Pietro  Bembo

Gli Asolani

Edizione di riferimento

Pietro Bembo, Prose della volgar lingua, Gli Asolani, Rime, a cura di Carlo Dionisotti, TEA Tascabili Editori Associati, Milano 1997

Edizione telematica di Claudio Paganelli

Revisione, Edizione HTML e impaginazione di: Giuseppe Bonghi, Aprile 1999

TERZO  LIBRO

[3.I.] Non si può senza maraviglia considerare, quanto sia malagevole il ritrovare la verità delle cose che in quistion cadono tutto 'l giorno. Perciò che di quante, come che sia, può alcun dubbio nelle nostre menti generarsi, niuna pare che se ne veda sì poco dubbiosa, sopra la quale e in pro e in contro disputare non si possa verisimilmente, sì come sopra la contesa di Perottino e di Gismondo, nelli dinanzi libri raccolta, s'è disputato. E furono già di coloro, che, di ciò che venisser dimandati, prometteano incontanente di rispondere. Né mancarono ingegni, che in ogni proposta materia disputassero e all'una guisa e all'altra. Il che diede per aventura occasione ad alcuni antichi filosofi di credere, che di nulla si sapesse il vero e che altro già che semplice openione e stima avere non si potesse di che che sia. La qual credenza quantunque e in que' tempi fosse dalle buone scuole rifiutata, e ora non truovi gran fatto, che io mi creda, ricevitori, pure tuttavia è rimaso nelle menti d'infiniti uomini una tacita e comune doglianza incontro la natura, che ci tenga la pura midolla delle cose così riposta e di mille menzogne, quasi di mille buccie, coperta e fasciata. Per che molti sono che, disperando di poterla in ogni quistion ritrovare, in niuna la cercano e, la colpa alla natura portando, lasciata la cognizione delle cose, vivono a caso; altri poi, e vie più molti ancora ma di meno colpevole sentimento, i quali, dalla malagevolezza del fatto inviliti, o ad altrui credono ciò che ciascuno ne dice e, a qualunque sentenza udire sono quasi dall'onde portati, in quella sì come in uno scoglio si fermano, o essi ne cercano leggiermente e di quello, che più tosto viene loro trovato, contenti, non vanno più avanti. Ma de' primieri non è da farne lungo sermone, i quali a me sembrano a male recarsi che essi sieno nati uomini più tosto che fiere, poscia che eglino, quella parte che da esse ci discosta rifiutando, privano del suo fine l'animo e del nostro maggiore ornamento spogliano e scemano la loro vita. A quest'altri si può ben dire primieramente che egli non si dee così di leggiero a rischio dell'altrui erranza porre e mandar la sua fede, quando si vede che alcuni da particolare affezione sospinti, altri dalla instituzione della vita o dalla disciplina de' seguitati studi presi e quasi legati, a ragionare e a scrivere d'alcuna cosa si muovono, e non perché essi nel vero credano e stimino che così sia (senza che sì suole egli eziandio non so come alle volte avenire che, o parlando o scrivendo d'alcuna cosa, ci sott'entra nell'animo a poco a poco la credenza di quello medesimo, che noi trattiamo); e poi, che egli non basta, poscia che essi ne cercano, leggiermente cercarne e d'ogni primo trovamento contentarsi; perciò che se a gli altri, che ne hanno cerco, non si dee subitamente credere tutto quello che essi ne dicono, perché si sono ingannar potuti, né a noi doveremo credere subitamente, che ingannare altresì ci possiamo; e sì ancora perciò che la debolezza de' nostri giudicii è molta, e di poche cose aviene che una prima e non molto considerata e con lunghe disputazioni essaminata openione sia ben sana. Che se alla debolezza de' nostri giudicii s'aggiugne la oscurità del vero, che naturalmente pare che sia in tutte le cose, vedranno chiaro questi cotali niuna altra differenza essere tra essi e quelli che di nulla cercano, che sarebbe tra chi, assalito da contrari venti sopra il nostro disagevole porto, non sperando di poterlo pigliare, levasse dal governo la mano e del tutto in loro balìa si lasciasse, né di porto né di lito procacciando, e chi, con speranza di doverlo poter pigliare, pure al terreno si piegasse, ma dove fossero i segni che la entrata dimostrano non curasse di por mente. La qual cosa non faranno quegli uomini e quelle donne che me ascolteranno; anzi, quanto essi vedranno essere e maggiore la oscurità nelle cose e ne' nostri giudicii minore e meno penetrevole la veduta, tanto più né a gli altri quistionanti ogni cosa crederanno, senza prima diligente considerazione avervi sopra, né, quando del vero in alcun dubbio cercheranno, appagheranno se stessi per cercarne poco, e meno a quello, che trovato averanno ne' primi cercari, comunque loro paia potersene sodisfare, si terranno appagati, estimando che se più oltre ne cercheranno, altro ancora ne troverranno, come quel tanto hanno fatto, che più loro sodisfarà. Né essi della natura si verran dolendo, come quelli fanno, perciò che ella non ci abbia in aperto posta la verità delle conoscibili cose, quando ella né l'argento, né l'oro, né le gemme ha in palese poste, ma nel grembo della terra per le vene de gli aspri monti e sotto la rena de' correnti fiumi e nel fondo de gli alti mari, sì come in più segreta parte, sotterate. Che se ella questi più cari abbellimenti della nostra caduca e mortal parte ha, come si vede, nascosi, che dovea ella fare della verità, non bellezza solamente e adornamento, ma luce e scorta e sostegno dell'animo, moderatrice de' soverchievoli disii, delle non vere allegrezze, delle vane paure discacciatrice e delle nostre menti ne' suoi dolori serenatrice e d'ogni male nimica e guerriera? Le cose da ogniuno agevolmente possedute sono a ciascuno parimente vili, e le rare giungono vie più care. Quantunque io stimo che saranno molti che mi biasimeranno in ciò, che io alla parte di queste investigazioni le donne chiami, alle quali più s'acconvenga ne gli uffici delle donne dimorarsi, che andare di queste cose cercando. De' quali tuttavia non mi cale. Perciò che se essi non niegano che alle donne l'animo altresì come a gli uomini sia dato, non so io perché più ad esse che a noi si disdica il cercare che cosa egli sia, che si debba per lui fuggire, che seguitare; e sono queste tra le meno aperte quistioni, e quelle per aventura d'intorno alle quali, sì come a perni, tutte le scienze si volgono, segni e berzagli d'ogni nostra opera e pensamento. Che se esse tuttavolta a quegli uffici, che diranno que' tali esser di donna, le loro convenevoli dimore non togliendo, ne gli studi delle lettere e in queste cognizioni de' loro otii ogni altra parte consumeranno, quello che alquanti uomini di ciò ragionino non è da curare, perciò che il mondo in loro loda ne ragionerà quando che sia. E ora le quistioni eziandio di Lavinello, il terzo giorno a maggior corona, che quelle de' suoi compagni non furono, recitate, ascoltiamo.

[3.II.] Perciò che, cercandosi il dì dinanzi delle tre donne per quelle che dimorar con esso loro soleano, nello andare che elle fecero nelle feste, e trovato che elle erano nel giardino e la cagione risaputasi, pervenne la novella di bocca in bocca a gli orecchi della Reina, la quale ciò udendo e sentendo che belle cose si ragionavano tra quella brigata, ma più avanti di loro non sapendole perciò alcuna ben dire, mossa dal chiaro grido che i tre giovani aveano di valenti e di scienziati, ne le prese talento di volere intendere quali stati fossero i loro ragionamenti. Per che la sera, poscia che festeggiato si fu e cenato e confettato, né altro attendendosi che quello che la Reina commandasse, avendo ella tra le più vicine a sé madonna Berenice, il viso e le parole verso lei dirizzando lietamente disse: - Chente v'è paruto il nostro giardino, madonna Berenice, questi dì, e che ce ne sapete dire? perciò che noi abbiamo inteso che voi con vostre compagne vi sete stata.

- Molto bene, Madama - rispose la donna, al dire di lei levatasi inchinevolmente. - Egli m'è paruto tale, quale bisognava che egli mi paresse, essendo di Vostra Maestà -.

E quivi dettone quello che dir se ne poteva cortesemente, e talvolta il testimonio di Lisa e di Sabinetta mescolandovi, che molto lontane non l'erano, fece tutte l'altre donne, che l'udivano e veduto non l'aveano, in maniera disiderose di vederlo, che loro si facea già tardi che la Reina si levasse, per potervi poi andare quella sera ancora col giorno, il quale tuttavia di gran passo s'inchinava verso il Marrocco per nascondersi. Ma la Reina leggiermente avedutasene, poi che madonna Berenice si tacque: - Nel vero - disse - egli ci suole essere di diporto e di piacere assai. E perciò che buoni dì sono che noi non vi siamo state, e queste donne per aventura piglierebbono un poco d'aria volentieri, noi vi potemo andare tutte ora per lo fresco -.

E così levatasi e presa per mano madonna Berenice, con tutte l'altre scesa le scale e nel bel giardino entrata, lasciatene molte andare chi qua chi là sollazzandosi, con lei ad una delle belle finestre riguardanti sopra lo spazievole piano si pose a sedere e sì le disse: - Voi ci avete ben detto di questo giardino molte cose, le quali noi sapevamo, come che voi ce l'avete fatte maggiori che elle non sono. Ma de' vostri ragionamenti, che fatti v'avete, de' quali niuna cosa sappiamo e nondimeno intendiamo che sono suti così belli e così vaghi, non ci avete perciò detto cosa niuna. Fatecene partecepa, ché egli ci sarà caro -. Per che ella non sapendo come negargliele e, dopo altre parole e dopo molte lode date a' tre giovani, fatta dolcemente sua scusa, che ella pure a ripensare tra se stessa il tutto di tanti e tali ragionamenti non si sarebbe di leggiero arrischiata, non che di raccontargli a Sua Maestà si fosse tenuta bastante, dalla maggioranza data primieramente a Gismondo e dalla sua cagione cominciatasi, non ristette prima di dire, che ella, tutte le parti de' sermoni di Perottino e di quelli di Gismondo brievemente raccogliendo, la somma delle loro questioni al meglio che ella seppe le ebbe isposta, avendo sempre risguardo che come donna e come a Reina gli esponea. La Reina, uditola e parendole la macchia e l'ombra aver veduta di belle e convenevoli dipinture, sentendo che Lavinello avea a dire il dì seguente, si dispose di volerlo udire ancora essa e d'onorare sì bella compagnia, quel dì che ella potea, con la sua presenza; e dissegliele. Il che alla donna fu molto caro, parendole che, se la Reina vi venisse, ogni materia dovesse potere essere tolta via a chiunque di così fatti ragionamenti e di tale dimora fosse venuto in pensiero di parlarne meno che convenevolmente. Erasi già col fine delle parole di madonna Berenice ogni luce del dì partita dal nostro hemispero, e le stelle nel cielo aveano cominciato a riprendere da ogni parte la loro; per che, con quella di molti torchi, la Reina e l'altre donne, risalite le scale, s'andarono alle loro camere per riposarsi. Nelle quali come fu con le sue compagne madonna Berenice, detto loro ciò che con la Reina ragionato avea tanta ora e il suo pensiero, mandarono di presente per li tre giovani; i quali venuti, disse madonna Berenice a Lavinello: - Lavinello, egli t'è pure venuto fatto quello, di che oggi Gismondo ti minacciò: sappi che ti converrà dire in presenza di madonna la Reina domane. - E fatto loro intendere come la cosa era ita e alquanto sopra ragionatone, licenziatigli, a' bisogni della notte e al sonno diedero le sue ore.

