Giuseppe Bonghi

Biografia di Baldassar Castiglione

Baldassar Castiglione nasce a Casatico, una villa di sua proprietà nel mantovano, il 6 dicembre 1478 dal nobile Cavaliere Cristoforo da Castiglione e da Luigia Gonzaga della linea dei Marchesi di Mantova. Giovinetto viene mandato a studiare a Milano, dove era nel suo massimo splendore la Corte di Lodovico Sforza, che volentieri accoglieva presso di sé gli uomini validi e celebri nelle armi, nelle Lettere e nelle Arti in genere. Per questa grande e umana disponibilità il Castiglione desiderò di entrare al servizio del Duca, cominciando ad esercitarsi nel cavalcare e nell'uso delle armi, raggiungendo una così elevata destrezza che si acquistò presto una notevole fama e la stima della Corte stessa.

A Milano ebbe per maestri, insieme a Filippo Beroaldo il Vecchio, Demetrio Calcondile per il Greco e Giorgio Merula per il Latino, lingua in cui studiò più d’ogni altro Cicerone, Virgilio e Tibullo; e fu in queste due discipline che provò le maggiori soddisfazioni e ritrovò quei profondi insegnamenti, senza i quali non avrebbe potuto essere "né gentile né valoroso cavaliere"; per quanto riguarda la nostra lingua studiò soprattutto Dante e Petrarca e fra i suoi contemporanei Lorenzo dei Medici e il Poliziano per la facilità d’eloquio e la naturalezza espressiva.

Alla morte del padre, che finì di vivere pochi giorni dopo essere stato ferito nella battaglia del Taro presso Fornovo di Val di Taro (in provincia di Parma) nel luglio 1495, ritornò a Mantova, entrando al servizio del duca Francesco Gonzaga, che lo accolse con molto favore. Accompagnò quindi il Duca stesso nella sua spedizione di Napoli, allorché questi andava, alla testa dell'esercito francese, alla conquista di quel regno.

Dopo la sconfitta subita dai Francesi nella battaglia del Garigliano del 1503 (dovuta sia agli errori di Consalvo di Cordova, che a causa della superbia dei Francesi che non volevano sottostare al comando del Gonzaga), nella quale si mise particolarmente in luce dimostrando un grande coraggio e un alto valore nelle armi, il Castiglione se ne tornò a Roma, dove trovò Guidobaldo di Montefeltro, duca d'Urbino, gran protettore dei letterati, ivi accorso colla sua corte per onorare il nuovo Pontefice Giulio II. A servizio di Guidobaldo c’era già Cesare Gonzaga, parente per parte di madre del Castiglione; per suo mezzo, e per la conoscenza che aveva già della Duchessa, entrò nelle grazie del Duca e quindi al suo servizio, dopo che in un rapido viaggio a Mantova ne chiese licenza al Marchese Gonzaga, che gliela concesse per cortesia solo perché andava a servire suo cognato, ma certamente malvolentieri tanto che per molti anni l’ebbe in odio.

Nell’estate del 1504 Castiglione si portò al campo di Cesena dove si trovava il Duca Guidobaldo al servizio del Duca Valentino; Guidobaldo lo ricevette con condizioni molto onorevoli, mettendolo subito a capo di cinquanta uomini d’arme con una provvigione di 400 ducati all’anno. Il 6 settembre, finita la campagna militare del Valentino con la conquista di Cesena, Imola e Forlì, il Castiglione entra per la prima volta in Urbino, ove gli vennero fatte grandi e affettuose accoglienze dalla Duchessa Elisabetta Gonzaga, e da Madonna Emilia Pia, che già per fama conoscevano le qualità di Baldassarre e della sua eccellenza come uomo di corte oltre che come letterato e profondo conoscitore della Letteratura italiana e delle lingue latina e greca.

Nella quiete della residenza in Urbino riprese gli studi nel comodo di una biblioteca tra le più fornite d’Europa e godendo della compagnia di importanti letterati del tempo, come quella di Bembo, del cardinale Bibbiena, del giovane Giuliano de' Medici e di altri uomini illustri che erano l'ornamento di quella piccola corte. Verso la metà di novembre fece un rapido viaggio a Ferrara, per mettere a posto certi suoi interessi.

