Giovanni  Della Casa

VITA  DI PIETRO   BEMBO.

Traduzione di Giuseppe Ignazio Montanari

Edizione di riferimento

VITA del Cardinale Pietro Bembo Descritta in latino da Monsignor Giovanni della Casa ed ora per la prima volta recata in italiano con annotazioni, PESARO, Dalla Tipografia Nobili 1832

IL detto Bembo nacque in Venezia nell′anno 1470 dalla incarnazione di Cristo. Ebbe a padre Bernardo Bembo uomo chiarissimo e per antica nobiltà di sangue e per dottrina , ed anche per dignità. Imperocché la repubblica di Venezia [1] è governata da certe particolari famiglie, e queste solo sono riputate nobili: gli altri cittadini, quantunque di ricche grandi ed oneste famiglie non si levano molto in alto, ed occupati ne' proprii affari non sono quasi mai posti al reggimento del comune. Fra quelle famiglie i Bembi per antichissimo lignaggio, e perchè nella repubblica furono in ogni tempo in fiore di ricchezze e di prosperità sono annoverati de' primi. Arroge che Bernardo ancora pe' suoi meriti particolari era assai caro a suoi cittadini, conciosiachè sapeva molto innanzi nella scienza del diritto; aveva poi grande autorità per la somma sua prudenza, per la molta pratica negli affari, e per la gravità della sua vita. Questi mandato dalla sua città ambasciatore a Firenze, e costretto rimanersi fuor di patria per ben due anni in quella ambascierìa, secondo è costume de' veneziani, pensò condurre seco il figliuolo suo Pietro sebbene fosse ancora fanciulletto [2], e ciò perchè le costumanze de' fiorentini non erano a que' dì molto diverse da quelle de' veneziani, poiché non per anco quella repubblica era venuta a mano di un solo, ma si reggeva quasi ad arbitrio della nobiltà; e anche perdchè quella città si crede che avanzi le altre per gli uomini d'ingegno; e voleva quindi che il fanciullo nel quale già mostravasi bellissimo ingegno quivi si affinasse. Inoltre pensava poter egli conversando co' fiorentini emendarsi della favella italiana, la quale di que' tempi specialmente i veneziani non parlavano troppo bene: imperocché fra tutte le città d'Italia si vuole che i fiorentini parlino benissimo. Nè invero l′industria del figliuolo fallì il paterno consiglio: che tanto il tenero ingegno del Bembo si svegliò in Firenze, tanto le orecchie e l′animo di lui s'imbebbero di quella pura e dolce favella de' toscani, che fin da′ primi anni valse a dare in luce molte cose scritte da lui in latino e in italiano , delle quali nulla vi ha nè di più pulito, nè di più elegante, nè di più soave. Giaceva affatto in que' tempi l′eloquenza; si parlava alla peggio; niuna scelta di parole, niun divario fra scrittore e scrittore. Lo stesso Cicerone non curato, anzi sprezzato. Solo Giulio Cesare per cagion della storia leggevano di volo, e senza badare. Terenzio, Virgilio e gli altri Classici erano soltanto usati in iscuola, e da pochi: nè dopo quella puerile disciplina alcuno vi dava più mano. Amavano più che altro gli scrittori duri aspri oscuri, andavano dietro alle storie più astruse, ed alle favole : quelle che più degli altri avevano pieno il capo di tali inezie erano stimati eruditi. Degli antichi il solo Ovidio era in onore. Adunque se vogliamo dire il vero, in ottocento anni e più prima dell'età del Bembo non vi è cosa alcuna scritta in latino che sappia un poco del secolo di Augusto, o sia degna di essere letta. In fatto essi sfuggivano il solecismo per quanto aveva loro insegnato, la grammatica, nè vi riuscivano sempre, e chi giungeva a tanto credevasi parlar bene il latino. Non vi era chi conoscesse o avesse idea benché lontana degli antichi romani. Eguale e somigliante era l′errore di quelli che scrivevano in italiano. Questi avendo due scrittori da tenere fronte, per quel che pare a me, ai greci ed ai latini ; poiché i versi dell'uno sono pieni di grazia e dignità, e di tali vaghezze d'ingegno e di arte che toccano sovente il cuore e lo commovono, in guisa che meglio di lui greco alcuno non parlò di cose d' amore: l′altro dolce, facondo, terso, adorno, delicato, piacevole: ti pone le cose innanzi agli occhi a modo che ti pare non udirle ma vederle, e toccarle con mano. Avendo tali due autori sommamente amendue eccellenti nel loro genere, essi scrivevano senza grazia, con modi bassi e disadorni. Niuna sentenza degna di un uomo erudito, niuna ragione nella condotta del discorso, e nell′armonia. Se prendi in mano ciò che allora molti scrissero dal Poliziano in fuori, il quale però è meno dolce, meno grazioso di quello che dovrebbe avendo avuto sott'occhio i bei versi del Petrarca, dirai che gli altri tutti sono indegni d'essere posti nel novero degli scrittori. Piaceva solo lo scrivere burlesco, e in ciò alcuni riuscivano a movere il riso, ma pure in molti luoghi erano freddi ed insulsi. In mezzo a questa caligine di errore e d'ignoranza il Bembo primo si volse come ( 66 ) a fidato specchio agli antichi [3], e primo ottenne a lorza di esortazioni e di fatiche, non senza richiamo ed opposizione di molti, che gli scrittori volessero nel parlare avvicinarsi piuttosto e comporsi alla maniera di Cicerone di Virgilio di Cesare, che a quella di Apuleio di Macrobio e di Stazio. Mostrava che chi scrive deve conoscere, e sentire quella foggia di favellare che è la migliore, e a quella come ad esempio conformare ogni suo discorso, ed ogni scrittura. Chiunque poi presumesse fare cosa alcuna nell′arte del dire più perfetta di Demostene e di Cicerone, caricare le proprie spalle di soverchio peso, e troppo fidare nelle sue forze. I cattivi scrit(67)tori per la follia e la temerità di costoro abbondare; perchè alcuni volendo dipartirsi da Cicerone, e mostrare di non seguire che il proprio ingegno, e però isforzandosi di tenere altra guisa da lui, com'egli è perfetto e finito modello, così sono costretti a dare nel peggio. Col dire e collo scrivere queste cose il Bembo, quantunque a stento, giunse alla fine a persuadere a molti che ritornassero a quegli ottimi maestri, cui per l′addietro avevano dimenticati ed abbandonati, e si facessero ad imitarli. Per la quale fatica del Bembo, e per tali ammaestramenti quanto abbia avanzato l'eloquenza, ciascuno lo può di leggieri conoscere, se faccia ragione fra le cose che furono scritte prima della scuola di lui, e quelle degli scrittori dell′età sua. Terminata l′ambascieria, il Bembo si tornò in patria col padre già tutto acceso negli studii delle arti lodate, e infiammato di grande amore del bello (68) parlare. Pertanto recatosi sino ia Sicilia per appararvi lettere greche alla scuola di Costantino Lascari, vi si fermò tre anni, e tanto gli bastò l′ingegno e lo studio, da non apprendere soltanto il greco, ma da scriverlo ancora con eleganza e con grazia. Fu in Sicilia che scrisse ad Angelo Gabriele un poemetto su gl′incendii dell'Etna, il quale, dato alle stampe, non senza lode andò per le mani degli eruditi. Dopo quel viaggio prestamente il Bembo ottenne che l′ingegno suo fosse in grande ammirazione presso tutte le città d'Italia, ed anche presso le nazioni straniere. Imperciocché tutti pensavano difficilissimo, e in fatto lo è, che un uomo solo potesse con tanto sapere, con tanta eleganza e facondia scrivere in due diverse lingue, e ciò che a pochi consegui in una sola lingua, il Bembo ancora giovinetto avere ottenuto nella italiana e nella latina. E questo faceva maravigliare tutti che potevano por(69)tare alcun giudizio de' buoni studii, principalmente perchè egli e il verso e la prosa scriveva in amendue le lingue assai bellamente, prova fatta da Cicerone, ma, a quel che si dice, senza successo. Maraviglia invero riprende (ne sappiamo noi per quale cagione, essendo il poeta vicinissimo all′oratore), che dicano essi non potere avvenire che un uomo esca egualmente buon oratore e buon poeta; e ciò sia provato non solo a sentenza universale de′ savii, ma dal fatto; poiché veggiamo che niuno, o pochissimi salsero in grido nell′una e nell′altra facoltà. Se non vogliamo noi credere che richiedendo l′una e l′altra arte lungo studio e grandi fatiche, la vita non abbia per l′una e per l′altra tempo ed agio che basti ; e poiché a forza di esercizio e di uso continuo ci siamo avvezzati o a parlare oratoriamente ( il che principalmente si imputa a vizio di que′ che scrivono versi) o poeticamente (e questo al ( 70 ) contrario si appone a colpa a ' que che scrivono in prosa ) se alcuno l′uno e l'altro studio vorrà unire, e congiungere, avrà d'uopo di robusto intelletto e di acuto giudizio per fare che l'un genere non tenga e non risenta dell'altro. Inoltre fa mestieri che l′ indole e la natura de' poeti e degli oratori siano quasi fra loro opposte; imperocché questi dalla ragione e dalla umanità sono guidati , quelli trasportati da un furore da un estro quasi divino. E nelle cose che sono in fra di loro tanto vicine , e quasi congiunte tanto che si toccano, è più facile deviare, e cadere: del che poi il biasimo è maggiore: conciosiachè la somigliantza trae in errore; e siccome vi ha differenza, prestamente col porre a confronto ed avvicinare ciò che ha faccia di somiglianza se ne conosce lo stravolgimento, e si biasima. Non siamo noi tali però che giudichiamo affatto indegni di lode i versi di Cicerone, o pensiamo (71) che Platone ed Eschine siano poeti da nulla, e cattivi, giacché secondo che abbiamo dalle antiche memorie l′uno e l′altro nella prima età scrisse versi.