[3.III.] Ma venuto il dì e desinatosi e ciascuno alle sue dimore ritornato, presa la Reina quella compagnia di donne e di gentili uomini, che le parve dover pigliare, con le tre donne e co' tre giovani n'andò nel giardino e, messasi ancor lei a sedere sopra la verde e dipinta erbetta all'ombra de gli allori, come l'altre, in su due bellissimi origlieri, che quivi posti dalle sue damigielle l'aspettavano, e ciascuno altro delle donne e de gli uomini secondo la loro qualità, chi più presso di lei e chi meno, rassettatisi, altro che il dire di Lavinello non s'attendeva: il quale, fatta riverenza alla Reina, incominciò: - Poscia che io intesi, Madonna, esser piacere di Vostra Maestà che io in presenza di voi ragionassi quello, che alla picciola nostra brigata di questi due dì avere a ragionare mi credea, stetti buona pezza sopra me, alla debolezza del mio ingegno e all'importanza delle cose propostemi e al convenevole di Vostra Altezza ripensando; e pareami avere mal fatto quando io, alle nostre donne e a' miei compagni promettendo di dire, accettai questo peso. Perciò che, quantunque io allora estimassi come che sia poter per aventura sodisfare al loro disio, nondimento tosto che io mi pensai che le mie parole alle vostre orecchie doveano pervenire, e la imagine di voi mi posi innanzi, subitamente e le mie forze più brievi e la materia più ampia essere m'apparvono d'assai, che elle non m'erano per lo adietro parute. Per che io mi tenni essere a stretto partito infino a tanto che, all'infinita vostra naturale umanità rivolto il pensiero, da lei confortato ripresi animo, estimando di non dover potere errare ubidendovi, perciò che io d'ogni mio possibile fallo ne la conoscea vie maggiore. Oltre che poi, più altre parti d'intorno a questo fatto considerate, compresi che se la fortuna, avendo risguardo alla grandezza delle cose che dir si poteano, avea loro maggiore ascoltatrice e più alta giudice apparecchiata, ciò a me non dovea essere discaro, quando da voi e perdono, dove io errassi, e aiuto, dove io mancassi, venire abondevolmente mi potea e non altro. Senza che, se io risguardo più avanti, buona arra mi può esser questa di dovere ancora poter vincere la presente quistione da Gismondo propostaci, e da lui e da Perottino disputata, il vedere allo ascoltamento de' miei amorosi ragionamenti datami la Reina di Cipri, la qual cosa non avenne de gli loro. Vagliami adunque il così preso di voi augurio, Madonna, in quella parte che io il prendo, e aspiri ora in ciò che io debbo dire il dolce raggio della vostra salutevole assidenza, nell'ampio favor della quale distendendo le sue ali il mio picciolo e pauroso ardire, con buona licenza di voi io incomincierò.

[3.IV.] Comportevoli poteano essere amendue le openioni, Madonna, hieri a voi dalle nostre donne e loro questi giorni da' miei compagni recitate, e di volontà si sarebbe la lor lite terminar potuto senza nuovo giudicio alcuno, se, l'uno dalla noia e l'altro dalla gioia, che essi amando sentono, sollecitati, la giusta misura nel giudicare passata non avessero e la libertà del dire portata ciascuno in troppo stretto e rinchiuso luogo. Perciò che, per comprendere in brieve spazio tutto quello in che essi occuparono lunga ora, se, come hanno voluto dimostrarci, l'uno che Amore sempre è reo, né può esser buono, e l'altro che egli sempre è buono, né può reo essere, avessero così detto che egli è buono e che egli è reo, e oltre a.cciò non si fossero iti ristrignendo, di meno si sarebbe potuto fare di dare ora questo disagio a Vostra Maestà d'ascoltarmi. Perciò che nel vero così è, che Amore, di cui ragionato ci s'è, può essere e buono e reo, sì come io m'accostarò di far lor chiaro. E quantunque, di queste loro tali e così fatte openioni, manifestamente ne segua convenirsi di necessità confessare che almeno l'una non sia vera, perciò che esse tra sé si discordano, non pertanto eglino sopra ciò in cotal guisa le vele diedero de i loro ragionamenti, che senza fallo e l'una e l'altra sono potute a gli ascoltanti parer vere, o almeno quale sia la men vera sciorre non si può agevolmente; il che tuttavia che amendue sieno false non è picciol segno, con ciò sia cosa che la verità, quando ella è tocca, saglie quasi favilla fuori delle bugie, subitamente manifestandosi a chi vi mira. E certo molte cose hae raccolte Perottino, molte novelle, molti argomenti recati per dimostrarci che Amore sempre è amaro, sempre è dannoso; molti dall'altra parte Gismondo in farci a credere che egli altro che dolcissimo e giovevolissimo essere non possa giamai. L'uno doglioso, l'altro festoso è stato. Quegli piangendo ha fatto noi piagnere, questi motteggiando ci ha fatti ridere più volte. E mentre che in diverse maniere ciascuno e con più amminicoli s'è ingegnato di sostentare la sua sentenza, dove gli altri per trarne il vero disputano, che in dubbio sia, essi con le loro dispute l'hanno posto in quistione dove egli non v'era. Ora non aspettino i miei compagni che io a ciascuna parte m'opponga delle loro contese, che sono per lo più di soverchio. Io di tanto con loro garreggierò, di quanto fie bastevole a fargli racconoscenti delle loro torte e mal prese vie.

[3.V.] Dico adunque, Madonna, che con ciò sia cosa che Amore niente altro è che disio, il quale come che sia d'intorno a quello che c'è piaciuto si gira, perciò che amare senza disio non si può, o di goder quello che noi amiamo o d'altramente goderne, che noi non godiamo, o di goderne sempre, o di bene, che noi con la volontà all'amate cose cerchiamo; e disio altro non è che amore, perciò che disiderare cosa che non s'ami non è di nostra possa, né può essere in alcun modo: ogni amore e ogni disio sono quel medesimo e l'uno e l'altro. E questi sono in noi di due maniere solamente, o naturali o di nostra volontà. Naturali sono, sì come è amare il vivere, amare lo intendere, amare la perpetuagione di se medesimi, i figliuoli, e le giovevoli cose che la natura senza mezzo alcuno ci dà, e sempre durano e sono in tutti gli uomini ad un modo. Di nostra volontà sono poi quegli altri, che in noi separatamente si creano, secondo che essa volontà, invitata da gli obbietti, muove a disiderare or uno or altro, or questa cosa or quella, or molto or poco; e questi disii e scemano e crescono, e si lasciano e si ripigliano, e bastano e non bastano, e in quest'animo d'una maniera e in quello sono d'altra, sì come noi medesimi vogliamo e acconci siamo a dar loro ne' nostri animi alloggiamento e stato. Ma non a ventura né a caso ci furono così date queste guise di disii, Madonna, che io vi ragiono, anzi con ordinato consiglio di chiunque s'è colui, che è di noi e di tutte le cose prima e verissima cagione. Perciò che volendo egli che la generazion de gli uomini, sì come anco quelle de gli altri animali, s'andasse col mondo perpetuando, ricoverandosi di tempo in tempo, s'avide essere di necessità crear in tutti noi altresì, come in loro, questo amor di vita, che io dissi, e de' figliuoli e delle cose che giovano e fanno a nostro migliore e più perfetto stato; il quale amore se stato non fosse, sarebbe co' primi uomini la nostra spezie finita, che ancor dura. Ma perciò che, avendoci esso a maggiori cose e a più alto fine creati, che fatto gli altri animali non avea, aggiunse ne' nostri animi le parti della ragione, fu di mestiero, acciò che ella in noi vana e oziosa non rimanesse, che egli la volontà, che io dissi, eziandio aggiugnesse in noi libera e di nostro arbitrio, con la quale e disiderare e non disiderare potessimo d'intorno alle altre cose, secondo che a noi venisse parendo il migliore. Così aviene che nelle naturali e primiere nostre voglie tutti amiamo e disideriamo ad un modo, sì come fanno gli altri animali medesimi, i quali procacciano di vivere e di bastare al meglio che essi possono ciascuno; ma nelle altre non così, perciò che io tale ne potrò amare, che non amerà Perottino, e tale amerà egli, che io per aventura non amerò, o egli molto l'amerà, dove io l'amerò poco. Ora è da saper quello di che hieri Gismondo ci ragionò, che, perciò che la natura non s'inganna, i disii, che naturali sono, sono similmente buoni sempre, né possono rei essere in alcuna maniera giamai; ma gli altri, il che non ci ragionò già hieri Gismondo, perciò che la nostra volontà può ingannarsi, e più sovente il fa che io non vorrei, e buoni e rei esser possono altresì, come sono i fini a cui ella dirizza il disio. E di questa maniera di disii è quello di cui ci propose il ragionare Gismondo, e il quale Amore generalmente chiamano le genti tutto dì, e per lo quale noi Amanti comunemente ci chiamiamo; con ciò sia cosa che secondo l'arbitrio di ciascuno amiamo e disamiamo, e diversamente amiamo, e non necessariamente sempre e tutti quel medesimo e ad un modo, sì come aviene ne' naturali disii. Per che egli e buono e reo esser può, secondo la qualità del fine che dalla nostra volontà gli è dato. Quantunque Gismondo per sostegno delle sue ragioni, che cadeano, co' naturali disii ne 'l mescolasse, volendoci dimostrar per questo che egli buono fosse sempre, né potesse malvagio essere in alcun tempo. Perciò che chi non sa che se io gentile e valorosa donna amerò e di lei lo 'ngegno, l'onestà, la cortesia, la leggiadria e l'altre parti dell'animo, più che quelle del corpo, né quelle del corpo per sé, ma in quanto di quelle dell'animo sono fregio e adornamento, chi non sa, dico, che se io così amerò, il mio amore sarà buono, perciò che buona sarà la cosa da me amata e disiderata? E allo 'ncontro, se io ad amare disonesta e stemperata donna mi disporrò, o pure di casta e di temperata quello, che suole essere obbietto d'animo disonesto e stemperato, come si potrà dire che tale amore malvagio e fello non sia, con ciò sia cosa che quello che si cerca è in se medesimo fello e malvagio? Certo, sì come a chi in quella guisa ama, le più volte aviene che quelle venture lo seguono, che ci disse Gismondo che seguivano gli amanti: risvegliamento d'ingegno, sgombramento di sciocchezza, accrescimento di valore, fuggimento d'ogni voglia bassa e villana e delle noie della vita in ogni luogo in ogni tempo dolcissimo e salutevolissimo riparo, così a chi in questa maniera disia, altro che male avenire non gliene può, perciò che bene spesso quell'altre sciagure lo 'ncontrano, nelle quali ci mostrò Perottino che incontravano gli amanti, cotante e così gravi: scorni, sospetti, pentimenti, gielosie, sospiri, lagrime, dolori, manchezza di tutte le buone opere, di tempo, d'onore, d'amici, di consiglio, di vita e di se medesimo perdezza e distruggimento.