Alla fine del 1504 accompagnò Guidobaldo da Montefeltro, che nel frattempo era stato dichiarato Gonfaloniere e Capitano generale della Chiesa, a Roma dove dalle mani del Papa doveva ricevere personalmente il possesso della sua carica. Nella Città Eterna, dove giunse il 5 Gennaio 1505, conobbe importanti personaggi della politica del tempo e si fece conoscere per la sua sagacia e per la particolare intelligenza con cui trattava certi affari politici anche abbastanza delicati. Per questo fu ritenuto da Guidobaldo l’uomo giusto da spedire come Ambasciatore presso Arrigo VII d'Inghilterra, un viaggio durato dal settembre 1506 al febbraio 1507, per ricevere per conto del duca stesso, l’Ordine della Giarrettiera. L’incarico, per le regole cortesi del tempo, era molto importante; così il Castiglione lo presenta alla madre in una lettera già del 3 Marzo 1505:

Dell'andata in Inghilterra io non ne so altro, se non che l’Eccellenza del Signor Duca mio è necessitato mandarvi una persona: e pure a qualcuno ha detto voler in ogni modo ch'io sia quello. E discorrendo io la famiglia de’ Gentiluomini suoi, e gli offici di ciascuno, non mi è difficile creder, che l'andata tocchi a me. La causa del mandare s’è la confirmazione de' privilegi, che ha S. E. dalla Maestà del Re d'Inghilterra per la dignità della Giaratera, ch'è un ordine come quello di S. Michele del Re di Francia. Per questo bisogna mandarvi un uom di conto, e con gran solennità, accettato dalla Maestà del Re, e molto onorato: e lungo saria narrar il tutto; che quest’ordine è con molta cerimonia stabilito . Sì che, se parerà all'Ecc. del Signor mio far elezione di me a questo, io non lo rifiuterò per essere cosa onorevolissima, e della quale spererei riportarne ancor utilità; perchè so che vi andrei con gran favore.

Il primo Novembre arrivò a Londra e due giorni dopo fu ricevuto in udienza con grandi onori dal Re, che non solo accondiscese alle richieste del Duca, ma nominò lo stesso Castiglione, dotandolo di cavalli e cani da caccia insieme a una ricchissima collana d’oro. In Gennaio ripartì per l’Italia; il 9 Febbraio lo troviamo a Milano e poco dopo a Casatico dove si fermò qualche giorno con la madre, non avendo potuto avere licenza di passare per Mantova per la nota ostilità del Marchese, cui abbiamo già accennato. Ed era una ostilità profonda e puntigliosa, tanto da impedirgli nell’estate del 1505 di raggiungere Mantova, dove era stato inviato dal Duca d’Urbino, quando arrivato a Ferrara fu avvisato dalla madre e da Gio. Pietro Gonzaga di non proseguire oltre, perché il Marchese gli "avrebbe fatto villania", per cui fu costretto a tornare indietro ad Urbino, dopo aver mandato "un suo uomo al Duca; il quale benché bramasse vedere ciò, che il Marchese avesse saputo fare a un suo Ministro, pure, essendogli caro, non volle esporlo a pericolo, ma rivocatolo lo accolse con affetto e tenerezza maggiore". Arrivò ad Urbino ai primi di Marzo, atteso con ansia dal Duca ed accolto con affetto. Non sono ben chiari, comunque, i motivi di questa ostile inimicizia, durata quasi un decennio, forse originata dall’essere entrato al servizio del Duca di Urbino invece che restare al servizio del Marchese di Mantova.

Nello stesso 1506, in collaborazione con l’amico e cugino Cesare Gonzaga, scrisse l’egloga dialogata Tirsi, recitandola col cugino davanti alla corte in occasione delle feste di Carnevale di quell’anno; e prima della partenza per l’Inghilterra gli morì Girolamo, l’unico fratello che aveva.

Nell’Aprile del1508 morì a Fossombrone il duca Guidobaldo e suo successore doveva essere Francesco Maria della Rovere, nipote di papa Giulio II e generale delle milizie pontificie; nell’attesa che questi arrivasse e prendesse possesso del Ducato, personaggi di grande autorità furono inviati a presidiare le città di maggiore importanza: il Castiglione fu inviato a Gubbio, come scrive alla madre in quel frangente: Io fui da Eugubbio; perché in questa mutazion di stato si estimava che quella terra dovesse fare qualche tumulto, per essere potente d’uomini, e molte inimicizie; pur Dio non ha voluto male alcuno; che le cose andate bene, e quegli uomini tutti mi sono stati obbedientissimi. Io sono ritornato ad Urbino nelle lagrime, e nelle tenebre.

