Giuseppe Betussi

ca. 1515-ca.1573

Addizione al libro delle donne illustri di Boccaccio

ADDIZIONE DI M. GIUSEPPE BETUSSSI FATTA

AL LIBRO DELLE Donne illustri dal tempo del Boccacio

fino a’ giorni nostri, con alcune altre state per innanzi.

Edizione di riferimento:

Giovanni Boccaccio, Libro di M. Gio. Boccaccio delle donne illustri, tradotto per messer Giuseppe Betussi in Vinegia 1545-1547.

Abbiamo adattato il testo alla grafia moderna sia sciogliendo le abbreviazioni che utilizzando gli accenti. Nessun intervento è stato fatto sul testo.

Indice

Capitolo I.       - Di Galla Placida figliuola di Teodosio Imperatore.

Capitolo II       - D’Ildegarda donzella d’Alemagna.

Capitolo III      - Di Geisilla, o ver Galla Reina d’Ungheria.

Capitolo IV      - Di Rosemonda figliuola di Comundo Re degli Zepidi.

Capitolo V       - Di Bianca figliuola d’Antonio Rosso.

Capitolo VI      - Di Batista Malatesta prima.

Capitolo VII     - D’Orfina moglie di Guido Torello.

Capitolo VIII    - Di Gianna donzella Francese.

Capitolo IX       - D’Isabella Reina di Napoli.

Capitolo X        - D’Angela Nogarola donna dottissima.

Capitolo XI       - Di Maria Marchesana di Monferrato.

Capitolo XII      - Di Ginevra di Gambara.

Capitolo XIII     - D’Isotta Donzella Nogarola.

Capitolo XIV     - D’Isabella Reina di Napoli.

Capitolo XV      - Di Buona Lombarda valorosa in armi.

Capitolo XVI     - Di Bianca Maria Duchessa di Milano.

Capitolo XVII    - Di Gostanza moglie d’Alessandro Sforza.

Capitolo XVIII   - Di Batista Duchessa d’Urbino.

Capitolo XIX      - Di Margherita Reina d’Inghilterra.

Capitolo XX       - Di Riccarda moglie di Niccolò da Este Marchese di Ferrara.

Capitolo XXI      - Di Laura figliuola di Niccolò Brenzoni.

Capitolo XXII     - Di Margherita Reina di Scozia.

Capitolo XXIII    - Di Violantina Genovese.

Capitolo XXIV    - D’Isabella Reina d’Ispagna.

Capitolo XXV     - D’Ippolita Visconte moglie del Re Alfonso.

Capitolo XXVI    - Di Leonora d’Aragona Duchessa di Ferrara.

Capitolo XXVII   - Di Ginevra moglie di Giovanni Bentivoglio.

Capitolo XXVIII  - Di Cassandra fedele Viniziana.

Capitolo XXIX     - D’Anna Reina di Francia.

Capitolo XXX      - Di Carletta di Borbone contessa di Niverna.

Capitolo XXXI     - Di Damigella Triulzia.

Capitolo XXXII    - Di Chiara Ceruenta di Valdaura.

Capitolo XXXIII   - D’una Giovanetta contadinella del territorio Padovano.

Capitolo XXXIV   -Di Lisabetta Gonzaga Duchessa d’Urbino.

Capitolo XXXV    - Di Bianca da Collalto.

Capitolo XXXVI   - D’Isabella da Este Marchesana di Mantova.

Capitolo XXXVII  - Di Margherita Valesia Reina di Navarra.

Capitolo XXXVIII - D’Anna Marchesana di Monferrato.

Capitolo XXXIX    - Di Maria Reina d’Ungheria.

Capitolo XL          - Di Veronica da Gambara.

Capitolo XLI         - Di Renata Duchessa di Ferrara.

Capitolo XLII        - Di Cammilla Pallavicina.

Capitolo XLIII       - Di Leonora Duchessa d’Urbino.

Capitolo XLIV       - Di Beatrice Pia de gli Obizzi.

Capitolo XLV        - Di Giuglia di Gonzaga.

Capitolo XLVI       - Di Ginevra Malatesta.

Capitolo XLVII      - Di Margherita Paleologa Marchesana di Monferrato, e Duchessa di Mantova.

Capitolo XLVIII     - D’Argentina Pallavicina Rangona.

Capitolo XLIX        - Di Cammilla Valente.

Capitolo L.             - Di Vittoria Colonna Marchesana di Pescara.

Capitolo I.

Di Galla Placida figliuola di Teodosio Imperatore.

Benchè l’animo mio sia di seguir solamente l’opera del Boccaccio, e ripigliandola, far memoria non di tutte, ma d’alcune donne le più illustri, che sieno state dopo Giovanna Reina di Gerusalem, e di Cicilia fino a’ giorni nostri, nondimeno il valor di costei e d’alcuna altra appresso m’ha sforzato, ch’io non la lasci fuor del numero di queste. Alla quale, quanto sia tenuto il bel nome Latino, chiaramente si potrà conoscere dalla degnità rimasa a quello, per mezzo suo. E se l’Autore non l’ha altrimenti ricordata, non può esser proceduto, che per difetto di memoria. Imperocchè, si come ha donato all’eternità il nome d’Elena, che fu cagion della rovina di Troia, e di molt’altre provincie, non è da credere che avesse lasciato indietro questa, che ha conservato l’Italia. Galla Placida fu figliuola di Teodosio Imperatore chiamato il vecchio, e di Galla sua moglie, la quale nel CCCCXII. nel primo giorno d’Aprile che i Gotti presero Roma, che fino allora avea tenuto sotto il giogo tutto ’l mondo, più con la fame, che con l’armi, fu allora, quando, come scrive San Girolamo, in quello assedio le madri furono sforzate da necessità mangiare i figliuoli, presa insieme con alcuni altri prigioni, e bene dico alcuni. Perche la maggior parte era morta, e tuttavia trascorrendo quei Barbari popoli con occision grandissima per tutta terra di Lavoro, Basilicata, e Calavria, avvenne che Alacrio della famiglia de' Balti, nobilissima tra i Gotti, e primo loro Re infermò quell’anno istesso in Cosenza città di Calavria, dove morì: del quale non mi pare di tacer le superbe esequie. Imperocchè i suoi fratelli fecero volgere altrove il fiume Bisento, e asciugarsi il fondo: e fatto seco, cavando molto in giù la terra, ivi seppellirono in una bella sepoltura il corpo d’Alacrio, con infinito tesoro, e poi ritornarono il fiume al solito corso suo, ammazzando tutti quelli, che in quest’opera avevano affaticato, acciocchè non si sapesse mai in qual parte fosse stato il lor Re sepolto. A costui successe Ataulfo suo parente della medesima famiglia de' Balti, il quale, essendo bellissima Placida, la tolse per moglie, e in Imola celebrò le nozze molto sontuose, e magnifiche. La cagione, per la quale costei sia stata molto famosa, e meriti d’esser commendata, non è per questo, ma per quello, che ora m’apparecchio di dire. Imperocchè Ataulfo, essendo deliberato di volere in tutto rouinar Roma, e spianarla, con animo d’edificare ivi una nuova città, e chiamarla Gottia, lasciando che gli altri Re e Imperadori, che succedessero dal nome suo si dicessero. Ataulfi, come da Augusto si chiamavano Augusti, e già avendovi dato principio, Placida molto amata dal marito, tanto operò con bei modi, che gli levò di cuor questa opinione, e di più lo condusse a far pace col fratello Onorio, opera veramente degna di maggior eternità, che non è la penna mia, avendo conservato quella principal città, della quale è uscito la nobiltà e l’eccellenza del mondo, e in cui era restata la dignità di tutti gl’Imperi. Stato Ataulfo tre anni Re di Visigotti, e in questo tempo rotta la pace tra Onorio e quello, Costanzo Conte nobile Romano, fatto suo Capitano, ridusse a tal termine Ataulfo, che, fuggito di Nerbona, si ricoverò nell’ultima Spagna: dove volendo rifar l’esercito, fu da’ suoi soldati ammazzato, non per altra, cagione che quando poteva per li prieghi di Placida no volle rovinar l’imperio Romano, al quale costei hebbe tanto amore, e cotanto riverì l’Italia. Intanto essendo stato Costanzo Conte già dichiarato Cesare, Onorio gli diede Placida sua sorella per moglie, de' quali nacque Valentiniano terzo, che ancora garzone successe ad Onorio, e fu fatto Imperadore. Ma morto il marito, ed essendo stato da i cittadini Romani ammazzato Onorio, ella insieme col figliuolo picciolo, non si tenendo secura, se ne fuggì a Ravenna: dove ricevuta con grandissimo onore, come trionfante, entrò nella città, la quale, si come era ornata di prude[n]za e magnanimità, così s’adoprò, che da tutti fu tenuta, e riverita da Imperatrice, e di molti edifici ampliò la città, e aggrandì le mura di quella: dimaniera, che tutte quelle antichità, e di monasteri e d’altri edifici notabili, che si veggiono in Ravenna, furono da lei ordinati, e tra gli altri quella superba chiesa ch’era appresso la porta che si chiama d’Artemedulo, col figliuolo Valentiniano, già creato Imperadore, fece fondare, adornandola di ventiquattro colonne di marmi preziosissimi, e di molte altre pietre, di non poco valore, consacrandolo al beato nome di San Giouanni Evangelista. In Costantinopoli medesimamente fece edificare di superbissimi edifici, e grandissimi tempy, nè meno si deve dire, che fosse Augusta, che santa. Infinite altre cose degne di memoria, e notabili in ogni grande Imperadore fece, le quali essendo manifeste, lascerò da parte, potendosi chiaramente da queste considerar la grandezza del valore suo. Morì in Ravenna negli anni del Signore CCCCXLVI. al tempo di Lione di questo nome Pontefice Romano primo, e ivi fu sepolta.

Capitolo II

D’Ildegarda donzella d’Alemagna.

Dovendo essere ad ogni spirito degno grate l’opere virtuose, meritamente più tosto sarò lodato, che biasimato, non d’aver con dovuti meriti di parole adornato le virtù di costei ch’io son certo di non ne poter dire a bastanza, ma d’avere almeno ricordato anch’io il nome suo: Ildegarda di nazione Alemanna fu donna di grandissimo spirito, e molto letterata, nè solamente ebbe cognizione modestamente delle lettere tanto, ch’a sofficienza potesse intender le cose, ma ebbe molto profondità in filosofia e Teologia: nella quale quanto sia stata eccellente, oltre che si può anche vedere per lo conto, che ne tennero molti Pontefici, Imperadori, e principi al tempo suo, tra’ quali fu Eugenio terzo, Anastagio quarto, Adriano quarto, e Alessandro terzo Pontefici massimi, che più volte la pregarono e confortarono a scriver sopra la sacra scrittura: e che molto l’onoravano, ne rendono chiaro testimonio molti libri pieni di Cattolica dottrina, da lei composti, e scritti. Si degnò delle lettere sue il beato Benedetto: diede risoluzione spedita sopra xxx. Questioni di Teologia. Scrisse le vite di molti eccellenti, e valorosi huomini, che sono stati pien di virtù. Compose sopra il sagramento dello altare: fece l’annotazioni sopra cinquanta Vangeli. Oltre di ciò, in medicina scrisse la natura de' semplici, e de' compositi di quelli, che giovano ad una infermità, e all’altra. Fece molte epistole, e versi in diverse materie spirituali, per le quali molto risplendette di grandezza di stile, e nella purità del parlare: compose anche sopra la disciplina di Benedetto. Le quai tutte cose furono così eccellenti, e senza difetto, che essendosi lette nel cocilio Treverense, al tempo d’Eugenio terzo, quelle cose, che appartenevano alla Religion Cristiana, col testimonio dell’autorità ecclesiastica, furono approvate: onde si mosse poi Corrado terzo, e Federigo primo imperadori a scrivere a questa Ildegarda con gran riverenza. Riguardino ora questa femmina barbara, e straniera gl’inteletti Italiani, e così quelli, che solamente lodano l’antichità Romana, risguardino dirittamente costei nè più sprezzar l’età nostra, che non credo, con buona pace d’ogn’uno, leggersi mai più altra appo tanti Pontefici, e Imperadori, grandi principali di tutta Cristianità, essersi ritrovata. Risguardino pur quanto fanno. Se mai appo Latini o Greci hanno ritrovato donna di spirito così saputo, che senza dubbio è dignissima di essere preposta a tutte l’altre. Ebbe anche questa grazia dal cielo, che fu come una Sibilla: predisse molte cose in generale, e particolare, che secondo i detti suoi, successero egualmente. Per tanto ho giudicato essere stato opera lodevole così brevemente del nome di costei aver fatto memoria.

Capitolo III

Di Geisilla, o ver Galla Reina d’Ungheria.

Gesilla merita, benche non sia giunta a la memoria degli altri questa famosissima donna, che venuta alla mia, non i stia senza ricordo, benche il nome suo da se sara sempre eterno: della qua le non voglio dar sentenza, che avanzasse tutte le altre, ma ben voglio dire, che di fede, bontà, prudenza, e Cristianità le pareggiasse. Geisilla ovvero Galla illustrissima Reina, figliuola d’Ottone Duca di Sassogna, sorella d’Arrigo, prima Duca, e poi, di quel nome, primo Imperador Augusto, fu moglie di Stefano primo re d’Ungheria, dalla quale uscirono molte opere degne di memoria, e magnanimi fatti: tra i quali fu quel notabile, e glorioso, che ridusse il Re Stefano suo marito, e tutta l’Ungheria alla fede di Cristo: la cui Istoria, come che sia da più diversamente scritta, non dimeno in ciò ci sforzeremo di seguitar quelli, che con veri argomenti, e ragioni più chiare, di questa Cristianissima Reina hanno fatto memoria. Era questa Reina Geisilla, come fu anche Arrigo Augusto suo fratello, tra l’altre cose, d’ingegno così piacevole, benigna, e piena di grazia divina, che spesse volte, per amor di Cristo lasciava la grandezza reale, e la dignità del grado: e quasi sempre ragionando verso i suoi sudditi della virtù, e parola d’Iddio con ottimi esempli, e con benefici, gli allacciava, faccendosigli benevoli, e parziali: e questo acciocchè con più agevol mezzo potesse ridurre a buon fine il desiderio suo, tutto inclinato a Cristo. Ed essendo sapientissima, e da ognuno, come cosa divina riguardata, non solamente appo il Re Stefano, ma anche da tutti i principi, baroni, Signori, e gentilhuomi del Regno, era tenuta in grandissimo pregio. Onde incominciarono molti, ascoltandola, per la grandissima virtù, ch’era in lei, a mettere in esecuzion i comandameti suoi. E infiniti, presi dalla potenza della parola d’Iddio, che dalla bocca sua usciva, pian piano andavano con gl’ingegni loro dirizzandosi alla via della verità, e lasciar la cattiva opinione della religion gentile, se religione si può chiamare il non credere in Dio, la onde tanto finalmente operò con le sue dolci e vere parole, e maravigliosi esempli, che condusse il marito, e tutti gli Ungheri alla fede di Cristo, e così i popoli di quei paesi, che fino a quel tempo erano stati lontani dalla cognizion di Dio, per mezzo della grazia di Cristo, ch’operò in lei, furono ridotti al porto della salute. Fu oltre di ciò in questa sagratissima Reina un certo ingegno divino, e una certa forza così maravigliosa dell’animo, che ognuno, dal parlare, e dalla presenza sua, era vinto, e restava preso. Ed esso Re Stefano, poiche fu fatto Cristianissimo, essendogli già per innanzi, quasi tutto ’l suo reame, come stato usurpato, e appena godendone parte, ridusse a sua obbedienza molti popoli, e genti barbare, e riportò vittoria dì infiniti signori, e prencipi di quei paesi. Indi col consiglio di questa generosissima donna, molte nazioni congiunse insieme, provvedendo di saldo, e fermo legame alle cose, ch’avevano a venire. E tanto questi ottimi Re Stefano, e Geisilla, dopo che si ridussero alla fede di Cristo, ampliarono il loro Imperio, che di gran lunga diventò maggior l’Ungheria: imperocchè, passato il Danubio, aggiunsero al suo Reame, e gli Schiavi, e i Bossinesi, e i Servy, o vero Rasiani, che già si dicevano thribali overo Misy, e i Valachi, parte chiamati Geti, parte Transilvani, e infino i Poloni, e tutte queste nazioni più senza armi, che per forza furono questa divinissima Reina soggiogate, la quale tra gli altri suoi figliuoli ebbe Emerigo, che successe al padre, e non poco conservò, e ampliò lo stato, in tutte le azioni dimostrandosi Cristianissimo, e valoroso. Visse Stefano trent’otto anni, ma Geisella giunse alla vecchieza, e morì negli anni di Cristo cmxcviii. La cui memoria e infinito valore oggidì vive chiarissimo, e riverito.

Capitolo IV

Di Rosemonda figliuola di Comundo Re degli Zepidi.

Quanta dignità si perdesse, la presente fatica del nostro Boccaccio ne fara fede in parte questo Capitolo di Rosemonda, il quale non ad altro fine ho posto dietro a questi tre, eccetto che per essere ricordato dall’autore nel capitolo di Brunichilde Reina di Francia, dove mostra d’aver fatto menzion di lei, e della Cirenese Arsione: e nondimeno, nè dell’una, nè dell’altra vi si contiene alcuna memoria. Di qui si può chiaramente comprendere da quante mani sia stata l’opera sua, e da quante dissipata, di sorte ch’era venuta a tale, che non pareva più sua, anzi non era tenuta, avendosi altri, dopo lui, usurpato il nome di quello. Ma ne sia per ora detto assai. Rosemonda fu figliuola di Commundo Re degli Zepidi, al tempo di Teodoberto Re di Francia, degna di ricordo più tosto per le sue disgrazie, che per alcuno altro degno fatto di lei. A costei per mano d’Albuino, Re de' Longobardi, fu in una guerra ammazzato il padre, e per più superbia levar la testa; e postala in cima d’una lancia, la portò alquanto per l’esercito, indi del teschio, di quella fece fare una tazza guarnita d’oro, nella quale a qualche gran convito, e ne’ solenni mangiari era usato di bere. Poi tolse Rosemonda giovane bellissima per sua moglie, e così, non vi essendo altri di quel ceppo, restando gli Zepidi senza governo, s’estinse allora il nome loro. Passato Albuino in Italia prese Vicenza, e Verona a patti, ed ebbe anche Milano, il quale sacheggiò. Ma, non se gli volendo render Pavia, vi pose l’assedio, il quale vi durò tre anni continui, al tempo di Papa Benedetto, che successe a Giovanni, nel xy.anno dell’Imperio di Giustino il giovane: alla fine, non potendo più tenersi Pavia, fu finalmente presa, della qual vittoria Albuino si rallegrò molto e andato a Verona, dove avea posto la sua sedia, ordinò un solenne convito, nel quale volle, che Rosemonda bevesse ad ogni modo in quella tazza, fattta della testa del padre di lei: di che ella s’attristò, e di maniera si dolse, che deliberò vendicare il padre. Era nella sua corte un certo bel giovane, e nobile longobardo, chiamato Elmechilde, molto fiero nell’armi. Costui amava una donzella di Rosemonda: di che essendosi la Reina accorta, operò in modo, che colui si ritrovò a giacer con esso lei, in luogo della donzella: e datasegli a conoscere, l’esortò, che volesse, ad ogni via, ammazzare il Re, minacciandolo dall’altro canto, che se non lo faceva, l’accusarebbe d’averla voluto sforzare. Per queste ragioni Elmechilde si lasciò condurre nella camera del Re, e ammazzò Albuino. Ma sforzandosi poi Rosemonda di far Re questo suo amante, non vi volendo acconsentire i longobardi, ma di più avendo in animo di far morire amendue per lo meglio se ne fuggì con Elmechilde, e con una fanciulla detta Alsuinda, sua figliuola e d’Albuino, e con tutto il suo tesoro, a Ravenna, dove ricevuta da Longino governator di quella con molto onore, vi dimorò per alcun tempo quieta. Ma l’incostante donna per levarsi anche Elmechilde dinanzi, e toglier forse Longino, che la tentava, per marito, nell’uscire d’un bagno, che questo secondo marito faceva, gli diè bere d’un certo liquore avvelenato: il misero, bevuto che n’ebbe la metà, cominciando sentirsi a commuover tutti gli spiriti, e avvedendosi, che l’avea attossicato., porse l’avanzo alla moglie: la quale ricusando quella bevanda, come che non n’avesse bisogno, egli la costrinse col pugnale e in mano a berla tutta, e così morirono amedue infelicemente in un medesimo tempo. Tale fu il fine di Rosemonda, per questa opera giunta alla memoria nostra, la quale se altro non avesse curato, che vendicar la morte del padre, e con più degno mezzo meritamente se le converebbe più degno ricordo.

Capitolo V

Di Bianca figliuola d’Antonio Rosso.

Fin qui per lecite cagioni, al giudicio mio, mi son mosso a far memoria, senza seguitar l’ordine, di Placida Ildegarda, Gisilla e Rosemonda, ma di costei vera pietà, e amore mi stringe e vuole, ch’onesto, non che lecito sia, che più resti il merito della castità sua a volar per bocca de gli huomini, e a esser nuovo specchio di pudicizia alle Donne, essendo questa la principal virtù, non solamente che le rende onorate e illustri, alla quale son tenute: la onde, per ciò, tra tutte le Romane, il nome di Lucrezia durerà eterno maggiormente che costei di pudicizia d’animo, non solamente agguagliò, ma di gran lunga trapassò la figliola di Lucrezio Spurio, la qual cosa che così sia stata, il giudicio di chi leggerà, faccendo paragone dell’una, e dell’altra, ne darà la sentenza. Nel tempo ch’Ezzelino da Romano, crudelissimo Tiranno, che appresso l’altre scelerità, per questa anche può dirsi che fosse figliuolo del Demonio, già tiranneggiava tutta la Marca Trivigiana, e tuttavia si diponeva d’acquistar l’Italia: e insignorito delle città, oltra Po, e sottoposto Trento, cacciò di Brescia, con l’aiuto d’Uberto Pallavicino Signor molto potente, tutti i guelfi, e assediò Mantova: dove disperato di potere averla, ritornandosene a Verona, e intendendo, che Padova se gli era ribellata, con gran crudeltà fece morire dodici mila padovani, ch’avea seco; ritornando verso Padova; pervenne a Bassano, terra posta appie della Brenta, pur di detta Marca, che fu l’anno MCCXXVI. dove fu una donzella chiamata Bianca figliuola d’uno Antonio de' Rossi giovane molto bella di corpo, e vie più d’animo quell’anno stesso maritata in un Batista della Porta, da lei, più che se medesima, amato. Essendosi, come ho detto, non solamente Padova, ma anche molte altre terre ribellate, Lassane si deliberarono, a persuasion del marito di costei, huomo di molto potere, di non ricever dentro Ezzelino, tanto più, che per innanzi v’havea usato di mali portamenti: e come che’ considerassero il luogo da se non esser bastante di poter resistere, nondimeno, la speranza che aveano, non bisognare ad Ezzelino, in cose di così picciol momento, perdere il tempo, e la fatica, fece che diedero effetto alla deliberazione. Ma giunto ivi, avvenne tutto ’l contrario. Imperocchè deliberando egli entrarvi, incomincio con iscale, e altre macchine a fare che i suoi soldati salisser le mura, la onde il popolo spaventato, deliberò d’aprigli le porte, e chiedergli mercede. Bianca non come paurosa femminella, ma quale ardito guerriero, tutta via combattendo, e gittando dalle mura, insieme col marito, e altri cittadini sassi, acque bollenti con calcina, trementina, e simili altre cose, addosso de' inimici, udendo questo, con forte animo, e con tante ragioni levatasi dalla parte dov’era, e andando d’intorno la terra, di maniera s’adoperò, che fece conoscere a’ terrazzani, che se si arrendevano, erano tutti mandati a filo di spada. Onde tutto quel giorno fortemente si tennero. Ma venuta la notte alcuni, che guardavano una porta tolsero dentro Ezzelino, e i nemici il quale, fatto pigliare Batista, e la Bianca, come capi, l’uno nel cospetto suo fece crudelmente morire, e volendo fare il medesimo dell’altra, tanto fieramente s’accese della bellezza, e valor suo, che cangiato l’odio in amore, deliberò di farsela amica. Ma tutti vani furono i pensier suoi. Imperocchè, nè per prieghi, nè per minacce, non potè mai piegar l’animo castissimo della fedele, e dogliosa moglie, che tutta via dimandando la morte, si per conservar la pudicizia, come anche per seguir il marito, no veggendo riparo da poter servarsi contra il fiero tiranno, si gittò d’un altissimo balcone in terra, nè per ciò morta, ma fiaccatosi un braccio, e una spalla, fu da lui fatta raccogliere, e medicare, faccendola con grandissima diligenza guardare, deliberato ad ogni via di adempir lo sfrenato desiderio suo. E partito il di medesimo, stette alcuni giorni a ritornare, indi venuto, e risanata gia l’addolorata Bianca, non giovando a lui via alcuna, per piegarla, deliberò per forza sfogar la sua lussuria: dove fatta legar la giovane sopra una tavola o altro che si fosse, adempì l’ingorde sue voglie. Fatto questo, la lasciò, nè mai più vi ritornò. Imperocchè partito per Lombardia, e levatosi dall’amicizia, e lega sua Uberto Pallavicino, che s’era insignorito di Cremona, Piacenza, Pavia, Crema, e molt’altre terre, ferito, al ponte di Cassano fu fatto prigione, e condotto à Soncino, dove miseramente finì i giorni suoi. Ma ritornando all’infelice Bianca, partito subito il fiero mostro, come la forsennata Ecuba battendosi il petto, graffiandosi le gote, e stracciando i capelli, chiamando continuamente il nome dell’amato marito, e tenendosi non più degna di vivere al mondo se ne corse alla sepoltura di quello, e ivi, fatta levar la pietra, vi si gittò dentro: e lasciatasi cadere sopra il puzzolente corpo, come se fosse anche stato con lo spirito, gli chiedeva perdono del commesso peccato a forza: nè schifandosi punto del puzzo, baciava, e bagnava di lagrime quello, gridando ad alta voce, e supplicando che non si sdegnasse d’accettare appo di se quel corpo, che il tiranno avea macchiato d’impudicizia. E tuttavia pregava quanti le erano d’intorno, che le porgessero un ferro, con cui pagasse la pena del commesso peccato. Io sono stata cagione, diceva ella, che per serbar la libertà, tu sy andato nelle mani del tiranno, che crudelmente t’abbia ucciso stata son’io quella cagione, che tu mi sy stato tolto, e del peccato mio hai capito il non meritato supplizio. Non è possibile, che s’io non lavo il peccato col sangue, che la coscienza mia resti purgata. Onde non veggendo altro partito di poter pagare il debito della sua coscienza da se levando via, per forza quei puntelli, che tengono levate le pietre che cuopron le sepolture, chinandovi sotto, e fra mezzo il capo tutto se lo schiacciò, e così rese l’anima al cielo, e il corpo alla terra, appresso quel del fedel marito. Tale fu la morte della casta, ed onestissima giovane, la quale no giudico, che punto sia stata inferiore alla moglie di Collatino, ma certamente superiore. Imperocchè Lucrezia per tema di morire con perpetuo nome d’infamia, si lasciò guidare a compiacere a Sesto Tarquinio con animo di lasciar dopo la morte sua, eterno nome di pudicizia. Bianca, senza questa ambizione, senza rispetto di marito, che già era morto, nelle mani di un così crudel tiranno, volle più tosto gittarsi d’un balcone, che perder la castità sua, ch’ultimamente legata a forza, conuenne lasciare. Lucrezia, nel generoso suo atto, mostrò d’aver più caro il lasciar di se buon nome, che morendo casta d’animo, e di corpo dar di se dubbioso pensiero. Bianca, cercando tuttavia la morte, diede indizio, che così d’animo, come di corpo, fosse casta. Lucrezia forse si condusse a darsi morte con animo, che ciò non faccendo la conscienza sua appo il vivo marito, altrimenti non restasse purgata. Bianca, senza questo rispetto, di gran lunga, con minor rispetto, volle appo il morto marito restare. Il peccato di Lucrezia fu col corpo, e non con l’animo, quello di Bianca si può dire che non fosse nè di spirito nè di corpo, perche l’infelici membra, e la ben nata anima, tra mille spade, non paventò la morte, ma legata, non potendo difendersi, adempì le fiere voglie del immanissimo Nerone. Dall’altro canto, faccendo paragone della grandezza de' Romani, non è maraviglia, se tra le donne loro, che nascevano con gli animi nobili, si trovasse una Lucrezia: mi maraviglio bene, che non ne fossero molte. Ma considerando a’ tempi nostri, ne’ quali ogni dì più le virtù mancano, e i vizy crescono, è bene stato miracolo, che si sia trovata una donna di tanta perfezione. Imperocchè infinite avrebbon voluto, anche per ciò merito infinito di più dell’altre, faccendosi scudo di questa ragione, che la forza, e la necessità è sottoposta ad ogni cosa. Misere quelle, che dirittamente non purgano la sua coscienza: perche la vera candidezza, e bontà d’animo, non consiste nell’apparenza de' giudicy altrui, ma nel più interno del tuo cuore. Esamina nella tua coscienza tutte le cose, che conoscerai veramente le buone, e le triste. Ma il mondo è così corrotto, che non è maraviglia, se anche poco l’onore è apprezzato. Così costei, tanto più è da commendare, e da esser tenuta illustre, quanto in simili azioni il numero delle pari sue è minore. Avessero così possa le parole mie di farti vivere nella memoria de gli huomini, e nel cuor delle donne, come il tuo nome, tra quanti degni, e pregiati, sono stati dalla creazion dell’huomo, fin’ora merita il primo luogo: e come alle sacre ceneri, e alle reliquie di quelle beate ossa si converrebbe al tra memoria, che di Mausolei. Specchinsi in te le donne del tempo nostro, che vedranno quanto sia da riverire, e amare il nome della santissima pudicizia, quanto da esser tenuto caro, e più d’ogni altra cosa stimato. Specchinsi con qual fede anche si debba amare, e fare onore a’ mariti in morte, che si sono riveriti, e onorati in vita. Meritissimamente adunque m’è paruto, che sia stato onesto ricordare il nome di costei, e indegna cosa avrei fatto, non faccendo memoria di questa Bianca, veramente candidissima, e degnissima colomba, e pura Angioletta.

Capitolo VI

Di Batista Malatesta prima.

Da costei, per seguir l’ordine mio proposto, donna al tempo suo molto illustre ho voluto far principio: come che anche vivesse al tempo d’esso Boccaccio. Batista Malatesta, prima di questo nome, fu figliuola di Guido di Montefeltro chiarissimo signor d’Urbino, moglie de Galeazzo Malatesta signor di Pesero, e tra le donne di quel tempo, famosissima. Costei fu bellissima di corpo, e molto più d’animo. Imperocchè, oltre che fusse ornata, non di signorili, ma di reali costumi, ebbe non poco, a’ cuore la religion Cristiana. Fu d’ingegno quasi divino, e delle lettere molto capace: di maniera ch’ebbe un parlar così puro, e netto, si nel latino, come nel volgare, che fu tenuta di gran lunga trapassare ogni altro che si ritrovasse a quel tempo. Fece assaissime Orazioni Latine molto belle e piene d’artificio, e all’Imperador Sigismondo, e a molti Cardinali: delle quali, parte ella stessa ne recitò, con tanta grazia sua e maraviglia d’ogn’uno, che fu tenuta un nuovo Demostene. Ma di più, non fu nè anco senza cognizion di buona Filosofia. Imperocchè di lei si truovano molti argometi fatti, per confondere alcuni che disputaron seco in Filosofia. Ebbe molto nel cuore i precetti divini, e sopra la sacra scrittura, compose un Libro della fragilità umana, e uno della vera religione, latinamente. Scrisse an che molte epistole a diverse persone, nelle quali si conosce la purità, e la pulitezza di quelle, e il va lor suo. Fece una orazione a Papa Martino, nel la quale magnificamente loda il suo pontificato, desiderato allor da ognuno, insieme con la felicità di quel sacerdozio, della quale fu tanto l’ornamento, che oltre che Papa Martino, e tutto il Col legio de' Cardinali, infinitamente la lodassero, egli stesso, in una sua epistola, ne fa ricordo. Scrisse anche questa illustrissima donna, molte altre cose, le quali mi par vano di ricordare: oltre che la maggior parte il tempo ne debbe aver consumato. Fu anche tenuta donna di gran giustizia, di non poca clemenza, e pietà, e avvezza a far di molti benefici. Da infiniti huomini dotti le furono scritte di molte epistole, a tutte le quali rispose. Molto fu riverita dal Petrarca, che anche le scrisse un volume, nel quale l’esorta a continuar negli studi delle buone lettere. Poco si curò ella di ricchi vestimenti, nè d’andar molto pomposa, e in tutte le cose tenne la via di mezzo: perché in queste cose non giudicava esser la dignità delle donne: ma il principal suo studio era nell’opere pie, e poi in rivolgere i libri, dove consiste la vera gloria del donnesco sesso. Con maggior prudenza governava lo stato, e i sudditi, che il marito: di che fu sempre da quelli tenuta in gran riverenza. Non ebbe altri figliuoli, che Isabetta, che fu poi maritata nel signor di Camerino. Dopo la morte del marito visse alcuni anni onestamente, e pudicamente in vedovanza: finalmente si fece Monaca nel monaster di santo Urbano, dell’ordine di santa Chiara, dove finì il resto de' giorni suoi. Molti altri esempli fece di buon’opere, chè lungo sarebbe a raccontare. Per le quai cose meritamente questa Batista è stata dignissima d’avere onorato luogo tra le donne illustri.