[3.VI.] Ma non credere tuttavia, Gismondo, perciò che io così parlo, che io per aventura stimi buono essere lo amare nella guisa che tu ci hai ragionato. Io tanto sono da te, quanto tu dalla verità lontano, dalla quale ti discosti ogni volta che fuori de' termini de' duo primi sentimenti e del pensiero ti lasci dal tuo disiderio traportare, e di loro amando non stai contento. Perciò che è verissima openione, a noi dalle più approvate scuole de gli antichi diffinitori lasciata, nulla altro essere il buono amore che di bellezza disio. La qual bellezza che cosa è se tu con tanta diligenza per lo adietro avessi d'intendere procacciato, con quanta ci hai le parti della tua bella donna voluto hieri dipignere sottilmente, né come fai ameresti tu già, né quello, che ti cerchi amando, aresti a gli altri lodato come hai. Perciò che ella non è altro che una grazia che di proporzione e di convenenza nasce e d'armonia nelle cose, la quale quanto è più perfetta ne' suoi suggetti, tanto più amabili essere ce gli fa e più vaghi, e è accidente ne gli uomini non meno dell'animo che del corpo. Perciò che sì come è bello quel corpo, le cui membra tengono proporzione tra loro, così è bello quello animo, le cui virtù fanno tra sé armonia; e tanto più sono di bellezza partecipi e l'uno e l'altro, quanto in loro è quella grazia, che io dico, delle loro parti e della loro convenenza, più compiuta e più piena. È adunque il buono amore disiderio di bellezza tale, quale tu vedi, e d'animo parimente e di corpo, e a lei, sì come a suo vero obbietto, batte e stende le sue ali per andare. Al qual volo egli due finestre ha: l'una, che a quella dell'animo lo manda, e questa è l'udire; l'altra, che a quella del corpo lo porta, e questa è il vedere. Perciò che sì come per le forme, che a gli occhi si manifestano, quanta è la bellezza del corpo conosciamo, così con le voci, che gli orecchi ricevono, quanta quella dell'animo sia comprendiamo. Né ad altro fine ci fu il parlare dalla natura dato, che perché esso fosse tra noi de' nostri animi segno e dimostramento. Ma perciò che il passare a' loro obbietti per queste vie la fortuna e il caso sovente a' nostri disiderii tôr possono, da loro, sì come spesso aviene, lontanandoci, ché, come tu dicesti, a cosa, che presente non ci sia, l'occhio né l'orecchio non si stende, quella medesima natura, che i due sentimenti dati n'avea, ci diede parimente il pensiero, col quale potessimo al godimento delle une bellezze e delle altre, quandunque a noi piacesse, pervenire. Con ciò sia cosa che, sì come ci ragionasti tu hieri lungamente, e le bellezze del corpo e quelle dell'animo ci si rappresentano col pensarvi, e pìgliassene, ogni volta che a noi medesimi piace, senza alcuno ostacolo godimento. Ora, sì come alle bellezze dell'animo aggiugnere né fiutando, né toccando, né gustando non si può, così non si può né più né meno eziandio a quelle del corpo, perciò che questi sentimenti tra le siepi di più materiali obbietti si rinchiudono, che non fanno quegli altri. Che perché tu fiutassi di questi fiori o la mano stendessi tra quest'erbe o gustassine, bene potresti tu sentire quale di loro è odorante, quale fiatoso, quale amaro, quale dolce, quale aspero, quale morbido, ma che bellezza sia la loro, se tu non gli mirassi altresì, mica non potresti tu conoscere, più di quello che potesse conoscere un cieco la bellezza d'una dipinta imagine, che davanti recata gli fosse. Per che se il buono amore, come io dissi, è di bellezza disio, e se alla bellezza altro di noi e delle nostre sentimenta non ci scorge che l'occhio e l'orecchio e il pensiero, tutto quello che è da gli amanti con gli altri sentimenti cercato, fuori di ciò che per sostegno della vita si procaccia, non è buono amore, ma è malvagio; e tu in questa parte amatore di bellezza non sarai, o Gismondo, ma di sozze cose. Perciò che sozzo e laido è l'andare di que' diletti cercando, che in straniera balìa dimorano e avere non si possono senza occupazione dell'altrui e sono in se stessi e disagevoli e nocenti e terrestri e limacciosi, potendo tu di quelli avere, il godere de' quali nella nostra potestà giace e godendone nulla s'occupa, che alcuno tenga proprio suo, e ciascuno è in sé agevole, innocente, spiritale, puro. Questi bastava che tu hieri ci avessi lodati, o Gismondo, questi potrai tu ad ogni tempo con le prose e con le rime inalzare, ché sopra il convenevole senza fallo alcuno essi giamai non saranno inalzati. Di quegli altri se tu pure ragionar ci volevi, biasimandogli a tuo potere e avallandogli dovevi tu farlo, che il buono amore aresti lodato acconciamente in questa guisa, dove tu l'hai sconciamente in quella maniera vituperato. Il quale, perciò che grande idio si dice essere, io ti conforterei, Gismondo, che tu ora il contrario facessi in amenda del tuo errore, di quello che fe' già Stesicoro ne gli antichi tempi in amenda del suo; perciò che, avendo egli co' suoi versi la greca Helena vituperata, e fatto per questo cieco, da capo in sua loda ricantandone, tornò sano; così tu oggi contrariamente tanto di loro ci rifavellassi disprezzandogli, quanto tu hieri ci hai apprezzandogli ragionato, e sì riaverai tu la luce del diritto giudicio, che hai perduta. -

[3.VII.] Tacque Lavinello così un poco, detto che egli ebbe infin qui, e, come aviene che si fa ragionando, sostatosi, ricoglieva spirito per riparlare, quando la Reina, soavemente alquanto sopra sé recatasi, così a.llui con sereno aspetto cominciò, e disse: - Bene avete fatto, Lavinello, per certo a sovenirci ora di quello, poeti e versi ricordandoci, di che per aventura la vaghezza de' vostri ragionamenti, tacendol voi, ci arebbe tenuta obliosa. Perciò che, avendo i vostri compagni, sì come noi abbiamo inteso, tra gli loro ragionamenti di questi dì cotante e così belle rime mescolate, che le vostre donne udite hanno, non volete ancor voi ora alcuna delle vostre mescolare e tramettere in questi parlari, che noi eziandio ascoltiamo, poscia che le loro non abbiamo ascoltate?

- Se io rime avessi, Madonna, - rispose con riverente fronte Lavinello - le quali di tanto fossero di quelle de' miei compagni più vaghe, di quanto sete voi delle nostre donne maggiore, io per aventura potrei oggi senza biasimo d'arroganza recitarne alcuna, sì come essi fecero hieri e dianz'hieri le molte loro, che voi dite. Ma io non le ho pure di gran lunga al nostro picciolo primier cerchio bastevoli, non che elle ardissero di lasciarsi in così ampio teatro, quale la vostra presenza è, in alcuna guisa sentire. Per che piaccia più tosto a Vostra Maestà di non mi porre addosso quel peso, che io portar non posso.

- Voi di troppo ci onorate - riprese la Reina - con la vostra grande umanità, e le vostre donne si potranno di voi dolere, le quali noi come sorelle onoriamo. Ma, lasciando ciò andare, voi di certo ci fareste ingiuria, se di quello non voleste rallegrarci, di che hanno i vostri compagni le loro ascoltatrici rallegrate e di che tuttavia sentiamo che sete abondevole e dovizioso ancor voi -.

Per la qual cosa non trovando Lavinello via come onestamente ricusare gliele potesse, dopo altre parole, sì di madonna Berenice, che la Reina cortesemente pregava che al tutto lo facesse dire alcuna canzone, e sì di Gismondo, che diceva che egli n'era maestro, esso così disse: - Io dirò, Madonna, poi che così piace a Vostra Maestà; e dirò pure come io potrò, e poscia che a questo fare mi chiamate ora, che io delle tre innocenti maniere di diletti che bene amando si sentono, vi ragionava, quello di loro, che tre mie canzoni nate ad un corpo ne raccogliessero già, in parte vi racconterò, acciò che io così, più tosto questo rischievole passo valicato, l'altra parte de' miei ragionamenti possa con più sicuro piede fornire. - E ciò detto, così incominciò la primiera:

[3.VIII.]

Perché 'l piacer a ragionar m'invoglia,

E di sua propria man mi detta Amore,

Né da l'un, né da l'altro ardisco aitarmi;

Sgombrimisi del petto ogni altra voglia,

E sol questa mercede appaghi il core,

Tanto ch'io dica e possa contentarmi;

C'aver dinanzi sì bel viso parmi,

Sì pure voci e tanto alti pensieri,

Che, perch'io mai non speri

Per forza di mio ingegno o per altr'arte,

Cose leggiadre e nove,

Che 'n mill'anni volgendo il ciel non piove,

Qual'io le sento al cor, stender in carte,

Pur le mie ferme stelle

Portan ad or ad or ch'io ne favelle.

Era ne la stagion che 'l ghiaccio perde

Da le viole, e 'l sol cangiando stile

La faccia oscura a le campagne ha tolta,

Quando tra 'l bel cristallo e 'l dolce verde

Mi corse al cor la mia donna gentile,

Che correr vi dovea sol una volta.

Mia ventura in quel punto avea disciolta

La treccia d'oro, e quel soave sguardo,

Lieto, cortese e tardo,

Armavan sì felici e cari lumi,

Che quant'io vidi poi,

Vago amoroso e pellegrin fra noi,

Rimembrando di lor, tenni ombre e fumi;

E dicea fra me stesso:

Amor senz'alcun dubbio è qui da presso.

Ben diss'io 'l ver, che come 'l dì col sole,

Così con la mia donna Amor ven sempre,

Che da' begli occhi mai non s'allontana;

Poi senti' ragionando dir parole

E risonar in sì soavi tempre,

Che già non mi sembiâr di lingua umana:

Correa da parte una chiara fontana,

Che vide l'acque sue quel dì più vive

Avanzar per le rive,

E 'ncontro i raggi de le luci sante

Ogni ramo inchinarsi

Del bosco intorno e più frondoso farsi,

E fiorir l'erbe sotto le sue piante,

E quetar tutti i venti

Al suon de' primi suoi beati accenti.

      Quante dolcezze con amanti unquanco

Non eran state certo infin quel giorno,

Tutte fûr meco, e non la scorsi apena:

Vincea la neve il vestir puro e bianco

Dal collo a' piedi, e 'l bel lembo d'intorno

Avea virtù da far l'aria serena;

L'andar toglieva l'alme a la lor pena

E ristorava ogni passato oltraggio;

Ma 'l parlar dolve e saggio,

Che m'avea già da me stesso diviso,

E i begli occhi e le chiome,

Che fûr legami a le mie care some,

De le cose parean di paradiso

Scese qua giuso in terra,

Per dar al mondo pace e torli guerra.

Deh se per mio destin voci mortali,

E son di donna pur queste bellezze,

Beato chi l'ascolta e chi la mira;

Ma se non son, chi mi darà tante ali

Ch'io segua lei, s'aven ch'ella non prezze

Di star là 've si piagne e si sospira?.

Così pensava, e 'n quanto occhio si gira,

Vidi un che 'l dolce volto dipingea

Parte, e parte scrivea

Ne l'alma dentro le parole e 'l suono,

Dicendo: Queste omai

Penne da gir con lei tu sempre arai.

Alor mi scossi e, qual io qui mi sono,

Tal la mia donna bella

M'era nel petto in viso e in favella.

      Rimanti qui, canzon, poi che de l'alto

Mio tesoro infinito

Così poveramente t'hai vestito.

[3.IX.] Detta questa canzone, volea Lavinello a' suoi ragionamenti ritornare, ma la Reina, che del suo dire di tre canzoni nate ad un corpo non s'era dimenticata, essendonele questa piaciuta, volle che egli eziandio alle altre due passasse, onde egli la seconda in questa guisa incominciando seguitò, e disse:

Se ne la prima voga mi rinvesca

L'anima desiosa, e pur un poco

Per levarmi da lei l'ale non stende,

Meraviglia non è, di sì dolc'esca

Movono le faville e nasce il foco,

Ch'a ragionar di voi, donna, m'accende.

