in quella parte del viso prima appariscano i segni del nostro vergognarci; comeché qui si può prendere il tutto per la parte, cioè tutto il viso per la fronte. - «O degli altri poeti» latini «onore», percioché per Virgilio è tutto il nome poetico onorato, «e lume». Sono state l'opere di Virgilio a' poeti, che appresso di lui sono stati, un esempio, il quale ha dirizzate le loro invenzioni a laudevole fine, come la luce dirizza i passi nostri in quella parte dove d'andare intendiamo. «Vagliami il lungo studio e il grande amore». Poi che l'autore ha poste le laude di Virgilio, accioché per quelle il muova al suo bisogno, ora il priega per li meriti di se medesimo, per li quali estima Virgilio sí come obbligatogli il debba aiutare, e dice: «Vagliami», a questo bisogno, «il lungo studio». Vuol mostrare d'avere l'opera di Virgilio studiata, non discorrendo, ma con diligenza. «E 'l grande amore». E per questo intende mostrare un atto caritativo, che fatto gli ha studiare il libro di Virgilio, e non, come molti fanno, averlo studiato per trovarvi che potere mordere e biasimare. «Che m'ha fatto cercare il tuo volume», l'Eneida.

«Tu se' lo mio maestro». Qui con reverirlo vuol muover Virgilio chiamandolo «maestro», «e 'l mio autore». In altra parte si legge «signore», e credo che stia altresí bene; percioché qui, umiliandosi, vuol pretendere il signore dovere ne' bisogni il suo servidore aiutare. «Tu se' solo colui da cui io tolsi», cioè presi, «il bello stilo», del trattato, e massimamente dello 'Nferno, «che m'ha fatto onore», cioè fará. E pon qui il preterito per lo futuro, facendo solecismo.

«Vedi la bestia», e mostragli la lupa, della quale di sopra è detto, «per cui io mi volsi», dal salire al dilettoso monte. E qui gli risponde all'interrogazion fatta; appresso il priega dicendo: «Aiutami da lei, famoso saggio»; nelle quali parole vuol mostrare colui veramente esser saggio, il quale non solamente è saggio nel suo segreto, ma eziandio nel giudicio degli altri per lo quale esso diventa famoso. «Ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi». Triemano le vene e' polsi quando dal sangue abbandonate sono, il che avviene quando il cuore ha paura; percioché allora tutto il sangue si ritrae a lui ad aiutarlo e riscaldarlo, e il rimanente di tutto l'altro corpo rimane vacuo di sangue, e freddo e palido.

- «A te convien tenere altro viaggio». In questa quarta particella fa l'autore due cose: prima dichiara ciò che Virgilio dice della natura di quella lupa, e il suo futuro disfacimento; appresso gli dimostra Virgilio quel cammino che gli par da tenere, accioché egli possa di quello luogo pericoloso uscire. La seconda quivi: «Ond'io per lo tuo me'». Dice dunque: - «A te convien tenere altro viaggio», che quello il quale di tenere ti sforzi, - «rispose» Virgilio, «poi che lagrimar mi vide, - Se vuoi campar», senza morte uscire, «d'esto loco selvaggio», come di sopra è dimostrato. E, seguendo, Virgilio gli dice la cagione perché a lui convien tenere altro cammino, dicendo: «Ché quella bestia», cioè quella lupa, «per la qual tu gride», domandando misericordia, «Non lascia altrui passar per la sua via», non della lupa, ma di colui che andar vuole; «Ma tanto lo 'mpedisce», ora in una maniera e ora in un'altra, «che l'uccide. Ed ha», questa lupa, «natura sí malvagia e ria, Che mai non empie la bramosa voglia» del divorare, «Ma dopo il pasto ha piú fame che pria». Vuole Virgilio per queste parole rimuovere un pensier vano, il quale potrebbe cadere nell'autore, dicendo: - Quantunque questa bestia sia bramosa e abbia la fame grande, egli potrá avvenire che ella prenderá alcuno animale e pascerassi, e, pasciuta, mi lascerá andare dove io disidero; - il qual avviso si rimuove per quelle parole: «E dopo il pasto ha piú fame che pria».

«Molti son gli animali a cui s'ammoglia», cioè co' quali si congiugne. Questo è fuori dell'uso della natura di qualunque animale, congiugnersi con molti animali di diverse spezie; ma con alcuno assai bestie il fanno, sí come il cavallo coll'asino, la leonessa col leopardo e la lupa col cane. E questo non è da dubitare che l'autore non sapesse; per che, avendol posto, assai bene possiam comprendere l'autore volere altro sentire che quello che semplicemente suona la lettera, e cosí in ciò che sèguita del rimettimento di questa lupa in inferno: la sposizione delle quali cose a suo tempo riserberemo. «E piú saranno ancora», che stati non sono, «infin che 'l veltro Verrá». È il veltro una spezie di cani, maravigliosamente nimica de' lupi, de' quali veltri dice, come appare, doverne venire uno, «che la fará morir con doglia».

«Questi», cioè questo veltro, «non ciberá», cioè mangerá, «terra né peltro». Peltro è una spezie vile di metallo composta d'altri. «Ma sapienza, amore e virtute». Questi non sogliono essere cibi de' cani; e perciò assai chiaro appare lui intendere altro che non par che dica la lettera. «E sua nazion sará tra feltro e feltro». È il feltro vilissima spezie di panno, come ciascun sa manifestamente.

«Di quella umile». Usa qui l'autore un tropo, il quale si chiama «ironia», per vocabolo contrario mostrando quello che egli intende di dimostrare; cioè per «umile», «superba», sí come noi tutto 'l dí usiamo, dicendo d'un pessimo uomo: - Or questi è il buono uomo; - d'un traditore: - Questi è il leale uomo; - e simili cose. Dice adunque: «Di quella umile», cioè superba, «Italia fia salute». È Italia una gran provincia, nominata da Italo, figliuolo di Corito re e fratello di Dardano (del quale piú distesamente diremo appresso nel quarto canto), terminata dall'Alpi e dal mare Tirreno e dall'Adriano, contenente in sé molte province; e perciò, a voler dimostrare di qual parte di questa Italia dice, soggiugne: «Per cui morí», cioè fu uccisa, «la vergine Camilla».

Fu questa Camilla, secondo che Virgilio scrive nell'undicesimo dell'Eneida, figliuola di Metabo, re di Priverno, e di Casmilla, sua moglie. E, percioché nel partorire questa fanciulla morí la madre, piacque al padre di levare una lettera sola, cioè quella «s», che era nel nome di Casmilla, sua moglie, e nominare la figliuola Camilla. La quale essendo ancora piccolissima, avvenne, per certe divisioni de' privernati, Metabo re a furore fu cacciato di Priverno. Il quale, non avendo spazio di potere alcun altra cosa prendere, prese questa piccola sua figliuola e una lancia, e con essa, essendo dai privernati seguito, si mise in fuga; e, pervegnendo a un fiume, il quale si chiamava Amaseno, e trovandol per una grandissima piova cresciuto molto, e sé veggendo convenirgli lasciar la fanciulla, se notando il volea trapassare, subitamente prese consiglio d'involgere questa fanciulla in un suvero e legarla alla sua lancia, e quella lanciare di lá dal fiume e poi esso notando passarlo. Per che, legatola e dovendola gittare oltre, umilemente la raccomandò a Diana, a lei botandola, se ella salva gliela facesse dall'altra parte del fiume ritrovare; e lanciatola e poi notando seguitola, e dall'altra parte trovata senza alcuna lesione la figliuola, andatosene con essa in certe selve vicine, allevò questa sua figliuola alle poppe d'una cavalla. Alla quale, come crescendo venne, appiccò una faretra alle spalle, e posele un arco in mano, e insegnolle non filare, ma saettare e gittar le pietre con la rombola, e correr dietro agli animali [e i suoi vestimenti erano di pelli d'animali] salvatichi. Ne' quali esercizi costei giá divenuta grande fu maravigliosa femmina; e fu in correre di tanta velocitá, che, correndo, ella pareva si lasciasse dietro i venti; e fu sí leggiera, che Virgilio, iperbolicamente parlando, dice che ella sarebbe corsa sopra l'onde del mare senza immollarsi le piante de' piedi. Costei da molti nobili uomini addomandata in matrimonio, mai alcuna cosa non ne volle udire, ma, virginitá servando, si dilettava d'abitar le selve nelle quali era stata allevata e di cacciare. Poi pare che richiamata fosse nel regno paterno; e, ritornatavi, e sentendo la guerra di Turno con Enea, da Turno richiesta, con molti de' suoi volsci andò in aiuto di lui; dove un dí, fieramente contro a' troiani combattendo, fu fedita d'una saetta nella poppa da uno che avea nome Arruns; della qual fedita essa morí incontanente.

«Eurialo, Turno e Niso di ferute». Eurialo e Niso furono due giovani troiani, li quali in Italia aveano seguito Enea. Ed essendo insieme con Ascanio, figliuolo d'Enea, rimasi a guardia del campo d'Enea, il quale era andato a cercare aiuto contro a Turno a certi popoli circunvicini, avvenne che, premendo Turno molto Ascanio, si dispose Ascanio, per téma di non poter sofferire la forza di Turno, di far sentire ad Enea come da assedio era gravemente stretto, accioché di tornare in soccorso di lui il padre s'affrettasse. Alla qual cosa fare Niso si profferse, e ingegnavasi di farlo occultamente da Eurialo; percioché conosceva il pericolo esser grande, ed Eurialo ancora un garzone, ed egli nol voleva mettere a quel pericolo. Ma non seppe sí fare che Eurialo nol sentisse; per la qual cosa convenne che Eurialo andasse con lui. E, usciti una notte del campo d'Ascanio, convenendo loro passar per lo mezzo de' nemici, e tacitamente andando e trovandogli tutti dormire, n'uccison molti. Ed Eurialo, vago come i garzon sono, di certe armadure belle, tratte a coloro li quali uccisi aveano, carico, seguitando Niso, avvenne che si scontrarono in una grande quantitá di nemici, li quali come Niso vide, tantosto si ricolse in un bosco, credendo avere appresso di sé Eurialo; ma egli era rimaso, e giá intorniato da' nimici, quando Niso lui non esser seco si avvide. Per che voltosi, e vedendol nel mezzo de' nemici, e loro correntigli addosso per ucciderlo, tornando addietro, cominciò a gridare che perdonassero ad Eurialo, sí come a non colpevole, e uccidesson lui, il quale aveva tutto quello male fatto. Ma poco valse: essi uccisono Eurialo e poi ucciser lui; e cosí amenduni quivi morti rimasero.

«Turno». Costui fu figliuolo di Dauno, re d'Ardea, e nepote carnale d'Amata, moglie di Latino, re de' laurenti, giovane ardentissimo e di gran cuore; il quale, vedendo Latino re avere data Lavina sua figliuola per moglie ad Enea, la qual prima avea promessa a lui, sdegnato, avea mosso guerra ad Enea, e per questo molte battaglie aveano fatte; ultimamente, secondo che Virgilio scrive nel fine del dodicesimo dell'Eneida, soprastandogli Enea in una singular battaglia stata fra loro, e veggendogli cinto il balteo, il qua1e era stato di Pallante, cui ucciso avea, lui addomandante perdono, uccise.

E cosí dalle morti di costoro ha l'autore discritta di qual parte d'Italia intenda, cioè di quella lá dove è Roma, con alcune piccole circustanze: la quale in tanta superbia crebbe, che le parve poco il voler soprastare a tutto il mondo; né per la ruina del romano imperio cessò però la romana superbia, perseverando in essa la sede apostolica. Nella quale, al tempo che l'autore di prima pose mano alla presente opera, sedeva Bonifazio papa ottavo, il quale, quantunque altiero signor fosse molto, parve per avventura ancor molto piú all'autore, in quanto piegare non fu potuto a' piaceri né alle domande fatte da quegli della setta della quale fu l'autore.

«Questi», cioè questo veltro, «la caccerá per ogni villa», cioè estermineralla del mondo, «Finché l'avrá rimessa nell'inferno, Lá onde invidia prima dipartilla». In queste parole chiaramente si può intendere, l'autore dire una cosa e sentire un'altra; conciosiacosaché manifesto sia in inferno non generarsi lupi, e perciò di quello non poterne essere stato tratto alcuno, per doverlo in questa vita menare.