Capitolo VII

D’Orfina moglie di Guido Torello.

Orsina moglie di Guido Torello Parmigiano, signor di molte castella, per suoi degni fatti, e meriti, meravigliosamente da lei oprati, merita, che di lei sia fatta memoria. Costei prima mente ebbe origine da’ Visconti, nobilissima famiglia, e Duchi di Milano: e fu donna assai bella, no puto inferiore a quelle, che per ciò hanno acquistato eterno nome: fu molto animosa, così in parole, come in fatti: molto benigna, umana, e senza termine, generosa, e magnifica. Era liberale, secondo le facultà sue, spezialmente verso le donzelle, che per non avere il modo, restavano di maritarsi: e molto aveva a cuore l’opere pie. Oltre di ciò non poteva sopportar d’udire, non che vedere le donne lussuriose, e impudiche, e così gli huomini lascivi, e di vili costumi, Odiava e puniva gravissimamente i bestemmiatori, gli scelerati, e le altre inique persone. Operò continuamente degne cose d’una donna illustre, vivendo sempre con buone opere, e miglior nome, in grazia del marito, e de' suoi sudditi: di maniera, che in tutta la Lombardia s’acquistò chiarissima fama. Di questa valorosa donna si potrebbono scrivere assaissime cose, e quasi incredibili, le quali lasciando da canto non mi pare di tacere alcune da lei fatte, per difendere lo suo stato, e coservare a’ suoi quello di Milano. Imperocchè nata una grandissima guerra tra’ Veneziani, e il Duca di Milano Filippo Maria, l’armata Viniziana venne all’incontro del Po, fino a Brescello, famosissimo castello del marito d’Orfina, e per forza lo prese: nel quale messe le guardie, subito anche andò d’intorno un’altro castello, pur suo medesimamente, posto sopra la riva del Po, dove l’assediò. Intendendo questo Orfina, che allora si trovava in un’altro suo castello, lontano dieci miglia, subito, come animoso e forte Capitano, fece un’esercito maggior che potè e de' suoi sudditi, e d’altre genti: e armatasi, montando a cavallo, parlò con queste poche parole a’suoi soldati. Amici e compagni siate forti e di buono animo, perché ho deliberato non mi spogliar di quest’armi, ch’io son vestita, se prima da noi non sono rotti, e vinti questi nostri nimici. Così dette queste parole, con no minor grandezza d’animo, che si legge aver fatto semirami, Reina degli Abiri, contra ’l popolo di Babilonica, che se l’era ribellato, Orfina andò a levar l’assedio da quel suo castello: e azzuffata con l’armata Vinitiana, con tanto valore, e fortezza l’assalì, che in poche ore tutta la ruppe: nella qual battaglia morirono da cinquecento Schiavoni, si dimostrò costei, combattendo, molto valorosa, ora qua, ora la discorrendo, e dando animo a’ suoi. Sono anche alcuni che affermano di sua mano havere ammazzato, in questo conflitto, molti soldati. Imperocchè, avendo veduto alcuni de' suoi morti, per man de' nimici gli volle vendicare: così allora, senza pietà, gagliardamente ne mandò molti a terra. Per la qual vittoria non solamente liberò il suo castel dall’assedio, ma anche ricuperò Brescello. Onde di ciò giunta la nova al Duca Filippo, e al marito, ch’era seco, furono fatti per tutte le terre grandissimi fuochi, e allegrezze, affermando Filippo, che per la virtù sua, e per lo valor, ch’avea dimostrato questa fiata, non poteva far più cosa, che le succedesse mal fatta, che per ciò ella ne meritasse biasimo. Molte altre cose potrei dire di quella Orsina, le quali, desiderando d’esser breve, le lascio addietro. Ebbe due figliuoli maschi Cristoforo, e Pietro molto famoso in armi, e una figliuola chiamata Antonia, che poi fu moglie del Conte Pietro Maria Rosso, non punto inferiore alla madre. Imperocchè levatesi le parti, e sedizioni in Parma, quella si ribellò al Ducato di Milano, essendo Duca Francesco Sforza: onde Antonia, partita da’ suoi castelli, venne in Parma con molti armati, e ricuperandola, la restituì a Francesco Sforza. Fu adunque questa Orsina, per queste, e per le altre azioni, che di lei si posson considerare, donna molto famosa, e illustre: visse lungamente, e morì nel MCCCCLI.

Capitolo VIII

Di Gianna donzella Francese.

Gianna donzella Francese di nazione di Lorena, nacque ne gli anni del Signore circa MCCCCXXIIII. di parentado basso, e umile, nondimeno, in tutta la vita sua, fu molto generosa, d’animo invitto, coperò, non maravigliose ma incredibili cose. Costei primamente fu figliuola d’un povero montanaro, e fino a’ sedici anni, continuamente non fece altro, che attendere, ed esser guardiana di pecore e armenti: tuttavia mostrò sempre d’esser di non picciolo cuore, imperocchè, in tutto quel tempo, sempre, secondo l’occasioni, s’esercitava nel corso, nel lanciar dardi, in seguir lepri, cervi, e altri animali. Spesse volte montava sopra i cavalli, e pigliando un’asta, faceva pruova di romperla ne gli alberi, e per dire brevemente, mai non fu veduta stare in ozio, e non si esercitar valorosamete. La onde per questi esercizy, divenne molto robusta, oltre ch’era di picciola statura, di volto rozzo, di capelli neri, ma di tutto ’l corpo gagliardissima, e sempre conservò la virginità sua pura, e netta, e in se continuamente mostrò grandissima onestà. In quel tempo Arrigo Re d’Inghilterra avea mosso crudel guerra a Carlo Settimo Re di Francia, nella quale gli avea levato una buona parte del Reame, e assediato Orliens, prima città del suo Regno, co grandissima forza tenendola astretta, dimaniera che Carlo non vedeva rimedio di poter levarvi l’assedio, e meno di soccorrerla, e perciò essendo quasi nella perdita sua per mancare ogni speraza del sostegno della Francia, se ne stava non poco afflitto, e molto addolorato, non sappiendo ritrovar ragione nè consiglio che giovasse, nè aiuto che vi rimediasse, o soccorresse. Avvenne, essendo le cose in questi termini, che stando a pascere, secondo il solito, Gianna le sue pecore, e armenti, venuta una gran pioggia, si ritirò al coperto sotto un certo capitello, dove addormentossi: quel che si fosse, o vision d’Iddio, o altro, che le si appresentasse, svegliata, lasciato ivi il suo gregge, sen’andò in campo a ritrovare il re Carlo, e giunta al suo alloggiamento, ricercò dalle sue guardie, che la intromettessero dal Re, al quale da parte d’ Iddio avea da ragionar di cose di non picciol momento, ma, sprezzata da quelle, era tenuta come pazza, e fuori di se, rimordendola, che vile pastorella, avesse ardire turbare un tanto Re; nondimeno tanta istanza lor fece, che mossi i camerieri, finalmente la introdussero dinanzi a quello: al qual giunta la giovanetta Gianna chinata riverentemente a lui, e salutatolo da Re, non come fusse avvezza tra luoghi selvaggi, ma nodrita nelle corti Reali, in presenza di tutti i suoi baroni, parlò in questo modo. Cristianissimo Re, io vil serva tua, lasciato il governo del mio gregge, del quale come pastorella era capo, per comandamento d’Iddio sono venuta a darti aiuto, aciocchè ricuperi il tuo Regno, e t’avviso, per voler divino, che tu comandi ch’io sia fatta generale di tutto l’esercito tuo. Nè ti maravigliar ch’io garzonetta povera, rozza, e vile, fussi venuta dinanzi a te, ne ardissi ricercare tal carico, se a Dio non fusse piaciuto, eleggendo cose basse; debili, e sprezzate, con quelle abbassar l’alte, forti e temute. Grandi manda fu questa, grandissime parole, e incredibile effetto ebbero, se si deve credere a più d’una degna memoria. Onde il Re, rivolgendo tra se la gravità di quelle parole, subito maraviglioso, e senza muover parola, dirizzò gli occhi verso i suoi baroni, che non meno di lui erano, come fuori di se, considerando tra loro di molte cose, indi sciogliendo la lingua verso la donzella disse. Giovane ti concedo, che Iddio ti abbia mandato in mio aiuto, ma essendo fanciulla, femmina, e dell’arte della guerra non ammaestrata, come ti da l’animo di pigliare il carico d’un tanto esercito? Questo non è uficio tuo, nè peso d’una giovenile età, ma governo d’huomini pratichi, e molto valorosi. Si che ti ricordo, che molto bene avvertisca a quello che tu dici. Con volto, non punto smarrito, rispos’ella. Potentissimo Re, non indugiar più. Iddio, che m’ha mandata, darà consiglio al tuo bisogno: non perder tempo, se hai cara la salute del tuo Reame. E acciocchè tu intenda il vero, manda da parte ogniuno, che intenderai quello, che di più t’ho adire. Fatto questo, parlando da solo a solo, il Re restato confuso, e maravigliato, subito la pubblicò generale dell’esercito suo. Maraviglia infinita, non più intesa, e degna di gran considerazione, considerando tanti Capitani tanti principi, tanti baroni, ed il Re stesso, pratichi della guerra, essersi sottoposti sotto il governo d’una fanciulla di sedici anni, avvezza a reggere armenti; e non a comandare ad eserciti, e pur vedersi tutta armata guidar l’esercito Francese. Laonde subito il Re Carlo, dichiarata che fu generale, le appresentò armi e tutte l’altre cose necessarie: la quale armata, postosi l’elmo in testa, lasciando andar’i capelli disciolti giù per le spalle, montando gagliardissimamente a cavallo, parve a tutti non donna, ma animoso guerriero, mandato dal cielo. Indi andata subito con una parte delle fanterie verso Orliens, per levargli l’assedio, e accampatosi il Re con la cavalleria, e l’avanzo dell’esercito appresso il Rodano, assalì animosamente il nemico, e combattendosi gagliardamente dall’una parte, e dall’altra, in quella giornata fu morto il generale dell’esercito del Re d’Inghilterra, e dodici mila Inglesi, e nello spazio di tre ore, ricuperò tre fortezze inespugnabili de' nimici. La qual cosa veduta, il Re mosse tutto l’avanzo delle genti, per liberar la città dall’assedio, e in termine di quattro giorni, cacciato ’l nimico, con grandissima gloria di questa donzella, la città fu libera, cosa da tutti tenuta più tosto divina, che umana. Tra gli altri che scrivono questo fatto, ne lascia memoria un certo Guiglielmo Guasco, allora regio Cameriere. Dopo questa vittoria, in otto anni continui, sempre fu vittoriosa de' nimici, e tre volte fece fatto d’arme general con quegli, e sempre ne riportò vittoria faccendo prigione, con grandissima sua gloria, e onore, un valorosissimo general d’Inglesi, il quale diede nelle mani del suo Re. Fatte queste magnanime cose, entrò Carlo trionfante con esso lei in Remes, dove da’ suoi baroni, e principi, secondo usanza, fu coronato Re, con infinita allegrezza d’ogn’uno, e no poco onore suo, e della donzella: imperocchè anche non avea presa la corona e essendo costume ad ogni Re di Francia di pigliarla ivi e non altrove: per esservi tutte le cose ch’a quelle cerimonie s’appartengono, e onde per essere stata quella città assediata, e non libera, non potè fino allora esser coronato. Avendo adunque questa Gianna ricuperato quasi tutto ’l Regno tolto alla corona di Francia, dopo alquanti anni, pronosticò la sua morte, quale doveva essere: e finalmente in una battaglia presa da Inglesi, e con violenza menata alla città di Roano, e dal suo Re, e da loro accusata di malie, incanti, e arte magica, condannata al fuoco fu abbruciata, negli anni di Cristo MCCCCLVIII: e dell’età sua XXIIII. Questo fu il fine di così fatta donzella, e con questo crudelissimo tormento, una donna d’inaudita, e tanta virtù, indegnamente fu morta. Dopo molti anni esso Carlo, ricuperata la città di Roano, in quel luogo, dove fu abbruciata, per ricordo, e memoria di questa donzella fece dirizzare una altissima croce di bronzo e dorata. Indi il Re Lodouico, che poi successe al padre, sopportando troppo malamente la morte di questa giovane, ottenne da Papa Pio secondo, di mandar due inquisitori in Francia, che ricercando diligentemente, investigassero se innocentemente, o a ragione debitamente, per tali peccati, fusse stata morta questa Gianna. i quali giunti in Francia, ed esaminati molti testimoni, fatti prendere due di que’ giudici, e consiglieri che l’avevano condannata, ritrouarono, che falsamente era stata accusata, e a torto punita: onde quegli stessi, che l’avevano sententiata, furono puniti di quella medesima pena, e abbruciati, e di più, di due altri, che anche prima erano morti, furono cavate l’ossa sepolte, e dal fuoco consumate: e in questo luogo, dove questa valorosissima donna era stata giustiziata, de' beni di quei giudici confiscati, fu fatto, in memoria della Gianna, un bellissimo tempio, non si mancando di reintegrar l’infamia levatale a torto. Per quegli meriti, e maravigliose opere, ho giudicato questa donzella Gianna, meritamente essere da noverar tra le donne illustri, avendosi acquistato eterno nome. De' fatti di costei lungamente, e a pieno, ne fa quattro libri in verso Eroico un certo Valerando Varanio, tratti dalle Croniche di Parigi.

Capitolo IX

D’Isabella Reina di Napoli.

Isabella prima in quest’opera, di questo nome, illustrissima Reina, moglie di Renato d’Angiò inclito Re, morì, co grandissimo onor suo, in Napoli, ne gli anni del Sig. MCCCCXLIX la qual veramente, fra tutte le done del suo tempo, fu primamente bellissima, di grand’ingegno, e di non minor gradezza d’animo, giusta, clemente, con tutti umile, e benigna, religiosissima, e non poco valorosa, della quale era tanto il rispetto, e tale la presenza, degna, di riverenza, e onore, che da molti fu più tosto tenuta divina, che mortale. Ed essendo d’infiniti altri beni dell’animo maravigliosamente adornata, d’incredibile prudenza era tenuta chiarissimo esemplo: e tra l’altre azioni sue lodevoli, s’acquistò immortale, ed eterna gloria nel ricuperare il Reame di Napoli, e nel governarlo. Egli è di bisogno in questo luogo di sapere, che essendo mancato il detto Regno, il Re Lodovico, e la Reina Giovanna, subito i baroni, e principali del Reame, mandarono in Francia a chiamare il Re, Renato marito della Reina Isabella, e fratello del morto Lodovico, stimando di ragione, leggittimamente la corona dover restare a lui. Ma il Re Alfonso d’Aragona, intesa la morte della Reina Giovanna, avea deliberato possedere egli questo Reame, per essere stato adottato, e sostituito da essa morta Reina, successor di quella, e suo erede. E acciocchè meglio potesse conseguir l’intento suo, incominciò prima a sollecitar con lettere il Duca Filippo Belgaro, che gli era parente, a chiamare a se esso Renato, il quale prima era stato suo prigione, come che fossero molti anni, e l’avea rilasciato libero, sopra la fede di soldato che fosse obbligato, senza eccezione alcuna, ad ogni sua richiesta, di ritornare nel poter di quello. Onde nello stesso tempo, che Renato, a prieghi dello Aragona, chiamato da esso Filippo Duca di Borgogna, era in viaggio, per appresentarsi, allora anche, da gli ambasciadori de' principi Napoletani, era solecitato, che venisse ad accettar la corona del Reame di Napoli. Non di meno l’onorato Re, volle più tosto mantener la fede promessa al Duca, che andare ad entrar in posesso del Regno offertoli. E incontanente andò da esso Duca di Borgogna, dove, per compiacere al Re Alfonso, alquanto tempo fu ritenuto in onesta prigione. La qual cosa intesa dalla Reina Isabella, dona di gradissimo animo, subito in compagnia del figliuolo Giovanni, seguita da molti nobilissimi baron Francesi, in poco tempo giunse nel Reame di Napoli, con una grandissima armata. Dove senza intervallo, con non poca allegrezza di tutti, fu gridata, ed eletta, di consentimento di Napoletani loro Reina, e assoluta governatrice di tutto esso Reame. Acquistato a questo modo dalla Reina Isabella il titolo e posesso di così gran Reame, e come prudentissima, piena d’antivedere, che di ragione, non le parendo cosa onesta, se femmina sola amministrare e governar il tutto, e anche per farsi benivolo il popolo, deliberò, col consiglio di molti nobili baroni, eleggere il Senato a parte del governo, e così de' primi, e più stimati del regno, fece una scelta, i quali tolse come suoi consiglieri, e amministratori in tutte le cose, fino a tanto, che il Re Renato, liberato, venisse a pigliar la corona. Era in questa donna una certa incredibile umanità, una dimestichezza piena di riverenza, e singolar bontà, si nell’udir le ragion de' sudditi, come i consigli de' prencipi, nelle cose d’importanza, che da tutti era riverita, e secondo il voler suo si disponeva del Regno: di maniera che negli effetti era assoluta Reina, e nondimeno in apparenza mostrava, che si reggesse per gli altrui consigli. Oltre di ciò così nelle avversità, come nelle prosperità, sempre visse co grandissima modestia, e costanza, nè per quelle turbandosi, nè per queste innalzandosi, nè in effetti, nè in parole, temendo, e ringraziando ogni ora Iddio di tutte le cose. Fu adunque illustre questa Reina Isabella in tutte le azioni, e reale essemplo, degno di memoria d’ogni perfezione. Intendendo adunque il Re Alfonso il Re Renato essere detenuto, e la Reina Isabella da Napoletani essere stata coronata, e messa in posesso del Reame, con una fiorita armata, entrato in mare, subito incominciò con crudel guerra a mettere in iscompiglio, e sacchèggiar tutto ’l Regno. Onde la Reina Isabella medesimamente fu costretta, con ardito animo, mettere all’ordine contra ’l nimico, non picciola armata. Perche faccendo guerra amendue insieme, spesse volte questa valorosa donna restò contra ’l nimico vincitrice. Nondimeno utimamente auendole Alfonso tolto tutta la Puglia, e la Lucania, ch’oggidì chiamiamo Basilicata, alquanto smarrita, incominciò a metter sotto, e faticare tutti i Signor Francesi, che operassero con prieghi, o a qualche via, che il Re Renato fosse liberato di prigione dal Duca di Borgogna. Dalle cui preghiere mosso finalmente Filippo, lo rilasciò libero: il quale, senza dimora, subito venne a Napoli con buono esercito, dove non longamente potè goder della sua carissima donna. Imperocchè d’indi a poco, con grandissimo dolor suo e di quello stato se ne morì.

Capitolo X

D’Angela Nogarola donna dottissima.

Angela Nogarola Veronese, fu donna dottissima, al tempo di Papa Pio secondo. Ne solamente fu tenuta Illustre, e saggia donna nella patria sua, ma in tutta la Lombardia e per tutta Italia, fu molto stimata, e apprezzata: i cui meriti volendo io particolarmente spiegare, non ne verrei così in un subito a fine, essendo tra tutte le cose che innalzano l’huomo, non che la donna la virtù, la principale, e di questa essendone non poco ornata costei. Questa Angela figliuola del nobilissimo Cavaliere Antonio Nogarola, fu moglie del signor Antonio d’Arco, Donna d’assai onesta bellezza di corpo: la quale, sopra modo illustrò, con le sue meravigliose virtù dell’animo. Fu principalmente donna piacevole, benigna, modesta, piena di buon costumi, ma sopra tutto ornata di singolar pudicizia, nella quale, non solamente fu castissima, ma tenuta la castità stessa, ornamento veramente debito, e fra tutto pregiato dalle donne illustri, che, perduta questa parte, o solamente macchiata, a me pare, che ’l sole stesso, che da lume a tutte le cose, se con ogni forza sua spendesse in loro il suo splendore, non le potrebbe illustrare. Ma aggiunta a questa principal parte la dottrina, nelle lettere fu tenuta quasi un’oracolo. Ne ragionare mostrava un sapere infinito, incitar gli esempli dava indizio d’aver veduto quanti libri si possono studiare: e nel render ragione delle cose, d’aver dato opera a più d’una scienza. Grandemente si dilettò questa donna della sacra scrittura, i misteri della quale più volte spiegò, parte in versi, e in ogni sorte di verso, cosa non poca meravigliosa in una donna, e tra gli altri virtuosi esempli, che ci ha lasciato, con tanto artificio fece alcune Egloghe, che senza ingiuria si potè paragonare a Cornificia Romana, che secondo, che scrive San Girolamo, scrisse in versi cose sacre, e divine eccellentemente, e al tempo suo molto apprezzate, così costei e centone, e altre sorti di versi maravigliosamente compose. Nell’altre cose, e virtù, che spezialmente s’appartengono ad una nobilissima donna, oltre che molto ne potrei dire, si rimettono alla conseguenza dell’union delle dette. Visse lungamente a quel tempo da tutto ’l mondo riverita, e morì lasciando di se memoria a’ successori.

Capitolo XI

Di Maria Marchesana di Monferrato.

Maria figliuola di Carlo signor di Fusi, e nipote del Re di Navarra, maritata in Guglielmo Marchese di Monferrato. Fu donna di tanta virtù, di tanto valore, e di tanta liberalità, e magnificenza, che impossibile sarebbe poter descrivere appieno il vero. Primamente fu donna letterata, e molto le piacquero gli studi delle lettere, maggiormente dilettandosi delle sacre le cui lezioni non poco le erano a cuore, e tanto le avea nella memoria, che, in tutti i ragionamenti suoi, dava saggio di vera santimonia, e perfetta religione. Fu così umana, così benigna, così clemente, e finalmente tanto liberale, che sino da fanciulla, per tutta la Francia, non si ragionava maggiormente d’altro, che della liberalità sua, la quale era tale in lei, che d’altro non si curava, parendo le solamente d’avanzare assai, tanto quanto poteva dimostrar la benignità sua. Era tanto la dolcezza de' suoi costumi, la domestichezza, e l’umiltà di lei, che tutti erano tenuti come suoi fratelli, o sorelle. Sempre fu avvezza di conversare fin che si maritò, con altre donne, e di sorte era piacente, e umana, che pareva fosse non figliuola d’un tanto prencipe, ma serva d’huomo privato. Non posso fare, che dall’esemplo di questa illustre donna, e in onor di lei, non mi vergogni in nome di molte da’ giorni nostri: le quali uscite di basso, è vile luogo, tolte si può dir delle ville, e del filar lana, essercizio tra noi più meccanico che ci sia, che giungendo, non per meriti, nè virtù loro, ma per disgrazia, e iniquità della fortuna, usata per lo più, adoperar cose contrarie ad ogni debito, a qual che grado di dignità, e onori, non solamente sdegnano le pari sue, non si ricordando più quelle che sono state, ma non pur ringraziano Iddio, ne riconoscono le maggiori di se. Queste veramente, oltre che danno indizio chiarissimo della qualità loro, se potessero vedere, e udir quello, che per le camere, e per le piazze di esse si ragiona: e come la maggior parte di quelli che l’onorano, in presenza, di dietro fanno le canzoni, non in biasimo loro, ma in onor del vero, o come si spoglierebbon l’orgoglio, la grandezza, e la superbia, e si vestirebbono d’umiltà, di gentilezza, e di buon costumi. O come più gioverebbe a queste tali cantar col Poeta, lasso che son, che fui. O che lucente speglio sarebbon loro queste note. Sempre l’umiltà fu lodevole, sempre la gentilezza fu apprezzata, o quanto son riverite e innalzate le lodi, ch’escono dal cuore, e dalla bocca di terza persona: o quanto sono sprezzate, e abbassate quelle, che da se medesimi vengono usurpate. Non è già l’opinion mia, ma de' più saggi, che l’huomo o la donna di dignità, e grado, da se venga, di maniera ad abbassarsi, che si avvilisca, ma sempre la strada di mezzo si dee seguire, ma il peggio è, che la maggior parte segue l’estremità della superbia, e altezza. Cosa che tutto ’l contrario fece la valorosa Maria, la quale tanto era riverita, e tenuta cara, che partendosi di Francia, per venir di qua da’ monti nel Monferrato, essendo menata a marito, assaissimi la seguirono volontariamente, in modo di trionfo onde in tutto quel suo viaggio sempre fu tenuta, onorata, e avuta in grandissima riverenza. Non si potrebbe dire quante lagrime, e quanta doglia avessero quei popoli, vegendola partire, e lasciarli: maggiormente i poveri, a’ quali fu madre, sorella, proccuratrice, e ricordevole. Piangevano, che si partiva loro ogni suo sostegno, quella che gli aiutava nelle loro necessità, quella che sollevava i calcati a terra: quella che porgevea conforme effetto alle sue speranze. Ma dapoiche giunse in Italia, e che furono celebrate le sue nozze in Alba città del Marchese allora chiaramente dimostrò la grandezza, e magnificenza dell’animo suo. Perche essendo per partirsi tutti quegli signori, e gentilhuomini, che l’avevano accomoagnata, e ritornare alle case loro, che erano circa quattrocento, secondo il grado d’ognuno, non lasciò ch’alcuno si partibe da lei, senza dono, o di gemme, o di monili, o di simili altre cose preziose, di sorte, che non le restò altro, che una picciolina catena d’oro al collo, la quale portava così per modo d’ornamento, acciocchè alcuno non si partisse senza dimostrazion della liberalità sua. O gran magnificienza di donna, o chiaro lume di cortesia, e nobiltà, che fino al di d’oggi nel Piemonte, e in Francia viene ricordata con grandissimo onor suo. Ma appo il marito, punto non fu minor la gloria di lei: imperocchè quella bontà, e quella carità, e amore, di ch’era stata ripiena donzella, piùtosto crebbe, che mancasse pigliando la protezion d’ogni povero bisognoso, non le essendo mai offerta pregiera alcuna, che non fosse subito esaurita, o che nel suo cuore non fosse collocata. Mai non fu ritenuta da alcun piacere, nè allegrezza di sorte, che si scordasse i bisogni d’altri. Sempre avea seco buona compagnia, e di donne nobili, e d’ignobili. E tanta fu la prudenza sua che come donna saggia, e accorta, avendo nella corte sua di molti gentilhuomini, e gentildonne, di maniera, e con parole, e con effetti si portò, egualmente che alcuno non fu, che no si stimasse molto apprezzato e contento di lei: nè però alcuno si conobbe, che fosse più dell’altro apprezzato. Avvedimento, senza dubbio, d’accortissima donna, che conosceva quale era lo stato delle corti. Se così sapessero fare i signori de' giorni nostri, non si sentirebbero tanto rammarichi de' poveri cortigiani, i quali, oltre che serviranno, un signore, o piùtosto un di quegli che hano il nome solo, tutto il tempo della vita loro, senza premio saranno costretti da disperazione di veder essere apprezzata, in fatti o in parole persona nuova, e di niun merito a pianger continuamente la consumata gioventù, i beni loro gittati via, per onorargli, e ultimamente mendicare in disprezzo della virtù il pane. Visse questa Marchesana Maria solamente tre anni col marito, del quale ebbe due figliuole, la prima chiamata Margherita fu maritata nel Marchese Lodovico di Saluzzo, ma nel partorir la seconda per lo dolor del parto, morì negli anni di Cristo MCCCCLXIII. Ancora giovanetta, e ragionevolmente con gran doglia, non solamente del marito, ma della sua corte, e di tutto ’l popolo, che alcuno non fu, che tenesse per questa morte gli occhi asciutti .

Capitolo XII

Di Ginevra di Gambara.

Leggiamo che Ginevra, donna molto famosa, di nazion Veronese, fu figliuola del Cavalier Lionardo Nogarola, gentilhuomo di non picciolo valore al tempo di Papa Pio, di questo nome, secondo, la quale, per le virtù sue e non solamente in Verona in Brescia, e in altri luoghi di Lombardia, e d’Italia, ma anche appo tutti i successori, dopo lei s’acquistò eterno, e immortal nome. Fu maritata nell’Illustre Brunoro da Gambara de' primi gentilhuomini Bresciani, onde divenne, per bellezza, prudenza, e liberalità a tutto ’l mondo palese: oltre di ciò fu molto benigna, e con tutti piacevole: di sorte, che per la rarità de gli infiniti meriti, che in poche sono maravigliosi e in erano molti, da ognuno era riverita e apprezzata. Aveva in se una certa riverenza nell’aspetto, che riguardata da chi si volesse, lasciava troppo meraviglioso disio d’amarla, con ogni dovuto rispetto, e si come nel core era piena d’umiltà, e cortesia, così anche di fuori quel medesimo dimostrava. Mai non sopportò, che debito d’onor convenuto da altri a lei d’esser dimostrato partorisse prima in quegli, che in se l’effetto. Nelle lettere non poco fu esercitata, anzi molto, per ciò fu chiarissima, e da eccellentissimi, e dottissimi huomini ne fu ammaestrata, di che in molte scienze diede del saper suo non picciol saggio a’ più degni spiriti di quel tempo: e di questo ne fanno fede l’epistole sue scritte copiosamente, e piene di dottrina e sentenzia, il cui stile è tenuto grave, puro, e pieno di dolcezza: del quale non una donna, ma ogni studioso spirito se ne potrebbe gloriare. Nelle altre azioni sue, così pubbliche, come private, si come in questo fu eccellentissima così nell’avanzo era perfettissima e compiùta. Ebbe molto a cuore tutte l’opere misericordiose: visitava spesso gl’infermi: porgeva aiuto a poveri: soveniva i bisognosi: e in conclusione non lasciò mai cosa, che s’appartenesse a vero Cristiano: per le quali opere, benchè non si debba gloriare d’acquistar merito appo Iddio, nondimeno si dee aver per fermo, che gli sieno grate, e accette, essendo noi tenuti per zelo d’amore, e carità, e per mezzo della grazia sua essendo degli eletti, d’operar bene. E per non descriver particolarmente tutte quelle cose, che s’appartengono in una illustre donna, di tutte le quali ella n’era ripiena, e di lealtà, e di Pudicizia, egli si può stimare, che in tutto fusse più che a bastanza adornata. Visse i debiti giorni, e con non poco dolor d’ognuno, si come era vissuta lodevole, e apprezzata, morì, lasciando di se eterno nome a’ successori.

Capitolo XIII

D’Isotta Donzella Nogarola.