Voi sete dentro, e ciò che fuor risplende

Esser altro non pò che vostro raggio;

Ma perch'io poi non aggio

In ritrarlo ad altrui le rime accorte.

Ben ha da voi radice

Tutto quel che per me se ne ridice.

Ma le parole son debili e corte;

Che se fosser bastanti,

Ne 'nvaghirei mille cortesi amanti.

Però che da quel dì, ch'io feci imprima

Seggio a voi nel mio cor, altro che gioia

Tutto questo mio viver non è stato;

E se per lunghe prove il ver s'estima,

Quantunque ch'io mi viva o ch'io mi moia,

Non spero d'esser mai se non beato,

Sì fermo è 'l piè del mio felice stato.

E certo sotto 'l cerchio de la luna

Sorte gioiosa alcuna,

E un ben, quanto 'l mio, non si ritrova;

Ché s'altri è lieto alquanto,

Immantenente poi l'assale il pianto;

Ma io non ho dolor che mi rimova

Da la mia festa pura,

vostra mercé, Madonna, e mia ventura.

E se duro destin a ferir viemmi

Con più forza talor, di là non passa

Da la spoglia, ond'io vo caduco e frale;

Ché 'l piacer, di che Amor armato tiemmi,

Sostiene il colpo e gir oltra no 'l lassa,

Là 've sedete voi, che 'l fate tale.

Però s'io vivo a tempo, che mortale

Fora ad altrui, non è per proprio ingegno:

Io per me nacqui un segno

Ad ogni stral de le sventure umane;

Ma voi sete il mio schermo,

E perch'io sia di mia natura infermo,

Sotto 'l caso di me poco rimane.

Lasso, ma chi pò dire

Le tante guise poi del mio gioire?

Che spesso un giro sol de gli occhi vostri,

Una sol voce in allentar lo spirto

Mi lassa in mezzo 'l cor tanta dolcezza,

Che no 'l porian contar lingue né inchiostri;

Né così 'l verde serva lauro o mirto,

Com'ei le forme d'ogni sua vaghezza;

E ho sì l'alma a questo cibo avezza,

Ch'a lei piacer non pò, né la desvia

Cosa che voi non sia

O col vostro penser non s'accompagne,

E quando il giorno breve

Copre le rive e le piagge di neve,

E quando 'l lungo infiamma le campagne,

E quando aprono i fiori,

E quando i rami poi tornan minori.

Gigli, calta, viole, acanto e rose

E rubini e zafiri e perle e oro

Scopro, s'io miro nel bel vostro volto.

Dolce armonia de le più care cose

Sento per l'aere andar e dolce coro

Di spiriti celesti, s'io v'ascolto.

Tutto quel che diletta, inseme accolto

E posto col piacer, che mi trastulla

Se di voi penso, è nulla.

Né giurerei ch'Amor tanto s'avanzi

Perc'ha la face e l'arco,

Quanto per voi, mio prezioso incarco;

E or me 'l par veder, ch'a voi dinanzi

Voli superbo e dica:

Tanto son io, quanto m'è questa amica.

Né tu per gir, canzon, ad altro albergo,

Del mio ti partirai,

Se quanto rozza sei conoscerai.

[3.X.] E poi di questa passò Lavinello eziandio alla terza senza dimora, e disse:

      Dapoi ch'Amor in tanto non si stanca

Dettarmi quel, ond'io sempre ragioni,

E 'l piacer più che mai dentro mi punge,

Ancor dirò; ma se dal vero manca

La voce mia, Madonna il mi perdoni,

Che 'n tutto dal nostr'uso si disgiunge.

E come salirei dov'ella aggiunge,

Io basso e grave e ella alta e leggera?

Basti matino e sera

L'alma inchinarle, quanto si convene,

E qualche pura scorza

Segnar, alor che 'l gran desio mi sforza,

Del suo bel nome, e le più fide arene,

Acciò che 'l mar la chiami

E ogni selva la conosca e ami.

Questo faccia il desir in parte sazio,

Che vorria alzarsi a dir de la mia donna;

Ma tema di cader lo tene a freno.

E se per le sue lode unqua mi spazio,

Ch'è ben d'alto valor ferma colonna,

Non è però ch'io creda dirne a pieno.

Ma perch'altrui lo mio stato sereno

Cerco mostrar, che sol da lei deriva,

Forza è talor ch'io scriva

Com'ogni mio pensier indi si miete:

O di quella soave

Aura, che del mio cor volge la chiave,

O pur di voi, che 'l mio sostegno sete,

Stelle lucenti e care,

Se non quando di voi mi sete avare.

Voi date al viver mio l'un fido porto,

Ché come 'l sol di luce il mondo ingombra

E la nebbia sparisce inanzi al vento,

Così mi ven da voi gioia e conforto

E così d'ogni parte si disgombra

Per lo vostro apparir noia e tormento.

L'altro è quando parlar Madonna sento,

Che d'ogni bassa impresa mi ritoglie

E quel laccio discioglie,

Che gli animi stringendo a terra inclina;

Tal ch'io mi fido ancora,

Quand'io sarò di questo carcer fora,

Far di me stesso a la morte rapina,

E 'n più leggiadra forma

Rimaner de gli amanti exempio e norma.

      Il terzo è 'l mio solingo alto pensero,

Col qual entro a mirarla e cerco e giro

Suoi tanti onor, che sol un non ne lasso;

E scorgo il bel sembiante umile altero

E 'l riso, che fa dolce ogni martiro,

E 'l cantar, che potria mollire un sasso.

O quante cose qui tacendo passo,

Che mi stan chiuse al cor sì dolcemente!

Poi raffermo la mente

In un giardin di novi fiori eterno,

E odo dir ne l'erba:

A la tua donna questo si riserba;

Ella potrà qui far la state e 'l verno.

Di cota' viste vago,

Pascomi sempre e d'altro non m'appago.

E chi non sa quanto si gode in cielo

Vedendo Dio per l'anime beate,

Provi questo piacer, di ch'io li parlo.

Da quel dì inanzi mai caldo né gelo

Non temerà, né altra indignitate

Ardirà de la vita unque appressarlo;

E pur ch'un poco mova a salutarlo

Madonna il dolce e grazioso ciglio,

Più di nostro consiglio

Non avrà uopo e vincerà il destino,

Ché quelle vaghe luci

A salir sopra 'l ciel li saran duci,

E mostreranli il più dritto camino,

E potrà gir volando,

Ogni cosa mortal sotto lasciando.

      Ove ne vai, canzon, s'ancora è meco

L'una compagna e l'altra?

Già non sei tu di lor più ricca o scaltra.

[3.XI.] Ispeditosi Lavinello del dire delle tre canzoni, i suoi primieri ragionamenti così riprese: - Questo poco, Madonna, che io v'ho fin qui detto, sarebbe alle nostre donne potuto per aventura bastare per dimostramento della menzogna che l'uno e l'altro de' miei compagni sotto le molte falde delle loro dispute aveano questi giorni, sì come udito avete, assai acconciamente nascosa; ma non a voi, né pure alla vostra fanciulla, che così vagamente l'altr'hieri alle tavole di Vostra Maestà cantando, ci mostrò quello che io dire ne dovea, poscia che i miei compagni, per le pedate dell'altre due mettendosi, aveano a tacerlo. Nella qual cosa tuttavia ben provide senza fallo alcuno al mio gran bisogno la fortuna di questi ragionamenti. Perciò che andando io questa mattina per tempo, da costor toltomi e del castello uscito, solo in su questi pensieri, posto il piè in una vietta per la quale questo colle si sale, che c'è qui dietro, senza sapere dove io m'andassi, pervenni a quel boschetto, che, la più alta parte della vaga montagnetta occupando, cresce ritondo come se egli vi fosse stato posto a misura. Non ispiacque a gli occhi miei quello incontro, anzi, rotto il pensar d'amore e in sul piè fermatomi, poscia che io mirato l'ebbi così dal di fuori, dalla vaghezza delle belle ombre e del selvareccio silenzio invitato, mi prese disiderio di passar tra loro, e messomi per un sentiero, il quale appena segnato, dalla vietta ove io era dipartendosi, nella vaga selva entrava, e per entro passando, non ristetti prima, sì m'ebbe in uno aperto non molto grande il poco parevole tramitello portato. Dove come io fui, così dall'uno de' canti mi venne una capannuccia veduta, e poco da lei discosto tra gli alberi un uom tutto solo lentamente passeggiare, canutissimo e barbuto e vestito di panno simile alle corteccie de' querciuoli, tra' quali egli era. Non s'era costui aveduto di me, il quale in profondo pensiero essendo, sì come a me parea di vedere, tale volta nello spaziare si fermava e, stato ched egli era così un poco, a passeggiare lento lento si ritornava; e così più volte fatto avea, quando io mi pensai che questi potesse essere quel santo uomo, che io avea udito dire che a guisa di romito si stava in questo dintorno, venutovi per meglio potere, nello studio delle sante lettere dimorando, pensare alle alte cose. Per che volentieri mi sarei fatto più avanti per salutarlo e, se egli era colui che io istimava che egli fosse, ricordandomi che io avea oggi a dire dinanzi a Vostra Maestà, per avere da lui eziandio alcun consiglio d'intorno a' miei ragionamenti. Perciò che io avea inteso che egli era scienziatissimo e che, con tutto che egli fosse di santa e disagevole vita, sì come quegli che di radici d'erbe e di coccole salvatiche e d'acqua e sempre solo vivea, egli era nondimeno affabilissimo, e poteasi di ciò, che altri avesse voluto, sicuramente dimandarlo, ché egli a ciascuno sempre dolce e umanissimo rispondea. Ma villania mi parea fare a torlo da' suoi pensieri; e così mirandolo mi stava in pendente. Né stetti guari, che egli si volse verso la parte dove io era e, veggendomi, occasione mi diede a quello che io cercava; perciò che, incontro passandogli, con molta riverenza il salutai.

[3.XII.] Stette nel mio saluto alquanto sopra sé il santo uomo e poi, verso me con miglior passo facendosi, disse: "Dunque sei tu pure qui ora, il mio Lavinello". E questo detto, ravicinatomisi e di me amendue le gote soavemente prendendo, mi basciò la fronte. Nuova cosa mi fu senza fallo alcuno l'essere quivi così amichevolmente ricevuto e per nome chiamato da colui, del quale io alcuna contezza non avea, né sapea in che modo egli avere di me la si potesse. Per che da subita maraviglia soprapreso, e mirando cotal mezzo con vergogna il santo uomo pure per vedere se io racconoscere ne 'l potessi, e non racconoscendolo, sì come quello che io altra volta veduto non avea, stetti per buono spazio senza nulla dire, infino a tanto che egli, con un dolce sorriso, del mio maravigliare mostrò che s'accorgesse. Là onde io, preso ardire, così risposi: - Qui è ora, Padre, Lavinello per certo, sì come voi dite, non so se a caso venutoci o pure per volere del cielo. Ma voi il fate sopra modo maravigliare, né sa pensare come ciò sia, che voi lui conosciate, il quale né in questo luogo fu altra volta più, né vi vide, che egli sappia, giamai -. Allora il buon vecchio, che già per mano preso m'avea, movendo verso la capanna il passo, con lieto e tranquillo sembiante disse: - Io non voglio, Lavinello, che tu di cosa che ad alto possa piacere ti maravigli. Ma perciò che tu, come io veggo, a piè qui dal castello venuto, salendo il colle puoi avere alcuna fatica sostenuta più tosto che no, sì come dilicato che mi pare che tu sii, andiamci colà, e sì sederai e io ti terrò volentieri compagnia, che non sono perciò il più gagliardo uom del mondo, e quello che io so di te, sedendo e riposando, ti farò chiaro -.