Sollecitato dalla madre a prendere moglie, avrebbe voluto ritornare a Mantova, ma l’ostile inimicizia del Marchese e le offerte del nuovo Duca d’Urbino (Francesco Maria della Rovere, come s’è detto), insieme a quelle del Pontefice, di cui era nipote, lo persuasero a rimanere al servizio del successore, insieme al quale partecipò alla campagna di guerra contro Venezia nel 1509. Per qualche tempo si pensò che potesse sposarsi con Madonna Clarice, figlia di Piero dei Medici e nipote del Cardinale Giovanni dei Medici. Ma nonostante un interessamento di Giuliano dei Medici, che si trovava ad Urbino ed era intimo amico del Castiglione, il matrimonio non si potè fare e Madonna Clarice andrà sposa a Filippo Strozzi di Firenze col segreto maneggio di Madonna Lucrezia de’ Medici, sorella del Cardinale e moglie di Jacopo Salviati: venne così a naufragare un matrimonio che avrebbe collocato il Castiglione in una delle famiglie più importanti dell’epoca sul piano politico non solo in Italia ma anche in Europa.

Nel 1508 Giulio II scatenò contro Venezia la lega di Cambrai (cui aderirono l’Imperatore Massimiliano, Luigi XII, il re di Spagna e il Duca di Ferrara) per recuperare le città della Romagna di cui la Repubblica della Serenissima si era impadronita durante la crisi del Duca Valentino; Venezia fu sonoramente sconfitta nella battaglia di Agnadello e intuì la grande pericolosità della situazione che investiva la sua stessa sopravvivenza per cui decise di restituire le città al Papa, avviando trattative per una pace che erano già la premessa di una futura alleanza. Il Castiglione si fece grande onore, soprattutto in alcuni fatti d’arme avvenuti nella zona di Ravenna, ma per le fatiche si ammalò gravemente, riprendendosi a stento anche per le amorevoli cure della Duchessa d’Urbino e di Madonna Emilia Pia.

Alla fine del 1509 faceva il suo ingresso in Urbino Eleonora Gonzaga, la nuova sposa del Duca, figlia del Marchese di Mantova e parente del Castiglione: i festeggiamenti durarono per molte settimane fino al Carnevale del 1510. Da questo momento inizia un periodo di un paio d’anni infausto e difficile sia per il Duca di Urbino che per il Nostro scrittore. Durante l’estate il Papa cominciò una nuova campagna di guerra, questa volta contro il Duca di Ferrara, al quale tolse alcuni territori vasti ed importanti, tra cui Bagnacavallo, Lugo, Carpi, Modena arrivando fin presso Ferrara; ma l’anno seguente, nel mese di Maggio, venne perduta Bologna e il Cardinale Alidosio dette la colpa al Duca d’Urbino, che tanto si accese di furore, anche perché non era stato ricevuto in udienza dal Papa sdegnato contro di lui, che incontratolo per le vie di Ravenna lo uccise con alcune pugnalate prima che le guardie potessero fermarlo. Il Papa lo privò allora di ogni grado dichiarandolo decaduto. Delicata fu l’opera del Castiglione e di alcuni Cortigiani fidati che tentarono coinvolgendo cardinali amici e potenti signori di placare l’ira del Pontefice, riuscendovi: il Duca ebbe finalmente licenza di recarsi a Roma ed essere ricevuto dal Papa che lo reintegrò nei suoi possedimenti. Così il Castiglione descrive alla madre in una lettera del 27 settembre l’avvenimento:

Noi siamo tornati Dio grazia sani da Roma con la ribenedizione e reintegrazione nello Stato dell’Illustrissimo Signor nostro, avendo però passato infiniti fastidi e travagli quanto si possa dire, massime per la infermità gravissima di N. S., il quale si può dir che sia liberato per miracolo, e per salute del Signor Duca, e della Chiesa di Dio.

Nel 1512 l’armata pontificia, dopo l’iniziale disfatta di Ravenna, aumentati gli effettivi, cominciò l’opera di recupero delle città perse o che s’erano date ai Francesi: il Duca d’Urbino conquistò Bologna, che s’arrese il 10 Giugno e tre giorni dopo potè entrare in città al fianco del Cardinale Sigismondo Gonzaga Legato del Papa. A seguito di queste campagne militari il Duca gratificò il Castiglione dandogli il castello di Ginestreto nel territorio di Pesaro e insignendolo del titolo di Conte: l’assegnazione venne poi cambiata col castello di Novillara per desiderio del Castiglione stesso per i motivi che spiegherà alla madre nella lettera del 28 Gennaio 1513:

Penso ch’io piglierò la possessione del mio Castello, il quale non è più Ginestreto,: perché ho procurato cambiarlo con un altro, che si dimanda Nuvillara, e ‘l Sig. Duca è stato contento; e questo è molto più al proposito, che è vicino a Pesaro due miglia, bonissimo aere, bonissima vista da terra e da mare, vicino a Fano cinque miglia, fruttifero al possibile, ed ha un buon palazzo che è mio, ed è della medesima entrata che Genestreto e forse più; sicchè io me ne contento assai, e Dio mi conceda grazia di goderlo con contentezza.