Passati pochi anni da quel viaggio di Sicilia, il padre del Bembo fu mandato a Ferrara in qualità di Vicedomino [4] (guisa di magistratura grande e sopramodo onorifica, che i veneziani col valore guerriero acquistavano, e come segno di vittoria esercitavano nelle citta straniere. Colà col padre si recò ancora il figliuolo; e a lungo si fermò in quella città onorato da tutta la gioventù [5], e dalla nobiltà, caro ed accetto ad Ercole d′Este, grandissimo e fortissimo (72) principe e signore del luogo, ed a Lucrezia Borgia donna di Alfonso, la quel tempo non avendo egli più che ventisei anni terminò que′ discorsi, che intitolò Gli Asolani [6] (opera piena di ogni fiore di rettorica, e di lingua. Introduce egli, donne a parlare di cose d' amore con giovani garzoni in alcuni amenissimi orti, e lo fa con tanta sceltezza di parole, con tanto garbo, con sì grande piacevolezza e copia di sentenze e di ornamenti, che non può darsi scrittura nè più faconda, nè più delicata, nè più armoniosa di quella. Ben ci ricorda che que' libri appena usciti furono con tanta approvazione, e con tanto applauso accolti non solo dagli uomini, ma sì anche dalle donne, che tutta l′Italia subitamente si fece a leggerli ( 73 ) e a studiarli, e non si avevano per gentili e colte persone coloro cui fossero ignoti que′ ragionamenti degli Asolani. Di quel tempo era in Urbino Guidobaldo da Monte Feltro, uomo di specchiatissima e insieme di nobilissima virtù [7]. Questi sedeva a capo della propria città, ed avevasi in moglie Elisabetta sorella di Francesco Gonzaga il quale pure aveva comando nella città: della quale donna, maravigliose lodi abbiamo ne' monumenti delle lettere tramandatici da molti scrittori, ed anche dalla stesso Bembo. E fu in vero privilegiata d'assai la città d'Urbino, la quale non ebbe solo i suoi principi chiari e distinti in ogni genere di lodi, ma ancora le donne che menarono dalle altrui città ebbero fama di sceltissime, e quasi tutte le altre  ( 74 )  avanzarono. Imperocché oltre a quella Elisabetta Gonzaga di cui è detto, Francesco Maria padre di questo Guidobaldo ebbesi in moglie Eleonora della medesima famiglia, la quale non ha molto passò di vita; matrona adorna e fregiata d′ogni lode muliebre. Nè mi posso tacere di Vittoria Farnese, poiché siamo caduti in questa discorso (quantunque malgrado mio mi faccia a dire de' presenti) la modestia e l′ingenuo pudore della quale basterebbero a mostrar vero quel detto di Pericle, che la prima lode di una donna è che non suoni alcun grido di lei alle orecchie degli uomini. Ma non può per modo alcuno tenersi tanto occulta la virtù di sì grave matrona, che non si scopra ancora agli occhi degli uomini, e nel suo lume si manifesti. Fortunato adunque Guidobaldo e per la grandezza e temperanza dell′animo suo, e per avere tale donna a compagna della vita. Ma essendo ( 75 ) in Urbino, siccome io avea preso a dire, Guidobaldo ed Elisabetta Gonzaga amantissimi degli uomini illustri, e usando ad essi ogni maniera di ospitalità, venivano da tutte parti d'Italia ad Urbino coloro che avevano di sè levato alcun grido. Quivi per avventura essendo capitato anche il Bembo, cominciarono ad averlo in onore sopra gli altri; conciosiachè aveva egli molti di que' pregi che valgono a captivarsi l′animo degli uomini. Bell′aspetto, faccia piacente e dignitosa, statura alta e grave, dolcezza di modi sopra ogni dire, piacevolezza, grazia al sommo, un parlare pieno di soavità, affabile più che mai, e nel conversare tutto cortesia e bontà. Aggiungevasi a tutto questo indole eccellentissima, e forza stragrande d'ingegno; per cui era a quell′illustre consesso d′uomini e di donne sopra modo gradito; onde ne veniva poi che a lungo egli stesse lontano dalla patria e, quasi di con-(76)tinuo si vivesse alla corte d'Urbino; al che non poco giovava la vicinanza, comeche da Venezia a Pesaro, e da Pesaro ad Urbino è facile e spedito viaggio; Dal che nacque che in lui non destassero alcuna ammirazione, e brama gli onori e le cariche in patria, e si sentisse l′animo sciolto da ogni ambizione. Ma il padre di lui sel portava molto a malincuore: riprendevalo, e quasi con autorità di padre comandavagli menar donna, si facesse a dar mano alla repubblica, andasse per le magistrature. Imperocchè accade che coloro i quali vivono in una città libera, molto chiara e doviziosa, pensano che tutto abbia a riferirsi agli onori, nè d′altro si danno briga che di conseguire dignità e magistrati, e quante altre lodi vi hanno diverse da quelle, o non conoscono , o reputano vane e leggiere. E questa usanza de′ popoli liberi, sebbene per sè stessa non è molto da lodare: per-( 77.) chè se bene si mira alla vera ragione, non hassi a dimandare magistrature per desiderio di guadagno e di onore, nè manco a forza di pratiche e di parteggiare rapirle agli altri cittadini: ma si deve tenere ragione qual cosa più torni alla repubblica, e al bene di quella servire, di guisa che se vi ha alcuno più degno o più atto di noi, dobbiamo cedergli il luogo; e se viene a noi conferita una magistratura, un governo, una carica molto brigosa, e noi inon ci sentiamo da tanto, dobbiamo non accettare, e farne rifiuto; chè non è giusto sofferire che la patria cada in errore. Ma dacché non si vive con uomini perfetti, questa ambizion popolare molto acconciamente ed utilmente viene destata; conciossiachè coloro che sono accesi nel desiderio degli onori, se stessi non compongono, e non reggono a proprio talento, ma ordinano lor vita, lor voleri, consigli e costumi a se(78)conda del giudizio del popolo e delle città, nè si danno pensiero di piacere a sè stessi, o a pochi altri, si bene di dare nel genio del popolo e della intera città, da cui si aspettano gli onori. E di qui nasce che alla città rimanga sempre la medesima forma, e l′ educazione de' cittadini sia una sola ed eguale in tutti, onde cangiandosi le abitudini e le tendenze di ciascimo in privato, non si rimuti il governo, e le instituzioni della repubblica. La quale precauzione e prudenza in vero fu principalmente nella sola repubblica di Venezia, che per mantenere con ogni diligenza le proprie costumanze, ed essere tutta sua, non patì che in lei nulla di fuori s′introducesse; nè che alcuna foggia straniera venisse a guastare le native. Mentre adunque Bernardo stimolava, e spingeva il figliuolo a tenere quella via, che egli con molta gloria aveva battuta, a questi al contrario andavano per l′animo ( 79 ) ben altri pensieri, e si affisava porsi a tutt' altra strada da quella. E quantunque carità di figliuolo gli persuadesse condiscendere a desiderii del padre, a ciò lo esortasse il costume de' cittadini, i parenti e gli amici ne lo pregassero, pure egli considerava che quella gloria cui egli aspirava non gli verrebbe solo dalla sua, ma da tutte le genti. Ad acquistarla non brogli, non suppliche, non bisogno di prendersi inimicizie, o dir villanìa a persona in sui viso; la gloria sola dell' ingegno, fra tutte le umane lodi, senza lagno alcuno di chicchessia potersi avere e godere sino all'ultimo. Gli onori applauditi soltanto dalla moltitudine che nel più è cieca, la fama e la lode dell'ingegno approvate anche dagli uomini illuminati. Questa non temere mutamento di volontà, non capriccio di fortuna: avere stabile e valevole raccomandazione appo i posteri. Sorgere infine in ogni età moltissimi, ( 80 ) l′opera dei quali vale assai al governo della repubblica; in molti secoli appena uno, o due levarsi ad illustrare la città con opere d'ingegno. La famiglia de' Bembi essere in alto stato, e chiara per grandi onori ottenuti nella repubblica: la sua stirpe avere grido, e nobiltà bastante mercè le imprese de' suoi maggiori. I templi dedicati in antico a san Giuliano, e da′ Bembi innalzati a rischiarare lor nobiltà, e rendere testimonianza di lor religione. La memoria di Francesco Bembo [8] , che molti e molti anni prima era stato Patriarca di Venezia mostrare l′antichità di quella famiglia. I comandi marittimi, e le gloriosissime vittorie di un altro Francesco Bembo [9], e di Marco il quale fu ucciso [10] [81] da' Ciprioti, le calamità e le morti di tanti altri ricevute per la repubblica esser come sugello a dar fede del valore e dell' amore dei Bembi verso la patria. Non essere poi al presente per venir meno chi mantenga, ed accresca lor gloria; aver egli il fratello suo Carlo d'indole maravigliosa, di bellissime speranze; esservi ancora alcuni altri, tra quali Giovan Matteo Bembo [11] giovinetto di virtù d' ingegno di aspettazione grandissima [12]. E questi al certo non fallì il giudizio di Pietro, ma operate grandi cose in patria e fuori, sempre si porse, e pur ora si porge alla repubblica utilissimo cittadino. Carlo poi in tenera età, e prima di poter giovar la patria morì. La sola lode letteraria mancarle, desiderar egli di ador(82)narne la sua famiglia: sentirsi da tanto: se avesse ad