Indi con pochi valchi sotto alcune ginestre guidatomi, che dinanzi la picciola casa erano, sopra il piano d'un tronco d'albero, il quale, lungo le ginestre posto, a lui e a' suoi osti semplice e bastevole seggio facea, si pose a sedere e volle che io sedessi; e poi che m'ebbe alquanto lasciato riposare, incominciò:

-Tanto è largo e cupo il pelago della divina providenza, o figliuolo, che la nostra umanità, in esso mettendosi, né termine alcuno vi truova, né in mezzo può fermarsi; perciò che vela di mortale ingegno tanto oltre non porta e fune di nostro giudicio, per molto che ella vi si stenda, non basta a pigliar fondo; in maniera che bene si veggono molte cose tutto dì avenire, volute e ordinate da lei, ma come elle avengano o a che fine, noi non sappiamo, sì come ora in questo mio conoscerti, di che ti maravigli, è avenuto -.

E così seguendo mi raccontò che, dormendo egli questa notte prossimanamente passata, gli era nel sonno paruto vedermi a sé venire tale quale io venni, e dettogli chi io era e tutti gli accidenti di questi due passati giorni e le nostre dispute e il mio dover dire d'oggi alla presenza di Vostra Maestà e quello che io in parte pensava di dirne, che è quanto testé udito avete, raccontatogli, dimandarlo di ciò che ne gli paresse e che esso d'intorno a questo fatto dicesse, se a lui convenisse ragionarne, come a me conveniva. Là onde egli con questa imaginazione destatosi e levatosi, buona pezza v'avea pensato e tuttavia, quando io il sopragiunsi, vi pensava. Di che egli a guisa di conosciuto mi ricevette e a sé già per la contezza della notte fatto dimestico e famigliare. Crebbe in cento doppi la mia dianzi presa maraviglia, udendo il santo uomo, e la credenza, che io vi recai, della sua santità, divenne senza fine maggiore. E così tutto d'orrore e di riverenza pieno, come esso tacque:

- Ben veggo io, - dissi - Padre, che io non senza volere de gl'Idii qui sono, a' quali voi cotanto siete, quanto si vede, caro. Ora, perciò che si dee credere che essi con l'avuta visione v'abbiano dimostrato essere di piacer loro che voi a questo mio maggiore uopo aiuto e consiglio mi prestiate, credo io acciò che la nostra Reina, dolce cura della loro maestà, non come io posso ma come essi vogliono, s'onori, piacciavi al voler loro di sodisfare, ché al mio oggimai non debbo io dir più -.

- Anzi pure a Colui piaccia al quale ogni ben piace, che io al tuo disiderio possa con la sua volontà sodisfare - rispose il santo uomo.

E così risposto e gli occhi verso il cielo alzati e per picciolo spazio con fiso sguardo tenutovegli, a me rivolto in questa guisa riprese a dire:

[3.XIII.] - Grande fascio avete tu e i tuoi compagni abbracciato, Lavinello, a me oggimai non meno di figliuol caro, a dir d'Amore e della sua qualità prendendo: sì perché infinita è la moltitudine delle cose che dire vi si posson sopra, e sì ancora maggiormente perciò che tutto il giorno tutte le genti ne quistionano, quelle parti ad esso dando, che meno gli si converrebbe dare, e quelle che sono sue certissime, propriissime, necessariissime tacendo e da parte lasciando per non sue; la qual cosa ci fa poi più malagevole il ritrovarne la verità contro le openioni de gli altri uomini, quasi allo 'ndietro caminando. Non pertanto non dee alcuno di cercarne spaventarsi e, perché faticoso sia il poter giugnere a questo segno, ritrarsi da farne pruova. Perciò che di poche altre cose può avenire, o forse di non niuna, che lo intendere ciò che elle sono più ci debba esser caro, che il sapere che cosa è Amore. Il che quanto a voi sia ora nelle dispute de' tuoi compagni e in quello che tu stimi di poterne dire avenuto, e chi più oltre si sia fatto di questo intendimento e chi meno, ne rimetto io a madonna la Reina il giudicio. Ma dello avere avuto ardire di cercarne, bella loda dare vi se ne conviene. Tuttavolta se a te giova che io ancora alcuna cosa ne rechi sopra e più avanti se ne cerchi, facciasi a tuo sodisfaccimento, pure che non istimi che la verità sotto queste ginestre più che altrove si stia nascosa. E a.ffine che tu in errore non istii di ciò che detto hai, che Amore e disidero sono quello stesso, io ti dico che egli nel vero non è così. Ma veggasi prima che cosa in noi o pure che parte di noi è Amore; dapoi, che egli non sia disidero, ti farò chiaro. È adunque da sapere che, sì come nella nostra intellettiva parte dell'animo sono pure tre parti o qualità o spezie, ciascuna di loro differente dall'altre e separata (perciò che v'è primieramente l'intelletto, che è la parte di lei acconcia e presta allo 'ntendere e può nondimeno ingannarsi; v'è per secondo lo intendere, che io dico, il quale non sempre ha luogo, ché non sempre s'intendono le intelligibili cose, anzi non ha egli se non tanto, quanto esso intelletto si muove e volge con profitto d'intorno a quello che a lui è proposto per intendersi e per sapersi; èvvi dopo queste ultimamente e di loro nasce quella cosa o luce o imagine o verità, che dire la vogliamo, che a noi bene intesa si dimostra, frutto e parto delle due primiere, la qual tuttavia, se è male intesa, né verità né imagine né luce dire si può, ma caligine e abbagliamento e menzogna), così, né più né meno, sono nella nostra vogliosa parte del medesimo animo pure tre spezie, per gli loro ufficii propria e dall'altre due partita ciascuna. Con ciò sia cosa che v'è di prima la volontà, la qual può e volere parimente e disvolere, fonte e capo delle due seguenti; e che v'è dopo questa il volere, di cui parlo, e ciò è il disporsi a mettere in opera essa volontà o molto o poco, o ancora contrariamente, che è disvolendo; e che v'è per ultimo quello, che di queste due si genera: il che, se piace, amore è detto, se dispiace, odio per lo suo contrario necessariamente si convien dire. Nasce adunque amore, Lavinello, e creasi nella guisa che tu hai veduto, e è in noi o di noi quella parte, che tu intendi. Ora che egli non sia disiderio in questo modo potrai vedere. Perciò che bene è vero che disiderar cosa per noi non si può, che non s'ami, ma non perciò ne viene che non s'ami cosa, che non si disideri altresì; perciò che se n'amano molte e non si disiderano, e ciò sono tutte quelle che si posseggono; ché, tosto che noi alcuna cosa possediamo, a noi manca di lei il disiderio in quella parte che noi la possediamo, e in luogo di lui sorge e sottentra il piacere. Ché altri non disidera quello che egli ha, ma egli se ne diletta godendone; e tuttavia egli l'ama e hallo caro vie più che prima: sì come fai tu, il quale, mentre ancor bene l'arte del verseggiare e del rimare non sapevi, sì l'amavi tu assai, sì come cosa bella e leggiadra che ella è, e insieme la disideravi; ma ora che l'hai e usar la sai, tu più non la disideri, ma solamente a te giova e ètti caro di saperla e amila molto ancor più, che tu prima che la sapessi e possedessila non facevi. La qual cosa meglio ti verrà parendo vera, se tu a quello che odio e timor siano parimente risguarderai. Perciò che quantunque temere di niuna cosa non si possa, che non s'abbia in odio, pure egli non è che alle volte non s'odii alcuna cosa senza temerla. Ché tu puoi avere in odio i violatori delle mogli altrui, e di loro tuttavia non temi, perciò che tu moglie non hai, che essere ti possa violata. E io in odio ho i rubatori dell'altrui ricchezze, né perciò di lor temo, ché io non ho ricchezza da temerne, come tu vedi. Per la qual cosa ne segue che, sì come odio può in noi essere senza timore, così vi può amore essere senza disio. Non è adunque disio Amore, ma è altro.

[3.XIV.] Tuttavia io non voglio, Lavinello, ragionar teco e disputare così sottilmente come per aventura farei tra filosofi e nelle scuole. E sia per me, se così a te piace, amore e disidero quello stesso. Ma io sapere da te vorrei, poscia che tu questa notte detto m'hai che amore può essere e buono e reo, secondo la qualità de gli obbietti e il fine che gli è dato, perché è che gli amanti alle volte s'appigliano ad obbietti malvagi e cattivi. Non è egli per ciò, che essi nello amare più il senso seguono che la ragione? -.

- Non per altro, che io mi creda, - risposi - Padre, che per cotesto -.

- Ora se io ti dimanderò allo 'ncontro - seguitò il santo uomo - perché aviene che gli amanti eziandio s'invogliano de gli obbietti convenevoli e sani, non mi risponderai tu ciò avenire per questo, che essi, amando, quello che la ragione detta loro più seguono, che quello che il senso pon loro innanzi? -.

- Così vi risponderò, - dissi io - e non altramente -.

- È adunque - diss'egli - ne gli uomini il seguir la ragione più che il senso, buono, e allo 'ncontro il seguire il senso più che la ragione, reo -.

- È - dissi io - senza fallo alcuno -.

 - Ora mi di', - riprese egli - che cagione fa che ne gli uomini seguire il senso più che la ragione sia reo? -.

- Fallo - risposi - ciò, che essi la cosa migliore abandonano, che è la ragione, e essa lasciano, che appunto è la loro, là dove alla men buona s'appigliano, che è il senso, e esso seguono, che non è il loro -.

- Che la ragione miglior cosa non sia che il senso, io - diss'egli - non ti niego, ma come di' tu che il senso non è il loro? non è egli de gli uomini il sentire? -.

- A quello che io avedere me ne possa, Padre, voi ora mi tentate, - risposi - ma io nondimeno v'ubidirò -; e dissi: - Sì come nelle scale sono gradi, de' quali il primiero e più basso niuno n'ha sotto sé, ma il secondo ha il primo e il terzo ha l'uno e l'altro e il quarto tutti e tre, così nelle cose che Dio create ha infino alla spezie de gli uomini, dalla più vile incominciando, essere si vede avenuto. Perciò che sono alcune che altro che l'essere semplice non hanno, sì come sono le pietre e questo morto legno, che noi ora sedendo premiamo. Altre hanno l'essere e il vivere, sì come sono tutte le erbe, tutte le piante. Altre hanno l'essere e la vita e il senso, sì come hanno le fiere. Altre poi sono, che hanno l'essere e la vita e il senso e la ragione, e questi siam noi. Ma perciò che quella cosa più si dice esser di ciascuno, che altri meno ha, come che l'essere e il vivere sieno parimente delle piante, non si dice tuttavia se non che il vivere è il loro, perciò che l'essere delle pietre è e di molte altre cose parimente, delle quali non è poi la vita. E quantunque l'essere e il vivere e il sentire sieno delle fiere, come io dissi, medesimamente ciascuno, non pertanto il sentire solamente si dice essere il loro, perciò che il vivere esse hanno in comune con le piante e l'essere hanno in comune con le piante e con le pietre, delle quali non è il sentire. Simigliantemente perché l'essere e il vivere e il senso e la ragione sieno in noi, dire per questo non si può che l'essere sia il nostro o il vivere o il sentire, che sono dalle tre maniere, che io dico, avute medesimamente e non pur da noi, ma dicesi che è la ragione, di cui le tre guise delle create cose sotto noi non hanno parte -.

