Andrea da Barberino

I REALI DI FRANCIA

A CURA DI

 GIUSEPPE VANDELLI

 E

 GIOVANNI GAMBARIN

Libro VI

Edizione di riferimento

Andrea da Barberino, I Reali di Francia, a cura di Giuseppe Vandelli e Giovanni Gambarin, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1947

I REALI DI FRANCIA

LIBRO VI

 Qui comincia il sesto libro de' Reali antichi di Franza, in ispezialtà

del nascimento di Carlo Magno e della iscura morte di Pipino

da due suoi figliuoli bastardi; e come Carlo fuggì in Ispagna,

chiamandosi Mainetto per paura, e però si chiama questo libro «il Mainetto».

 Capitolo I.

Come Pipino regnava, e fu in vecchiezza consigliato

da' baroni che togliesse moglie per avere reda.

Dimostra la storia ch'essendo Pipino re di Francia e im peradore, ed essendo in molta età d'anni, e' non avea mai tolta moglie; ed essendo la Francia tanto nobile reame tra' cristiani, e' baroni, vedendo ch'el re non aveva reda, diliberorono di dargli una donna di gentile sangue e giovane, o povera o ricca che si fosse. E furono i principali Bernardo di Chiaramonte e Gherardo da Fratta; e ordinarono con molti altri baroni di fare una grande festa, e che il re tenesse corte con grande magnitudine; e feciono fare comandamento che alla pasqua de' cavalieri venisse a corte tutti e' re e' signori con le loro donne, moglie e sorelle e figliuole da marito. E vennevi molta magna baronia e grande quantità di belle donne.

 Essendo Bernardo e Gherardo allato del re, disse Gherardo: «Quanta degnitá è questa a vedere tanti signori! E tutti sono nati sotto la vostra signoria». Disse Pipino: «Tu di' vero». Disse Gherardo: «Per vero, egli è grande onore a' signori che accrescono la fede cristiana e mantengonla». Pipino rispose: «Tu di' il vero». Allora disse Bernardo: «O come la manterrete voi, che siete vecchio e non avete figliuoli? E drieto alla vostra morte sarà grande discordia tra' baroni, e rimarrà il reame sanza pastore». Disse Pipino: «O Bernardo, tardi me l'hai detto». Rispuose Gherardo: «Voi non siete tanto vecchio, che voi non avessi ancora figliuoli». Per questo lo re Pipino commisse a quattro baroni che gli trovassino una donna di gentile lignaggio, povera o ricca, pure ch'ella fusse da fare figliuoli. L'uno de' baroni fu Gherardo da Fratta, l'altro fu Bernardo di Chiaramonte, e Morando di Riviera e Ramondo di Trieves. Costoro mandarono cercando segretamente a corte di molti signori per sentire di fare buono e gentile parentado, ed eglino in persona andorono in molte parti per vedere e per sentire. Molte ne trovarono, ma i loro padri non volevano dare le loro figliuole a re Pipino, perché egli era vecchio e isparuto come nano. Alla fine sentirono ch'el re Filippo d'Ungheria aveva una figliuola da marito, ed eglino diliberarono d'andarvi tutti e quattro, inanzi che se ne dicesse niente al re Pipino. E cosí feciono. Eglino vennono per Lombardia e andaronne in Ungheria, e trovarono il re a Buda, il quale fece loro grande onore. Quando sentí chi eglino erano, si maravigliò della loro venuta. Egli aveva una figliuola che avea nome Berta del gran piede, perché ella aveva uno pie' uno poco maggiore che l'altro, e quello era il pie' destro; ed era per altro una bella criatura, ed era la più bella e la più forte cavalcatora di tutte le donne del mondo. E stati gli ambasciatori tre giorni, chiesono di grazia al re di volere vedere una caccia con signori e con donne. El re fece apparecchiare la caccia, e uscirono di fuori della cittá con grande numero di donne, tra le quali fu la reina e Berta del gran pie' in su uno grosso corsiere, e sempre andava saltellando per la via, ed ella sempre ridendo e allegra.

Capitolo II.

Come Berta, poi che fu veduta nella caccia, fu per gli quattro

 sopradetti baroni sposata per lo re Pipino di Francia.

Mentre che Bernardo e Gherardo e Morando e Ramondo andavono a loro piacere, sempre ponevano mente a Berta del grande pie', la quale cavalcava tanto pulitamente. Ella aveva con seco una giovinetta del suo tempo, che aveva nome Falisetta, figliuola del conte Guglielmo di Maganza, la quale propio pareva Berta, salvo che ne' piedi. Questa Falisetta era nata in Ungheria, perché il conte Guglielmo suo padre si fuggì di prigione, quando Pipino gli campò dalle mani de' figliuoli di Buovo, e Pipino lo fe' bandeggiare, ed egli si fuggì in Ungheria con la moglie gravida. Ed erasi allevata con Berta, e quando erano vestite d'uno panno a uno modo, a pena si conosceva l'una dall'altra. Ora, facendosi la caccia, i baroni domandarono il re Filippo chi ella era, cioè per sottrarre lo re, facendo vista di non conoscerla. Disse il re Filippo: «Ella è mia figliuola». Molto la lodarono di bellezza e di biltá, e domandorono il re se egli l'avea dato marito. Rispuose che no, ma che egli attendeva a maritarla. Ed eglino, tornati la sera a Buda, furono insieme, e d'accordo ognuno lodò la damigella. Alcuno disse: «Questo è suddito del re Pipino». Ma Gherardo disse loro: «Il re Pipino ha tale suddito, che n'è da più di lui». E andorono al re Filippo in su la sala, e dissono ch'eglino volevono parlare a lui ed alla reina. Ed essendo in una camera, fece la proposta Bernardo di Chiaramonte, come era tra loro ordinato. Quando lo re Filippo udì come il re Pipino gli domandava la figliuola, cominciò a lagrimare e disse: «Signori, questo reame e tutti e' miei passati sono sempre stati de' Reali di Franza; cosí sono io servo di lui, che è mio signore; ma per cagione ch'el mio signore non si chiamassi ingannato, v'avviso che Berta ha uno pie' maggiore un poco più che l'altro, ed è il pie' destro». Ed eglino la vollono vedere, e di questo se ne risono, e giuraronla per lo re Pipino, ed impuosono che istesse segreto tanto, ch'el re Pipino mandasse per lei. E presono licenzia, e tornaronsi in Francia. Il re Pipino fu molto allegro della loro tornata, e fecesene grande allegrezza, perché erano stati grande tempo a tornare. E feciono l'ambasciata al re Pipino, e dissono a lui quello che avevano fatto, lodandogli molto Berta. E 'l re Pipino, tuttoché fosse in età di molti anni, s'innamorò di lei, udendo raccontare la sua biltá.

Capitolo III.

Come il re Pipino mandò per Berta in Ungheria,

e come Falisetta andò con lei per sua segreta damigella.

Lo re Pipino, sentito la bellezza di Berta, come gli ambasciadori l'aveano sposata per lui, fece tutta la sua baronia venire a corte, e ordinò di fare grandissima festa e di man dare per 'a donna. E andovvi Bernardo di Chiaramonte e Gherardo da Fratta e Ramondo da Trìeves e Morando di Riviera e Grifone di Maganza e due sua fratelli e molti altri signori. Non si potrebbe dire le grandi ricchezze che il re mandò alla sua donna, e' grandi doni. E giunti a Buda, dove l'avevano sposata, fu fatto loro grandissimo onore, e fecesi per tutto 'l reame grande allegrezza del parentado fatto. E stettono cinque giorni, e poi si missono in punto di tornare indrieto.

La reina manifestò a Berta come il re Pipino era vecchio, ed ella molto se ne turbò. La madre molto la confortò, dicendole com'egli era imperadore di Roma e re di Franza, e ch'ella sarebbe imperadrice; ed ella si confortò. Ma ella non gli disse com'egli era piccolo. Berta si pensava bene ch'egli fosse vecchio, ma almeno ch'egli fusse uno bello uomo. E 'l re la menò in sala, e alla presenza di tutti i baroni d'Ungheria fu isposata per lo re Pipino, e fu chiamata da poi imperadrice. E ordinarono e' baroni di partire e di tornare in Franza.

 La reina cercava di dare a Berta una segreta compagna, di cui ella si fidasse, e parlatone al re Filippo, egli le rispuose: «Quale più fidata compagna le puoi tu dare che Falisetta, che s'è sempre allevata con lei?». Rispuose la reina: «Tu sai la 'nfamia che hanno quelli del suo lignaggio; io non me ne fido, almeno in quelle parte di lá». Disse il re: «O matta che tu se', o che può fare una femina?». E cosí fu diliberato che Falisetta andasse con Berta per sua segreta damigella. Ordinato questo, mandorono per lei, e dissono quello ch'era diliberato. Ed ella ne fu molto allegra, e disse che mai non si partirebbe dalla sua volontà. Allora Bernardo e Gherardo e gli altri signori tolsono licenzia e partironsi con la donna, e con lei andarono dieci donne per lo suo governo e dieci damigelle. Ma Falisetta era tutta la sua divota sagretaria, e sempre Bernardo e Gherardo erano allato a Berta, e Grifone e Spinardo e Tolomeo erano allato a Falisetta, che s'era loro manifestata chi ella era. Ed eglino le facevano grande onore, e tra loro parlorono più volte che veramente Falisetta non si conosceva dalla reina, né la reina da lei, e ognuno se ne maravigliava che l'una pareva l'altra.

E infra molte giornate entrarono nel reame di Francia, dove era per tutte le terre apparecchiato; e giunti presso a Parigi, venne loro incontro molta gente e molti signori. Essendo a una lega presso a Parigi, scontrarono il re Pipino, e tutta la gente si fermò. Allora Grifone di Maganza s'accostò a Berta e mostrolle quale era el re Pipino, onde ella addolorò.

Capitolo IV.

Come Berta ordinò che Falisetta dormisse in suo iscambio col re, e l'ordine

che Falisetta diede co' Maganzesi di farsi reina e fare uccidere Berta.

La disgrazia di Berta fu che, vinta dal pellegrino animo e giovinile intelletto, quando ella vide il re Pipino, si raccordò che la madre le avea ditto ch'egli era vecchio; ma non gli disse quanto era disutile della persona e sozzo, in tanto ch'el suo dolore si dimostrò per lo mutare del viso. Di questo s'avidde Grifone di Maganza, e puosevi mente. Ed entrando dentro a Parigi, la festa era grande; e 'n sul palagio giunti, Berta non si potea rallegrare. Ed essendo andata in camera, Falisetta la dimandò perché istava cosí pensosa. Ed ella rispuose: «Sorella mia, la mia madre ti mandò per mia compagna e per mia segretaria, che di te mi fidassi e con teco potessi dire ogni segreto; e per tanto, se tu vorrai fare lo mio volere, io sarò fuori di tanto dolore». Ed ella rispuose: «Io farò ogni cosa che vi sarà di piacere insino alla morte». Disse Berta: «Tu sai che più volte ci è stato detto come noi siamo l'una come l'atra, e non ci conoscerebbe persona, salvo che a' piedi. Io voglio che istanotte tu aberghi con lo 'mperadore in mio cambio, imperò ch'io sono la più dolente femmina del mondo». Rispose Falisetta: «Oh me, madonna, e se lo 'mperadore se ne avvedesse, egli mi farà ardere. Ma io vi risponderò istassera». E cosí tornarono tra l'altre donne e vennono in su la reale sala.

Falisetta, pensando sopra il fatto della imperatrice, mandò per Grifone e per Spinardo, e disse loro quello che Berta le aveva detto. Udendo Spinardo queste parole, l'abracciò e disse: «Questa è la tua ventura: farai ogni cosa di che ella ti prega; ma fa, se tu puoi, che istassera tu la meni giuso nel giardino ch'è allato alla camera del re, e tornerà' ti a dormire nella camera con lo 'mperadore. E fatti sposare, e poi ti va a letto con lui, e fa tutta la sua volontà». Disse Falisetta: «Io non vorrei che Berta ricevessi impedimento; inanzi vorrei io morire». Ed eglino gli dissono: «Se tu fussi imperadrice, di che hai tu temenza? E chiamati Berta come fa ella; tu la somigli, nessuno non ti conoscerà». Falisetta molto disse di no, e pure tanto le dissono, ch'ella acconsentí al tradimento. E tornata Falisetta alla camera, domandò di vedere il giardino ch'era allato alla camera, e vidde lo giardino e una entrata allato alla guardacamera, donde la imperatrice potea andare in questo giardino. E poi ch'ebbe bene stimato ogni cosa, si ritornò in sala. E poco stette, che Berta andò di sala in camera e disse a Falisetta: «Come hai pensato di fare?». Ed ella rispuose: «La vostra volontà; ma io penso dove voi starete intanto». Disse Berta: «io starò nella tua camera». Rispuose Falisetta: «Le mie compagne vi conosceranno»; e allora la menò sopra a una finestra del giardino, e parlandole disse: «Voi potete stare in questo giardino, e quando il re dormirà, e io verrò per voi, e dirò alle compagne mie ch' io ho a stare con voi». E cosí furono accordate di fare, e ambe ritornarono in sala.

Capitolo V.

Come Falisetta si coricò col re Pipino in cambio di Berta,

e come imprima si fe' sposare.

Poi che Falisetta e Berta furono accordate, Falisetta, inanzi che fusse sera, lo disse a Grifone e a Spinardo, ed eglino trovarono di subito quattro loro famigli, e dissono loro: «Questa Falisetta ch'è venuta con la imperadrice, ci fa vergogna, e tienesi uno donzello, e de' venire questa notte a lei nel giardino. Voi vi sarete, e pigliatela e imbavagliatela e menatela di fuori di Parigi nel bosco del Magno, e segatele la gola»; e dierono loro mille danari d'oro, e molte grande promesse feciono loro. Questi quattro ribaldi promissono fare il loro comandamento e di tenerlo celato. E andarono, quando parve loro il tempo, nel giardino, e stavano segretamenti nascosi.

Ora la festa fu grande e magna, e perché lo re Pipino era pure di tempo antico, feciono più tosto fine alla festa. Le donne menarono Berta nella camera, ed ella chiamò Falisetta, e menolla con seco nella sua compagna entro la guardacamera, e non v'andò altra donna. Disse Berta: «Attienimi la promessa, imperò ch' io non mi voglio coricare questa notte allato a uno nano». E Falisetta rispuose: «Io lo fo male volentieri, ma per comandamento ». La reina si cavò il suo reale vestimento e miselo a lei, e trassesi la corona e missela a Falisetta; e per modo l'adornò, che sarebbe gran fatto averla riconosciuta, perché tanto si somigliavono e di parlare e di viso e di persona, salvo che al pie'. E Berta si vestí i panni di Falisetta, e apersono l'uscio che andava nel giardino, e Berta se n'andò giuso in una loggia dipinta, e puosesi a sedere, aspettando che Falisetta tornasse per lei. Falisetta tornò alle donne; e avendo serrato l'uscio del giardino, le donne non la riconobbono e missonla a letto. E quando la mettevano a letto, ed ella disse: «Vedete, donne, buona compagna ch' io honne, che m'ha lasciata ed è ita a dormire a casa de' sua parenti!». Le donne se ne risono, e questo fu detto alle compagne di Falisetta.

Poco stante, venne lo 'mperadore, ed entrò nel letto, ma ella si gittò fuori del letto. E lo'mperadore la prese; e volendo usare il matrimonio, ed ella disse che voleva come imperadore ch'egli la sposasse. Ed egli ridendo la sposò e 'mpalmò e baciolla; e andati a letto, ella fece la sua volontà per modo, ch'ella ingravidò la prima notte in uno figliuolo maschio. Lo 'mperadore credeva avere usato con la reina Berta, e istette in grande piacere con lei insino al giorno.

Capitolo VI.

Come Berta fu presa nel giardino e menata nel bosco del Magno e legata

a uno albero; e quelli che la menorono furono morti da' Maganzesi.

Essendo in su l'ora della mezza notte, Berta fu assalita e presa da quelli sopradetti famigli, e minacciandola d'ucciderla, ella timorosa, ripiena di paura di morte e di non essere conosciuta, non sapeva che si fare. Costoro la 'mbavagliarono e menaronla fuori del giardino e trassonla fuori della cittá, che le porte di Parigi stavano aperte la notte come il dí. Ed eglino la menarono nel bosco del Magno, ch'era presso a Parigi a due leghe galeesche. Quando l'ebbono grande pezza nel bosco, e nel più oscuro luogo, egli era il giorno chiaro; ed eglino le cavarono il legno del bavaglio di bocca, e l'uno diceva inverso l'altro: «Per nostra fe', e' sarà grande peccato!». Berta intese queste parole, ch'eglino la volevano uccidere; per questo ella tremando di paura cominciò a fare grandissimo pianto, e cominciò a dire: «O padre mio, re Filippo, in che paese m'avete mandata! O nobilissima reina, come si spanderà il sangue della vostra figliuola!». Quando costoro che l'aveano condotta ivi, sentirono che costei dicea essere figliuola del re d' Ungheria, l'uno guatava l'altro. Disse l'uno di loro: «O che hai tu a fare col re Filippo d'Ungheria?». Ella rispuose: «Egli è mio padre». Disse un altro: «Tu non di' vero, imperò che tuo padre fu Guglielmo di Maganza». Ed ella disse: «Guglielmo fu padre di Falisetta, mia compagna». A costoro parve avere male fatto, e dimandaronla: «Or che facevi tu nel giardino?». Ed ella raccontò tutto per ordine la cosa com'ella stava. Allora incominciarono avere paura, e dicevono: «Noi siamo morti, imperò che, se lo re Filippo e lo re Pipino san questa cosa, eglino ci faranno morire; e se noi la campiamo, quelli di Maganza ci faranno morire». E alla fine diliberorono d'ucciderla, dicendo: «Egli non se ne saprà mai niente, e Falisetta sarà imperatrice». Allora s'avidde Berta che Falisetta l'avea tradita per lo consiglio de' sua zii. Ella si gittò ginocchioni dinanzi a' micidiali, e dimandava misericordia, e disse: «Abbiate almeno uno poco di riverenzia al padre mio e a re Pipino, ch'è mio marito; e io vi giuro, se voi mi perdonate la vita, che mai per questo voi non morrete; e se voi ne fussi mai presi, io vi prometto di farvi liberare per quella fede donde io sono reina e imperadrice, figliuola di re e di reina». A costoro pareva fare male a ucciderla e pareva loro maggiore pericolo di loro campandola. Ed ella disse a loro: «Fate almeno una cosa: non vogliate mettere le vostre mani a spandere il sangue mio. Legatemi a uno albero e lasciatemi mangiare alle fiere salvatiche . Costoro cominciarono a lagrimare, e l'uno dicea all'altro: «Uccidianla». E l'altro clicea: «Bene è o meglio; ma dàlle tu, ch'io non le darei». Infine eglino le cavarono la cotta e poi la legarono in uno vallone, il più scuro di tutto il bosco del Magno, a uno albero con le braccia di drieto, e ivi la lasciarono; e portaronne la sua cotta; ed essendo presso alla città, forarono la cotta con le coltella, e del sangue d'uno cane la 'nsanguinarono, e portarono quella cotta al conte Grifone e dissono che l'avevano morta. Ed egli gli abracciò e domandò s'ella avea detto loro niente; ed eglino rispuosono di no, imperò che l'era imbavagliata. Grifone disse: «Or vedi che non ci farà più vergogna!». E costoro mostrarono pure di non l'avere conosciuta. Egli avea promesso loro certo tesoro, e disse loro: «Venite meco, ch'io vi voglio attenere la promessa»; e mostrava loro grande amore, promettendo loro molto meglio. E quando gli ebbono nel suo palazzo, e' sua frategli diedono loro il prezzo, imperò che, partiti l'uno dall'altro, tutti a quattro gli uccisono, acciò che mai non ne potessino dire niente. E questo fu il tesoro ch'eglino ne guadagnarono.

Capitolo VII.

Come Falisetta regnava imperadrice in scambio di Berta,

di cui nacque Lanfroy e Oldrigi bastardi.

Morti e' quattro famigli, Grifone e' fratelli se n'andarono al palazzo e trovarono che Falisetta era come reina incoronata, e non era conosciuta. La cagione era ch'ella non voleva nessuna delle donne che avea menate Berta d'Ungheria, ma erano tutte donne del reame di Franza, non use a stare con lei. E in pochi dí fece morire alcuna cameriera ch'ella sapeva di certo che l'arebbe conosciuta. Per questa cagione non si potè sapere, ed ella tanto somigliava Berta, ch'ella parea propio lei. E' Maganzesi sua zii le dissono che avevono fatto morire la reina. E cosí regnando, in capo di nove mesi ella fece uno figliuolo maschio, e puosegli il re nome Lanfroy; e po' l'anno seguente n'ebbe uno altro, e puosegli nome Oldrigi. E cosí stette Falisetta col re Pipino molti anni.

Lo re Filippo d'Ungheria si credeva che la figliuola fusse reina, e Falisetta si faceva chiamare la reina Berta, e facea scrivere al re Filippo padre, e alla reina scriveva madre.

Capitolo VIII.

Come uno cacciatore, chiamato Lamberto, trovò Berta, e isciolsela

e menolla a casa sua; e Berta insegnò ricamare alle figliuole di Lamberto.