Isotta donzella Veronese de' Nogaroli, sorella della sopra nomata Ginevra, giovane dottissima e saggia morì vergine in Verona patria sua ne gli anni MCCCCLXVI. Costei prima deliberata da se di voler serbar la virginità sua, sempre volle restar senza maritarsi, e come che fosse molto persuasa dal padre a pigliar marito, e da molti ricercata, nondimeno, tanto a cuore ebbe castità, che non vi fu rimedio di piegarla da questo lodevole suo proposito. E per rimuover da se affatto l’ozio, e ogni molestia di nozze, che mai le potesse venire in fantasia, non essendo maggiormente cosa che più possa incitar l’huomo, e la donna a cattivi pensieri, che l’ozio, si diede tutta agli studi delle lettere, nelle quali fece tanto profitto, che veramente si può dire, che ritornasse in pregio l’antica lingua latina, e che non picciola degnità le accrescesse. Imperocchè non solamente fu tenuta tale, che trapassasse ogn’altra dal tempo suo, ma veramente si può dire, che giostrasse a paro co’ più studiosi huomini di quell’età. Fu tenuta in gran riverenza, per l’ingegno nobile, per la sapienza infinita, per lo splendore e chiarezza della pura virginità, e per li frutti, ch’uscivano da quel divino intelletto: conferma quello, ch’io lascio addietro dell’incredibile valor suo, l’esemplo dell’orazioni ed Epistole sue recitate e scritte ad alcuni Pontefici Romani, cio è a Papa Niccola, e a Papa Pio secondo, spezialmente in quel concilio, che fu fatto in Mantova. Imperocchè persuadeva, ed esortava co fortissimi argomenti, e confermazioni di ragioni, talora il Pontefice, talora particolarmente i Reverendissimi Cardinali, e tutto insieme il Collegio, e i Principi Cristiani contra ’l Turco, che cercava di mettere al fondo il nome Cristiano, e la santa fede. Di stile poi, e invenzione fu rarissima, e molto stimata, di maniera che Niceno Cardinal Greco, famosissimo a quel tempo, e dotto nelle lettere Greche, e latine, vedute alcune sue orazioni, si maravigliò di sorte, che non potè restare, come un’oracolo, di non voler conoscer questa valorosa Isotta con gli uni occhi, si come con gli altri della mente avea conceputo nell’animo suo l’infinito saper di lei. Così, partito da Roma, se ne venne fino a Verona, per conoscerla, e vederla in presenza. La quale veduta, e udita, non solamente si confermò in lui l’opinione, ch’avea, ma crebbe di sorte, che la giudicò essere non mortale, ma divina. Non ebbe sola cognizione d’umanità, ma di Filosofia, e della sacra Teologia non fu poco ammaestrata. Fece un certo Dialogo con Luigi Foscaro Capitano del governo della città di Verona, huomo dottissimo, nel quale proponeva, se Adamo primo nostro padre peccò più d’Eva, prevaricando il comandamento di Dio, ed ella difendeva Eva, ed egli Adamo: la qual opera fu molto rara, piena di Teologia, e di bellissimo stile. Faticò non voco l’ingegno suo nel testamento nuovo, e poicchè, e oltre che lo trascorse tutto più volte, mostrò anche d’averlo benissimo inteso. Ebbe santo Agostino, e San Girolamo molto familiare. Veramente non potrei appieno dire i meriti delle virtù di costei, che furono tali, e tanti, che rare si sono ritrovate, che poi sieno giunte a quel segno. Morì ne gli anni dell’età sua XXXVIII. Illustre, e onorata, non solamente appo quell’età, ma anche molto ammirata da quegli, che sono dappoi venuti.

Capitolo XIV

D’Isabella Reina di Napoli.

Fu Isabella Reina di Napoli, di questo nome, seconda, nipote del principe di Taranto, fu moglie del Re Ferdinando; e donna molto notabile, e ornata d’infinite virtù, la quale il Re Alfonso, per confermar meglio il Reame al figliuolo, co ogni diligenza, cercò di congiugnere col figliuolo, tratto dalle bellezze, e valor di quella, che non poco in quel tempo era apprezzata. Era primamente bellissima di corpo, di presenza reale, e talmente si rappresentava ad ogniuno, che senza altro era tenuta dignissima d’impero. Era benigna, pie na di cortesia, affabile, e a tutti gratiosa. Molto si dilettava d’huomini dotti, e bene accostamati. Avea molto a cuore le donne sagge, e da bene, e non picciolo luogo avevano nella grazia sua. Dalla sua corte erano cacciati gli huomini ignoranti, scelerati, e di cattivi costumi, ma prima ripresi, tentando ogni via, s’era possibile, di fargli cangiar vita, cosa che tutta in contrario s’opera per lo più al presente nelle corti, dove non solamente non sono ripresi, nè cacciati, ma hanno più onorato grado: e quanto più hanno per padre l’inganno, per madre la tristizia, tanto più regnano appo quegli, che punto non sono dissimili di natura all’operazioni di questi tali. Ma la illustre Isabella, non solamente gli odiava, nè curava, anzi ricercando quelli contrari a questi, dove sapeva che fusse un buon virtuoso, non riguardando a spesa alcuna, mandava per lui, l’accarezzava, e interteneva, e gli faceva conoscere quanto l’avea grato. Ne meno povere donzelle, donne nobili d’animo, e di sangue, ma di beni della fortuna private, e povere, erano raccolte da lei, sovvenute, e abbracciate: la religion divina l’era a cuore, i buon costumi nell’animo, e negli effetti: la corte sua tenuta più tosto un real tempio di castità, e santimonia, che stanza di lascivie, e piacer carnali, come sogliono essere non poche di queste dal di d’oggi, vestiva onoratamente: ma con ogni dovuta onstà: in somma quello che si deve desiderare in ogni donna di sangue reale, e di costumi illustre, si trovava in questa nobilissima Isabella. Costei prima, che in lei cadesse il nome di Reina, signoreggiò in Calavria col marito Ferdinando: ma poi che ebbe il nome di Reina, con maggior diligenza, incominciò, e cercò di conservare il grado piena di bontà, e umanità, che non avea fatto dianzi: e si come prima non haveva lasciato opera virtuosa, senza abbracciarla, così poi, con ogni sforzo, dimostrò, che quanta in lei era cresciuta dignità, altrettanta, e più magnanimità se l’era aggiunta. Dopo la morte del Re Alfonso, Giovanni figliuol di Renato, venne di Francia, con un grandissimo esercito nel Reame di Napoli, per ricuperare il regno paterno, e avea seco per generale Iacopo Piccinino, huomo molto valoroso, e pratico di guerra, la qual cosa udita dal Re Ferdinando, subito fatto un’esercito, andò contra ’l nimico, e per non l’aspettare in casa, fornito delle cose necessarie alla guerra, s’accamparono l’uno contra l’altro. Ma la cura del governo di Napoli la lasciò nelle mani della sua carissima moglie, la quale tolta la ’mpresa della città, per ispazio quasi d’anni sei, con tanta prudenza, con tanta quiete, pace, e amore de' cittadini la resse, che ancora fin’oggidi ne vive la memoria: fece molti esempli di giustizia, nè perdonò mai a malfattore, nè scelerato alcuno: e con così forte animo, che mai non vi fu, ombra di tumulto, non che discordia alcuna. Sempre tenne il marito di buona voglia, dal canto suo bene, e spesso avvisandolo, che si pigliasse cura solamente dell’esercito, e che dove ella era, non v’avesse alcun dubbio. Della bontà, fede, e religione, e pietà mai se ne scordò, nè per travaglio, nè per quiete, nè poco, nè assai. E havendo grandissimo bisogno il marito per l’esercito di danari, nè sappiendo dove rivvolgersi, la Reina Isabella di modo seppe adoprarsi, l’ultimo Giovanni, che fu Cardinale, le femmine, Leonora, ed era amata da’cittadini, che senza aggravargli altrimenti, da loro medesimi si mossero a trovar quantità di moneta, bastante a supplire al bisogno, la quale incontanente mandò al marito. Fra pochi giorni avvenne poi che anche per opera del Prencipe di Taranto suo zio, che lungo tempo favorì alle cose del predetto Giovanni d’Angiò da questa sua nipote pregato, le cose del Re Ferdinando incominciarono ad aver miglior luogo, e a ridursi a buon termine, ridotto in migliore e più tranquillo essere, il Reame di Napoli. Imperocchè regnò da indi in poi con maggior gloria. Perche Papa Pio secondo, confermò il Regno, e coronò Ferdinando. Così acquetato lo stato, la Reina Isabella donna di gran virtù continuò sempre a mostrar la qualità sua in tutte l’opre lodevoli, le quali furono senza numero. Quanto poi fosse grata al marito, vano sarebbe tentar di discriverlo, fece grandissimi edifici, del suo, ebbe lettere di Teologia, e si faceva continuamente leggere, negli anni dell’età sua XLI cadde in una infermità, la quale, per vergogna mai non volle scoprire a’ medici, anzi la sopportò con fortissimo animo, e di quella se ne morì, ne gli anni del Signore MCCCCLXV. con grandissimo dolore di tutto ’l Regno, e fu sepolta magnificamente in Napoli nella Chiesa di san Pietro Martire, sopravvissero a lei cinque figliuoli, tre maschi, e due femmine: il maggior d’anni il Re Alfonso, che poi, cacciato da Carlo Re di Francia, morì in Cicilia: il secondo Federigo, che dopo la morte d’Alfonso ebbe il Reame che fu moglie d’Ercole primo, di questo nome, Duca di Ferrara, che non men della madre, come narreremo al suo luogo, fu valorosa: l’altra fu Beatrice Reina d’Ungheria, della quale for se in parte diremo i meriti suoi. Queste cose ho voluto addurre, acciò maggiormente sia più lunga la memoria di quella Illustrissima Reina Isabella.

Capitolo XV

Di Buona Lombarda valorosa in armi.

Troviamo, che Buona Lombarda, fu di Valle Tellina del territorio della città di Como, posta appresso il Lago Lario: la quale posta nella Lombardia è di giurisdizion dello stato di Milano, fu donna di vile, e bassa origine, e nacque di poverissimi e ignobili parenti, come diremo al suo luogo, ma non senza cagione s’acquistò eterno nome, e ha meritato per l’opere valorose, e per lo nobilissimo, e valoroso animo suo d’essere noverata tra le donne illustri. Costei prima fu tenuta per concubina, è poi tolta per legittima moglie da Pietro Brunoro Parmigiano, valorosissimo cavaliere, e huomo nell’arte della guerra molto instrutto, la quale veduta da lui, che conduceva uno esercito per quella Valle Tellina, chiamata da gli antichi Retica, giovanetta, pascer le pecore, per quei campi, d’aspetto rozzo e diforme, di color nero, di statura picciola, ma molto gagliarda, con altre sue compagne, che pascevano altri greggi, giucare, e mostrare in se una certa vivacità, e fierezza, per forza la fece pigliare, e seco la condusse, faccendola spesse volte per piacere, e ricreazion dell’animo, cangiar d’abito, e vestirsi di vesti da huomo, menandola alla caccia, faccendola cavalcare, e far simili altri esercizy, ne’ quali molto si dimostrava atta: e come che paresse, ch’egli la tenesse, quasi per sollazzo, nondimeno ella si pose a seruirlo con amore, e diligenza incredibile, di sorte, che tutte le fatiche, travagli, necessità, e bisogni, egualmente, quanto esso Pietro Brunoro, col corpo, e con l’animo sopportava volentieri, e ogni suo disconcio le rincresceva, e sempre con lui in ogni viaggio, come suo Signore, fu ad ogni pericolo, nè mai l’abbandonò seguendola a’piedi a cavallo, per piano, per monti, per terra, e per acque, con amorevol servitù, senza mai mostrare, che punto le rincrescesse, col quale anche andò ad Alfonso Re di Napoli. imperocchè in quel tempo Pietro Brunoro guerreggiava sotto Francesco Sforza, allora conte, contra Alfonso Re di Napoli. Ma il Re Alfonso oprò di maniera con Pietro, che abbandonò lo Sforza, e s’accostò a lui, e così ella se n’andò seco. Nondimeno il Brunoro dappoi mutatosi anche d’opinione, deliberò di lasciare il Re Alfonso e ritornar ad accostarsi al Conte Francesco. Così stando in apparecchio, deliberazion de fuggirsi, non puòte la cosa esser segreta, di sorte che il Re di Napoli, non se n’avvedesse, il quale segretamente fece pigliar Pietro Brunoro, e metterlo in prigione, dove lungo tempo, senza speranza di libertà, lo ritenne. Ma Buona mossa a compassion di quello, che non poco amava, e riveriva, piena di pietà e misericordia, amando di perfetto, e maritale amore; come Ipsicratea già Reina di Ponto, e moglie di Mitridate, seguitandolo, deliberò a qualche modo liberarlo dalla prigione e servitù del Re: e acciocchè l’effetto potesse succedere, volle tentare ogni difficultà, non temere alcuna fatica, ed entrar sotto ogni fiero pericolo. Onde per ciò, senza alcun riposo, se n’andò da tutti i Prencipi, e potentati d’Italia, dal Re di Francia, e signor della Borgogna Filippo, da’ Viniziani, e da molti altri, da’ quali ottenne lettere, e prieghi per lo Brunoro. Per le quali sforzato quasi il Re, trasse di prigione Pietro Brunoro, e lo donò a quella valorosa giovane Buona, la quale ricevutolo, con tanta difficultà, per render maggior beneficio al suo signore, operò di sorte col Senato Viniziano, che Pietro Brunoro fu tolto da quello con provvisione di più di venti mila ducati a’ suoi servigi: e fatto condottiere di così potentissimo Dominio. Per li quali benefici Pietro avendo conosciuto la fede, la virtù e ’l valor di costei, non gli parendo più onesto di ritenerla; come sempre avea fatto in vil pregio, e come serva, la tolse per legittima moglie, faccendo sempre grande stima di lei, e in tutte le cose di momento consigliandosi seco, ed essendosi attenuto secondo il valor suo a molti consigli di lei, s’acquistò in breve grandissimo nome appo i Viniziani, per esserli tutte l’imprese successe prospere. Sempre questa Buona fu veduta nelle occorrenze, armata gagliardissimamente, e quando era il tempo di condur gente a piedi, continuamete si vedeva innanzi a tutti adoprarsi da magnanimo guerriero: fu modestissima in tutte le cose, ne gli assalti che si davano a terre, a castelli, e a rocchè, sempre era la prima, ch’entrava inanzi, che scherniva le difese degl’inimici, e che con loro s’affrontava. Nell’arte della guerra era molto pratica, e esercitata, e molte volte lo dimostrò, e maggiormente nella guerra de' Vinitiani contra Francesco Sforza allora Duca di Milano, si fece conoscere, quando perduto il castello Pavono, del territorio di Brescia, tanta fu la virtù, e valor suo, ch’ognuno se ne maravigliò. Imperocchè armata di tutt’armi, con la rotella in braccio, e la spada in pugno, per la ricuperazion di quell’animosa, più d’ogni altro fu cagione, che, datovi l’assalto si riavesse. Maravigliosa, e rara cosa in una picciola donna, e di tanto animo operò, e condusse a buon termine infinite altre degne, e onorate imprese: fu tra la moltitudine di soldati, di capitani, e d’eserciti, sempre pudicissima, nè si ha, che conoscesse mai altro huomo che toccasse il corpo suo, ecetto il marito Pietro Brunoro, cosa non men lodevole dell’altre, e che con non poca considerazione, debbono rivolgere, nelle menti loro quelle tali, che dicono essere impossibile, che la conversazione tra gli huomini, non contamini i cuori delle donne se costei, nel mezzo de gli eserciti, femmina si può dir libera, visse castamente, contenta del solo Pietro. Di qui si può chiaramente considerare la donna nobile nascere con l’animo casto, e pudico, nè a calcar gli appetiti loro, essere bastanti quante guardie, che si potessero porre, tutto che io mi creda, che gl’influssi de' cieli sieno quelli, che reggano gli appetiti, ma di questo non più. Ultimamente avendo il Senato Viniziano gran fede in Brunoro, e nel consiglio, e valor di questa donna, lo mandò alla difesa, guardia di Negroponte, contra Turchi, dove oltre le fortificazioni, che vi fecero, mai il Turco, mentre vi furono, non ebbe ardire di dar loro noia. Finalmente morto il suo carissimo marito Pietro, nella città di Calcide, e ivi sepolto onoratamente, Buona, ritornando addietro, per venire a Vinegia, e vedere di far cofermar la provvision del padre a due suoi figliuoli, ch’avea havuto col marito, infermatasi di mal di flusso, venutole per le fatiche, e cavalcare, giunse in Modone città della Morea, dove stando ammalata, e crescendo ogni di più l’infermità, fece fare una sepoltura di non picciol valore, la quale co’ propri occhi volle vedere prima che morisse, e ivi nell’anno MCCCCLVIII. la valorosa donna, ordinate le cose sue, se ne morì, e fu sepolta. La quale piena di tanto valore, e maravigliosa virtù, ho giudicato essere onesto d’esser noverata meritamente tra tante donne illustri, avendosi col proprio animo acquistata chiarissima nobiltà, benche nascesse di bassi, e vili parenti, a paragone dell’altre uscite di ceppo, e sangue reale, perch’ella accrebbe non splendore al legnaggio suo, ma eterno nome e nobiltà a se stessa, e anche i successori, si come le maggiori d’origine, bene, e spesso oscurano i loro natali con l’opere indegne. Molte altri particolari fatti ritrovo di costei, i quali, per non esser più lungo, lascio addietro, essendo questi soli da se bastanti ad averla illustrata, e di far considerar con l’animo, quali fossero l’altre azioni sue.

Capitolo XVI

Di Bianca Maria Duchessa di Milano.

E stata Bianca Maria unica figliuola di Filippo Maria Duca di Milano, e moglie medesimamente di Francesco Sforza Duca poi di Milano, fu donna di gran valore, e di maravigliosa prudenza, e morì l’anno stesso, che la predetta Buona, cioè nel MCCCCLXVIII. In Marignano, e ne gli anni dell’età sua XLIIII. con grandissimo dolor di tutta la Lombardia. Fu donna veramente in ogni parte perfettissima, di buon costumi, piena di castità, e degna d’ogni riverenza. Di corpo, e di volto fu bellissima, quanto dir si possa, avea un parlar dolce, e grave, una maestà regia, e gli effetti a tutte queste parti conformi. Tanta fu la benignità, e la clemenza sua, che da tutti i popoli, e sudditi suoi, era amata, e molto riverita. Non sopportò mai d’essere pregata in cose, ch’altrui potesse giovare, nè solamente che fossero in poter suo, ma che anch’ella potesse impetrar da terza persona, o prencipe, o altro gran personaggio: in somma, per non ricordare in costei a parte a parte tutte quelle grazie, e virtù, che convengono essere in tutte le donne illustri, e che erano unite in lei, egli si può credere, che non vi si potesse giugnere, nè desiderar cosa, che non fosse in quell’animo, e nobilissimo corpo. Fu in buona parte cagione, anzi sola fu quella, che rimediò, e vietò, che presa Piacenza, e sacchèggiandosi, data in preda de' soldati, i monasteri, e luoghi sacri furono riguardati, e non ebbero offesa alcuna. Essendosi nella ruina di così nobil città, tanto crudelmente portato l’animo bestiale, e tirannico di Francesco Sforza suo marito, che maggior crudeltà non avrebbono usato i Turchi, in una città presa da loro. Fu soprammodo liberalissima, e nata più a beneficio d’altrui, che di se stessa, da tutti i Prencipi d’Italia fu molto, per debito di riverenza, rispettata. Onde avvenne, che mortole il marito Duca Francesco Sforza, come che a Viniziani paresse d’avere alcuna lecita cagione, e ragione di muover guerra allo stato suo, per alcuni sospetti di qualche importanza, nondimeno per amor di lei, mentre visse, s’astennero di turbarla, e darvi noia. Anzi molto benignamente l’esortarono ad avere speranza in essi, che non erano per mancar mai, nè a lei, nè a cosa che giovasse allo stato suo. Onde conoscendo i circonvicini l’animo di Viniziani, medesimamente anch’essi s’astennero di far tumulto alcuno contra di lei: nelle azioni sue sempre usò grandissimo riguardo, e non poca considerazione. Ella voll’esser quella, che continuamente amministrasse i suoi figliuoli, dandogli quelle istituzioni, che forse la Filosofia, non avrebbe potuto. Più potrei dire, ma l’aver solamente accennato queste cose, sarà a bastanza, per illustrare ad eterna memoria così nobil donna.

Capitolo XVII

Di Gostanza moglie d’Alessandro Sforza.

Gostanza figliuola del Signor di Camerino, e di Lisabetta sua moglie, maritata in Alessandro Sforza signor di Pesero, donna molto saggia fu certamente, prudentissima al par d’ogni altra del tempo suo, e dirò così, fermo sostegno dello Stato, e patria sua. Della quale, fino da fanciulla, fu tale la speranza, e la prudenza, tanta la facondia, e ’l valor d’animo, tanta la pietà, la giustizia, la gran bellezza, la cognizion delle cose umane, e divine, e tutti i beni del corpo e dell’animo, che continuamente crebbero con gli anni, che senza dubbio si può dire, che fosse non nobilissima, e illustre donna ma quasi divina. In lei era tale lo spirito, che non fu cosa così difficile nè alta, di chi ella non ne fusse capace, e atta di mandarla a memoria. Continuamente diede opera a tutte le scienze, senza aiuto di precettore, e tanto potè negli studi di quelle, che all’improvviso, o pensatamente, che ragionasse, o di Poesia, o d’orazioni, o di Filosofia, o di cose divine, fusse interrogata, era giudicato, che non solamente avesse veduto, o imparato quelle cose, ma ch’ella stessa le avesse composte, e scritte. Per lo più aveva nelle mani l’opere d’Agostino, Girolamo, Ambrogio, e di Gregorio, non lasciò di farsi molto familiare Seneca, Cicerone, e molti altri padri della lingua latina. Fu cosa maravigliosa da vedere, quanto fosse ammaestrata nella prosa, e nel verso: fece molte orazioni, ed Epistole a diverse persone, ed essendo d’acutissimo ingegno, e avendo bellissimo stile, imitò molto i più famosi Poeti in tutte le sorti di versi, e maggiormente Eroici, nella qual poesia veramente non è stata inferiore ad alcuno. E come, che questa cognizion di lettere, appena sia usata di vedersi nelle donne, si come a lei, mentre visse, diede non picciolo nome: così anche morta, apportò maggior gloria ad una sua figliola, della quale parleremo dappoi. Di pudicizia, e castità, fu sopra modo adornata, e di tutte l’altre parti, che s’appartengono a donna illustre. Ebbe col marito due figliuoli, che a lei sopravvissero Gostanzo, e Batista femmina, morì ne gli anni MCCCCLX. in Pesero, e dell’età sua XL.

Capitolo XVIII

Di Batista Duchessa d’Urbino.

Batista, di questo nome, seconda, famosissima donna, figliuola d’Alessandro Sforza e della predetta Gostanza, e carissima moglie di Federigo Duca d’Urbino, pronepote della detta dianzi Batista prima, donna dottissima e saggia, si può dire, che per eredità succedesse nelle virtù, e meriti di quelle. nelle quali, non solamente conseruò la dignità , e l’onore, ma anche accrebbe col valor suo, maggiore splendore a nomi di quelle. Morta Gostanza madre di costei, che ancora era fanciulla, il padre Alessandro la fece morire, e allevare con grandissima diligenza, e sotto buon costumi. Onde ammaestrata anche ne gli studi delle buone lettere, e piena di molte altre virtù, col tempo s’acquistò famosissimo, ed eterno nome. Imperocchè infino da fanciulla, mentre apparava Gramatica, incominciò a recitare orazioni, con tanta grauità, e bel modo, e con tanta agevol pronunzia, ch’ogn’uno si maravigliava della virtù di questa donzella, come poi giunse all’età più compiùta, fece tanto profitto nelle lettere, e nell’eloquenza, che a quel tempo non fu Oratore alcuno, col quale ella non avesse ardire di far prova di se, e del valor suo: onde s’accrebbe non picciola fama. Era di picciola statura, ma molto bene formata, dimostrava nella presenza, una certa gradezza d’animo, che la rendeva amata e riverita da ogniuno. Fu molto liberale in tutte le l’azioni sue, amò grandemente gli huomini dotti, e letterati, desiderando sempre o in presenza, o da lontano aver cognizione, e pratica di quelli. Dopo che fu maritata, quasi sempre ella fu quella, che governò lo stato del marito, il quale per essere su la guerra, non poteva aver questa cura. Ma di tal sorte sempre si portò, usando clemenza, e giustizia verso i popoli, ch’ogn’uno molto se ne lodò. Andò a un certo tempo a Roma, dove fece alcune orazioni a Papa Pio secondo, huomo dottissimo, e sapiente, il quale ebbe a dire, che giudicava in Italia non esser donna, da potersi di sapienza, ed eloquenza paragonar con costei. Fu molto amorevol de' poveri, ebbe grandissima memoria, di sorte, che quando il marito ritornava nello stato, di punto in punto, con grandissimo ordine, gli rendeva conto di tutte le cose successe. Non visse il debito tempo che avrebbe potuto: perche, senza dubbio, senza altrui ricordo, avrebbe lasciato di se memoria tale a’ posteri, ch’ogni nobilissima donna, e anche ogni spirito famoso, molto più la ’nvidierebbe. S’infermò di XXVI. anni, nel qual tempo della infermità sua, operò cose ad esemplo d’ognuno, così maravigliose, che mostrò la diuinità congiunta con quel mortal corpo: morì che non avea anche compiùti i predetti anni in Agobbio, città sua, posta nella Marca d’Ancona al tempo di Sisto quarto Pontefice Massimo, il quale, per zelo d’amore, e de' meriti di costei, mandò da Roma fino ivi Gio. Antonio Vescovo Campano, ad onorate, in nome suo, quel felicissimo corpo: il quale di commession del Papa fu quelli, che nell’esequie fece una orazione, che fino oggi di si può vedere stampata. Partorì di Federigo prima otto figliuole femmine, senza alcun maschio: la onde il Duca Federigo se ne stava molto di malavoglia, senza speranza di lasciar di se erede, che succedesse nello stato suo. Di che la fedel donna incominciò a fare orazioni a Iddio, che essendo per lo meglio esaudisse i prieghi suoi. Avvenne, che stando ella in questa fede, una notte le apparve dormendo di vedersi posta in cima d’uno altibimo albero, e partorire una Fenice di maravigliosa bellezza, la quale stata nel nido per ispazio di trentasei giorni, si levava col volo da se fino al cielo, e toccata la Spera del sole si abbruciava con la fiamma l’ali, nè più si vedeva. Venuto il giorno nuziale queste cose al marito, s’ingravidò, e al tempo debito partorì un fanciullo di bellissimo, e suavissimo aspetto, il quale fu Guido Ubaldo, che fu poi marito della Duchessa Lisabetta Gonzaga, del cui valore, al luogo suo diremo: ed ella indi a pochi giorni se ne morì. Molte altre cose potrei dire, ch’io lascio, essendo il nome suo senza anche queste, riferite, chiarissimo, e da se eterno.

Capitolo XIX

Di Margherita Reina d’Inghilterra. Cap. XIX.

Fu Margherita, illustrissima moglie d’Arrigo Re di Brettagna, o vogliamo d’Inghilterra, sorella di Renato Re di Napoli, fra tutte l’altre donne di sangue, di potenza, di magnanimità, e di costumi al tempo suo molto famosa. Fu certamente bellissima Reina, e molto da esser lodata, per l’amore, che portò al marito, che se non per altro, per questo s’acquistò eterno nome, come che anche, lasciando da canto lo splendor del ceppo, che appo ’l vulgo suole render le persone onorate, per benignità, per gentilezza, per magnificenza, liberalità, per la fedeltà, e molte altre virtù fosse non poco riguardevole, ma aggiugnendovi la grandezza d’animo, fu anche in armi molto valorosa: de' quali fatti sarà assai addurne un solo, bastante a dare indizio, e ad alzar gl’ingegni, a considerar da quello l’altre azioni sue. Intendendo una volta la Reina Margherita, il Re Arrigo in una battaglia essere stato vinto, e preso, subito fatto un grande esercito, con incredibile prestezza, volò con gran velocità, non che se n’andò con gran fretta, verso la città d’Eboraco, dove aspettò ’l nimico, che avea da passar di la, e ivi appresso il rotto ponte d’Eboraco, accampatasi, e fermato l’esercito, fece il fatto d’armi contra nimici, di quelli riportò sanguinosa vittoria imperocchè, preso il generale del Re Odoardo, huomo valorosissimo in armi, subito in vendetta della presa del marito, gli fece tagliar la testa, e seguitando i nimici, che pur menaveno via il marito prigione, inispazio del viaggio d’un giorno, lontano da Longino, gli vinse, e mise in rotta, ammazzati infiniti di quelli, onde finalmente racquistò ’l marito sano, e salvo. Di che mostrò, quanto grandi fossero nel suo petto le forze del maritale amore, non avendo tema di pericolo alcuno, nè rispetto alcuno alla qualità nè al sesso suo, che senza altra considerazione, per amor del preso Re, entrò sotto grandissimo pericolo, donna, che per lo più sono timide, che forse ardito guerrier non avrebbe fatto. Ma molto da poi, in un’altro conflitto appresso Eboraco. Fatto con Odoardo, che pretendeva d’esser Re di quel Reame, affrontati insieme Arrigo, e Odoardo, lungamente dall’una parte, e dall’altra fu combattuto: ed essendo durata la battaglia, quasi XII. ore continue, l’esercito d’Arrigo fu rotto, e messo in fuga, ed esso Arrigo fuggito in un monasterio, e ritrovato da Odoardo, fu preso e ammazzato: la Reina Margherita fuggendo a Narbona dal fratello Renato scappò, senza offesa. In quella battaglia morirono più di trenta mila huomini, e quasi tutta la nobiltà degl’Inglesi. Non dubito questa Margherita, non essere stata molto più famosa, per altre operazioni sue. Le quali la lunghezza del tempo ha mandato in oblio. Morì al tempo di Papa Pio in età decrepita.

Capitolo XX

Di Riccarda moglie di Niccolò da Este Marchese di Ferrara

Riccarda figliuola di Tommaso marchese di Saluzzo, moglie di Niccolò da Este Marchese di Ferrara, fu donna da fanciulla, fino all’ultimo giorno dell’età sua, molto saggia, e accorta. Fu non poco dotata di beni del corpo, e molto anche arricchita di bellezze dell’animo. Oltr’a ciò osservatrice, quanto dir si possa, della parola di Cristo, e della fede: liberale verso ogni persona, che meritasse, di sorte, che tanto le pareva avanzare, quanto ad altri donava: amava spezialmente tutti quegli, che sapeva in alcuna sorte di virtù essere eccellenti: faceva molto capital di loro, nè mai si partivan da lei, che non fossero riconosciuti. Si poteva dir veramente, che costei fosse un Mecenate de' virtuosi: ebbe grate l’opere virtuose, e dimostrò sempre con gli effetti il conto, che ne tenesse, fu veramente nobilissima, non solamente di sangue, ma di proprio animo. Imperocchè nella liberalità non ebbe pari, nè era di natura, come sono molti gran signori dal tempo nostro, i quali, come che abbiano nome di liberalissimi, nondimeno, a chi dirittamente considera, più tosto si convien loro il titolo di prodigalità, essendo avvezzi, per lo più, a premiare i buffoni, i parassiti, e simili altre persone di tal natvra, e nelle corti, e alle tavole loro accarezzargli, che i poveri virtuosi: i quali per premio delle virtù sue, o sono ricompensati di speranzevoli parole, o poco graditi, e avuti in pregio. onde senza dubbio, se non fosse, che gli animi nobili hanno a schivo di faticare i loro ingegni in esercizy, men che onorevoli, e degni, ogni altra cosa sarebbe meglio far loro, che co’ i sudori delle virtù stare alle speranze d’esser rimunerati. Così non faceva la nobilissima Riccarda: la quale, per contrario, gli abbracciava, gli raccoglieva, nè sopportava che mai partissero da lei, senza testimonio della liberalità sua, senza condurgli d’oggi in domane: l’altre sorti poi di persone, secondo i gradi de' meriti, e virtù sue accarezzava. Fu molto paziente, e come che conoscesse più volte dal marito essere violato il legame del matrimonio, nondimeno sempre infingendosi, sopportò pazientemente i voler suoi. Cosa, che delle mille l’una a’ giorni nostri non farebbe, anzi più tosto desidererebbono, veder quello che poi trovato le rincresce, e nuoce, e col pubblicare i fatti de' mariti, vergognano loro stesse più tosto, che lasciar la cura a Iddio, che il tutto regge. Fu poi pudicissima, e onesta, quanto dir si possa: e come Terzia Emilia, moglie del grande Affricano, mai non mostrò che ella s’accorgesse delle concubine tenute dal marito, benchè si debba giudicare che le dolesse. Ebbe tre figliuoli maschi del marito Niccolo, che a lui sopravvissero, Ercole, e Sigismondo huomini di gran potere, e sin golar virtù: i quali, morto il padre, furono cacciati dal fratello non Legittimo Leonello, e mandati a Napoli. onde la magnanima donna, vedendo lo stato non essere in mano de' figliuoli, sdegnata, si partì di Ferrara, e andò a Saluzzo dal padre, col quale dimorò sino a tanto, che i figliuoli enrarono in Signoria, che fu quasi al termine de' giorni suoi. Imperocchè per ispazio di trentadue anni dalla morte del marito, infin che Ercole primogenito suo, acquistò lo stato visse appo ’l padre a Saluzzo castamente, e pudicamente, nè mai volle dare orecchie a voler più rimaritarsi, come che da molti, in questo tempo, per la bellezza e virtù sua, fosse richiesta, anzi sempre rin graziando Iddio, tutta l’età sua sopportò di consumar senza nuovo marito: onde chiaramente puote esser paragonata a quelle caste, e fedeli antiche Romane, che in gioventù, come abbiamo vedute in molti luoghi, perdettero i lor mariti; Sempre rispose con simili parole a quei, che di ciò le parlavano. Io ho ancora i miei mariti vivi, volendo inferire i figliuoli. Così anche rispondeva, ad infiniti prencipi, e Signori, che la ricercavano per sopra a una donna essere assai, l’aversi maritata una volta: nella casa del padre visse sempre onoratamente quanto dir si possa. Ultimamente, dopo trenta due anni, entrato nello stato il figliuolo Ercole, essendo omai fatta vecchia, si vide questo contento: e venuto per lei Sigismondo il figliuol minore, ritornò con grandissima compagnia a Ferrara, dove ricevuta, con non picciol onore, e cotentezza di tutta la città, d’indi a poco, che Ercole tolse per moglie Leonora figliuola di Ferdinando Re di Napoli, onde anche ebbe questo contento, se ne morì, con grandissima doglia d’ognuno ne gli anni MCCCCLXXIIII. La magnificenza, costanza, bontà, magnanimità, virtù, e onestà della qual dona abbiamo toccato per esemplo delle altre si, acciocchè apparino ad imitare i costumi signorili, come anche perché questo sia uno specchio di vera patienzia a quello, che di picciolo animo, e fuori di speranza non possono sopportare le avversità, le quali alla fine Iddio, riguardevole di tutte le cose, cangia in felicità provato ch’egli ha la pazienzia nostra.