«Ond'io per lo tuo me'». In questa particella seconda della quarta, dice l'autore il consiglio preso da Virgilio per sua salute, e, secondo l'usanza poetica, mostra in poche parole ciò che dee trattare in tutto questo suo volume; e dice cosí: «Ond'io», considerata la natura di questa lupa che t'impedisce, «per lo tuo me', penso e discerno», giudico, «Che tu mi segua, ed io sarò tua guida, E trarrotti di qui», cioè di questo luogo pericoloso, «per luogo eterno», cioè per lo 'nferno e per lo purgatorio, i quali son luoghi eterni; «Dove», cioè in quel luogo, «udirai le dispietate strida», in quanto paiono d'uomini crudeli e senza alcuna umanitá; «E vederai gli spiriti dolenti, Che la seconda morte ciascun grida»; cioè la morte dell'anima, percioché quella del corpo, la quale è la prima, essi l'hanno avuta. Addomandano adunque la seconda, credendo per quella le pene, che sentono, non dover poscia sentire. [Ma i nostri teologi tengono che, quantunque essi la spiritual morte domandino, non perciò, potendola avere, la vorrebbono, percioché per alcuna cagione non vorrebbon perdere l'essere. Deesi adunque intendere li dannati chiamar la seconda morte, sí come noi mortali spesse volte chiamiamo la prima; la quale se venir la vedessimo, senza alcun dubbio a nostro potere la fuggiremmo. O puossi sporre cosí: tiensi per li teologi esser piú spezie di morte, delle quali è la prima quella della quale tutti corporalmente moiamo; la seconda dicono che è morte di miseria, la qual veramente io credo essere infissa ne' dannati, in tanta tribulazione e angoscia sono: e questo è quello che ciascun dannato grida, non dimandandola, ma dolendosi.]

«E vederai color che son contenti Nel fuoco», della penitenza; e dice «contenti», percioché quella penitenza, che non si facesse con contentamento d'animo di colui che la facesse, non varrebbe alcuna cosa a salute; «perché speran di venire, Quando che sia», finito il tempo della penitenzia, «alle beate genti. Alle quali» beate genti, «se tu vorrai salire», però che sono in cielo, «Anima fia a ciò di me piú degna: [Con lei ti lascerò nel mio partire». E questa fia quella di Stazio poeta, con la quale egli poscia il lasciò in su la sommitá del monte di purgatorio, sopra la riva del fiume di Lete, come nel trentesimo canto del Purgatorio si legge.] «Ché quello imperador», cioè Iddio, «che lassú», cioè in cielo, «regna, Perch'io fui ribellante», non seguendola, «alla sua legge», a' suoi comandamenti, «Non vuol che in sua cittá», in paradiso, «per me si vegna. In tutte parti impera», comandando, «e quivi», nel cielo empireo, «regge: Quivi è la sua cittá», nel cielo, «e l'alto seggio», reale. «O felice colui, cui quivi elegge!», per abitatore di quello, come i beati sono. -

«Io cominciai: - Poeta». In questa quinta particella l'autore, udito il consiglio di Virgilio, e approvandolo, lo scongiura che quivi il meni, dicendo: «io ti richieggio, Per quello Iddio», cioè Gesú Cristo, «che tu non conoscesti, Accioch'io fugga questo male», cioè il pericolo nel quale al presente sono, «e peggio», cioè la morte, «Che tu mi meni lá ove or dicesti», cioè in inferno e in purgatorio, «Sí ch'i' vegga la porta di san Pietro», cioè la porta del purgatorio, dove sta il vicario di san Piero: «Con quelli i quai tu fai», cioè di' essere, «cotanto mesti», cioè dolorosi, dannati alle pene eterne. -

«Allor si mosse», entrando nel cammino dimostrato; ed è atto d'uomo disposto a quello di che è richiesto, che senza eccezione il mette ad esecuzione. Ed è questa l'ultima particella delle sei, che dissi esser partita la seconda parte principale del primo canto. «Ed io gli tenni dietro», cioè il seguitai.

II - Senso allegorico
[Lez. V]

«Nel mezzo del cammin di nostra vita», ecc. Poi che, per la grazia di Dio, è quello, che secondo il senso litterale si può, dimostrato, è da tornarsi al principio di questo canto, e quello che sotto la rozza corteccia delle parole è nascoso, cioè il senso allegorico, aprire e dichiarare. Intorno alla qual cosa credo udirete cose per le quali vi si potrebbe forse meritamente dire le parole che l'autore medesimo dice nel secondo canto del Paradiso, cioè: «Que' gloriosi che passâro a Colco, Non s'ammiraron, come voi farete, Quando vider Giason fatto bifolco». Percioché allora per effetto potrete vedere quanto d'arte e quanto di sentimento sia stato e sia nello stilo poetico, oltre alla stima che molti fanno. E peroché gustando con lo 'ntelletto il mellifluo e celestial sapore, nascoso sotto il velo del favoloso discrivere, forse vi dorrete il nostro poeta e gli altri avere tanta soavitá riposta, in guisa che senza difficultá aver non si puote; e direte: - Perché non diedono i poeti la loro dottrina libera e aperta ed espedita, come molti altri fanno la loro, sí che, chi volesse, ne potesse prendere frutto piú tosto? - In risponsione della qual cosa si possono due ragioni dimostrare: e la prima può esser questa.

Costume generale è, di tutte le cose meritamente da aver care, il discreto uomo non tenerle in piazza, ma sotto il piú forte serrame c'ha nella sua casa, e con grandissima diligenza guardarle, e ad alquanti suoi amici, ma a pochi e rade volte, mostrarle; e questo fa, accioché il troppo farne copia non faccia quelle divenire piú vili. Il che per atto possiam tutto il dí vedere avvenire; e, se in ogni altra cosa nascosa ci fosse questa veritá, guardiamo al sole, del quale alcuna cosa sí bella, non che piú, veggiamo, né alcuna sí chiara muoversi, non tirato né sospinto, se non dal divino ordine impostogli; pieno di tanta luce, che ogni altro lucido corpo illumina, ogni terrena cosa vivifica, accresce e nutrica e al suo fine conduce: il quale, per troppo mostrarsi, è non solamente poco prezzato, ma son di quegli che di vederlo ischifano. Per la qual cosa, accioché questo non seguiti, non so qual altra cosa noi possiamo con piú certa ragion dire che sia piú cara, piú da gradire e meglio da riporre e da guardare, che sono gli alti effetti della natura e i secreti misteri e i sublimi della divinitá. Questi, se negl'intelletti universalmente del vulgo divenissero, in poco tempo ne seguirebbe che sarebbon pregiati meno che non è il sole, o che i ragionamenti meccanici e le favole delle femminelle. E per questo lo Spirito santo, d'ogni cosa dottissimo, gli alti segreti della divina mente nascose, come noi possiam vedere, nelle figure del Vecchio Testamento, nelle Visioni di certi profeti, e ancora nell'Apocalissi di Giovanni evangelista, sotto parole tanto nella prima faccia differenti dal vero e meno conformi nell'apparenza a' sensi nascosi, che per poco piú esser non potrebbono. Le vestigie del quale, con quelle forze che possono gli umani ingegni seguir la divinitá, con ogni arte s'ingegnarono di seguitare i poeti, quelle cose che essi estimavano piú degne sotto favoloso parlare nascondendo, accioché dove carissime sono, non divenissero vili ad ogni uomo, aperte lasciandole. Il che assai bene pare ne dimostri Macrobio, nel primo libro De somnio Scipionis, cosí dicendo: «De diis autem, ut dixi, caeteris et de anima, non frustra se, nec ut oblectent, ad fabulosa convertunt, sed quia sciunt inimicam esse naturae apertam nudamque expositionem sui: quae, sicut vulgaribus hominum sensibus intellectum sui vario rerum tegmine operimentoque subtraxit, ita a prudentibus arcana sua voluit per fabulosa tractari. Sic ipsa mysteria figurarum cuniculis operiuntur, ne vel hoc adeptis nudam rerum talium natura se praebeat, sed summatibus tantum viris, sapientia interprete, veri arcani consciis. Contenti sint reliqui ad venerationem, figuris defendentibus a vilitate secretum», ecc.

La seconda ragione può essere questa. Suole quello, che con difficultá s'acquista, piacer piú e guardarsi meglio che quello che senza alcuna fatica o poca si truova; e questo le grandi ereditá rimase a' nostri giovani cittadini hanno mostrato. Non essendo adunque alcun dubbio esser molta malagevolezza il trarre la nascosa veritá di sotto al fabuloso parlare, dee seguire essere incomparabile diletto, a colui che, per suo studio, vede averla saputa trovare; laonde non solamente ogni affanno avutone se ne dimentica, ma ne rimane una dolcezza nell'animo, la quale quasi con legame indissolubile ferma, nella memoria di colui che ritrovata l'ha, la veritá: dove quella che senza alcuna difficultá s'acquista, come leggiermente venne, cosí leggiermente si parte. Di che séguita che dell'avere faticato s'acquista, dove del non avere studiato l'uomo si ritruova di scienza vòto.

[La terza ragione mi pare dovere esser questa. E' non pare che alcun dubbio sia li cieli, i pianeti e le stelle esser ministri della divina potenza, e, secondo la virtú loro attribuita, i corpi inferiori generare, mediante quelle cagioni che dalla natura sono ordinate, e quegli nutrire e nel lor fine menargli. E, percioché essi corpi superiori sono in continuo moto e in diversi modi si congiungono e si separano l'uno dall'altro, par di necessitá che gli effetti da lor prodotti in diversi tempi e in materie diverse, debbano esser diversi e a diverse cose disposti; e quinci par che séguiti la diversitá degli aspetti degli uomini, de' quali non pare che alcuno alcun altro somigli; e similmente degli ofici, li quali veggiam manifestamente essere, eziandio naturalmente, diversi negli uomini. Dalla qual cosa mosso, dice il nostro autore nel Paradiso:

Un ci nasce Solone, ed altro Serse,

altri Melchisedech, ed altri quello

che, volando per l'aere, il figlio perse.

E questo si dee cognoscere muovere dal divino intelletto, il quale cognosce una universitá, come è quella dell'umana generazione, non poter consistere in sé, se non avesse diversitá d'ufici. E perciò, accioché dell'altre cose lasciamo al presente stare, alcun ci nasce atto a filosofia, alcuno ad astrologia, alcuno a poesia e alcuni altri ad altre scienze. Colui, che nasce atto a poesia, séguita, quanto può e sa, d'esercitarsi nel poetico oficio; e, quantunque da Dio sia alle nostre anime, le quali esso immediate crea, data la ragione e il libero arbitrio, per lo quale, non ostante la forza de' cieli, ciascun può far quello che piú gli aggrada, pare che il piú seguitin gli uomini quello a che essi sono atti nati. Laonde quegli che al poetico oficio è nato, eziandio volendo, non pare che possa fare altro che quello che a tale oficio s'appartiene; e, percioché a quello oficio s'appartiene quello che di sopra è detto, se egli in quello laudevolmente s'esercita, non è per avventura da maravigliarsene]. E perciò non si rammarichi alcuno, se dai poeti è sotto favole nascosa la veritá, ma piú tosto si dolga della sua negligenza, per la quale e' perde o ha perduto quello che il farebbe lieto, faticandosi d'avere ritrovata la cara gemma nella spazzatura nascosa. E questo basti avere a questa parte risposto.