- Se così è, - disse allora il santo uomo - che la ragione sia de gli uomini e il senso delle fiere, perciò che dubbio non è che la ragione più perfetta cosa non sia che il senso, quelli che amando la ragione seguono, ne' loro amori la cosa più perfetta seguendo, fanno in tanto come uomini, e quelli che seguono il senso, dietro alla meno perfetta mettendosi, fanno come fiere -.

- Così non fosse egli da questo canto, - risposi io - Padre, vero cotesto che voi dite, come egli è -.

- Adunque possiamo noi la miglior parte nello amare abandonando, - diss'egli - che è la nostra, alla men buona appigliarci, che è l'altrui? -.

- Possiamo - rispos'io - per certo -.

- Ma perché è - diss'egli - che noi questo possiamo? -.

- Perciò che la nostra volontà, - risposi - con la quale ciò si fa o non fa, è libera e di nostro arbitrio, come io dissi, e non stretta o, più a questo che a quello seguire, necessitata -.

- Ora le fiere - seguitò egli - possono elleno ciò altresì fare, che la miglior parte e quella che è la loro abandonino e a dietro lascino giamai? -.

- Io direi che esse abandonare non la possono, - risposi - se non sono da istrano accidente violentate. Perciò che ad esse volontà libera non è data, ma solo appetito, il quale, dalla forma delle cose istrane con lo strumento delle sentimenta invitato, sempre dietro al senso si gira. Perciò che il cavallo, quandunque volta a bere ne lo 'nvita il gusto, veduta l'acqua, egli vi va e a bere si china, dove, la briglia ritraendo, non gliele vieti colui che gli è sopra -.

[3.XV.] - Quanto vorrei che tu altramente m'avessi potuto rispondere, Lavinello - disse il santo uomo. - Perciò che, se noi possiamo ne' nostri amori, alla men buona parte appigliandoci, la migliore abandonare, e le fiere non possono, esse non operando come piante e noi operando come fiere, piggior condizione pare che sia in questo la nostra, figliuolo, a quello che ne segue, che non pare la loro; e questa nostra volontà libera, che tu di', a nostro male ci sarà suta data, se questo è vero. E potrassi credere che la natura, quasi pentita d'avere tanti gradi posti nella scala delle spezie, che tu di', poscia che ella ci ebbe creati col vantaggio della ragione, più ritorre non la ne potendo, questa libertà ci abbia data dell'arbitrio, affine che in questa maniera noi medesimi la ci togliessimo, del nostro scaglione volontariamente a quello delle fiere scendendo; a guisa di Phebo, il quale, poscia che ebbe alla troiana Cassandra l'arte dell'indovinare donata, pentitosi e quello che fatto era frastornare non si possendo, le diede che ella non fosse creduta. Ma tu per aventura che ne stimi? parti egli che così sia? -.

- Io, Padre, quello che me ne paia o non paia, non so dire, - risposi - se io non dico che tanto a me ne pare, quanto pare a voi. Ma pure volete voi che io creda che la natura si possa pentere, che non può errare? -.

- Mai no, che io non voglio che tu il creda - disse il santo uomo. - Ben voglio che tu consideri, figliuolo, che la natura, la quale nel vero errar non può, non avrebbe alla nostra volontà dato il potere, dietro al senso sviandoci, farci scendere alla spezie che sotto noi è, se ella dato medesimamente non l'avesse il potere, dietro alla ragione inviandoci, a quella farci salire che c'è sopra. Perciò che ella sarebbe stata ingiusta, avendo nelle cose, da sé in uso e in sostentamento di noi create, posta necessità di sempre in quelli privilegi servarsi, che ella concessi ha loro; a noi, che signori ne siamo e a' quali esse tutte servono, avere dato arbitrio d'arrischiare il capitale da lei donatoci sempre in perdita, ma in guadagno non mai. Né è da credere che alle tante e così possenti maniere d'allettevoli vaghezze, che le nostre sentimenta porgono all'animo in ogni stato in ogni tempo in ogni luogo, perché noi dietro all'appetito avallandoci sozze fiere diveniamo, ella ci abbia concesso libero e agevole inchinamento; e a quelle che lo 'ntelletto ci mette innanzi, affine che noi con la ragione inalzandoci diveniamo Idii, ella il poter poggiare ci abbia tolto e negato. Perciò che, o Lavinello, che pensi tu che sia questo eterno specchio dimostrantesi a gli occhi nostri, così uno sempre, così certo, così infaticabile, così luminoso, del sole, che tu miri? e quell'altro della sorella, che uno medesimo non è mai? e gli tanti splendori che da ogni parte si veggono di questa circonferenza che intorno ci si gira, ora queste sue bellezze ora quelle altre scoprendoci, santissima, capacissima, maravigliosa? Elle non sono altro, figliuolo, che vaghezze di Colui che è di loro e d'ogni altra cosa dispensatore e maestro, le quali egli ci manda incontro a guisa di messaggi, invitantici ad amar lui. Perciò che dicono i savi uomini che, perciò che noi di corpo e d'animo constiamo, il corpo, sì come quello che d'acqua e di fuoco e di terra e d'aria è mescolato, discordante e caduco da' nostri genitori prendiamo, ma l'animo esso ci dà purissimo e immortale e di ritornare a lui vago, che ce l'ha dato. Ma perciò che egli in questa prigione delle membra rinchiuso più anni sta, che egli lume non vede alcuno, mentre che noi fanciulli dimoriamo, e poscia, dalla turba delle giovenili voglie ingombrato, ne' terrestri amori perdendosi può del divino dimenticarsi, esso in questa guisa il richiama, il sole ogni giorno, le stelle ogni notte, la luna vicendevolmente dimostrandoci. Il quale dimostramento che altro è, se non una eterna voce che ci sgrida: "O stolti, che vaneggiate? Voi ciechi, d'intorno a quelle vostre false bellezze occupati, a guisa di Narciso vi pascete di vano disio, e non v'accorgete che elle sono ombre della vera, che voi abandonate. I vostri animi sono eterni: perché di fuggevole vaghezza gl'innebbriate? Mirate noi, come belle creature ci siamo, e pensate quanto dee esser bello Colui, di cui noi siam ministre".

[3.XVI.] E senza dubbio, figliuolo, se tu, il velo della mondana caliggine dinanzi a gli occhi levandoti, vorrai la verità sanamente considerare, vedrai alla fine altro che stolto vaneggiamento non essere tutti i vostri più lodati disii. Che per tacere di quegli amori, i quali di quanta miseria sien pieni li perottiniani amanti e Perottino medesimo essere ce ne possono abondevole essempio, che fermezza, che interezza, che sodisfazione hanno perciò quegli altri ancora, che essi cotanto cercar si debbano e pregiare, quanto Gismondo ne ha ragionato? Senza fallo tutte queste vaghezze mortali che pascono i nostri animi, vedendo, ascoltando e per l'altre sentimenta valicando e mille volte col pensiero entrando e rientrando per loro, né come esse giovino so io vedere, quando elle a poco a poco in maniera di noi s'indonnano, co' loro piaceri pigliandoci, che poi ad altro non pensiamo, e gli occhi alle vili cose inchinati, con noi medesimi non ci raffrontiamo giamai, e infine, sì come se il beveraggio della maliosa Circe preso avessimo, d'uomini ci cangiamo in fiere; né in che guisa esse così pienamente dilettino so io considerare: pogniamo ancora che falso diletto non sia il loro, quando elle sì compiute essere in suggietto alcuno non si vedono, né vedranno mai, che esse da ogni parte sodisfacciano chi le riceve, e pochissime sono le più che comportevolmente non peccanti. Senza che esse tutte ad ogni brieve caldicciuolo s'ascondono di picciola febbre che ci assaglia, o almeno gli anni vegnenti le portan via, seco le giovanezza, la bellezza, la piacevolezza, i vaghi portamenti, i dolci ragionamenti, i canti, i suoni, le danze, i conviti, i giuochi e gli altri piaceri amorosi traendo. Il che non può non essere di tormento a coloro che ne son vaghi, e tanto ancor più, quanto più essi a que' diletti si sono lasciati prendere e incapestrare. A' quali se la vecchiezza non toglie questi disii, quale più misera disconvenevolezza può essere che la vecchia età di fanciulle voglie contaminare, e nelle membra tremanti e deboli affettare i giovenili pensieri? Se gli toglie, quale sciocchezza è amar giovani così accesamente cose, che poi amare quelli medesimi non possono attempati? e credere che sopra tutto e giovevole e dilettevole sia quello, che nella miglior parte della vita né diletta né giova? Ché miglior parte della vita nostra è per certo quella, figliuolo, in cui la parte di noi migliore, che è l'animo, dal servaggio de gli appetiti liberata, regge la men buona temperatamente, che è il corpo, e la ragione guida il senso, il quale dal caldo della giovanezza portato non l'ascolta, qua e là dove esso vuole scapestratamente traboccando. Di che io ti posso ampissima testimonianza dare, che giovane sono stato altresì, come tu ora sei; e quando alle cose, che io in quegli anni più lodar solea e disiderare, torno con l'animo ripensando, quello ora di tutte me ne pare, che ad un bene risanato infermo soglia parere delle voglie che esso nel mezzo delle febbri avea, che schernendosene conosce di quanto egli era dal convenevole conoscimento e gusto lontano. Per la qual cosa dire si può che sanità della nostra vita sia la vecchiezza e la giovanezza infermità; il che tu, quando a quegli anni giugnerai, vederai così esser vero, se forse ora veder no 'l puoi.