Capitolo XXI

Di Laura figliuola di Niccolò Brenzoni.

Veramente il nome di questa valorosa donna, ricordato da più d’un degno spirito per raro, e singolare, merita anche, che da noi non sia taciuto: e benche troppo avrei che fare a voler descrivere particolarmente tutti i meriti, e le virtù delle donne, che sono giudicate d’aver titolo illustre: nondimeno toccando brevemente alcuna notabil patre delle molte virtù loro, non passerò questa Laura, senza darle luogo appresso dell’altre. Costei fu figliuola d’un Niccolò Brenzone Veronese gentilhuomo di quella città assai a sofficienza bella giovane, di buon costumi, e d’animo generoso: ma nelle lettere ebbe luogo onoratissimo. Imperocchè di questa Laura ritrovo maravigliose cose, e tra l’altre di dieci anni compose buona quantità di versi Safici, ne’ quali aveva una vena, e lo stile sopra modo eccellente, e di questo aven done fatto lodevole esperienza, medesimamente in greco, e in latino orazioni, ed Epistole compose: nella lingua volgare fu anche molto ammaestrata. Onde avvenne, che orando costei dinanzi a Filippo Trono, figliuolo allora di Niccolò, Prencipe di Vinegia, maravigliatosi della virtù, e scienza di così ornata giovane, la diede per isposa ad un suo figliuolo; la quale meritamente dovendo essere in pregio la virtù, ho giudicato dovere aver luogo tra le donne illustri.

Capitolo XXII

Di Margherita Reina di Scozia.

Margherita figliuola di Cristene, famosissimo, e Cristianissimo Re di Datia, e moglie di Iacopo di Scozia, al tempo di Sisto quarto, Pontefice Massimo nell’Isola di Scozia, per la singolar prudenzia sua, per l’ingegno, e infinite virtù, fu in non picciola stima: a qual tempo morisse non lo ritrovo. Fu prima molto eccellente per la gran bellezza, e infinita castità. E parve, che, quando venne al mondo, che seco portasse un numero di rare virtù, che in lei mentre visse, fiorirono, a quell’età, accrebbero splendore. Tra le altre donne occidentali, fu molto clemente, religiosa, e riguardevole! e de' poveri. Verso i sudditi così agevole benigna, che per la prudenza, e temperanza era più riverita, e apprezzata, che il marito, dando chiaro indizio a tutti, che molto meglio da lei era governato il reame, che dal Re Iacopo. Ma il marito, come insolente, sempre sprezzava la virtù della donna: la quale per ciò molto nell’animo suo si contristava: nondimeno, essendo saggia, e prudente, con infinita pazienzia cercava di sopportare il tutto, nè restava con dolci e amorevoli parole, continuamente di mostrarsigli benigna, amandolo sempre con puro ed ardente zelo, ricordandoli spesse volte, che più tosto volesse accostarsi alle virtù, che a’ vizy. Tuttavia egli più noioso continuamente da se la cacciava, e sprezzava tutti i suoi modi, e consigli: on de avveniva, che tutto ’l reame andava per essere egli dissoluto, quasi in rovina. La qual cosa spiacendo molto a’ suoi popoli, con consentimento del fratello, e della Reina, lo ’mprigionarono, per ridurre a miglior termine, e in buon essere il Reame, così mal governato: e acciocchè esso Re, lasciata la ’nsolenza, a quella fierezza bestiale, meglio dapoi reggesse le cose. E sempre, mentre fu tenuto in distretto, fu guardato Re, e tutte le faccende del Regno, passavano sotto titolo, e nome suo. Dove stato così alquanto tempo, giudicandosi che avesse lasciato quella pazzia, e insolenza, dal fratello fu ritornato in libertà, e datogli il governo del regno: la qual cosa fatta, perseguitando la Reina con maggiore odio, che non avea fatto prima, la cacciò da se, e la fece confinare in un luogo lontano da lui trenta miglia, nè mai mentre visse, nè dopo morte la volle vedere. La qual calamità, e miseria, la Reina, per tre anni, con incredibil pazienzia, e come saggia, con animo tranquillo pazientemente sopportò, spendendo tutto quel tempo in opere virtuose, lodevoli, e pie, ringraziando Iddio di tutto ’l voler suo. Fu donna molto casta: la quale si ritrova, che mai, vivendo appo ’l marito, come un’altra Zenobia Reina de' Palmerini, non volle congiugnersi seco, eccetto, per generar figliuoli, e ritrovandosi gravida, più non voleva gustar gli abbracciamenti suoi fin dopo ’l parto. Ebbe col marito tre figliuoli, i quali sempre ritenne seco, ammaestrandogli, come si conveniva, e di tal sorte gli nodrì che il primo chiamato Iacopo, quarto di questo nome, succedendo al padre, fu uno di quei saggi Re, che sieno stati al ricordo nostro, huomo non solamente da governar lo stato suo, e i suoi sudditi, ma che poteva passar più oltre. Finalmente, dopo tre anni, dell’esilio suo, ammalata, di consentimento del marito, fece testamento, e chiamati i suoi figliuoli al letto, fatte che ebbe loro quelle ammonizioni, che le parve, rivolta a Iacopo figliuol maggiore, verso lui parlò in questo modo. Iacopo figliuol mio, ormai piace a Dio, secondo il giudicio mio, ch’io, per misericordia sua, lasci questo mondo, e ne vada a lui: omai mi sento vicina alla morte. Ricordati figliuol mio, e fallo, per la riverenza, che a me, che pur son tua madre, dei portare, che prima di tutte le altre cose tu ami, e tema Iddio, e secondo il voler suo, a quello sy obbediente, che sempre t’adopri in tutte le buone operazioni: che tu ami i tuoi fratelli, e che gli abbracci quanto te stesso. E succedendo al padre tuo nel reame, ama con tutto ’l cuore i tuoi sudditi, portati verso tutti giusto, clemente, e liberale. Fa che tu sy piacevole, e umano udire ognuno. Avertisci di tenere in unione, pace, e concordia tutti i tuoi popoli, conservare il reame in tranquillità: fa che in tutti i tuoi giudici, e sentenze l’avarizia non vi abbi luogo. Habbi caro il buon nome, e la vera fama. Non lasciar volare il tempo indarno, ma più tosto mostrati avaro di quello. Non prestar l’orecchie a’ cianciatori, i quali agevolmente seminano discordie: ma come mortal peste, e crudel veneno fuggi loro, e le sue parole, e da te scacciargli. Non è minor gloria a giustamente, e modestamente governare, e amministrare gli stati, di quello che sia l’acquistargli. Maggior fatica è il conservar le cose, che il ritrovarle, e possederle. L’essere amato da’popoli sono le chiavi delle città, le fortezze de' prencipi, e la sicurtà de' regni, la tirannia sono gli assedi, e le rovine. Queste, e simili altre cose ricordò la saggia Margherita al suo figliuolo, e poi se ne morì: la qual veramente possiamo dire, che sia stata lume ed esemplo di pazienzia, di fede, pudicizia, e di bontà: sopra la quale potrei molto discorrere, e far paragone da questa a quelle, che piene di sdegno, d’alterezza, e di superbia, ricevuto un torto dal marito, in altro non avrebbono il pensiero, che a levarsegli o con veneno, o per mezzo d’adulteri, o d’altra scelerata via dinanzi.

Capitolo XXIII

Di Violantina Genovese.

Questo nome d’illustre, dal principio della presente opera, nelle donne ha incominciato a prender forza, e haver luogo, o dalla nobiltà di sangue congiunta, con l’opere virtuose, o dalle bellezze dell’animo, o da alcuna degna operazione cagionata da grandezza di spirito, avendo anche meritato di quelle, che nelle scelerità, sopra modo si sono dimostrate inique luogo d’eterna memoria: la qual cosa io non ho voluto però, con questo ordine, continuare, anzi mostrandomi d’opinione, in questo, contraria al Boccaccio, quelle, che io ho conosciuto essere state, ed essere degne d’eterno ricordo le ho voluto obbligare a più stretto nome, e solamente giudicar nobili, e illustri quelle, che operando cosa degna di lode, e d’onore, da se si sono nobilitate, ovvero nobili, hanno accresciuto splendore al ceppo, di che sono uscite. Ma perche anche la bellezza del corpo non è solamente dono di natura, ma d’Iddio, maggiormente quando è congiunta con quella parte di castità, che deve esser nell’intrinseco della donna, non ho voluto restare per ciò di porre nel numero di queste il nome d’una, ch’a’ giorni suoi fu un esemplo di Natura angelico, e divino, come che di lei poco altro ritrovi, che questo. Violantina Genovese, della famiglia de Giustiniani, fu così bella di corpo, e di volto, che non solamente per tutta Italia, ma in tutta Cristianità il nome di costei fu celebrata, di sorte, che non fu mai dipintore eccellente, che potesse a perfezione dipingere l’imagine sua, che nè a quella vivacità, ch’era in lei, nè a quel vivo colore, compiutamente si affrontasse, e di più paragonandola con quante immagini d’antiche, e moderne, che si ritrouarono, fu tenuta di gran lunga molto più bella. E tale fu al tempo suo la fama di lei, che molte principesse partite di lontani paesi, e così anche molti gran signori, andarono fino a Genova, per vederla, i quali contentati gli uni, e gli altri occhi di quello, che prima s’avevano immaginato, e che poi alla presenza avevano voluto vedere, ritrovando la donna più maravigliosa, ed eccellente, che non s’haveano immaginato, restaron confusi, e giudicavano essere un’esemplo angelico, e divino, più tosto che donna umana, e grandissimo acquisto gli pareva aver fatto, potendo di lei avere ogni minima assomiglianza. Però si può dir costei di gra lunga avere avanzato Elena, e Faustina, delle quali fin’oggi di dura il rumor grande delle lor bellezze e tanto più la Violantina dee aver maggior nome, quanto di pudicizia fu tutta ripiena, e quelle, non pur mai la conobbero. Imperocchè fu maritata, e con tanto amore seguì il marito, che intervenutogli alcune disgrazie, ella di sorte se ne attristò, che cotinuando la passion sopportata, per l’avversità del marito, infermata se ne morì, della qual considerando questo secondo affetto, congiunto con la bellezza infinita, mi pare, che degnamente il nome suo meriti con l’altre memoria.

Capitolo XXIV

D’Isabella Reina d’Ispagna.

Isabella Reina di Spagna, unica figliuola del Re Arrigo, e della detta di sopra Margherita, nel MCCCCLV. Si maritò in Ferrando, nobilissimo figliuolo del Re d’Aragona, i quali regnarono, e vissero lungamente amendue nei reami de' padri. Costei veramente, non solo per la maestà, e dignità reale, fu molto illustre: ma per l’eccellenza d’infinite virtù, da tutto il mondo fu riverita e appresso i successori, tenuta in grandissima memoria. Onde, e in Ispagna, e tra tutti i Cristiani dura anche il ricordo della grandezza, magnanimità, prudenza, fede, religione, onestà, cortesia, e liberalità sua. E lasciando da parte lo stato, la dignità, gli onori, i beni di natura, de' quali molto era ador nata, ho giudicato più per le cose valorose, e magnanime da lei operate, essere stata creata da Iddio, per beneficio della republica Cristiana: e per ciò aver conseguito eterno nome. Fu illustre, senza paragone, per molti meriti, ornata di maravigliosa, suprema, e incredibil virtù, per costantissimo animo, per pudicizia, per giustizia, per gravità, e per grandezza d’animo molto riguardevole. Per le quai cose, insieme col marito, giudico che meriti con lodi d’essere innalzata fino al cielo, e però se nei meriti suoi sarò alquanto lungo, essendo la materia ampia, e spaziosa non sarà maraviglia avendo per fermo, che non sarà noia ad altri leggere, e udir quello, che ora scrivo, e in parte ho trovato di lei. Questa valorosa Isabella, dopo la morte del padre, ottenuto che ebbe, con gran fatica il regno del padre di Castiglia usurpatole, prima cacciati tutti i familiari Prencipi suoi nemici, che le potevan dar noia, e di quelli restata vittoriosa, ridusse tutto quel suo reame in pace, e unione, onde perdono a tutti, assolvendoli, e liberandogli da ogni sospetto che poteva havere in essi. La onde per ciò subito s’acquistò appo d’ognuno un nome d’infinita clemenza, e umanità, e tutti in cominciarono ad amare il marito, e lei con grandissima affezione. Fatto questo, e prosperamente es sendole successe le cose, come donna di grand’animo, ripiena di zelo divino, sopportando malamente, che i Mori Macomettani tenessero occupata quella parte d’Ispagna, che noi chiamiamo Betica, ovvero Granata; tra se incominciò a pensare, a qual partito potesse liberarla dalle lor mani, essendo fino allora corsi secento, e settantacinque anni, che essi la possedevano. Onde consigliatasi col marito Ferdinando, e molti altri Signori, e prencipi del suo regno; finalmente fu concluso di far quella ’mpresa, non solamente per aggrandire il suo reame, ma per innalzare anche la fede Cristiana, e per fermar meglio la religion divina. Onde fatto un grande esercito per terra, e per mare, prima se n’andò verso Almasa, città fortissima, posta fra terra, e dopo molto averla combattuta, al fine la prese, e subito, entrata in loro potere, vi fece ordinar gli ufici divini, già tanto, tempo ivi per innanzi non celebrati. Avuta questa vittoria così felicemente, rifatto nuovo esercito, cominciò a saccheggiar tutto ’l regno di Granata, e infino a’ confini d’essa città, mettere ogni cosa a ferro, e a fuoco per le quai cose, molte città fortissime, smarrite, e temendo il valor suo, parte per forza parte volontariamente s’arresero. Tra le quali fu Allora, Sentinillo, Cochino, Romda, Marbelia, Cartania, Carazabonella, e poi Loxia, e Veelsmalachia, famosissime città per li porti, e molte altre appresso. Ne restò di prendere con grandissima vittoria Mochilino, Monte freddo, Illora, Cambillo, Columera, e molti altri fortissimi, e inespugnabili castelli, che lungo sarebbe a ricordare: i quali ridusse al governo della religion Cristiana. Fatte queste cose nell’anno MCCCCLXXXVIII. intendendo la valorosissima donna, e ’l marito Ferrando, i Mori aver condotto in Malega, dopo Granata reale città, prima città e felicissima, per traffichi e mercatantie, tutto ’l fiore delle genti ed esercito loro, e ivi essersi fortificati d’huomini, e d’ogni forte d’artiglierie; di nuovo fatta un’altra massa di gente per terra, e per mare, con una fortissima armata di quattrocento galee, e infiniti altri legni minuti, con un esercito per terra di quindici mila cavalli, e sessanta mila fanti, con otto mila carrette, per l’artiglierie, e per condurre l’altre munizioni, e vettovaglie, che s’appartengono alla guerra, s’appresentò con fortissimo animo, e cuore all’assedio e a combattere la detta città: la quale, come che così in un subito non potessero pigliare, nondimeno la tennero per tre mesi continui assediata e stretta di sorte, che quegli di dentro, mancando loro ogni sostanza, erano sforzati a mangiare ogni sporcizia, e ogni trista cosa; eppure ne avessero avuto: alla fine non vi potendo più durare, non avendo speranza alcuna di soccorso, nè di tenersi, s’arresero a’ prefati Re. Così presa la città di Malega, ricchissima di tutte le cose, tutti quei Mori, che ricusaron di battezzarsi, furono tenuti per ischiavi, i quali si dice essere stati intorno di venti mila. Poi, prima che la Reina di la si partisse, per mostrar che da Iddio riconosceva tutta quella vittoria, fece sopra tutte l’altissime torri piantarvi lo stendardo, e la ’insegna della Croce, e illustrò tutta quella terra, tanto tempo già calcata da i piedi degli infedeli. Morì, con grandissimo trionfo, Questa città è antichissima, e per molte cose notabili. Ne contenti di ciò i vittoriosissimi Re, non riposarono mai, infino che ebbero in lor potere la città di Granata, lungo tempo da quegli assediata, la quale ottennero a patti da Granatesi negli anni di Cristo. MCCCCXCI, vinto il Re di quella, e i fieri Barbari. Per li quali degni, ed eccelsi fatti, certamente, senza ingiuria, si può dire, più deve a questi Re la Cristanità, che a se stessi, si per la virtù loro, come anche per lo zelo della fede. Simili imprese dovrebbono, con diritto occhio riguardare i Principi Cristiani, e il zelo della religione e della fede muovergli contra ’l Serpe d’Oriente, che se bramano Tesori, Regni, provincie, e ricchèzze infinite, ivi è il fiore che vi portò e lasciò Costantino, e tanti altri Imperadori Cristiani, anzi tutte le ricchèzze: ma che; più tosto contra se stessi rivoltando le punte de i ferri, danno spazioso, e largo campo a gli infedeli d’accrescer l’Imperio suo. Soli quei Cristianissimi Re di Spagna, non solamente mostrarono che la republica Cristiana fosse loro, a cuore, ma lo fecero con effetti conoscere. Ebbe quattro figliuole femmine, non meno sagge, e prudenti di lei. Due furono Reine di Portogallo: la terza abbiamo veduto Reina di Spagna, e madre di Carlo Quinto Imperadore: la quarta d’Inghilterra, e moglie d’Arrigo ottavo, tutte da lei ammaestrate in quegli studi, che debbono essere propri, e necessari alle donne nobili, e illustri. Molte altre cose potrei dire di questa religosissima Isabella, le quali lascio, parendomi che molto bene si possa da queste opere conoscere, quanto sia stata illustrissima e rara. Non voglio già tacere queste due parti, nelle quali consiste, si può dire, tutta la vita attiva, e contemplativa, che a lei furono molto a cuore, e di che merita appo noi, d’essere, ricordandole, lodata. Ogni giorno era ordinato, per conto suo, cento ducati dover darsi a’ poveri bisognosi, appesso l’altre limosine, ch’ella, con le proprie mani faceva: oltre di ciò, dopo il conflitto di queste guerre, fece ordinare quattrocento carrette, per condurvi i feriti, co’ medici da lei provvisionati, e con tutte l’altre cose necessarie, che furono chiamate lo spedale della Reina: lo quale poi fece fare nella città e governar sempre ogni bisognoso: e perche, ragionando de' meriti suoi infiniti, d’uno in altro mi trasporta la penna, di sorte, che così tosto non verrei a capo, essendomi posto quasi in un bellissimo giardino pieno di vaghi, e odorati fiori, che cogliendone uno, mille mi s’appresentan più belli; troncherò il filo del cominciato lavoro suo, lasciando la cura alla considerazion di chi leggerà questo poco, che di lei ho scritto maggiormente havendone altri prima di me più a pieno parlato.

Capitolo XXV

D’Ippolita Visconte moglie del Re Alfonso.

Ippolita, figliuola di Francesco Sforza Duca di Milano, fu moglie d’Alfonso secondo di questo nome Re di Napoli: la quale meritevolmente tengo dovere esser noverata, non solamente per sangue, quanto per le virtù sue tra l’altre donne illustri: fu questa Ippolita, per bellezza e per castità, quasi, un lume ed esemplo del donnesco sesso: da fanciulla diede opera all’arti liberali, nelle quali fece tanto frutto, quanto assai si puote conoscere bastare alla grandezza, e maestà del Reame ch’ell’era per possedere. Fu bellissima di corpo, quanto d’animo, e piena di gravi, e modesti costumi, di sorte, che in lei si poteva vedere una certa benignità, e grandezza, congiunta con una grazia, e mansuetudine, ch’ogn’uno sempre maggior cose, che naturali, potea sperare. Fu molto affabile, ed ebbe non poca cognizione delle lettere umane, e delle divine. Sprezzò sempre i vizy, e gl’imitatori di quelli: abbracciò continuamente con tutto ’l cuore e con l’animo le virtù, e gli spiriti amatori di quelle s’ingegnò sempre d’acquetar le discordie de' popoli, mettendosi in mezzo le risse, e inimicizie particolari: la religione, e la temenza d’Iddio continuamente era riposta nel suo petto; liberalissima verso i virtuosi, e misericordiosa de' poueri di maniera, che tutte le gioie, e cose preziose, che avea portato seco dalla casa del padre, venendo a marito, che passavano la valuta di più di cinquanta mila ducati, tutte le distribuì a virtuosi, e per aiutar poveri. Aveva in se una certa prudenza, e saper naturale, che d’ogni affare e quasi di tutte le Storie latine sapeva render ragione. Era ammaestrata, ed avea in cognizione tutti i costumi delle genti, delle terre, de' luoghi, e d’ogni paese: discorreva di tutte le cose con profondissime ragioni: sapeva come i Reami, e i popoli si dovevano governare. Mai non sopportò, ch’alcuno da lei si partisse, senza cosa, che lecitamente le fusse dimandato. In somma tutto quello, che a nobilissima, e illustre donna si convenga, costei dal cielo, dalla natura, e dall’industria ebbe in dono. Visse fino alli XLII anni dell’età sua, ultimamente, venutale una postema nel capo, morì negli anni di Cristo MCCCCLXXXVIII in Napoli con grandissimo dolore di quanti la conobbero. Ebbe due figliuoli maschi, e una fanciulla; il primo morì, innanzi che la madre, il secondo fu chiamato Ferdinando, che poi fu Re di Napoli, di questo nome, secondo: la figliuola Isabella fu moglie di Gio. Galeazzo Duca di Milano donna molto valorosa, e illustre che punto non tralignò dalla Zia, nè dalla madre. Questo sarà bastante ad accennare il valore della chiarissima Ippolita.

Capitolo XXVI

Di Leonora d’Aragona Duchessa di Ferrara.

Leonora d’Aragona nacque di Ferdinando Re di Napoli e della di anzi nomata rara Isabella, e fu moglie d’Ercole primo Duca di Ferrara, di questo nome. Morì negli anni MCCCCXCIII, e del l’età sua quarantaquattro, in Ferrara, con grandissimo dolore, e danno di tutto ’l suo popolo. Questa donna, per l’innata prudenza sua, per la gradezza dell’animo, e per la fede, e religione, ho giudicato dignissima da esser posta nel numero dell’altre donne illustri ed essendo stata, non voglio dir maggiore, ma eguale di meriti, e virtù ad ogni nobilissima donna, merita non essere ingannata; non delle dovute lodi, conciosia che sarebbe impossibile a dirne il tutto, ma d’alcuna particella, dalla quale faccendone, come un tronco, si possa per coghiettura considerare il restante de' rami, frondi, e frutti, che da lei debbono essere usciti. Fu prima questa Leonora di mezzana statura di corpo, ma a sofficienza bella, e benissimo formata, tutti gli atti, e gesti della quale spiravano una grandezza e leggiadria troppo incredibile, e a considerare maravigliosa. Venuta a marito, con grandissima pompa, conoscendo il Duca Ercole la maravigliosa prudenza, e l’acuto ingegno di questa giovane, atto a governare maggior Regno, che lo stato suo quasi di tutte le cose, e pubbliche, e private, non voglio dire che a lei lasciasse tutto ’l carico, benchè con verità quasi lo potrei dire, ma seco continuamente si consigliò, e secondo il voler suo ne dispose: la quale s’acquistò tal nome di benignità, liberalità, e giustizia, che fino oggidì dura chiaro e sempiterno. Secondo i bisogni usò sempre la clemenza e la giustitia. Fu molto ricordevol de' benefici, e si dimostrò continuamente gratissima verso tutti quegli, che infatti, o in parole se le dimostrarono affezionati: con gran costanza servò la giustizia, e senza termine amò l’innocenza: l’opere pie molto le furono a cuore: biasimava fuggiva l’avarizia, come mortal veleno. E per conchiudere in poche parole, questa pudicissima, e castissima donna, ebbe tanta grazia, e fu di tanto ingegno e sapere, che nel governo dello stato suo, tra le invidie, e malignità de' popoli, e sudditi che ch’oggi di vivono, i quali per gli odi, ed iniquità loro vorrebbono veder i principi, e maggiori suoi in rovina, mai non s’udì, ch’alcuno si dolesse, nè si rammaricasse, come che impobibile sia quasi amministrar giustizia, senza che alcuno, in contrario, se ne doglia. Ebbe grandissima cura nel far nutrire, e allevar tutti i suoi figliuoli in tutte le scienze, e costumi, che s’appartengono ad illustre Principe, massimamente Alfonso maggior d’anni, il quale dovendo succedere al padre, volle che fosse atto a governar gli altri, e sapergli comandare, come fu veramente poi. E come che questa Leonora fosse in tutte l’azioni sue donna di singolar merito, e virtù, medesimamente in quella grandissima, e pericolosissima guerra de' Viniziani, contra ’l marito si dimostrò d’animo forte e invitto. Imperocchè auendo il Senato Viniziano fatto un esercito contra lui, e toltoli molte castella, saccheggiando, e trascorrendo tutto ’l territorio Ferrarese, di sorte che per essere infermo il Duca, tutta la città incominciava a temere, la Duchessa Leonora, essendo, com’era, di grand’animo, non per ciò si smarrì niente, ma prima ricorsa a Dio, e poi chiamati a consiglio, con gran fede, e speranza, tutti i suoi cittadini, e i primi gentilhuomini fece loro una orazion breve, ma piena di spirito, ricordando loro, che dovessero ricordarsi della casa d’Este, e di quegli illustri Signori, che da quella erano usciti, e che con tanto amore, carità, e giustizia, tanto tempo gli avevano governati, e maggiormente del marito suo, sappiendo quanto sempre da lui erano stati onorati, e stimati: e che ciò non solamente con parole, ma con gli effetti l’avevano conosciuto, la cui infermità molto più le dorrebbe, se non conoscesse se, la moglie, e i figliuoli esser molto apprezzati, e amati da loro. Ma che vedevano lui, e tutto lo stato essere in gran pericolo, per lo potentissimo esercito de' Viniziani: onde che, se non si disponevano a dargli aiuto, e a mostrarsi amorevoli di quello, andava dubbio, che non cangiassero signore, e entrassero sotto nova servitù, dando loro a vedere, che la suggezione di quel popolo col marito non era servitù, ma fratellanza, e che quella obbedienza, che a lui prestavano, era volontaria, e per bontà loro, e non costretta, nè sforzata, con queste e altre simili parole, la saggia donna, operò di sorte, che il popolo incitato a pigliar l’armi, e a difendere il suo signore, e loro medesimi, convenne insieme, e mandato a parlare al general dell’esercito Viniziano, si discostò alquanto dal territorio Ferrarese, e indi a pochi giorni accordatisi co’ Viniziani, per mezzo di questa Leonora, le cose incominciarono a ritornar di turbate tranquille, e quiete. Molte altre cose in particolare degne di memoria potrei dire di questa illustre donna, le quali, si per esser note, come per non trapassar l’ordine mio, lascio addietro. Ebbe sei figliuoli, quattro maschi, e due femmine. Il primo Alfonso, che fu Duca, successe al padre: il secondo Ferdinando, che fu consiglier di Carlo ottavo Re di Francia: il terzo Ippolito Arcivescovo di Strigonia in Ungheria, e Cardinal di Ferrara: il quarto Sigismondo, che visse appo il padre. Le figliuole, la prima Isabella moglie di Francesco Gonzaga Marchese di Mantova, donna di grandissimo valore: la seconda Beatrice, che fu felicissima moglie di Lodovico Sforza Duca di Milano, imperocchè vide tutti i suoi figliuoli, e figliuole collocate in non piccioli gradi. Alla fine questa Leonora infermata, nel tempo, e dell’età ch’abbiam detto di sopra, con grandissimo cordoglio di tutto ’l popolo, se ne morì. Tale fu la vita dell’onoratissima Leonora.

Capitolo XXVII

Di Ginevra moglie di Giovanni Bentivoglio.

Ginevra moglie di Giovan Bentivoglio signor di Bologna, fu figliuola d’Alessandro Sforza signor di Pesero, chiarissima donna veramente tra l’altre illustri, e di non picciol merito. Imperocchè costei al tempo suo, regnando i Bentivogli in Bologna, fu un lume, e specchio d’ogni virtù, non sola mente ivi, ma in tutta Italia, ricordata. Fu magnifica, splendida, e liberale quanto dir si possa, donna di grandissimo giudicio, e molto avveduta, d’animo, tra l’altre cose, invitto, e generoso, mai non s’innalzò, per prosperità alcuna, e meno si abbassò per alcun travaglio del mondo. Ebbe due mariti, col primo fu sterile, ma con Giovanni, che fu il secondo, hebbe molti figliuoli. In tutte l’azioni sue fu molto considerata, e avvertita: non era maninconica di natura altrimenti, anzi lieta, e festevole, nondimeno la solitudine l’era molto grata: non per altro, che per poter dirizzar la mente, e l’intelletto suo alle contemplazioni, e conservar quelle cose, che solo l’intelletto astratto da ogni al tra materia, può capire. Ebbe molto caro, che le fosse fatto spesso ricordo di tutte le donne illustri, per opere virtuose, non ad altro fine, credo io; che per potere imitarle, se in se ritrovava alcuna cosa degna non essere, che nelle altre si ritrouasse, infiniti meriti potrei dire che m’hanno mosso a ricordar questa Ginevra, della quale altri auendone ampiamente scritto, a me pare assai averne accennata questo poco.

Capitolo XXVIII

Di Cassandra fedele Viniziana.