entrare alla carriera degli onori, sapere per certo che con minore successo ne uscirebbe: porrebbevisi a malgrado, e gli sarebbe molesta: avere in sè altri ostacoli portati dalla natura: non sapersi strisciare per guadagnarsi lode ed amore; esserne impedito da un ingenuo pudore. Non potere sofferire che l′estimazion sua ogni anno fosse in mano del popolo, avventurata ai comizii instabili al pari che l′onde del mare, e sia per una tal quale libertà dell′animo suo, o se vuolsi, anche alterezza. Niuna cosa riuscir facile quando contro voglia si faccia: saper bene che la via degli onori e delle magistrature è scabra e perigliosa; mostrarsi fiorita e dilettosa solo all′occhio degli uomini di piccol'animo, e di basso pensiero: egli sceglierebbe quella per cui si colgono frutti più degni e più durevoli. E come sta bene acquistare  (83) terreni fruttiferi, ma cosa più nobile e di maggiore magnificeuza è avere luoghi di piacere e fatti a ricreamento dell'animo, così essere degli onori, e de' buoni studi: quelli più ubertosi, e lusingare il volgo; questi più belli, e prendere colla magnificenza e nobiltà loro i più chiari ingegni. E per non andare in più parole, dopo molti contrasti col figliuolo, dopo molte riprensioni e rimproveri del padre e della madre Elena Marcelli nobilissima matrona, a stento si potè ottenere che l′egregio e quasi divino ingegno del Bembo nato alle Muse, più mansuete ed agli studi delle arti lodate non si concedesse al volgo e al capriccio della ignorante moltitudine; ed alla fine dai genitori, dai congiunti, e da′ suoi cittadini si ebbe di poter condurre la vita fra le lettere; e di ciò solo darsi pensiero ponendo le altre cose in non cale. Ma dopo corto volgere d'anni, mentre ei se ne stava sepolto fra i libri, mentre ( 84 ) la solitudine e il ritiro gli erano invece del foro, della curia e dei comizii, e l'anno suo si godeva un riposo, una tranquillità senza pari; in Roma era creato Pontefice Massimo Giovanni Medici cardinale col nome di Leone X [13]. È costume e consuetudine de' Pontefici, che se alcuna cosa accade nella repubblica, o in altro, e non sia bene divulgarla, ma si convenga trattare secretamente per lettere, o se alcuna risposta si debba fare ai Re o alle città, o loro dimandar qualche e cosa: se avvi in somma alcun affare di rilievo con qualcuno; trattarne quasi per lettere famigliari, le quali poi si sugellano con cera, poiché a pubblici decreti si pone il sugello in piombo. ( 85 ) L'incarico di scrivere tai lettere si dà a uomini prudentissimi, e belli scrittori ; e siccome per l′altezza dell′impiego e del luogo si conviene che siano pieni di gravità e di onestà e per lo peso e la grandezza delle cose forniti di somma fede e probità, vi sono con molta cura e diligenza ricercati, e con grandi premure chiamati. E piacendo assai a Leone X questa costumanza, e tenendo che fosse della dignità pontificale il mantenerla, con ogni diligenza vi si adoperò, e senza porre indugio comandò che il Bembo a quell'ufficio fosse invitato, e posto. A grandi speranze, a grande stato era sollevato il Bembo, imperocché quel Pontefice aveva voce di munificentissimo, e liberale assai: e lo era in atto. Egli poi poco aveva del suo; sicché appena gli bastava alle spese necessarie, sebbene Carlo fratel suo che gli voleva il ben della vita, e lo stimava molto, a dargli alcun confor-(86)to ponesse ogni fatica ed industria. Aggiungevasi pur anche un certo suo desiderio di convincere que' che del suo divisamento l'avevano ripreso, e poiché il destro gli si offeriva voleva coglierlo a mostrar loro in quale pregio fossero avuti que' suoi studi, che per essi erano a nulla, o per lo meno inezie e vaneggiamenti« Pensava ancora non esser egli perciò distolto dal suo primiero instituto, e dalle sue lettere nelle quali aveva posto ogni sua cura e fatica. Si porta adunque a Roma in età di quarantatre anni, ed è posto in ufficio di scrivere lettere a nome del Pontefice, e a tale incarico gli è dato socio e come collega Jacopo Sadoleto che tu poi cardinale. E scrissero amendue con tanto buon sapore di latinità con quanto a niuno a que' dì era avvenuto; nè credevasi communemente che a tanto uom non bastasse, o per meglio dire a niuno andava per lo pensiero. Intatto i nostri italiani (87) e spesso ancora gli oltramontani scrivevano in latino e sì foltamente, che ognuno riteneva i modi e le forme del parlare natio, e con parole latine, e questo pure non sempre, parlavano non so come in francese e in italiano. Ma le epistole del Bembo e del Sadoleto non solo furono dettate in latino, ma vi fu da que' dottissimi usata ogni eleganza, e somma dignità; il che si può vedere in que' libri che il Bembo stampò, ne'quali si contengono quelle che furono scritte a nome di Leone. Pertanto soddisfacendo egli più che molto al Pontefice che era uomo d'ingegno, ed esperto abbastanza dell' arte di scrivere, veniva da lui tenuto in molto onore. E fu inverso lui di tanta liberalità, che essendo egli venuto a Roma povero de' "beni" di fortuna, in poco tempo arricchì tanto da avere ogni anno per larghezza del principe tre mila ducati d'entra-(88)ta [14]. Correvano giorni a quell'età pieni di mollezza: volevasi nuotare (89)negli agi e nelle dolcezze, per forma che il darsi a tutti i diletti (i) (90)credevasi lecito poca men che ad ognuno, nè persona ne prendeva (91) scandalo, tanta era la licenza del secolo. Quindi non negarsi troppo severamente alle lusinghe de′ piaceri, molti de′ quali erano concessi a ricreamento dell′animo, molti a cagione di scherzo, senza por mente a condizione, o ad età : nè si faceva coscienza agli onesti e gravi personaggi se e′ venivano a′ giardini; o (92)  usavano a' liberi conviti fra suoni e fra canti standosi seduti con donne a lato. La quale giovialità troppo in vero profusa fu poi corretta, e severamente castigata dalla tristezza dei tempi appresso, perlocchè temo che quanto io sono per dire del Bembo, non dia occasione di giudicare di lui sinistramente. Ma perchè noi abbiamo preso a scriverne la vita e non l'elogio, non crediamo dovercene per questo passare. E quasi interviene che gli uomini come a norma ed esempio prendano i costumi e le consuetudini de luoghi e de' tempi, e stimino lecito quanto vedono fare, anzi pensino che ciò che per al presente non è ripreso sarà per l'avvenire tollerato, e concesso; e così appo tutte le genti quelle cose che per natura sono gravi, se vanno in costume, tornano leggiere. In tale licenza adunque di vivere a que' dì, si dice che una bellissima donzella a nome Morosina inamorasse sì forte del Bembo, che per resistere (93) che egli facesse uon potè tenersi del non cadere, e del non averla per sua; poiché egli non era iniziato ad alcun ordine ecclesiastico. Ma di quella caduta che ora direbbesi colpa, sì bene gli avvenne, che se noi vorremo la natura soltanto ascoltare, fu compensata da bellissimo frutto. Ebbe di quella donna tre figliuoli, i quali io m'induco a nominare, e perchè il discorso nostro il richiede, e perchè essi nol vietano, e sono Lucilio, Torquato ed Elena femina rispettabilissima, la quale fu impalmata da Pietro Gardenigo giovine nobilissimo, a cui ella die′ figliuoli i quali accrebbero gloria ad una città delle più illustri del mondo; per modo che se alcuno vi ha che di ciò pur voglia fare colpa grave al Bembo, sappia che io convengo con lui; ma ricordi che egli biasima tale fatto che egli di certo non ardirebbe desiderare, che non fosse accaduto. Nè Leone sperimentò sol-( 94)tanto la fede e l′erudizione del Bembo nello scrivere lettere, ma ancora la prudenza e l'accortezza di lui negli affari. Pertanto pensando il Papa di fare lega coll'Imperatore Massimiliano, e col Re cattolico di Spagna contro il Re di Francia secondo che le circostanze di que' tempi chiedevano, mandò il Bembo al Senato di Venezia, perchè quanto più poteva lo esortasse a togliersi dall'amicizia de′ Francesi, coi quali era in accordo, ed unirsi in istretta alleanza al Papa e agli altri capi ed autori di quella lega. Vi andò il Bembo e vi tenne a questo proposito una orazione gravissima, ed assai calda, la quale poi lasciò scritta. La leggano atten tamente i nostri Italiani, e poi dicano se nel volgar nostro vi ha cosa dettata o con gravità, o con eleganza maggiore. Era poi il Bembo innamorato delle antiche statue e di siffatte altre cose, credo perchè conoscendo egli sopra gli altri an-(95)che nelle arti meno liberali quella bellezza, quell'ordine, quella convenienza delle parti, che egli e pensando e scrivendo più d'ogni altro distingueva, ne sentisse nell′animo più che gli altri diletto. E dicono già che l′arte del pittore e dello scultore alcuna parte tiene dalla poesia; poiché quella insegna a dilettare gli animi, queste i sensi. Ma coloro che nè dalla dottrina, dall′ingegno non hanno cagione a far questo, come que' che a dì nostri tanto si lasciano trasportare da