Fu adunque il nostro poeta, sí come gli altri poeti sono, nasconditore, come si vede, di cosí cara gioia, come è la cattolica veritá, sotto la volgare corteccia del suo poema. [Per la qual cosa si può meritamente dire questo libro essere poliseno, cioè di piú sensi. De' quali è il primo senso quello il quale egli ha nelle cose significate per la lettera, sí come voi potete aver di sopra, nella esposizion litterale, udito; e chiamasi questo senso «litterale», e cosí è. Il secondo senso è allegorico o vero morale, il quale, accioché voi comprendiate meglio, esemplificando vel dichiarerò in questi versi: «In exitu Israël de Aegypto, domus Iacob de populo barbaro: facta est Iudea sanctificatio eius, Israël potestas eius». Da' quali, se noi guarderemo a quello che la lettera suona solamente, vedremo esserci significato l'uscimento de' figliuoli di Israel d'Egitto al tempo di Moisé; e se noi guarderemo alla alligoria, vedremo esserci mostrata la nostra redenzione fatta per Cristo; e se noi guarderemo al senso morale, vedremo esserci mostrata la conversione dell'anima nostra dal pianto e dalla miseria del peccato allo stato della grazia; e se noi guarderemo al senso anagogico, vedremo esserci dimostrato l'uscimento dell'anima santa dalla corruzione della presente servitudine alla libertá della gloria eternale. E cosí come questi sensi mistici sono generalmente per vari nomi appellati, tutti nondimeno si possono appellare «allegorici», conciosiacosaché essi sieno diversi dal senso litterale o vero istoriale: e questo è, percioché «allegoria» è detta da un vocabolo greco, detto «aileon», il quale in latino suona «alieno», ovvero diverso; e perciò dissi questo libro esser poliseno, percioché tutti questi sensi, da chi tritamente volesse guardare, gli si potrebbono in assai parti dare]. E per questo, agutamente pensando, forse potremmo del presente libro dir quello che san Gregorio dice, nel proemio de' suoi Morali, della Santa Scrittura, cosí scrivendo: «Sacra Scriptura locutionis suae morem transcendit, quia in uno eodemque sermone dum narrat textum prodit mysterium, et sic mysterio sapientes exercet, sic superficie simplices refovet. Habet in publico unde parvulos nutriat, servat in secreto unde mentes sublimium in admiratione suspendat. Quasi quidem quippe est fluvius, ut ita dixerim, planus et allus, in quo et agnus ambulet, et elephans natet», ecc.; percioché, recitando della presente opera la corteccia litterale, con quella insieme narriamo il misterio delle cose divine e umane, sotto quella artificiosamente nascose, e in questa maniera intorno al senso allegorico si possono i savi esercitare, e intorno alla dolcezza testuale nudrire i semplici, cioè quelli li quali ancora tanto non sentono, che essi possano al senso allegorico trapassare: cosí possiam vedere questo libro avere in publico donde nutrir possa gl'ingegni di quegli che meno sentimento hanno, e donde egli sospenda con ammirazione le menti de' piú provetti. E ancora, quantunque alla Sacra Scrittura del tutto agguagliar non si possa, se non in quanto di quella favelli, come in assai parti fa, nondimeno, largamente parlando, dir si può di questo, quello esserne che san Gregorio afferma di quello: cioè questo libro essere un fiume piano e profondo, nel quale l'agnello puote andare e il leofante notare, cioè in esso si possono i rozzi dilettare e i gran valenti uomini esercitare.

Ma, avendo giá l'una delle due parti in questo primo canto mostrata, cioè come quegli, che di minor sentimento sono, si possano intorno al senso litterale non solamente dilettare, ma ancora e nudrire e le lor forze crescere in maggiori; è da dimostrare la seconda, intorno alla quale si possano gl'ingegni piú sublimi esercitare: la qual cosa si fará aprendo quello che sotto la crosta della lettera sta nascoso. Intorno alla qual cosa sono da considerare, quanto è alla prima parte del presente canto, dieci cose: delle quali la prima será il veder quello che il nostro autore voglia sentire per lo sonno, il quale dice che ricordar nol lascia come nella selva oscura s'entrasse; la seconda, come noi in questo sonno ci leghiamo; la terza, qual fosse la diritta via la quale per questo sonno dice d'avere smarrita; la quarta, qual cosa potesse essere quella che il movesse a ravvedersi che esso avesse la diritta via smarrita; la quinta, perché piú nel mezzo del cammino di nostra vita che in altra etá; la sesta, quello che egli intenda per quella selva tanto oscura e malagevole, quanto dimostra esser quella nella quale dice si ritrovò; la settima, perché piú nel principio del dí che ad altra ora scriva d'essersi ravveduto; la ottava, quello che vuole s'intenda per li raggi del sole apparitigli e per lo monte nella sommitá del quale gli apparvero; la nona, quello che esso senta per la considerazione avuta, poi che alquanto la paura gli cessò; la decima, quello che noi dobbiam sentire per le tre bestie le quali lo impedivano a salire al monte. E, queste vedute, procederemo alla seconda parte del presente canto.

La prima cosa, la qual dissi si voleva investigare, accioché il senso allegorico, nascoso sotto la lettera della prima parte di questo canto, si manifesti, è quello che il nostro autore voglia sentire per lo sonno, il qual dice che ricordar nol lascia come egli entrasse nell'oscura selva. Ad evidenzia della quale è da sapere che 'l sonno, che alla presente materia appartiene, è di due maniere: l'una è sonno corporale, l'altra è sonno mentale. Il sonno corporale si può in due maniere distinguere. Delle quali l'una è naturale, e puossi dire esser quella la quale naturalmente in noi si richiede in nudrimento e conservazione della nostra sanitá: il quale, occupandoci, lega e quasi oziose rende tutte le nostre forze (ovvero potenze) sensitive e le intellettive, percioché, perseverante esso, né sentiamo né intendiamo alcuna cosa; di che a' morti simili divegnamo. Ma, poi che la natura ha preso per la sua indigenza quello che l'è opportuno a restaurazione delle virtú faticate nella vigilia e in conforto della vegetativa virtú, eziandio senza essere da alcuno escitati, da questo per noi medesimi ci sciogliamo. E di questo alcuna cosa piú distesamente diremo nel principio del quarto canto del presente libro. L'altra maniera del corporal sonno è quella, dalla quale vinta ogni corporal potenza, si separa l'anima dal corpo, e senza alcuna cosa sentire o potere o sapere, immobili giacciamo, e giaceremo infino al dí novissimo, senza poterci levare. E di questo intende il salmista, quando dice: «Cum dederit dilectis suis somnum».

Il sonno mentale, allegoricamente parlando, è quello quando l'anima, sottoposta la ragione a' carnali appetiti, vinta dalle concupiscenze temporali, s'addormenta in esse, e oziosa e negligente diventa, e del tutto dalle nostre colpe legata diviene, quanto è in potere alcuna cosa a nostra salute operare. E questo è quel sonno, dal quale ne richiama san Paolo, dicendo: «Hora est iam nos de somno surgere». E questo sonno può essere temporale e può esser perpetuo. Temporale è quando ne' peccati e nelle colpe nostre inviluppati dormiamo; e il salmista dice: «Surgite postquam sederitis, qui manducatis panem doloris»; e in altra parte san Paolo, dicendo: «Surge, qui dormis, et exurge a mortuis, et illuminabit te Christus». E talvolta avviene per sola benignitá di Dio che noi ci risvegliamo, e, riconosciuti i nostri errori e le nostre colpe, per la penitenzia levandoci, ci riconciliamo a Dio, il quale non vuole la morte dei peccatori; e, a lui riconciliati, ripognamo, mediante la sua grazia, la ragione, sí come donna e maestra della nostra vita, nella suprema sedia dell'anima, ogni scellerata operazione per lo suo imperio scalpitando e discacciando da noi. Perpetuo è quel sonno mentale, il quale, mentre che ostinatamente ne' nostri peccati perseveriamo, ne sopraggiugne l'ora ultima della presente vita, e in esso addormentati, nell'altra passiamo, lá dove, non meritata la misericordia di Dio, in sempiterno coi miseri in tal guisa passati, dimoriamo. Li quali si dicon «dormire nel sonno della miseria», in quanto hanno perduto il poter vedere, conoscere e gustare il bene dello 'ntelletto, nel qual consiste la gloria de' beati. È adunque questo sonno mentale quello del quale il nostro autor vuole che qui allegoricamente s'intenda; nel qual, ciascuno che si diletta piú di seguir l'appetito che la ragione, è veramente legato, e ismarrisce, anzi perde la via della veritá, alla quale in eterno non può ritornare.

La seconda cosa che era da vedere dissi che era come noi in questo sonno mentale ci leghiamo. E, percioché i lacciuoli sono infiniti, li quali la carne, il mondo e 'l dimonio tendono alla nostra sensualitá, pienamente dire non se ne potrebbe per lingua d'uomo; ma ad un de' modi, il quale è quasi universale, riducendoci, dico che, dalla nostra puerizia, noi il piú dirizziamo i piedi, cioè le nostre affezioni, in questi lacci, e, quasi non accorgendocene (percioché piú i sensi che la ragione abbiamo allora per guida), sí c'inveschiamo, che poi o non ci sciogliamo da quegli, o non senza grande difficultá, volendo, ce ne sviluppiamo. A questa etá i nostri tre predetti nemici con ogni sollecitudine stendono le reti loro. E la ragione è questa: l'etá, come detto è, è tenera e nuova e vaga, e la sensualitá è in essa fortissima, percioché la ragione non v'è ancora assai perfetta; e, secondo che pare che la esperienza ne dimostri, dalla gola, alla quale quella etá è inchinevole, par che prenda inizio la nostra ruina. E la ragione pare assai manifesta: sono generalmente i fanciulli vaghi del cibo, sospignendogli a ciò la natura che il suo aumento disidera; e gustando, come spesso avviene, le saporite e dilicate vivande e i vini esquisiti, a pian passo procedendo ed ausando il gusto a quello che non gli bisognerebbe, cominciano, quantunque piccoli e fanciulli sieno, ad aver men cari quegli cibi, che, quantunque rozzi, soleano satisfare alla fame e alla sete loro, e i piú preziosi desiderano e domandano, e dal disiderio ad ottenergli si sforzano; e con questo nella etá piú piena procedendo, quasí come da naturale ordine tirati, nel vizio della lussuria discorrono. Questa, la quale non solamente i giovani, ma i vecchi fa se medesimi sovente dimenticare, loro con tante e tali lusinghe diletica, che, potendo all'appetito la vigorosa etá dell'adolescenza sodisfare, con ogni pensiero e con ardentissima affezione quello vituperevole diletto seguendo, tutti si mettono. E quinci, per compiacere, negli ornamenti del corpo discorrono, non altrimenti assai sovente ornandosi, che se vender si volessono al mercato de' poco savi. Le quali cose, percioché senza denari esercitar pienamente non si possono, gli sospingono nel disiderio d'aver denari, e, per quegli ogni coscienza posposta, senza alcuna difficultá ad ogni disonesto guadagno si dispongono, e quinci giucatori, ladri, barattieri, simoniaci, ruffiani e disleali divengono. E giá ad etá piú piena d'anni venuti, veggendo gli onori, la pompa, la potenza e la grandigia de' re, de' signori, de' gran cittadini, di quegli s'accendono, e quinci invidiosi, superbi, crudeli e ambiziosi divengono. Le quali cose, e altre molte, cosí successivamente, e talora con altro ordine cresciute, e multiplicate e abituate in noi, nel sonno della oblivione dei comandamenti di Dio ci legano e tengon sí stretti, che, quasi convertite in natura, per romore che fatto ci sia in capo, destare non ci lasciano. Le quali cose accioché a' lacedemoni avvenir non potessero, per legge comandò Licurgo che i lor figliuoli, ecc. (vedi Giustino, nel terzo libro, poco dopo il principio). [Né è mia intenzione il modo da addormentare i miseri nel sonno de' peccati lasciare.] Percioché molti aguati hanno gli avversari nostri, con li quali, se creduti sono, ogni matura e robusta etá adoppiano: ma perciò mi piacque far singular menzione di questa, perché, in questo modo presi, ci abituiamo ne' peccati; e por giú l'abito preso è difficilissimo; e, se pur si rimuove l'uomo talvolta dal peccare, con molta meno difficultá v'è rivocato colui che abituato vi fu, che colui che non vi fu abituato, e alcuna volta da essa memoria delle colpe giá commesse v'è ritirato.

La terza cosa, la qual dissi era da cercare, è di veder qual sia la via la quale l'autore dice d'avere per questo sonno smarrita. Egli è il vero che le vie son molte, ma tra tutte non è che una che a porto di salute ne meni, e quella è esso Iddio, il quale di sé dice nell'Evangelio: «Ego sum via, veritas et vita»; e questa via tante volte si smarrisce (dico «smarrisce», perché poi chi vuole la può ritrovare, mentre nella presente vita stiamo), quante le nostre iniquitá dai piaceri di Dio ne trasviano, mostrandoci nelle cose labili e caduche esser somma e vera beatitudine. E questa via, per la quale i nostri avversari ci ritorcono, danna il salmista, dicendo: «Beatus vir qui non abiit in consilio impiorum, et in via peccatorum non stetit», ecc.; ed in altra parte dice pregando: «Viam iniquitatis amove a me, et in lege tua miserere mei». Chiamasi ancora la vita presente «via»; e di questa dice il salmista: «Beati immaculati in via»; e in altra parte: «De torrente in via bibit».