Stando la vezzosa reina legata a quello albero insino apresso alla sera, già era sí vinta del piangere e della paura, ch'ella non gridava e non poteva più, e raccomandavasi alla Donna del paradiso. Intervenne che presso a questo luogo a tre miglia era uno fiume che passava per questo bosco e chiamavasi el Magno. In su la riva di questo fiume istava uno cavaliere, che avea nome Lamberto, ed era salariato dalla corte del re Pipino solo per cacciare, ed aveva moglie e aveva quattro figliuole femmine. Questo Lamberto andava ormando e cercando per questo bosco, o più tosto selva, e uno suo segugio trovò Berta legata e cominciò a baiare; e Lamberto, credendo che fosse qualche fiera o cacciagione, corse allo abbaiare del segugio, e quando vide Berta, si maravigliò e dimandò chi ella era. Ed ella appena gli rispuose, e pregollo che la isciogliesse, ed egli cosí fe', ed ella cadde in terra. E appena potè parlare, e disse che l'era figliuola d'uno mercatante, «e fui rapita a uno mio giardino da quattro ladroni per forza, e fui menata in questo luoco, e volevanmi torre il mio onore; ed io addimandavo la morte, ed eglino mi dissono: — Noi non ti uccideremo, ma noi ti faremo di strana morte morire; — e spogliaronmi in camicia e legaronmi a questo albero, come tu vedi, e tutti i miei panni se ne portarono. Io mi ti raccomando per l'amore di Dio». Ella parlava francioso come Lamberto; e a lui molto ne 'ncrebbe, e aiutolla a levare ritta il meglio ch'egli potè, e la condusse insino alla sua abitazione, ch'era in su la riva del Magno, e disse alla mogliera come egli l'avea trovata. E a lei ne 'ncrebbe, e misele una sua vestimenta di bigello grossa, e dissele: «Figliuola mia, tu ti starai con esso noi, e di quello che noi aremo, e noi daremo a te ». Ella lodò Iddio e la divina Madre, e inginocchiossi loro a' piedi e ringraziògli, e faceasi chiamare Falisetta. E stata con loro uno mese, disse a Lamberto: « Padre mio, io vi priego che voi comperiate de' fogli e uno calamaio, ch'io possa scrivere quello che mi bisogna, e io farò che queste vostre figliuole guadagneranno le dote». Lamberto cosí fece, ed ella gli scrisse quello che le facea di bisogno a fare ricamature e a fare borse al loro modo di Franza; e fatto el lavoro, Lamberto lo portava a Parigi a vendere, e radoppiava i danari. Ed ella insegnava lavorare alle figliuole di Lamberto, e fece tanto che in meno di cinque anni Lamberto era ricco e non attendeva più a cacciare; e aveva fatte le figliuole di Lamberto tanto vezzose e oneste, e cosí la moglie, ch'ella dimostrava bene che l'era di gentilezza nata.

Lamberto le faceva grande onore di quello che egli poteva, e tutti gli erono ubidienti, e spesso le dicea novelle da Parigi. E dissele come lo re Pipino aveva auti due figliuoli della reina Berta, figliuola del re d'Ungheria. Allora immaginò bene che Falisetta l'aveva tradita con l'aiuto de' sua parenti; ed ella, di dí e di notte pensando come ella si potesse vendicare e ritornare nella grazia del suo signore, nondimanco temeva della morte. E immaginò di fare uno ricco padiglione.

Capitolo IX.

Come Berta fece uno padiglione ricamato tutto a oro ed argento,

e mandollo a vendere a Parigi; e Grifone di Maganza lo comperò.

Passati anni cinque che Berta era stata con Lamberto, mandò Lamberto con una scritta alla cittá, e fecegli tra più volte spendere più di trecento danari d'oro a comperare seta

e oro filato e argento; e fece uno padiglione ricamato, nel quale ella ricamò in piccole figure tutta la storia che l'era intervenuta: prima, come ella fu sposata in Ungheria, e' ba roni che l'aveano menata, e come ella venne a Parigi, e tutta la cosa a parte a parte; e in ogni luogo uno brieve, che diceva la parte quello che veniva a dire. E quando il padiglione fu compiuto, ed ella chiamò Lamberto e disse: «Voi ve ne andrete a Santo Dionigi il dí della festa, e tenderete questo padiglione in parte, che quando lo re e' baroni passeranno, lo possino vedere; e venderetelo a prezzo dua libre d'argento la libra di questo. E se alcuno v'addimandasse donde voi l'avete auto, dite: —Io andai in Acquamorta e mi missi per comperare mercatanzia; e uno che veniva d'Alessandria me lo vendè, e hollo recato qui per vendere, e voglione due tanto argento quanto pesa —. Ma non andate in casa di persona a portarlo per avere danari, che voi potresti essere morto. Fatevi pagare in su la piazza, e sappiatemi dire chi lo compera». Lamberto lo puose in su uno mulo e portollo la vigilia di san Dionigi a Santo Dionigi, e steselo di verso Parigi in su la campagna allato alla strada che veniva da Parigi, il più presso che potè alla strada. E poco vi stette, che Grifone di Maganza v'arrivò, e passando per andare a Santo Dionisi, s'accostò a questo padiglione e cominciò a leggere i brievi. E quando n'ebbe letti parecchi, domandò Lamberto donde aveva auto questo padiglione, ed egli disse come Berta gli aveva insegnato, «e vorre' lo vendere». Grifone lo fece ripiegare, e disse: «Vieni con meco, e io ti darò e' danari». Disse Lamberto: «Per la franchigia di monsignor le roy de Franza, che chi lo vorrà mi pagherà qui dua tanto argento che nol pesa». Grifone, dubitando ch'egli non venisse alle mani d'altre persone, lo fe' pesare, e mandò per l'argento e pagollo, e fe' il padiglione avvolgere e portare al suo palazzo. E fece ragunare tutti quegli sua parenti che sapevono il fatto, e mostrò loro il padiglione. Subito dissono: «Costei è viva»; e mandarono molte sagrete spie in Alessandria a farla cercare, e in più parti; e feciono ardere il padiglione, perché non si vedesse.

Lamberto tornò a Berta, e disse come l'aveva venduto al conte Grifone da Pontieri. Ella ne fu molto dolente, e bene pensò perché l'avea comperato, e disse: «Non sono ancora purgati li mia peccati». E lodò e ringraziò Iddio, e a lui si raccomandò.

Capitolo X.

Come lo re e la reina d' Ungheria, non avendo lettere di mano di Berta,

feciono uno sogno e andorono a Parigi.

Dice l'autore di queste storie che lo re d' Ungheria, Filippo primo, e la sua donna, reina d'Ungheria, aveano scritte molte lettere a Berta e mandati molti sagreti e fidati méssi, che parlassino a Berta, e nessuno le poteva parlare. Mandorono certe spie, tanto ch'uno famiglio molto fidato del re vidde una mattina Falisetta venire in sala, e come la vidde e udilla parlare per modo che la riconobbe ch'ella era Falisetta, subito con grande dolore si parti e tornò in Ungheria. E disse al re: «Signore, io ho veduto Falisetta incoronata, ed ha del re Pipino dua figliuoli: l'uno ha nome Lanfroy, e l'altro Oldrigi, e voi vi credete che siano di Berta vostra figliuola». E 'l re Filippo disse: «Servo mio, tu debbi avere errato». Nondimeno rimase con grande pensiero e dolore, e parlatone con la reina, la notte vegnente feciono amendue uno cattivo sogno. Disse la mattina lo re: «Io vidi in sogno che una orsa seguiva la mia figliuola per uno bosco, e ch'ella veniva alla bocca di quattro lupi e gittavasi in uno fiume, e parevami che uno pescatore la scampasse». Lo re contava la mattina alla reina questa visione che gli era intervenuta, ed ella disse: «O signore, cosí ho sognato io quello medesimo che voi». E di questa visione feciono insieme lamento. Disse la reina: «Noi non abbiamo altra figliuola né figliuolo che costei, onde vi prego, signore, che voi l'andiate a vedere». E dierono ordine da ivi a otto giorni fusse apparecchiata la someria e la brigata che voleva con seco, e nessuno sapeva dove egli si volesse andare. E partissi, e cavalcò per la Buemmia e andonne a Gostanza, e passato el Reno entrò in Franza; e non si sapeva la sua venuta in Franza. E quando fu presso a Parigi a tre leghe, ed egli mandò a dire a re Pipino come egli veniva a vicitarlo. Lo re Pipino comandò ch'e' baroni montassino a cavallo e andassino incontro al re d' Ungheria suo suocero, ed egli andò alla camera e disse a Falisetta: «Io v'apporto, madama, buone novelle, ch'el vostro padre e la vostra madre saranno stasera qui a cena con noi». Ed ella se ne mostrò allegra, e aveane grande dolore e paura. El re si maravigliò ch'ella diventò pallida e smorta, ed ella disse al re: «Più tosto si muore d'una grande allegrezza che di dolore». Disse Pipino: «Apparecchiatevi di venire in contro a vostra madre». Ella disse: «Io non so s'io potrò venire». E 'l re si partí, e andò a montare a cavallo; e quando montava, disse a Grifone: «Va alla reina, e dille che monti a cavallo e venga 'ncontro a suo padre». E Grifone ne andò a lei, e trovò ch'ella piangeva e tremava di paura; e disse a Grifone: «Questo m'avete fatto voi!». Ed egli la confortò che non avesse paura. «Fatti malata, e noi faremo ch' e' medici diranno che tu hai uno male che non ti si può parlare, che tu morresti d'allegrezza; e faremo che ci saranno pochi lumi. E se la reina ti favella, rispondi con boce fioca e roca il più che tu puoi, e noi piglieremo tosto e' ripari». Ed egli andò a montare a cavallo, ed ella si fe' ammalata ed entrò nel letto. E quando Grifone giunse al re Pipino, el re lo domandò: «Che fa madama la reina?». Disse Grifone: «Per mia fe', ch' io temetti ch'ella non si morisse d'uno subito male che le è venuto». Disse Pipino: «Io me ne aviddi, quando io le dissi che suo padre veniva». E cavalcando, trovarono lo re Filippo, e grande festa e allegrezza fenno insieme. E venendo verso Parigi, lo re Filippo si maravigliava, e dimandò lo re Pipino: «Come non è Berta, la mia figliuola, venuta incontro alla madre sua?». Disse lo re Pipino: «L'allegrezza le ha dato noia»; e dissegli quello che era addivenuto, quando gli disse che 'l suo padre veniva. E giunto in Parigi, fu dato al re Filippo uno reale palagio allato al palagio del re; ed entravasi dall'uno all'altro palazzo; e tutta la sua compagnia fu alloggiata.

Capitolo XI.

Come lo re d' Ungheria e la reina riconobbono Falisetta

che si faceva imperatrice, e 'l dolore che n'ebbono.

Quando la reina d' Ungheria fu un poco riposata, disse al re Filippo: «Io voglio andare a vedere la mia figliuola». E mossesi con molte donne, con molti famigli e gentili uomini, e andonne alla camera dove stava Falisetta; ed ella per malinconia e per paura s'era addormentata. La reina voleva entrare nella camera, e certi famigli de' Maganzesi, e anche certi di loro, dicevano: «Voi non potete entrare, imperò ch'ella dorme, e' medici non vogliono che se gli favelli. Ma istate uno poco, e tornate, ch'ella sarà levata». La reina d'Ungheria s'adirò e diede delle mani nell'uscio e aperselo, e disse: «Come dite voi ch'io vada e torni? Non è ella mia figliuola?». Ed entrò drento, e trovò ch'ella dormiva. Ed ella subito gli pose le mani a' piedi, e subito conobbe che questa non era la sua figliuola. E prese uno cerotto di cera acceso, e guatolla nel viso, e subito conobbe ch'ella era Falisetta. Fece vista di nolla conoscere e ch'ella fusse la sua figliuola, e disse: «Ella dorme sí bene, ch'io nolla voglio destare. E quando sarà risentita, verrò da lei». E tornossi alla sua camera, e ristretta col re Filippo, segretamente gli disse piagnendo: «Omè, signore mio, la nostra figliuola debbe essere morta, che questa che si chiama Berta è Falisetta, ch'io la conobbi; e però non ci è venuta incontro. Io voglio che noi lo diciamo al re Pipino». Disse il re Filippo: «Donna mia, non fare cosí, imperò che se la cagione viene dal re Pipino e noi dicessimo niente, egli ci farebbe morire. Ma noi ce ne andremo in Ungheria, e io darò tale ordine, che noi lo cacceremo di Parigi e di tutto il reame, e faronne sí aspra vendetta, che sempre ne sarà memoria. Ma io la voglio vedere imprima». E andonne in sala e vicitò il re Pipino, mostrando grande amore e allegrezza. E stato un poco, disse al re Pipino: «Andiamo a vedere la 'mperadrice». E Pipino fu contento, e presonsi per mano. La reina d' Ungheria lo seppe, ed ella si mosse e andò per essere con loro alla presenza. E' Maganzesi erano tutti armati con molti in compagnia celatamente. E giunti nella camera, lo re Pipino fece accendere molti doppieri, e 'l re Filippo gli toccò la mano e parlò con lei, e subito la riconobbe, ma non dimostrò niente, e felle festa come a figliuola. Disse Grifone di Maganza: «Il meglio si era, signore, a lasciarla riposare ». La reina d' Ungheria v'era presente, e molto meglio la riconobbe: e allora si partirono e tornarono a' loro alloggiamenti. Disse Grifone a Falisetta: « Tu se' franca, ch'eglino non t'hanno conosciuta». Rispose Falisetta: «Iddio 'l voglia, ma io ne temo». E tornati alla camera, el re Filippo fece segretamente grande cordoglio con la sua donna, e per quello giorno non si dimostrò altrimenti.

Capitolo XII.

Come Pipino ordinò una caccia nel bosco del Magno,

nella quale si smarrì e arrivò a casa di Lamberto.

Passato lo secondo giorno, lo re Filippo addomandò licenzia a re Pipino di tornarsi in Ungheria, e raccomandavagli Berta. Disse il re Pipino: «Come dite che volete partire? O voi non siete stato con meco se non due giorni! Io voglio che voi veggiate la mia caccia del Magno, e holla fatta per vostro amore apparecchiare». E 'l re Filippo, per non lo turbare, rispuose che l'aveva molto caro di vederla: e cosí fu l'altra mattina la caccia apparecchiata. Lo re Filippo comandò alla sua mogliera ch'ella vicitasse Falisetta e dimostrassi di nolla conoscere. Disse la reina: «O signor mio, tu la chiami Falisetta, ma io la chiamerò sempre Falsetta, che lo è bene stata falsa e malvagia per me» :e per queste parole fu sempre poi chiamata Falsetta. Lo re Pipino e 'l re Filippo montarono a cavallo, e con loro andò Bernardo di Chiaramonte e Ramondo di Treves e Morando di Riviera e molti altri. E usciti di Parigi e giunti nel bosco, la caccia si cominciò. La brigata si spandeva per lo bosco, e tutto il dí seguitarono con grande piacere la caccia. Essendo in sullo vespro, lo re Pipino ferì d'una saetta uno cerbio, e vedendolo avere fedito, gli misse drieto uno suo segugio, e partissi seguitando la traccia, tanto che egli prese il cerbio e legollo in sul cavallo. E voleva tornare a' compagni, ma egli s'era tanto avvolto per la selva, ch'egli non seppe tornare a' compagni, ma trovò il fiume del Magno. E andando su per lo fiume, arrivò alla casa del sopra detto Lamberto, dov'era Berta del gran piede, sua vera moglie, e smontò da cavallo e chiamò se persona vi stava. Lamberto gli rispuose, e come lo vide, lo riconobbe e disse ridendo: «O Monsignor 'rois' de Franza, che andate voi facendo tanto a notte in queste parte?». Disse il re: «Per mia fe', io honne smarrita la via e la mia brigata» ; e dimandò se alcuno ve ne fussi arrivato. Rispuose Lamberto di no. Poi domandò quanto era da lí a Parigi. Rispuose Lamberto: «E' ci è cinque leghe». E disse: «Signore, se vi piace stare qui, io ho del pane fresco e ho del salvaggiume salato e fresco». Lo 'mperadore se ne rise e disse: «E io cosí farò». E ismontò, e puosesi a sedere in su uno grande fascio di legne da fuoco. Lamberto chiamò le sue figliuole per farlo servire, e cavato un pane schiacciato del forno, comandò a Berta che lo portasse in una tovagliuola bianca al re Pipino.

Capitolo XIII.

Come Pipino parla con Berta, e non conoscendola,

ordinò di dormire la notte con lei in sul carro.

Giugnendo Berta dinanzi al re Pipino, s'inginocchiò a' suoi piedi con una sí gentile apparenza, ch'el re disse tra sé : «Questa non ha atto di villana»; e guatandola nel viso disse: «Se la reina non avesse male, per mia fe' io direi ch'ella fosse dessa e ch'ella mi volesse fare qualche beffa, tanto la somiglia costei». E inanzi che Lamberto venisse col vino, disse Pipino, guatandola nel viso: « Se' tu figliuola di Lamberto?». Rispose Berta: «Troppo sono io sua figliuola!». Disse Pipino: «Vuo' mi tu baciare, e mariterotti». Ed ella rispose tutta tremante: «Io farò ciò che voi vorrete». Disse Pipino: «E se Lamberto è contento, vuoi tu dormire con meco ista notte?». Ed ella rispose: «Signor mio, io farò la vostra volontà». E quando Lamberto ebbe dato bere al re, ed egli disse: «Lamberto, è questa tua figliuola?». Rispuose Lamberto: «Ella è mia figliuola, e più che figliuola». Disse Pipino: «Io voglio ch'ella dorma stanotte con meco». Disse Lamberto: «Signore, merzé per Dio! S'ella non è contenta, non le vogliate fare violenza, e oltraggio in casa mia neanche a me». Disse il re: «S'ella non è contenta, io non farò forza né a te né a lei». Lamberto si volse a lei e disse: «Vuoi tu dormire stanotte col re Pipino?». Ed ella rispuose di sí. Quando Lamberto l'udì, molto se ne turbò, e disselo alla sua moglie, ed ella disse: «In casa mia non entrará ella più, come mala femmina ch'ella debbe essere; e ben diceva io ch'ella doveva essere una meretrice ». E stando in questo parlare, ed egli arrivò Bernardo di Chiaramonte e Morando di Riviera, e smontati, dissono al re: «Voi ci avete dato malinconia». Lo re disse a Lamberto che tenesse quella giovane celata, ch'ella non fosse veduta, ed egli cosí fece. Intanto giunse lo re Filippo d'Ungheria e tutta la gente della caccia, e raccogliendosi quivi a' suoni de' corni, quivi cenarono tutti. L'allegrezza era grande, che avevano ritrovato lo re Pipino; e quando ebbono cenato, e Pipino disse a Bernardo: «Egli ha in questa casa una bella giovane, e hammi promesso di dormire questa notte con meco. Fammi acconciare uno alloggiamento dove ti pare, e guardati dal re Filippo, per amore della reina ch'è sua figliuola». Bernardo voleva ch'el re Pipino dormisse in casa, ma Lamberto non volle, e Bernardo non lo volle sforzare, ma egli tolse uno carro ch'era fuori della casa, e fecelo tirare in su la riva del fiume, e fecelo di sopra acconciare per modo con uno letto di sopra, che due persone vi potevano dormire, e di sopra lo fece coprire di ricchi adornamenti e di panni e di verzura e di fronde; e ognuno andò poi a dormire, chi qua e chi la pigliando alloggiamenti. Lo re Filippo dormí in casa di Lamberto, ed era addolorato per la figliuola, e Lamberto per la reina, la quale si faceva chiamare Falisetta per non essere conosciuta; e cosí era addolorata la moglie di Lamberto.

Capitolo XIV.

Come Carlo Magno fu ingenerato, e Berta riconosciuta

dal re Pipino e dal re Filippo suo padre.

Quando ognuno fu andato a dormire, el re Pipino e Bernardo menarono Berta in su lo carro, e Bernardo si partí. E quando Pipino si volle accostare a Berta, ed ella disse: «Signore. andiamo prima nel letto». Ed ella con le sue mani lo scalzò, e quando furono entrati nel letto, Pipino l'abracciò, ed ella cominciò a piagnere, e disse: «Lodato sia il vero Iddio e la sua santissima Madre, ch' io sono giunta al luogo ch' io potrò dire la mia ragione». Lo re si fermò e disse: «Come la tua ragione? Hai tu padre o madre altro che Lamberto, o avesti mai marito?». Ed ella l'abracciò e pregollo per Dio ch'egli la stesse a udire; ed ella disse: « Io ho padre e madre e marito». Disse il re: «Chi è tuo padre?». Ed ella disse: «Il re Filippo d'Ungheria è mio padre, e 'l re Pipino, imperadore di Roma e re di Franza, è mio marito, ed io sono Berta dal gran pie'». Disse Pipino: «Come se' Berta, che la lasciai a Parigi ammalata?». Disse Berta: «Quella è Falisetta, e pregovi, signore, che voi udiate come la cosa sta». Allora contò ella al re come Falisetta fu allevata in Ungheria, e come ella la menò seco, e tutta la cosa come era stata insino a quello carro, sempre piagnendo e domandando misericordia. Lo re Pipino le cercò i piedi, e trovò come Bernardo e Gherardo e Morando e Ramondo gli aveano detto; e considerando la cosa per fanciullezza da parte di Berta essere mossa, e da parte di Falisetta per malizia, giurò di farne alta e rilevata vendetta. Nondimeno volle sapere se Berta era vergine, e secondo l'umana natura usò il matrimonio, e trovolla vergine. E in quella notte ella ingravidò in uno fanciullo maschio. El re le disse la mattina: «Berta, egli è qui lo re Filippo tuo padre: tutto questo è stato fattura di Dio, che mi mandò in questa parte e fece ch'uno cerbio mi ci condusse». Ella si rallegrò molto del padre. La mattina venne Bernardo di Chiaramonte a buona ora al carro, e Pipino gli disse la cosa come stava, e Bernardo si maravigliò molto, e tanto parlò col re, ch'egli era il giorno chiaro. E quando si partirono dal carro, si missono Berta inanzi. E andando alla casa di Lamberto, lo re Filippo era levato; ed entrando Berta in casa, Berta si scontrò con lui, ed egli si fermò e guatolla, ed ella guatò lui; e riscontrandosi gli occhi del padre e della figliuola, si riconobbono, e 'l padre le guatò il pie' e disse: « O figliuola mia!». Ed ella insieme a un'otta disse: «O padre mio!» e gittossele a' piedi ginocchioni. El padre l'abracciò piagnendo, e Pipino fece serrare l'uscio e fece chiamare Ramondo di Treves e Morando di Riviera, e in presenza di tutti fece dire a Berta tutta la novella come ella è passata; e quivi giurarono di sagreto tra loro che di questo si facesse giusta vendetta. Lamberto si gittò ginocchioni dinanzi al re Pipino e a Berta, dimandando subito misericordia, perché l'aveva molto biasimata perch'era andata a dormire col re Pipino. E Berta dimandò di grazia al padre, re Filippo, e al re Pipino che a Lamberto fussino maritate le figliuole. E 'l re Pipino fe' dire a Lamberto come l'aveva trovata, e 'l dí, sí che la cosa conferia l'una con l'altra. E ordinarono ch'ella rimanesse quivi tanto, ch'eglino mandassino per lei segretamente, perché i loro nimici Maganzesi non se ne avvedessino; e cosí ritornarono a Parigi, ed ella rimase a casa di Lamberto.