Meglio sarebbe al giudicio mio, solamente aver ricordato, il nome di costei, che dicendo poco del valor suo defraudarle il suo diritto, imperocchè quanto sia stata la virtù sua, ella istessa ne ha dato chiarissimo testimonio al mondo: nondimeno più tosto, per seguir l’ordine, che per dirne a bastanza, ricorderò costei. Cassandra Fedele Viniziana, fu figliuola d’Angelo Fedele, ed è stata un lume delle scienze, e un’ornamento delle Muse, la quale si può dir ch’abbia acceso, e reintegrato tutte le sorti delle scienzie estinte, e quasi abbandonate dal donnesco sesso, e con una certa agevolezza di comporre, e attezza di pronunziare, fu giudicata trapassare, e Ortensia, e tutte quell’altre antichissime, ed eloquentissime Romane: di maniera che tutti giudicarono in lei lo spirito esser più che divino. Ebbe non poca cognizion di Filosofia, e di Teologia, e con acutissime, e prontissime disputazioni, più volte ne fece dimostrazione, con non picciola gloria sua, e onore di Vinegia, nella qual nacque così rara, ed eccellente donna. Da molti dottissimi, e studiosissimi huomini, con epistole, e versi fu salutata, onde il testimonio di ciò fin oggi di chiaro si vede d’infinite epistole a lei scritte, e in molte opere, dove è celebrata e ricordata. Fu molto saggia in tutte le cose, piena di buon costumi, e amò grandemente la castità. Fu benigna quanto dir si possa, e negli atti suoi modestissima, e discreta: non ebbe solamente cognizione delle scienze, ma in tutte fu molto profonda: nè contenta solamente della lingua Romana, pose grande studio ad imparar la greca, e in tutte fu molto ammaestrata. Non mi par, che d’infiniti meriti suoi, per li quali meritamente ho giudicato questa Cassandra essere stata nobilissima, e illustre, tacerne alcuno. Fu tanta la virtù, e ’l nome di costei, che al tempo d’Agostino Barbarigo, Doge di Vinegia, faccendo egli, secondo usanza, il secondo dì di Natale, un invito a tutti gli ambasciadori, ch’erano in Vinegia, e a tutto ’l Senato Viniziano, vi fece, per grandezza, e splendore di questa donna, che allora era giovane, invitare anche lei, acciocchè si conoscesse in effetto, come era, corrispondere il valor suo al comun grido. La onde venuta insieme col padre, dopo il superbo convito, in presenza di molti oratori, filosofi, e Theologi, invitati a questo effetto, la saggia, e dotta giovane, tinta di rossor casto, e pudico, con tanta grazia, e con tanta facondia fece una orazion latina, che fin oggidì ne dura la memoria: e non poco è tenuta vaga, dotta, e piena di tutte quelle parti, che se le convengono, nè bastando questo, propose delle quistioni, e sostentò coclusioni in Filosofia, e Teologia, con tutti quegli huomini dotti, e celebrati, che per ciò erano stati invitati, di maniera che ne riportò incredibil nome, e onore. Taccio la sottigliezza, e argutie de gli argomenti, si in conformare, come in rifiutar l’opinioni, ch’ella usò, e fatta la disputa, di nuovo fece una orazione volgare a tutti quei Signori, non men bella nel grado suo, che la latina. Spesse volte lesse pubblicamente nello studio di Padova, dove medesimamente, con grandissima maraviglia d’ogn’uno, con ragioni, e scienze, sostentò conclusioni, giudicandosi da tutti, che non la vedeano, e ne sentivano dire il vero, non esser quasi possibile in una donna essere infuso tanto sapere. Nella Musica fu medesimamente senza paragone, le quali arti accompagnò con la virginità sua, la quale sempre conservò candida, e pura, non volendo mai congiungersi con marito. Scrisse molte epistole latine e greche, compose un libro di suo ingegno, dell’ordine di tutte le scienze, nel quale fa memoria con bellissimo stile di molte sette di filosofi. Da molti fu celebrata, ed è stata onoratamente ricordata: tra gli altri Angelo Poliziano, con infinite lodi, fa memoria, ed esalta questa Cassandra Fedele Viniziana, la qual dice, avere adoperato in vece della tela, i libri, per lo fuso, la penna, e per l’ago lo stile, e havere scritto tante epistole latine. Così anche nel principio d’un’altra Epistola la ricorda con queste parole, a lei scrivendo. O donna onore, e lume d’Italia, che grazie eguali ti potrei riferire, che non t’abbi sdegnato nelle tue lettere d’onorarmi? Certamente tanta fede, e amore non poteua venir da altri, che da una donna: ma che dico io donna? da una donzella, e vergine di celeste merito, e di così infinito valore. Lascino la memoria gli antichi secoli delle sue Muse, delle Sibille, e di Pytia, nè facciano più dimostrazione delle lor femmine filosofanti di Pitagora, nè di Diotima, nè d’Aspasia, di Socrate, nè meno di quelle si chiare nella Poesia, come fu Telesilla, Corinna, Safo, Anite, Brinua, Prasifa, e Cleobulina serbino più ricordo. Così in molti altri luoghi di costei predica la gran virtù. Ne contentandosi solamente dello studio, molto si dilettò di scrivere, e lasciar memoria della verita delle cose da lei truate: e per non ispender tempo a dire meriti suoi, i quali a me pare di non sapere, come vorrei ed ella merita, particolarmente dichiarare, mi contentarò, parlando d’alcun’altra, lasciare a più degno spirito di me, questa onorata impresa.

Capitolo XXIX

D’Anna Reina di Francia.

Anna figliuola di Francesco Duca di Bertagna, e rimasta unica erede di quel regno, prima fu moglie, di Carlo Ottavo Re di Francia, dal quale ebbe tre figliuoli maschi, che, vivendo ancora il padre, fanciulli morirono. Esso medesimamente, fatto prima l’acquisto di Napoli, e ricercata quasi tutta l’Italia, in un subito passò, da qesta, all’altra vita, negli anni di Cristo MCCCCXCVII. e dell’età sua XXVIII. Morto lui si maritò dinuovo la Reina Anna nel duodecimo Luigi medesimamente, dopo Carlo, Re di Francia, huomo pieno di giustitia, e sopra modo benigno. Questa Anna fu donna di tanto valore, ch’ardirei dire, come molti altri hanno detto, essere stata più tosto divina che umana, nè minor di virtù, che di stato: e se di giustizia, clemenza, liberalità, e sanità di vita la vorremo comparare a i Re Carlo, e Lodovico, de' quali fu moglie, non la trouerremo punto inferior d’essi. Fu donna tanto magnanima, e di gran cuore, che veramente quasi impossibile, dicendone appieno il vero sarebbe a crederlo: misericordiosa, e fautrice de' poveri, quanto dir si possa: Amò molto i letterati, e huomini studiosi de' quali fece tanto conto, che mai alcuno dinanzi le s’offerse, che ricevuto benignamente da lei, donato non gli fosse. Fu religiosissima, e osservatrice non poco della parola d’Iddio: la scrittura sacra le fu molto a cuore: onde spesse volte proponeva agli huomini ammaestrati di quella delle cose difficili, cercandone la risoluzione, non a fine di tentar le cose, ma per diventare in quelle più profonda, e conoscer meglio il senso, e la verità loro. Fu donna di grandissimo consiglio, e di non minor governo: lasciò in gran pianto, e duolo tutta la Francia, per la morte sua, ne gli anni MDXIII. la quale, quanto sia nociuta nel grado suo alla rep. Cristiana, bene lo sa più d’un prencipe: non voglio passar più oltre. Morì in Bles nel mese di Gennaio, e tanto fu il valor di questa Cristianissima, e generosa Reina, che più d’una città fu a contrasto, per aver l’onoratissimo corpo suo, che mentre visse, fu stanza, e degno albergo di così felice, e beata anima. Finalmente, per non si poter far altro, il cuor suo fu trasportatò a Nantes, e ivi sepolto: le interiora rimasero a Bles, e con grandissimo onore donate alla gran madre antica: il corpo fu portato nella chiesa di San Dionigi. Di qui si può considerare quanta in vita fosse la bontà, e valor suo, se dopo morte nacque questa dissensione. Non credo mai, che per la morte d’alcun’altro spirito di valore, e pregio, fobero tanto affaticati gl’ingegni de gli huomini dotti, quanto per costei: imperocchè una infinità di compositioni si videro, e oggidì si truovano, delle quali se non fosse bisogno più tosto di farne un volume; che un breve discorso, parte ne avrei qui citate. Si può dir veramente, che il mondo venisse in contenzione per lei, come fin’ora anche dura il contrasto d’Omero: ma a me pare, che la gara sia stata partita a questo modo, che il cielo abbia avuto l’anima, il mondo la fama, e la francia il corpo. E per non ispendere più molte parole, veggendo ch’io non ne dico quello, che potrei, e che dovrei, più sarebbe doluto anche la morte di questa magnanima Reina Anna, se non avesse di se lasciato due esempli di virtù, e lumi di bontà, Claudia, e Renata sue figliuole, delle quali forse ne diremo al luogo suo, l’una che fu moglie di Francesco primo Re di Francia di questo nome, successor di Lodovico Duodecimo, e l’altra minor d’anni, Renata moglie d’Ercole Duca di Ferrara quarto, e di questo nome secondo.

Capitolo XXX

Di Carletta di Borbone contessa di Niverna.

Carletta di Borbone figliuola dell’Illustrissimo Giovanni Conte di Vindocina, fu maritata nel gran Signor Engelberto di Clues, che fu Conte di Niverna, e d’Ausege. Di costui partorì sette figliuoli, due de' quali, fanciulli morirono. Due figliuole medesimamente restarono morte e sepolte a Deisia citta di Francia. Sopravissero tre maschi, Carlo, Lodovico, e Francesco. Il padre di questi Engelberto seguì Carlo ottavo, andato all’impresa di Napoli, dove lasciò di se, e della virtù sua, tal testimonio, che da lui solo fu cagionata la salute di tutto il Regno, e solo diede tanto aiuto, e favore all’Imperio Francese, quanto fece tutto l’avanzo dell’esercito. Imperocchè nel fatto d’arme del Tarro, apprebo Fornovo, veggedo rotta la testa della battaglia del Re Carlo, e tutto il resto dell’esercito da ogni parte tolto in mezzo, con tanta prudenza, e valorosamente ridirizzò all’ordine la prima testa della vanguardia, che ritornò l’animo e le forze a’ soldati Francesi, che gia disperavano la vittoria, e la fuga. Onde con gran valore, e potere, fatta una certa testa di valorosi soldati, più che non fece Catilina, tutti ristretti insieme, cacciarono gl’inimici d’intorno a Carlo, che a schiera a schiera l’avevano intorniato. Non poco mi duole, che le virtù e le storie di così famosi Eroi stieno sepolte. Ma perchè non è di mio disegno parlare ora del valor degli huomini, nè convenevole all’incominciata opera, ci riserberemo ad altro tempo, avendone appieno trattato nel libro degli huomini Illustri, che uscito dal mio povero ingegno, arricchirà forse le memorie de' più degni spiriti. Morto questo Valoroso Prencipe Egelberto, la moglie Carletta, quattordici anni dopo lui, visse vedova dieci, serbando la debita vedovanza, e quattro dappoi, essendosi rinchiusa in un monasterio. La vita di costei fu tanto lodevole e onesta, che a volere appieno darla ad intendere altrui, so che in vano m’affaticarei. Tra l’altre cose fu donna molto saggia, nè mai operò cosa indegna di lei: continuamente uisse non in quella grandezza, ch’avrebbe potuto, secondo il grado suo, ma qual donna privata, cercando continuamente con tutte l’opere pie, di giovare al prossimo: l’animo suo mai non si lasciò levare all’ambizione: ebbe costumi santissimi, e onesti: ma da poi, che il marito passò da questa all’altra vita, per dieci anni continui, mostrò grandissimi segni del valore, e bontà sua, non solamente fece benefici a persone che le fossero vicine, ma anche, dove giunse alle orecchie sue il bisogno d’altrui lontano, ella medesima andò a rimediarvi. Ultimamente stata a questo modo dieci anni, non ispinta dall’ambizione, nè per coprire sotto i veli di santimonia i cattivi pensier dell’animo, come molte oggidì fanno, che credendo d’ingannar Iddio, e ’l mondo, se medesime dannano; andò in un monasterio, non per acquistar, con le astinenze, digiuni, e orazioni il paradiso, come molti si danno ad intender di fare, per simili azioni, ma per far la vita sua più tranquilla, e solitaria, dirizzando la mente alla contemplation divina. Visse, dopo che si rinchiuse ivi, solamente quattro anni, e morì negli anni di Cristo MDXX, la quale, per molte sue virtù, e per l’infinito Valore, come che ne abbia detto poco, m’è paruta degna d’essere annouerata tra l’altre Illustri.

Capitolo XXXI

Di Damigella Triulzia.

Fu damigella Triulzia donzella Milanese, dell’antichissima, e nobilissima famiglia Triulzia, e fu figliuola di Giovanni Triulzio Senator di Milano, e gran Signore, e d’Angela Martinenga potentissima famiglia di Brescia, donna non poco letterata: Questa fanciulla nodrita fino a’sette anni da’ padri, si può dire, che da indi in poi, che incominciarono, a volerle fare apprendere i primi principi delle lettere e grammatica, che le Muse sempre la governassero. Imperocchè costei è stata una di quelle perfette donne, che trovar si possa, ed ebbe un ingegno, e una memoria, sopra modo naturale, acutissima, e profondissima. Appena fu posta ad imparare i primi principi, che in un subito, maravigliosa cosa da credere, non le era dato libro nelle mani, che benissimo, e con grande spirito non lo leggesse; indi applicata all’arte di Gramatica, a quella diede tal’opera, e vi fece tanto profitto, che come acutissimo, e studiosissimo gramatico, conosceva ogni minimo error della lingua; si fece tanto familiare la latinità, che quando di quella parlava, era tenuta, come un oracolo: nelle orazioni ebbe bellissimo modo, gravissimo puro, e agevole stile. Queste virtù non parvero solamenta acquistate da lei, ma di tal modo vi fiorirono, che fu giù dicato dal cielo, e dalla natura, essere infuse in questa Damigella, più tosto che acquistate con fatica di studio. Dinanzi a Pontefici, vescovi, e grandissimi Prencipi più volte fece molte orazioni, nelle quali dimostrava tanta grazia, e maestà, che tutti quei modi, che si convengono in un perfetto oratore, in costei si vedevano più chiari nel proprio effetto, che da Cicerone non sono scritti. Di qui chiaramente si può conoscere, quanto grandi, e maravigliose sieno le forze della Natura, attento che, e anch’io sono di questa opinione, più tosto da i cieli, che da studio fosse in costei infusa cotanta grazia. Ne contenta delle lettere latine, si dispose aver cognizione medesimamente delle greche, e con poca fatica in quelle divenne eccellente: dove poi si fermò molto nella filosofia. Di dodici anni il nome suo incominciò a volar per bocca degli huomini dotti, e da tutti essere tenuta in pregio, non come donzella, che per esser donna fosse da apprezzare, per ogni poca virtù, e scienza, che in loro, rispetto al sesso dee parer molta, ma perche al paragone d’ogn’uno, che facesse quella professione poteva stare. Fu di così profonda memoria, che di ciò ne fece meravigliose esperienze, e si può dire, che avanzasse Temistocle, e Seneca Filosofi, e a Mitridate, non fosse punto inferiore a Pietro da Ravenna, cognominato dalla gran memoria Memoria. Imperocchè fece pruova nell’età, ch’abbiamo detto di sopra, udendo recitare una lunghissima orazione, medesimamente senza lasciarvi pure una clausola, di ridirla tutta: non udì, nè anche mai cosa, che ne perdesse un minimo iota: pigliando qual libro si volesse, letto che l’avea due volte sole, sapea recitarlo tutto: ma di più, cosa che in pochi di simile spirito si truova, perchè, per lo più questi tali, in cui sono queste meraviglie, come sono agevoli ad apprender le cose, così anche poco sogliono durar nelle memorie loro, e tosto se le scordano; in costei restavano tutte le cose da lei recitate una volta stabili, e durabili, e così dopo lungo tempo, medesimamente se le ricordava. Dell’opere sue ho veduto io la fine, e Greche di mirabile spirito, maggiormente l’Epistole. Oltre di ciò fu di tanta purità e bontà che non si ritrovò mai in che correggerla: e fatta la prova della pazienza sua, tutte le cose udiva, che l’eran dette, accettava i consigli, e restava obbligatissima a chi gliele porgeva. Non trovò ch’avesse marito, ma visse sempre piena di sapienza, conservando la pura virginità sua. Di costei a volerne appien conoscere il tutto, perche non si potrebbe spiegare in carte egli è di bisogno imaginarsi, che fosse tale, che in tutte le parti non si potesse aggiungere cosa alcuna, e senza dubbio, tanti beni dell’animo credo io, che gli ereditasse da molti altri antecessori suoi, che furono molto celebrati, i quali mancando, e restate queste ricchèzze senza erede, raccolte in uno, e molto cresciute, pervenissero in lei: e tra gli altri che furono rari, e degni spiriti, vi fu la zia, madre del la madre di costei, chiamata Damigella, della quale questa seconda Damigella, si come fu erede del nome, e da lei così chiamata, senza dubbio acquistò anche le virtù sue. Imperocchè questa Damigella prima fu figliuola di Matteo di Sant’Angelo huomo valorosissimo di guerra, e general delle Fanterie de' Viniziani, e moglie d’Agostino Martinengo nobilissimo gentilhuomo Bresciano, donna veramente tanto compiùta, e perfetta, quanto dir si possa: la quale, come che fosse maritata, tanta fu la castità, e Pudicizia sua, che meravigliose cose ne potrei raccontare: restò vedova del marito, nè mai più fu possibile, stimolata senza termine, che potesse essere condotta a pigliar nuovo marito. Rispondeva a tutti, come fece Porzia minore, che lodandosi seco una donna del secondo marito, ella le rispose, ch’una felice, e pudica non si maritò mai più d’una volta: per queste, e altre simili opere lodevoli, meritò la magnanima donna titolo d’Illustre, e di famosa.

Capitolo XXXII

Di Chiara Ceruenta di Valdaura.

La Patienza, l’amore, e la benignità di costei, meritamente ha voluto che prima per man d’altrui, che per le mie, il nome suo sia donato alla memoria degli huomini; nondimeno non resterò anch’io di ricordarla. Chiara Ceruenta moglie di Bernardo Valdaura, essendo donzella giovanetta, e bella, fu menata a Bruggia città in Fiandra a marito d’età di più di quaranta anni, la quale nel la prima notte ch’entrò nel letto, per consumare il matrimonio, s’avvide subito il marito essere mal condizionato, e non molto sano della persona: la onde avendosi a lui, con l’animo, più che col corpo maritata, non per ciò si turbò niente, anzi con fortissimo cuore, e animo, non volendo consentire, che quel corpo, che Bernando già ignudo avea veduto, e toccato, altri avesse, per condolersi ella, in vita sua, a vedere, e godere, sperando, e confidandosi nel Re de' cieli, che a quel buon fine che s’era mossa, avesse ad essere aiutata; incominciò amarlo e riverirlo senza far, come forse molte, che più tosto l’avrebbono odiato. Non molto dappoi cadde il Valdaura in una grandissima infermità, della cui salute e vita, e i medici, e ogn’uno disperava: ma essa, e la madre con tanta cura e solecitudine intorno alle necessità dell’infermo s’adoperarono, che per ispazio di sei settimane intere, mai non si spogliarono, eccetto che per mutarsi di camice: nè mai in alcuna notte riposarono amendue un’hora, dopo l’altra: così menando la lor vita, e spendendo i giorni, e le notti. Questa spezie d’infermità era tale, che i medici la dissuadevano, che non molto s’accostasse, nè s’intrigasse con lui: quel lo stesso la consigliavano i più famigliari, e piùtosto, per beneficio dell’infermo, secondo il costume Cristiano, cercavano di provvedere, per la sepoltura del corpo morto, e di fare, che con quel poco di spirito, che in lui era, dirizzasse gli occhi dell’anima a Dio, non essendo, più che tanto, da far fondamento, ch’avesse a risanarsi. Ma la fedel moglie, togliendo tutte le cose, secondo il voler d’Iddio, non perciò smarrita, mai non lo volle abbandonare: anzi deliberata fino a tanto che gli uscisse lo spirito, di non mancare a quanto se le conveniva, continuamente, schifandosi tutti gli altri e parenti, amici, con quella carità, e vero amore, che maggior mostrar si puote, gli attese, non curando nè il lezzo, che da quel corpo più morto, che vivo usciva nè faticha, che per lui pativa; con infinito affetto e incredibile amore, dove gli altri schivavano vederlo, ella il toccava, maneggiava, e serviva: la onde, per confermation de' medici fu detto, il Valdaura essere stato tolto dalle mani della morte. Imperocchè allora non morì altrimenti. Onde nacque, che alcuni più tosto facetamente, che da Cristiani parlando, dissero: Iddio aver deliberato d’amazzare il Valdaura: e la moglie essersi ostinata di non voler lasciar torselo dalle mani. Indi a poco incominciarono di nuovo a Bernardo ascendere dal capo alcuni ardentissimi umori, che gli rodevano il naso, onde i medici gli dierono certa polvere, che con una cannella, overo con una penna bisognava, ch’egli, ritirandola col fiato, purgasse quei buchi, da quai n’usciva una cosa orrenda, e stomacosa, di che ogn’uno rifiutava questa cura: ma l’amorevole Chiara, non ricusò gia anche questa fatica spaventevole a tutti gli altri: anzi di più, bisognando ogni ottavo giorno radergli la barba, per rispetto di quelle infinite sporcizie, che dal naso, e dalla bocca per le gote, e per lomento gli uscivono, ella sempre fece tutti quegli ufici. Curato di questo morbo di novo ricadde in una infermità lunghissima, quasi per ispazio di sette anni: dove divenuto compiutamente marcio, e da tutti abandonato, ella sempre, fino all’ultimo giorno della sua vita lo servì, nè mai gli mancò di medicarlo, e di curargli tutte le piaghe: ed essendo venuto a tale, che nessuno più non ardiva d’appressarvisi, tanto puzzava, e sbigottiva ogn’uno ella continuamente, come se sano fosse stato, gli stava intorno. Ma il fiato suo era venuto a così cattivo termine, che per dieci passi da lungi si sentiva il cattivissimo e pessimo odor suo, al qual era impossibile, senza grandissima noia, approssimarsi, Chiara giurò, a lei mai non haver puzzato, ma sempre come pieno di buono, e soave odore esserle piaciuto. E in quella casa, nella quale per ispazio d’anni dieci, dopo la prima infermità, ch’ebbe il Valdaura, fino all’ultimo che morì, le rendite più tosto erano declinate, che cresciute; ella per non mancare al marito spogliò la casa d’argenti, di vesti, di gioie, d’anelli, e d’altre cose simili, non per donando a spesa alcuna per sovvenir pienamente a quello. Morì finalmente vecchio, anzi più tosto uscì di pene, tormenti e di sepoltura, con grandissimo cordoglio di Chiara, di maniera, che quanti la conobbero affermarono non aversi potuto veder mai un’altra ch’amasse di cuore marito giovane, bello gagliardo, e caro simile dolore, per la morte sua, di quello, che si vedesse in costei per quello vecchio, deforme, debile, e più tosto odioso. O segno di pudicizia, o vera fede di moglie, o intero, e perfetto amore. Chi non dirà Chiara Ceruenta essersi maritata all’animo e non al corpo di Bernardo Valdaura? o vero non aver giudicato il corpo di quello, non esser suo? O Euripide se tu avessi avuto tal moglie, tanto avresti lodato le femmine, quanto l’hai biasimate. Se tale tu Agamenone, t’avrebbe aspettato e ricevuto lietamente, e trionfante, dopo molti anni, che vittorioso ritornasti da Troia. Risponderanno a ciò le plebee, e diranno questi ufici, che fece costei erano da serventi, e non da donna nobile. Ma non fu plebea nè ignobile Chiara Valdaura, anzi di sangue nobile, e molto più Illustre per la bontà sua, nè le mancavano serve e ministri. Ma mi dicano queste tali, sono elleno forse più nobili della moglie di Temistocle Re d’Atene, anzi signor della Grecia? che quasi sola amministrò al marito nell’infermità sua? Più illustri di Stratonica moglie del Re Deiotaro, che al marito vecchio, infermo, e debile fu sempre cuoca, medica, servente, e ministra? Più onorate di quella Reina di Brettagna, che succiava le ferite al marito? Le donne Romane non lasciavano i loro mariti essere governati per altre mani, che per le sue. Tu, che per la tva ricchezza ti stimi nobile, restati con quella, che chi ti toglie per isposa non a te, ma alla tua facultà s’è maritato. Pensi forse d’esser moglie solamente, quando il marito si giace teco? O in ciò giudichi fermarsi il matrimonio? Veramente tu rompi le leggi d’Iddio e della Natura. Ma non più di questo, ch’a me dee solamente essere restato assai d’aver ricordato brevemente il nome, e l’amore fedele di costei, che ha meritato luogo tra l’altre pregiate.

Capitolo XXXIII

D’una Giovanetta contadinella del territorio Padovano.

Benchè il tempo maligno, e invidioso, abbia tolto dalla memoria de gli huomini il nome di questa felice, e ora beata giovanetta, debbo io sopportare, che non la castità, ma la virginità sua, con tanto generoso atto, da lei conservata, che fino oggidì dura nella bocca di molti, non dia più chiaro testimonio ed esemplo di così casto, e lodevole effetto? ovvero, per tema di non essere biasimato, la debbo lasciare addietro? considerando che infiniti potranno dire, che nel numero, ch’io ho raccolto di tante donne illustri, per sangue, e più per proprio valore, non dovea porre costei e senza nome, e di così basso grido, vilmente nata. Ma che risponderanno eglino poi? s’io facessi loro conoscere, che, costei fu molto più nobile, e d’animo più generoso, che infinite, ch’io potrei dire, nate, nodrite e allevate nei reali palagi? e che si come questa fanciulla si ha acquistato il nome d’Illustre, così quelle l’hanno perduto, e lo perdono. Tuttavia, perche la deliberazion mia è di ricordar parte di quelle donne, che hanno, per propri suoi meriti, ottenuto il titolo de’Illustre, e non di dire di quelle, che hanno tralignato dal sangue suo, seguirò l’ordine incominciato, ingegnandomi di farmi tenere più tosto caritevole e uficioso del vero, che maligno, parziale, e imitator dell’adulazioni. Nel MDIX. che Padova fu assediata da Massimiano Imperadore, con la lega di molti altri potentati, a danno e distruzione della santa Rep.. Viniziana, gloria, sostegno, e reputatione di tutto ’l mondo, non che d’Italia, tutti contadini del contado fuggivan nella città a più potere con le loro robe, bestiami, e altre masserizie, per più sicurtà loro, secondo che in simili termini è costume. Avvenne in questi bisbigli, ch’una contadinella, fuggendo verso Padova, con molti altri de' suoi, uscendo di strada, si smarrì da quelli, e sola, dopo molto girare, pervenne alla porta della città. La onde, secondo il solito, essendovi una buona guardia di soldati, e veggendo alcuni di quelli questa giovane garzonetta, bella, incominciarono ad esserle d’intorno con buone, e con cattive parole, usandovi appresso la forza, alla quale non v’era ragione, che contrastasse: perchè in simili travagli le leggi tacciono, la ragione dorme, e i ministri di quella attendono ad altro: nondimeno la valorosa e castissima fanciulla, tanto seppe adoprarsi, che allora fuggì le lor mani, e quella fiera violenza. Tuttavia, seguitandola alcuni, di quei soldati ostinati, e disposti di torle quel fior di virginità a lei più che la vita caro, giunta che fu ad un ponte della città, chiamato ponte Corvo, dove passa un fiume detto il Bacchiglione, altri dicono la Brenta, che si divide per la città, veggendo non potere oggimai più schifare il gran pericolo, per forza di non lasciar la virginità sua, animosamente si gittò nell’acqua, e cercando molti d’aiutarla, che non s’annegasse, mai la costante giovanetta non volle, come le fossero porte e funi, e aste e diversi altri ordigni, per poter giugnere alla riva, a niente appigliarsi; nè ricever sostegno alcuno affine di non ritornar più in quelle scelerate mani, che volevano spogliarle quella santa virginità, della quale ella se n’era tanto degnamente vestita. Così rendendo lo spirito a Dio, e portando seco il fior virginale, lasciò ivi l’immaculato, e felice corpo: il quale ignobilmente fu appresso quella riva sepolto, senza quasi più durar la memoria di così generoso atto, degno di vivere per sempre nelle menti delle donne illustri. Chi dirà costei non essere stata Illustrissima, e nobilissima, e nata con un animo generoso, e pien di valore? Se tanto commendiamo Lucrezia, Chiomara, e molte altre, che dopo l’aver perduto per forza la loro pudicizia hanno rivolto i ferri contro se stesse, e vendicatola con tra chi levata loro l’avea, quanto maggiormente dobbiamo lodare riverire et innalzar costei, fino alle stelle, che per servare la castità sua, pura, e intera, non ricusò la morte? O felice e beatissima anima, o chiarissimo specchio, lume ed esemplo del donnesco sesso, al corpo tuo, a quelle santissime essa, e alle reliquie di quella onoratissima stanza, in cui fu rinchiuso così degno e beato spirito, si converrebbono i Mausolei, e le Piramidi, e altri maggiori spettacoli, acciocchè il nome tuo non si fosse smarrito, e così lodevole atto durasse eterno. A Brasilla da Durazzo vergine e donzella non diede l’animo da se darsi morte, per conservar la virginità, ma per le mani altrui volle ben morire. Imperocchè vedendo il vincitore crudele e fiero, voler levarle la pudicizia gli promise, che se la lasciava senza spogliarla del fior virginale, che con un sugo d’un’erba lo farebbe inviolabile, e securo da tutte l’armi, che non potrebbe mai essere nè ferito, nè amazzato. Accettò il partito il soldato, ond’ella allora tolse la prima erba, che le venne alle mani e ugnendosi il collo, lo confortò a farne la prova sopra di se, dicedo ch’altre volte n’avea fatto espe rienza: e così in vece di dargli la sua virginità, fece ch’egli, credendo alle sue parole, le levò il capo: onde vergine se morì, più tosto che vivere vergognata. Se tanti anni sono, che la memoria di costei dura, perchè non merita l’atto di costei esser celebrato? Non danna Girolamo, loda Ambruogio nel libro delle vergini essere lecito, per servar la virginità il darsi morte: adduce l’esemplo di Pelagia che di xv anni, per servar la virginità con la madre e sorelle si gittò in un fiume. Sofronia, che veggendo il marito contrastare con Massimino Imperadore, che le voleva macchiare la pudicizia, con un coltello s’aperse il petto. Molti altri esempli sono nelle sacre lettere. Però mi pare che degnamente abbia ricordato e la virtù di costei, degna d’altre lodi che delle mie.

Capitolo XXXIV

Di Lisabetta Gonzaga Duchessa d’Urbino.