       Ma tornando al tuo compagno, che ha le molte feste de' suoi amanti cotanto sopra 'l cielo tolte ne' suoi ragionamenti, lasciamo stare che le minori di loro asseguire non si possano senza mille noie tuttavia, ma quando è che egli, nel mezzo delle sue più compiute gioie, non sospiri alcun'altra cosa più che prima disiderando? o quando aviene che quella conformità delle voglie, quella comunanza de' pensieri, della fortuna, quella concordia di tutta una vita in due amanti si trovi, quando si vede niuno essere che ogni giorno seco stesso alle volte non si discordi, e talora in maniera che, se uno lasciare se medesimo potesse, come due possono l'uno l'altro, molti sono che si lascierebbono e un altro animo si piglierebbono e un altro corpo? E per venire, Lavinello, eziandio a' tuoi amori, io di certo gli loderei e passerei nella tua openione in parte, se essi a disiderio di più giovevole obbietto t'invitassero, che quello non è, che essi ti mettono innanzi, e non tanto per sé soli ti piacessero, quanto perciò che essi ci possono a miglior segno fare e meno fallibile intesi. Perciò che non è il buono amore disio solamente di bellezza, come tu stimi, ma è della vera bellezza disio; e la vera bellezza non è umana e mortale, che mancar possa, ma è divina e immortale, alla qual per aventura ci possono queste bellezze inalzare, che tu lodi, dove elle da noi sieno in quella maniera, che esser debbono, riguardate. Ora che si può dire in loro loda per ciò, che pure sopra il convenevole non sia? con ciò sia cosa che, del loro allettamento presi, si lascia il vivere in questa umana vita come Idii. Perciò che Idii sono quegli uomini, figliuolo, che le cose mortali sprezzano come divini e alle divine aspirano come mortali, che consigliano, che discorrono, che prevedono, che hanno alla sempiternità pensamento, che muovono e reggono e temprano il corpo, che è loro in governo dato, come de gli dati nel loro fanno e dispongono gli altri Idii. O pure che bellezza può tra noi questa tua essere, così piacevole e così piena, che proporzion di parti, che in umano ricevimento si trovino, che convenenza, che armonia, che ella empiere giamai possa e compiere alla nostra vera sodisfazione e appagamento? O Lavinello, Lavinello, non sei tu quello che cotesta forma ti dimostra, né sono gli altri uomini ciò che di fuori appare di loro altresì. Ma è l'animo di ciascuno quello che egli è, e non la figura, che col dito si può mostrare. Né sono i nostri animi di qualità, che essi con alcuna bellezza, che qua giù sia, conformare si possano e di lei appagarsi giamai. Che quando bene tu al tuo animo quante ne sono potessi por davanti e la scielta concedergli di tutte loro e riformare a tuo modo quelle, che in alcuna parte ti paressero mancanti, non lo appagheresti perciò, né men tristo ti partiresti da' piaceri che avessi di tutte presi, che da quegli ti soglia partire che prendi ora. Essi, perciò che sono immortali, di cosa che mortal sia non si possono contentare. Ma perciò che sì come dal sole prendono tutte le stelle luce, così quanto è di bello oltra lei dalla divina eterna bellezza prende qualità e stato, quando di queste alcuna ne vien loro innanzi, bene piacciono esse loro e volentieri le mirano, in quanto di quella sono imagini e lumicini, ma non se ne contentano né se ne sodisfanno tuttavia, pure della eterna e divina, di cui esse sovengono loro e che a cercar di se medesima sempre con occulto pungimento gli stimola, disiderosi e vaghi. Per che sì come quando alcuno, in voglia di mangiare preso dal sonno e di mangiar sognandosi, non si satolla, perciò che non è dal senso, che cerca di pascersi, la imagine del cibo voluta, ma il cibo, così noi, mentre la vera bellezza e il vero piacere cerchiamo, che qui non sono, le loro ombre, che in queste bellezze corporali terrene e in questi piaceri ci si dimostrano, aggogniando, non pasciamo l'animo, ma lo inganniamo. La qual cosa è da vedere che per noi non si faccia, acciò che con noi il nostro buon guardiano non s'adiri e in balìa ci lasci del malvagio, veggendo che per noi più amore ad una poca buccia d'un volto si porta e a queste misere e manchevoli e bugiarde vaghezze, che a quello immenso splendore, del quale questo sole è raggio, e alle sue vere e felici e sempiterne bellezze non portiamo. E se pure questo nostro vivere è un dormire, sì come coloro i quali a gran notte addormentati con pensiero di levarsi la dimane per tempo e dal sonno sopratenuti si sognano di destarsi e di levarsi, per che tuttavia dormendo si levano e presa la guarnaccia s'incomiciano a vestire, così noi, non delle imagini e sembianze del cibo e di questi aombrati diletti e vani, ma del cibo istesso e di quella ferma e soda e pura contentezza nel sonno medesimo procacciamo e a pascere incominciancene così sogniando, acciò che poi, risvegliati, alla Reina delle Fortunate isole piacciamo. Ma tu forse di questa Reina altra volta non hai udito -.

- Non, Padre, - diss'io - che me ne paia ricordare, né intendo di qual piacimento vi parliate -.

 - Dunque l'udirai tu ora - disse il santo uomo, e seguitò:

[3.XVIII.] - Hanno tra le loro più secrete memorie gli antichi maestri delle sante cose, essere una Reina in quelle isole, che io dico, Fortunate, bellissima e di maraviglioso aspetto e ornata di cari e preziosi vestiri e sempre giovane. La qual marito non vuole già e servasi vergine tutto tempo, ma bene d'essere amata e vagheggiata si contenta. E a quegli che più l'amano ella maggior guiderdone dà de' loro amori, e convenevole, secondo la loro affezione, a gli altri. Ma ella di tutti in questa guisa ne fa pruova. Perciò che venuto che ciascuno l'è davanti, che è secondo che essi sono da lei fatti chiamare or uno or altro, essa, con una verghetta toccatigli, ne gli manda via. E questi, incontanente che del palagio della Reina sono usciti, s'addormentano, e così dormono infino a tanto che essa gli fa risvegliare. Ritornano adunque costoro davanti la Reina un'altra volta risvegliati, e i sogni che hanno fatti dormendo porta ciascuno scritti nella fronte tali, quali fatti gli hanno, né più né meno, i quali essa legge prestamente. E coloro i cui sogni ella vede essere stati solamente di cacciagioni, di pescagioni, di cavagli, di selve, di fiere, essa da sé gli scaccia e mandagli a stare così vegghiando tra quelle fiere, con le quali essi dormendo si sono di star sognati, perciò che dice che, se essi amata l'avessero, essi almeno di lei si sarebbono sognati qualche volta, il che poscia che essi non hanno fatto giamai, vuole che vadano e sì si vivano con le lor fiere. Quegli altri poi a' quali è paruto ne' loro sogni di mercatantare o di governare le famiglie e le comunanze o di fare somiglianti cose, tuttavvia poco della Reina ricordandosi, essa gli fa essere altresì quale mercatante, quale cittadino, quale anziano nelle sue città, di cure e di pensieri gravandogli e poco di loro curandosi parimente. Ma quelli che si sono sognati con lei, essa gli tiene nella sua corte a stare e a ragionar seco tra suoni e canti e sollazzi d'infinito contento, chi più presso di sé e chi meno, secondo che essi con lei sognando più o meno si sono dimorati ciascuno. Ma io per aventura, Lavinello, oggimai troppo lungamente ti dimoro, il quale più voglia dei avere o forse mestiero di ritornarti alla tua compagnia, che di più udirmi. Senza che oltre a ciò a te gravoso potrà essere lo indugiare a più alto sole la partita, che oggimai tutto il cielo ha riscaldato e vassi tuttavia rinforzando -.

      - A me voglia né mestiero fa punto che sia, Padre, - diss'io - ancora di ritornarmi, e dove a voi noioso non sia il ragionare, sicuramente niuna cosa mi ricorda che io facessi giamai così volentieri, come ora volentieri v'ascolto. Né di sole che sormonti vi pigliate pensiero, poscia che io altro che a scendere non ho, il che ad ogni ora far si può agevolmente -.

- Noioso a gli antichi uomini non suole già essere il ragionare, - disse il buon vecchio - che è più tosto un diporto della vecchiezza che altro. Né a me può noiosa esser cosa che di piacere ti sia. Per che seguasi -. E così seguendo, disse:

[3.XIX.] - Dirai adunque a Perottino e Gismondo, figliuolo, che se essi non vogliono essere tra le fiere mandati a vegghiare, quando essi si risveglieranno, essi miglior sogno si procaccino di fare, che quello non è, che essi ora fanno. E tu, Lavinello, credi che non sarai perciò caro alla Reina, che io dico, poscia che tu poco di lei sognandoti, tra questi tuoi vaneggiamenti consumi più tosto senza pro, che tu in alcuna vera utilità di te usi e spenda, il dormire che t'è dato. E infine sappi che buono amore non è il tuo. Il quale, posto che non sia malvagio in ciò, che con le bestievoli voglie non si mescola, sì è egli non buono in questo, che egli ad immortale obbietto non ti tira, ma tienti nel mezzo dell'una e dell'altra qualità di disio, dove il dimorare tuttavia non è sano, con ciò sia cosa che nel pendente delle rive stando, più agevolmente nel fondo si sdrucciola, che alla vetta non si sale. E chi è colui che a' piaceri d'alcun senso dando fede, per molto che egli si proponga di non inchinare alle ree cose, egli non sia almeno alle volte per inganno preso, considerando che pieno d'inganni è il senso, il quale una medesima cosa quando ci fa parer buona, quando malvagia, quando bella, quando sozza, quando piacevole, quando dispettosa? Senza che come può essere alcun disio buono, che ponga ne' diletti delle sentimenta quasi nell'acqua il suo fondamento, quando si vede che essi avuti inviliscono, e tormentano non avuti, e tutti sono brevissimi e di fugitivo momento? Né fanno le belle e segnate parole, che da cotali amanti sopra ciò si dicono, che pure così non sia. I qua' diletti tuttavolta, se il pensiero fa continui, quanto sarebbe men male che noi la mente non avessimo celeste e immortale, che non è, avendola, di terreno pensiero ingombrarla e quasi sepellirla? Ella data non ci fu, perché noi l'andassimo di mortal veleno pascendo, ma di quella salutevole ambrosia, il cui sapore mai non tormenta, mai non invilisce, sempre è piacevole, sempre caro. E questo altramente non si fa, che a quello dio i nostri animi rivolgendo, che ce gli ha dati. Il che farai tu, figliuolo, se me udirai; e penserai che esso tutto questo sacro tempio, che noi mondo chiamiamo, di sé empiendolo, ha fabricato con maraviglioso consiglio ritondo e in se stesso ritornante e di se medesimo bisognoso e ripieno; e cinselo di molti cieli di purissima sustanza sempre in giro moventisi e allo 'ncontro del maggiore tutti gli altri, ad uno de' quali diede le molte stelle, che da ogni parte lucessero, e a quelli, di cui esso è contenitore, una n'assegnò per ciascuno, e tutte volle che il loro lume da quello splendore pigliassero, che è reggitore de' loro corsi, facitore del dì e della notte, apportatore del tempo, generatore e moderatore di tutte le nascenti cose. E questi lumi fece che s'andassero per li loro cerchi ravolgendo con certo e ordinato giro, e il loro assegnato camino fornissero e fornito rincominciassero, quale in più brieve tempo e quale in meno. E sotto questi tutti diede al più puro elemento luogo e appresso empié d'aria tutto ciò che è infino a noi. E nel mezzo, sì come nella più infima parte, fermò la terra, quasi aiuola di questo tempio; e d'intorno a.llei sparse le acque, elemento assai men grave che essa non è, ma vie più grave dell'aria, di cui è poscia il fuoco più leggiero. Quivi diletto ti sarà estimare in che maniera per queste quattro parti le quattro guise della loro qualità si vadano mescolando, e come esse in un tempo e accordanti sieno e discordanti tra loro; mirare gli aspetti della mutabile luna; riguardare alle fatiche del sole; scorgere gli altri giri dell'erranti stelle e di quelle che non sono così erranti e, di tutti le cagioni, le operagioni considerando, portar l'animo per lo cielo e, quasi con la natura parlando, conoscere quanto brieve e poco è quello che noi qui amiamo, quando il più lungo spazio di questa nostra vita mortale due giorni appena non sono d'uno de' veri anni di questi cieli e quando la minore delle conosciute stelle di quel tanto e così infinito numero è di tutta questa soda e ritonda circunferenza, che terra è detta, maggiore, per cui noi cotanto c'insuperbiamo, della quale ancora quello che noi abitiamo è, a rispetto dell'altro, stretta e menomissima particiuola. Senza che qua ogni cosa v'è debole e inferma: venti, piogge, ghiacci, nevi, freddi, caldi vi sono, e febbri e fianchi e stomachi e gli altri cotanti morbi, i quali nel votamento del buon vaso, male per noi dall'antica Pandora scoperchiato, ci assalirono; dove là ogni cosa v'è sana e stabile e di convenevole perfezion piena, ché né morte v'è né aggiugne, né vecchiezza vi perviene, né difetto alcuno v'ha luogo.