 Capitolo XV.

Come Falisetta fu arsa, e' Maganzesi furono cacciati di Parigi,

e perdonato a Lanfroy e Oldrigi.

Tornati a Parigi, lo re Filippo d'Ungheria disse alla reina, sua donna e madre di Berta, tutto il fatto, ed ella molto ne fu allegra. Lo re Pipino fece armare tutta sua gente, e mandò segretamente in molte parti della cittá, comandando che, come il romore si levasse, che quelli di Maganza fussino morti. E poi andò con Bernardo e con molti armati alla camera di Falisetta, ma Morando di Riviera prese Lanfroy e Oldrigi per comandamento di Bernardo e menorongli alla camera della reina d'Ungheria; ed ella gli faceva guardare perché non fussino menati via.

In questo mezzo giunsono Pipino e Bernardo alla camera di Falisetta. Pipino corse al letto e presela per le treccie de' capegli, e trasse il coltello per ucciderla; ma Bernardo non lo lasciò. Pipino la diede in guardia a uno suo siniscalco, e poi con le spade in mano lui e Bernardo corsono in su la mastra sala del reale palazzo; e Pipino gridava: « Muoino e' traditori di Maganza!». E dato il segno, si levò il romore in piazza e per la cittá, dov'era l'ordine dato. Quelli di Maganza, sentendo il romore, credettono che fosse chiamamento di gente, che il re Filippo si volesse partire; ma eglino udirono dire: «Egli è in piazza e al palazzo del re grande romore». Grifone s'armò con quella brigata ch'egli aveva, e disse a' fratelli: « Lo re d'Ungheria si sarà avveduto di Falisetta; andiamo dinanzi al re Pipino a fare nostra scusa». E quando si volevano muovere, giunse uno famiglio gridando, ed era ferito e diceva: «Signore, procacciate di campare, che il re Pipino e tutta la cittá gridano: — Muoiano e' Maganzesi traditori! — E sono stati morti più di sessanta de' vostri servidori, ed è col re Pipino Bernardo di Chiaramonte e 'l re Filippo d'Ungheria e Morando di Riviera e tutta la cittá». Allora Grifone, Ghinamo e Tolomeo e Spinardo si fuggirono fuori di Parigi con molta gente ch'eglino tenevano, e anche per la venuta del re d' Ungheria s'erano afforzati di gente. Lo re Pipino fece menare Falisetta in su la piazza, e amenduni e' figliuoli, e comandò che Falisetta fosse arsa con amenduni e' figliuoli nati d'avolterio; ma lo re Filippo e Bernardo e Morando e la reina domandorono al re Pipino misericordia per li dua fanciulli. Ed a niente voleva acconsentire; ed erano per essere messi nel fuoco, quando tutto il popolo cominciò a gridare: «Misericordia, santa Corona, di dua innocenti!». Lo re Filippo disse al re Pipino la grazia ch'el popolo di Parigi addimandava, e 'l re fece loro la grazia, e disse: « Iddio voglia ch'ella non sia mala grazia per voi e per me e per lo regno di Franza!». E cosí campò Lanfroy e Oldrigi dal fuoco, e Falisetta fu arsa. E fu sempre da poi chiamata per tutto Falsetta, per la falsità ch'ella aveva usata.

Capitolo XVI.

Come Pipino mandò per Berta, e' Maganzesi gli assalirono,

e in questa morirono Tolomeo e Spinardo di Maganza.

Lo re Pipino, fatta la giustizia di Falsetta, fece apparecchiare la sua baronia, e comandò ch'andassino per Berta al fiume del Magno; e cosí si mosse Bernardo e Morando e Ramondo di Treves e Ramondo di Spagna e molti altri signori, e menarono quattromila cavalieri. E mentre che la brigata montava a cavallo, si partirono certi della gente de' Maganzesi, e giunsono Grifone e' fratelli, che cavalcavano piano per sentire novelle, e dissongli che Falisetta era suta a furore arsa e che lo re Pipino avea fatto montare Bernardo di Chiaramonte a cavallo con quattromila cavalieri e mandava per Berta, e dicevasi ch'ell'era al fiume del Magno. Grifone da Pontieri si raccordò che Lamberto cacciatore gli aveva venduto il padiglione; e disse a' fratelli: «Per certo ch'ella sarà a casa di Lamberto». E subito posono mente quanta gente avevano con loro, e trovarono che avevano cinquemila cavalieri; e feciono due parte di loro: una parte di duemila cinquecento cavalieri Grifone e Ghinamo, e altrettanti Spinardo e Tolomeo; e attraversarono una grande campagna per venire al fiume del Magno.

La brigata che andò per Berta erano giunti alla casa di Lamberto, dove Berta fu come imperatrice adorna; ed ella si volse armare: e quando si partirono di casa di Lamberto feciono dua schiere di loro: Bernardo di Chiaramonte con duemila entrò inanzi, e Ramondo e Morando rimasono con la donna. E cavalcando Bernardo con la sua schiera, si scontrò nella schiera di Tolomeo e di Spinardo, e levato il romore, s'assalirono con le lance in mano. Bernardo si scontrò con Spinardo e passollo insino di drieto, e cadde Spinardo morto alla terra; e Bernardo trasse la spada, e rincorando la sua brigata, cominciarono grande battaglia. E Grifone, ch'era alquanto scostato da questa schiera, sentí el romore, e volendo correre verso quella parte si scontrò con la schiera di Morando e di Ramondo, e grande battaglia si cominciò; e in poco d'ora le due battaglie si ridussono in una, perché ogni parte s'era ristretti co' sua. Essendo la battaglia grande, Bernardo s'aboccò con la spada in mano con Tolomeo; e combattendo insieme, giunse la 'mperatrice con alquanti buoni cavalieri; e dissono i cavalieri ch'erano con lei ch'era armata di tutte arme. E correndo, vidde Tolomeo, e con una lancia passò Tolomeo, che combattea con Bernardo: ma chi sa se lo uccise. Egli fu morto d'una lancia, combattendo con Bernardo di Chiaramonte, e cosí perderono i Maganzesi dua fratelli, ma di loro rimasono molti figliuoli. Alla fine quelli di Maganza abbandonarono il campo, ma Grifone ferì Ramondo navarrese, sí che per morto ne fu portato a Parigi. E partissi Grifone dalla battaglia per isconfitto, e con lui Ghinamo di Baiona, e lasciarono morti Spinardo e Tolomeo, loro fratelli, in questa battaglia, e tornaronsi in loro paesi. Bernardo si ristrinse con la sua compagnia e con la reina, e trovarono morti mille cavalieri de' loro, e molti fediti; ma di quelli di Maganza morirono dumila cavalieri. Bernardo ne fece portare Ramondo insino a Parigi, e quando si seppe la cagione perché erano tanto stati, lo re Pipino e 'l re Filippo si disperavono che non lo avevano saputo, che non sarebbe campato persona di quelli di Grifone. E fu detto che Berta avea morto con una lancia Tolomeo; e fecesi gran festa e allegrezza della tornata della reina Berta, e sopra a tutti ne facea festa lo re d' Ungheria suo padre e la reina sua madre, e lo re Pipino similemente. E passato uno mese, lo re Filippo dimandò licenzia e tornossi in Ungheria, dove si fé' grande allegrezza della sua tornata e di Berta ch'era ritrovata. Lo re Pipino regnava con grande allegrezza; e Berta era gravida, e nondimeno per amore del re Pipino allevava i due bastardi Lanfroy e Oldrigi come suoi figliuoli, facendogli nobilemente nodrire.

Capitolo XVII.

Come nacque Carlo Magno e Berta, madre d'Orlando; e' due bastardi

Lanfroy e Oldris avvelenarono Berta del gran pie'.

Venuto il termine de' nove mesi che Berta dormí col re Pipino in sul carro, ella partorì uno figliuolo maschio col neello in su la spalla ritta, che era il segno de' Reali di Francia. E saputo Pipino come l'aveva acquistato in sul carro allato al fiume del Magno, quando trovò Berta a casa di Lamberto, a cui Berta avea fatto maritare le figliuole, e Lamberto avea fatto ricco uomo dentro in Parigi, sí ch'ella l'avea bene meritato, volle il re Pipino ch'el figliuolo per rimembranza avesse nome Carro Magno, el nome del carro e 'l sopranome del fiume. Ma egli non fallò, imperò ch'egli fu bene magno. E fecesi di Carro Magno grande allegrezza, e della sua natività, e dicono ch'el re d'Ungheria ne fece maggiore festa che altro signore. E benché egli avesse nome Carro Magno, era per vezzi chiamato Carlotto, e quindi avvenne ch'egli fu chiamato Carlo Magno e non Carro; ed era della faccia e degli occhi tanto fiero, che nessuno non lo poteva guatare fiso, che non abassasse gli occhi. E fu dato a Morando di Riviera a balire; ed egli lo facea nodrire e governare, e posegli più amore che se fusse stato suo figliuolo. E quando Carlotto ebbe compiuti dodici anni, e Berta partorì una fanciulla femina.

In questo tempo aveva Lanfroy sedici anni e Oldrigi quindici; e quelli di Maganza ogni giorno scrivevano loro lettere, come la madre era stata arsa, e ch'el re Pipino gli aveva voluti fare ardere, e che Berta era stata cagione di tutto questo male, e ch'eglino perderebbono la signoria, se Carlo giugnesse a quindici anni, e loro sarebbono sottoposti a uno che non è della casa di Franza, ma è figliuolo d'una puttana e d'uno cacciatore. E tanto avevano scritto, ch'e' dua fratelli cercarono la morte di Berta e di Carlotto. Essendo uno giorno Berta in parto in una fanciulla femina, a costoro non era tenuto porta, perché Berta se gli aveva allevati come figliuoli, poi ch'ella tornò con re Pipino; e vedendo Lanfroy la vivanda di Berta, o ch'egli la recasse o portassela come servidore della reina, egli avvelenò quella parte ch'egli credeva o sapeva che più piacesse a Berta, per modo che di questo veleno ella morí il terzo giorno. E' medici dissono ch'ella era stata avvelenata, e fece Pipino ardere tre cameriere, che furono incolpate; ed erano più fieri alla vendetta di Berta Lanfroy e Oldrigi che altra persona; e fu gran pianto di Berta in Franza e in Ungheria. Lo re Pipino fece battezzare la figliuola ch'era nata, e per amore della madre ch'era morta le pose nome Berta seconda; e questa fu poi madre d'Orlando.

Capitolo XVIII.

Come lo re Pipino fu morto da' dua suoi figliuoli bastardi,

e Carlotto campò a una badia fuori di Parigi.

Dopo la morte di Berta uno anno, e' due bastardi Lanfroy e Oldrigi parlorono insieme della signoria di Franza, come quelli di Maganza gli avvisavano. Disse Lanfroy: «Dopo la morte di Pipino non toccherà a noi la signoria, ma toccherà a Carlotto; però è meglio per noi a uccidere Pipino e Carlotto; e imprima mandiamo avvisare el conte Grifone e gli altri di Maganza che ragunino gente e che ci soccorrino». E mandorono lettere a Grifone, ed egli si misse in punto. E' dua fratelli, dato l'ordine, andarono alla camera di Pipino, e trovarono ch'egli dormiva ed era solo; ed eglino con dua coltella in mano gli cominciarono a dare. Pipino si rizzò per fuggire, ma eglino l'aterrarono nel mezzo della camera. Carlotto giunse in su l'uscio della camera, e vide e' due micidiali patricida che uccidevano il padre, e dicevano: «Cosí faremo a Carlotto, come facciamo a te, perché lo volevi fare signore».

Sentite Carlotto queste parole, e vedute le coltella sanguinose, fuggì indrieto, e Iddio l'aiutò, ch'eglino non lo viddono. Egli si fuggì di Parigi; e andando verso Orliens, trovò uno pastore di suo tempo, che guardava pecore. Carlo gli disse: « Vo' tu cambiare i tuoi panni, e io ti darò i mia?». E quello pastore fu contento, e tolse i panni di Carlotto, e diegli i suoi. Il padre del pastore vendè poi tutti i panni, salvo ch'el giubberello. Carlotto s'imbrattò tutto di fango, e camminando non sapeva dove s'andare; e capitò la sera a una badia di Santo Omero. L'abate era grande amico di Pipino, e stato suo servidore. Carlotto entrato ne' chiostri della badia, alcuno de' monaci non lo conoscendo, lo domandarono s'egli voleva stare con altrui. Rispuose di sí, ed eglino lo menorono all'abate, e con lui s'acconciò; e missegli una vesta monacile; ed egli serviva tanto bene l'abate, che parlando con certi de' suoi monaci disse: «Per certo che questo valletto non debbe essere figliuolo di villano». E domandò come egli avea nome, ed egli rispuose che aveva nome Mainetto. Disse l'abate: «Hai tu padre?». Rispose che no.

In questo mezzo li due bastardi furono soccorsi da Grifone di Maganza, presono la signoria, e tutti i Maganzesi tornarono a Parigi e incoronarono Oldrigi del reame di Francia e Lanfroy feciono siniscalco e capitano di tutta la gente d'arme; e feciono mettere bando a pena della forca, che qualunque persona avesse Carlotto, lo dovesse rappresentare al roy de Franza. Ed era allora papa di Roma Sergius, per antico di Maganza, e fece scomunicare ogni persona che ritenesse Carlotto, che gli desse aiuto o forza o consiglio; e fu fatto imperadore Leone, e dopo Leone fu imperadore Gostantino suo fratello, e dopo Gostantino fu imperadore Michael: e durarono in tutto questi imperatori anni ventisei, e poi fu fatto imperadore Carlo Magno, come la storia farà menzione.

Fu Carlo molto cercato per li Maganzesi. Disse l'abate, dov'era arrivato Carlo, che molte volte gli parve in visione che gli fusse detto: «Questo fanciullo, che tu tieni per servo, egli è Carlotto, figliuolo del re Pipino». Ed egli lo chiamò una mattina e dimandò chi egli era e di che gente. Rispuose: « Io fui figliuolo d'uno pastore, e quando fu morto lo re Pipino, fu tolta la mandria al mio padre, e fu morto, perché egli amava el re Pipino; ed io me ne fuggì'». L'abate non lo intendeva, e credeva ch'egli dicesse pastore di bestiame, ed egli diceva di persone. E stette Carlotto a questa badia quattro anni, servo di questo abate.

Capitolo XIX.

Come Morando di Riviera cercava di Carlotto,

e come l'abate lo riconobbe e fecegli fare arme a suo dosso.

Due anni dopo la morte di Pipino, Morando di Riviera, balio di Carlo, avendo fatto molto cercare di Carlotto e non potendo sentirne novelle, diliberò d'andare egli in persona cercandolo, e lasciò la sua terra a due suoi piccoli figliuoli e diede loro fidato governo, ed egli sconosciuto venne a Parigi a certi amici, e mai non ne potè sapere novelle. E cercò, vestito come religioso, tutte le chiese e munisteri di Franza presso a Parigi a tre miglia, e non trovandolo, n'andò a Roma e per molti paesi, tanto ch'erano presso a quattro anni passati che Pipino era morto. E Morando ritornò a Parigi sconosciuto, e ridomandò gli amici, e nulla ne sentí; ed egli si parti da Parigi armato a cavallo, e prese la via d'andare a Orliens. Ed essendo di lungi da Parigi cinque miglia, trovò uno pastore che guardava pecore, e aveva indosso uno giubberello di seta tutto stracciato. Morando si fermò, e parvegli ri conoscere il giubberello, e domandò il pastore, ch'era d'età d'anni sedici, donde egli aveva auto quello farsettino. Disse il pastore: « Il giorno che fu morto lo re Pipino passava di qui uno valletto, e pregommi che io cambiassi vestito con lui: egli mi diede li suoi panni, io gli diedi i mia, e le mie calze e i miei calzari. Io il domandai perché egli lo faceva, ed egli mi disse: — Per paura di non essere morto — ». E diede il pastore tanti segni, che Morando tutto si rallegrò, pensando ch'egli dovea pure essere vivo.

In questo tempo l'abate ebbe molte volte la sopradetta visione che questo era Carlotto, il quale egli chiamava Mainetto, onde egli l'ebbe una mattina nella sua camera solo con lui, e in questo modo gli parlò, e se gli misse ginocchioni dinanzi e disse: «Signore, tu non puoi più celare che tu non sia il mio signore Carlo». Allora Carlo non si seppe negare e gittossi piagnendo ginocchioni inanzi a l'abate, e fecegli croce delle braccia, e raccomandandoglisi tremava di paura che egli non lo desse nelle mani a' due bastardi. L'abate piagnendo l'abracciò e confortollo, e dissegli: «Signor mio, el tuo padre mi diede questa badia, e fui suo cappellano otto anni; e la mia persona e la badia è tua, e inanzi sofferrei mille volte essere morto, che tu impedimentissi nelle mani de' dua traditori patricida». E Mainetto lo pregò che non lo mutasse del suo uffizio, acciò che non fosse conosciuto. L'abate gli fece fare segretamente una armadura a suo dosso un poco agiata, e per suo amore teneva uno grosso destriere in istalla; e perché Carlotto aveva fatto quistione con tutti e' monaci, e' fece fare pace con tutti, e tenevalo a dormire nella sua camera; e tennelo cosí due anni, poi che l'ebbe riconosciuto.

Capitolo XX.

Come Morando ritrovò Carlotto alla badia,

e menollo altrove; e l'abate gli donò arme e cavallo.

Morando di Riviera avendo quasi tutto il mondo cercato, e mai sentito non aveva novelle di Carlotto, se non dal sopradetto pastore, lo domandò che via aveva tenuta, ed egli con mano disegnò: «Andò in qua verso Orliens». La fatica di Morando era il pensare; e partissi da questo pastore, e per ventura, non sappiendo in che più sicuro luogo andare, n'andò la sera alla badia di Santo Omero. E smontò, e quando l'abate lo conobbe, lo corse abracciare, e fece mettere el suo cavallo nella stalla. Ma Carlotto si fuggì in camera, perché sempre fuggiva dinanzi a' forestieri, per non essere conosciuto.

Morando si cavò l'elmo di testa, e l'abate lo prese per la mano, e andavano per la badia in qua e in lá: e cominciarono a ragionare della signoria di Franza, e della morte del re Pipino; e molto se ne doleva Morando con l'abate, e sopra a tutto si dolea di Carlotto. E cominciò a piagnere, dicendo all'abate quanto paese aveva cerco per trovarlo; e contògli come aveva la mattina trovato uno pastore che aveva in dosso il suo farsetto, e quello ch'el pastore gli aveva detto, come cambiò e' panni con lui. L'abate, udendo il grande amore che Morando portava a Carlotto, e sapeva ch'egli l'avea allevato da piccolino e conosceva ch'egli non era bene sicuro in questo luogo, diliberò scoprire a Morando la cosa, e preselo per la mano, e solo loro dua n'andarono nella camera dell'abate ed entrarono drento.

Carlotto era tanto cresciuto e anche aveva vestimenti monacili; Morando non lo conosceva, ma Carlotto cognobbe subito lui; e non potè aspettare che l'abate lo palesasse, anzi si gittò al collo a Morando piagnendo, e disse: «O padre mio, a che sono io venuto!». Quando Morando lo ricognobbe e udì la parola ch'egli disse, ebbe molta allegrezza e tanto dolore mescolatamente, ch'egli agghiacciò e non gli potè rispondere, e di botto sarebbe caduto, s'egli non si fusse posto in su una cassa a sedere. E quando potè parlare, disse: «O figliuolo mio, tu se' bene figliuolo della fortuna: quanti oltraggi ti sono stati fatti!». L'abate gli pregò che tacessino, per lo pericolo che gli portavano, e disse a Morando: «Perché i monaci non lo conoschino, vada al modo usato alla cucina per le vivande». Morando molto ringraziò l'abate di tanto amore e di tanto bene, quanto egli avea mostrato in verso di Carlo, dicendogli: «Se la fortuna ci presta grazia tanto, che si possa adoperare la giustizia, ancora ve ne renderemo doppio guiderdone ». E mentre che cenavano, disse Carlotto a Morando: «Padre mio, io ne voglio venire con voi». E l'abate lo chiamava pure Mainetto; e piacque molto a Morando questo nome, e disse: «Sempre ti chiamerò Mainetto, per insino ch'el tuo nome si potrà palesare». L'abate molto lo raccomandò a Morando, e disse a Mainetto: «Fi gliuolo, fa' che tu sia ubidiente a Morando, e non ti partire dal suo comandamento, se tu vorrai fare tristi li tuoi nimici». E la mattina si levò l'abate inanzi il dí, e trovò tutte l'arme a Mainetto, e Morando l'armò di sua mano; e poi che furono armati, e l'abate diede a Mainetto piangendo la sua benedizione. Morando sellò il destriere che l'abate avea comperato per Mainetto, e allacciatisi gli elmi, si partirono dalla badia. L'abate gli accomandò a Dio. Morando disse all'abate: «Non ne parlate né a' monaci, né a' nimici, né a persona, e pregate Iddio che ci dia buona ventura ».