La notte del 20 febbraio 1513 morì Papa Giulio II, e il Duca Guidobaldo scelse il Castiglione da mandare a Roma come Ambasciatore perché procurasse le cose sue tanto presso il sagro Collegio, come presso il nuovo Pontefice, perché conosceva personalmente molti dei Cardinali dai quali era stimata come persona corretta e saggia. Al Pontificato il 9 marzo 1513 venne eletto il Cardinale Giovanni dei Medici, che aveva soltanto 38 anni, assumendo il nome di Leone X, dalla salute malferma e forse soprattutto per questo ben accetto al Collegio cardinalizio che eleggeva un Papa che avrebbe potuto danneggiare poco gli interessi delle singole famiglie che maggiormente detenevano il potere in seno al collegio stesso e in senso lato all’interno dello stato pontificio.

A Roma, Castiglione strinse amicizia con i più grandi personaggi della cultura e dell’arte protetti dal Papa, che è stato uno dei più grandi mecenati della Chiesa; conobbe Raffaello e Michelangelo, di cui apprezzò la grandezza artistica, mentre egli stesso passava come uomo peritissimo nelle arti del disegno (si racconta che Raffaello era solito chiedergli il parere sulle opere che veniva dipingendo in quel tempo) comprando anche alcune opere per conto del Duca, al quale indirizzò il grande architetto e artista Giulio Romano; frequentò assiduamente il Bembo, il Sadoleto, il Tebaldeo, e conobbe Federico Fregoso vescovo di Salerno (che sarà un personaggio del Cortegiano) nipote della Duchessa d’Urbino, Filippo Beroaldo Bibliotecario del Papa. Stesecome molti affermano, ma la cosa è molto dubbia, un nuovo prologo per la Calandria, la festosa e licenziosa commedia di Bernardo Dovizzi da Bibbiena, di cui venne allestita una fortunata rappresentazione presso la corte di Urbino nel 1513 e l’anno successivo in Vaticano, non tanto per il suo significato culturale, quanto per quel che di piccante e scandalistico metteva in scena; da notare che il Bibbiena era il segretario privato del cardinale Giovanni de’ Medici, che proprio in quell’anno era stato eletto papa.

Intanto, nell’animo del Marchese di Mantova l’ostile inimicizia per il Castiglione era quasi del tutto dileguata; mutando opinione sul conto dello scrittore, lo invitò più volte ad andare a trovarlo, prospettandogli anche un favorevole matrimonio; il Castiglione, che era giunto ormai al suo trentottesimo anno di vita, si lasciò convincere e, chiesta licenza al duca d'Urbino, ritornò in patria, dove fu ricevuto con grande onore e, anche per accontentare il desiderio della madre che desiderava averlo vicino e sposato per mettere nelle sue mani le cure del patrimonio domestico, all’inizio del 1516 sposò Ippolita, figlia del conte Guido Torello e di Francesca figlia di quel Giovanni Bentivoglio che era stato Signore di Bologna, donna bellissima e di gentilissimi modi, che gli diede tre figli: Camillo, Anna e Ippolita, prima di morire di parto nel 1520. La celebrazione delle nozze fu rallegrata da grandi festeggiamenti con giostre e tornei. Per la festa dell’Ascensione del 1517 fece un viaggio a Venezia in compagnia della moglie e delle sorelle Polissena e Francesca. Tornato a Mantova in Agosto ebbe il primo figlio, cui diede, come abbiamo visto, il nome di Camillo.

Il 20 Febbraio del 1519 muore il Marchese Francesco Gonzaga e gli succede il primogenito Federico, che con la speranza di ottenere il Generalato della Chiesa, mandò il Castiglione in missione a Roma come Ambasciatore presso Leone X che promise la realizzazione del suo desiderio, anche se in tempi non molto rapidi. L’anno seguente nominò quindi, con una generosa provvisione di mille e duecento scudi, come Ambasciatore ordinario presso il Pontefice, il Castiglione che riuscì a concludere l’affare della concessione del generalato nel Marzo 1521, con grande gioia e soddisfazione del giovane Marchese.