[3.XX.] Ma vie maggior diletto ti sarà e più senza fine maraviglioso, se tu da questi cieli che si veggono a quelli che non si veggono passerai, e le vere cose che ivi sono contempierai, d'uno ad altro sormontando, e in questo modo a quella bellezza, che sopra essi e sopra ogni bellezza è, inalzerai, Lavinello, i tuoi disii. Perciò che certa cosa è tra coloro, che usati sono di mirare non meno con gli occhi dell'animo che del corpo, oltra questo sensibile e material mondo, di cui e io ora t'ho ragionato e ciascuno ne ragiona più spesso, perciò che si mira, essere un altro mondo ancora né materiale né sensibile, ma fuori d'ogni maniera di questo separato e puro, che intorno il sopragira e che è da lui cercato sempre e sempre ritrovato parimente, diviso da esso tutto, e tutto in ciascuna sua parte dimorante, divinissimo, intendentissimo, illuminatissimo e esso stesso di se stesso e migliore e maggiore tanto più, quanto egli più si fa alla sua cagione ultima prossimano; nel qual cielo bene ha eziandio tutto quello che ha in questo, ma tanto sono quelle cose di più eccellente stato, che non son queste, quanto tra queste sono le celesti a miglior condizione, che le terrene. Perciò che ha esso la sua terra, come si vede questo avere, che verdeggia, che manda fuori sue piante, che sostiene suoi animali; ha il mare, che per lei si mescola; ha l'aria, che li cigne; ha il fuoco; ha la luna; ha il sole; ha le stelle; ha gli altri cieli. Ma quivi né seccano le erbe, né invecchiano le piante, né muoiono gli animali, né si turba il mare, né s'oscura l'aere, né riarde il fuoco, né sono a continui rivolgimenti i suoi lumi necessitati o i suoi cieli. Non ha quel mondo d'alcun mutamento mestiero, perciò che né state, né verno, né hieri, né dimane, né vicinanza, né lontananza, né ampiezza, né strettezza lo circonscrive, ma del suo stato si contenta, sì come quello che è della somma e per se stessa bastevole felicità pieno; della quale gravido egli partorisce, e il suo parto è questo mondo medesimo che tu miri. Fuori del quale, se per aventura non ci pare che altro possa essere, a noi adivien quello che adiverrebbe ad uno, il quale, ne' cupi fondi del mare nato e cresciuto, quivi sempre dimorato si fosse, perciò che egli non potrebbe da sé istimare che sopra l'acque v'avesse altre cose, né crederebbe che frondi più belle che alga, o campi più vaghi che di rena, o fiere più gaie che pesci, o abitazioni d'altra maniera che di cavernose pietre, o altre elementa che terra e acqua fossero e vedessersi in alcun luogo. Ma se esso a noi passasse e al nostro cielo, veduto de' prati e delle selve e de' colli la dipintissima verdura e la varietà de gli animali, quali per nodrirci e quali per agevolarci nati, veduto le città, le case, i templi che vi sono, le molte arti, la maniera del vivere, la purità dell'aria, la chiarezza del sole, che spargendo la sua luce per lo cielo fa il giorno, e gli splendori della notte, che nella sua oscura ombra e dipinta la rendono e meravigliosa, e le altre così diverse vaghezze del mondo e così infinite, esso s'avedrebbe quanto egli falsamente credea e non vorrebbe per niente alla sua primiera vita ritornare. Così noi miseri, d'intorno a questa bassa e fecciosa palla di terra mandati a vivere, bene miriamo l'aere e gli uccelli che 'l volano con quella maraviglia medesima, con la quale colui farebbe il mare e i pesci che lo natano parimente, e per le bellezze eziandio discorriamo di questi cieli che in parte vediamo; ma che oltre a questi altre cose sieno vie più da dovere a noi essere, che le nostre a quel marino uomo non sarebbono, e maravigliose e care, o in che modo ciò sia, nella nostra povera stimativa non cape. Ma se alcuno Idio vi.cci portasse, Lavinello, e mostrasseleci, quelle cose solamente vere cose ci parrebbono, e la vita, che ivi si vivesse, vera vita, e tutto ciò che qui è, ombra e imagine di loro essere e non altro; e giù in queste tenebre riguardando da quel sereno, gli altri uomini, che qui fossero, chiameremmo noi miseri e di loro ci prenderebbe pietà, non che noi più a così fatto vivere tornassimo di nostra volontà giamai.

[3.XXI.] Ma che ti posso io, Lavinello, qui dire? Tu sei giovane e, non so come, quasi per lo continuo pare che nella giovanezza non appiglino questi pensieri o, se appigliano, sì come pianta in aduggiato terreno essi poco allignano le più volte. Ma se pure nel tuo giovane animo utilmente andassero innanzi, dove tu al fosco lume di due occhi, pieni già di morte, qua giù t'invaghi, che si può istimare che tu a gli splendori di quelle eterne bellezze facessi, così vere, così pure, così gentili? E se la voce d'una lingua, la quale poco avanti non sapea fare altro che piagnere e di qui a poco starà muta sempre, ti suole essere dilettevole e cara, quanto si dee credere che ti sarebbe caro il ragionare e l'armonia che fanno i cori delle divine cose tra loro? E quando, a gli atti d'una semplice donnicciuola, che qui empie il numero dell'altre, ripensando, prendi e ricevi sodisfaccimento, quale sodisfaccimento pensi tu che riceverebbe il tuo animo, se egli da queste caliggini col pensiero levandosi e puro e innocente a quelli candori passando, le grandi opere del Signore, che là su regge, mirasse e rimirasse intentamente e ad esso con casto affetto offeresse i suoi disii? O figliuolo, questo piacere è tanto, quanto comprendere non si può da chi no 'l pruova, e provar non si può, mentre di quest'altri si fa caso. Perciò che con occhi di talpa, sì come i nostri animi sono di queste voglie fasciati, non si può sofferire il sole. Quantunque ancora con purissimo animo compiutamente non vi s'aggiugne. Ma, sì come quando alcuno strano passando dinanzi al palagio d'un re, come che egli no 'l veda, né altramente sappia che egli re sia, pensa fra se stesso quello dovere essere grande uomo che quivi sta, veggendo pieno di sergenti ciò che v'è, e tanto maggiore ancora lo stima, quanto egli vede essere quegli medesimi sergenti più orrevoli e più ornati, così tutto che noi quel gran Signore con veruno occhio non vediamo, pure possiam dire che egli gran Signore dee essere, poscia che ad esso gli elementi tutti e tutti i cieli servono e sono della sua maestà fanti. Per che gran senno faranno i tuoi compagni, se essi questo Prence corteggieranno per lo innanzi, sì come essi fatto hanno le loro donne per lo adietro, e ricordandosi che essi sono in un tempio, ad adorare oggimai si disporranno, ché vaneggiato hanno eglino assai, e, il falso e terrestre e mortale amore spogliandosi, si vestiranno il vero e celeste e immortale: e tu, se ciò farai, altresì. Perciò che ogni bene sta con questo disio e da lui ogni male è lontano. Quivi non sono emulazioni, quivi non sono sospetti, quivi non sono gielosie, con ciò sia cosa che quello che s'ama, per molti che lo amino, non si toglie che altri molti non lo possano amare e insieme goderne, non altramente che se un solo amandolo ne godesse. Perciò che quella infinita deità tutti ci può di sé contentare, e essa tuttavia quella medesima riman sempre. Quivi a niuno si cerca inganno, a niuno si fa ingiuria, a niuno si rompe fede. Nulla fuori del convenevole né si procaccia, né si conciede, né si disidera. E al corpo quello che è bastevole si dà, quasi un'offa a Cerbero, perché non latri, e all'animo quello che più è lui richiesto si mette innanzi. Né ad alcuno s'interdice il cercar di quello che egli ama, né ad alcun si toglie il potere a quel diletto aggiugnere, a cui egli amando s'invia. Né per acqua, né per terra vi si va; né muro, né tetto si sale. Né d'armati fa bisogno, né di scorta, né di messaggiero. Idio è tutto quello, che ciascun vede, che il disidera. Non ire, non scorni, non pentimenti, non mutazioni, non false allegrezze, non vane speranze, non dolori, non paure v'hanno luogo. Né la fortuna v'ha potere, né il caso. Tutto di sicurezza, tutto di contentezza, tutto di tranquillità, tutto di felicità v'è pieno.

[3.XXII.] E queste cose di qua giù, che gli altri uomini cotanto amano, per lo asseguimento delle quali si vede andare così spesso tutto 'l mondo sottosopra e i fiumi stessi correre rossi d'umano sangue e il mare medesimo alcuna fiata, il che questo nostro misero secolo ha veduto molte volte e ora vede tuttavia, gl'imperii dico e le corone e le signorie, esse non si cercano per chi là su ama più di quello che si cerchi, da chi può in gran sete l'acqua d'un puro fonte avere, quella d'un torbido e paludoso rigagno. Là dove allo 'ncontro la povertà, gli esilii, le presure se sopravengono, il che tutto dì vede avenire chi ci vive, esso con ridente volto riceve, ricordandosi che, quale panno cuopra o quale terra sostenga o qual muro chiuda questo corpo, non è da curare, pure che all'animo la sua ricchezza, la sua patria, la sua libertà, per poco amore che egli loro porti, non sia negata. E in brieve, né esso ai dolci stati con soverchio diletto si fa incontro, né dispettosamente rifiuta il vivere ne gli amari; ma sta nell'una e nell'altra maniera temperato tanto tempo, quanto al Signor, che l'ha qui mandato, piace che egli ci stia. E dove gli altri amanti e vivendo sempre temono del morire, sì come di cosa di tutte le feste loro discipatrice, e, poscia che a quel varco giunti sono, il passano sforzatamente e maninconosi, egli, quando v'è chiamato, lieto e volentieri vi va e pargli uscire d'un misero e lamentoso albergo alla sua lieta e festevole casa. E di vero che altro si può dire questa vita, la quale più tosto morte è, che noi qui peregrinando viviamo, a tante noie, che ci assalgono da ogni parte così spesso, a tante dipartenze, che si fanno ogni giorno dalle cose che più amiamo, a tante morti, che si vedono di coloro dì per dì che ci sono per aventura più cari, a tante altre cose, che ad ogni ora nuova cagione ci recano di dolerci, e quelle più molte volte, che noi più di festa e più di sollazzo doverci essere riputavamo? Il che quanto in te si faccia vero, tu il sai. A me certo pare mill'anni che io, dallo invoglio delle membra sviluppandomi e di questo carcere volando fuora, possa, da così fallace albergo partendomi, là onde io mi mossi ritornare e, aperti quegli occhi che in questo camino si chiudono, mirar con essi quella ineffabile bellezza, di cui sono amante, sua dolce mercé, già buon tempo; e ora, perché io vecchio sia, come tu mi vedi, ella non m'ha perciò meno che in altra età caro, né mi rifiuterà perché io di così grosso panno vestito le vada innanzi. Quantunque né io con questo panno v'andrò, né tu con quello v'andrai, né altro di questi luoghi si porta alcun seco dipartendosi che i suoi amori. I quali se sono di queste bellezze stati, che qua giù sono, perciò che elle colà su non salgono, ma rimangono alla terra di cui elle sono figliuole, elle ci tormentano, sì come ora ci sogliono quelli disii tormentare, de' quali godere non si può né molto né poco. Se sono di quelle di là su stati, essi maravigliosamente ci trastullano, poscia che ad esse pervenuti pienamente ne godiamo. Ma perciò che quella dimora è sempiterna, si dee credere, Lavinello, che buono amore sia quello, del quale goder si può eternamente, e reo quell'altro, che eternamente ci condanna a dolere -.

- Queste cose ragionatemi dal santo uomo, perciò che tempo era che io mi dipartissi, egli a me rimise il venirmene -. Il che poscia che ebbe detto Lavinello, a' suoi ragionamenti pose fine.

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