questa brama, e tanto ne vanno farnetici, che si gravano di debiti; uomini senza mente, e senza lettere, vedano un poco quale giustificazione di questa loro insania e manìa siano per addurre. Imperciocché avendo animo turpe e rozzo, e macchiata di malevoglienza, d′invidia, e di perfidia, che vale avere casa, giardini, ville adorni di bellissime statue e bassorilievi in marmo ed in bronzo, acquistate a (96) forza di raggiri, di fraudare e di fallire i creditori? E non avendo ombra di onestà neppure per sogno, nè nelle parole nè manco nei fatti, amare perdutamente il decoro, e la bellezza in tanti bronzi, in tante pietre effigiate, e intagliate? Certamente io non dirò mai non già adorna, ma neppure abbastanza polita quella casa, quella villa, quella città in cui essi abitano con tanta sozzura, con tante macchie dell′animo. Che se alcuni, a somiglianza del Bembo, come a corollario della gentilezza ed eleganza loro, o delle arti lodate in che valgono, hanno intelletto di cotali cose, non devesi avere con essi corruccio, ma loro saperne grado. Coloro però che d'ogni bell′arte digiuni, rozzi e villani per tutta la vita, solo con questa lode si studiano coonestarla, nè cercano che sia un'aggiunta alle virtù, sibbene una coperta a' vizi ed alle scelleratezze loro, quantunque, a (97) quello che pare a me, ne sia il soprappiù , meritano acerbissimo biasimo, ed una pienissima derisiòne. Ma essendo il Bembo di salute molto delicata e debole, ed essendo costretto a vegliare ed affaticare nella notte, se alcuna cosa voleva scrivere, poiché di giorno non gli era permesso allontanarsi d'un passo dal fianco del Pontefice, e dovendo dare udienza a molti, molti complimentare, accompagnare, corteggiare come portava il costume di quella corte, non aveva mai tregua, o riposo , il che fu cagione che egli desse in una grave e lunga malattia, della quale a stento e lentamente riavendosi, nè potendosi ristabilire, nè rifarsi, per consiglio de' medici, e ad istanza dello stesso Pontefice, onde mutar cielo , se ne venne a Padova; e in quell′anno stesso Leone morì [15]. È invredibile a dire con quanta al-(98)legrezza, e con quanta gioia liberato dalle fatiche, e da' pensieri della corte si rendesse il Bembo al bramato riposo degli antichi studi, che per un lasso di nove anni aveva cessati: certo ben si pareva che niuno desiderio di Roma, o delle grandezze e delizie romane fossegli rimaso in cuore. Conciossiachè avviene che coloro i quali da giovanetti applicando agli studi delle arti lodate passarono l′età loro fra le lettere sogliono nell'adolescenza prendersi alcun affanno perchè da fatti del commie siano dilungati. Ma se la ventura porta che tolti a lor vita riposata vi vengano chiamati e posti, torna loro in dispetto ciò che desideravano prima, ed ammiravano, senza averne conoscenza; e poiché l′hanno provato e conosciuto invocano di nuovo la pace degli antichi studi. Imperocché quale cosa ha in sè che sia poi tanto lodevole e desiderabile, codesta grande accortezza nel maneggio de- (99)gli affari? Se bene addentro vi guardiamo, e lolghiamo quelle speciose parole di comunità, di utilità, di salute degli uomini, domando io quale gloria, quale giocondità vi può essere, se nel più non la ragione, ma la fortuna ha signoria, nè prevale la prudenza, ma quusi sempre, per non dir sempre, la malizia? Egli è lo stesso che se tu giuochi a'dadi, nè tu voglia far contro regola, nè ingannare l′avversario; se quegli che giuoca con te all′incontro senza scrupolo alcuno ti raggira, e t'inganna, per arte o per saper che tu abbia non la vincerai tu contra gl'inganni e le costui fallacie. Così in questa umana vita, che è come una partita a′ dadi, mentre gli uomini dabbene per non dipartirsi punto da una tal quale prescrizione della giustizia, non si lasciano trascinare dalla ambizion degli onori, o da speranza di premii, o di danaro: gli altri poi comunemente, con ( 100 ) frodi, con prestigi, sovente con i spergiuri combattono si che la semplicità rimane Vinta dalla stima, l′ingenuità dall'imprudenza, il pudore dalle brighe, la fede dalla scelleraggine, la verità dalla menzogna; e però tardi, e poco efficaci essendo tenuti i buoni in mezzo a'malvagi, divengono loro oggetto di scherno. Con tranquillo e lieto animo adunque gli uomini dediti alle lettere stiano senza questa sin« golar lode d'amministrare le cose pubbliche, e tengano per certo che in questa vita comune non è rimasto alcun luogo all′onestà, ma la scelleratezza e la turpitudine invasero la più parte delle cose; e quell′opera che i più si vantano dare alla repubblica non è che finta e posta per privata utilità. Eccettuo i soli veneziani; poiché la cristiana repubblica non è regolata da consiglio umano, ma da' voleri di Dio immortale; eccettuo adunque i soli veneziani nella cui nobilissima (101.) repubblica dico essere desiderabile versarsi, e perchè a noi forastieri non è concesso porvi mano, nè quella repubblica, la più prudente, la più fortunata che mai fosse a memoria d'uomini, abbisogna d'alcuno aiuto, non possiamo noi che venerarla come rocca di libertà, scuola di prudenza, ostello di giustizia: serbando a noi in giovinezza e in vecchiaia questo umile e riposato ozio delle lettere. La quale prudenza in vero avendo il Bembo fin allora seguita, consigliatovi e da desiderio di studiare, e dalla sua propria inclinazione, non potè in fatto, e sino alla fine mantenervisi. Imperocché essendo egli da molti anni in Padova, città pienissima di quiete e di tranquillità, lontano assai da ogni briga ed ambizione, ed avendo ogni suo pensiero, ogni cura, ogni opera a quegli che giovinetto aveva amati, e in cui avea speso tutto il tempo; per un grande avvenimento (102) fu obbligato suo malgrado ad abbandonare quella dolce, quieta e sicura vita, dopo decorso un grande spazio, e in età già inoltrata. Era a que' giorni in Roma un personaggio sommo e chiarissimo, di singolare prudenza, e di ammirabile grandezza d'animo, Alessandro Farnese cardinale, che fu poi Paolo terzo. Questi tosto che fu levato al Pontificato Massimo, ed ebbe in un ricevuto tanto impero e tanta podestà, per prendere principio alle sue gesta da qualche illustre lode, parvegli chiamare a sè quanti uomini celebrati o per pietà o per prudenza o per dottrina erano in ogni città e in ogni terra, e senza che e' chiedessero dignità alcuna, anzi senza che neppur vi pensassero, porli nell′amplissimo collegio dei Cardinali. Così sperava che aggiunti tanti uomini chiarissimi, si verrebbe ad accrescere la maestà del pontificato, e di quel collegio, ed avendo egli dato prova grande (103) della sua virtù, verrebbe in fama ed in opinione appo gli uomini. Laonde per ben due volte con grande premura e diligenza cercò, e trascelse alcune cime d'uomini a cui offerire quella grandissima dignità, dai più con molte brighe inutilmente ambita; del che n′ebbe grido maggiore di quello che si pensava. Ma comunque agli altri questo fatto riuscisse, al Bembo giunse molesto assai, perchè da quella stanza di riposo, da quella sua dolce solitudine vecchio veniva trasportato fra quello strepito, e quelle noie da cui al primo declinar dell'età erasi con molta brama sottratto. Imperocché mentre Paolo III cercava di nuovo uomini gloriosi da aggregare al sacro collegio, fra primi gli occorse il Bembo, che allora per caso era a Venezia [16], (104) Rallegromi, rallegromi con te ctttà di quante mai furono a memoria d'uomini illustre e chiara, che cercandosi, e andandosi in traccia: di uomini illustri, a te per ben due volte, si avesse principalmente ricorso. Infatti abbisognando la cristiana repubblica d'uomini buoni e prudenti avevasi di te preso quel Gaspare Contarini lume del nome italiano, in cui non so qual più fosse o la probità, la castità, la modestia, prudenza, o la somma dottrina ed erudizione, le quali lodi erano tutte coronate e fatte più belle dalla pietà e dalla religione che era in lui al colmo. Adunque dell′abbondanza che tu hai di grandi uomini ebbe due volte conforto la cristianità, nel Contarini, e nel Bembo. Al quale da Paolo III ( 105 ) essendo mandato Carlo Gualteruzzi da Fano uomo dabbenissimo esperto, industrioso, co' diplomi, e col cappello cardinalizio, egli incominciò subito dal ricusarsi e dimandare in grazia di esserne dispensato. Non poter egli patire, nella sua vecchiezza di essere strappato dalla quiete della sua solitudine, che sopra le altre cose gli era carissima, e gioconda fino da suoi verdi anni: ringraziar egli senza fine il pontefice, e il sacro collegio; esser loro tenutissimo, d′avere voluto onorare la vecchiezza di lui con sì onorevole giudizio, e con sì chiaro decreto. E standosi molti giorni in questo pensiero, nè potendo esserne smosso, poco mancò che il Gualteruzzi non tornasse a Roma senza aver fatto nulla. Non, ignoro che vi sarà di molti, i quali poca fede daranno alle nostre parole; imperciocchè i più