Ma un evento funesto recò alla vita di Castiglione un dolore profondo e irreparabile, che col tempo sarebbe piuttosto cresciuto che diminuito: nell’Agosto 1520, nel fiore degli anni, a Mantova muore la moglie. Molti si prodigarono a consolarlo, compreso il Papa che gli donò una pensione di 200 scudi d’oro. Il dolore venne accresciuto dalla morte del suo grande amico Raffaello Sanzio, divenuto a Roma quasi un fratello, e poco dopo, il 9 Novembre, anche dell’altro grande amico, il Bibbiena. L’anno dopo Castiglione, Cavaliere e Conte raffinato, abbraccia la carriera ecclesiastica, una scelta comune a molti personaggi del Cinquecento (ricordiamo tra tutti Bembo e il Bibbiena) e comune anche ai suoi personaggi del Cortegiano.

Il primo dicembre 1521 moriva Papa Leone X e fra gli intrighi di corte e il contrasto, talvolta anche piuttosto aspro, tra le fazioni dell’Imperatore Carlo V e del Re di Francia Francesco I, dopo un conclave durato dal 27 Dicembre al 9 Gennaio del 1522, veniva eletto il Cardinale olandese Adriaan Florensz Vescovo di Tortosa, apparentemente neutrale fra le due fazioni, ma in realtà favorevole a Carlo V di cui era stato maestro: l’elezione fu accolta da fischi e insulti e anche da qualche sassata lanciata contro i Cardinali che uscivano dal Conclave. Il nuovo Papa assunse il nome di Adriano VI, ma il suo pontificato durerà molto poco: morirà il 14 settembre del 1523.

Il Castiglione seguitò la sua ambasceria a Roma, presso il Sacro Collegio, riferendo al Marchese quel che nel frattempo avveniva e dopo qualche mese fu richiamato a Mantova. Alla morte di Adriano VI, veniva eletto Papa il 19 novembre, dopo 50 giorni di Conclave, dopo il superamento di non pochi contrasti tra le varie fazioni, il Cardinale Giulio dei Medici, che prese il nome di Clemente VII. Subito il Marchese di Mantova inviò il Conte Castiglione a Roma come Ambasciatore, per curare i suoi interessi, sapendo anche che il Conte e il Papa si conoscevano già assai bene. Il nuovo Papa, pur fra le incertezze che caratterizzarono la sua condotta politica, di cui diede prova molto spesso e che sarà fondamentale causa di funesti eventi per la Chiesa, cercò di gettare le basi per stringere fra tutti i Principi d’Europa una pace possibilmente duratura e cercava un uomo di grande qualità e prestigio da inviare in qualità di Ambasciatore e Nunzio pontificio presso Carlo V in Spagna e lo individuò proprio nel Castiglione, che venne invitato alla sua presenza il 19 Luglio 1524. Il Papa gli espose il suo desiderio e il Conte rispose che era pronto a servirlo purché fosse d’accordo il Marchese di Mantova, che comunque non negò il suo permesso.

Partì da Roma il 5 Ottobre 1824, e dopo aver sostato qualche giorno a Mantova, si avviò verso la Spagna, giungendo a Madrid l’11 Marzo 1525, accolto da molti Signori, come fu ordinato dallo stesso Carlo V. Il compito che gli era stato affidato era indubbiamente difficile e in un certo senso anche pericoloso in quegli anni caratterizzati dall’incerta condotta politica del Papa e dall’accanita lotta tra francesi e spagnoli, una lotta piena di sospetti e di situazioni irritanti, vissuta giorno per giorno senza vederne mai la fine. La posizione del Castiglione era, quindi, quella di uno scomodo mediatore tra due personaggi distanti sul piano della personalità, indeciso il Papa, deciso l’Imperatore, ma non certamente su quello degli obiettivi da raggiungere: l’egemonia sull’Italia dell’uno e l’egemonia sull’Europa dell’altro. In Aprile seguì l’Imperatore a Toledo e l’anno seguente a Siviglia e Granata, non tralasciando la sua opera di ambasciatore, secondo i desideri del Papa, cercando di gettare le basi per realizzare l’auspicata condizione generale di pace. Ma nel 1526 il Papa partecipa al fianco del re di Francia e delle Repubbliche di Firenze, Genova e Venezia e del Ducato di Milano alla Lega di Cognac, che per la sua stessa composizione si rivelò debole e incapace di superare le tradizionali diffidenze e gelosie tra i vari componenti. Intanto l’Imperatore, che perseguiva una sua politica di egemonia universale, rispose promuovendo una spedizione di truppe tedesche contro Roma nel 1527, generando il terribile e miserabile sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi e la prigionia dello stesso Pontefice.