Ma, come detto è, accioché di molt'altre lasciamo istare il ragionare, la prima è quella per la quale, se la gloria eterna vogliamo, ci conviene andare: e da questa si smarrisce ciascuno il quale nel sonno de' peccati si lega. E, percioché, come di sopra è mostrato, lusinghevolmente sottentrano i vizi, e cominciano in etá nella quale pienamente conosciuti non sono, dice l'autore non ricordarsí come questa via diritta abbandonasse. E credibile è. Chi sará colui che pienamente della origine delle sue colpe si possa ricordare? Conciosiacosaché esse vengano con diletto della sensualitá, e, quel passato, quasi state non fossero, leggiermente in dimenticanza si mettono.

La quarta cosa, la qual propuosi da essere da investigare, fu qual cosa potesse esser quella che l'autor movesse a ravvedersi che esso avesse la diritta via smarrita. E questa, senza alcun dubbio, si dee credere che fosse la grazia di Dio, il quale ci ama assai piú che non ci amiamo noi medesimi, e sempre è alla nostra salute sollecito; il che assai bene ne mostra Giovenale, dicendo:

Nam pro iocundis aptissima quaeque dabunt dii:

carior est homo illis, quam sibi, ecc.

Ma, accioché noi cognosciamo qual fosse la grazia di Dio, dalla quale l'autore tócco si movesse a destarsi del sonno mortale, nel quale la mente sua era legata, e a ravvedersi in qual pericolo fosse l'anima sua è da sapere, sí come il «maestro delle sentenze» afferma, esser quattro grazie quelle che la divina bontá ci presta alla nostra salute: delle quali la prima è chiamata grazia «operante», della quale dice san Paolo: «Per la grazia di Dio io sono quello che io sono»; la seconda grazia si chiama grazia «cooperante», e di questa dice san Paolo medesimo: «La grazia di Dio non fu in me vacua»; la terza grazia si chiama «perseverante», della qual dice il salmista: «Et misericordia eius subsequatur me omnibus diebus vitae meae»; la quarta grazia si chiama «salvante», della quale si legge nell'Evangelio: «De plenitudine eius omnes accepimus gratiam per gratiam». Fa adunque la prima grazia, del malvagio uomo, buono, sí come nel Libro della sapienza si scrive: «Verte ipsum, et non erit»; e san Paolo dice: «Fuistis aliquando tenebrae, nunc autem lux in Domino». La seconda, cioè la cooperante, fa del buono, migliore; e di ciò dice il salmo: «Ibunt de virtute in virtutem». La terza, cioè la perseverante, ne trasporta della via nella patria, della quale dice l'Evangelio: «Qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit»; nell'Apocalissi si legge: «Quicumque vicerit, dabo ei edere de ligno vitae, quod est in paradiso Dei mei»; e in altra parte nell'Apocalissi medesimo: «Quicumque vicerit, faciam illum columnam in templo Dei mei». La quarta, cioè la salvante, secondo i meriti guiderdona i faticanti; di che l'Evangelio dice: «Quid hic statis quotidie ociosi? ite et vos in vineam meam, et quod iustum fuerit dabo vobis»; e san Paolo: «ut recipiat unusquisque secundum ea quae fecit». Di queste quattro grazie, delle quali ho alquanto parlato, percioché piú volte nel processo di questo libro se n'ará a ragionare, piú diffusamente se ne vorrebbe esser detto; nondimeno questo basti al presente. E dico che la prima grazia senza alcun merito di colui che la riceve si dona; di che dice san Paolo: «Non secundum opera quae fecimus nos, sed secundum suam misericordiam salvos nos fecit». Le qualitá delle quali grazie considerate, assai manifestamente appare la prima delle quattro essere stata quella che al nostro autore (e similemente a ciascun altro che in simile caso si truova), fu conceduta da Dio, per la quale esso il suo misero stato conobbe.

Ma potrebbe alcun domandare: in che maniera tocca Domeneddio i peccatori con questa sua grazia? Le maniere son molte, percioché a tanto artefice, quanto Iddio è, non mancò mai modo a quello che egli volesse adoperare. Dice il salmista: «Dixit et facta sunt: mandavit et creata sunt». Esso primieramente alcuna volta con visioni tocca le menti di coloro che di questa grazia hanno bisogno, sí come noi leggiamo di Costantino imperadore, il quale, dormendo, vide san Pietro e san Paolo, e il loro ammaestramento udí, e poi si destò dal corporal sonno e dal mentale, quello seguí, e gli errori del paganesimo tutti da sé cacciò. Tocca alcuna volta con aperta visione, come fece san Paolo quando andava a Damasco; e fu di sí fatta forza questo toccamento, che esso divenne subitamente, di lupo, agnello e vaso di elezione pieno di Spirito santo. Tocca ancora co' suoi messaggeri, sí come fece David, il quale per l'omicidio d'Uria e per l'adulterio commesso in Bersabé, essendosi dal suo piacer partito, mandatogli Nathan profeta, il fece riconoscere; il quale, piangendo, e in quel salmo allora da lui composto, cioè «Miserere mei, Deus», la sua misericordia addomandando, impetrò del commesso perdonanza; e similemente Ezechia re, nunziatagli per comandamento di Dio da Isaia profeta la sua morte, pianse e pregò, e impetrò quindici anni di vita. Tocca ancora con tribulazioni intorno alle cose mondane; perché gli uomini, sentendosi affliggere nella perdita de' figliuoli e delle possessioni, delle mercatanzie, degli stati e di simili cose, quasi desti dal mortal sonno si ritornano verso Iddio, e ingegnansi d'uscire della via delle tenebre e tornare alla luce. E quantunque saper non possiamo qual si fosse, di queste o forse d'alcuna altra, la maniera con la quale la grazia di Dio toccò l'autore addormentato dal sonno mentale, credesi nondimeno per molti che da tribulazioni fosse tócco; giá aveggendosi in questo tempo, nel quale la presente opera incominciò, di quello che poi quasi a mano a mano gli avvenne, cioè di dover perdere lo stato suo, e di dovere andar in esilio, e di dovere nelle proprie cose ricever danno. Per la qual cosa, da questa grazia operante tócco, cominciò a pensare, e pensando a conoscere le cose presenti non avere alcuna stabilitá, esser piene d'invidia e di pericoli, e nulla altra cosa in sé aver fermezza se non il servire e amare Iddio. Dal quale pensiero fu cominciata a rompere la nuvola della ignoranza, la quale infino a quella ora l'avea occupato, e cominciò a conoscere la miseria dello stato de' peccati, e ad avvedersi in quanti e quali fosse inviluppato, e in quanto pericolo esso fosse lungamente dimorato d'andare ad eterna perdizione.

La quinta cosa, che dissi era da vedere, è perché piú nel mezzo della nostra vita che in altra etá questo avvenisse. Intorno alla qual cosa è da sapere questo vocabol «mezzo» potersi prendere in due modi. L'un modo è quello che nella esposizione litterale dicemmo, cioè puntale; il quale mezzo è dirittamente quel punto che igualmente è distante a due estremitá. Verbigrazia: egli è una verga lunga due braccia, cioè dall'una estremitá della verga all'altra sono due braccia; per che il mezzo puntale di questa verga sara lá dove, dall'una estremitá cominciandosi e andando verso l'altra la lunghezza d'un braccio, lá dove egli finirá, sia puntalmente il mezzo di questa verga. E possiamo ancor dire il mezzo puntale esser quel punto il quale la sesta fa, quando alcun cerchio discriviamo; percioché questo in ogni parte del cerchio è igualmente distante dalla circunferenza. La seconda maniera del mezzo s'intende assai sovente ciò che si contiene intra due estremi, o infra la circunferenza del cerchio; sí come Niccolaio di Tamech sopra il Tito Livio dice che Arno è un fiume posto nel mezzo tra Fiesole e Arezzo; e in alcun luogo dice la Scrittura, Ierusalem essere nel mezzo del mondo: per lo qual mezzo molti intendono il mezzo puntale, e ciò, come i geometri sanno, non è vero. E perciò in questa parte è da prendere la parola dell'autore, quanto alla persona sua, per lo mezzo puntale; percioché, come di sopra mostrammo, egli era di etá di trentacinque anni, ch'è il mezzo puntale della vita nostra, quando, tócco dalla grazia di Dio, si ravvide dove l'aveva la ignoranza menato. Ma, percioché a ciascuno uomo, in che etá egli si sia, può avvenire, anzi avviene tutto il dí, che, abbandonata la via della veritá, s'entra ne' vizi, e similemente, per la grazia di Dio, il ravvedersi; si può per gli altri, i quali in altra etá che l'autore si ravveggono, intender questo mezzo quello spazio che è posto in fra il dí della nostra nativitá e il dí della morte. E puossi quel mezzo il quale per l'autore s'intende, che è intorno all'etá de' trentacinque anni, moralmente prendere, secondo che in quella etá ogni corporale virtú è a sua perfezion venuta; e cosí, in qualunque tempo l'uomo si ravvede del suo mal vivere e al ben vivere si converte, si può dire ogni potenzia animale esser venuta in perfetta virtú; e cosí nella buona disposizione, aiutato dalla grazia cooperante, perseverando, va di questa virtú in altra maggiore, e di quell'altra in un'altra, tanto che egli perviene dove ciascun discreto disidera al suo fine di venire.

La sesta cosa, la qual dissi che era da investigare, era quello ch'egli intendesse per quella selva oscura e malagevole nella quale dice si ritrovò. È adunque questa selva, per quello che io posso comprendere, lo 'nferno, il quale è casa e prigione del diavolo, nella quale ciascun peccatore cade ed entra, sí tosto come cade in peccato mortale. E che ella sia lo 'nferno, la discrizion di quella il dimostra assai chiaro, in quanto dice che ella era «oscura», cioè piena d'ignoranza (il che assai chiaro ne mostra Isaia quando dice: «Erravimus a via veritatis, et sol iustitiae non illuxit nobis»), considerata la qualitá di coloro che in essa dimorano: peroché, se in loro fosse alcuna luce di sapienza, non è alcun dubbio che non cercasson tantosto d'uscirne. E chi è piú ignorante che colui il quale, potendo schifare il fare contro a' comandamenti del suo Creatore (ché può ciascun che vuole), si lascia tirare alle lusinghe della carne e del mondo e alle fallacie del dimonio? o che pure, veggendosi per la nostra fragilitá tirato, non si sforza, avendo la via, d'uscirne, ma, aggiugnendo l'una colpa sopra l'altra, piú se medesimo inviluppa, e fa col continuo peccare piú tenebroso il suo intelletto e piú forti le catene del suo avversario? Dice, oltre a ciò, questa selva essere «selvaggia», sí come del tutto strana da ogni abitazione umana: percioché nella prigion del diavolo, nella quale noi medesimi peccando ci mettiamo, non è alcuna umanitá, né pietá, né clemenzia, anzi è piena di crudelitá, di bestialitá e di iniquitá. Né osta il dire: egli v'abitano gli uomini peccatori; percioché questo non è vero; ché, come l'uomo ha commesso il peccato, egli diventa quella bestia, li cui costumi son simili a quel peccato. Verbigrazia: colui che nel vizio della lussuria si lascia cadere, percioché la lussuria per la sua bruttezza è simigliata al porco, esso diventa porco, quantunque effigie umana gli rimanga; e il rapace diventa lupo, perché il lupo è rapacissimo animale: e cosí quello luogo è salvatico, sí come privato d'ogni umana stanza. È, oltre a questo, «aspra» per le spine, per li triboli e per gli stecchi, cioè per le punture de' peccati, li quali, continuamente dai morsi della coscienza infestati, dolorosamente pungono il peccatore. Ed è «forte», in quanto tenacissimi sono i legami del diavolo, e massimamente negli ostinati, li quali, poi che nel profondo delle colpe caduti sono, della divina misericordia disperandosi, disprezzano Iddio e turano gli orecchi alli ammonimenti de' giusti uomini e alla evangelica dottrina. E, per queste qualitá, a colui il qual è tócco dalla divina grazia, ella pare (e cosí è), piena di tanta amaritudine, che poco piú è la morte eternale, nella quale alcuna dolcezza non s'aspetta giammai.