sogliono come dicesi misurare gli altri col proprio modulo; e però vedo che a molti (106) parrà incredibile, che il Bembo sinceramente e di cuore si rifiutasse a quell′altezza di dignità che tutti gli altri stimavano doversi cercare ed agognare. Quantunque sì fresca è la memoria del fatto, e molti vivono ancora di quelli che vi ebber parte, i quali non potrei io chiamare a confermare e a sostenere la nostra menzogna ed imprudenza. E reputando noi nella storia eguale colpa mentire e tacere il vero per per timore o viltà, non avemmo a sdegno narrar ciò sebbene abbia faccia di menzogna. Era per riuscire assai odioso il rifiuto a sì alta dignità, principalmente perchè non solo in sè contiene lo splendore del grado, ma ben anche alcuni importanti offici: perocché si dice che il collegio de" cardinali fosse dai nostri maggiori instituito, affinchè e assistessero al pontefice in tutti i tempi, e lo giovassero di consiglio. Paolo III poi era per ricevere assai in mala parte questo niego, per( 107 )chè parrebbegli scemasse la maestà della cristiana repubblica di cui era a capo, e fosse riprovato privatamente il suo divisamento, e spregiata l′autorità di lui che pensavasi non solo avere beneficato il Bembo, ma averlo colla carica che dava quasi messo a parte del suo potere: di modo che se egli riteneva del suo onore mostrarsi libero di ricusarsi, non si porgeva in vero obbediente al pontefice, e veniva in ciò a far onta all' eminentissimo collegio che è sacro, e al pontefice stesso. Pertanto accorrono gli amici, e i congiunti si adoperano, lo esortano, lo pregano: se egli non si muove alla propria gloria, dia almeno uno sguardo al nome, e alla memoria di sua gente, e della posterità; non tolga egli alla sua famiglia la grande dignità che venivale offerta. Il Bembo in sulle prime fu poco commosso alle costoro parole, come quegli che più volte le aveva udite, e già da gran ( 108 ) tempo in qua presso che tutte ribattute. Ma quando venne a lui Pietro Liando, che fu poi Doge di qulla Repubblica ( la quale magistratura è in cima di tuttte le altre presso i veneziani, ed è a vita ) cominciò con lungo ed accurato discorso a trattare con lui, mostrandogli quanta invidia, e quanto torto gliene verrebbe: come il pontefice massimo sel recherebbe ad affronto, come l′amplissimo collegio de' cardinali male soffrirebbesi quell′onta. Aggiunse che tai cose non avvedono mai senza volere e consigli di Dio: guardasse di opporsi. Indi si accomiata dal Bembo lasciandolo coll′anjmo infra due, e turbato assai: sicché differisce la risoluzione al giorno vegnente appresso; e avendogliene fatta coscienza promette deliberare con più posatezza. All′indomane essendosi il Bembo recata a religione la cosa ( che′ non era mica un torcicollo come que′ che veggiamo accigliati (109 ) e smunti per andare a versi altrui, ma era religioso di cuore, e sincerameute) entrò la mattina in una chiesa vicina. Era il sacerdote all'altare, e a chiara voce leggeva come suole chi dice messa la storia delle cose dette ed operate in terra da Cristo, la quale storia noi chiamiamo vangelo, e appena egli aveva posto pie' in chiesa che il sacerdote diede in quelle parole, Pietro mi segui. Parvegli quella voce quasi uscita dalla bocca stessa di Dio, e però tolta ogni dubbiezza, stabilì andare a Roma, quasi chiamatovi da Dio stesso. Posso con verità affermare chè al suo dipartirsi gli mancò ad un tratto la sua naturale ilarità , sicché noi amici, e famigliari avemmo a desiderare l′antica sua giocondità e dolcezza, e a dolere che l′avesse perduta per sempre. Tutti i buoni in Roma furono a lui, e gli fecero onore, e spezialmente gli eminentissimi cardinali Contarini, Sadoleto  (110) Cortesi, Moroni, personaggi eruditissimi; ma sapra ogni altra Reginaldo Polo uomo veramente per grazia di Dio immortale dall'ultima Bretagna venuto a noi, o piuttosto mi sia permesso dirlo, piovuto dai cielo; delle lodi del quale altrove avrò a parlare, sebbene di tanto chiara e divina virtù, non sia chi possa dir degnamente. Nè qui invero, ardirò io portar giudizio se quell′isola aprendo molte ferite nella Chiesa con somma empietà abbia più nociuto, o più col dare a luce tale e tant'uomo, onde avemmo l′esempio perfetto della pietà vera, e della vita cristiana, le abbia giovato. Questi adunque visse famigliarissimo al Bembo; assai stimò le molte doti dell'animo dell'ottimo vecchio, e assaissimo l′amò sempre, per quella sua aperta e semplice indole, molto confacente e consimile alla propria volontà e natura. Ma essendo il Bembo con ogni studio onorato da molti (111) era anche tenuto in grande reverenza da Paolo III; e si dice che in tanta grazia fosse appo lui che nulla mai dimandò invano; e questo non avvertiva solo per l'autorità, e la grazia in che gli era, ma per la sua modestia ed onestà» Era poi tale la libertà del Bembo nello sporre il parer suo, tale la semplicità, tanta la bontà, l'ingenuità che gli fioriva la vita, che se Paolo fosse morto prima di lui, come pareva che natura chiedesse, poiché Paolo aveva qualche anno di più, molti tenevano per certo che il Bembo sarebbe stato eletto pontefice massimo. Ma cavalcando egli un giorno urtò per caso d'un fico in una parete della porta, per la quale percossa vecchio e debole com'era lo colse una febbretta, dalla quale sentendosi a poco a poco abbattere, e venir meno, stavasi da molti giorni quasi aspettando la morte con animo non solo forte, ma ben anche tranquillo; di modo che di quel suo passa passaggio alcuna volta cogli amici scherzava. Chiuse piamente, e santamente i suoi giorni il 18 gennaio del 1547, in età di 76 anni 7 mesi e 28 giorni. Era stato il Bembo già da gran tempo onorato con ogni officio Girolamo Quirino figliuolo d'Isnerio, personaggio chiarissimo e per elevatezza di stato, e per nobiltà non meno che per fede, per munificenza, umanità, soavità, e dolcezza di costumi. Questi pose a Bembo morto una statua di eccellente scalpello, e la collocò in Padova nella celebratissima Chiesa di Sant' Antonio, e sulla base vi fe' scolpire un′iscrizione in questa sentenza [17]: che egli aveva innalzata al Bembo quella statua, perchè il mondo non avesse a desiderare l′immagine del corpo del Bembo, mentre aveva sott'occhi quella dell'animo. Fu il Bembo d'ingegno politissimo, ed acutissimo, di giudizio sommamente perspicace e sottile : ricercava molto negli altri, in se stesso più che molto. Adoperava assai nello scegliere e nel collocare le parole, e vi usava grande studio e diligenza. Imperocchè egli erasi persuaso di qui nascere novità al discorso, e senza perdere l'impronta nativa acquistare un non so che di vago e di peregrino. tie quali cose essendoché in tutto traggono seco la maraviglia, perciò sogliono arrecare molto der coro, ed anche molto piacere. Ed in vero, a quanto ne pare a noi il Bembo conseguì questo pregio assai bene, quantunque a giudizio di tutti difficile, talché parlando egli fuor dell'usato, non prendeva però alcun′aria di straniero. Che se vi ha alcuno che guidato dall'opinione del volgo domandi ed aspetti nei versi e nelle prose degli uomini eruditi, quella trita e volgare elocuzione che quotidianamente suona in bocca alla plebe, e per tale cagione gli spiaccia il modo di scrivere del Bembo, che assai si dilunga da que' modi bassi e comuni a bottegai ed agli artieri; costui sarà del novero di coloro che di questi studii non possono nè poco, nè nulla giudicare. E per vero Caio Cesare, a quanto ne dice la storia, si fece grido di eloquente, non col seguire l'usanza del popolo, ma con molto studio e molte lettere delle più recondite, e squisite: e scrivendo a Cicerone stesso accuratissimamente, ed in più libri intorno la maniera di ben parlare in latino, disse la scelta delle parole essere fonte di eloquenza. A buon diritto adunque il Bembo con una certa premura maggiore studiavasi dello scegliere le parole, e specialmente quando scriveva in italiano, e però il parlare di lui riesce sempre nuovo, splendido: e dignitoso. E poca fede egli ebbe all'usanza, perchè ora è varia ed incostante, ora anche viziosa e corrotta, e perchè nè Roma, nè l′attica Atene in que′ tempi in cui l′eloquenza spezialmente fiorì, poterono a lungo ottenere che la favella non fosse turbata, e contaminata dalla barbarie. E quindi avendo egli letto queste cose, giudicò doversi ripudiare la favella dell′oggidì, e imparare quella che si parlava una volta dai toscani pura e corretta, prima che l′Italia fosse innondata dagli stranieri. E non sembrando a lui che si avesse ad apprendere dal popolo, vano e leggiero maestro, ma dai libri degli antichi , e degli scrittori più gravi, conseguiva ancora che il suo discorso tenesse da loro un andamento grave e dignitoso. Imperocchè questo volgare e quotidiano modo di parlare, tratto per la più parte da arti vili, non può a meno in vero che non sappia molto di taverna, di bottega, e di piazza.