Come potrò io giugnere col mio basso ingegno al sommo de gli onori di questa magnanima donna? ch’a giorni suoi fu un tempio di Pudicizia, una scuola di virtù, un lume di fede, uno specchio di santità, e un’esemplo di costanza? Se i più rari, e pellegrini ingegni, ch’a’giorni nostri sieno stati, e ch’io per la riverenza debitamente portata a loro, non ardisco nomare, dicendone, e scrivendone ampiamente, non hanno potuto fare, che molto più di quel, che si truova, non vi sia restato a dire? Maggiormente, che a me bisogna, col testimonio loro che, ne hanno fatto i volumi, le virtù di costei ridurre, no in breve compendio, ma in un brevissimo capitolo? Non sara adunque chi si maravigli, se da così profondi fonti di scienza, come è stato un Sadoleto, un Bembo, Federigo Fregoso, Gismondo da Fuligno, Filippo Beroaldo, Baldassar Castiglione, e tanti altri, ch’io non dico, e che hanno di costei partorito tutti insieme fiumi, e mari di lode, io mi partirò senza avervi, non pur toccato il fondo, ma appena tratta la sete: e che tratta la sete? ma nè pur anche immollato le labbia. Perche spaventato dal suggetto, ritenuto dalla grandezza degli scrittori, e poco aiutato dal debile ingegno mio, mi sarà forza esser tale, se le virtù sue non mi facessero più che io. Lisabetta figliuola di Federigo Gonzaga, e sorella di Francesco Marchese di Mantova, specchio di pudicizia, e albergo d’ogni virtù, fu moglie del magnanimo Guido Ubaldo di Monte Feltro, figliuolo del Duca Federigo, e Duca d’Urbino, donna per nobiltà di sangue, per valore, per grazia, e per bontà, più tosto divina, che umana. Della quale per mostrare in parte, quanta fusse la pudicizia sua, non potendo tacere, quello ch’a tutti fu manifesto, ben ch’ella, guidata dalla modestia, cercasse che ciò fosse nascosto, da questa farò principio. Maritata la nobilissima Donna giovanetta, e bella in Guidubaldo, due anni giacque in un medesimo letto col marito prima, ch’egli chiaramente si conoscesse impotente. Onde vedendo apertamente che non era abile ad usare il coito, mesto, e doglioso manifestò alla moglie, che giudicava da malie essere impedito onde a lei non si potesse dimostrare huomo, chiamandosi misero, e in tutto infelicissimo poi che non solamente gli era tolto la speranza di lasciar di se eredi, ma che anche a lei non poteva dar quel contento, e piacere che il matrimonio ricercava: e di più che sappiendosi questo, tutti i popoli gli porterebbono odio. Udite queste parole dalla saggia donna, che molto prima s’era accorta della cosa, nè mai s’era dimostrata non pure avvederse, non che lamentarsi, nè di ciò parlato con persona alcuna, con allegra faccia, incominciò a consolarlo, e pregarlo, che con forte animo volesse sopportare i colpi dell’ingiuriosa fortuna, che molti Re erano gia stati, e di presente si trovavano fuori di speranza di figliuoli, e per questo non si dovesse rammaricare, che non era solo: tanto più che spesse volte da i buoni padri nascono cattivi e scelerati figliuoli: onde tutte le cose, alle quali Iddio con sente, si debbono pigliare a buon fine. Di quello poi che a lei s’apparteneva non dovesse dubitare, ch’ella non era punto per iscemar l’amor suo verso lui, e che quel fior di pudicizia, che gli avea portato in casa, era per conservarlo fino all’ultima sepoltura, acciocchè, non potendo egli goder quello, che a lui era destinato, altro huomo non avesse a possederlo. E che darebbe opera che quello, che per due anni era stato nascosto, per l’avvenire da lei mai non fosse scoperto. Quello che l’onestissima donna disse, medesimamente osservò: la onde più di quattordici anni vissero insieme, che non solamente i popoli, ma i propri famigliari segreti, nè alcuno della corte, mai s’accorse il difetto della sterilità proceder da Guid’Ubaldo, anzi ogn’uno giudicava più tosto la Duchessa Lisabetta essere quella, da cui venisse il mancamento. Ne mai questa cosa si sarebbe risaputa, se il proprio marito di sua bocca non avesse manifestato, come passavano le cose, allora quando cacciato dello stato da Cesare Borgia se n’ando a Milano dal Re di Francia, che si trovava in Lombardia, nelle cui mani erano tutte le sue ragioni, per impetrar favore. Dal quale non avendo ottenuto grazia alcuna, imperocchè il Re era in lega con Alessandro Borgia sesto Pont. Mass. Padre del Duca Valentino; perche presentendo, che dal Papa, e da Casare era cercato di far morire diede loro speranza di separarsi dalla moglie, e di voler farsi prete, affermando non aver mai per essere impotente, potuto consumare il matrimonio, con la moglie: e dimandatone dal Re se così fosse, confermò quello che era, così dallo stesso Marito palesata la cosa, incominciò poi a divulgarsi per tutto, che il Duca o fosse per difetto di natura, o per lo mal delle gotte, che sempre gli dieron noia, o per quello, che da tutti fu creduto per arte magica da Ottavian suo zio, per desiderio dello stato il quale di queste arti fu molto instrutto, era impotente. O infinita pudicizia di donna, o costanza incredibile, o bontà rara, e perfetta, vivere da circa XX anni appresso il marito nella propria casa, dormire ogni notte seco nel proprio letto, stringerlo, abbracciarlo, baciarlo, riverirlo, amarlo, e si può dire adorarlo, senza mai curarsi nè dolersi di non poter consumar il matrimonio. Questa è vera costanza di pudicizia. Questa è stata vera prova di far fede, che più possa lo spirito, che la carne, e l’appetito: Che più possa la fede, e l’amore, che la lussuria, e la lascivia. Quale sarebbe stata altra, che non quattordici anni avesse voluto stare, senza palesar questo, ma nè anche quattordici mesi, e quale durar XX mesi non che venti anni sino alla morte del marito, senza separare il matrimonio: Ed ella sforzata, pregata, costretta si per beneficio suo, come per lasciar di se eredi, mai non volle intenderla di separarsi da lui: sempre negò il difetto esser del marito: mai non consentì, che ciò fosse detto, anzi ebbe non poco a male, che il vero venisse a notizia. O fedelissima, e castissima donna, dirizzino gli occhi in te quelle, che spinte da lussuria, che veramente vogliono dimostrare d’essersi maritate col corpo, e non con la mente, che non pure rompon la fede a’ mariti, nè solamente si contentano di più d’uno innamorato, ma da loro si partono, e delle sue case fanno una publica stanza di meretrici, e concubinari: e per ogni minima cagione, e tallor bene spesso senza, disfanno i maritaggi, e con una carta con quattro lettere d’oro si fanno dispensare; poi che tu Donna giovane, nobile, bella, e avvezza ne’ reali palagi volesti mostrare, che non col corpo, ma con l’animo t’eri congiunta con Guid’Ubaldo. Nè solamente vincendo se medesima con una sola pruova di se, fece esperienza, nè fu degna in ciò d’una sola lode, imperocchè di qui si videro molte magnanime cose. Primamente con ragione potendo separarsi dal marito non volle, essendosi maritata in huomo al matrimonio non abile. Poi per amor del marito pose dal canto il desiderio, che regna in ogn’uno, a cui solamente sia ampia facultà, non che stato, e giuridizione, di lasciar di se eredi, figliuoli, e successori, acciocchè lo splendor delle famiglie non si estingua: oltre di ciò, così si portò col marito, che per non dare indizio della cosa; mai da lui non si dipartiva, e ogni notte almeno una volta, affettuosamente quel piacere, che potevano insieme pigliavano, senza mai contaminar l’animo. Imperocchè l’altre donne, che perpetuamente hanno conservata la pudicizia sua, o sono andate ne’ monisteri separandosi dalla conservazione degli huomini: e mai non si son maritate: e nelle case de' padri, e fratelli quanto più hanno potuto, si sono astenute dalle pratiche loro. Ma questa donna nella casa del marito, nello splendore, e moltitudine d’huomini, tra giuochi, e tra la licenza del matrimonio, in mezzo l’udir quelle cose, che alle donzelle sono nascoste nella camera, e letto del marito, viveva nel suo seno, si struggeva d’amore, si congiungeva in abbracciamenti con esso, quali si fossero: ed essendo stata cosa difficile, e grande l’aversi voluto conservar vergine, così è maravigliosa, e quasi incredibile aver potuto. Ma passando più oltre: l’animo suo fu possessore di molte altre buone parti e divine, e per lasciar quelle, che sono proprie delle donne; nondimeno non si trovano in altre, che in donne perfette, l’innocenza, la pietà, la santità, la religione, le carezze verso gli huomini, la diligenza verso i familiari, la cura di tutti, la moderazione nelle cose private, lo splendor nelle pubbliche, e simili altre cose furono in lei, e delle quali fu molto ricca. Nell’esiglio del Duca, quando fu fuor uscito, la fedel Lisabetta sempre volle essere partecipe de' suoi affanni, sempre lo consolava, levandogli gran parte del duro affanno, nè mai, come la fede Sulpizia moglie di Truscelione, e l’amorevole Ipsicratea Reina di Ponto, abbandonò il marito: continuamente con incredibil prudenza, e saldi consigli confortandolo, e porgendogli di que’ rimedi e utili consigli, che sono di gran consolazione a gli afflitti, e battuti da simili colpi di fortuna: onde avvenne poi, che Guido Ubaldo tra tutte le felicità che ebbe e innanzi, che fosse cacciato dello stato, e che poi vi fu rimesso, la principal e più cara tenne quella della moglie, che di Pudicizia non agguagliò, ma di gran lunga avanzò tutte l’antiche, e le moderne. Ora, per ridurre a maggior brevità, ch’io possa, le ’nfinite virtù di costei, poi che Guid’Ubaldo ebbe corso gli anni XXXVI. dell’età sua, nel qual tempo brevissimo, e poco, dalla infermità delle gotte, la maggiore e la miglior parte della vita sua era così deformata, che non avea quasi più sembianza umana, nè gli era restato altro, che ’l fiato, e la luce, consumata la carne, e mancato il vigore, l’anima se ne volò al cielo, e lasciò l’ossa alla terra. Qui non mi par da tacere ma brevemente d’esporre la morte sua, e ’l dolor dell’onestissima Lisabetta: Imperocchè, sentendo egli appropinquarsi l’ora di lasciare il mondo, e andare al cielo, avendo appo di se la cara moglie, che teneva nelle sue la mano di quello, riguardando tale affetto, che pareva volesse ricevere nella bocca sua lo spirito, che da quello aveva a uscire, la saggia Emilia Pia donna di grand’animo, di molto consiglio, di gran prudenza, e infinita pietà e molte altre donne e huomini di gran conto, verso ognuno, parlò in questo modo. Io son giunto al fine della vita, come vedete, sono chiamato da quelli, che hanno consentito, ch’io sia stato qui quel tanto, che ci son dimorato, a’ quali rendo infinite grazie, che m’abbiano finor lasciato vivere al mondo, che non mi pento di quanto son vissuto d’essere molto vivuto, ne penso che a voi rincresca, come anche che io muoia inanzi al cospetto vostro, e veggia quelli, che restino dopo me, onde muoio volentieri. Perchè non mi par morire, avendo voi, negli animi de' quali, e nella cui memoria certamente potro molto più, che un tempo vivere. La onde mi parrà d’avere impetrato da Iddio tutte le cose, se otterrò da voi, che viviate come s’io fossi vosco. E rivolto a Francesco Maria dalla Rovere, che poi successe a lui, disse: A te principalmente figliol mio, che io, come che avendo altri nipoti di mie sorelle, come tu, nondimeno ho voluto, che mi sy figliuolo, istimando, ch’abbi ad essere a me simile, conviene, da qui innanzi come io ti fossi sempre presente, fare e dire tutte le cose di tal sorte, che non sieno indegne d’un figliol mio, Sempre figliuol mio a te farò presente, e da quel logo, dove gl’Iddei vorranno ch’io vada, riguarderò ciò, che farai, e dirai, maggiormente, che a te conviene imitare prima de gli altri Giulio II. Pontefice Massimo tuo Zio, il Duca Federigo di buona mem. mio padre, e Giovanni tuo Prefetto di Roma de' quali vivendo uno nei consigli ti potrai molto valere, e degli esempli dell’altro imparare, attendendo alle scienze, faccendoti quelle due famigliari, d’aver cognizion dell’istorie, e dell’arte oratoria, delle quali deve essere adornato ogni degno prencipe. Ultimamente questo ti comando, che alla Duchessa tua madre siy ubbidiente in tutte le cose, e l’osservi in ogni qualità di pietà: che così in un conto la instabilità della giovanile età stabilirai, nell’altro a me farai cosa grata. Grandemente desidero, che quella fede, amore, e osservanza, che in onorarmi ha dimostrato, locarla in te e nella pietà e carità tua verso di lei: la quale, giusto è che chi è erede delle altre cose, anche abbia questa. A te veramente perfettissima, e carissima moglie, niente comando. Imperocchè, che ordinerò ora io a te che muoio, la quale, mentre vissi, non m’hai pur mai lasciato luogo d’avvisarti nè ricordarti alcuna cosa? Quello, che dirittamente a te s’apparteneva di fare, da te sempre fatto l’hai. Ti conforto adunque, e se sopporti ti prego, che tu procuri il figliuolo amministrar lo stato, tanto, che viverai in tal maniera, e con tal ammaestrameti, che degnamente sia degno di noi, e de' suoi maggiori. Ma anche dimando questo con grande istanza da te: che come avrai eseguito tutte le cose, secondo il parer tuo, che non debbi piangere la mia morte, nè mi turbi quel riposo, ch’io spero tranquillamente goder appo Iddio, se le lagrime tue non m’impediscono. Dette queste e molte altre cose, verso ogn’uno indi a poco se ne morì. Qui non so io come mi fare a voler dimostrar l’effetto dell’amore di questa singolarissima moglie: la quale, mentre senso o spirito fu nel marito, sempre lo riguardo con gli occhi asciutti, acciocchè non turbasse, per compassion di lei, quello, che moriva. Ma come affatto lasciò di vivere, e appena fu spirato, qual fuori di se, si lasciò cader sopra lui, e con altissima voce incominciò a esclamare: Ahi marito mio, perchè mi lasci? Dove vai? L’animo per la grandezza del dolore la lasciò vinta e debile, onde senz’altro allora poter dire, cadde tramortita. Furono di quelli, che la credettero veramente morta, di sorte non si trovava rimedio per farla rinvenire, ed in lei ritornar gli smarriti spiriti. La onde incominciò a piangere in un tempo la morte di due l’una veramente più giusta, quella della donna più compassionevole sorte di pietà, la faceva più miserabile. Ma Iddio, che allora non volle tanto dolore, fece, che nelle mani de' suoi, non sentendo ella alcuna cosa, fredda, e quasi senz’anima, incominciò pian piano a rinvenire. Onde aperti gli occhi, riguardando verso il cielo, e poi affisandogli verso quelli che si sforzavano, secondo il poter suo, ritornarle lo spirito, come più tosto potè parlare, disse. Che importuno pensiero, che fatica oltre il dovere è stata questa vostra? Perchè crudeli, e d’ogni pietà privi, mi vietate seguire il mio signore? Perchè avete invidia, che quello ch’io ho avuto compagno di mia vita in vita, l’abbia medesimamente in morte? Misera me, egli se n’è andato, ed io resterò? Non resto, anzi marito mio ti seguo. Come ella ebbe detto queste cose, quasi un rivo di lagrime, incomincio abbondar da gli occhi suoi, e insieme di lamenti e pianti mescolarsi e empirsi ogni cosa. Ne mai s’udirono maggior rammarichy, che allora. Così essendo stata la fedelissima Lisabetta due giorni senza risponder mai altro a quelle, che andavano a consolarla, e a persuaderla a pigliar cibo, o il sonno, che essere disposta di voler morire, e con gli occhi e la faccia a terra, sempre in questo tempo se ne dimorò: alla fine e da tanti prieghi e da infiniti conforti, più, per rimediare alle cose del Ducato, che per cura di se medesima, si levò, con queste parole. Poichè il dolore non può or’hora uccidermi: quanto sarò per vivere, tanto starò in pianti, doglie, e martiri: come fece veramente. Indi col valor suo la sapientissima dona subito provvide che alcuna cosa non facesse movimento nessuno: e fatto gridar Francesco Maria Duca, con la prudenza, con la magnanimità, e la sapienza sua, ridusse il tutto in fermo e tranquillo essere, vivendo tutto ’l resto di quello, che sopravvisse al marito con la rimembranza di quello, e stando lungo tempo senza mai voler lasciarsi vedere. Ma perche m’aveggio, che s’io volessi continuare nell’avanzo della vita da lei fatta nella vedovanza, molto più mi sarebbe bisogno d’esser lungo, ch’io non sono stato, e poi non farei nulla, accorgendomi, che molto ho detto: ma non quanto mi si conveniva, lascierò da questo poco la considerazione all’infinità de' meriti dell’onorata vita sua, la quale senza più dirne altro, si può giudicare, che fosse ripiena di quelle sante imitazioni, che creatura umana può considerare, e non mettere in esecuzione. Perchè la religione, la fede, la bontà, la pudicizia, la prudenza, la carità, e tutte le virtù, furono in quel castissimo e sagratissimo petto, visse accompagnata, e si può dire, che morendo le portò seco.

Capitolo XXXV

Di Bianca da Collalto.

Dandosi spesso questo titolo d’Illustre, dal principale autor dell’opera, a molte Donne, che non solamente in se non hanno avuto tutte le parti convenevoli alla nobiltà, ma che anche in molti atti sono state men degne di riverenza, e per un solo virtuoso, e degno di lode hanno meritato l’eternità nelle memorie, di grado de gli huomini; perchè adunque debb’io haver riguardo a cosa nessuna, e soportar che nella memoria, e nella penna mia resti il nome di Bianca di Collalto, senza uscire alla presenza degli uni e degli altri occhi de' più degni spiriti? essendo a’ giorni nostri stata un esemplo di Pudicizia, un lume di beltà, un fonte di virtù e uno specchio di generosità. Bianca figliola del Conte Antonio di casa Collalta, e di Lucia Mocenica gentildonna Viniziana, fu moglie del Conte Manfredi di Collalto: La qual geneologia de' Collalti, avendo avuto così alto principio, ho meco proposto in parte brevemente toccare, e dimostrare onde sia uscita. Perchè se il Boccaccio, parlando di Giovanna Reina di Gerusalemme, e di Cicilia volendo dimostrar l’origine del nobilissimo sangue suo, la innalza per avere avuto principio da Dardano, medesimamente anch’io avendo ritrovato la casa Collalta fino al tempo di Dardano essere stata nobilitata, m’è paruto degno di ricordarla in prima ch’Enea venisse in Italia a edificare Alba, ch’altri vogliono fosse Ascanio, e Antenore a fermarsi dove è Padova; fu un Re di Stirpe Troiana chiamato Dardano, ch’ebbe per moglie una Sabina figliuola d’un Re d’Armenia detto Richesane. Questo Dardano fu il primo ch’edificò Padova, e chiamolla Eugania, onde anche tutti quei monti e colli circonvicini si chiamarono Euganei, e fin oggidi a loro è rimasto questo nome: ma perchè questa città o rovinata che fosse, o altro che vi accadesse, venuto ivi ad habitare Antenore, e avendola ampliata, o redificata fu poi chiamata Padova. Questo ho ritrovato io dell’origine principio questa città. Ma ritornando a quello perch’io mi son mosso a ciò ricordare; durando la città Eugania quella ebbe quattro porte a modo di castelli o vogliamo dir Rocchè, una che riguardava verso levante, l’altra Ponente, la terza verso mezzogiorno e l’ultima settentrione, bench’altri intendano che fossero quattro città, che rendessero obbedienza alla città d’Eugania: sia come si voglia. Questa di settentrione fu la principale e più nobil porta, ch’avesse la città, e si dimandava Turino: sopra questo Turino era una immagine in forma d’una donzella, di marmo verde, che avea tre facce, onde venne il nome di Trevigi, del quale Turino non si nominando anche Trevigi, Dardano fece Conte e Duca di quella, il Conte Gerardo conte di Mont’Orio: non essendo ancora edificata Verona. Dal quale Conte Gerardo questa Cronica, e storia, che dico io afferma la Casa Collalta, per dirittissima Linea essere uscita e il fratello suo fu fatto Conte di Vicenza. Essendo differente la casa Guidotta dalla Collalta, e non come vogliono alcuni, tutt’una, e discesa da Collalto. Ma non più di questo. Questa Bianca uscita di così nobilissimo legnaggio, e medesimamente maritata in questa illustrissima Casa, è stata una di quelle rare, e perfette donne, che Iddio, e la Natura potesse produrre. Fu delle bellezze del corpo tanto dotata, che senza adulazione ardisco dire, che puote stare al paragone dell’altre, che da i cieli, e dalla natura hanno avuto tal grazia, e il titolo di belle, con tutte quelle parti esteriori di maniera bene accompagnate con l’interiori, che di ragione ben puote esser chiamata perfetta e compiùta. Imperocchè in lei mai non si ritrovò l’animo punto differente da quello, che dimostrava nella presenzia e nella fronte. Di ciò ne rende chiara fede il testimonio di quei, che la conobbero, e ne hanno lasciato ricordo. Fu donna magnanima, e d’acutissimo ingegno, sofficiente a reggere, e a ridurre a suo porto, ogni difficile impresa: e di tal sorte s’adoperò in tutte le sue azioni, che veramente mostrò di quanto ingegno fosse dotata. Fu castissima, e pudicissima non quanto dire, ma immaginar si possa: e come che in particolare io non ne possa dare esemplo, egli ha proceduto, che di sorte in tutte le azioni sue saggiamente, e così onoratamente s’è portata, che non le è stato bisogno mai di venire ad alcuno di questi cimenti, cose ch’al giudicio mio, e di chi dirittamente considera, sono molto più da stimare, che egli esempli di quelle, che sono state costrette a farne pruova, conciosia che per lo più a nessuno mai non occorre far esperienza di se, se con qualche atto non prova, o incita terza persona a muoversi con isperanza di conseguir l’intento suo voglio dire ch’una donna tutta pudica, e tutta casta, di sorte sempre si regge, si nell’azioni apparenti, come in quelle, che son locate nel cuore, ch’ ognuno continuamente è costretto di farle riverenza, senza immaginarsi, non che sperare, alcuna cosa men che virtuosa, e onestissima, nè mai a Signore, che con prudenza regga lo stato suo sarà bi sogno di racquistar le sue terre, perchè avrà il cuore, per trascuraggine, di non le perdere. Costei fu cortesissima e liberalissima, secondo il grado suo, in tutte l’opere reggendosi con quella modestia, che da tutti è lodata. Non ebbe molta, anzi poca vaghezza de' piacer mondani, ma continuamente avea il cuore, e ’l pensiero rivolto a cose alte e degne, mostrando con gli effetti generosi la grandezza dell’animo suo. Ebbe a schifo la viltà, e fuggì l’alterezza, seguendo quello, che fra questi due estremi dee esser posto. Nella presenza e nell’aspetto mostrava un rispetto, e cagionava una riverenza, ch’ognun’un, che la vide, fu sforzato, con grande affezione a riverirla, fino quegli, che per le divine grazie, e rari costumi suoi le portavano invidia, erano costretti nel cuor suo d’amarla, e grandemente di lodarla: e molto più riusciva, quanto maggiormente considerando gli atti generosi, si veniva ad aver maggior cognizion di lei. Formi nella mente ogni degno spirito tutte quelle parti, ed eccellenze, che debbono essere in donna rara, e perfetta: e sia certo, che nella bella Bianca v’ebbero fermo onorato seggio, delle quali Iddio e la natura le ne fece ampio dono: ed ella, col proprio valor suo, conservare, e ampliar le seppe. Così fosse vissuta i dovuti anni, come avrebbe potuto. Imperocchè morì si può dir nel fior de gli anni suoi, che se ora il mio ingegno debile e basso è spaventato dalla grandezza di così ampio suggetto, senza dubbio quello de' più rari e onorati spiriti, sforzati da’ meriti di costei, a celebrargli al mondo, avrebbono havuto maggiore impresa, ch’al presente non provo io: che posto nel mezzo di tante divine qualità di virtù, non veggio via di riuscirne come vorrei, e dovrei. Ma per più non dimostrar la povertà dell’ingegno mio in commendar così debilmente il valor di costei, questo sarà stato, come un picciol saggio del molto ch’avrei potuto dire, e mi contenterò, secondo il voler mio, d’aver solamente ricordato il nome suo.

Capitolo XXXVI

D’Isabella da Este Marchesana di Mantova.

Essendo costei a’ giorni nostri, non pur suoi, stata un vero lume di molte rare virtù, che in donna degna, e onorata si possano ritrovare, dirittamente a me conviene ricordare il nome suo degno di più lunga memoria, che di quella, che mi sforzo a lei, e a molte altre dar’io. Isabella adunque figliuola d’Ercole secondo duca di Ferrara, o primo di questo nome, e di Leonora d’Aragona, che di sopra abbiam ricordata, non punto dissimile alla madre fu moglie di Francesco da Gonzaga Marchese di Mantova. La quale, se non per altro, almeno per questo, non dee essere stata poco riguardevole: avendo avuto un così degno, e valoroso marito, del cui valore, in altre carte che in queste ho fatto, non voglio dir memoria, non mi persuadendo i miei scritti dovere essere eterni, ma più ampio ricordo: ma veramente non men degna è stata ella di lui, di quello ch’egli sia stata di lei. Imperocchè, oltre che fu donna generosa, liberale, di grandissimo governo, piena d’infinito valore, benigna, e caritevole, quanto dir si possa: giudicando, senza particolarmente, in ogn’una di queste donne, ch’io nomino, fare altro discorso di queste virtù, ch’ogn’uno, che leggerà questa mia fatica, debba presuporre ciascuna d’esse esserne stata adornata; non istarò in ciascuno di questi capitoli, e maggiorme te in questo di costei, altrimenti a ricordarle. Dirò bene, che molto è stata notabile, per non havere avuto l’animo basso, e vile, come molte, che solamente si contentano, non della propria patria, ma della sola camera: perche costei di generoso cuore si dispose di veder molti paesi, e gli volle vedere, tratta dal desiderio d’aver cognizion delle cose del mondo, nel quale siamo nate a fine, col corpo, e con l’animo, d’esercitarci, per aver conoscenza delle cose, che Iddio, con giusto ordine, ha diversamente partite, e a beneficio nostro ordinate: e dove seppe che in città, o in luogo alcuno fosse cosa rara, e degna, non lasciò di volere, senza temer fatica alcuna, col mezzo degli occhi corporei, di soddisfare a quegli della mente, e al desiderio dell’animo, e di sorte si dilettò di cose notabili antiche, e moderne, che dove seppe esservi alcuna antichità rara, e degna, non restò per ispesa alcuna, mentre fosse possibile averla, di non la volere appo di se. Fece fare in Mantova, nel palazzo della Rocca, una stanza sotterra, cavata tra certi sassi, la quale chiamò la Grotta, e fin’oggidì si dice la Grotta di Madama, e anche dura: dove, a guisa d’un bellissimo, e caro studio, bene adornato, vi fece raccorre le più degne, e rare antichità d’imagini di medaglie, e d’altre cose simili, che potè ritrovare, e avere: e ivi le pose, pigliando grandissimo contento d’una così onorata impresa: e tra l’altre cose, che ivi sono di gran pregio, e di non picciol valore, non mi par di tacere d’un Cupido antichissimo, e così bello, e ben formato, che si conosce la natura veramente essere stata superata dall’arte: e fu opera di Prasitele eccellentissimo, e tanto nomato scultore: infinite gioie di gran prezzo anche vi sono. Se non per altro, per questo merita così magnanima donna, che sia fatta memoria di lei. L’ultimo suo ornamento, per essere breve, ch’io voglio dare a questa generosissima Isabella, oltre l’essere stata dottissima, e avere avuto molta cognizione d’infinite virtù, e l’essere stata liberalissima, quanto immaginar si possa, sarà il giudicio, che di lei diede l’invittissimo Carlo Quinto Imperadore, ch’ebbe a dire a’ giorni suoi, non aver mai veduto, nè udito ragionar donna più rara, nè più singolare di questa saggia, e illustre Isabella, onde se il giudicio d’un tanto Imperadore s’inchinò a dir questo, quanto maggiormante debbo io e confermarlo, e con l’esemplo suo, non restar mai sazio di ragionare non delle virtù di lei, ma di quello, che son tenuto io, per onor mio? Ebbe costei tre figliuoli maschi Federigo, che successe al padre, Ercole Cardinale, e creato a questa dignità in sua presenza, essendo ella a Roma, e Don Ferrante così valoroso, e magnanimo signore. Morì negli anni di Cristo MDXXXIX. con grandissimo dolore di chi la conobbe, e di se lasciado immortale ed eterna fama.

Capitolo XXXVII

Di Margherita Valesia Reina di Navarra.

Margherita Valesia sorella del Re Francesco di Francia primo di questo nome, fu prima maritata in Monsignor di Lansone Francese, poi la seconda volta nel Re di Navarra, che anche vive, la nobiltà della quale, senza più dirne altro, con queste poche parole è da se chiarissima Donna, religiosissima, pia, piena di giustizia, di clemenza, ornata di buon costumi, e di lodevoli opere. Costei; accompagnata col secondo marito, si come anche fece col primo, sempre è vissuta con questa onestà, e castità, che se le ricercava. E acciocchè i mali pensieri, avvezzi per lo più, in mor tal corpo, d’opporsi alle buone opere, non avessero luogo nel suo petto, dirizzò subito il pensiero a Dio, dal quale abbracciata, come si può comprender da quello, che esce da lei, e che si dee tener che di più vi sia rinchiuso; di continuo ha menato la sua vita, e vive in contemplazione di quello. Ne solamente a costei è paruto essere assai lo seguitare, ed essergli dirizzata alla via del Signore, che con tutte le forze dello ’ntelletto sempre s’è ingegnata, con l’aiuto di Cristo, di ridurre degli altri a seguitare i precetti di Dio: il quale di tanta gratia le è stato largo, ch’è gran cosa, e maravigliosa a dire, mai nessuno, sia stato chi si voglia, parlando con questa Serenissima Reina, vi è andato, dove non ammaestrato della scrittura sacra, che si sia partito da lei senza esserne acceso e infiammato, tanto acutamente parla della grazia di Dio, e della forza della parola sua. E di più, essendo la lingua sua natia la Francese, e parlando quasi sempre in quella, di maniera la sa accompagnare, e con accenti, e parole latine, e Italiane secondo la cognizion della varietà de' vocaboli difficili, che infinite persone, ragionando con esso lei, da altri non avvezzi intendere parola del parlar Francese, da quella intendono tutti i suoi ragionamenti, i quali escono da lei con tanto maravigliosa grazia, ch’entrano nei cuori di chi l’ode, con tanta forza, che impossibile è, che più se ne partano: parte veramente degna da commendare in ogni avveduto spirito, ch’abbia tanta cognizione, e grazia, che sappia conoscer quello, che s’appartenga agl’intelletti altrui. Imperocchè non basta all’huomo saputo, solamente il sapere esprimere i suoi concetti, quanto è di bisogno l’ingegnarsi, che sieno intesi da chi si vuole: la qual grazia o concessa da Iddio, o dalla natura, o acquistata da studio, non poco è da essere tenuta cara, e molto lodata. Tanta è poi l’autorità, e l’avvedimento dell’ingegno suo estimato, che tutti i consigli, tutti i maneggi, tutte l’operazioni, e imprese della Francia, con consiglio suo sono esequite: non già che il Cristianissimo Re, abbia in ciò bisogno del suo consiglio, nè da se non sappia reggersi, ma perche la conosce donna di grandissimo ingegno, e quella molto ama, e osserva. Quanti anche sieno stati, e sieno i travagli, e tribolazioni da lei sempre sopportate con animo invincibile, ringraziando di continuo il Re de' cieli, con quiete, e in pace, sono omai così palesi, che vano sarebbe voler raccontarle, che il minor de gli affanni è stato l’essere tenuto al marito il suo Reame dall’Imperadore, a cui pare in quello d’aver ragione: ond’ella sempre se n’è stata in Francia onoratamente: e onestamente vivendo, e conversando continuamente con prencipi, e signori in ragionamenti di grande affare: la corte della quale è stata sempre reale, e piena medesimamente d’onestà, e di buon costumi. E con questo ha dimostrato quanto larga, e ampia sia la strada di seguitar Cristo, che a molti pare angusta, e intrigata. Imperocchè, col rinchiudersi, non solamente nei muri, e ne’ monasteri, ma vivendo anche mondanamente nello stato, che l’huomo con moglie, e la donna con marito, e l’uno, e l’altra senza, si truova; si può seguire i precetti di Dio, e operar bene, senza finzion di religione, e di santimonia ingannare il vulgo, non già Iddio, ma bene se stessi. Questi secondo l’occasioni sono di que’ veri mezzi, per li quali si diventa Illustri appo il mondo, e chiarissime in cielo, non bastando solamente l’essere uscite di nobil sangue, quanto anche si conviene operar cose degne del grado.

Capitolo XXXVIII

D’Anna Marchesana di Monferrato.

Anna, nobilissima Marchesana di Monferrato, fu moglie di Guiglielmo Paleologo, antichissima famiglia di Grecia, e che fu Imperadrice di Costantinopoli: imperocchè i Paleologi, mentre i Cristiani tennero quelle parti, che ora il Turco possede, ivi, come assoluti padroni, tennero la Imperial sedia. In Monferrato vi signoreggiò prima un Guiglielmo detto lunga spada e Corrado suo figliuolo: indi Bonifazio e Giovanni: il quale essendo senza figliuoli, e avendo una sola sorella, ch’avea maritata in Costantinopoli, della quale era nato un fanciullo chiamato Theodoro Paleologo, la chiamò in Monferrato, e morendo, senza eredi, lasciò lo stato a Teodoro: così il Marchesato di Monferrato, pervenne alla casa Paleologa. Costei adunque moglie del detto Guiglielmo Marchese di Monferrato, fu figliuola di Monsignor di Lanson, ch’era Delfino di Francia, e di ceppo reale ed illustre. Questo in quanto alla nobiltà del sangue, sença più minutamente gir ricercando, a sofficienza dee bastare. Ma perchè da questa nobiltà sola non mi sarei mosso a far memoria di lei, se molto più col proprio valore non l’avesse conservata, e accresciuta, passerò all’altre virtù, che l’hanno fatte vie più di questa riguardevole, e pregiata. Imperocchè è stata di sorte magnifica e liberale, che tanto le ha paruto sempre avanzare, quanto ha conosciuto di giovar altrui, e con tanto discorso continuamente ha saputo distribuire, e ordinare tutte le cortesie, e i benefici, che mai non ha giovato a persona, che non abbia meritato, e quei, ch’ella conobbe non esser degni della cortesia sua, di maniera sempre cercò fargli avveduti de gli errori loro, che mai non si dolsero di lei. Singolare avvedimento, e divino discorso di magnanima donna. Delle virtù si dilettò tanto, che non le essendo sempre concesso di poter con gli occhi corporei vedere e contemplare quei degni spiriti, a’ quali Iddio, la natura, e lo studio ha diversamente conceduto così rari intelletti, che partoriscono di quei frutti, che fanno meravigliare ogn’uno desideroso di quelli, ricercò, o d’avergli appo di se, o potendo veder dell’opere de' loro intelletti, o continuamente da questo, e da quello, che di tali spiriti degni e onorati avea avuto cotentezza, esserne ragguagliata, non si veggendo mai sazia di intendere i modi e ’l proceder di questi tali, ingegnandosi d’imitargli, e se no d’imitargli, almeno di conoscer le qualità e le vie, per le quali si può aver vera cognizione, e rendere intera ragion delle cose. Oltre di ciò è stata Donna di gran cuore, che mai non si smarrì, per cosa contraria che le potesse occorrere: ma sempre ricercò di rimediare a tutti i pericoli, che a lei e a’ sudditi suoi potessero intervenire. Grandissimo ingegno ha sempre dimostrato in regger tutte le cose di momento, e con tanta destrezza ha governato lo stato, che maravigliosa cosa sarebbe udirlo, con gli amici continuamente dimostrandosi magnanima, e grata, e a’ nimici non fiera nè crudele, ma magnanima e ardita, lasciando tuttavia da parte quella furiosità, e inconsiderato impeto, che nuoce a’ tiranni, non che a quei che voglion durar ne gli stati, di sorte che alcuno non sarebbe stato, che più tosto non si fosse contentato d’esser suddito a lei, che ritrovarsi di sua libertà: perché sempre si è dimostrata madre e sorella loro. In tutte le guerre, che sono state nel Piemonte sempre le terre sue, quanto maggiormente si è potuto, sono state rispettate. Quelle e altre infinite virtù m’hanno costretto a porre la lingua debilmente negli onori suoi, non ad altro fine, che per dimostrar la memoria del gran valor suo essere con non picciolo ricordo locata nel mezzo del cuor mio giudicandola dignissima d’aver luogo tra l’altre donne nobili ed illustri.