Questo funesto avvenimento gettò allora il Castiglione in una sorta di depressione tanto grave da portarlo perfino vicino alla morte, originando una condizione di delusione e di profondo doloreche fu reso ancora più cocente dal fatto che il Papa gli aveva fatto comunicare che non era stato molto contento del suo lavoro per non aver capito a tempo quel che si stava tramando nelle stanze segrete della corte spagnola. Il Castiglione, appena rimessosi, scrisse una lunga lettera al Papa esponendo quanto aveva fatto fino a quel momento presso l’Imperatore e portandolo a conoscenza delle sue iniziative presso i Prelati di Spagna per la liberazione del Papa stesso, Prelati che furono spinti a sospendere le cerimonie religiose e a recarsi tutti uniti dall’Imperatore per chiedere la liberazione del Pontefice. La lettera comunque non riuscì a fugare del tutto i dubbi e l’impressione suscitata dalla presunta inefficacia della sua opera politica presso l’Imperatore.

Il Castiglione riuscì a convincere il Papa della sua buona fede, ma la sua salute non tornò mai più florida. L’Imperatore stesso, preoccupato, gli fece importanti favori, come la concessione della cittadinanza e naturalizzazione spagnola e la nomina al ricchissimo vescovado di Avila, che il Castiglione dichiarò di non poter accettare se prima tra Imperatore e Papa non si fosse ristabilita una perfetta riconciliazione.

Nel 1528 usciva finalmente a stampa a Venezia, curato dall’amico Pietro bembo la sua fondamentale e unica opera Il libro del Cortegiano, un’opera in gestazione almeno dagli anni 1513-1514, che più volte era stata rivista e corretta sul piano dell’espressione linguistica e della struttura generale. Ammalatosi il 2 Febbraio 1529 di febbri pestilenziali, dopo appena 6 giorni d’infermità, a soli cinquant’anni Castiglione moriva in Toledo, con gran dispiacere dell’Imperatore che ordinò a tutti i Prelati e ai Signori della Corte di assistere ai solenni funerali da celebrarsi nella Chiesa maggiore di Toledo. E quando Ludovico Strozzi, figlio della sorella Francesca che aveva sposato il Cavaliere mantovano Tommaso Strozzi, si recò a ringraziare l’Imperatore per tali e tante dimostrazioni di stima e di affetto, si racconta che Carlo V gli disse: yo vos digo que es muerto uno de los mejores Caballeros del mundo.

Il corpo del Castiglione per 16 mesi restò sepolto nella Chiesa Metropolitana di Toledo, finché la madre Donna Luigia Gonzaga lo fece trasportare a Mantova facendogli dar sepoltura in una bellissima cappella fatta appositamente fabbricare nella chiesa dei Frati Minori che si trovava cinque miglia fuori dalla città, col seguente epitaffio composto dall’amico Pietro Bembo:

BALDASSARI . CASTILIONI . MANTUANO

OMNIBVS . NATVRAE . DOTIBVS . PLVRIMIS .

BONIS . ARTIBVS . ORNATO . GRAECIS . LITERIS .

ERVDITO . IN . LATINIS . ET . HETRVSCIS . ETIAM . POETAE .

OPPIDO . NEBVLARIAE . IN . PISAVREN .

OB . VIRT. . MILIT . DONATO .

DVABVS . OBITIS . LEGATIONIBUS . BRITANNICA .

ET ROMANA . HISPANIENSEM . CUM . AGERET .

AC . RES . CLEMENTIS . VII. PONT. MAX.

PROCURARET . QUATVORQVE . LIBROS . DE . INSTITVENDA .

REGVM . FAMILIA . PERSCRIPSISSET . POSTREMO .

CUM . CAROLUS V. IMPERATOR . EPISCOPUM . ABULAE . CREARI .

MANDASSET . TOLETI . VITA . FVNCTO . MAGNI . APUD . OMNES .

GENTES .NOMINIS . QVI . VIX . ANNOS L. MENS. II. DIEM I.

ALOYSIA . GONZAGA . CONTRA . VOTUM . SUPERSTES .

FIL. B. M. P. ANNO . DOMINI . MDXXIX

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Ultimo aggiornamento: 29 agosto 2011