 Capitolo XXI.

Come Morando di Riviera fuggì Carlotto Magno nella Spagna,

e poselo co' figliuoli del re Galafro.

Partiti dalla badia Morando e Carlotto, chiamato Mainetto, cavalcarono per la Franza e andarono ne l'Aragona per uscire più tosto delle terre di Franza, e passarono a Tolosa e andarono a Magalona e a Nerbona, e poi a Elprussa ed a Perpignana e a Barzalona, a Terragona, a Tolosa e a Valenza. E giunti a Valenza, presono una via verso il reame di Castiglia, e partironsi dal mare, e in poche giornate n'andarono a Morlingana, e poi n'andarono a Luserna, e da Luserna n'andarono a Saragozza, dove stava il re Galafro, signore di tutti i reami di Spagna. E Morando si puose nome Ragonese, e a Carlo pure Mainetto; e giunti a Saragozza, ismontarono a uno ricco albergo e parlavano lingua spagnuola. E il dí seguente Mainetto fu addomandato se egli sapeva servire di coltello. Morando gli aveva insegnato, ed egli s'acconciò in corte a servire dinanzi a' figliuoli del re Galafro. L'uno aveva nome Marsilio, l'altro Balugante, l'altro Falserone. Marsilio, il primo, fu uomo piacevole e fu giusto nella signoria, e di comune statura, bello parlatore, e fu molto scienziato, e piacevagli i negromanti, e in quello assai si dilettò. Balugante fu grande di persona, molto si dilettava nell'arco, nessuna verità si trovava in lui, crudele contro a' nimici, e degli amici non fu misericordioso. Falserone fu bello uomo, grande e grosso, e fu il più superbo di tutti loro, e d'ogni cosa vendicatore. Marsilio aveva anni diciotto, ed era il maggiore. El giovine Mainetto il serviva di coltello sí bene, che il re Galafro volle ch'egli servisse alla sua tavola; e Mainetto fece tanto ch'el re misse Morando, chiamato Ragonese, a tagliare dinanzi a' figliuoli in cambio di Mainetto. E cosí stettono uno anno, che altra ventura non ebbono.

Capitolo XXII.

Come Galeana, figliuola del re Galafro, innamorò di Mainetto,

e volle la ghirlanda dell'erba da Mainetto.

Passato l'anno che Morando e Carlo, chiamato Mainetto, giunsono a Saragozza, intervenne ch'el re Galafro andò a mangiare il primo dí d'aprile a uno suo giardino, e feciono apparecchiare in su la prateria all'ombra di certi alberi, e mangiavono a sedere in su tappeti in terra, all'usanza d'Alessandria e di Soria; e Mainetto serviva istando ginocchioni in terra, e aveva in dosso un anzelin corto adorno di certi fregi d'ariento, ed era in zazzera. E stando in questo modo, giunse nel giardino una figliuola del re Galafro, chiamata Galeana, e aveva seco venti damigelle molto pulite e belle alla guisa di Spagna: e giunte dinanzi al re, Galeana andò abracciare suo padre, ed egli l'abracciò e disse: «Maometto t'apparecchi buona ventura». Non vi fu alcuno re o signore che non si levasse ritto a farle riverenza; e poi ella sonò una arpa, e l'altre danzavano; e mentre ch'elle danzavano, e Mainetto tagliava dinanzi al re ginocchioni. Ella lo guatò, e tanto gli piacque, ch'ella innamorò fieramente di lui. Ella non era ancora in età d'innamorare, ma questa fu fattura della maggiore potenza, per quello che doveva seguire, imperò ch'ella aveva anni dodici, e non gli compieva ancora. E quando el re Galafro ebbe mangiato, si partí e tornò alla cittá; e Mainetto, andando per lo giardino, si fece una gioia d'erba, cioè una ghirlanda, e missesela in testa. Galeana lo mostrò a una sua segreta compagna e disse: «Quello giovane che serve dinanzi a mio padre di coltello, volesse Maometto ch'egli fosse mio marito!». La damigella la guatò e disse: «Taci, matta, che se' di sí grande legnaggio, e vorresti uno famiglio per marito!». Disse Galeana: «O che sai tu chi colui si sia? L'abito suo certo dimostra ch'egli è gentile uomo. Io voglio ch'egli mi doni quella ghirlanda ch'egli ha in testa»; e apressatasi onestamente a lui, gliela domandò. Subito Mainetto s'inginocchiò e disse: «Madonna, questa ghirlanda non è da voi, imperò ch'ella vorrebbe essere di rose e di fiori, che questa è da saccomanni». Alla fine gliela donò. La quale gioia fu cagione di maggiore amore dalla parte di lei, e tennela molto tempo tra' sua gioielli. Mainetto non le poneva amore, perché era avvolto con l'animo in altri pensieri; e ancora aveva Mainetto sempre per usanza ogni mattina celatamente dire molte orazioni e di pregare Iddio che gli desse grazia di ritornare in casa sua, e fece molti voti a Gesù Cristo, se egli tornava nel suo reame e in signoria. E tornati dal giardino alla cittá, si stettono molti anni a Saragozza cosí sconosciuti, circa di cinque anni inanzi ch'egli innamorassi di Galeana, tanto ch'egli aveva anni ventuno e Galeana quindici anni.

 Capitolo XXIII.

 Come Mainetto innamorò di Galeana.

Intervenne ch'uno dí Galeana andò in su la sala dinanzi al re Galafro, e vidde Mainetto servire di coltello dinanzi al suo padre; ed ella, tornata alla madre, disse: «Voi mi fate servire di coltello da uno vegliardo, e dinanzi a mio padre, ch' è vecchio, serve Mainetto, ch' è giovane. Io voglio ch'egli serva di coltello dinanzi da me». La reina la sera tanto fece, ch'el re Galafro fu contento, e la reina mandò per Mainetto e dissegli: «Tu servirai dinanzi alla mia figliuola; fa che tu sia onesto, e sopra tutto di vestimenti», perché Mainetto vestiva corto. Ed ella, gli donò uno ricco vestimento di scarlatto, lungo insino a' piedi, e fu messo a servire Galeana; e Ragonese, cioè Morando, fu messo a servire dinanzi al re Galafro. E non passò uno mese, che Galeana fece apparecchiare in una camera per sé e per tre altre damigelle; e questo faceva ella perché ella ardeva dell'amore di Mainetto; ed egli non la guatava mai, e non le voleva ancora bene. Essendo apparecchiato, ella tenne modo ch'ella rimase in camera con la sua segretaria e con Mainetto, che tagliava loro inanzi; e Galeana disse a Mainetto motteggiando: «Dove sta la tu' amanza?». Mainetto diventò tutto rosso e vergognoso, e non le rispuose, e di molti colori per vergogna si mutò. Disse la segretaria: «Dimmi, Mainetto, hai tu ancora amore di donna?». Ed egli rispuose: «Altro dolore mi tocca che amore di donna!». E sospirando si rammentò della morte di suo padre, e cominciò a lagrimare; e tanta tenerezza venne a Galeana di lui, ch'ella pianse, e dimandò Mainetto chi egli era e donde era. Rispuose: «Io sono di Barzelona, figliuolo d'uno mercatante che perí in mare». Disse la segretaria: «Madonna, egli non è degno del vostro amore, poich'egli è di sí bassa condizione». Rispuose Galeana: «Io non gli credo, perché l'atto suo non lo dimostra d'essere mercatante». E disse a Mainetto: «Io voglio che tu sia mio amante». Rispose Mainetto: «Merzé per Dio!». E gittossi ginocchioni e disse: «Madonna, io sono povero scudiere, non vi fate gabbo di me». Ed ella vidde ch'egli dubitava, e dissegli: «Io conosco che tu dubiti: sappi che l'amare non viene se non da gentilezza d'animo». Disse la sagretaria: «Egli è di variati amori, ma chi ama dirittamente, egli è gentile amore». Disse Mainetto: « Come può amare gentilmente chi non è di gentile lignaggio, come sono io, nato di borgese?». Galeana lo riguatò nel viso e rise, e Mainetto aggiunse e disse: «Io non amerò mai donna, insino ch'io non ritorni in casa mia». E Galeana si riserbò tutte le parole che Mainetto aveva dette, e cavossi di testa una gioia di fiori; e Mainetto le era sí presso, ch'ella gliela volle mettere in capo; ma egli non la volle ricevere. Poco stante tornarono l'altre damigelle, e come ebbono mangiato, si parti Mainetto. E da poi molte volte Galeana mostrava pure d'amarlo tanto onesta, quanto ella poteva. Per questo non si potea tanto Mainetto difendere, ch'egli non fosse vinto dall'amore, e cominciò segretamente drento dal suo cuore amare lei, ma non si dimostrava, com'ella a lui.

 Capitolo XXIV.

Come Mainetto si pruovò l'arme sue, e non gli erano buone, e per armarsi

giurò a Galeana non torre mai altra donna che lei, ed ella altro marito che lui.

Lo re Galafro apparecchiava di voler maritare Galeana sua figliuola, perché ella era già negli anni maritali; e fece ordinare e bandire una ricca corte alla cittá di Saragozza, capo delle città del suo regno. A questa grande festa venne gran numero di gentili signori, molti per vedere la festa, e la maggiore parte per provarsi d'avere Galeana per moglie: fra' quali vi venne Ulieno di Sarza, el duca Dalfreno d'Africa, Canador di Cipri, l'ammirante di Numidia, el re Alchino di Giudea, el re di Granata, Alicardo, re d'Anfiore, el re Polinas di Ruscia, Sinagon di Faraonia, el re di Portogallo; re Magarigi di Pampalona, Pantalione di Trazia, Calindres d'Organa di Soria e molti altri signori; e tutti erano giovani e volonterosi di provare loro persone. Più di quaranta signori aspettanti di corona vennono a Saragozza, sanza e' prenzi e conti e marchesi e gli altri signori. Comandò lo re Galafro a tutti e tre i figliuoli che facessino grande onore a tutti i signori; e cosí feciono. E passati certi giorni, ordinossi il giorno della giostra e del torniamento.

Essendo uno giorno Galeana in camera con certe damigelle a mangiare, e Mainetto serviva, disse Galeana a Mainetto: «O non romperai tu per mio amore una lancia?». Mainetto rispuose: «Madonna, io non so giostrare», e guatolla nel viso, e gli occhi si scontrarono insieme: ognuno abassò gli occhi, e sospirò. Apresso Mainetto si partí e tornossi alla sua camera, dove tornato Morando, gli parlò del torniamento, e pregò molto Mainetto ch'egli non si armasse, mostrandogli molte ragioni di pericolo, s'egli s'armasse: e Mainetto disse che non si armerebbe. E venuta la mattina della festa, che in piazza si doveva giostrare, e cominciossi la giostra in piazza per quelli di più bassa condizione: e Mainetto stava a uno balcone a vedere; e Morando n'andò a lui e da capo l'ammoní che egli non pigliasse arme per giostrare, mostrandogli da capo el pericolo d'essere conosciuto. E come Morando fu partito, e Mainetto, essendo in camera, cavò tutte sue arme d'uno cassone e vollesele mettere, ed egli era tanto cresciuto, che l'arme non gli erano buone, onde egli le gittò per tutta la camera, maladicendo la sua fortuna, e malinconoso se n'andò suso in una piccola saletta ch'era fra mezzo le camere, e puosesi a sedere in su una panca, e apoggiavasi la mano alla mascella, tenendo l'uno ginocchio in su l'altro, e 'l gomito in sul ginocchio, ed era a lato all'entrata della sala, e sospirando fra sé faceva molte immaginazioni. In questo v'arrivò la sagretaria di Galeana, volendo passare per la sala. E com'ella giunse in su la sala, vidde Mainetto, e viddelo sospirare, ond'ella si tirò a drieto e stava a udire. E Mainetto disse, non credendo essere udito: «O lasso a me, o quando ritornerò io nel mio reame, dove mio padre portò sí onorata corona, da poi ch' io non posso avere arme da giostrare e non posso provare la mia persona? O magno Alessandro, che nello mio tempo avevi tutta Soria soggiogata; O franco Annibale, che nel mio tempo guidavi tutta l'oste de' Cartaginesi; O valente Scipione Africano, quanto ti fu il cielo benigno nella tua gioventù, e contro a me adopera tutte le terreste sciagure!». E diessi delle mani nella faccia. Alla giovane increbbe di lui e cognobbe alle parole ch'egli doveva essere di gentile legnaggio; e passò in sulla sala e dimandò Mainetto quello ch'egli aveva, ch'egli era cosí pensoso; ed egli tutto turbato le disse la cagione, ond'ella ridendo gli disse: «Vuoi tu amare Galeana, s'ella ti farà avere arme e cavallo, che tu potrai giostrare?». Mainetto le giurò di sí, e la segretaria n'andò a Galeana, e tiratola da lato, le disse ciò che gli era avvenuto di Mainetto, e le parole ch'ella gli aveva udito dire. E disse: «Per certo Mainetto è figliuolo di re, ma io non potè' intendere di quale paese egli si sia»; e poi le disse il patto ch'ella aveva fatto con lui. Ed ella mandò per lui, e con la sua sagretaria in compagnia gli parlò; e Mainetto se le gittò gi nocchioni a' piedi. Disse Galeana: «S'io ti farò armare, vuo' mi tu giurare di non torre mai altra donna che me, e d'essere sempre mio fedele amante?». Rispuose Mainetto: «Io vi giuro che, mentre che voi viverete, io non amerò mai altra donna che voi, e non ne arò altra sposa che voi, se voi giurate di non torre mai altro marito che me ». Ed ella gliele giurò, ed egli cosí giurava a lei per Maometto. Disse la cameriera: «Non giurare per Maometto, ma giura per quello Iddio a cui tu credi». Ed e' cosí giurò, e Galeana giurò a lui.

Capitolo XXV.

Come Mainetto s'armò e vinse la giostra, e Morando lo riconobbe in su

la giostra; e usciti fuori della cittá, lasciarono l'arme a uno ostiere.

Parlando Mainetto con le due damigelle, disse uno siniscalco: «Madonna, andate a tavola». E posta a magiare, e Mainetto serviva, e alcuno boccone mangiò; e levata da tavola, andò con la sagretaria in un'altra camera, dove armarono tutto Mainetto, e Galeana e la segretaria tutto lo coprirono di zendado bianco; e poi lo menò la segretaria con l'elmo in testa e con lo scudo al collo alla stalla, e fecegli dare uno grosso destriere, e montato a cavallo, n'andò in piazza. El primo ch'egli abatté fu Grandonio, di cui si levò grande romore; el secondo fu il giovinetto re di Granata, e molti de' baroni ch'erano con lui, che lo volevano vendicare; poi abatté Alicardo d'Anflore e Polinas di Ruscia e certi suoi compagni, e ruppe sua lancia. Galeana gliene fece dare due; e con la prima abatté Ulieno di Sarza. Di questo si maravigliò tutti e' signori e tutta la gente; e quando Morando gli vidde fare tante prodezze, disse da sé: «Per certo costui debbe essere Carlotto»; e accostavasi a lui, e Carlo lo schifava perché non lo conoscesse; ma egli pure lo riconobbe, e accostossi a lui, e una volta che la lancia gli cadde di mano, ed egli gliela rendè. Disse Morando: «O ribaldo, io ti ricognosco; or è questa la 'mpromessa che tu mi hai fatta? Or voglia Iddio che questo non sia il tuo disfacimento, e 'l mio! Ma dapoi che tu hai cominciato, fa sí che tu facci onore al sangue tuo». E cominciollo a servire. E mosso Mainetto, gli venne incontro Canador di Cipri, e Mainetto l'abatté, e abatté Alichin di Giudea, e 'l re di Portogallo e Pantalione e Calindres e Sinagon e molti altri signori. Egli abatté quel giorno sessanta signori di cittá e ville, e vinse la giostra. Grande allegrezza avea Galeana, e ogni persona si maravigliava, e domandavano chi egli era; e quando sonarono gli stormenti, e Morando gli disse: «Fuggi di fuori della cittá»; e dissegli dove, apresso a uno fiume, in uno certo burraio. Ed egli gittò via la lancia e fuggì. E Morando andò alla camera per certi vestimenti, e portogliele; e come fu disarmato, si lavò il viso, e rivestito, rimontò a cavallo in su quello di Morando, e ritornossi a corte. E Morando aveva presa certa amistà con uno ostiere che stava fuori di Saragozza forse una balestrata, e portogli tutte quelle arme, e pregò l'ostiere che gliele salvasse, e diegli certi danari; onde egli le serrò in uno scrigno, cioè in uno buono serrame; e Morando rimenò il cavallo di Mainetto alla stalla. E giunto Morando nella corte, e renduto il cavallo, andò in sul palazzo. Ma Galeana non aveva ancora veduto tornare Mainetto: chiamò a sé Morando e disse: «Che hai tu fatto di quello che tu servisti in su la piazza?». Disse Morando: «Non niente». Ed ella lo tirò da parte, presente la sagretaria, e disse: «Dimmi, Ragonese, chi è questo giovane?». Rispuose: «Madonna, io non lo conosco certo». Disse Galeana: «Tu lo conosci». Morando giurò: «Per Maometto, non lo conosco». Disse Galeana: «Non giurare per Maometto, ma giura pel tuo Iddio». Allora dubitò Morando che Mainetto non si fusse manifestato, e negava. E in questo parlare giunse Mainetto, e Galeana gli faceva gran festa. E passato quel giorno, la sagretaria ebbe a ragionare certe parole con alcuna cameriera, le quali vennono a orecchie a Galeana, ed ella segretamente se la levò dinanzi, per modo ch'ella mai più non fu trovata, temendo ch'ella non ne appalesasse il giurato amore. E però è senno il saper tacere e tenere celato il segreto. E pure Galeana aveva grande volontà di conoscere Mainetto, e molte volte, quando ella si vedeva il destro, lo domandava per Dio che gli dovesse dire chi egli era. Sempre disse ch'era di Ragona, figliuolo d'uno mercatante; ma ella gli disse: «La mia sagretaria mi disse che t'udì lamentare, e quello che tu dicesti, e però non è vero che tu sia figliuolo di mercatante ».

Capitolo XXVI.

Come Galeana seppe chi era Mainetto,

e come Morando la battezzò e Mainetto la sposò.

Lo re Galafro fece cercare chi era stato colui che aveva vinto el torniamento, e non si poteva sapere; e per questo non sapeva lo re Galafro a cui si dovesse dare la figliuola; e tenne parlamento di darla a Ulieno di Sarza o a Grandonio dal Morocco. Questa cosa venne a notizia a Galeana, ed ella mandò a dire al suo padre ch'ella non voleva marito, s'ella non aveva quello che la fortuna gli aveva dato, il quale aveva vinto il torniamento. Ognuno prese licenzia e tornorono in loro paesi. Lo re Galafro apellò tutti a tre i figliuoli, e ognuno dimandò di per sé se niuno di loro avesse per sua virtù vinto il torniamento. Disse Marsilio: «Piacesse a dio Macone che io avessi tanta possanza, ch'io darei mezzo questo reame che mi tocca in signoria!». A l'ultimo fu detto essere stato uno iddeo immortale. E passati certi giorni, Galeana, pure volonterosa di sapere chi fosse Mainetto, fece di sopra alla camera di Mainetto uno foro, per modo che poteva per quello piccolo buco vedere nella camera di Mainetto; e quando vi poneva l'occhio, e quando l'orecchio. E vidde che si segnavano e facevano il segno della croce, e adoravano la spada, e udiva le parole che Morando diceva a Mainetto, e intese come quello che si chiamava Mainetto lo chiamava Carlotto, e quello che si chiamava Ragonese, aveva nome Morando di Riviera. E stette cosí circa di quindici giorni, tanto ch'ella sentí come Carlotto era figliuolo di Pipino, re di Franza, e ch'ella conobbe che Morando era suo padre di balio, e come lo guardava e ammonivalo e ammaestravalo. E uno giorno ella colse il tempo (imperò che altra persona andò mai in quella camera, dove ella fece il buco, se non ella, e facevala istare serrata), e avendo uno giorno colto posta, ella si mosse e andò nella camera loro, quando la madre dormiva, e andò sola ed entrò drento; e quando Morando la vidde, si maravigliò, e inginocchiossi egli e Mainetto. Ed ella disse: «Cristo, ch'è il vostro Iddio, vi guardi». Morando si turbò tutto, e guatò Mainetto nel viso, credendo che egli l'avesse manifestato come egli fossino cristiani; ed ella disse: «Morando di Riviera, non ti sbigottire, imperò che Carlo, tuo signore, è mio marito». Allora mostrò loro come ella aveva rotto il palco e come ella aveva veduto e sentito ogni cosa; e poi contò la promessa che Mainetto le aveva fatta, ed ella a lui; e poi si gittò al collo a Morando e disse: «O padre, tu avevi uno figliuolo a nodrire; ora n'arai due; e però voglio che voi mi battezziate con le vostre mani». E Morando la battezzò; e come ella fu battezzata, volle che Mainetto la sposasse in presenza di Morando, e promisse di non si partire dal comandamento di Morando. Egli l'ammoní sopra tutto ch'ella tenesse il fatto segreto, e da quel punto inanzi, quando Morando la guatava, ella tremava di paura di non avere fallato.