Capitolo XXXIX

Di Maria Reina d’Ungheria.

Fu Maria figliuola di Filippo Arciduca d’Austria, Duca di Borgogna, e figliuolo di Massimiano Imperadore, sorella di Carlo Quinto Imperadore e moglie di Lodovico Re d’Ungheria: la quale a’ giorni è stata, ed è una donna, a cui, senza forse, sarebbe stato meglio il governo non del Reame d’Ungheria a lei come huomo, che al marito, ma anche molto maggior regno avrebbe saputo tenere. Di costei mi sarebbe certamente stato meglio ricordar solamente il nome, che voler cercar di dirne più oltre, nondimeno bene è l’animo mio d’accennar solamente la virtù sua, senza persuadermi d’entrar nelle lodi de' meriti di quella. Madama Maria è stata una donna principalmente di grandissimo cuore, e di non debile ingegno, alle cui parti ha medesimamente accompagnato gli effetti. Costei, mortole il marito da’ Turchi, ne gli anni MDXXVI. tra Buda, e Belgrado a Mogaccio, luogo posto sopra il Danubio, in quella giornata che fu così dannosa alla Cristianità; sempre da indi in poi ridottasi in Fiandra, e Borgogna, non meno ch’abbia fatto l’Imperadore, in tutte le azioni convenienti ad animo guerriero, fortemente si è dimostrata. Imperocchè essendo d’animo generoso, mai non si è lasciata vincere nè all’otio, nè alla delicatezza, anzi là dove le altre donne consumano il tempo in piaceri, e nel comandare a donzelle, in donneschi esercizy, costei s’è dilettata, tratta dalla gloria, e dal gereroso animo, di spenderlo in comandare ad eserciti, in dare assalti a città,e come generale e capo di guerra, ad opporsi a’ nimici. Perchè con verità si può dire costei essere stata quella, che, col consiglio e con le sue forze, abbia mantenuto la guerra di Fiandra, e di tutti quei luoghi: nè contenta solamente d’adoperarsi col consiglio, sempre si è veduta, come vecchio, e ammaestrato soldato, patir quei disconci, andare a quei pericoli, sopportar caldo, e freddo, non temer pioggia nè vento, più nè meno d’ogni altro minimo e privato soldato. Questo pure e di più, si è veduto a’ giorni nostri in questa generosa, e magnanima donna, nella quale non è possibile, che la natura non abbia peccato, avendo a costei dato così grand’animo, e maravigliose forze, e ’l sesso donnesco. Ma essendo queste delle potenze di natura, non è maraviglia poi, se si veggiono infiniti huomini, huomini solamente di nome, e negli effetti non pusillanime femmine, ma vili e codardi conigli. Certamente a costei così valorosa, e dotata di tanto animo, si conveniva più viril sesso. Ma quanto più di ciò mi doglio, tanto maggiore è la gloria delle donne, che possono vedere per molte vie crescere la dignità loro, udendo una donna sofficiente à reggere uno esercito, metterlo all’ordine, conoscere il tempo di combattere, l’occasion di ritirarsi, animosamente romper gl’inimici, e togliendo anch’ella delle rotte, per ciò non punto smarrirsi, ma cercar di rifarsi. Quanta maggior gloria poi avrebbono nel cuor loro, se con gli occhi vedessero quello, che appena accenno, ed ella interamente eseguisce? Non m’ingegnerò in ciò di spender molte parole, essendo oggimai così noto il valor suo, ch’ogn’uno ch’appena senta ricordar guerra, più ne sa, ch’io non ho detto. Però a me sarà assai d’essermi contentato d’aver ricordato il suo nome.

Capitolo XL

Di Veronica da Gambara.

Se un solo mancamento non dovuto, nè onesto, è sofficiente d’oscurare ogni chiaro splendore d’un nobile spirito, perchè anche un eccellente, e perfetto merito non può aver possa d’illustrare un divino intelletto, ch’ugualmente poi, in tutte l’altre azioni sue, abbia potuto stare a paragone di tutti gli altri. Perchè Veronica Gambara, celebrata da tanti divini ingegni, sì per la nobiltà del sangue, come per quella dell’animo, e per le infinite virtù sue, dee restare nella penna mia? Certamente non a lei, che più tosto potrà avere a sdegno, ch’io abbia avuto ardire di por la lingua ne’ meriti delle virtù sue, ma a me stesso, e all’obligo della verità farei ingiuria: non dimostrando, che il nome suo da se chiaro e famoso, giunto oggi mai all’orecchie d’ogn’uno, e locato riverentemente nel mezzo del cuor mio, non uscisse tra il numero dell’altre donne illustri, nelle mani de gli huomini. Ma quello, che più d’ogn’altra cosa mi faceva andar ritenuto, era, che spaventato dalla grandezza del suggetto, giudicava essere il meglio tecerne il tutto, mostrando d’essermi scordato, che non potendo giungere al vero, dirne poco, tuttavia conoscendo, che ciò non mi sarebbe ammesso, ho voluto più tosto esser tenuto ignorante, che giudicato maligno. Veronica fu figliuola del Conte Gio. Francesco da Gambara, e moglie di Giberto da Correggio. Della quale potrei dire molte cose degne d’illustrare ogni donna di vile e basso stato, non che una così onorata, e d’alto legnaggio, ma de gl’infiniti beni dell’animo suo, solamente sceglierò quello, che non poco l’ha fatta chiara appo ogni degno spirito dell’età nostra, e forse potrà fare, che quegli ch’avranno a venire, le porteranno invidia, dolendosi di non essere venuti al mondo a questi giorni: nè le ha aggiunto minore splendore di quello ch’abbia fatto l’antica nobiltà del sangue suo, le grandezze de' suoi maggiori, e la dignità del fratello Uberto Cardinale da Gambara. Costei, sprezzato l’ozio, e la lascivia desiderando d’alzarsi, dove, per se, gl’intelletti non son bastanti, non contenta di quello, che la natura egualmente, e generalmente dona a tutti, levatasi dall’industria femminile, fin da fanciulla, incominciò a spendere i giorni suoi in quegli studi, ne’ quali mai a perfezion non si viene a fine, e ogni di più dilettano: così invece delle paneruzze de cucire, e dell’udir raccontar novelle, incominciò a volgere i libri, e a raccoglier tra molti fiori, e figmenti poetici, i più vaghi e più belli, e di quelli adornandosi l’intelletto, sempre si dilettò di pascer l’orecchie delle dolci risonanze de' versi, di maniera mettendo in opra gli effetti, che da lor nascono, che nel nostro Idioma di gran lunga si può dire ch’abbia avanzato Safo e molte altre de' giorni antichi nel loro. Ed ha avuto tanta grazia del cielo, e dalla natura, aggiungendovi la fatica dello studio, che divinamente ha espresso i suoi concetti, con un’armonia dolce, soave agevole, e grave, di maniera, che tutte quelle parti che si giudicano esser necessarie in buon Poeta si son ritrovate e si veggiono in costei, vero lume dell’età nostra. Per la quale si possono chiamar felici, in questo secolo, con isperanza di perpetuo ricordo nell’avvenire, quelli i cui nomi per la penna di costei, sì nella prosa, come nel verso, sono usciti in luce, e de' quali ella n’ha fatto degna memoria. E perchè col voler dimostrar le ragioni, che mi muovono a dir ciò, non vorrei che si giudicasse sotto finzione di mostrar la materia de' meriti, e virtù sue, io mi dessi ad intendere d’esser capace di quella perfezione, che si può trovare, e che bisogna nella poesia, le passerò con silentio, lasciandone la cura a spirito di maggior capacità, che non è il debile, e povero mio a me par d’aver fatto assai, avendo ricordato il solo e semplice nome dell’onorata Veronica, la quale quanto vaglia in tutte le azioni sue, da se, oggimai, l’ha fatto palese: oltre che luogo non è, dove sia notato il suo nome, che più non sia detto di lei, di quello che io mi sono ingegnato di scrivere.

Capitolo XLI

Di Renata Duchessa di Ferrara.

Renata figliuola del dodicesimo Ludovico Re di Francia, e d’Anna, ch’abbiamo di sopra ricordata, è moglie d’Ercole da Este Duca di Ferrara di questo nome secondo. La quale in tutte le azioni sue, per essere stata, ed essere una immagine della madre, m’è paruto conueniente far memoria di lei. Costei è stata, ed è donna molto magnifica e generosa: la quale sicome dalle fasce ha portato seco il nome, e l’origine del sangue Cristianissimo e reale di Francia, così ne gli effetti continuamente ne ha fatto dimostrazione. Imperocchè non solamente tra le donne rare, che amino l’Evangelio, e che osservino la parola di Cristo, costei dee essere annoverata, ma si può dire, che in lei si truovi lo spirito di Paolo, che cerchi dirizzar nella strada del signore quelli, che si sono smarriti. E di quelle rare donne, a cui Iddio ha dato grazia di conoscer la verità, perchè non trascuratamente, come per lo più oggodì fanno gli huomini del mondo, ha seguito di costume della fede, senza volere aver cognizion della parola d’Iddio, ma s’è sforzata, entrando quella nel cuor suo, di conoscere quanto s’appartiene a vero e fedel Cristiano, e non è di quelli, che, sotto apparenza di colombe, hanno atti, opere, e costumi di Lupi. Le opere pie le sono a cuore e quelle osserva, non perchè ne speri merito ma perchè ogni vero Cristiano è tenuto, nè può far di meno, che osservarle. Ogni povero è sovvenuto da lei, essendo queste cose, che sa ogni eletto da Iddio convenire operare: conosce le cose di momento, e quelle, che sono instituite più tosto per metterci a partito l’ingegno, e l’anima, che per beneficio nostro, lascia. Mai non s’ode ragionar d’altro la generosissima Renata, che di cose divine, e spiritali, con fondamenti veri, e santi e non sofistici nè scandolosi. E donna di grandissimo ingegno, e di bellissimo spirito, priva di quella persuasione di stimarsi di sapere il tutto anzi, in quanto al cuor suo, giudica nelle azioni grate a Dio, ogni di più d’esser nuova e principiante. Sempre si è dimostrata di grandissimo cuore, togliendo in pace tutte le cose che col voler d’Iddio il mondo le ha dato. Ha sempre avuto dinanzi a gli occhi del corpo e dell’anima, a noi non esser ferma stanza in questo secolo, con questo secolo. Con questo s’è confortata, ed ha dirizzato la mente a colui, ch’è stato cagione di darci l’essere, e tutte le cose, che conosciamo, per beneficio nostro, lui aver fatto. Questa donna Reale è piena d’onestà, di pudicizia, e di bontà, piena di buoni e santi costumi in terra, vero esemplo del sangue, e del ceppo, onde è uscita. Non esce cosa da lei, che da virtù, e bontà natìa non sia partorita: aiutrice d’ogn’uno in tutte le cose ch’ella non può operare, e per mezzo d’altrui onestamente può eseguire tanto si reputa d’acquistar per se, quanto si truova giovare altrui. Di tutte le cose benissimo sa render ragione, discorre con una prudenza, che maravigliosa cosa è udirla, e incredibile sarebbe ad altri, e impossibile a me ridirlo. Può veramente dirsi costei non potere essere ingannata da alcuno, nè con frode, nè con ingegno, essendo perfetta mente saggia, e avveduta. E perchè per più rispetti sono ritenuto di non ne poter dir quel tutto che doverrei, e che potrei, essendo ella un lume di sapienza, altri da se potrà considerare l’opere sue omai note al mondo.

Capitolo XLII

Di Cammilla Pallavicina.

Onde io debba dar principio alle dovute lode de' meriti di questa magnanima donna, meco stesso ne sono in dubbio. Imperocchè è tale e tanto il valor suo, che dicendone poco, torrò il diritto alla verità, e volendone dire il vero, oltre che la bassezza dell’ingegno mio non potrà giungere all’altezza delle virtù sue, sarò tenuto parziale, e giudicato troppo affezionato. Nondimeno sia quello, che si voglia, tra me ho proposto dire in parte quello che non si deve tacere. Tuttavia no so da quale dar principio. Perchè s’io vorrò dire della liberalità sua, non degna di lode umane, ma piena di grazia divina, l’onestà, e la pudicizia mi s’appresenta ch’io le dia il primo luogo. S’io lascio queste e predico lo splendore, la dignità e i meriti dell’Illustre sague, e antecessori suoi, i propri meriti, e valor suo, mi fanno lasciar l’impresa. Se della fede, e religione, ch’è in lei voglio scrivere, la bontà, e la candidezza del corpo, e dell’animo nobile non lo consente. Dirò adunque, senza distinzione alcuna di tutte le grazie, virtù e meriti suoi insieme, accennando solamente alle più debili parti, che sieno in lei, essendo peso d’altrui maggior forza le più sublimi. Cammilla Pallavicina, uscita di quel Realissimo sangue, che già seicento e quaranta quattro anni venne nobilissimo, e fu portato in Italia da Adalberto, che con Ottone primo Imperadore passò in Italia, Duca di Lazio e capita general di tutto il suo esercito, i cui discendenti sono stati, non signori ma si può dir re, e più volte hanno tenuto buona parte dell’Italia, e di tutta la Lombardia, da loro acquistata, in poter suo, come si può vedere al tempo d’Ezzelino del quale nel capitolo di Bianca, figliuola d’Antonio Rosso m’è occorso di ragionare di Uberto Pallavicino, che fece tanti acquisti, e generose imprese: de' cui fatti infinite storie ne son ripiene. Fu figliuola d’Ottaviano Marchese Pallavicino valorosissimo signore, e principe molto magnanimo, la quale punto non ha tralignato, ne declina da’ suoi maggiori: anzi con la liberalità, e grandezza d’animo, essendo ella magnifica e generosa, ha voluto accrescere il nome di quello stato a’ suoi giorni, si può dire un fonte di cortesia. Nella quale con verità potrei molto lo darlo, ma hora non è il mio disegno d’entrar ne’ me riti de gli huomini illustri, ma ben dico, che non è da dubitare, che anche i posteri che da costei usciranno, non abbino ad esser tali, essendo tutte quelle parti di liberalità, ch’erano partite in tutti gli altri di questo sangue, ereditate da pochi più che da lei. Costei prima di xi. anni fu maritata in Cesare Pallavicino, col quale visse diciotto anni o circa, non solamente pudicissima, e castissima quanto si convenga a donna onorata, ma siami lecito dir con pace, senza mai aver conosciuto congiungimento alcuno, e che mai di donzella divenisse donna, e chi bene sapesse quale sia stata la vita, di questa magnanima donna giudicherebbe, ch’io poco m’estendo a ragionare de' meriti convenienti alle virtù d’essa, della quale son ben certissimo, che se mai le occorrerà leggere questo poco che di lei ho scritto, che mossa da nobile sdegno, alquanto s’arrossirà per la sua modestia, avendo forse a male, ch’io son entrato più oltre, ch’ella in ciò non havrebbe voluto; ma rimasta vedova dell’animo di questo marito, imperocchè col corpo mai dir non si può, che fosse maritata, si congiunse poi con l’Illustriss. Generoso S. Girolamo Marchese Pallavicino di Corte Maggiore, vero paragone, e ferma unione di cortesia, e liberalità, il cui secondo matrimonio, veramente è stato voler d’Iddio, che ha congiunto questi due animi così conformi insieme, che di liberalità sono chiari lumi: e in questa non hanno chi gli pareggi, non pur chi gli vinca: e se meritamente mi volessi estendere nelle lodi che loro si convengono, certamente potrei dire, che di liberalità, come che di stato sia altrimenti, possono esser paragonati ad Alessandro il magno, le cui parti sono una virtù non poco da essere stimata, ed eglino non poco ne sono arricchiti: di maniera che a prova marito, e moglie concorrono insieme di chi sia stato l’acquisto maggiore, o s’ella s’abbia più acquistato di questa gloria, congiugnendosi seco, o s’egli più se ne dee gloriar, che da lei sia vinto. Quanti oggidì passano da Corte Maggiore, e per le giurisdizioni sue, rendono testimonio della magnificenza loro, nè altro si può dire, eccetto che Iddio di gran lunga le ha dato maggior grandezza d’animo, che possanza di mostrarla, ma di questo per ora non più, restandomi da passar più oltre. Parrà forse strano ad alcuno, che non saprà considerare a qual fine io mi sia mosso a scrivere di questo parentado, e perche ella Pallavicina, si sia congiunta in matrimonio sempre con Pallavicini. Ma se dirittamente considereranno, chiaramente vedranno, che non senza degna cagione ho fatto questo. Lasciamo da canto il valor de i mariti, che ne potrebbe essere stato bonissima cagione, la principale è stata, acciocchè si conosca la prudenza, e considerazion dell’animo di questa magnanima Camilla, la quale discretissima, e saggia, veggendo già tanti e tanti anni essere, che di continuo, per essere uscito di quel ceppo infinite femmine, e pochi huomini, molte giurisdizioni, e feudi gran quantità d’entrata è stata trasportata da’ Pallavicini in altri più strani; di maniera, che si come le altrui famiglie del suo crescevano, e si sono arricchite, questa declinava e s’impoveriva, essendone già più di trenta mila scudi d’entrata, usciti fuori, ed ella veggendosi erede d’una ricchissima entrata, la quale togliendo strano marito, se ne sarebbe andata: ha voluto congiugnersi con huomini del suo legnaggio, accorgimento, e prudenza di donna bene accorta, e saggia, accompagnata dal voler d’Iddio, che ha voluto d’una grandezza d’un tanto marito, e d’una tal moglie, far quella liberalità compiuta, che in due parti era divisa. E avendo piaciuto a Dio di non le dar del primo figliuolo alcuno, che anche da che sia mancato, da quello, che ho detto di sopra, molto si può considerare, ha preso questo secondo affine anche di vedere se il cielo consentisse, che in quella famiglia, nella quale, per ispazio di quattro decine d’anni, e più, non è nato maschio alcuno, da loro ne potesse uscire. E non è da dubitare, ch’al Re del ciel non sia da piacere che le loro speranze sortiscano l’effetto, poi che ne ha dimostrato segno: come che il primo, che appena avea dato loro, subitamente l’abbia ritolto, si per provare questa splendidissima donna in patienzia, come anche per dimostrare di qual sorte i parti, ch’usciranno da lei abbiano ad esser rari, e perfetti: e afine anche, che si come la liberalità, la cortesia, e la magnanimità, principali grazie che sono in lei, l’hanno fatto non poco illustre, così anche, col mezzo d’infinita, e quasi insopportabile patienzia, sia conosciuta per illustrissima, e rara. Ma ne sia detto assai della bontà, fede, e pietà verso Iddio, e ’l prossimo, ne ha dimostrato, e continuamente se ne veggiono infiniti chiari esempli maggiormente verso le povere vergini ben nate, e di buon sangue, le quali ella raccoglie benignamente nella propria casa, le cresce virtuosamente, e onoratamente le marita. Ne questo anche mi par, che sia da tacere. Che essendo restata vedova, e avendo quasi fermamente proposto con l’animo, e col corpo di servire a Dio, mossa da prieghi d’infinite donzelle, e giovani, che si ritrovavano vivere ed esser raccolte sotto l’ombra sua, per più poter continuare in questo santo, e lodevole uficio, conoscendo anche, che per esser maritata non si può restare, volendo, d’operar bene, lasciò ridursi ad accompagnarsi con nuovo marito. Questo anche è stato in buona parte cagion del suo maritaggio. O singolar Pietà, nè in una sola ha dimostrato quest’opera pia, ma in infinite s’è veduto, e continuamente si vede: molte maggiori principesse di stato si veggiono di gran lunga andar più ritenute. Quelle sono di quelle parti, alle quali si dee meritamente il titolo d’illustri: riguardisi con l’occhio la grandezza, e magnanimità sua, e poi mi dican quelli, che terranno l’affezione avermi trasportato, s’io n’avrò poi detto la millesima parte. Mai le sue mani non sono chiuse a’ bisognosi, mai la magnanimità sua non manca. Mai il valor suo non è ritenuto da nessuno rispetto, Mai si vede, che in lei abbia più potuto l’avarizia, di che quasi tutte le donne comunemente son ripiene, che la liberalità. Mai se le appresentò persona dinanzi, non pur virtuosa, ma desiderosa di virtù, che da lei si partisse senza dono, e non contenta. Mai non ha lasciato che l’ozio e delicatezza vinca l’industria. Mai non ha consentito che la riverenza, e rispetto degli huomini, abbia vinto l’onore e la tema d’Iddio. E perche ho meco stesso proposto di non aggiugnervi cosa alcuna che non sia vera, natìa, e propria di lei conoscendo quant’ella sia nemica dell’adulazioni, no mi par di lasciare addietro la virtù di che è dotata nello scrivere degnamente, e da se saper dettare ogni onoratissima scrittura. Infine quello, che si ritruova in poche e rare donne da per se, e appena in molte insieme, si vede tutto raccolto in lei. Prosperi N. S. Iddio lungamente pur gli anni di quella, che si vedrà, che non avrò accennato, non che detto, de gl’infiniti onori suoi la millesima parte.

Capitolo XLIII

Di Leonora Duchessa d’Urbino.

Veramente non si può negare, che la casa Gonzaga, e di Monte Feltro non abbia dal principio suo, fino a’ giorni nostri, sempre prodotto al mondo così famosi huomini e donne, quanto si gloria d’aver fatto alcun altro ceppo antico o tra Romani o tra altra pregiata nazione. Imperocchè, per lo più, e che per lo più? posso dir sempre, tutti i Frutti che sono usciti dal tronco overo da’ rami di queste due piante, sono stati tali, che questa età, che de' passati non ha potuto gustare, invidia la memoria del valor di quelli e de' presenti altrettanto se ne va altiera, e si gloria. Quante magnanime donne, lascerò da parte gli huomini, sono uscite della casa Gonzaga? e quante poi degne d’ogni pregio e loda son derivate dalla famiglia di Monte Feltro? ma quali sono state poi quelle, che hanno toccate dell’una, e dell’altra? Tanti altri l’hanno dimostrato, ch’io con ragion lo posso tacere. Mi s’appresenta la memoria d’Emilia Pia da Montefeltro, di Madama Prefettessa, di Lisabetta Gonzaga, della quale molto ho ragionato, ma non detto a bastanza, e al presente veggio Susanna Gonzaga, Cammilla Gonzaga Contessa di Colisano, sopra modo liberalissima, e tante altre. Ma non m’avveggio ch’io ho toccato la Famiglia Pia, e ho lasciato quella dalla Rovere, la Fregosa e tante altre, che, congiunte insieme, hanno a’ giorni nostri dato maraviglia a tutto ’l mondo: perchè non è uscito dalla memoria de i degni spiriti il valore di Margherita Fregosa, la grandezza dell’animo di Felice dalla Rovere, che appresso Savona, dubitando ch’alcune vele, che venivano all’incontro suo per mare, non fossero legni di Papa Alessandro VI. che la seguissero, per volerla nelle mani, s’apparecchiò più tosto, per affogarsi, che sopportare di lasciarsi prendere. Ho anche dinanzi a gli occhi lo splendor di Giulia Varrana, moglie del Magnanimo Guid’Ubaldo dalla Rovere Duca d’Urbino. Ma dove lascio, colei che prima dovea ricordare, dico Leonora Gonzaga, che fu moglie di Francesco Maria padre di questo? l’ultima è stata ella, che ora sia giunta alla memoria mia: ma di questa, tra l’altre, dignissima e pregiata, farò prima ricordo. Leonora figliuola di Francesco Gonzaga Marchese di Mantova, fu moglie di Francesco Maria dalla Rovere, che successe nel Ducato d’Urbino a Guid’Ubaldo di Montefeltro, come di sopra parlando della Duchessa Lisabetta abbiamo brevemente dimostrato. Questa a’ giorni nostri è stata, ed è un tempio di fede, di bontà e religione, un lume di cortesia, di magnanimità e di liberalità: un esemplo d’onore di pudicizia, e di castità. Lasciamo da parte, che sia stata moglie di quel gran Francesco Maria, vero splendore della milizia, la cui fama durava per molti secoli immortale, ed eterna. La generosa Leonora degna di maggior titolo, che di mortale onore è stata una di quelle, nella quale sempre si è veduto il valore, giunto all’onestà, la fede, e la religione, riguardando lei s’è conosciuto insieme, e affisando gli occhi della mente nella pietà sua, se le vede la grazia e ’l merto sedere in grembo. E degna d’essere non poco commendata, per essere stata donna generosa, fedele, piena di bontà, e per essere sempre l’azioni sue state fuori d’uso mortale pregiate, e degne. Imperocchè mai in lei non si conobbe, che potesse più l’ira, che la ragione, ed è stata di tal natura, che, dominando sempre a’ suoi appetiti, nessuno mai s’accorse, ch’ella fosse mai alterata non che adirata. Ebbe sempre ne’ suoi voleri tutte l’ire, e i movimenti naturali, i quali la ragion non consente, che sieno in nostro potere; nondimeno con tanta prudenza, continuamente ha saputo reggersi, che ha fatto fede della grandezza dell’animo suo. Quanto sia stata saggia, e costante, chiaramente s’ha conosciuto, avendosi veduto, con quanta pazienza abbia sopportato, nelle avversità, al marito, e a lei accorse gl’ingiuriosi colpi della Fortuna: perche negli esily di quello, non si turbò mai, nel vedersi a torto priva dello stato, non lasciò mai, l’animo generoso: all’invitto marito fu sempre fedel moglie, onesta compagnia, e dolce consolatrice in tutti i travagli. Mai non lo volle abbandonare, anzi sempre volle essere partecipe degli affanni, e dolori suoi. E medesimamente, si come mai nelle avversità non avvilì punto l’animo suo, così nelle grandezze, e negli onori non si levò di sorte, non dirò in alterezza, nè in superbia perchè questi due vizy le furono capitali nemici, che mai alcun potesse avvedersi, ella haver posto le sue speranze in queste cose debili, e frali, che sono in poter dell’ingiusta, e pazza fortuna la quale, scherzando con le cose mondane, si piglia giuoco delle disperazioni altrui, e de' fondamenti, che vi fanno i trascurati, spesse volte dando, e togliendo, con assai poco giudicio, secondo che più le piace. Ma l’onestissima Leonora, nelle calamità posta, qual’oro nel fuoco, sempre divenne più chiara, e più perfetta, dilettandosi sommamente delle virtù, imitando i buoni costumi, pregando continuamente Iddio, che essendo per lo migliore, alleggerisse il marito de' gravi pesi, che più le rincrescevano per l’amore ch’a quello portava, che per la doglia ch’ella ne sentiva: onde la chiara fama del valor suo, da indi in poi, divenne chiarissima, e immortale e dritto fu, che non fusse altrimenti. Imperocchè nè Alceste non avrebbe acquistata tanta gloria, nè Penelope avrebbe meritato tante lodi, se fossero vissute con fortunati mariti. Ma l’avversità, e sventure d’Ameto, e d’Ulisse, prepararon loro memoria eterna. Fu donna liberale e piena di carità verso ogn’uno, sempre amò i virtuosi, giovò continuamente, dove l’opera sua potesse considerare, poter recare utile altrui. Non lasciò adietro operazione, ch’a donna nobile, e illustre appartenesse. Fu amata da ogn’uno, e da molti riverita, e celebrata. Non potè mostrar la grandezza dell’animo suo atto a governar più d’un regno e d’uno Imperio, perchè ebbe troppo valoroso, e saggio marito. E si come in grande riverenza, e molto conservo la pudicizia, e la castità, così all’incontro fu severa esecutrice, contra quei, che furono in poter suo, e altrimenti si portarono. Non ebbe mai rispetto, dove occorresse, di mostrarsi tale, che non fusse tenuta timida, e di basso animo, ma al cospetto d’ogn’uno fece conoscere il valor suo. Da questo poco, che di lei ho accennato, consideri ogni saggio lettore, qvali sieno stati e sieno l’altre azioni così degne di lei, quant’io sono più lontano dal merito d’essermi stato lecito, porre la bocca mia a ragionar della vita, e costumi suoi.

Capitolo XLIV

Di Beatrice Pia de gli Obizzi.

Non solamente spaventato dal suggetto di così magnanima, e divina donna, quanto anche più ritenuto dalla grandezza d’infiniti, degni, e pellegrini spiriti, anzi da quei più onorati, e riveriti dell’età nostra, che con tutte le lodi, e più pregiati inchiostri, hanno celebrato, e tuttavia, rendono chiare, e palesi le virtù di costei, da se immortali, ed eterne; temo togliendo la penna, per lasciare anch’io non ricordo per ciò di lei, ma mercè sua, di me più tosto, non iscoprir meglio l’ignoranza mia. Certo meglio mi sarebbe stato tacere, che dirne poco, poiche volendone spiegare il tutto non posso. Nondimeno, com’egli si sia, quel pensiero, che ho fatto di molte altre, farò lo stesso di lei, contentandomi ricordar appena il suo nome. Beatrice veramente nata per bear se e altrui, figliuola di Lodovico fratello d’Enea, e cugino d’Alberto, e Leonello Pio, padre a’ giorni nostri di Ridolfo Pio, Cardinale e Signor di Carpi, schiatta antichissima Italiana, discesa dalla nobilissima famiglia Pia di Savoia: i quali Pii, non pur furon signor di Carpi ma di Modona ancora. Fu moglie di Guasparri Cavalier de gli Obizzi, i quali scacciati di Lucca, onde furon padroni, dopo molto travagliare, finalmente vennero a riposare, e far felici questi paesi, eleggendosi nel territorio di Padova, e di Ferrara i più ameni e dilettevoli luogi, che qui d’intorno si possano vedere, o pure, che sia stata il valore, e la virtù di così nobil ceppo, e più di quella onoratissima signora, che gli abbia ridotti a tal termine, avendo ella possa di fare, con la gentilezza sua ogni cosa selvaggia domestica e gentile. Ma come che il grado de' suoi maggiori del suo consorte sia stato grandissimo, e tutta via sia grande assai, ed illustre molto, si può dire, che per le proprie sue virtù, la generosa Beatrice sia maggiore e più chiara che per li meriti altrui. Imperocchè oltre l’essere stata dotata di tutti quei beni, che il cielo benigno, e la natura liberale, a chi le pare, può partire in altrui, con l’animo e con l’ingegno, accompagnato dal desio dell’opere virtuose continuamente, è inalzata, dove raro capace intelletto, locato in mortal corpo, può levarsi. Primieramente quegli anni, ch’è vivuta col marito, tanto degno di lei, quanto ella di lui, per essere stati amendue rari, e perfetti, sempre s’ha fatto legge de' voleri suoi, e, come saggia donna, i costumi del marito le sono state l’istituzioni, e ordini della vita sua, e se da Iddio, imposte. E di qui secondo l’opinion de' saggi agevolmente sempre con prudenza s’è governata: onde quelle, ch’altrimenti fanno, difficilmente nè se, nè quello che loro appartiene possono reggere. Onde così nelle prospere cose, come nelle avverse, dal marito mai non si è discompagnata, sopportando con infinita pazienzia tutto quello, che Iddio le ha porto, non le venendo mai a noia azione da quello veduta operare, amando tutte le cose di lui, osservandole, e con grandissima riverenza locandole nel cuor suo: ridendo di quello ch’egli s’allegrava, mostrandosi mesta di veder lui non lieto, e conservando, con autorità di magnanimo spirito, quegli effetti, che in lui si dimostravano, dandogli a conoscere più tosto essere d’uno stesso animo col marito, che con adulazione fingere il contrario di quel che si deve. Quelle sono di quelle azioni, che accompagnate con l’altre qualità, che io per brevità lascio addietro, e ch’ella n’è stata ripiena, fanno le donne maritate illustri, e sempiterne. I costumi suoi, in tutte le cose, sono stati pieni di modestia, di castità, di gentilezza, e di cortesia incomparabile. Fra le molte virtù, ond’ella è degna di riverenza, questa celebra il dottissimo Sperone, ch’ella sempre ha avuto in odio gli adulatori, dilettandosi d’ascoltare, anzi il vero a suo danno, che la menzogna, che la lodasse. Ma dicami egli, che menzogna si può dire, ragionando di lei, che si possa dire contenere in se atto alcuno d’adulazione? Si può ben mancare al vero più tosto, che aggiungervi appieno. Dirò io falso, dicendo, che non io, ma tutto il mondo la riverisce, e osserva, come donna di grandissimo giudicio, di molta prudenza, d’animo nobile e generoso, matrice di tutti i virtuosi, piena di castità, ornata di riverenza, e d’infinito valore? Di ciò so io non aver detto punto bugia: ma conosco bene, ch’io manco non sapiendo scrivere in carte tutto quello, ch’ella opera con gli effetti. Sempre con l’animo, e con l’operazioni ha aspirato a cose magnanime, e degne. Continuamente s’è dilettata di persone onorate e virtuose, ed ha cercato d’aver contentezza di loro: altrettanto e più ella all’incontro è stata da ogni spirito degno amata, e riverita: ne fanno chiaro testimonio le molte carte, dove si vede il nome suo averle onorate, e dato non picciola dignità alle fatiche altrui, più tosto ch’altri a lei abbia accresciuto lume e splendore. Si può dire, che dove ella sempre è stata, ivi si sia veduta l’Accademia de i veri virtuosi e dotti. Imperocchè ordinariamente, nella casa sua, dove di continuo i degni spiriti concorrono, come a nuovo miracolo di virtù, si dispensa il tempo in ragionamenti utili onesti, e dilettevoli. E partendosi ella di Padova, o di Ferrara, dove, per lo più, è la sua ferma stanza, sempre parve che si partisse quanta consolazione, e quanta gioia può gustare spirito virtuoso nelle azioni, che degnamente può esercitare. E donna di grandissimo rispetto, e così in apparenza, come negli effetti, cagiona in chi la mira, o seco parla, una riverenza infinita, e incredibile. Come ammaestrata di tutte le scienze e virtù rende benissimo conto di tutte le cose, di maniera, che si può dire essere un nuovo oracolo in terra. con tutti è benigna, e gentile, apprezza i virtuosi, e non isdegna quegli, che conosce, benchè non sieno, desiderar d’essere da lei per tali tenuti. E felici e beati si son chiamati quelli, a’ quali è stato concesso, poter fruire della presenza sua da grandissimi prencipi osservata, da gli huomini saggi riverita, e da ogni spirito virtuoso adorata. E perchè chiaramente conosco, ch’io mi vo aggirando, senza sapere uscir, come devrei e vorrei, da così profondo e largo mare delle virtù di questa vera Beatrice, dirò solamente questo: che i cieli e la natura a lei meritamente benigni, le hanno dato quello, che a immortale spirito, mandato in mortal corpo in terra, posson prestare: e ch’ella, col proprio valore, s’ha acquistato que’ meriti di gloria a’ quali mente alcuna appena mai s’è veduto arriuare, levandoli con le penne della propria virtù fino al cielo.