Nondimeno dice l'autore alcun bene aver trovato in essa. Per lo qual bene niun'altra cosa credo che sia da intendere, altro che la misericordia di Dio, la quale non ha luogo che ne' giusti s'adoperi; e cosí ne' peccatori è tanto necessaria, che, se essa non fosse, alcun nostro merito né lagrima mai potrebbe sodisfare alla divinitá, del peccato commesso. Ella adunque è quella, che, nella oscuritá della nostra ignoranza e delle nostre colpe, colle braccia aperte si trova presta a non guardare a' difetti commessi, ma solamente alla buona affezione di chi a lei rivolger si vuole per doverla ricevere; questa è quella, la cui benignitá riguardata, a sé dalla disperazion ci ritira. Della quale, sí come di bene trovato lá ove ella è opportuna, l'autore dice di voler trattare, sí come fa nel libro secondo della presente Commedia, nel quale pienamente si posson comprendere e la sua santissima liberalitá e pietosi effetti verso i peccatori, quantunque essi abbiano incontro ad essa operato.

La settima cosa dissi era da vedere perché piú nel principio del dí scriva l'autore d'essersi ravveduto che ad altra ora. Puossi intorno a questa parte dire, quanto gli uomini involti ne' peccati dimorano, tanto dimorare nelle tenebre della notte, cioè della ignoranzia; la quale, come la notte toglie il poter conoscere o vedere le cose, quantunque nel cospetto ci sieno, cosí toglie il cognoscere il vero dal falso e le cose utili dalle dannose. E perciò, qualora avviene che la grazia di Dio operante tocca il peccatore ed è da lui ricevuta, cosí comincia a tornar la luce della conoscenza di Dio e di se medesimo e del suo stato; e ognora che la luce apparisce, è di necessitá che le tenebre della notte cessino; ed in quella ora che le tenebre cessano, sí come manifestamente appare, è principio del dí, e massimamente a colui il quale abbandona la notte della ignoranza, sollecitato e sospinto dalla divina grazia. E di questo dice Osea profeta in persona di Cristo: «In tribulatione sua mane consurgent ad me». Ed il peccatore d'altra parte, come agli occhi dell'intelletto gli apparisce la divina luce, giá le sue malvage operazioni cominciando a cognoscere, può dire quelle parole del salmista: «Mane adstabo tibi et videbo: quoniam non Deus volens iniquitatem tu es». Dunque congruamente finge l'autore di mattina essere stato questo ravvedimento, per lo quale si conobbe essere nella oscura selva dei peccati e della ignoranza.

L'ottava cosa dissi era da vedere quello che l'autor vuol intendere per lo sole che sopra il monte vide e per lo monte. Per li monti intende la Scrittura di Dio spesse fiate gli apostoli; e questo, percioché, come i monti son quegli che prima ricevono i raggi del sole materiale surgente, cosí gli apostoli furono i primi che ricevettero i raggi, cioè la dottrina del vero sole, cioè di Gesú Cristo, il quale è veramente sole di giustizia e luce, la quale illumina ciascuno che viene in questo mondo. E che esso sia vero sole, per molte ragioni si dimostrerebbe, le quali al presente per brevitá ometto. E, secondo che io estimo, nell'autore, sentita la grazia di Dio, venne quel desiderio, il quale si dee credere che vegna in ciascuno il quale quella grazia in sé riceve: cioè di conoscere pienamente le colpe sue, e qual via dovesse tenere per poter venire a salute; ed occorsegli nella mente alcuna dottrina non potergli in questo suo disiderio satisfare, come l'apostolica; rammemorandosi delle parole del salmista, dove, parlando di loro, dice: «Non sunt loquelae, neque sermones, quorum non audiantur voces eorum. In omnem terram exivit sonus eorum, et in fines orbis terrae verba eorum». E però, fuggendo la confusione delle tenebre del peccato, si può dire dicesse, come talvolta disse il salmista: «Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium mihi»; volendo in questo dire che egli levasse gli occhi della mente alle Scritture e alla dottrina apostolica, dalla quale sperava dovere avere aiuto al suo bisogno. Ed accioché questa speranza gli si fermasse nel cuore, dice che vide la sommitá di questo monte coperta de' raggi del pianeta, cioè del sole, a dimostrare che essa dottrina apostolica sia illuminata del lume dello Spirito santo, il quale veramente mena altrui diritto per ogni calle; cioè, da che che colpa l'uom si parte, egli è da lui menato in porto di salute. E che la dottrina degli apostoli sia santa e veramente piena de' doni dello Spirito santo, appare per le parole d'Isaia, dove dice: «Requiescet super eum spiritus timoris Domini, spiritus sapientiae et intellectus, spiritus consilii et fortitudinis, spiritus scientiae et pietatis, et replebit cum spiritus timoris Domini». Per che l'autore, e qualunque altro, veggendosi cosí fatto rifugio apparecchiato davanti, dove prender lo voglia, puote meritamente sperare, e, sperando, minuire la paura della morte eterna, nella quale il fanno dimorare le catene del diavolo, mentre in esse dimora legato. E, oltre a ciò, veggendo sopra questo monte il sole scacciatore delle tenebre eterne, e il quale è toglitore de' peccati, sí come noi di lui leggiamo: «Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi»; puote ancora maggiormente sperar salute, sospinto dalle parole d'Isaia, il quale dice: «Vobis, qui timetis Deum, orietur sol iustitiae». E perciò meritamente l'autore, conosciuto, lá dove era, esser valle di miseria, sí si sforza di partir di quella e di voler salire al monte, cioè alla dottrina della veritá, e a Colui il quale puote liberare ciascuno, che con affetto vuole, delle mani dello 'nferno.

[Lez. VI]

La nona cosa, la qual dissi considerar si volea, era quello che l'autor sentisse per la considerazione avuta, poi che alquanto la paura gli cessò; e appare per le sue parole essere stata del pericolo, nel quale si vedeva essere stato la passata notte: per la quale dobbiamo intendere il primiero atto dell'animo di colui che la passata miseria della sua vita comincia a cognoscere. Il quale veramente non è altro che paura, e spezialmente avendo egli spazio e alcuna luce di sentimento, per la qual possa discernere quante e quali possano essere state quelle cose che in quelle miserie l'avrebbono, ciascuna per se medesima, potuto far morire di perpetua morte: e massimamente cognoscendo la ingratitudine sua verso Iddio, dal quale infiniti benefici ha ricevuti, cognoscendo la sua giustizia, la quale, passato il tempo della misericordia, è irrevocabile, né si può, come quella de' mortali giudici, con prieghi né con lagrime piegare, né corromper con doni o con eccezioni prolungare. Dalla quale considerazione si levan presti coloro, li quali invano non ricevono la divina grazia, e per la diserta piaggia a salire al monte muovono i passi loro. E dice «diserta», percioché ancora è sterile e senza alcun virtuoso frutto l'anima di colui che pure ora ora comincia a partirsi della via del peccato.

La decima cosa, la quale da essere cercata dissi, è quello che noi dobbiamo sentire per le tre bestie, le quali l'autor mostra che impedivano il suo cammino. [Ed intorno a questo è da considerare queste bestie altrimenti doversi intendere avendo riguardo solamente all'autore, e altrimenti avendo riguardo generalmente a ciascun peccatore, che vuole alla via della veritá ritornare, percioché non ogni uomo igualmente è da una medesima passione impedito: e perciò avviso l'autor ponesse quello che a lui sentiva s'appartenesse e di che piú si conosceva passionato. E però primieramente quello dirò ch'io sentirò per queste tre bestie appartenere all'autore; poi, se niuna cosa v'avrò da mutare per riducerle al senso spettante all'universitá dei peccatori, come saprò, il farò e dimostrerò].

Dice adunque che, essendo nella predetta meditazione, diliberato di lasciare la valle oscura e di salire al monte luminoso e chiaro, cioè alla dottrina apostolica ed evangelica, essere state tre bestie quelle che il suo salire impedivano: una leonza, o lonza che si dica, e un leone e una lupa. Le quali, quantunque a molti e diversi vizi adattare si potessono, nondimeno qui, secondo la sentenzia di tutti, par che si debbano intendere per questi: cioè per la lonza il vizio della lussuria, e per lo leone il vizio della superbia, e per la lupa il vizio dell'avarizia. E, percioché io non intendo di partirmi dal parere generale di tutti gli altri, verrò a dimostrare come questi animali a' detti vizi si possono appropriare; e poi, se all'autore parrá di dovergli attribuire, rimangasi nello arbitrio di ciascuno.

Sono adunque nella lonza, tra l'altre molte, quattro singolari proprietá: ella primieramente è leggierissima del corpo, tanto, o piú, quanto alcun altro quadrupede sia; appresso, la sua pelle è leccata, piana e di molte macchie dipinta; oltre a questo, ella è maravigliosamente vaga del sangue del becco; ultimamente, ella è di sua natura crudelissimo animale.

Le quali quattro proprietá, secondo il mio giudicio, sono mirabilmente conformi al vizio della carne: percioché la sua leggerezza è a dimostrare la levitá degli animi di quelle persone o che con l'appetito o che attualmente con esso vizio s'inviscano; imperoché essi alcuna volta ardon tutti, da fervente disiderio della cosa amata accesi, e alcun'altra son piú freddi che la neve, cessando punto la speranza della cosa amata; e quasi in un momento ridono e cantano, e lamentansi e piangono, e cosí insuperbiscono subito, e subitamente diventano umili; ora turbati garrono e gridano, e di presente mitigati lusingano. Le quali levitá ottimamente discrive Plauto in una sua commedia chiamata Cistellaria, dove un giovane, piú che uopo non gli era, invescato in questa pania, dice cosí:

Credo ego amorem primum apud homines carnificinam commentum, hanc ego de me coniecturam domi facio, ne foras quaeram, qui omnes homines supero, atque antideo cruciabilitatibus animi. Iactor, crucior, agitor, stimulor, vexor vi amoris totus, miser. Exanimor, feror, differor, distrahor, diripior: ita nullam mentem animi habeo: ubi sum, ibi non sum: ubi non sum, ibi est animus: ita mihi omnia ingenia sunt. Quod lubet, non lubet iam id continuo. Ita me amor lassum animi ludificat, fugat, agit, appetit, raptat, retinet, iactat, largitur: quod dat, non dat: deludit: modo quod suasit, dissuadet: quod dissuasit, itidem ostentat. Maritimis moribus mecum expelitur: ita meum frangit amantem animum neque, nisi quia miser ne eo pessum, mihi ulla abest perdito pernities, ecc.

Oltre a ciò, questo disonesto appetito è velocissimo in permutarsi, e salta tosto d'una cosa in un'altra: un muover d'occhi, un atto vezzoso, un riso, una guatatura soave, una paroletta accesa, una lusinga, d'uno amore in un altro, come vento foglia, gli trasporta; e ora avendo a schifo questa che piacque, e ora desiderando quella che ancora non era piaciuta, dimostrano il lieve movimento della lor mente. La infelice Didone, secondo Virgilio, per un forestiero affabile, mai piú non veduto, subitamente dimenticò il lungamente e molto amato Sicheo; assai bene verificando quello che l'autore, nel Purgatorio, delle femmine dice:

Per lei, assai di lieve si comprende

quanto in femmina fuoco d'amor dura,

se l'occhio o 'l tatto spesso nol raccende.

Giasone dell'amor d'Isifile in brieve tempo saltò in quel di Medea, e, lei abbandonata, poi si rivolse a Creusa. Le quali inconvenienze e disordinati appetiti, assai bene convenirsi la leggerezza di questa bestia co' miseri libidinosi dimostrano.

Appresso, la pelle sua leccata e di macchie dipinta, non meno che la predetta, si confá co' costumi de' lascivi; percioché quegli, gli quali da tal passione son faticati, quanto possono, o per pigliare o per tenere, si studiano di piacere; per la qual cosa s'adornano di vestimenti vari, pettinansi, lavansi e dipingonsi, specchiansi, tondonsi, vanno e tornano, cantano, suonano, spendono, gittano, e, dove di parer piú begli e piú accettevoli si sforzano, vituperevolmente di disoneste ed enormi brutture si macchiano. Con queste armi e' prese e fu preso Paris da Elena; con queste armi mise Dalila nelle mani de' suoi nemici Sansone; con queste armi prese e irretí Cleopatra Cesare.