Vi sono adunque del Bembo tre libri in dialogo, intorno al modo di ben parlare toscano, maravigliosamente scritti, pei quali certamente si conosce che il parlar bene non è dalla consuetudine, la quale è passaggiera ed instabile, come noi stessi veggiamo; ma dalla scienza, e dalla ragione, le quali per guisa alcuna cangiar non si possono, Sebbene io vedo che non manca qualcuno, il quale non volendo, o anche non bastando, a sopportare la fatica dello studio, affermi che gli scritti del Bembo non sono tanto purgati quanto per soverchia esattezza estenuati. Ma si abbia ciascuno la sua maniera; imperciocché è difficile in tutte le cose fermare un termine: pur non dimeno se coi libri degli altri si mettano a confronto gli scritti del Bembo, sarà agevole portarne giudizio. A me in vero il suo stile piace assai, non solo per la eleganza, la novità, la splendidezza, la nobiltà che ha in sé, ma perchè a modo d'Isocrate è pieno, ed adorno. Vi ha ancora de' suoi versi italiani, e molti e gravi, e succosi; per modo che se pur noi possiamo giudicare di tali cose, debbano tutti cedere al Bembo questa lode. Fra questi è una canzone in morte di Carlo suo fratello, della quale parmi poter dire con verità, che niuno mai pianse con tanta dolcezza, con tanta grazia, con tanto dolore, con quanto il Bembo in questi versi lamentò la morte del fratello. Scrisse in oltre alquanti volumi di lettere, lo stile delle quali so che da alcuno si reputa un po' troppo elevato; ma ciascuno giudica secondo il suo modo di sentire, e perciò è diffìcile piacere egualmente a tutti: imperocchè come dice Teognide poeta lodato da Platone