Capitolo XLV

Di Giuglia di Gonzaga.

Giuglia di Gonzaga, figliuola di Lodovico, è stata di sangue molto illustre, e di molti beni del corpo e dell’animo, non pure arricchita, ma di bellezza, con pace di tutte l’altre, a’ dì nostri, non ha avuto paragone: la quale è stata tale e tanta, che si come al tempo dell’Imperio de' Greci, quella della figliuola di Tindaro potè inanimar Teseo fanciullo a partirsi d’Atene, e andare in Lacona a rapir la donzella, e poi Pari da Troia passare in Lacedemonia a torla al marito Menelao, onde ne seguì ultimamente la rovina, per racquistarla, de' Troiani, così il nome della ’nfinita beltà di costei, passato fin nell’estremo Oriente, e giunto all’orecchie di Soltan Solimano grand’Imperador de' Turchi, ebbe potere di suscitare in lui uno incredibile desiderio d’averla, e di far venir Barbarossa Re d’Algieri e suo generale con l’armata fino a Fondi nel reame di Napoli, terra da lei posseduta, per averla: ma il disegno suo riuscì vano. Imperocchè, giunto ivi di notte, presa e sacchèggiata la terra, la bella donna scalza, e si può dire ignuda, appena fuggì le rapaci e fiere mani di quella gente inumana, a cui troppo sarebbe stata così ricca preda indegna di mortal seggio, non che inconvenevole d’essere in potenza di cani e infedeli. Veramente Iddio non volle, ch’un tanto bene, mandato da lui dagli alti scanni quaggiù tra noi, per dimostrar la potenza, ch’egli ha dato alla natura, acciocchè da quella consideriamo quanto sia la sua assoluta; avesse così misero fine, e per ciò consenti, che, per quei monti aspri e selvaggi, si riducesse a luogo più securo. Certamente quanti scrittori, e pellegrini spiriti avuto ha l’età nostra, si sono affaticati d’intorno alle bellezze della divina Giulia, e nondimeno nessuno ci è stato, c’habbia potuto giugnere alla verità del merito suo: ed è bene stato diritto: poichè quella della figliuola di Leda diede tanto che fare al divino Omero, all’eccellente Zeusi, e molti altri, che poi confessarono non aver fatto nulla. Ma chi potrà mai, nè con arte, nè con parole, formar la vivacità de gli occhi, il parlar soave, la nobiltà del cuore, e la grandezza dell’animo: le quali parti e di più sono unite in lei. Imperocchè la bellezza di costei è stata, ed è di quelle rare e perfette, che Iddio, col voler suo, possa formare: e tale, che non solamente le proporzioni, linee, e colori della faccia, e la misura della persona sua sieno formate con tanta misura e perfezione, che l’invidia stessa goda di quelle, e non abbia in che darle menda: ma anche ha avuto le bellezze dell’animo non punto minori di queste apparenti, cosa che non fu nella bella Greca. In costei s’è veduto in tutte l’azioni sue un’animo non poco nobile e molto generoso. Giovanetta fu maritata in Vespasiano Colonna, valorosissimo signore, ma d’anni, e d’età molto differente da lei, imperocchè era d’età, e d’anni molto maturo: onde, per non passar più oltre, voglio dir solamente, che di ragion si può dire, che non abbia mai conosciuto ciò, che sia marito, ma sempre è vissuto casta, e pudica, conservando le bellezze sue candite, pure senza macchia alcuna. Questo Vespasiano avea avuto prima un’altra mogliera, della quale gli era restata una figliuola chiamata Isabella. Per costei ebbe ardire la magnanima donna opporsi alle voglie d’un Pontefice, e d’uno Imperadore. Imperocchè morto Vespasiano, e rimasa in governo la figliastra di questa Giulia, Clemente allora settimo Pontefice Massimo, avea deliberato darla per moglie al magnifico Ippolito suo nipote, ma poi Cardinal magnanimo, e liberalissimo, e dall’altro canto Carlo Quinto Imperadore, contrastava di darla al S. Don Ferrando Gonzaga, e per ciò le avevano levata la donzella dalle mani. Ma non consentendo la generosa donna nè all’uno nè all’altro, non perche amendue non fossero dignissimi di questa, ma d’ogni altra sposa di maggior titolo e grado, ma perche la deliberazione sua era, che fermamente il valoroso Luigi Gonzaga suo fratello l’avesse; tanto si seppe adoperare, ora mostrando la deliberazione e gradezza sua, ora adoperando l’umiltà, secondo l’occorrenze, che il suo disegno fu esequito, ed hebbe compimento. Ne parendole in tutto d’aver fatto, quanto se le conveniva, rimasa vedova, giovane bellissima, ricca, e vagheggiata da grandissimi, e nobilissimi Signori, stimoli tutti contrari alla vedovanza e castità, non ha voluto però mai congiungersi ad altro marito, ma viver da se castamente, e con honore eleggersi più tosto di star sola, che pigliare anche marito forse inferiore al primo: rispondendo a quanti le ne ragionavano con quelle parole, che soleva dire Anna. S’io mi marito, e piglio buono sposo, come dianzi avea, avrò sempre tema di perderlo, e però non voglio mettermi a questo rischio. Se anche lo ritrovo cattivo, non sarebbe pazzia la mia, dopo il buono sopportare il tristo? ma invece di sposo e di figliuolo, essendosi rimaritata Isabella, dopo la morte di Luigi suo fratello, e marito di lei ella si tolse Vespasiano suo nipote, che di ragione sarà Duca di Traietto, Conte di fondi, e S. di molte altre terre, allevandoselo con animo, che nella famiglia di Gonzaga restino, essendo egli erede, tutte quelle giurisdizioni, e facultà. Più cose potrei dire di questa bellissima donna, che con tutto lo spirito è intenta e osserva come vera Cristiana la parola di Cristo, le quali taccio, per non variar molto dall’ordine incominciato.

Capitolo XLVI

Di Ginevra Malatesta.

Fu Ginevra uscita di quella nobilissima famiglia de' Malatesti, che non pure sono stati antichissimi Signori d’Arimino fino a’ giorni nostri, ma anche hanno avuto in poter loro Pesero, Fossombruno, Brescia, Bergamo, Cesena, Cervia, Brettinoro, Fano, Sinigaglia, e molte altre terre: il cui principio, e la cui grandezza incominciò a’ tempi d’Otone iij. da Malatesta, che con l’amicizia, e autorità del detto Imperadore, dal quale ottenne più luoghi, diventò gran Signore, ed ebbe tre figliuoli, Mastino, Pandolfo, e Galeotto. Questo ultimo chiamato, per soprannome, l’Unghero, huomo molto valoroso e pratico della guerra, negli anni MCCCXXXIIII, avendo guerreggiato sotto Papa Clemente VI. contra Niccolò da Este, ed essendosi valorosamente portato, fu istituito, per lo Pontefice, Vicario d’Arimino. Di qui seguì poi, che lungamente i successori suoi ne sono stati Signori. E i figliuoli di costui, che furono Carlo, Pandolfo, e Galeazzo, s’insignorirono di molte delle sopraddette città. Ma ritornando a questa Illustre donna: fu figliuola di Pandolfo Malatesta, e moglie di Lodovico de gli Obizzi, huomo di molto valore. Di costei posso dir’ io molte cose che appresso la nobiltà del sangue l’hanno fatta illustre, e molto riguardevole. Primamente, fino da fanciulla, l’aversi continuamente dimostrata, ed essersi allevata tra quei costumi onesti, e quelle virtù degne, che in ogni donna nobile, e degna si possono ritrovare e vedere, essendosi sempre magnanimamente portata in ogni azione sua. Ma quello che più l’ha fatta degna d’eterno grido, è stato l’essersi continuamente molto dilettata de' virtuosi, e non poco aver fatto capital di quelli: onde di qui leggiermente si può comprendere le virtù, di ch’ella dee esser ricca, e felice. E stata donna riverita e apprezzata da ogni gran personaggio, e di maniera, con tutti quelli, che hanno avuto contentezza di lei, sempre si è portata, che oltre l’esserle ogn’uno restato servo, e affezionatissimo tutti i più degni spiriti che abbiano avuto nome, e fama tra noi, sono stati sforzati dal debito loro, e dalle virtù di quella a farsi suggetto dell’infinito valor di Ginevra, innalzando i divini meriti di lei fino alle stelle. Ne qui consiste il termine degli onori suoi, così infiniti in lei, come in me è senza fine il desio d’onorarla, non come posso, ma come dovrei. Imperocchè ella è stata un’esemplo d’onestà, e continuamente si è dimostrata umile, cortese, e gentile, quanto la natura può fare: ella sempre ha dato chiaro indizio di quella gravità de' costumi, che in vera nobilissima donna debbono essere, e che in se no abbia di quella schifezza e noia, che suol partorire odio in altrui contra di loro. Mai alcuno, che desiderasse sua conoscenza non fu introdotto al cospetto suo, che partendosi, molto più non restasse soddisfatto di quello, che per general voce, desiando vederla, se n’era infiammato: tanto è stata la cortesia, la bontà, la fede, e i costumi rari e singolari di questa generosa donna. D’ogni sorte di virtù ha avuto grandissimo contento, e di tutto o poco o assai ha cercato d’averne cognizione liberale e magnifica, secondo il grado suo, è stata, quanto dir si possa. Continuamente in quelle città dov’ell’ha dimorato, nella stanza sua si sono dispensati i giorni, non in ragionamenti lascivi e disonesti, ma moderati, e gravi, talmente che il nome suo è stato sempre riverito e appezzato, non solamente da quei, che l’hanno conosciuta, ma anche non poco da quei, che per fama del valor suo sono restati infiammati. Più potrei dire, e tanto più di lei, quant’ella di gran lunga in tutte le azioni, ch’appartengono a donna onorata, ha avanzato il donnesco sesso: ma, per non variar molto dall’ordine preso, da questo poco ch’io ho appena accennato, lascerò da considerazione a gli altri dell’avanzo: i quali, ch’io abbia detto poco non mi avranno già molto da biasimare, se considereranno molti altri, di me più degni, non aver potuto con le forze de gli ingegni loro, giugere al sommo dell’infinite virtù di lei.

Capitolo XLVII

Di Margherita Paleologa Marchesana di Monferrato, e Duchessa di Mantova.

Il valore della madre di costei, che di sopra abbiamo ricordata, m’ha tirato a non lasciare senza memoria i meriti delle virtù sue. Margherita figliuola di Guiglielmo Paleologo, Marchese di Monferrato, negli anni MDXXXI fu maritata in Federigo Gonzaga prima Marchese, e poi fatto da Carlo Quinto Imperadore primo Duca di Mantova con tutto lo stato di Monferrato, essendo morto il Marchese Bonifazio: e così in tutto estinta la Linea Paleologa, donna veramente di bellezze del corpo tanto perfetta e compiùta, quanto dir si possa: alle quali non meno si sono vedute corrisponder quelle d’animo. Costei certamente, come vera Margherita, in tutte le cose, che le sono accorse, è stata sempre costantissima, senza mai a’ colpi di fortuna inchinare il generoso cuore. E vissuta anni IX. col marito, il quale giovane pur la lasciò: nondimeno mai non ha voluto gustar più gli abbracciamenti di nuovo sposo: anzi rimasa governatrice di Francesco suo figliuolo, che al padre ha succeduto sempre si è portata nel governo e nelle azioni sue talmente, che mai non si è udito suddito alcuno dolersi nè rammaricarsi: anzi con l’autorità sua, e del Reverendissimo Cardinale fratello del Duca Federigo di buona memoria e suo marito, tutte quelle cattiue piante, che vivendo egli, bontà sua, avevano non pure germogliato, ma molto forte a danno de' loro popoli erano cresciute, di maniera le svelse, e le cavò, con tutte le radici, che mai più non credo potranno nuocere a quel fiorito e degno terreno: nè pure un minimo tumulto, nè alcun segno di movimento, mercè sua, è mai nato, dove ella ha governato. Imperocchè e la giustizia, e la clemenza ha vissuto, e vive nel cuor suo: acqueta le cose private, e s’interpone in quelle, acciocchè non sieno cagione, crescendo, di potersi rivolgere in danno publico: osserva i giusti, ammonisce, e gastiga i tristi, ama i virtuosi, e riprende gl’ignoranti. Porge le mani aiutrici, ove conosce i bisogni, senza aspettare d’essere richiesta. Prende le cose senza aspettare di rimediarvi, quando sono giunte in termine. Non sopporta d’esser pregata dove dee aver luogo la ragion di giustizia. La pudicizia le è nel cuore e nelle operazioni: i figliuoli le sono marito, compagnia, sostegno, e consolazion nella vedovanza. Teme Iddio, e di qui nasce, che tutte l’operazioni sue sono buone, e giuste: come vera Cristiana, ha a cuor la religione, e l’osserva: è affabile e benigna, non di sorte, che alcuno in cose illicite possa di se pigliar sicurtà, ma quanto, che ogn’un può conoscere da lei esser lontano quel fausto dell’ambizione, e quel fumo di superbia. Non si cura d’esser lodata delle buone opere sue, ma desidera bene d’operar di sorte, ch’a Iddio non dispiacciano, e al prossimo no sieno di danno. Queste sono parte di quelle virtù, che ordiscono eterna corona alla magnanima Margherita, e che lei orneranno più che non faranno i diademi, e le corone reali molte altre, alle quali l’ambizione è madre, i vizy padre e Fratelli, la lussuria specchio, e la vanità esemplo. In altro non credo aver io peccato, ragionando di costei, che d’aver detto poco, rispetto a quel, ch’io dovea: ma quell’istesse scuse che ho fatto, ragionando dell’altre, tolgansi anche nell’aver’io mancato a’ meriti di costei.

Capitolo XLVIII

D’Argentina Pallavicina Rangona.

Se di molte ho ricordato i nomi, di cui il pubblico, e comun grido m’ha fatto far memoria della bontà, castità, fede, magnanimità, costanza, e altre virtù, de' quali ogni illustre e onorata donna dee esser ripiena; perchè in parte dell’opere generose, ch’io istesso con gli occhi propri ho veduto in costei, non debbo a mio maggior potere far degna, uficiosa, e dovuta memoria? Non sarei io tenuto ingrato faccendo altrimenti? Non sarei additato con sempiterna ignominia? Non sarei imputato d’aver tolto il suo diritto alla verita? Non sarei giudicato bugiardo, e maligno più tosto, che vero e fedele imitatore delle storie, e de' degni fatti? certamente non è, chi ne dubiti. Per torre adunque questa impression cattiva da gli animi de' più degni spiriti, tra l’altre virtù delle più illustri, che hanno onorato queste mie vili, e rozze carte, che se pure avranno in se non merito, ma ventura di lode alcuna, sarà la mercè loro, e non della poca virtù mia, porrò il degno e pregiato nome splendidissima, e realissima Argentina Pallavicina, che fu moglie dell’invitto e magnanimo Guido Rangone, chiaro lume, e splendore della milizia: del cui valore, avendone, non a bastanza, ma quanto s’hanno potuto estender le debili forze dell’ingegno, e dello studio mio, parlato ne’ libri degli huomini Illustri, ho in animo, che i meriti suoi, ivi colorati, non per le mani, d’un Michel’Angelo, nè d’un Tiziano, ma d’un più ignobile e indegno pittore, ma per altro veritiere e schietto, nell’uscir che saranno in luce, saranno un ritratto, e un chiaro esemplo, al generoso Baldessare, viva imagine del padre: nel quale, fin ora, fanciullo, si può agevolmente sperare, crescendo gli anni, che abbia in lui a crescere il valor paterno, che di quanto danno fosse La sua morte al bel regno d’Italia, sallo più d’uno: oltre che lo provarono gli aurei gigli, i quali al cader suo, si crollarono di sorte, che da indi in poi ha bene paruto ch’a quelli sia mancato acqua umore, e terreno. Argentina adunque lucidissimo specchio di Pudicizia, e di liberalità, tra le donne Illustri, per tutte l’operazioni sue merita d’esser commendata per rara e degna al pari dell’altre: lasciamo lo splendor del marito, che soprammodo, avendola cara, e faccendo stima di lei, diede chiaro indizio del pregio suo: lasciamo anche la nobiltà di queste due famiglie Pallavicina, e Rangona: dell’una delle quali, avendone altrove fatto memoria, ora la passerò con silenzio, e dell’altra, per esser da se chiarissima, come poco necessaria al presente, essendo ella degna di più alte lodi, non ricorderò altrimenti: ma parlando delle proprie e natie sue virtù, sempre in lei si è veduto un animo nobile, e generoso, quanto dire e immaginar si possa, continuamente ad ogni opera virtuosa ha atteso. E stata non poco desiderosa, e molto ha fatto conto delle virtù, e degli amatori di quelle, faccendo non picciola stima d’ogni degno spirito, spogliandosi spesse volte de i propri beni per dimostrarsi grata, e cortese verso quelli che hanno meritato, e si sono meritamente ingegnati d’onorarla, gloria non minore del grado suo, chè fosse ad Alessandro, in quella altezza che si trovava, il donare i regni, e le città. Non ha avuto mai l’animo piegato a cose di basso e picciol momento, ma sempre ha levata la mente in alto, quanto alma locata in mortal corpo può alzarsi. Tacerò, con quale amore fedele e casto sempre abbia seguito cordialmente i voleri del gran Guido, mentre seco mortalmente visse: come che sempre da poi, dinanzi a gli occhi dell’anima, e in mezzo del cuor suo, non la memoria ma invisibile ad altrui, a lei non già sembianza dimori. Della grandezza dell’animo suo ne diero testimonio in parte le superbe esequie da lei constituite ed eseguite nella morte del marito: le quali di quanto maggior valore e spesa furono, tanta maggior fede fecero del maritale amore, fede, e dolor suo. Non è da lasciare addietro il giudicio universale in tutte le cose, di ch’ella è ripiena: la quale, non come si dice essere general natura di tutte le donne, che quanto più considerano una azione tanto peggio la mettono in opera; considerando molto bene tutte l’opere sue, e ponendole in effetti stabili, e fermi, fa conoscere questa falsa opinione, nelle donne sagge, com’ella, non aver luogo. Ha di mostrato il valor suo nell’acquetar molti tumulti, risse, ribellioni, e altre sedizioni, che dopo la morte del marito aveano incominciato a pigliar fiato nelle giurisdizioni sue. Quanto anche duri nella memoria sua il singolar valore del magnanimo Guido, si può vedere, dall’aver sempre tenuto conto, e continuamente far capitale sovvenire, e non mancar mai a quelli che hanno servito fedelmente il marito, e che da lui erano tenuti cari, non ne faccendo ella minor conto nè stima, tutto che quella gloria di ch’egli poteva arricchir quelli, ella per essere donna loro non possa concedere. Si può anche conoscere dalla vita, che sempre ha menata castamente, e fedelmente in vedovanza vivendo, onde sciolta da ogni men che onorato pensiero, vive in dovuta riputazione, e castità come a fedel donna, e coniugale amor si conviene. Ha ottimo discorso di tutte le cose, nè senza ragione o notizia di quelle mai si vede intromettersi a ragionar d’alcuna. Non ha mai temuto di render degno conto di se, e di tutto quello, che a lei è stato di mistiero in tutti i luoghi dove ha bisognato. Come che le sia mancato lo splendor del marito, non però mai ha cangiato l’animo di dimostrarsi cortese, generosa, e liberale. E perchè meco ho proposto non volere abbracciare in così poco spazio tutti i meriti delle virtù sue, questo sarà assai in quanto alle forze, non al voler mio, di aver detto, per ora d’intorno lei, che senz’altro per molti degni pregi sarà per più d’un secolo ricordata.

Capitolo XLIX

Di Cammilla Valente.

Non sarà mai, che il raggio della chiara virtù di costei, non aggiunga lume insieme con quegli dell’altre, a queste mie oscure e mal purgate carte: poiche nascendo ella nacque la virtù, e allevandosi si sono veduti nel petto suo nodrirsi i buoni e santi costumi, che crescendo con gli anni, sono giunti a quella perfezione, che spirito immortal può desiderare, e locato in mortal corpo può possedere. Cammilla, figliuola del Cavalier Valente, giovane singolarissima e rara, maritata nel Conte Iacopo Michele dal Verme, famiglia antica e nobilissima, è donna così virtuosa, letterata, e di maraviglioso giudicio, che veramente, se gli anni suoi avranno a giungere a quel termine che ragionevolmente si può considerare, e da credere, che abbia, col volo fatal delle proprie penne della virtù sua, a levarsi tanto alto, che senza forse, canoro cigno, nè altro Re d’augelli non ispiegò per l’aere con lievi piùme volo maggiore, nè più sublime. Già d’età d’anni XXII. in lei si vede, e che dico io si vede? molto prima d’ora si son veduti maravigliosi frutti prodotti dal fecondo, e raro ingegno di quella: la quale continuamente essendosi dilettata, e avendo dato opera con continuo studio nelle lettere, di maniera in quelle ha fatto profitto, che con pace dell’altre dir posso, potere stare al paragone, in componere una epistola latina, pura, schietta, e di bellissimo stile, con ogni altra, la cui sola professione sia questa. Ne qui si ferma la ’ndustria delle degne fatiche, imperocchè nello sprimere ogni concetto, così saggiamente s’accomoda in ogni qualità di versi, che gli Epigrammi suoi sono stimati rarissimi, e divini, e le altre sorti di composizioni perfettissime, e degne: i cui concetti non bassi e volgari si veggiono, ma alti, pieni d’invenzione, e molto diversi da quell’uso comune, che, per lo più, suole essere familiare a quelli, che fuggendo la fatica, non penetrano troppo entro i segreti delle cose. Grandissima dilettazione, e frutto cava questo bellissimo spirito della sacra scrittura, nel qual suggetto molte dottissime epistole, mentre è stata donzella, ha scritto, onde infiniti degni e onorati ingegni si sono mossi, provocandola, incitandola, persuadendola e rispondendole a scriverle, per far conoscere al mondo la forza della parola d’Iddio. Nella lingua volgare ha quella parte di cognizione, e quelle parole ad ogni senso accomodate, che forse in moderno scrittore, e professore di questa, oggidì non si truovano. Cresca pure questa felice e ben nata Pianta, che oltre i fiori, che sono fioriti in lei, è generale speme, che frutti più maturi abbiano ad esser di così soave odore, e perfetto gusto, che non avremo da invidiare alla passata età, e la futura, di non essersi trovata, a’ giorni nostri potrà rammaricarsi. Quanto sia piena di fede, bontà, castità, e di tutte l’altre virtù il pensiero appena può immaginarlo, non che lingua mortale sprimerlo. Onde per più non ingiuriarla, conoscendo ch’io non posso appieno penetrar con l’intelletto nel segreto dell’operazioni sue, contentandomi di questo pochissimo discorso, starò aspettando, che, altro spirito di me più degno, meglio supplisca al vero.

Capitolo L.

Di Vittoria Colonna Marchesana di Pescara.

Ragionevolmente in costei posso per ora cochiudere il numero delle donne illustri, la quale si come al par di quante degne antiche e moderne, che abbiano di se lasciato degna memoria a noi si può agguagliare, non voglio dir porre inanzi, così giusto è, ch’ella abbracci tutte le particolari virtù e meriti dell’altre, essendone dignissima, e sopra l’uso mortale stata ricca, e felice. Vittoria Colonna, figliuola del magnanimo Fabrizio Colonna, fu moglie del valoroso Francesco d’Avolo Marchese di Pescara, che veramente si può dire a’giorni suoi essere stato un di quei famosi Eroi, de’quali gli antichi secoli, e la Romana rep. si gloria d’essere stata spesse volte madre: perche chi dirittamente farà comparazione del valor di Cesare, della sapienza di Q. Fabio Massimo, della prestezza del maggiore Affricano, della virtù di G. Mario, dell’ardir dei due Decy, che facendosi scudo del petto apriron le squadre de gl’inimici, non so chi di questi sarà più stimato a paragone del gran Marchese di Pescara, in cui tutte queste e più virtù ebbero luogo, e fermo seggio. E fu ben degno che d’altri che di Vettoria Colonna non fosse sposo il buon Francesco d’Avolo, nè che altra moglie avesse egli che una tanta donna, della quale sono molte le lodi, e infiniti, i meriti. Imperocchè a’ giorni nostri non s’è veduto spirito dotato di maggior nobiltà d’animo, nè che nè gli studi delle lettere, e sopra tutto della Poesia, abbia avanzato il donnesco sesso più di lei: la quale si può dire, che col volo delle proprie penne dell’intelletto suo si sia alzata sovra le stelle, e co’ raggi della virtù sua abbia illustrato questa nostra età. Non so qual veramente sia stato maggiore splendore, e nobiltà di lei, o l’essere uscita di quel generoso e nobilissimo sangue, dal quale sono nati tanti signori, Duchi, e Pontefici, o che dalla virtù e valor suo sia aggiunto un chiarissimo lume al ceppo Colonnese. Qual nobiltà poi maggiormente sia da commendare o quella del sangue o quella delle virtù, non ho dubbio alcuno, come che vi sia da dire assai. E per iscendere particolarmente ad alcuno de' molti meriti suoi. Non credo che la fida Argia, non la bella Asiana Pantea, non la casta Elisa, non la pudica Artemisia, non la fedel Cornelia moglie di Pompeo, non altra antica nè moderna, nè tante altre infinite, de' quai tutte le storie ne son ripiene, così caldamente abbiano, e con vero amore amato i loro mariti in vita, come si legge per li segni dimostrati in morte, come costei ha fatto fede del suo fido, costante, e maritale amore. Il cui marito ne gli anni del Signore MDXXV dopo la vittoria di Carlo Quinto Imperadore sotto Pavia, morto, sempre ha pianto, e lodato di tal maniera, ch’io non farei in dubbio che se l’anime, dopo che hanno lasciati i corpi, potessero appo la beatitudine celeste haver cognizion della felicità mondana, che quella del Marchese di Pescara sarebbe felicissima, e beatissima, conoscendo, mentre ch’è stata quaggiù il valor suo essere stato congiunto con quella virtù che ha avanzato il sesso di quante donne furon già mai, e agguagliato quello degli huomini più illustri. Ha potuto tanto nella Poesia, che d’altezza di stile, e d’invenzione è stata rarissima, e come vera Vettoria di nome e d’effetti, ha riportato triomfo della morte: e di sorte continuamente ha pianto nel cuore, come si vede ne’ suoi versi, con vario stile, il morto marito, che si può dire, che l’opere del valoroso guerriero, chiare da se, viueranno eterne col nome, per la voce della cara moglie, appresso più d’una età, chiaro indizio di perfettissima fede, e amore. Ne solamente la degna, e rara donna, che si può dire nata in grembo d’Apollo, e allevata dalle Muse, ha dato occasione d’invidia a più d’un chiaro intelletto, che s’ha conosciuto in quest’arte inferiore a lei, ma ha acceso i più perfetti spiriti ad accompagnare i loro stili, con l’alto suggetto da lei, con tanta affezion celebrato, di maniera che, con pace d’ogn’uno, si può dire, che l’invitto Francesco Marchese di Pescara, ha vissuto onoratamente, senza dover morir giammai. Ne contenta di ciò la illustre donna, per mezzo di questo casto, e fedele amore, ha levato gli uni, e gli altri occhi al vero, e perfetto Amore, havendosi di questo primo fatto una scala, per salire a quello del cielo, e tutto l’ha accompagnato con gli occhi spirituali alla prima essenza, e abbracciato Cristo in ispirito, donandosi tutta alla sacra scrittura, e spiritalmente scrivendo, e dimostrado con la bocca, quello che abbia nel cuore, operando tutte quelle cose che Iddio le ha inspirato essergli grate. Rarissima donna è stata costei, il cui valore essendo oggimai tanto noto ad ogn’uno, posso senza biasimo tacere. Ma dall’esemplo suo mi riuolgerò a tutte l’altre, cioè a quelle, che gittano i giorni suoi in delicatezze, e lascivie, e lo rimetterò innanzi a gli occhi, questo specchio, e lume di virtù. Dirò primamente a quelle nodrite ne’ reali palagi, che hanno il nome di principesse, e di gran Madonne, quanto maggior gloria accrescerebbono alla nobiltà del sangue, se non agli esercizy femminili, a quali le meccaniche, e plebbee sono obbligate, attendessero: ma negli studi, nelle virtù, e nelle lettere s’esercitassero? Quanto sarebbe maggior la dignità? e quanto più durerebbono i nomi loro, nella memoria de' secoli venire? Vie più sarebbono chiare, ed eterne per questi meriti, che non credono di risplendere per le corone, e diademi reali. E senza mendicare gli onori, sarebbono riverite, e apprezzate, come Vettoria Colonna dignissima, che avendo messa la penna d’intorno al nome suo, più d’altra non iscriva nè ragioni. Che dirò poi a quelle, alle quali, appena morti i mariti, senza lecita cagione appo Iddio, e gli huomini, e senza antivedere, nè considerazione alcuna, solamente mosse da leggerezza, e da libidine (che quelle che lo fanno non isforzate, che in cio nè in altro l’animo umano, non volendo, non può esser piegato, ma per che tal ora vie più sarebbe a loro danno lo star sole, che accompagnate, e il vivere sterili, che divenir madri di figliuoli, meritano d’essere iscusate, e lodate) subito si scordano l’amor de' mariti? E possibile, che gli habbiano, amati in vita, se così poco, dopo morte, ne tengono memoria? La vera fede non si lascia mai, il vero amor non si può così tosto porre in oblio. Non bastava la vedovanza, ne i vestimenti neri a far fede del cuore, se anche gli effetti, che debbono uscire da’ sentimenti di quello, non rendono testimonio quale sia stata l’affezione della prosperità, la quale tutte sanno seguire. Egli è di bisogno essequir le parole di Valeria moglie di Servio, che mortole il marito, ed essendo tentata di pigliar nuovo sposo, sempre rispose, che il suo marito Servio viveva: volendo inferire nel cuor suo, esservi piantate le radici del maritale amore, senza potere essere svelte. Ma acciocchè non paia che io abbia voluto dar legge al mondo, più tosto che aver descritto alcun nome, che abbia meritato l’eternità, per altra penna, che per la mia, prima morta, che nata, non passerò più oltre, maggiormente anche, per lasciare spazio ad altri, di poter supplire all’infinità delle tante virtù, che di questa magnanima donna, e di tutte l’altre avrei potuto descrivere.

IL FINE.

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Ultimo aggiornamento: 05 settembre 2011