Capitolo XXVII.

Come lo re Bramante d'Africa, fratello del re Agolante,

pose campo a Saragoza, domandando Galeana per isposa.

Avvenne in questo tempo che lo re Ulieno di Sarza sendo tornato in Africa al re Bramante e al re Agolante, disse al re Bramante quello che gli era intervenuto in Ispagna, e tutta la cosa gli raccontò, e poi gli disse la grande biltá e bellezza di Galeana. Lo re Bramante, bene che fosse in età di quarantacinque anni, innamorò di Galeana e puosesi nel suo cuore d'averla per moglie, e domandò in sua compagnia uno altro re ch'era più superbo di lui, che aveva nome lo re Polinoro, e con venticinque migliaia passarono nella Ragona; e mandò ambasciadori al re Galafro a dimandargli la figliuola. Lo re Galafro n'era molto contento, ma Galeana, quando fu addimandata, rispuose che non voleva marito. E Marsilio disse che non era ragionevole cosa che una damigella di quindici anni avesse uno uomo di quarantacinque anni per marito, e cosí dissono gli altri fratelli. Gli ambasciadori molto minacciarono lo regno di Spagna da parte del re Bramante. Disse Marsilio·: «Deh non ci minacciate, però ch'e' Romani penorono molto più ad acquistare Ispagna che Africa, e prima furono le mura di Cartagine per terra per la vostra superbia, che noi fussimo vinti da' Romani».

Gli ambasciatori adirati rapportarono l'ambasciata al re Bramante, il quale ripieno di superbia, egli e 'l re Polinoro mossono di Ragona con venticinque migliaia, e mandò a dire al re Agolante che gli mandasse gente; ed egli gliela mandò, ma ella giunse tardi. E mossi di Ragona, vennono intorno alla cittá di Saragozza a campo. Lo re Galafro mandò per tutta Spagna, addimandando soccorso alla nuova guerra; e 'l dí seguente ch'el re Bramante e 'l re Polinoro puosono campo, lo re Galafro usci della cittá alla battaglia in questa forma. Egli diede a Marsilio e a Balugante cinquemila cavalieri saraini; la seconda schiera de diecimila saraini tenne per sé, e con lui Falserone; e uscirono fuori alla battaglia. El re Bramante mandò loro incontro lo re Polinoro con otto mila cavalieri saraini, e dissegli: «Io so bene che non farà di bisogno ch'io m'armi per cosí poca gente». Disse lo re Polinoro: «Deh lascia pure questa battaglia oggi a me, che s'io non ti dessi preso Galafro e' figliuoli, io mi chiamerei re discredente». Questo Polinoro avea quella spada che fu chiamata Durindarda.

 Capitolo XXVIII.

 Come fu preso lo re Galafro e' figliuoli.

L'una gente s'apressava all'altra. Lo re Polinoro nella giunta si scontrò con Marsilio e abattello, e Balugante gli ruppe la lancia a dosso. Lo re Polinoro trascorse insino alle loro bandiere, e gittolle per terra: Marsilio fu rimesso a cavallo, gli africani missono in fuga quelli di Saragozza. Poi venne al campo lo re Galafro e Falserone, e percosse lo re Polinoro e ruppegli la lancia a dosso, e non lo piegò d'arcione; e rotta la lancia, lo re Galafro voleva trarre la spada, ma Polinoro lo fedí si aspramente della spada, che lo fece tutto uscire di memoria. Polinoro l'abracciò e trasselo d'arcione, e diello preso a' sua cavalieri, e mandollo al re Bramante : e rientrato nella battaglia, tutta la gente di Saragozza fu sconfitta e 'nsìno drento a' fossi furono cacciati; e furono tra presi e morti ottomila o più. E tornati e' tre fratelli al palazzo, la madre loro molto gli sgridò dicendo: « O codardi figliuoli, dove avete lasciato il vostro padre? Ora chi sarà da tanto che lo racquisti?». Disse Balugante: «Date Galeana per moglie al re Bramante, e racquisterenlo». La sera dopo vespro molto pregò la reina Galeana che togliesse per marito Bramante, ed ella disse: «Io vi risponderò domattina». E la sera domandò Murando a che modo rispondere. Disse Morando: «Dite che voi volete inanzi morire». Ed ella cosí rispuose alla madre. Essendo la sera venuto a notizia al re Bramante come Marsilio era cagione ch'egli non aveva auto Galeana, molto minacciò Marsilio, egli e Polinoro; e la mattina Polinoro s'armò e venne a dimandare battaglia presso alla porta a corpo a corpo. Allora s'armò Marsilio e venne a campo, e fu abattuto e preso; e poi venne al campo Balugante, e fu prigione; e poi venne Falserone, e lo re Polinoro lodò Falserone per lo più franco e forte di tutte e tre e' fratelli, e menògli presi al re Bramante; ma per dispregio fece andare Marsilio a pie' insino al padiglione del re Bramante. E giunto al padiglione, Bramante dimandò lo re Galafro se nella cittá era alcuno barone ch'avesse ardire di pigliare arme contro a lui. Rispuose che no.

 Capitolo XXIX.

Come Morando s'armò e venne al campo e fu preso,

e l'onore che gli fu fatto nel campo da' saraini.

Vedendo Morando preso e' figliuoli, e vedea piangere Galeana, andò alla camera ad armarsi, e Galeana e Mainetto l'armorono; e quando fu armato, ammaestrò e ammoní molto Mainetto e Galeana di quello che dovessino fare, se la fortuna gli fusse contraria; e Mainetto lo domandò dove erano le sue arme. Disse Morando: «Io le lasciai, il dí che tu vincesti il torniamento della giostra, a uno abergo fuori della porta». Disse Galeana: «Non dubitare d'arme, ch'io ti fornirò, e di migliori che quelle». Allora montò Morando a cavallo e venne al campo; e quando sonò il corno, ognuno si maravigliò, e lo re Polinoro domandò Galafro chi egli era, ma egli non gliele seppe dire. E Polinoro s'armò e venne al campo, e dimandava Morando chi egli era. Ed egli disse: «Io sono catalano, e servo lo re Galafro alla tavola di coltello, e sono cavaliere». Disse lo re Polinoro: «Va, e torna alla cittá, ch' io non combatterei con famigli altrui». Disse Morando: «Molti signori hanno già auti famigli da più di loro, e perché io serva dinanzi al re Galafro, io sono gentile uomo, e sono cavaliere, sicché voi non mi potete a ragione d'arme rifiutare». Disse Polinoro: «Tu cerchi il tuo male, e tu l'arai»; e minacciò di farlo impiccare per la gola. E presono del campo e ferironsi di due gran colpi. El cavallo del re Polinoro fu per cadere, e ricevette lo re Polinoro molto maggiore il colpo da Morando, che da nessuno de' primi; e 'l cavallo di Morando cadde, e fu menato prigione. E avendo lo re Polinoro trovato Morando tanto valente cavaliere, gli fece grande onore, e molto lo lodò al re Bramante e al re Galafro, tanto ch'el re Galafro molto si gli proferse, s'egli usciva di questa travaglia in che egli era al presente. Lo re Polinoro disse a Morando: « O Ragonese, se tu vuoi seguire lo re Bramante, egli ti farà ricco uomo di cittá». Rispuose Morando: «Io non abbandonerei il mio signore in questa fortuna».

Capitolo XXX.

Come Mainetto s'armò e venne a combattere col re Polinoro,

e la battaglia del primo giorno.

Mentre che nel campo si faceva el sopradetto parlamento, e Mainetto, che aveva veduto Morando menato prigione, disse a Galeana e alla reina sua madre: «Datemi arme e uno cavallo, ch'io voglio andare al campo». La reina molto si maravigliò del grande ardire che le pareva che dimostrasse Mainetto; e menaronlo nella camera del re Galafro, ed entrate drento madre e figliuola, quasi piangendo, Mainetto le confortò; e vidde più di cento armadure, e tolsene una antica che gli piacque. E armato ch'egli fu, andorono con lui nella stalla e dierongli il migliore cavallo che fosse nella cittá. Egli montò a cavallo e venne al campo con sopravesta vermiglia e con uno Maometto d'argento. Giunto in sul campo, si fermò e cominciò a sonare un corno, dando segno che addimandava battaglia.

Ognuno si maravigliava chi costui potesse essere. Lo re Bramante domandò lo re Galafro e' figliuoli chi egli era, ma nessuno non seppe dire chi e' si fussi. Allora s'armò lo re Polinoro, e furioso venne al campo; e giunto a lui, lo salutò, e domandollo chi egli era. Mainetto rispuose: «Io sono di Barzalona, figliuolo d'uno mercatante». Polinoro cominciò a ridere, e disse: «Va dunque, e torna a fare la tua mercatantia, e lascia stare i fatti dell'arme». Disse Mainetto: «Io honne giurato di non fare altra mercatantia che fatti d'arme, e ho speranza di racquistare il mio signore per forza d'arme». Polinoro si maravigliò delle sue pronte parole, e disse: «Tu non se'cavaliere: io non combattere' con teco per più cose: l'una, tu se' borgese; l'altra, servo d'altrui; terza, non se' ca valiere». Disse Mainetto: «Se mi prometti d'aspettarmi per tanto ch' io torni, io andrò alla cittá e farommi cavaliere ». Polinoro promisse d'aspettarlo, ed egli die' volta verso la cittá. Quando la reina e Galeana lo vidono tornare, si maravigliavano, e sopra a tutto Galeana, imperò che la reina credeva ch'egli tornasse per paura, ma non Galeana. Ma quando giunse e contò la cagione, la reina lo voleva fare cavaliere, ma Galeana disse: «Madre, ogni figliuola di re o di reina può fare uno cavaliere inanzi che vada a marito, e però lo voglio fare cavaliere». E quando Mainetto venne per giurare cavalleria, disse a Galeana: «Giuro per lo Iddio ch' io adoro di mantenere la mia fede»; ed egli cosí giurò di mantenere la fede cristiana; e' saraini credevano ch'egli avesse giurato la fe' di Maometto. E fatto cavaliere, mutò insegna pure, il campo vermiglio e uno Maometto d'oro, e rimontò a cavallo e ritornò al campo, fatto cavaliere per mano di Galeana. E sfidossi col re Polinoro, e diedonsi grandi colpi, e poco mancò che lo re Polinoro non cadde da cavallo, e Mainetto non si piegò d'arcione.

Tutta l'oste di fuori e quelli della cittá si maravigliarono; lo re Polinoro si maravigliò sopra tutti; e diceva: «Per Maometto, costui non è figliuolo di borgese, come egli dice!». E tratte le spade, cominciarono grande battaglia; e durò il primo assalto insino a vespro. Molto si trabattevano, e i loro cavalli assai erano afannati e stanchi, e rotti i cimieri e gli scudi; e presono riposo al primo assalto. E cominciato il secondo, lo re Polinoro die' a Mainetto uno grande colpo a dua mani, che lo fece tutto intronare, e portollo el cavallo più di cento braccia, ch'egli non sapeva dove s'era; e 'l re lo seguiva per riferirlo. Mainetto, ritornato in sé, ripieno d'ira e di vergogna, ricordandosi di Galeana, si gittò il rotto scudo dopo le spalle e prese la spada a due mani, e volto a lo re Pol noro, lo ferì in su l'elmo per tale forza, che gli fece dare del l'elmo in su lo collo del cavallo. Polinoro rimase tutto stordito; e ritornato in sé, bestemmiò Maometto e Trevigante. E durando gran pezzo la battaglia, già era presso alla sera, e 'l re Polinoro si sentiva molto affaticato e parevagli che Mainetto non curasse la battaglia. Lo re Polinoro disse: «Per certo, cavaliere, io non credo che tu sia figliuolo di mercante; io ti priego che tu mi dichi il tuo nome, e quello che fai nella corte del re Galafro». Disse Carlo: « Io ho nome Mainetto, e servo di coltello inanzi a Galeana, ed ella mi fe' di sua mano cavaliere». Disse lo re Polinoro: «Io voglio una grazia da te, che noi indugiamo questa battaglia insino a domattina». Mainetto gli fece la grazia, e giurarono per la loro fede di tornare l'altra mattina a fornire la battaglia. Mainetto gli raccomandò e' prigioni, e sopra a tutti el Ragonese, perché gli avea fatta buona compagnia da Ragona in Ispagna. Mainetto si tornò alla cittá, e 'l re Polinoro si tornò nel campo al padiglione.

Capitolo XXXI.

Come Carlo Magno, chiamato Mainetto, uccise lo re Polinoro

e acquistò la spada Durindarda.

Tornato Mainetto drento a Saragozza, la reina e Galeana l'abracciarono, facendogli grande onore e grande festa; e fugli la sera fatto uno prezioso bagno, e molto gli fu atteso, isperando per lui la vettoria. La notte si riposò Mainetto bene; e in quella notte entrò dentro a Saragozza molta gente d'arme delle provincie di Spagna che soccorrevano lo re Galafro, e molta se n'aspettava la mattina. Lo re Polinoro tornò al campo, e disarmato andò al re Bramante, el quale lo di mandò della battaglia. Polinoro rispose che la battaglia era molto dubbiosa e di grande pericolo, e che a lui pareva el meglio di levare campo o pigliare accordo mentre che avevano i prigioni. Lo re Bramante si maravigliò, e andorono molto in giù e in su per lo padiglione; poi domandorono lo re Galafro chi era questo Mainetto che serviva Galeana di coltello. Disse el re Galafro: «Io non lo conosco se non per famiglio». Disse lo re Bramante: «O come tieni tu in casa famigli che ti servono alla mensa, che tu non gli conosca?». Ed egli rispuose: «Egli è cinque anni ch'egli vi venne con questo cavaliere che voi avete prigione, e credo ch'egli abbia circa a vendue anni; e perché egli era giovinetto, non mi curai di sapere chi egli si fusse». Disse Bramante: «Dimmi, Ragonese, chi è questo giovane?». Morando gli rispuose: «Io non so chi egli si sia, ma venendo io da Barzalona, lo trovai per la via a uno albergo, e accompagnammoci insieme; e dissemi che era catelano». E giurò Morando per la fe' di Maometto che non sapeva chi egli era. Lo re Bramante gli fece tutti mettere ne' ferri a buona guardia, minacciandogli di morte; e la sera disse Polinoro a Bramante: «Per certo che egli è nostro meglio di pigliare accordo o dipartirsi, imperò ch' io honne provato questo giovane per lo più franco cavaliere del mondo, e temo che se noi combattiamo con lui, ch'egli non ci vinca e sia vittorioso». Rispuose Bramante superbamente: «Io v'anderò a combattere, io, acciò che tu ti riposi». Disse Polinoro, non meno superbo di lui: «Se tu mi giuri come leale cavaliere, s'io muoio, che tu combatterai con lui infino alla morte di lui o di te per Maometto, domattina andrò alla battaglia». Lo re Bramante glielo promisse, ed egli s'andò a riposare.

Non fu prima apparito il giorno, che Mainetto s'armò d'arme nuove, perché le sue dell'altro giorno erano molto rotte e magagnate, e venne al campo e addomandò battaglia. Lo re Polinoro, come disperato, s'armò, e da capo volle ch'el re Bramante gli giurasse di combattere; e venne al campo, e disfidati, si dierono gran colpi delle lance; e non vi fu vantaggio, perché Polinoro venne più a riguardo. E tratte le spade, cominciorono aspra battaglia, e per ispazio d'una ora andò la battaglia uguale; e Polinoro s'adirava contro a' cieli e contro alla fortuna, ch'uno giovinetto tanto gli durasse; e cominciò a dire a Mainetto ch'egli aveva tolto a difendere una puttana. Mainetto, ch'era innamorato, gittò via lo scudo e con la spada a due mani l'assalí con tanta tempesta, ch'el suo cavallo si rizzò, onde la spada giunse in su la testa del cavallo di Polinoro e per mezzo gliela ricise; e cadde morto il cavallo di Polinoro, e rimase a pie'. Mainetto smontò a pie', e Polinoro si maravigliò, e pensò bene che costui non era figliuolo di mercatante, e disse: «O Mainetto, io t'addomando per quello Iddio che tu adori, e per quella cosa che tu più ami in questo mondo, e per la tua cavalleria, che tu mi dichi chi tu se' e come tu hai nome». Disse Carlo: «Tu m'hai per tre cose scongiurato, che ognuna m'è grande sagramento, ma era meglio per te a non lo avere saputo». E detto questo, s'arrecò adiratamente la spada in mano e disse: «Io ho nome Carlo Magno, figliuolo del re Pipino, re di Franza e imperadore di Roma, mortale nimico de' due traditori di Franza e d'ogni saraino». Quando Polinoro lo 'ntese, credette riparare alla sua morte tanto, ch' e' saraini lo sapessino; ma Mainetto giunse ogni sua possanza alla battaglia, e con la spada a due mani lo percosse, giugnendo forza a forza, e partillo insino al petto. E come l'ebbe morto, tolse la spada ch'egli aveva in mano, e rimontò a cavallo e tornò verso Saragozza. Già era uscito fuori della città grande gente per suo soccorso, come Galeana aveva ordinato; e giunto a loro, eglino lo chiamorono capitano. E Mainetto comandò a certi che andassino insino al corpo morto del re Polinoro e arrecassongli la guaina della spada ch'egli aveva cinta; e rimandò a Galeana quella ch'ella gli aveva donata, e cinsesi Durindarda a lato, ch' era migliore.

Capitolo XXXII.

 Come Carlo combattè col re Bramante il primo dí.

Cintasi Mainetto Durindarda, si fece portare uno buono scudo e impugnò una grossa lancia, e tornò in sul campo a domandare battaglia. Quando lo re Bramante vide morto Polinoro, ebbe grande dolore, e ora si sentiva addomandare battaglia da colui che l'aveva morto, ond'egli con ira e con isdegno e con superbia s'armò, minacciando Mainetto di farlo mangiare a' cani per vendetta del re Polinoro. In prima si misse un osbergo di maglia e gambieri e cosciali e faldoni e gorgerino, e poi si misse l'osbergo di piastre d'acciaio temperato, e sopra tutto si misse uno cuoio di serpente con una sopravesta di Maometto d'oro, e poi s'allacciò in testa uno elmo incantato, o veramente di sí buona tempera, che mai veruno se ne trovò migliore di quello; e molti dissono che in questo elmo era fabricato entrovi uno de' chiovi con che fu confitto Cristo in sul legno della croce. E tutto il campo della sua sopravesta, da due Maconi in fuori, era cilestro e pieno di gigli d'oro, e cosí tutta la sopravesta del cavallo. E montò in su uno grande cavallo, e portava una grande spada cinta insino al tallone, e uno grande e grosso bastone attaccato all'arcione; e impugnò una grossa lancia, e comandò alla sua gente che, a pena della vita, che niuno soccorso gli dessino contro a uno solo cavaliere; e fece prima dare a' prigioni a ognuno quattro grande bastonate, che egli si movessi. E poi venne al campo contro a Mainetto, e salutollo e domandò come egli aveva nome e donde egli era; ed egli raffermò essere figliuolo d'uno mercatante. Bramante lo pregò per cortesia ch'egli gli mostrasse la faccia. Disse Mainetto : «Chi mi sicura? Scoprite prima voi la vostra». E Bramante se la scoperse. Allora Mainetto si scoperse la sua. Quando Bramante lo vidde, molto si fe' grande maraviglia, come poteva essere che uno sí giovane cavaliere avesse morto Polinoro; e guatava Carlo fiso nella faccia, e Carlo guatava lui; e convenne Bramante per forza abassare gli occhi, tanto aveva Carlo fiera guatatura. E rabassate le visiere, si sfidarono e presono del campo, e ferironsi delle lance con tanta forza, che ruppono cinghie e pettorali, e amendue caddono a terra de' cavalli; e quando si rilevarono, Bramante prese il bastone ch'aveva attaccato all'arcione, e Mainetto trasse Durindarda, e cominciarono uno fiero assalto. Vedendo Bramante la fierezza di Mainetto, l'arebbe volentieri tolto in sua compagnia, e cominciollo a pregare che gli piacesse d'essere di sua compagnia, promettendo di tenerlo per compagno d'uno suo figliuolo, ch'era d'età di quindici anni, che aveva nome Triamides, e promettevagli d'incoronarlo di tre reami. Mainetto, sempre contradicendo e combattendo, gli tagliò lo scudo dal collo, e Bramante col bastone tutto il suo gli fracassò. E posto fine per lo grande afanno al primo assalto, ognuno di loro si fermò a buona guardia presso l'uno all'altro a due aste di lancia. Bramante ancora lo domandò di quello che l'aveva domandato prima, e Mainetto non gli ri spuose, ma sempre poneva mente in che parte lo potesse più offendere, imperò che sempre Bramante l'avea vantaggiato. E ricominciarono il secondo assalto, assai peggiore ; ma Bramante molto offendeva Mainetto, ma egli stava sempre a molto riguardo, e molti de' colpi di Bramante schifava. E cosí durarono insino alla sera di notte, e sempre aveva Mainetto il peggiore della battaglia. Essendo già oscura la luce del sole, disse Mainetto: «O cavaliere, in mia terra non è usanza che cavaliere contro a un altro cavaliere combatta la notte». Disse Bramante: «Se tu mi prometti di ritornare domattina alla battaglia per la tua fede, io ti lascerò andare, perché se' tanto valente cavaliere». Mainetto giurò di tornare l'altra mattina alla battaglia, e cosí giurò Bramante; e quando si furono per partire, e Bramante disse: «O Mainetto, pensati stanotte sopra al fatto che io t'ho oggi ragionato. Io ti prometto d'incoronarti di tre reami, e sarai compagno del mio figliuolo Triamides». Mainetto rispuose che vi ripenserebbe, e poi disse: «O re Bramante, io vi priego che, per onoranza di cavalleria, che voi facciate onore per questa sera a que' prigioni; e sopra a tutti vi raccomando Ragonese, che fu l'ultimo prigione, per la buona compagnia che m'ha fatta, insino che noi diffiniremo nostra battaglia». Bramante promisse di fare loro onore per suo amore; e presono i loro cavalli a mano, perché non vi potevano montare suso, e a pie' si ritornò ognuno, Mainetto alla cittá e Bramante al campo.