E, oltre a questo, questa bestia è maravigliosamente vaga del sangue del becco. Intorno alla qual cosa si dee intendere in questo dimostrarsi l'appetito corrotto di coloro li quali in questa bruttura si mescolano: percioché, sí come il becco è lussuriosissimo animale, cosí, per l'usare questo vizio, piú lussurioso si diviene. Per la qual cosa alcuni miseramente, credendosi in cotal guisa sviluppare, non accorgendosene, s'inviluppano; percioché non questo, come gli altri vizi, per continuo combattimento si vince, ma per fuggire: il che ottimamente dimostrarono i poeti nella scrizione della battaglia d'Ercule e d'Anteo. E, oltre a ciò, il becco è fiatoso animale e olido, del quale questa bestia si diletta: in che si dimostra la vaghezza dei libidinosi intorno al fiatoso e abbominevole atto venereo, il quale è intanto al naso e agli occhi noioso e allo 'ntelletto umano, che se non fosse che la natura ha in quello posto maraviglioso diletto, accioché l'umana specie per non generare non venga meno, io sono d'opinione che ciascuno come fastidiosissima cosa il fuggirebbe. E la dilettazione, la quale questa bestia ha del sangue del becco, assai chiaro dimostra l'appetito che ciascuna delle parti di quegli, che a questa turpitudine si congiungono, hanno del fine di quello disonesto atto; nel quale il sangue de' miseri dannosamente tante volte, quante per altro che per generare si versa, non meno biasimevolmente, che se in una fetida sentina si gittasse, si perde. Senza che, per questo i nervi indeboliscono, il veder ne raccorcia, i membri ne diventan tremuli, e la nodosa podagra, con gravissima noia di chi l'ha, tiene tutto il corpo quasi immobile e contratto; e cosí non solamente se n'offende Iddio, ma ancora se ne guastano i miseri la persona. Per questo convenne a Gaio Antonio, poste giú l'armi, militare con l'animo dietro a Catellina; e, come che piú non me ne ridica or la memoria, non è da dubitare che i passati secoli non ne sieno stati cosí copiosí come veggiamo l'odierno.

Ultimamente dissi questo animale essere crudele, per la qual crudeltá è da intendere la crudeltá di questo peccato, il quale quegli, che piú con lui si dimesticano e congiungono, le piú delle volte conduce a crudelissime spezie di morte. Quanti robusti giovani, quante vaghe donne, mentre senz'alcun freno questo disonesto diletto hanno seguito, hanno giá la lor morte, dopo faticosa infermitá, avacciata? Quanti ancora, non potendo sofferire né por modo al loro fervente disiderio di pervenire a quello, hanno se medesimi disonestamente disfatti? Il non potere aspettare Demofonte, suo amico, condusse Fillide ad impiccarsi. La miseria di questo vizio diede ad Artabano medo vittoria sopra Sardanapalo. E qual porco crederem noi che uccidesse Adone altro che il soperchio coito con Venere, reina di Cipri, sua moglie?

Bene adunque si può questa bestia dire essere la concupiscenza carnale, la quale, lusinghevole insino alla morte, con tutte quelle mortali dolcezze ch'ella porge, facendosi incontro alla sensualitá umana, qualora l'animo, riconosciuta la tristizia di quella, da essa partir si vuole e alle divine cose tornarsi, con non piccola forza s'ingegna di ritenerlo, non partendoglisi dinanzi dal volto; quasi voglia dire: rammemorando tutte quelle persone che giá sono state amate, tutti quegli atti, tutte le parole che giá sono state piaciute; le lagrime, la promessa fede, i rotti sacramenti con pietoso aspetto ricordandogli; con false dimostrazioni suadendogli che questa castitá, questo proponimento riserbi agli anni vecchi, e non voglia ora perdere quello che mai non dee potere recuperare. Con li quali conforti, e altri molti a questi simiglianti, nel quarto dell'Eneida mostra Virgilio essersi Didone ingegnata di ritenere Enea e dalla gloriosa impresa rivolgerlo, come giá assai dal buon principio hanno rivolti al doloroso fine d'eterna perdizione.

Questa adunque si parò davanti al nostro autore, per doverlo fare nelle abbandonate tenebre ritornare; il quale dall'ora del tempo e dalla dolce stagione prese speranza di vincere questo vizio oppostosi alla sua salute. Per la quale ora del principio del dí credo sia da prendere l'ora o 'l tempo nel quale Cristo prese carne umana; il quale prender di carne, fu senza alcun dubbio il principio della nostra salute il principio della riconciliazione del nostro signore Iddio con la nostra umanitá, il principio del tempo accettevole, il quale per tante migliaia d'anni fu aspettato. E questo, percioché in quel proprio dí fu, cioè di venticinque di marzo, nel quale, sí come apparirá appresso, il nostro autore dice sé essere risentito dal sonno mortale. E cosí vuole adunque l'autore darne a vedere che, di ciò ricordandosi, prendesse buona speranza della misericordia di Colui, senza la quale non si puote avere d'alcun vizio vittoria. La stagione del tempo similmente gli die' buona speranza, conoscendo che in quella stagione era cominciato il tempo della grazia, e aperta la via alla nostra salute, lungamente stata serrata, ed il nemico della umana generazione abbattuto: per che sperar si dovea di poter similmente abbattere i suoi ministri.

La seconda bestia, la qual si fece incontro al nostro autore, fu un leone, il quale dissi essere inteso per la superbia, alla quale, come egli si confaccia, ne mostreranno alcune delle sue proprietá, a quelle del vizio poi equiparate. È il lione non solamente audace ma temerario; e appresso è rapace e soprastante; ed è ancora altisono nel ruggir suo, intanto che egli spaventa le bestie circunvicine che l'odono: e, come che assai piú ce n'abbia, queste tre bastino a mostrare per lui ottimamente potersi intendere il vizio della superbia.

Dissi adunque il lione essere non solamente audace ma temerario; percioché, senza misurare le forze sue, non è alcuno animale sí forte (che ne sono assai piú forti di lui), il quale egli non presuma d'assalire; di che egli talvolta con gran suo danno è ributtato indietro. Ed Aristotile nel terzo dell'Etica, lá dove parla della fortezza, dice che l'esser temerario è vizio, in quanto il temerario presume, oltre alle sue forze, quello che a lui non s'appartiene. E questo vizio è il presumere alcuno di combattere con due o con tre o con piú; conciosiacosaché ciascuno debba credere uno poter quanto un altro, e con quell'uno mettersi a combattere è ardire e segno di fortezza; dove l'andar contro a piú, potendogli schifare, è temeritá. In questo l'uomo superbo è simigliante al leone, percioché il disiderio del superbo è tanto di parer quello che egli non è, che cosa non è alcuna sí grave, che egli non presuma di fare, quantunque a lui non si convenga, sol che egli creda per quello essere reputato magnanimo. E questa cechitá ha giá messo in distruzione molti regni, molte province e molte genti; questa fu cagione al primo agnolo d'esser cacciato di paradiso con tutti i suoi seguaci; questa fu cagione a Capaneo d'esser fulminato e gittato dalle mura di Tebe in terra; questa fu cagione a Golia d'essere ucciso da David, come la Scrittura ne dice.

Dissi ancora che il lione era rapace e soprastante: la qual cosa è quanto piú può propria del superbo, al quale, quantunque ricco sia, non soffera l'animo d'esser contento al suo, ma continuamente prieme e oppressa i minori, ruba l'avere, occupa le possessioni, batte e ferisce i resistenti, e in ciascun suo atto è violento e pieno d'ogni nequizia, e in ogni cosa vuol soprastare agli altri, estimando per questo lo stato suo divenir maggiore, esser piú temuto e di piú eccellente animo reputato. La qual cosa condusse Giugurta, re di Numidia, ad essere del sasso Tarpeio gittato nel Tevero; e Iezzabel ad essere della torre sospinta, e da' cavalli e da' carri e dagli uomini scalpitata, e divenir loto e sterco della vigna di Nabaoth: e Antioco re d'Asia e di Siria essere oltre al monte Tauro da' romani rilegato.

Similemente dissi che il leone era altisono nel ruggir suo e ch'egli spaventa le bestie circunstanti; il che Amos profeta dice: «Leo rugiet, quis non timebit?». Al qual romore il vizio della superbia è evidentissimamente simigliante, in quanto l'uomo superbo sempre usa parole altiere, spaventevoli e oltraggiose in ogni suo fatto; sempre parla di sé e de' suoi gran fatti, e dilettasi e vuole che altri ne parli; quello estimando d'essere che i paurosi ragionano per piacergli. Per la qual bestialitá, Nabucdonosor, di se medesimo per divina operazione ingannato, lasciato il solio reale, n'andò a pascer l'erbe ne' boschi; Simon mago cadde d'aria e fiaccossi la coscia; Roboam, re de' giudei, de' dodici tribi d'Israel ne perdé nove.

Le quali cose sanamente considerate, assai aperto dimostrano noi dover potere per lo leone, al nostro autore apparito, intendere il vizio della superbia, la quale all'uomo, che da lei e dall'altre nequizie si vuol partire e tornare nel cammino delle virtú, si para dinanzi agli occhi della mente, non lusingandolo, ma spaventandolo, col mostrargli che, dove egli la sua maggioranza, il suo altiero stato abbandoni, egli diverrá un menomo plebeio; né sará mai ad alcuna gran cosa chiamato, e intra' suoi di niuna reputazione avuto, sará dispettato, e da coloro, li quali esso ha giá premuti, offeso e scalpitato, rubato e spogliato; e, se egli ancora del suo stato scende, non vi potrá, quando vorrá, risalire. [Para ancora la gloria della preminenza, la potenza del levare in alto e d'abbassare secondo il suo volere, la pompa degli onori, e simili cose assai.] Le quali cose senza alcun dubbio hanno molto a muovere le tenere menti e a renderle timide di cadere, e per conseguente a farle ritirare indietro dalla laudevole impresa. Ma a queste due, dice l'autore essere ancora ad impedire il suo cammino sopravvenuta una lupa, e quella, piú che l'altre due, averlo spaventato e ripintolo indietro.

La terza bestia, che davanti all'autore si parò, fu una lupa, fiero animale e orribile, il quale, come davanti dissi, è inteso per l'avarizia, con la quale come costei si convenga, come nell'altre due abbiam fatto, alcune delle sue proprietá prese, e con quelle del vizio conformatole, il mostreranno. Manifesta cosa è la lupa essere animale famelico e bramoso sempre; appresso, quando quel tempo viene, nel quale ella è atta a dovere concépere, avendo molti lupi dietro continuamente, a quello il quale piú misero di tutti le pare, gli altri schifati, si concede; e, oltre a ciò, il lupo è animale sospettissimo, continuo si guarda d'intorno, e quasi in parte alcuna non si rende sicuro, credo dalla coscienza sua medesima accusato.

Dico adunque la lupa essere famelico e bramoso animale, e quel medesimo essere l'uomo avaro; percioché, quantunque l'uomo avaro abbia quello che gli bisogna, onestamente e in qualunque guisa ragunato, forse con molta sollecitudine e gran suo pericolo, non sta a quel contento; ma, da maggior cupiditá acceso e da nuova sete stimolato, in ciascun suo esercizio piú che mai si mostra affamato; e, per sodisfare a questa insaziabile fame, niun pericolo è, niuna disonestá, niuna falsitá o altra nequizia, nella qual'e' non si mettesse. Per la qual cosa Virgilio, nel terzo dell'Eneida, fieramente la sgrida, dicendo:

. . . .  Quid non mortalia pectora cogis,

auri sacra fames?

Secondariamente il vizio dell'avarizia si mette in uomini cattivi e pusillanimi; il che appare, in quanto in alcun valente uomo o magnanimo non si vede giammai; e che essi sieno cosí, le loro operazioni il dimostrano. Metterassi l'avaro in una piccola casetta, e in quella, in continua dieta per non spendere, dimorando senza muoversi, dieci e venti anni presterá ad usura, vestirá male e calzerá peggio, rifiuterá gli onori per non onorare, e, dove egli dovrebbe de' suoi acquisti esser signore, esso diventa de' suoi tesori vilissimo servo; e, quanto maggiore strettezza fa del suo, tanto tien gli occhi piú diritti all'altrui. Sempre è pieno di rammarichii, sempre dice sé esser povero, e mostrasi; e, brievemente, facendosi dei beni della fortuna tristissima parte, quanto l'animo suo sia piccolo e misero manifestamente dimostra. Nelle quali cose si può comprendere l'avarizia accompagnarsi con la piú misera condizione d'uomini che si trovi, come la lupa col piú tristo de' lupi si congiugne.