E quando tien la pioggia, e quando piove

Egualmente non piace a tutti Giove.

A me invero quavdo queste lettere ho poste a paragone con quante ne dettarono in antico i greci, e i latini parve che tenessero molto da quelle. Ma i più di noi abbiamo ancora le orecchie guaste da un certo contagio, ne uscimmo affetto ancora nè ci levammo dalla feccia del volgo. Conciosiachè la lingua italiana ha ancora diffetto di buoni scrittori, colla lettura de′ quali ripulire e purgare possa il giudizio degli uomini dell′oggidì; i quali, non avvezzi ad uno stile elegante ed adorno, non ne intendono, e non ne discernono la bellezza, anzi dallo stesso splendore percossi ne rimangono abbacinati.

E ciò è specialmente di coloro i quali non hanno mai usato, e studiato ai classici greci e latini, di modo che nè sanno portare nelle proprie scritture le bontà di quelli, nè possono apprezzarle nelle altrui. Queste opere scrisse il Bembo in italiano: in latino poi scrisse da giovane ad Angelo Gabrieli un poemetto intomo l′Etna; il qual lavoro da vecchio non approvò. Stampò ancora un libro intomo alla zanzara di Virgilio, e le commedie di Terenzio: in altro pure intorno Guidobaldo da Monte Feltro ed Elisabetta Gonzaga, indiritto a Nicolò Tiepolo: libro molto stimato da tutti i dotti, e levato a cielo da Gabriele Faerno uomo eruditissimo e giudice acutissimo di tali cose. Si hanno pure di lui alquanti Volumi di lettere famigliari, senza quelle che furono scritte a nome di Leone X, e in disparte una lettera a Giovanni Pico della Mirandola, la quale è quasi in modo di libro, intorno l′imitazione, ed è degnissima d'essere letta. Inoltre molti versi latini dolci ed eleganti, di guisa che' mi piacciano quasi al pari di quelli degli antichi poeti. Compose in fine con grande cura ed assiduità l′istoria della sua patria, la quale, avendo egli imitato il solo Cesare, riesce alquanto nuda, ma è sempre sommamente pura, e sempre elegante.

Pisauri die 4 iulii 1832.

VIDIT

Pro Ill.mo et R.mo Episcopo PHILIPPO MONACELLI

ANTONIUS CANONICUS COLI

Lect. Dogm. Theol. in Ven. Sem. Pisaur.

ac Exam. Pro-Synodalis.

S. O. Pisauri die 5 iulii 1832.

IMPRIMATUR

Pro Reverendiss. P. Inquisit. S. O. Pis.

PETRUS RAFFAELLI

 Appendice

Perchè ognuno conosca quanto Leone X amasse il Bembo mi piace di recar qui una lettera di quel Pontefice al Bembo stesso, colla quale lo dichiara della famiglia Medici.

LEONE PAPA X.

al diletto figliuolo salute ed apostolica benedizione.