Capitolo XXXIII.

Come Mainetto, cioè Carlo Magno, fece la grande battaglia

col re Bramante, e come l'uccise ed ebbe del tutto la vittoria,

e riscosse Morando e 'l re Galafro e' figliuoli.

Tornato Mainetto a' suoi cavalieri, rientrò drento a Saragozza, e fugli fatto grande onore dalla gente dell'arme e dalla reina e da Galeana, e feciongli la sera fare uno solennissimo bagno; e stette tutta notte Galeana in orazione, pregando Gesù Cristo per Mainetto. E come ebbe cenato, s'andò a riposare, e tutta la gente della cittá pregavano i loro iddei che aiutassino Mainetto. Bramante ritornò al suo padiglione, e inanzi che si disarmasse, fece chiamare Ragonese e dimandollo s'egli conosceva Mainetto. Disse Ragonese: «Io lo conosco come fa lo re Galafro, ma non ch' io sappi altrimenti chi egli si sia». E Bramante gli contò la battaglia ch'aveva fatta con lui, e come l'aveva pregato venire a essere fratello di Triamides, e quello che gli rispose la sera al partire di campo; e fece giurare a Ragonese d'andarlo a pregare di volere Bramante per padre e Triamides per fratello, ch'egli lo 'ncoronerebbe di tre grandi reami, onde metterebbe in campo cinquantamila scudieri. Morando l'aveva veduto tutto disarmare, mentre ch'egli gli aveva parlato e giurato di tornare; Morando n'andò a Saragozza e fugli aperto ed entrò dentro, e trovò che Mainetto era andato a dormire. Egli aspettò insino alla mattina; e levato Mainetto, Morando gli fece l'ambasciata ridendo, e poi l'avvisò come Bramante era male armato del collo, e ch'egli non aveva se non la lorita dell'elmo e che i lacci erano male coperti, e in ogni altro luogo era armato doppiamente : e che egli attendesse solo a quello. E avvisato Mainetto, e Morando si tornò al campo e disse che Mainetto non ne voleva fare niente. Allora Bramante con grande furia s'armò e venne al campo, e Mainetto ordinò tutta la sua gente la mattina in tre schiere: poi venne al campo, e disfidati, si fedirono delle lance, e amendue i cavalli andarono per terra, e caduti i cavalli, i baroni si levarono in pie'. Bramante riprese il suo bastone e Mainetto Durindarda; l'uno corse contro all'altro e cominciarono crudele battaglia. Drento alla cittá e di fuori nell'oste era grande paura, considerando che quale di loro perdesse, la sua parte era disfatta. La paura era in Galeana maggiore che in niuna altra persona, e sempre ella pregava Cristo e la madre Vergine Maria per Mainetto. Al primo assalto Mainetto sempre ebbe il peggiore della battaglia, e durò questo assalto in sino a terza. E ripigliando riposo, Bramante lo domandò che gli piacesse di fare quello di che più volte l'aveva pregato, ed egli non gli rispondeva, ma poneva mente a quello che Morando gli aveva detto. E cominciarono il secondo assalto. Bramante gli diede uno colpo, che Mainetto fu per cadere; e aggiugnendo colpi a colpi l'uno sopra l'altro, e Mainetto solo a ricoprirsi attendeva, e perdè più di cinquanta passi di campo; e riscaldato d'ira e di vergogna, prese a due mani la spada, e furioso sanza nessuna guardia disse: «Alla morte siamo!». E come disperato cominciò a fedire da destra e da sinistra, sí che furiosamente l'uno percoteva l'altro: e inaverò Mainetto lo re Bramante in più parte, e racquistò parte del perduto campo. Allora, afannati e stanchi, ritirati sopra loro, dierono fine al secondo assalto. E ripigliando lena, Mainetto stava apoggiato con le mani in sul pomo della spada, e Bramante in sul bastone. Mainetto poneva pure mente a quello che Morando gli aveva detto; e poi ch'egli fu alquanto riposato, si raccomandò a Dio e fece suo avviso di dare una punta a Bramante con tutta la forza della sua persona. Egli prese la spada con la mano sinistra nel mezzo, e con la destra mano tra l'elsa e 'l pome, e serrossi a correre verso Bramante; ma Bramante lo percosse del bastone per sí grande forza, che lo fece distendere in piana terra tramortito, e poi gli corse a dosso, e abracciollo, e per forza se lo gittò in su le spalle, e portavalo verso il suo padiglione. Vedendo questo, Galeana cadde tramortita, e' cavalieri di Saragozza cominciarono a tornare drento alla cittá, quelli ch'erano usciti fuori, addolorati. Essendo cosí portato Mainetto dal re Bramante, e ritornato in sé, sono qui due openioni tra gli autori: l'uno dice che Mainetto gli die' d'un'arme corta sotto l'elmo nel viso, e l'altro dice che gli die' del pomo della spada nella bocca e ruppegli tre denti della bocca, e per la grande pena lo lasciò cadere; e giunto in terra, saltò in pie' con la spada in mano e diegli a traverso d'una coscia, ma poco male gli fece. Bramante, vedendosi essere schernito, acceso di grande ira, prese a due mani il bastone per dare a Mainetto in su la testa, ma egli si gettò da lato e fuggì il colpo, sí che a Bramante giunse in su la terra la percossa; e Mainetto menò della spada per tagliare a Bramante ambe le mani; ma egli giunse il bastone presso a uno palmo alle mani, e tagliò il bastone a traverso. Bramante aggiunse ira sopra ira, quando si vidde sanza il bastone, e diede di quello pezzo nel petto a Mainetto. Dice l'autore che insino a questo punto Bramante sempre avea vantaggiato Carlo nella battaglia, e da questo punto inanzi sempre cominciò Bramante ad avere il peggiore della battaglia. Galeana fu chiamata e confortossi molto, e' cavalieri di Saragozza ritornarono al campo e amezzarono il campo tra loro e' nimici. E combattendo li due cavalieri, lo re Bramante aveva tratta la spada e combatteva come disperato, sanza cura della sua persona; e Mainetto sempre avvisato combatteva, e vedendo come Bramante non aveva in sé ragione della battaglia, ma più tosto disperazione, pensò di vincerlo con ingegno; e quando Bramante menava i colpi maggiori, ed egli si fuggiva schifandogli, più riparando che offendendo lui, e ogni volta ch'el re Bramante si piegava quando feriva in terra, e Mainetto gli dava leggermente in sul laccio di drieto dell'elmo. Bramante si credeva, a' piccoli colpi che Mainetto gli dava, che fosse perché egli fosse stanco, e sperava in poco d'ora la vittoria; ed era tanto infuriato nella battaglia, ch'egli non si avvedeva ch'el laccio dell'elmo era tagliato. Mainetto, che glielo aveva tagliato, istava sopra il fatto avvisato, per venire all'effetto del suo pensiero, e cominciò a 'ngiuriarlo di parole, dicendo: «Arrenditi al figliuolo del mercatante, e arrenditi alla fede del suo Iddio, ch'el tuo Maumetto è falso e bugiardo». Bramante gridò: «Maumetto, come sofferi tu che un cattivo figliuolo d'uno vile borgese ti spregi per mio dispetto?». E prese a due mani la spada, e sanza niuna ragione o guardia della sua persona corse sopra a Mainetto e menògli della spada per sí grande forza, ch'egli ne arebbe partiti tre fatti come Mainetto. Ma egli si gittò da parte con avvisato animo, e Bramante diede della spada in terra, e più che mezza la ficcò in terra, e tutto si piegò inanzi per la grande forza che gli misse; e l'elmo, che aveva tagliati i lacci di drieto, gli andò insino a mezzo il capo, e poco mancò che non gli uscí di testa. E Mainetto fedí con la spada tra l'elmo e la testa e le spalle, e di netto gli ricisse il collo per modo, che gli spiccò il capo dalle spalle: e cadde morto Bramante alla terra. Allora fu grande romore tra' cavalieri dell'una parte e dell'altra, chi per dolore, chi per allegrezza. Tra' cavalieri spagnuoli fu grande romore d'allegrezza, e fu menato a Mainetto il suo destriero, ed egli montò a cavallo e comandò a uno caporale de' suoi che togliesse l'elmo di Bramante e portasselo a Galeana; ed egli cosí fece.

Mainetto fece portare quello elmo per averlo per sé, imperò che mai non lo avea potuto magagnare con Durindarda, e parvegli buono sopra tutti gli elmi del mondo. Mandato via Mainetto l'elmo, prese una lancia in mano e inviossi, con quella gente ch'era uscita di Saragozza, verso il campo de' nimici, e' quali non feciono nessuna difesa. Mainetto n'andò insino al padiglione per liberare i prigioni, e gli Africani s'arrenderono sanza niuna difensione, e beato si tenne quello che trovava chi lo volessi per prigione. E giunto Mainetto al padiglione che fu del re Bramante, ognuno se gl'inginocchiava, ed égli smontò ed entrò drento con la spada in mano, e sciolse lo re Galafro e Morando e Marsilio e' fratelli; e arrenderonsi a Mainetto tutti e' cavalieri ch'erano alla guardia del re Bramante. El re Galafro lo fe' capitano generale di tutta la sua gente, cioè di Spagna e di Granata, di Ragona e di Navarra e di Portogallo e di Galizia e di Lusintania e d'ogni altra provincia sottoposta alla sua signoria, e cittá e castella e ville, e per mare e per terra. E con questa vittoria entrarono nella cittá di Saragozza, dove si fece grande festa della vittoria.

Capitolo XXXIV.

 Come Carlo s'inamicò con Uggieri, che fu poi chiamato Danese,

e 'ngaggiossi di combattere col re Gualfedriano, padre di detto Uggieri.

Per molti giorni si fece allegrezza nella cittá di Saragozza, e per tutte le parte di Spagna, della vittoria ricevuta. E in questo medesimo tempo lo re Agolante mandò in aiuto al suo fratello Bramante uno valentissimo signore, chiamato il re Gualfedriano, re di Genturia e di Sarais, e de' monti detti Tubari e de' monti Circassi e de' monti Cinabori, posti in su' confini di Numidia e di Mauritania; e aveva tre cittá in sul mare: l'una aveva nome Arzous e l'altra Arram, la terza Serem: questi sono tre porti del reame di Sarais. Questo re Gualfedriano mandava Agolante in aiuto del fratello, perché gli avea mandato a chiedere soccorso quando si partí di Ragona. E giunto questo re nel porto di Cartagine, smontò in terra con ottantamila saraini, e con uno suo figliuolo che aveva anni diciotto e aveva nome Uggieri, ed era uno bellissimo giovane, e molto ardito e gagliardo della persona. La novella di questa gente venne a Saragozza al re Galafro, e fu grande romore a Saragozza: e fece lo re ragunare tutta la sua gente, che già era partita. E mentre che la gente si ragunava, la novella venne ch'el re Gualfedriano era presso a Saragozza d'una giornata. Allora diliberarono d'uscire l'altro dí alla 'ncontra allo re Gualfedriano. Ma la notte vegnente giunse tutta quella gente a campo a Saragozza.

Aveva lo re Gualfedriano saputa la morte del re Bramante e del re Polinoro da certi di quelli ch'erano scampati della passata battaglia, onde egli diliberò di volere vedere Mainetto, e mandò ambasciadori al re Galafro nella cittá, e domandò di venire a parlare con lui nella città. Ed ebbe salvocondotto d'entrare con mille cavalieri nella cittá. El re Galafro e' figliuoli gli vennono incontro, e Mainetto e Morando ancora andarono con loro; e 'l re Gualfedriano menò con seco Uggieri suo figliuolo. Aveva Mainetto una ghirlanda in testa, adorna di molte perle; e quando s'incontrarono, fece l'uno all'altro grande onore; e poi si volse inverso la cittá. Mainetto si prese per mano il figliuolo del re Gualfedriano, detto Uggieri, e parve al giovane Uggieri che Mainetto fosse tanto costumato e avesse tanto gentile atto in sé, ch'egli si vergognava a' brutti costumi che gli pareva avere lui e la gente ch'avevano con loro. E cavalcando verso la cittá, ragionavano i due re delle passate battaglie di Bramante, e domandò lo re Gualfedriano quale era Mainetto. Disse Galafro: «Egli è quello che viene al pari col vostro figliuolo». E quando ismontarono da cavallo, el re Gualfedriano si fermò e guatava Mainetto, e l'uno guatava l'altro nella faccia e stavano saldi. E non potè lo re Gualfedriano tanto guatare e sostenere, ch'egli non abassasse gli occhi. E montati suso al palazzo, Mainetto prese Uggieri per mano.

Già era Uggieri invaghito de' belli costumi di Mainetto, tanto che mentre ch'el re Gualfedriano stette drento alla cittá, che vi stette tre giorni, sempre Uggieri andava con Mainetto, e mangiò e dormí con lui, e tanto innamorò della sua onestá, ch'egli si puose in cuore d'essere sempre di sua compagnia; e Mainetto s'ingegnava di fargli onore quanto poteva e sapeva, tanto che Uggieri gli disse: «Nobile signore Mainetto, io mi sono posto in cuore di vivere e di morire con teco». E Mainetto gli disse che l'arebbe molto caro, ma che la sua gentilezza non si confaceva con la sua bassa condizione, che egli era figliuolo d'uno mercatante, e lui era figliuolo di re. Uggieri se ne fece beffe e disse: «Per questo non rimarrà che io non sia vostro servo e de' vostri costumi, e voglio che siate mio maestro in fatti d'arme»; in tanto che Mainetto l'accettò per compagno e puosonsi grande amore l'uno all'altro. Lo re Gualfedriano disse il terzo giorno che per vendetta del re Bramante e per lo suo onore egli voleva combattere con lui; e perché altra battaglia non vi nascesse, Mainetto accettò la battaglia, e affermossi nel patto che se Mainetto perdesse, ch'el re Galafro desse omaggio al re Agolante, e se Mainetto vincesse, ch'el campo si tornasse indrieto. E fu di patto ch'el re Galafro desse dua statichi, e cosí lo re Gualfedriano. E posto il dí della battaglia, lo re Gualfedriano tornò nel campo, e Uggieri rimase con Mainetto. E quando venne il giorno della battaglia, lo re Gualfedriano assegnò Uggieri, suo figliuolo, statico, e lo re Galafro volle mandare Marsilio per istatico nel campo, ma egli non vi volle andare, né nessuno de' sua fratelli, e dissono che non si volevano sottomettere a uno figliuolo d'uno borgese mercatante. Lo re Galafro gli cacciò dinanzi da sé con villane parole, e chiamato Mainetto, disse: «Quello ch'io ho promesso, io non lo posso attenere, ma inanzi ch'io manchi di mia fede, io n'anderò in persona, per la speranza che io ho in te». E montò a cavallo, e menò seco il giovanetto Uggieri; e giunto al padiglione del padre, raccontògli come il fatto istava e ch'egli era venuto in persona per statico per non mancare di sua fede. Vedendo lo re Gualfedriano la nobiltà di Galafro, non lo volle ritenere, e disse: «Menate pure Uggieri con voi, ch' io mi fido di voi, che sanza fallo voi m'atterrete come leale re quello che m'avete promesso». E cosí ritornò a Saragozza, e menò seco Uggieri. E Mainetto s'armò l'altra mattina, e armollo Galeana e Uggieri; e uscí fuori alla battaglia, e portò l'elmo che fu del re Bramante, perché era vantaggiato e buono e perfetto, e per molti si teneva ch'egli era incantato, che ferro niuno lo poteva magagnare.

Capitolo XXXV.

Come Mainetto combattè col re Gualfedriano, padre d'Uggieri; e tornossi

in Africa, e lasciò Uggieri con Mainetto, e raccomandòglielo piangendo.

Giunto Mainetto al campo, sonò il corno e addimandò battaglia; e lo re Gualfedriano s'armò e venne al campo, e portò uno grande bastone attaccato all'arcione; e giunto dov'era Mainetto, salutorono l'uno l'altro, e disfidati presono del campo e si fedirono delle lance: e poco vantaggio vi fu. Rotte le lance, Mainetto si volse con la spada in mano, e Gualfedriano prese il bastone, e cominciarono aspra e feroce battaglia. E combattendo, lo re Gualfedriano ruppe tutto lo scudo d'uno colpo col bastone a Mainetto, ed egli prese la spada in mano e con ambe le mani ferì sopra a lui, e lo re riparò il colpo con lo scudo e col bastone. Mainetto tagliò per mezzo il bastone e parte dello scudo; e poi combatterono con le spade. E finito questo assalto per afanno, e pigliando riposo, e Mainetto cominciò a dire: «O nobile re, io vi priego per amore del vostro figliuolo Uggieri che voi pognate fine a questa battaglia tra noi; non è cagione perché noi dobbiamo fare tanta mortale battaglia». Aveva Uggieri raccomandato a Mainetto il padre suo, quando l'aiutava a armare. Lo re Gualfedriano non gli rispose, ma ricominciarono l'altro assalto, el quale durò insino a mezzo giorno; e afannati i loro cavalli si fermarono a pigliare lena. Ancora Mainetto da capo lo pregò dell'accordo, ed egli rispose: «Non è ancora tempo». E poco stante ricominciorono il terzo assalto, nel quale s'inaverarono d'alcuna piaga; e vennono tanto alle strette, che l'uno prese l'altro per gli camagli dell'elmo. Mainetto gli levò la visiera dell'emo, e rimase il re senza visiera: e lasciato l'uno l'altro, Mainetto gli tagliava tutte l'arme; e veramente l'arebbe vinto, ma egli lo riguardava per amore d'Uggieri, a cui avea posto già grande amore. E bene s'accorgeva lo re Gualfedriano ch'egli aveva il piggiore della battaglia. Essendo molto afannati, si ritirarono indrieto. Lo re Gualfedriano aveva già tre piaghe, e stando saldi, disse Mainetto: «Ahi nobile re, perché volete che sanza cagione questa battaglia sia morte di voi o di me o d'ambedue? Io vi priego per quanto amore portate a Uggieri, vostro figliuolo, che noi facciamo pace». Lo re Gualfedriano fu contento, e feciono pace con questo patto, ch'egli si partissi con tutta l'oste e ritornassesi in Genturia, cioè in Africa, e che lo re Galafro gli rendesse Uggieri e rimanesse franco da ogni omaggio e trebuto. Mainetto si tornò alla cittá; e Marsilio e' fratelli, che già portavano grande odio a Mainetto, cominciarono a dire ch'egli lasciava la battaglia per paura. E giunto Mainetto al re Galafro, egli lo domandò come la battaglia stava, e s'egli era inaverato. Mainetto gli raccontò la pace come era fatta. Disse il re Galafro: «Quello che tu hai fatto, io ne sono molto contento, e stia come si vuole». E affermò ogni cosa ch'egli aveva fatta, e fece chiamare Uggieri e dissegli come la pace era fatta. Uggieri fu molto allegro della pace, ma non fu allegro d'aversi a partire da Mainetto; e inginocchiossi a' iedi di Mainetto, e pregollo che pregasse lo re Gualfedriano, suo padre, che lo lasciasse con lui in Ispagna. Allora Mainetto pregò lo re Galafro che facesse compagnia a Uggieri, ed egli cosí fece; e lo re Gualfedriano venne incontro allo re Galafro insino allato alla porta, ed ognuno di loro ismontò, sí che tutti i baroni smontarono a pie': e fatto cerchio, fu affermata e giurata la pace, come di sopra è detto. E allora Uggieri s'inginocchiò dinanzi al suo padre e pregollo per tutti gli dei ch'egli lo lasciasse alla corte del re Galafro con Mainetto, «acciò ch' io impari e' suoi gentili costumi e di cavalleria». E Mainetto giurava trattarlo come propio fratello. Vedendo lo re Gualfedriano la volontà del figliuolo e la gentilezza di Mainetto, disse: «Io sono contento, ma io non ho altro figliuolo. Io priego lo re Galafro che ne faccia com'egli volesse che io facessi di Marsilio, suo maggiore figliuolo». Ed egli cosí gli promisse, e poi disse a Uggieri: «Io ti comando che tu non ti parta dalla volontà di Mainetto, imperò ch'egli è il migliore cavaliere del mondo». E poi abracciò Mainetto e baciollo, e raccomandògli Uggieri lagrimando; appresso lo raccomandò a Marsilio e a' fratelli e a tutti e' baroni; e abracciato il figliuolo, prese licenzia e tornossi a' padiglioni. E fece la mattina vegnente levare campo, e mandò molto tesoro a Uggieri, e lasciò con lui cinquanta gentili servidori; e per molte giornate tornò al porto di Cartagine ed entrò in mare con tutta sua gente. E navicando, tornò in suo paese, dove in poco tempo morí, e lo re Agolante prese tutto il suo reame.

Capitolo XXXVI.

Come Uggieri conobbe chi era Mainetto,

e fecesi cristiano e giuroronsi fede l'uno all'altro.