Appresso questo, dissi il lupo essere sospettoso animale: la qual cosa esser l'avaro, i suoi costumi il dimostrano. Esso con alcun suo amico non comunica la quantitá de' suoi beni, sospicando non la gran quantitá palesata gli generi agguati o invidia. E, oltre a ciò, niuna fede presta all'altrui parole; sempre suspica che viziatamente gli sia parlato per sottrargli alcuna cosa; in niuna parte estima essere assai sicuro, e di ciascuno, che guarda la porta della sua casa, teme non per doverlo rubare la riguardi. Alcun sonno non puote avere intero, né riposata alcuna notte; ogni piccol movimento di qualunque menomo animale suspica non andamento sia di ladroni; e, non fidandosi delle casse ferrate, i suoi danari fida alle cave e fosse sotterranee. Chi potrebbe assai pienamente narrare i sospetti de' miseri avari, li quali tutti in sé convertono i lacciuoli, li quali giá hanno tesi ad altrui?

E perciò, dovendo bastare quello che detto n'è, credo assai convenientemente l'avarizia o l'avaro convenirsi alla lupa, la quale piena di spavento si para davanti a colui, il quale i disonesti guadagni e l'altre men che buone opere vuole lasciare, per dovere in miglior via ritornare. E nel cuore gli mette cotali pensieri: - Che fai tu, misero? ove vuo' tu andare? da qual parte comincerai tu a rendere i furti, le ruberie e le baratterie e i denari in mille modi male acquistati? vuo' tu lasciare quello che tu hai, per quello che tu non sai se tu l'avrai? vuo' tu avere tanta fatica, tanto tempo perduto, quanto tu hai messo in ragunare? vuo' tu venire alla mercé degli uomini? come faranno i figliuoli tuoi? vuogli tu vedere morir di fame? come fará la tua bella donna, e tu, misero, come farai? Tu diventerai favola del vulgo, tu sarai schernito, e non sará chi ti voglia vedere né udire. Tu puoi ancora indugiare; ogni volta, eziandio morendo, puo' tu lasciare il tuo a coloro da' quali tu l'hai avuto. Egli sará il meglio che tu attenda a guadagnare. -

E con questa e con simili dimostrazioni, che il misero fa per sudducimento e opera del dimonio, il quale alla nostra salute sempre s'oppone quanto può, spesse volte siamo frastornati; e, avuta poco a prezzo la grazia di Dio, nella nostra miseria ricaggiamo, e per conseguente in eterna perdizione ruiniamo. Né a guardarcene mai c'induce l'etá piena d'anni; percioché, quantunque gli altri vizi invecchino con gli uomini, solo l'avarizia inringiovenisce. E di ciò furono verissimi testimoni Tantalo, Mida e Crasso, li quali, morendo, prima lei abbandonarono che essa da loro, vivendo, fosse abbandonata.

[Poterono adunque questi vizi essere all'autore in singularitá cagione di resistenza e di paura. Ma che direm noi, in generalitá, che questi tre animali significhino in altri assai, che, dal vizio partendosi, vogliono alla virtú ritornare? Nulla altra cosa m'occorre, alla quale queste tre bestie si possano meglio adattare, che sia quello il che è a tutti comune, che alli tre nostri principali nemici, cioè la carne, il mondo, il diavolo; e per la carne intender la lonza, per lo mondo il leone, e 'l diavolo per la lupa. Questi tre continuamente vegghiano e stanno intenti alla nostra dannazione. La carne ne lusinga con la dolcezza de' diletti temporali, sotto a' quali è nascoso il veleno infernale, il qual noi, come il pesce con l'ésca piglia l'amo, cosí quasi sempre co' diletti prendiamo, e, di ciò velenati, miseramente moiamo. Per la qual cosa il nostro Salvador n'ammaestra e sollecita di stare attenti a non lasciarci ingannare, quando dice: «Vigilate, et orate: spiritus quidem promptus, caro autem infirma». E san Paolo similemente ne rende avveduti e cauti, quando dice: «Spiritus concupiscit adversus carnem, et caro adversus spiritum»; vogliendone per questo ammaestrare che noi siamo e avveduti e forti a resistere alle tentazioni carnali. Il simigliante fa il mondo: questi ne para dinanzi gli splendor suoi, gl'imperi, i regni, le province, gli stati e la pompa secolare, gli onori e la peritura gloria; nascondendo sotto la sua falsa luce i tradimenti, le violenze, gl'inganni, le guerre, l'uccisioni, l'invidie e i furori e i cadimenti e altre cose assai, senza le quali né pigliare né tenere si possono queste preeminenze, questi fulgori, queste grandezze temporali: le quali tutte, e ciascuna, n'ha a privare di pace e di riposo e della eterna beatitudine. Susseguentemente il dimonio, rapacissimo ed insaziabile divoratore, pieno d'ingegno e d'avvedimento nel male adoperare, ne minaccia e spaventa di ruine, di tempeste, di tribulazioni, se della sua via usciremo; attorniandoci sempre con agguati, non forse da quelle volessimo deviare. E in tanta ansietá con le sue dimostrazioni assai volte ci reca, che, toltoci lo sperare della divina misericordia, a volontaria morte c'induce: e cosí impedisce tanto chi vuole alla via della veritá ritornare, che egli nelle tenebre eterne il conduce. E queste sono le paure, questi sono gl'impedimenti e le noie che preparate e date da' nostri nemici ne sono, e il nostro ben volere adoperare impedito e frastornato, come nella corteccia della lettera l'autore ne dimostra.]

«Mentre ch'io ruinava in basso loco». Nella precedente parte di questo canto è stato dimostrato, per opera della divina grazia il peccatore aver conosciuto il suo stato, e disiderar d'uscir di quello, e tornare alla via della veritá, da lui per lo mentale sonno smarrita; e, oltre a ciò, quali sieno le cose le quali il suo tornare alla diritta via impediscono: in questa parte dimostra il divino aiuto al suo scampo mandatogli, accioché, schifato lo 'mpedimento delli detti vizi, esso possa quel cammin prendere e seguire che opportuno è alla sua salute. E come questo mandato gli fosse, piú distintamente si mostrerá nel canto seguente. E, percioché, come noi per esperienza veggiamo, coloro i quali delle infermitá si lievano, esser deboli e male atanti della persona; cosí creder dobbiamo esser l'anima, la quale dalla infermitá del peccato levandosi, s'ingegna di tornare alla sua sanitá. E, come il nostro corpo infermo, senza l'aiuto d'alcun bastone sostener non si puote, né muoversi ad alcuno atto utile; cosí l'anima nostra, dal peccato vinta e stanca, senza alcuno aiuto della divina clemenza non può cosa alcuna aoperare in sua salute. E perciò intende qui l'autore di mostrarci come Iddio, il quale ha sempre gli occhi della sua pietá diritti a' nostri bisogni, ne mandi la sua seconda grazia, cioè la cooperante, con l'aiuto e colla dimostrazione della quale noi prendiam forza e noi medesimi ordiniamo; e, riconosciute con piú avvedimento le nostre colpe, nel timor di Dio torniamo, e della terza grazia, perseverando, ci facciam degni, e quindi della quarta.

Le quali cose in questa parte l'autore sotto il velame de' suoi versi intende, sentendo per Virgilio questa seconda grazia cooperante; e lui prende come sofficiente, sí per discrezione, e sí per iscienza, e sí ancora per laudevoli costumi atto a tanto uficio; e, oltre a ciò, percioché Virgilio, quantunque con altro senso, in parte trattò quella medesima materia, la quale egli intende di trattare; e ancora, percioché il trattato dee essere poetico, era piú conveniente un poeta che alcuno altro sublime uomo; e però prese lui, piú tosto che alcun altro, percioché egli tra' latini ottiene il principato.

E costui, dice, gli apparve «nel gran diserto», cioè in quella parte dove l'anima sua, timida di non essere dalle lusinghe e dagli spaventamenti de' suoi viziosi pensieri ritirata nel profondo delle miserie, del quale del tutto era disposto d'uscire, si ritrovava senza consiglio alcuno e senza conforto.

Ed è in questa parte da intendere in questa forma: che Virgilio, lá dove bisogno será, nella presente opera s'intenda per la ragione a noi conceduta da Dio, e per la quale noi siamo chiamati «animali razionali»; percioché la ragione è quella parte dell'uomo, nella quale si dee credere questa seconda grazia ricevere e abitare, conciosiacosaché essa ne sia da Dio data non solamente a cooperare con l'altre nostre potenze animali e intellettive, ma a dirizzare e a guidare ogni nostra operazione in bene. La qual cosa ella fa, mossa e ammaestrata dalla divina grazia, quante volte è da noi lasciata esser donna e imperadrice de' nostri sensi; ma, quando la sensualitá, per le nostre colpe, la caccia del luogo suo e signoreggia ella, la ragion tace e diventa mutola, non comanda, non dispon piú secondo il suo consiglio le nostre operazioni. E, percioché sotto i piedi della sensualitá era nell'autore lungo tempo giaciuta, si può dire che nel primo muover delle sue parole paresse «fioca».

Questa adunque, come il disiderio della virtú torna, abbattuta la sensualitá, risurge e torna nella sua sedia e manifestasi alla destituta anima, constituta «nel diserto», cioè nel luogo d'ogni virtú, d'ogni buona operazione, vacuo, pronta e apparecchiata ad ogni sua opportunitá: [e, avanti ad ogni altra cosa, fa in se medesima maravigliar l'anima riconosciuta; per che, lasciando di salire a Cristo, il quale è principio e cagione d'intera beatitudine, si lascia dallo spaventamento dei vizi sospignere allo 'nferno. Della qual cosa segue che la ragione, mostrandole apertamente che cosa sia l'avarizia, e qual sia il fine suo, cioè che dalla liberalitá, la quale è morale e laudevole virtú, ella fia scacciata, superata e vinta, e in inferno rimessa lá onde il diavolo, per invidia della gloriosa vita promessa all'umana generazione, la trasse e menolla nel mondo, accioché per la sua opera, l'anime, create ad essere beate, fossero laggiú traboccate, onde ella era stata menata]. E di questo séguita che, poiché, per lo impedimento dei vizi, quella via piú propinqua di salire a Dio gli era tolta, che a lui conveniva, e a ciascun convenirsi che vuole uscir della via del peccato e a Dio ritornarsi, seguire la ragione, dimostratrice della veritá, a vedere que' luoghi che nel testo si leggono.

Intorno alla qual cosa è da sapere non essere senza misterio, volendo uscire dello stato della miseria e ritornar nella grazia, tenere il cammino che la ragion dimostra all'autore convenirsi tenere. E la ragione può esser questa: opportuno è a ciascuno, il quale vuol fare quello che detto è, primieramente conoscere le colpe sue; alle quali, conosciute, e veduto come dalla giustizia di Dio siano quelle colpe punite, non è dubbio seguire nell'anima ben disposta il timor di Dio, il quale è principio della sapienza, come il salmista ne dice. Questo timore di Dio incontanente fa seguire nelle nostre menti contrizione e pentimento delle cose non ben fatte; dalla quale, secondo che la censura ecclesiastica ne dimostra, si viene [alla confessione, e da quella] alla satisfazione, dopo la quale si sale alla gloria, come possiamo ordinatamente comprendere, nel cammino che il nostro autore tiene, seguire. E tutte queste cose, insino al salire alla gloria, ne può la nostra ragion dimostrare; percioché tutti sono atti civili e morali e reduttibili agli spirituali.