Molti segni v'abbiamo mostrato del nostro paterno amore e benevolenza verso di voi; non però maggiore delli vostri meriti e virtù, de' quali dall′Altissimo siete stato copiosamente adornato: ma nondimeno subito ascesi per divina provvidenza al pontificato, immediate spontaneamente vi chiamassimo al carico di nostro segretario, e ci siamo sforzati di augumentarvi gli onori e dignità. Questo con l′aiuto di Dio faremo tanto più abbondantemente e con maggior, magnificenza onorando degnamente l′eccellenza del vostro ingegno e della vostra dottrina di cui pienamente e graziosamente siete dotato. Ed in quanto al carico di sepetario, tanto grande è la vostra fede, integrità ed industria, che in quello v'abbiamo dato per onore, e benefizio vostro, pare che abbiamo solo avuto riguardo al comodo, ed utile vostro, non alla dignità, ed interesse nostro; non potendosi intorno a detta carica desiderare in altri cosa alcuna, che non si trovi in voi pienamente corrispondente alla grandezza, e desiderio nostro. Onde quello, che ben spesso deve tenersi segreto liberamente, e volontieri a voi confidiamo; ed in quello che occorre trattare, negoziare e scrivere prudentemente esperimentiamo in voi destrezza, ed eloquenza di molta nostra soddisfazione. Perciò tirati per tante cause ad un paterno amore, ed inclinazione verso di voi quel che sperare, e desiderare dovete da noi a suo tempo vi sarà benignamente concesso. Intanto per verissimo testimonio di ciò, ed espressa dimostrazione della nostra benevolenza, desiderando legarvi a noi , ed alla nostra casa con maggiori legami di parentela, ed insieme accrescere ornamento grande alla vostra onorevolezza, ed in parte anco alla nostra famiglia di quale siamo; stimando essere cosa degna di principe aver per affini, e congiunti non meno quelli, che sono di nobili, e graziose virtù ripieni, che quelli che la natura ha dato per parenti di sangue; conciossiachè questo avvenga per caso, e quella per propria elezione del vostro giudizio, voi a noi per virtù, caro, e per amore congionto, riceviamo, e adottiamo nel nome, casa, e famiglia, e gente nostra. Concedendovi che possiate usare, e godere delli medesimi onori, privilegj, immunità, precedenze, preminenze che godono, ed usano tutti gli altri del nostro Sangue, e famiglia de′ Medici, e che possiate, e dobbiate chiamarvi, e intitolarvi Pietro Bembo de' Medici, e con il medesimo cognome esser chiamato, ed intitolato dagli altri: ed acciò che non solo con il nome, ma anco con altre memorie apparisca tanto più questa nostra adozione, vi concediamo che possiate in ogni lùteo usare l′arma della nostra famiglia, e comunicarla ancora agli altri vostri parenti della vostra medesima casa, e cognome in modo che la vostra antica arma, e de' vostri sia circondata dalle nostre sei palle in campo di color d'oro per chiara espressione della benevolenza colla quale vi abbracciamo nel seno della nostra carità paterna: esortandovi nel Signore, che con le medesime virtù, e meriti con li quali avete meritato un augumento non ordinario d'onore, e sì gran dimostrazione del nostro amore, operiate in modo, che prima ringraziando Iddio che tale vi ha fatto diventare, ed aqauistare tanta laude d'ingegno, bontà, e dottrina, che non sia onore benché grande, che conferendovisi non si stimi piuttosto degno premio della vostra virtù che segno dell'altrui liberalità; e poi servendo rettamente, e fedelmente come fate a noi ( la cui buona volontà avete già potuto conoscere, ed in avvenire ne proverete frutti più abbondanti ) non solo con quella fede che si deve verso un patrone, ma con quello amore, che si richiede verso un principe, affine, e congionto procuriate la nostra, ed insieme la vostra gloria, e dignità.

Data in Roma appresso S.Pietro sotto l'anello del Pescatore il primo di gennajo 1515 del nostro Pontificato l′anno secondo, a tergo.

Al diletto Figliuolo M. Pietro Bembo Medici Patrizio Veneto Segretario nostro domestico.

Note

__________________________

[1] Non vi è stonco italiano che non dia nelle lodi della repubblica di Venezia, come dì quella in cui stettero in bell'accordo la religione e la ragion di stato col bene del popolo. Ella godè di lunga prosperità, e tenne luogo assai cospicuo fra le Potenze italiane. Piacemi qui recare ciò che ne dice uno de' più grandi fra i moderni scrittori . … La repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche, Passò gran corso di secoli senza turbazioni; fu percossa da potentissime nazioni, trovossi fra guerre atroci, fra conquiste di popoli barbari, fra rivoluzioni orribili di genti: pure conservossi non solo salva in mezzo a tante tempeste, ma nemeno ebbe bisogno di alterar'gli ordini antichi: tanto perfetti erano i medesimi, e tanto si erano radicati per antichità. Pare a me, che più sapiente governo di quel di Venezia non sia stato mai, o che si riguardi la conservazione propria, o che si miri alla felicità di chi obbediva. Per questo non vi sorsero mai parti pericolose e per questo certe nuove opinioni non vi si temevano, perchè non vi si amavano, e forse ancora non vi si amavano, perchè non vi si temevano .». . . La provvidenza di lei era tale che e l′umanità vi trovava luogo, e le gentili discipline vi si proteggevano. Questa insigne repubblica però non potè scampare alle armi prepotenti degli stranieri, e nel 1797 cadde miseramente, e con eterna ignominia de' misleali oppressori, sotto la tirannide francese. Cosi fu serva, e peggio le sarebbe intervenuto se più a lungo fosse durato quell'obbrobrioso servaggio, e forse si sarebbero allora avverate le parole dello storico, ove dice: Così perì Venezia. Ora quando si dirà Venezia s'intenderà di Venezia serva; / e tempo verrà, e forse non è ancora lontano, in cui, quando si dirà Venezia si intenderà di rottami, e d′alge marine là dove sorgerva una città magnifica, maraviglia del mondo. Tali sono le opere Bonapartiane.

[2] Il Bembo non aveva più che otto anni, e crediamo alle notizie lasciateci dallo Zeno, delle quali in gran parte mi sono valso in queste noterelle, l′anno poi in cui Bernardo andò a Firenze fu il 1478, e tornò nel 1780.

[3] Primo il Bembo di tutti, osservando le regole della grammatica, e mettendo in opera gli ammaestramenti del bene, e artificiosamente scrivere, l′imitò ( il Petrarca ) da dovero, e rassomigliandosi a lui mostrò la piana e diritta via del leggiadramente e lodevolmente comporre nella lingua fiorentina. — Varchi nel Ercolano.

[4] Questo avvenne nell'anno 1498.

[5] Divenne il Bembo l'amico di uomini chiarissimi che allora erano in Ferrara, fra i quali basti annoverare Ercole Strozza, Antonio Tibaldeo, Giacomo Sadoleto, Alfonso d'Este figliuolo d′Ercole, i quali erano anch' essi come il Bembo sul fior dell′età.

[6] Li dedicò a Lucrezia Borgia, moglie del duca Alfonso con lettera 1. agosto 1504, e li stampò in appresso nel marzo, del i505 nelle case di Alda Romano a Venezia.

[7] Chiunque desidera conoscere la nobiltà della corte de' duchi d' Urbino a que'tempi non ha che a leggere il Cortigiano di Baldassar Cnstiglioni.

[8] Era primicerio di San Marco, e fu innalzato alla dignità episcopale nel 1391, o come altri vogliono, nel 2401.

[9] Fu Provveditore dell' armata Viniziana nel 1427.

[10] Fu ucciso nel 1473

[11] Provveditore dell'armata viniziana nella guerra contro i Turchi, si fe' di molto onore, ed ebbe solenni ricompense dalla repubblica.

[12] Morì li 30 decembre del 1503.

[13] Fu l′11 di marzo del 1513. Il Bembo così scrive sul finire della sua storia Venezia: Isque (Joannes Medices ) prius quam e conclavis exiret, Me, et Jacobum Sadoletum, qui Romæ tunc eramus, sibi ab epistolis abscivit,

[14] Perchè ognuno conosca quanto Leone X amasse il Bembo mi piace di recar qui una lettera di quel Pontefice al Bembo stesso, colla quale lo dichiara della famiglia Medici. (vedi Appendice)

[15] Il 1° di dicembre 1521.

[16] Creò Paolo III cinque cardinali, e per sesto fu il Bembo, nell'anno l538 il 20 di gennaio, ma questi non ebbe il viglietto di elezione che il 23 di aprile: giacché il papa ebbe molto a combattere con alcuni i quali non badando alla vita presente che era, religiosissima. e costumata, faceangli colpa della passate ed anche dei suoi versi amorosi.

[17] Anche Torquato Bembo ebbe poi una lapide in santa Maria sopra Minerva la quale dice così:

PIETRO • BEMBO . PATRICIO

VENETO OB • EJUS • SINGULARES

VIRTUTES • A - PAULO • III • PON. • MAX^

IN  . SACRUM . COLLEGIUM . COOPTATO

TORQVATUS . BEMBUS P.

OBIIT • XV - KAL • FEB. M • D • XLVII

VIX • AN  LXXVI • MEN . VII • D . XXVIII

Il cadavere del Bembo fu sepolto dopo l′altar maggiore in mezzo ai sepolcri di Leone X e di Clemente VII dai quali riconosceva principalmente la sua fortuna.

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