Rimase Uggieri con Mainetto, e molto s'amavano insieme, e imparò molti de' suoi costumi. E usando insieme, Uggieri aveva molte volte trovato Mainetto ginocchioni alla spada, alcuna volta l'avea udito raccomandarsi a Gesù Cristo, e alcuna volta l'aveva udito segretamente piagnere, ed erasi accorto che Galeana molto l'amava, ed erasi avveduto che il Ragonese molto l'ammaestrava e correggevalo. Pensò veramente ch'egli fosse cristiano, e posegli maggiore amore che imprima, pensando ch'egli sia figliuolo di qualche grande gentile uomo, e non di mercatante. Intervenne uno giorno che Mainetto fu molto proverbiato da Marsilio, perché molto l'odiava per l'onore ch'el padre e' baroni gli facevano, ed eravi presente Morando e Uggieri. Per questo Morando menò Mainetto in camera, e all'entrare pinse l'uscio e non lo serrò affatto. Uggieri andò loro drieto, e giunto in su l'uscio, si fermò a udire; e Morando cominciò a dire: «Per Dio, non istiamo più in questa corte, torniamo in Francia a racquistare il tuo reame di Francia contro a' dua bastardi che lo tengono, e a vendicare il tuo padre, re Pipino». Quando Uggieri udì queste parole, ebbe tanta allegrezza, ch'egli entrò drento e serrò l'uscio; e Morando ridendo disse: «O che vai facendo, Uggieri?». Ed egli se gli gittò ginocchioni a pie' e disse: « Io ho sentito le vostre parole, e priego Mainetto vostro signore e voi che mi facciate di quella fede che voi siete». Disse Morando: «Come? non credi tu a Maumetto e a Apollino e a Trevigante e a Iupiter lo grande, come facciamo noi?». Disse Uggieri: «Voi non credete a questi, ma voi credete nel battesimo, e però non mi leverò di ginocchioni, che voi mi battezzerete». Allora Mainetto, vedendo e conoscendo Uggieri fedelissimo, tolse uno bacino d'ariento e uno bronzino pieno d'acqua, ed egli e Morando lo battezzorono al nome della santa Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo; e Uggieri giurò sempre seguire Mainetto insino alla morte. Allora Morando gli disse chi era Mainetto, e come aveva nome Carlo Magno; e Uggieri s'inginocchiò a Carlo e volevagli baciare e' piedi, ma egli lo fece levare in pie', e poi disse: «Se Iddio mi dona grazia di tornare nel mio regno, io t'imprometto, Uggieri, che tu sarai gonfaloniere della corona di Franza e porterai l'Oro e fiamma, la santa bandiera». E allora s'impalmarono tutte a tre e baciaronsi in bocca. Disse poi Uggieri a Mainetto: «Vuo' tu, signore, ch' io tagli la testa a Marsilio?». E Morando disse: «Oimè, Uggieri, che è quello che tu di'? Vuoi tu pericolare te e noi? Io non voglio che tu passi il mio comandamento, imperò ch' io sono il secondo padre di Mainetto». Allora disse Uggieri: «E io voglio essere il vostro secondo figliuolo, e non uscirò del vostro comandamento». E Mainetto gli disse come Galeana era sua sposa, e come si era battezzata, ed egli l'avea sposata celatamente. Disse Uggieri: «Questi figliuoli del re Galafro mostrono pure mala volontà contro a Mainetto, e però sarà il meglio ch'io mi dimestichi e pratichi con loro, e mosterrò non mi curare di voi; eglino me ne diranno qualche cosa». E d'accordo uscirono di camera. Morando disse a Uggieri: « Non ti curare e non ti turbare per cosa ch'eglino dichino, se tu vuoi sapere l'animo loro».

Capitolo XXXVII.

Come Uggieri scoperse il trattato che Marsilio e' fratelli facevano per uccidere

Mainetto e come si partirono, con Galeana e Uggieri, Carlo e Morando di Riviera.

Molto si dimesticò Uggieri con Marsilio e co' fratelli, mostrando poco amore a Mainetto; e alcuna volta dicea certe parole con Marsilio, dispregiandolo; e cosí faceva con Balugante e con Falserone, in tanto che uno giorno, essendo insieme tutti a quattro, credendo che Uggieri odiasse Mainetto, non potè istare Balugante ch'egli non dicesse di villane parole contro a Mainetto. E poi andarono tutti a tre alla loro madre e dissono: «Madre, questo Mainetto ci ha tolto l'onore di Spagna». Ed ella gli confortò a farlo morire, e disse: «Trovate il modo, e guardatevi da vostro padre e da Galeana, imperò ch'ella molto l'ama». Ed eglino facevano stima di dare poi Galeana a Uggieri per moglie, e guardavansi da Galeana, ma non da Uggieri, e cercarono ogni via e modo di farlo morire. E tutto iscoprirono il fatto a Uggieri; ed egli, perché loro non pigliassino sospetto di lui, non parlava a Mainetto, ma egli lo diceva a Galeana, ed ella il dicea a Morando e a Mainetto. Morando una notte parlò a Uggieri e a Mainetto, e diliberorono di partirsi e di tornare in Franza, e di menarne celatamente Galeana; e affermarono di partire la terza notte.

In quello giorno che la notte si dovevano partire, ordinò Marsilio e' fratelli d'uccidere Mainetto con molti armati l'altro dí vegnente, la mattina, come egli si levasse e uscisse di camera; e Uggieri giurò il tradimento con loro. E come si fu partito, andò a Morando e tutto il fatto gli disse; e uno famiglio di Marsilio andò a Galeana e dissele che aveva udito che Mainetto sarebbe morto la mattina da Marsilio. Galeana disse: «Egli hanno grande ragione»; e la sera parlò a Morando e a Mainetto e a Uggieri, e diedono ordine di fuggirsi la notte. E intervenne ch'ella mandò per loro alla camera loro, e 'l famiglio ch'ella mandò fu domandato dalla reina dove egli andava, ed egli disse dove Galeana lo mandava. E fatta l'ambasciata a Mainetto, tornava indrieto, e la reina lo domandava: «Che fa Mainetto?». Disse il famiglio ch' e' paragonava arme con Uggieri. La verità era che Galeana aveva donata a Uggieri una bella armadura e uno bello elmo, ed eglino le guatavano quali erano più belle; e questo voleva dire il famiglio. E avendo auto il messo da Galeana che andassino a lei subitamente, lasciarono l'arme e andarono a lei; e la reina, che gli vidde passare, n'andò alla camera loro con quattro famigli e tolse tutte l'arme di Mainetto, e credendo torre l'elmo di Mainetto, cioè quello che fu di Bramante, ed ella tolse quello che Galeana aveva donato a Uggieri, e tolse Durindarda e portolla via, imperò ch'ella sapeva la volontà e l'ordine de' figliuoli, e conoscea l'ardire di Mainetto, onde ella aveva temenza ch'egli non si armasse contro a loro. Ed eglino parlando sotto ombra d'alcuna festa d'andarsene la notte vegnente, Galeana promisse di torre le chiavi d'una porta. E tornati alla camera, si trovarono rubati dell'arme e della spada di Mainetto, onde egli ebbe grande dolore. Ma Morando, lodando Iddio, lo confortò, e disse a Mainetto: «Non ti sconfortare, che noi torremo l'arme con che tu vincesti la giostra, che sono ancora all'osteria dove le lasciai». E poi andò Morando destramente a Galeana, e fecesi dare la spada che Mainetto le mandò, con che avea morto Polinoro. La sera, poi che ognuno ebbe cenato, ognuno si dava piacere insino che fu tempo d'andare a dormire. Galeana tolse le promesse chiave, e quando ognuno fu andato a dormire, vestita come maschio, tolse molti gioielli e venne alla camera di Mainetto; e trovò Morando e Uggieri armati, e andoronsene appiè' insino alla porta. E avea Morando il dí inanzi mandato di fuori all'abergo quattro grossi cavagli e tre grosse lance. E giunti alla porta, trovarono le guardie, e diedono il nome, e apersono a Mainetto come a capitano; e disse alle guardie: «Guarda che per insino a domane a nona tu non dica ch' io sia uscito di qui, a pena della forca, che noi andiamo in uno bisogno di Galafro». E vennono a l'abergo, e Mainetto s'armò, e montarono tutti e quattro a cavallo, e presono la via d'andare verso Guascogna, e con fretta cavalcarono. Disse Uggieri: «Andrenne noi sanza battaglia? Ora ne venisse drieto Marsilio!». E tutta notte cavalcarono per passare il fiume d'Ibero.

 Capitolo XXXVIII.

Come Marsilio rimase beffato per Mainetto ch'era fuggito co' compagni,

e levato il romore, fu seguito.

Già era presso al chiaro il giorno, quando Marsilio e' fratelli armati in compagnia di cento vennono alla camera dove Mainetto soleva dormire, e feciono picchiare; e persona non rispondeva. Allora immaginarono che Mainetto gli avesse sentiti, ed egli a furia gettarono l'uscio in terra ed entrarono drento correndo, e tutto 'l letto forarono con gli spiedi e con le spade; e non lo trovando, forarono sotto il letto con le lance. Alla fine dissono: «Egli sarà alla camera di Galeana». Corsono lá, ed entrati drento, non lo trovarono, né anche Galeana. E uno famiglio di Marsilio tornò, ch'era andato alla camera d'Uggieri per chiamarlo, e disse a Marsilio: «Uggieri non v'è, e' suoi famigli non ne sanno novelle». In questo giunse la reina dov'erano e' figliuoli, e disse: «Avete voi morto questo superbo forestiero?». Ed eglino rispuosono come egli non si ritruova. Ed era già il dí chiaro, e la reina si maravigliò, e faceva chiamare Galeana, e non la trovando, disse Balugante: «Ora vedete voi che tutta la colpa è di Galeana, vostra pessima figliuola». Disse la reina: «Tu parli male, imperò che la mia figliuola non ha colpa di questo». E fu cerco tutto il palazzo, e non si trovando né Morando, né Uggieri, né Mainetto, si levò il romore: «Costoro sono fuggiti! ». E furono morti dodici de' famigli di Uggieri, e se non fosse che Galafro corse al romore, egli erano tutti morti. E cercando alle porte, il caporale ch'era alla porta donde uscí Mainetto non voleva dire niente per paura di Mainetto, ma quando udì dire ch'era fuggito, e come ne menava Galeana, subito manifestò come egli era uscito fuori a piedi, egli e Uggieri e Ragonese. Per questa novella la reina cominciò a fare gran pianto, e 'l re Galafro n'ebbe grande dolore. Ancora venne l'ostiere a manifestare come il dí dinanzi Ragonese gli avea mandati quattro destrieri, e la notte erano montati a cavallo e partiti, e avevano con loro uno giovinetto disarmato; e per questo fu palese ch'eglino s'erano fuggiti. E Marsilio e' fratelli con molta compagnia montarono a cavallo e seguitarono loro drieto con cinquemila a cavallo, e mandarono messi e cavalieri da ogni parte, ch'eglino fossono sostenuti dov'essi arrivassino.

Capitolo XXXIX.

Come Marsilio e' fratelli seguirono Mainetto insino passato Pampalona,

e la battaglia che feciono a Malborghetto Galisflor, ed era uno forte castello.

Morando di Riviera conoscendo il pericolo grande a che eglino s'erano messi, e ricercando nell'animo suo quale era la più salutevole via, perché assai volte era stato in Navarra ed in Ispagna, e aveva quale veduta e quale udito parlare, egli istudiava di passare il grande fiume detto Ibero. E giunse il dì seguente nel contado di Lucierna, e abergò in una villa, e l'altro di passarono il fiume e vennono a una cittá, la sera, chiamata Candelor, e giunsonvi in su la mezza notte. E la mattina si partirono, e passarono tra 'l monte Artales e 'l monte Pirineo, e passò presso a Pampalona a due leghe; e la sera al tardi passarono al pie' di Nobile e giunsono presso a uno castello ch'era di cristiani, chiamato Galisflor, e oggi si chiama Malborghetto; e apresso a una lega albergarono, perché Galeana era molto stanca del cavalcare, e avevano cavalcato leghe cinquanta. Nota, uditore, che da Saragozza a Lucierna sono leghe venti, e da Lucierna a Candelor sono leghe dieci, e da Candelor a Malavia insino a Galisflor sono leghe venti. Or sendo albergati, avevano a passare una acqua, e credevano essere fuori di pericolo. E Marsilio e Balugante e Falserone avevano auto sentore come Mainetto e' compagni erano passati Lucierna: pensarono che andassino diritto a Pampalona, e però n'andarono a Pampalona. Lo re della città fece loro onore, e saputa la cagione della loro venuta, come eglino ebbono mangiato, montò a cavallo con mille cavalieri armati e fece loro compagnia: e sentí da certi del paese ch'egli erano passati al tardi presso a Nobile. Per questo tutta la notte cavalcorono, e la mattina giunsono dove Morando e' compagni erano la notte abergati, ed erano pure allora partiti. Marsilio s'allacciò l'elmo in testa, e montò in su uno buono destriere, e prese una lancia in mano, e cosí feciono e' sua fratelli e tutti gli altri. Marsilio era meglio a cavallo ed entrò inanzi, e Balugante apresso; ed erano grande pezzo inanzi, quando vidono Mainetto e' compagni che avevano passato il fiume e andavano verso Galisflor; ed eglino s'afrettarono. E quando Marsilio passava il fiume, e Uggieri si volse e disse a' compagni: «Vedete, o che gente fia questa, che ci viene drieto?». Galeana si volse, e com'ella gli vidde, disse: «O lassa a me, ch'egli è Marsilio e' mia fratelli! Per Dio, fuggiamo insino a questo castello». Allora Uggieri s'allacciò l'elmo e imbracciò lo scudo e 'mpugnò la sua lancia, e non disse niente a' compagni; ma egli si dirizzò contro a Marsilio e ferironsi delle lance. Marsilio cadde a terra del cavallo, e poi Uggieri abatté Balugante e a lato dell'acqua del fiume abatté Falserone: e arebbegli Uggieri morti tutti a tre, se Mazzarigi, re di Pampalona, non fossi cosí tosto giunto. Fu Uggieri assalito da più di mille cavalieri e attorniato, e 'l re Mazzarigi uccise il cavallo sotto a Uggieri. Allora Mainetto si mosse per soccorrere Uggieri. Morando menava la donna verso Galisflor, e 'l romore s'era levato per lo paese. Già traevano di verso il castello più di cinquecento paesani. Morando gridava: «Per Dio, noi siamo cristiani, io vi raccomando questo damigello». E fu menata Galeana insino al castello, credendo che fosse uno valletto. Giunto Mainetto nella zuffa, abatté Mazzarigi e passò uno altro per lo petto e ruppe la lancia; e tratta la spada, vidde Marsilio ch'era rimontato a cavallo, e diegli sí grande il colpo della spada, che ferito lo fece cadere a terra del cavallo, e prese il cavallo e diello a Uggieri. E in questa parte ferì Mainetto Altomaore di Cordoa, il quale fu padre di Serpentino dalla Siella. E quando Uggieri fu rimontato a cavallo, fece grandissime prodezze di sua persona, ma tanta fu la gente che giunse loro a dosso, ch'egli erano attorniati. Ma il valente Morando giunse alla battaglia con cinquecento di quelli paesani di Galisflor, e fece tanto, ch'egli s'aggiunse con Mainetto, e due volte gli diede della spada in su l'elmo, tanto che lo fece ritirare verso il castello con quella compagnia che venne con Morando. E ancora avevono quegli paesani cavalli ed arme guadagnati, e ridussonsi a Galisfior, dove fu fatto loro grande onore. E la mattina si partirono, e andaronne verso Guascogna, tanto che 'n due giornate vennono a Morlain.

Capitolo XL.

 Come Mainetto e' compagni andarono a Roma, dove impegnarono l'arme

per vivere; e 'l cardinale Lione, figliuolo di Bernardo di Chiaramonte,

gli riscosse l'arme e mandògli in Baviera.

Partiti da Galisflor, n'andarono a San Gian Pie' di Port, e poi n'andarono a Morlain, e poi n'andarono a Salvaterra, e vennono a Porta Artese, che v'ha nove leghe, e passarono le montagne Perinee. In molte giornate Morando fece molto cavalcare, e caddono a Galeana molti gioielli per la via; e molti ragionamenti ferono con Mainetto, s'eglino andrebbono a Roma o in Baviera o in Ungheria, o s'egli era d'andare in Inghilterra. Disse Mainetto: «Andiamo al duca di Borgogna, Gherardo da Prata». Disse Morando: «Non è d'andarvi, imperò ch'egli è tuo nimico»; e disse come Gherardo teneva con Lanfroy e col re Oldrigi, fratelli di Carlo, che tenevano il reame di Franza. E diliberorono andare a Roma al cardinale Lione, figliuolo di Bernardo di Chiaramonte, e non vollono andare in nessuna parte del reame di Franza, perché Morando era troppo conosciuto. E cavalcando, arrivorono a Avignone a una osteria, passato il ponte, dove sentirono come la gente del reame si contentava male della signoria de' due bastardi di Francia; e d'Avignone si partirono e passarono per la Provenza e per la Savoia, e per tutto udirono dire male della signoria di Franza. E passato l'alpe d'Apennino, vennono in Lombardia, e passorono per Toscana e andorono a Roma, e alloggiaronsi nello abergo di Santo Gianni, in una osteria di bassa mano; ed era ostiere una donna molto da bene. E domandarono del cardinale Lione, e seppono ch'egli era andato in Puglia; e aspettaronlo tre mesi, tanto che l'oste doveva avere da loro molti danari. E uno giorno l'ostiera gli addimandò loro, ed eglino non avendone, gli dierono pegno tutte l'arme; e stettono tanto, ch'ella aveva pegne l'arme di tutti a tre; e già erano in miseria.

In questo tempo tornò il cardinale di Puglia; e come fu tornato, Morando andò la seconda sera alla sua stanza, e trovollo a uno verone sopra a uno giardino. E Morando se gli inginocchiò, e 'l cardinale non lo conoscea, e domandò quello che egli addimandava. Disse Morando: « O monsignore di Chiaramonte, come non riconoscete chi v'ha già dato mille buoni ammaestramenti?». El cardinale lo raffigurò più alla boce che a niuna altra cosa, e preselo per la mano e non si dimostrò molto alla presenza di molti che v'erano, e menollo nella sua camera, e disse: «O non se' tu Morando?». Ed egli se gli gittò ginocchioni a' piedi, e 'l cardinale l'abracciò e baciollo, e Morando cominciò a piagnere; e cominciarono a parlare insieme de' fatti di Parigi. Diceva il cardinale: «Dove se' tu stato già fa cotanto tempo?». Disse Morando: «In molte parte, cercando il mio scampo per paura de' due fratelli; ma voi, monsignore, sapesti voi mai novelle di Carlotto?». Rispuose il cardinale: «Di certo non ne seppi mai novelle; per certo egli debbe essere morto. Cosí volesse Iddio ch'egli fusse vivo, che s'egli tornassi, coloro sono tanto male voluti, che ancora racquisterebbe il suo reame. Ed io e mio padre vi metteremmo ciò che noi abbiamo, e cosí e' miei fratelli». E cominciò per dolore a piagnere. Allora Morando se gli scoperse, e disse dove aveva tenuto Carlotto in Ispagna, e contògli tutte le cose che aveva fatte Carlo in Ispagna, la morte di Bramante e di Polinoro, e la conversione d'Uggieri, e come s'erono fuggiti e aveanne menata Galeana, e come ell'era battezzata ed era moglie di Carlotto e figliuola del re Galafro, re di Spagna; e aveva giurato non la toccare mai, se prima non la incoronava del reame di Franza. E dissegli quanto l'aveano aspettato, e come aveano pegni i cavalli e l'arme. El cardinale piagnea per tenerezza, e menollo a uno forziere pieno di monete d'oro, e diegliene uno pieno sacchetto, e dissegli: «Va, paga l'oste, ed io verrò stassera di notte da voi a vedere il mio signore, che questo eretico di questo papa, che l'ha fatto iscomunicare, non lo sappia ».

Morando ritornò all'abergo e rimandò indrieto i due famigli del cardinale, e l'ostiera lo borbottò. Allora disse Galeana piangendo: «O padre mio, io vi priego che voi andiate con Mainetto dove che sia a procacciare di pagare questa ostiera, ch'ella non mi consumi più; e lasciate me pegno a lei, tanto che voi torniate». Morando cominciò a piangere, e missesi mano in seno, e cavò fuori i danari. Allora Galeana corse alla camera e disse: «O signori, ecco Morando nostro padre, ch'ha uno sacco di danari d'oro». Allora tutti si rallegrarono. Morando pagò l'ostiera, e poi andò in camera e disse come il fatto stava, onde Carlotto e Uggieri molto si rallegrarono. L'ostiera fece portare loro tutte le loro arme, e fece apparecchiare bene da cena, e chiese loro perdonanza s'ella avea di niente sparlato. Disse Morando: «Madonna, quello che tocca a dire a noi, fate voi; perdonate a noi e abbiate pazienza, imperò che la povertà per difetto d'altrui ce l'ha fatto fare. Ma Iddio ne farà ancora vendetta».