[Nasce adunque da questo il consiglio, il quale la ragione, che tien qui luogo della grazia cooperante, gli dá, cioè che egli per lo 'nferno, cioè per gli atti degli uomini terreni (li quali, a rispetto de' corpi celestiali, ci possiam reputare di essere in inferno); e, tra quegli, considerati quegli che la nostra ragione, le leggi positive e la divina dannino: conoscerá quello da che astener si dee ciascuno che secondo virtú vuol vivere, e quello che, seguendol, merita pena, e qual pena secondo le leggi temporali e secondo l'eterne; conoscerá la giustizia di Dio, e meritamente avrá timore dell'ira sua. E da questo luogo, giá delle cose men che ben fatte pentendosi, venga a vedere coloro che son contenti nel fuoco, cioè nell'afflizione della penitenzia; accioché quindi, dietro alla guida della teologia, le cui ragioni e dimostrazioni la nostra ragion non può comprendere, salga purgato delle offese all'eterna beatitudine.] Ed in questo mi pare consista la sentenza dell'allegoria di questo primo canto.

Restaci nondimeno a vedere una parte, alla quale pare che dirizzi l'animo ciascuno che il presente libro legge, e quella disidera di sapere; cioè quello che l'autore abbia voluto sentire per quello veltro, la cui nazione dice dovere esser «tra feltro e feltro». E, per quello che io abbia potuto comprendere, sí per le parole dell'autore, sí per li ragionamenti intorno a questo di ciascuno il quale ha alcun sentimento, l'autore intende qui dovere essere alcuna costellazion celeste, la quale dee negli uomini generalmente impriemere la vertú della liberalitá, come giá è lungo tempo, e ancora persevera quella del vizio dell'avarizia. Il che l'autore assai chiaro dimostra nel Purgatorio, dove dice:

O ciel, nel cui girar par che si creda

le condizion di quaggiú trasmutarsi,

quando verrá, per cui questa disceda?

cioè questa lupa, per la quale, come detto è, s'intende il vizio dell'avarizia. [Or non so io, se questo dovere avvenire, l'autore ne' moti futuri de' superiori corpi si vide, o se per alcuna altra coniettura ciò dovere avvenire s'è avvisato: è nondimeno assai chiaro i costumi degli uomini mutarsi e d'una parte in altra trasportarsi. Percioché, sí come ne mostrano le istorie de' gentili e ancora dell'altre, lo 'mperio delle cose temporali cominciando sotto Nino re, fu molte centinaia d'anni sotto gli assiri, sotto i medi e sotto i persi; e lungamente avanti v'era stata la religione e la scienza, le quali, come prima lá erano state, cosí primieramente se ne partirono, e vennerne in Egitto, e d'Egitto in Grecia; e poi da Alessandro re di Macedonia fu d'Asia lo 'mperio trasportato in Grecia, donde la scienza, la religione e l'armi poi partendosi ne vennero appo i latini, e qui per lungo spazio furono; poi di qui paiono andate inver' ponente, essendo appo i tedeschi e appo i galli, e par giá che il cielo ne minacci di portarle in Inghilterra: il che per avventura potrá, se piacer fia di Dio, di questa costellazione che l'autor dice, avvenire, ecc.] E, percioché queste impressioni del cielo conviene che quaggiú s'inizino, e comincino ad apparere i loro effetti o per alcuno uomo, o per piú; par l'autore qui sentire che per uno si debbano gli alti effetti di questa impression dimostrare: il quale metaforice chiama «veltro», percioché i suoi effetti saranno del tutto cosí contrari all'avarizia, come il veltro di sua natura è contrario al lupo.

E costui mostra dovere essere virtuosissimo uomo, e che la nazion sua debba essere tra feltro e feltro. E questa è quella parte dalla quale muove tutto il dubbio che nella presente discrizion si contiene. La qual parte io manifestamente confesso ch'io non intendo: e perciò in questa sarò piú recitatore de' sentimenti altrui che esponitore de' miei.

Vogliono adunque alcuni intendere questo veltro doversi intendere Cristo, e la sua venuta dovere esser nell'estremo giudicio, ed egli dovere allora esser salute di quella umile Italia, della quale nella esposizion litterale dicemmo, e questo vizio rimettere in inferno. Ma questa opinione a niun partito mi piace; percioché Cristo, il quale è signore e creatore de' cieli e d'ogni altra cosa, non prende i suoi movimenti dalle loro operazioni, anzi essi, sí come ogni altra creatura, seguitano il suo piacere e fanno i suoi comandamenti; e, quando quel tempo verrá, sará il cielo nuovo e la terra nuova, e non saranno piú uomini, ne' quali questo vizio o alcun altro abbia ad aver luogo; e la venuta di Cristo non sará allora salute né d'Italia né d'altra parte, percioché solo la giustizia avrá luogo, e alla misericordia sará posto silenzio, e il diavolo co' suoi seguaci tutti saranno in perpetuo rilegati in inferno. E, oltre a ciò, Cristo non dee mai piú nascere, dove l'autor dice che questo veltro dee nascere. Né si può dire l'autore aver qui usato il futuro per lo preterito, quasi e' nacque tra feltro e feltro, cioè della Vergine Maria, che era povera donna, e nacque in povero luogo: ma questa ragione non procederebbe, percioché sono MCCCLXXIII anni che egli nacque, e, nei tempi che nacque, era la potenza di questo vizio nelle menti umane grandissima; né poi si vede, non che essere scacciata, ma né mancata. Né si può dire che nascesse tra feltro e feltro, cioè di vile nazione: egli fu figliuolo del Re del cielo e della terra, e della Vergine, che era di reale progenie. E se dire volessono: ella era povera; la povertá non è vizio, e perciò non ha a imporre viltá nel suggetto; percioché noi leggiamo di molti essere stati delle sustanze temporali poverissimi, e ricchissimi di virtú e di santitá. Perché dich'io tante parole? Questa ragione non procede in alcuno atto.

Altri dicono, e al parer mio con piú sentimento, dover potere avvenire, secondo la potenza conceduta alle stelle, che alcuno, poveramente e di parenti di bassa e d'infima condizione nato (il che paiono voler quelle parole «tra feltro e feltro», in quanto questa spezie di panno è, oltre ad ogni altra, vilissima), potrebbe per virtú e laudevoli operazioni in tanta preeminenza venire e in tanta eccellenza di principato, che, dirizzandosi tutte le sue operazioni a magnificenza, senza avere in alcuno atto animo o appetito ad alcuno acquisto di reame o di tesoro, ed avendo in singulare abbominazione il vizio dell'avarizia, e dando di sé ottimo esempio a tutti nelle cose appartenenti alla magnificenzia, e la costellazione del cielo essendogli a ciò favorevole; che egli potrebbe, o potrá, muovere gli animi de' sudditi a seguire, facendo il simigliante, le sue vestigie, e per conseguente cacciar questo vizio universalmente del mondo. Ed, essendo salute di quella umile Italia, la qual giá fu capo del mondo, e dove questo vizio, piú che in alcuna altra parte, pare aver potenza, sarebbe salute di tutto il rimanente del mondo; e cosí, d'ogni parte discacciatala, la rimetterebbe in inferno, cioè in dimenticanza e in abusione, o vogliam dire in quella parte dove gli altri vizi son tutti, e donde ella< primieramente surse intra' mortali. E, a roborare questa loro oppenione, inducono questi cotali i tempi giá stati, cioè quegli ne' quali regnò Saturno, li quali per li poeti si truovano essere stati d'oro, cioè pieni di buona e di pura semplicitá, e ne' quali questi beni temporali dicon che eran tutti comuni; e per conseguente, se questo fu, anche dover essere che questi sotto il governo d'alcuno altro uomo sarebbono.

Alcuni altri, accostandosi in ogni cosa alla predetta oppenione, danno del «tra feltro e feltro» una esposizione assai pellegrina, dicendo sé estimare la dimostrazione di questa mutazione, cioè del permutarsi i costumi degli uomini, e gli appetiti da avarizia in liberalitá, doversi cominciare in Tartaria, ovvero nello 'mperio di mezzo, lá dove estimano essere adunate le maggiori [ricchezze e] moltitudini di tesori, che oggi in alcuna altra parte sopra la terra si sappiano. E la ragione, con la quale la loro oppenione fortificano, è che dicono essere antico costume degli imperadori dei tartari (le magnificenze de' quali e le ricchezze appo noi sono incredibili), morendo, essere da alcuno de' loro servidori portata sopra un'asta, per la contrada dov'e' muore, una pezza di feltro, e colui che la porta andar gridando: - Ecco ciò che il cotale imperadore, che morto è, ne porta di tutti i suoi tesori; - e, poi che questa grida è andata, in questo feltro inviluppano il morto corpo di quello imperadore; e cosí senza alcun altro ornamento il sepelliscono. E per questo dicon cosí: questo veltro, cioè colui che prima dee dimostrare gli effetti di questa costellazione, nascerá in Tartaria, tra feltro e feltro, cioè regnante alcuno di questi imperadori, il quale regna tra 'l feltro adoperato nella morte del suo predecessore e quello che si dee in lui nella sua morte adoperare. Questa oppinione sarebbero di quegli che direbbono avere alcuna similitudine di vero; la quale non è mia intenzione di volere fuori che in uno atto riprovare, e questo è, in quanto dicono quegli imperadori aver grandissimi tesori, e però quivi mostran che istimino, dall'abbondanza dei tesori riservati, essendo sparti, doversi la gola dell'avarizia riempiere e gli effetti magnifichi cominciare. Il che mi pare piú tosto da ridere che da credere: percioché quanto tesoro fu mai sotto la luna, o sará, non avrebbe forza di saziare la fame di un solo avaro, non che d'infiniti, che sempre sopra la terra ne sono. Che dunque piú? Tenga di questo ciascuno quello che piú credibile gli pare, ché io per me credo, quando piacer di Dio sará, o con opera del cielo o senza, si trasmuteranno in meglio i nostri costumi. E questo, quanto sopra il primo canto, basti d'avere scritto [sempre a correzione di coloro che piú sentono che io non faccio].

Possono per avventura essere alcuni, li quali forse stimano, non solamente in questo libro, ma eziandio in ogni altro [e ne' divini], ne' quali figuratamente si parli, ogni parola aver sotto sé alcun sentimento diverso da quello che la lettera suona; e però, non essendo nel precedente canto ad ogni parola altro sentimento dato che il litterale, diranno, nell'aprire l'allegoria, essere difettuosamente da me proceduto. Ma in questa parte, salva sempre la reverenzia di chi 'l dicesse, questi cotali sono della loro oppenione ingannati; percioché in ciascuna figurata scrittura si pongono parole che hanno a nascondere la cosa figurata, e alcune che alcuna cosa figurata non ascondono, ma però vi si pongono, perché quelle che figurano possan consistere: sí come per esemplo si può dimostrare in assai parti nella presente opera. Che ha a fare al senso allegorico: «La sesta compagnia in duo si scema»? che n'ha a fare: «Cosí discesi del cerchio primaio»? che molte altre a queste simili? E, se queste se ne tolgono, come potrá seguire l'ordine della dimostrazione che l'autore intende di fare? come acconciarsi quelle che per significare altro si scrivono? Se ogni parola avesse alcun altro senso che il litterale a nascondere, di soperchio avrebbe san Girolamo detto nel proemio dell'Apocalissi, e non in altra parte della Scrittura, tanti essere i misteri quante son le parole; conciosiacosaché nell'Apocalissi per eccellenzia quello si creda avvenire, che in alcun altro libro della Sacra Scrittura non avviene. Tuttavia, accioché piú pienamente si creda non ogni parola avere allegorico senso, leggasi quello che ne scrive santo Agostino nel libro Dell'eterna Ierusalem, dicendo: «Non omnia, quae gesta narrantur, aliquid etiam significare putanda sunt; sed propter illa, quae aliquid significant, attexuntur; solo enim vomere terra proscinditur; sed, ut hoc fieri possit, etiam caetera aratri membra sunt necessaria. Et soli nervi in citharis atque huiusmodi vasis musicis aptantur ad cantum; sed, ut aptari possint, insunt et caetera in compagibus organorum, quae non percutiuntur a canentibus, sed ea, quae percussa resonant, his connectuntur», ecc. E perciò estimo che molto piú onesto sia a credere ad Agostino che stoltamente opinare quello che manifestamente si può riprovare; e quinci prendere certezza, se alcuna cosa allegorizzando è omessa, quella non per negligenza, ma per non conoscere che opportuna vi sia l'allegoria, essere stata intralasciata.

Indice Biblioteca

Biblioteca

Progetto Boccaccio

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 06 ottobre 2011