Anonimo

 

Vita di Giovanni Boccaccio fiorentino poeta.

traduzione da Filippo Villani

 

 

(dal cd. La 41, c. 496-52a.)

 

Edizione di riferimento:

Zeitschrift für romanische Philologie, 1903 (Bd. 27), p. 298 e sgg.

 

 

Come della materia del bogl(i)ente ferro dalle martella fabbrili battuta sogliono scintillare alcune scaglie affocate a modo di razzi in giro risprendenti;[1] così, battendo in prima Dante, di poi el Petrarca, huomini d'altissimo ingegno, la invecchiata poesia, acciò che in quella la ruggine di molti secoli scotessino, la quale bruttissimamente pigliandola l'havea[2] quasi ròsa, quasi d'una percossa selce[3] inlustrissime scintille, da poetico spirito mosse, crebbono in luminose fiamme grandemente risprendenti:[4] Zanobio, del quale di sopra habbiamo fatta mentione, e questo Giovanni, di cui al presente habbiamo a dire, felicemente uscirno.[5] El costui padre fu el Boccaccio da Certaldo, castello del contado fiorentino, huomo d'ornamento di costumi celebrato. Questi per le sue mercatantie, alle quali attendeva, stando a Parigi, come era d'ingegno liberale e piacevole, così fu di compressione allegra e di facile inclinatione ad amore. Per questa piacevolezza della sua natura e de' costumi, s'innamorò d'una giovinetta parigina, di sorte medrioche tra nobile e borghese, della quale arse di vementissimo[6] amore; e, come vogliono gli osservatori dell'opere di Giovanni, quella si congiunse per isposa, della quale poi esso Giovanni fu generato. El quale, fanciullo, sotto maestro Giovanni, padre di Zanobio poeta, non pienamente havendo imparato gramatica, volendo e constringendolo el padre, per cagione di guadagno lo costrinse ad attendere all'abbaco e, per la medesima cagione, a peregrinare. Et havendo per molte e diverse regioni hor qua et hor là lungamente errato, e già al ventottesimo anno pervenuto; per lo comandamento paterno a Napoli, nella Pergola, si fermò: dove stando, un dì, a caso andandosi a diporto solo, pervenne a luogo dove la cenere di Virgilio Marone è sepellita. El cui sepolcro raguardando Giovanni, e con amiratione lungamente quel che dentro chiudea e la fama di quelle ossa con animo sospeso meditando, cominciò subitamente ad accusare e lamentarsi della sua fortuna, dalla quale violentemente era constretto a darsi alle mercatantie a llui odiose. Onde da uno subito amore delle[7] Pieride Muse tócco, tornando a casa, sprezzato al tutto le mercatantie, con ardentissimo studio alla poesia si détte; nella quale in brevissimo tempo congiugnendo insieme el nobile ingegno e l' ardente desiderio, fé mirabile profitto. Della qual cosa havedendosi el padre e stimando la inclinatione celeste più nel figliuolo potere che lo imperio paterno, a' suoi studi ultimamente consentì e co' favori a lui possibili l'aiutoe [, quantunche prima allo studio di ragione canonica lo inducesse].[8] Giovanni, poiché si sentì libero, con grandissima cura cominciò a investigare quel che alla poesia era di bisogno: e vedendo ch' e principij e fondamenti de' poeti, e quali circa le fationi e favole consistono, esser quasi totalmente perduti, come se da uno fato[9] fussi mosso, si misse in cammino né si spaventò di faticosissime peregrinationi: perché molte e varie regioni certissimamente trascorse, nelle quali con gran solecitudine investigò ciò che de' poeti si potea havere. Et etiamdio gli studi grechi con docile e pertinace studio ricercoe, onde alcuna cosa potesse cavare; usando per maestro Leontio greco, della poesia greca peritissimo. Et ultimamente ciò che col suo lungo studio poté trovare, in uno volume ridusse, el quale intitolò 'de genologia deorum': dove e comenti degli antichi poeti, con mirabile ordine et elegante stilo, ciò che moralmente intese per allegoria, sono raunati: opera certamente dilettevole et utile e molto necessaria a chi vuole e velami de poeti cognoscere, e senza la[10] quale docile serebbe intendere e poeti, et alla loro disciplina studiare: però che tutti e misterij de' poeti e gli allegorici sensi, e quali o fatione d'historia o fabulosa compositione occultava, con mirabile acume d ingegno in publico e quasi alle mani di ciascuno ridusse. E con ciò sia cosa che e nomi de' fiumi monti selve laghi stagni e mari, e quali ne' volumi poetici et historici sono scritti, fussino variati o dal proprio piacere di diversi secoli o da varie avenimenti; e però con diversi nomi fussino chiamati, e quali lo Intelletto di chi leggeva  o'l variavono o'l tenevono sospeso, però compuose un libro 'de'fiumi et monti' et altre sopra dette cose, nel quale espressamente dimostroe ciascuna cosa con che nomi secondo el corso del tempo era notata: el quale e lettori delle cose antiche da molti errori può liberare. Compuose ancora un libro de 'casi degli huomini inlustri' et un altro 'delle chiare donne'; ne' quali di tanta facundia et eleganti di sermone e gravità risplende, che gli altissimi ingegni degli antichi in quel trattato si può dire non solamente aguagliare ma forse anzi meritamente superare. Oltre alle predette opere compuose egloghe sedici bellissime e molte pistole in versi e in prosa, le quali appresso a' dotti non sono in piccolo prezzo. E certamente e volumi che lui compuose, agli huomini più degni gratissimi, etiandio tacente me, dimostrono[11] quanto fu el suo grande ingegno. El Petrarca etiamdio, el quale fu sì amico, che erono stimati una anima in due corpi, lui mirabilmente per la verità [, conte dice,][12] e non per calore della amicitia conlauda: et esso Zanobio poeta, come ne' suoi versi dimostra, in lui rimette lo arbitrio dello eleggere la materia dello scrivere. Sonci ancora molte sue opere composte in vulgare sermone, alcune in rima cantate, alcune in prosaica continuatione descritte;[13] nelle[14] quali per lasciva gioventù alquanto apertamente el suo ingegno si solazza: le quali di poi, essendo invecchiato, stimò di porre in silentio; ma non poté, come desiderava, la parola già detta al petto rivocare, né el fuoco, che col mantaco havea acceso, con la sua volontà spegnere. Meritò certamente sì degno huomo d'essere con la poetica laurea coronato, ma la trista miseria de' tempi, la quale e signori delle cose temporali col vile guadagno havea involti, e la sua povertà questo vietorno. Ma certamente e volumi da lui composti, degni d essere laureati, in luogo di mirto ed ellera furno alle sue degne tempie. Fu el poeta di statura alquanto grassa ma grande; faccia tonda ma naso sopra gl' anari[15] un poco depresso; labri alquanto grossi, niente di meno begli e bene lineati; mento forato che nel suo ridere mostrava bellezza; giocondo et allegro aspetto; in tutto el suo sermone[16] piacevole et humano, e del ragionare assai si dilettava. Molti amici s'acquistò con la suoi diligentia; non però alcuno che la sua povertà sovenisse. Questi finì l'ultimo suo giorno nell' anno della gratia MCCCLXXV[17] e dell' età sua LXII, e nel castello di Certaldo, nella canonica (di S. Jacopo)[18] honorevelmente[19] fu sepellito, con lo epitafio el quale lui vivente a se medesimo fé in questo modo:

 

[Manca l' epitafio ed il resto della biografia.]

 

Note
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[1] Poiché non s'è già fatto a proposito della biografia lt., mi pare non inopportuno notare qui la coincidenza tra il paragone con cui comincia la vita villaniana e questo passo dell' Ameto boccaccesco (ed. Sonzogno 1879, p. 247): "e quello, né più né meno che il bollente ferro tratto dell'ardente fucina, vide d'infinite faville sfavillante".

[2] Così corressero RMa; il cd. La havesszno.

[3] Il cd. calce.

[4] Una mano posteriore corresse in risplendienti.

[5] Il cd. pone virgola dopo felicemente e legge usorno in vece di uscirno.

[6] Più tardi sopra la sillaba ve un' altra mano aggiunse he (vehem.).

[7] La dalle.

[8] Le parole da me rinchiuse tra parentesi formano una breve interpolazione, dovuta second'ogni probabilità al traduttore medesimo, poiché non si riscontrano nel testo latino della seconda redazione delle Vite. I due ultimi vocaboli lo inducesse furono introdotti nel cd. più tardi a riempire una breve lacuna, essendo di mano diversa e scritti più in piccolo del rimanente.

[9] La fatto.

[10] La senza el quale.

[11] Più tardi il secondo o fu mutato in a

[12] Anche queste parole che mancano nella seconda redazione latina si debbono, a parer mio, ritenere un' interpolazione del traduttore.

[13] La scrive così: alcuna in rima cantate, alcuna ... descritti (!); RMa riducono tutto al singolare.

[14] La ne' quali.

[15] La glanari; più tardi gla fu abraso e gli fu sostituito le. Conservo la forma primitiva, di cui restano molti altri esempi nell'uso letterario, specialmente fiorentino.

[16] Dopo sermone La ripete in tutto, che io, considerandolo come un'inavvertenza del traduttore o del copista, ò soppresso.

[17] La MCCCLXV.

[18] Dopo canonica segue in La la ripetizione inutile di Certaldo, che io ò omesso, sostituendovi le parole che si trovano invece nel testo latino della vita.

[19] Cd. honovelmente.

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Ultimo aggiornamento: 31 marzo 2004