Poi ch'ebbono cenato, quasi in sul primo sonno, el cardinale venne all'abergo. Morando stava attento, e solo lo menò alla camera, e' Compagni rimasono all'uscio, ch'erono dodici e tutti bene armati. Ed entrati in camera, serrarono l'uscio, e 'l cardinale, come vide Carlotto, come Morando gliele mostrò, se gli gittò a' piedi ginocchioni, e Carlo a lui; e abracciati insieme, molte parole lagrimando vi fu. El cardinale diede loro molti danari, poi diliberarono ch'aspettassino parecchi giorni pure cosí sagretamente. E partito da loro, mandò uno brieve sagretamente al suo padre Bernardo di Chiaramonte; e disse al famiglio che portava il brieve: «Dirai a bocca a mio padre: — Dice Lione: la fiera selvaggia escí del bosco ed è fuggita dinanzi a dua mastini per ritornare nel suo covaccio: non so s'ella si potrà dimesticare — ». Il messo, afrettato per le parole e per lo comandamento del cardinale, n'andò in meno di venti giornate a Chiaramonte, dove trovò Bernardo e fecegli l'ambasciata. Quando Bernardo ebbe letto il brieve, subito scrisse in Inghilterra e a tutti e' figliuoli e a' sua amici che si apparecchiassino a fare gente subito, che tempo viene che l'arme s'adoperino; e non manda a dire la cagione, se non che stieno apparecchiati quando gli richiederà. Poi montò a cavallo e andonne verso Roma con sessanta uomini armati a cavallo, e non più. In questo mezzo il cardinale Lione ordinò con Morando ch'eglino si partissino da Roma, temendo ch'el papa non se ne accorgesse, e disse a Morando e a Carlo: « Andate in Baviera al duca Namo: egli ha grande volontà di sapere novelle di Carlo, ed è nimico de' dua patricida; egli v'accetterà e daravvi grande aiuto. Ma io ti priego, Carlo, che tu sia misericordioso inverso e' popoli, ch'eglino non hanno colpa, e Iddio l'ará molto a grado». Rispose Carlotto: «Se Iddio mi dá tanta grazia ch'io ritorni a casa mia, io giuro a Dio in primi, e poi a voi di perdonare a ogni persona, salvo che a' miei dua fratelli, a cui io viddi co' mia occhi uccidere il padre mio e loro ancora. Ma eglino non meritavono d'essere suo' figliuoli». E dato questo ordine, il cardinale diede loro danari quanto bisognava e d'avanzo, ed eglino si partirono da Roma e presono la via d'andare nella Magna, cioè in Baviera.

Capitolo XLI.

Come, partito Carlotto e Morando e Uggieri con Galeana da Roma,

scontrarono Bernardo di Chiaramonte in Lombardia, e l'ordine che diedono.

Partito da Roma Carlotto co' compagni, e passata la cittá di Modona in Lombardia, a Parma albergarono, e alla mattina cavalcando per passare el Po e andare a Pavia, incontrarono Bernardo di Chiaramonte, che andava a Roma e venia

di verso Piamonte. E passando, l'uno guatò l'altro, e a Bernardo parve conoscere Morando, e a Morando parve riconoscere Bernardo. E passati, disse Morando a Mainetto: «Quello mi pare Bernardo di Chiaramonte». Disse Uggieri: «Il primo de' sua famigli ce lo dirá». E in queste parole, Bernardo diceva a' suoi compagni: «Conobbe nessuno di voi alcuno di questi quattro che sono passati?». E ognuno disse di no. «Per mia fe'», infra sé disse Bernardo, «che quello mi pare Morando»; e mandò uno famiglio indrieto a domandargli. In questo Uggieri scontrò uno famiglio con una valigia in groppa, e domandollo: « Chi è questo gentile uomo?». E 'l famiglio rispuose bestemmiando: «Non so». Disse Uggieri: «Tu me lo dirai» ; e presegli le redine del ronzino; e 'l famiglio gridò. El famiglio, che Bernardo mandava in drieto, gridò: «Arme! arme!», credendo che Uggieri lo volesse rubare, sí che Bernardo e' compagni si volsono al romore. Mainetto percosse uno cavaliere, e ferito lo gittò per terra, e se non fosse che la brigata di Bernardo cominciorono a gridare: «Chiaramonte! Chiaramonte!», e Morando ricognobbe Bernardo, e' v'era del male assai. E le grida loro feciono ristare la battaglia, e di battaglia tornò in pace la questione, e fuvvi grande allegrezza. E riconosciuti, Bernardo mandò uno famiglio a Roma al cardinale, a dirgli che aveva trovato il fatto in Lombardia.

La sera abergarono a uno abergo insieme a uno castello, e la mattina diliberò Bernardo per più sicurtà di Carlo che Morando e' loro n'andassino nella Magna al duca Namo di Baviera, ch'era giovane e gentile persona, ed era stato grande amico del padre, e lui de' Reali di Francia. E disse: «Io mi tornerò in Chiaramonte e farò grande sforzo di gente in vostro aiuto». E voltossi a Carlotto, e abracciollo e baciollo, e raccordògli la morte di suo padre, e disse come fu generato in su lo carro in sul fiume del Magno: «però ti priego, signore, che tu ne faccia sí aspra vendetta, che sempre ne sia memoria». Disse Mainetto: «Se Dio mi dá grazia ch'io possa ritornare in casa mia, io giuro al vero Iddio di perdonare ad ogni persona, salvo che a' due traditori fratelli, ch'ebbono ardire d'uccidere il padre mio e loro. E cosí giurai nelle mani del cardinale Lione, vostro figliuolo». Disse Bernardo: «E' si vuole disfare la casa di Maganza». Disse Morando: «O signore Bernardo, Dio non perdona a chi non perdona; seguitiamo la 'mpresa, e Iddio ci ammaestrerà di fare il meno male». E di concordia si partirono: Morando e' compagni n'andarono verso la Magna, e Bernardo tornò a Chiaramonte, e mandò per Buovo a Agrismonte e pel duca Amone a Dordona e per Ottone, duca d'Inghilterra, e per Milon d'Angrante e per Girardo da Rossiglione. Questi erano sua figliuoli di matrimonio, e altri dua n'aveva con seco, ciò era Anseigi e Sanguino, ma erano bastardi: e 'l cardinale Lione ancora era di matrimonio fratello de' sopra detti cinque. E a costoro contò tutto il fatto come stava, ed eglino ne feciono grande allegrezza e diedono ordine a fare grande gente per essere apparecchiati al tempo.

Capitolo XLII.

Come Carlotto, Morando e Uggieri con Galeana giunsono in Baviera;

e la grande gente che si assembrò e andò

nello reame di Franza per rimettere Carlo in signoria.

Morando, partito da Bernardo, passò il Po co' compagni, e passarono tutta Lombardia e passarono l'Alpe; e giunti a Costanza, seppono ch'el dus Namo era a Flaviera, e ivi andorono, e trovorono ch'el duca faceva grande corte. Morando aveva fatto i compagni smontare alla corte, e salirono in su lo palazzo, e trovarono il duca in sala a vedere ballare. E giunti in sala, si fermarono a vedere. Morando aveva a mano Galeana, vestita come maschio; e 'l duca la vide, e mostravala a certi baroni, dicendo: «Quello giovane pare una damigella»; e accostatosi a Morando, el duca gli disse: «O compagnone, questo tuo paggetto dee avere fessa l'unghia ». Morando rise e disse: «L'uno buffone con l'altro non teme scherno». El dus Namo si volse a Carlotto e disse: «O cavaliere, onde siete voi?». Ed egli non potè più indugiare, e inginocchiato rispuose ad alta boce e disse: «O nobilissimo duca, io sono Carlotto, figliuolo di Pipino, re di Francia e imperadore di Roma; e questo è Morando di Riviera; e siamo venuti a raccomandarci a te e fidianci nelle tue braccia, e priegoti che ti sia in piacere d'aiutare la ragione, come hanno fatto i tuoi anticessori». Quando il duca Namo intese Carlotto, subito si gli gittò ginocchioni a' piedi e abracciollo e baciollo, e tutti e' baroni ch'erano presenti e le donne s'inginocchiorono, vedendo inginocchiare loro dua, e non v'era sí duro cuore che non piagnesse d'allegrezza e di tristezza: per tristezza, considerando la morte del padre; per allegrezza, perch'era apparito, perché ognuno credeva che fusse morto.

Morando tirò il duca da parte e dissegli chi era Galeana. Subito il duca addomandò la sua vedova madre, ed ella abracciò Carlotto, e baciollo e benedillo, e 'l duca le die' a mano Galeana piangendo, e disse: «Madre, questa è la reina di Franza, moglie di Carlotto e figliuola del re di Spagna: fatele quello onore che per noi fare si può». La duchessa l'abracciò e baciò, e poi la menò in camera, e non è mestiere di dire quanto ella fu onorata, e rivestita e adorna come reina. E cosí venne in su la sala, e Carlo disse al dus Namo chi era Uggieri, e fugli fatto grande onore per amore di Carlo: e fu loro assegnato una ricca camera con molte altre camere con essa. E disarmato, il duca fece portare reali vestimenti; e ritornato in sala, fu manifesto che questo era Carlo, figliuolo di Pipino, a cui toccava la signoria di Franza. E 'l duca mandò lettere e imbasciadori per tutta la fe' cristiana e in Ungheria, significando come Carlo, figliuolo del re Pipino, era a Baviera.

El re di Parigi teneva sempre spie per tutte le terre degli amici di Carlo, perché non lo volevano mai ubidire; e sentito come questo era Carlotto, certe spie n'andorono a Parigi e manifestarono la cosa al re Oldrigi e a Lanfroy. Per questa novella fu a Parigi grande paura: alla fine mandarono per tutto 'l regno afforzando, e mandorono al marchese Berlinghieri della Magna, e mandarono ad Agnentino di Senis, ch'egli dovessino venire a soccorrere contro a questo che diceva essere Carlo ed era in Baviera. Quando il marchese e Agnentino intesono la novella di Carlo dal messo del re Oldrigi, si rivestirono di velluto alessandrino per la novella di Carlo, e mandarono a dire a Lanfroy e a Oldrigi che l'andrebbono a vedere in compagnia di Carlo. E 'l duca Gherardo n'andò in Borgogna e venne poi in aiuto a Lanfroy e Oldrigi con tre fratelli e con trentamila cavalieri, e Grifone e' fratelli con altri tanti di Maganza; e 'l papa mandò in Irlanda, e fece venire di Borgogna e d'Irlanda gente. E giunti al porto di Bordeus ventimila cristiani a cavallo e appiè', si mossono per andare a Parigi. Bernardo di Chiaramonte n'ebbe sentore, e assaligli in sul terreno d'Irlanda in Frigia bassa e isconfissegli e uccisene dodici mila. Lo re d'Ungheria venne in Baviera per la Buemia e per la Magna con ventimila arcieri e diecimila cavalieri; e venne in Baviera il re di Buemia e 'l marchese Berlinghieri e Agnentino, Lottieri d'Anelzimbor e Baldovino suo fratello e Salamone di Bretagna. Tutta questa baronia e molta altra s'accozzarono, passato il Reno, in Gostanza, insieme con Carlo e col duca Namo e col re d'Ungheria; e trovaronsi cento cinquanta migliaia di cavalieri: e quivi si fece consiglio dove dovessino andare a campo. Molti dicevano: «E' sarebbe il meglio a campeggiare per lo reame, che molte cittá si darebbono a Carlo». E 'l duca disse: «Facciamo la mostra, e veggiamo come noi siamo forti». Ma il marchese Berlinghieri e Agnentino e Salamone consigliarono che s'andasse di tratto a Parigi, dicendo: « Noi abbiamo la ragione»; e affermarono che non credevano che Lanfroy e Oldrigi gli aspettasse.

In questo giunse novelle da Parigi come Gherardo da Fratta e Grifone e gli altri Maganzesi erano venuti in soccorso de' dua fratelli, e che a Parigi erano già centomila cavalieri; e anche si seppe come Bernardo di Chiaramonte avea isconfitti ventimila de' nimici. El duca fece fare la mostra, e trovaronsi centocinquanta migliaia di cavalieri. Allora feciono generale capitano il duca Namo di Baviera di tutta l'oste, ed egli fece le schiere ordinatamente: e diede la prima schiera a Salamone di Bretagna e al marchese Berlinghieri ed a Agnentino; e Carlo disse che voleva essere con loro nella prima schiera: e fu questa schiera ventimila cavalieri. La seconda diede a Morando di Riviera e a Uggieri: questa fu trentamila cavalieri. La terza fu data al re d'Ungheria e al re di Buemia con molta baronia, e fu questa schiera settantamila cavalieri con tutte le bandiere e con tutto il carriaggio. E la quarta tenne seco il duca Namo, che furono trentamila cavalieri. E fatte le schiere, si mossono e andorono verso Parigi. E come entrarono nello reame, passarono presso alla città di Laona per andare verso Orliens; e 'l campo corse tutto ad arme per gente che appari. Ed egli era Bernardo di Chiarmonte co' sua figliuoli e con Sanguino, duca d'Irlanda, e Flovo di Bordeus e Guglielmo suo fratello, ed avevano con loro trentamila cavalieri. E fu grande allegrezza per tutta l'oste della loro venuta. E 'l campo si puose, e tutti i baroni si ristrinsono alle bandiere per vedere Bernardo che veniva colla sua gente di verso Brisson, perché s'era molto iscostato da Parigi inverso Troas in Campagna, e però non si scontrò nella prima schiera. Fermò il campo e le bandiere; ed essendo mostrato a Milon d'Angrante Carlo, egli si gittò da cavallo e corse inginocchiarsi a pie' di Carlo, e abracciollo e giurò non si cavare mai arme di dosso di quelle che al presente aveva, che Carlo sarebbe signore di Parigi e incoronato del reame di Franza. Carlo gli fe' grande allegrezza e festa, e cosí fece a tutti e' suoi fratelli. Allora fu, per più riposo di Bernardo e della sua gente, dato a lui e a tutta la sua gente el rietiguardo, e al duca di Baviera fu data la terza ischiera, sí che il re d'Ungheria e 'l re di Buemia venne avere la quarta, e Bernardo la quinta. Ora era il campo cento ottantamila, sanza la gente disutile da battaglia. El dí si gittò Milon dinanzi a Carlo ginocchioni e chiese di grazia d'andare nella schiera sua in sua compagnia: e Carlo l'accettò. E fecer i baroni de l'oste certo mormorio, dicendo: «Noi andiamo con Carlo contro al suo sangue, e con Bernardo contro al suo sangue»; e per questo v'era grande favellare. Ma Carlo fece tutta la baronia ragunare, e confortogli, e giurò che se eglino tutti gli uccidessino, che mai nessuna cosa ne sarebbe a nessuno rammentato, e 'nsino a ora perdonò a tutti. « Siate pure franchi uomini, ch'io gli rifiuto come traditori contro a me e a mio padre». Bernardo di Chiaramonte rifiutò Gherardo da Fratta come nimico della corona di Franza e della ragione; e poi ch'e' baroni furono confortati, mossono l'oste, e cosí schierati n'andorono verso Parigi.

 Capitolo XLIII.

Come Lanfroy e Oldrigi uscirono a campo contro a Carlo,

e Gherardo da Fratta fece le schiere, e come confortò i suoi.

Quando la novella venne a Parigi ch'el campo aveva passato Orliens, Gherardo da Fratta disse a Lanfroy e al re Oldrigi: «E' si conviene uscire a campo contro a costoro, che non paia che noi abbiamo paura». E fu comandato che ognuno uscisse di Parigi. E 'l re Oldrigi fece fare la grida a' banditori che, a pena della forca, ogni cittadino uomo che abitasse drento, che potesse portare arme, uscisse fuori della cittá contro a' nimici. E come furono fuori della cittá, fece loro dare la prima schiera e diede loro due cittadini per capitani; la seconda schiera fu data a Lanfroy, e questa furono ventimila cavalieri. E Gherardo mandò in questa schiera Guerrino, suo fratello minore, e disse loro: «Questo Carlo dice ch'egli è figliuolo del re Pipino e ch'egli fu generato a una caccia in su uno carro. Questo non è da credere, imperò che Pipino era sí vecchio, ch'egli non arebbe potuto; ma la madre, per mettere quistione in questo reame, tenne bene modo d'ingravidare. Ma questi che sono signori, siamo noi certi che furono figliuoli di Pipino». E poi disse a Guerrino: «Costoro non ci domandano né omaggio né tributo; e Carlo, come fusse in signoria, vorrebbe omaggio da noi, come volle già suo padre dall'avolo nostro. E però difendiamo la nostra libertà. E però ti priego, Guerrino, che tu somigli il padre nostro, per cui tu hai nome». Eglino si mossono, e missono e'cittadini inanzi in questa schiera; la terza schiera diede Gherardo a Ghinamo di Baiona e a Lionetto d'Altafoglia, figliuolo di Riccardo di Morgalia, e a Dionigio suo fratello: questa schiera furono ventimila. La quarta schiera diede a Milon e a Bernardo di Borgogna, sua fratelli, e lui volle essere capitano di questa schiera: questa furono trentamila cavalieri. La quinta e ultima diede al re Oldrigi, che furono in questa trentamila di cavalieri di fiorita gente, con Grifone e con tutto il fiore de' Maganzesi. E cosí schierati vennono incontro al campo di Carlo.

Alcuni cittadini la notte vegnente si fuggirono dalla loro schiera e andorono nel campo di Carlo; e per loro fu saputo come i borgesi erano per forza costretti di uscire alla battaglia. Quando Carlo lo sentí, ne ebbe grande dolore e fu a parlamento co' baroni. Disse il duca Namo: «Leva contro a loro la reale bandiera e fatti loro incontro, e darà'ti loro a conoscere: o eglino terranno teco, o eglino si metteranno a fuggire, imperò ch'io so l'animo loro». La reale bandiera era una Oro e fiamma contrafatta, imperò che Oro e fiamma vera avevano quelli di Parigi, cioè lo re Oldrigi. E Carlo fece come il duca ordinò, e l'una gente si cominciò apressare all'altra.

Capitolo XLIV.

Come la battaglia si cominciò, e' cittadini tennono con Carlo,

e Lanfroy fu morto al primo colpo di Carlo : e la grande battaglia,

e come Carlo uccise Guerrino, fratello di Gherardo da Fratta.

Già s'apressavano le schiere l'una all'altra, e Carlo si fece inanzi tanto, ch'egli parlò eh'e'cittadini lo intesono, e disse: «O nobili cittadini, perché mi venite voi incontro? Io sono Carlo, vostro signore ». Per queste parole incominciarono tra loro uno grande mormorio e favellare; a l'ultimo cominciarono a gridare: «Viva Carlo Magno, e muoiano e' traditori!». Carlo comandò loro che si tirassino da parte e lasciassino la battaglia a loro, e fece grande allegrezza, e comandò a' banditori che per tutta l'oste gridassino che veruna persona non offendesse i borgesi di Parigi. Allora Carlo e Salamone con la loro ischiera vennono contro a Lanfroy. Carlo spronò il cavallo contro a Lanfroy, ed egli contro a lui, e diedonsi grandi colpi. Lanfroy ruppe la sua lancia sopra a Carlo, e Carlo gli passò tutte l'armi e abattello morto a terra del cavallo; e passato fra l'altra gente, faceva grande pruova della sua persona, e cosí Salamone di Brettagna e 'l marchese Berlinghieri e Agnentino e Milone d'Angrante. Salamone iscontrò Guerrino di Mongrana e dieronsi delle lance: Salamone cadde a terra del cavallo, e Guerrino entrò tra la gente di Carlo, facendo molte prodezze. L'una gente si mescolava con l'altra: ahi quanti gentili uomini e cavalieri morirono da ogni parte! Dice l'autore, gridando verso i cittadini di Parigi: «O nobili franceschi, o fortissimi cittadini di Parigi, di quanto male foste voi cagione, quando Pipino volle fare ardere Lanfroy e Oldrigi con la traditrice madre, e voi non gli lasciasti ardere! Ora vi specchiate in quello che n' è seguito».

Combattendo le due schiere, Carlo e Milone e Agnentino e Berlinghieri rimissono Salamone a cavallo, il quale per vergogna come disperato entrò tra' nimici. E diliberorono questi cinque d'andare insino alle bandiere di questa schiera, e per forza v'andarono con grande fatica, perché erano intorno alle bandiere tremila cavalieri serrati insieme. Alla fine le gittarono per terra con grande compagnia che avevano di cavalieri con loro. Nondimeno furono accerchiati, e grande fatica sostennono, e molti cavalieri vi perderono; e maggiore perdita arebbono fatta, ma Uggieri e Morando con la loro schiera entrarono nella battaglia e per forza apersono i nimici e sospinsogli indrieto; e Carlo e' compagni si tornarono alla loro gente. Intanto entrò nella battaglia Bernardo di Mongrana; e benché la sua schiera fosse la quarta, Gherardo da Fratta volle entrare nella battaglia e passò inanzi alla terza, e con loro Milone da San Moris. Allora si cominciò terribile battaglia, la quale teneva presso a uno miglio; e 'l romore era grande. La terra si copriva di morti, e 'l pregio della cavalleria era di Carlo e di Guerrino. E apresso entrò nella battaglia il duca di Baviera con grande compagnia di gentili uomini, e dall'atra parte Ghinamo di Baiona e Milon della Magna, fratello di Gherardo da Fratta, e con loro Lionetto e Dionigio di Maganza. La battaglia rinforzava, e Gherardo uscí della battaglia per a dare a confortare la sua gente. In questo Guerrino, fratello minore di Gherardo da Fratta, si scontrò con Guido di Guascogna, e fedillo crudelmente nel capo e gittollo da cavallo; e abatté il marchese Berlinghieri; e aboccossi con Uggieri, e molti colpi di spada si diedono, ma tanta fu la moltitudine de' cavalieri da ogni parte, che gli spartirono l'uno dall'altro. E aspra battaglia si cominciò: da ogni parte moriva grande gente. E già era il giorno amezzato, quando Guerrino allato a Carlo uccise uno parente del duca Namo, chiamato Lamberto le Bavier. Carlo lo vidde, e avendo grande amistà già con Lamberto, e veduto già fare a Guerrino tanti fatti d'arme, adirato corse sopra di lui con la spada in mano, gridando: «Voltati a me, cavaliere, che tanto nimichi coloro che desiderano ch'io torni in casa mia!». Guerrino domandò chi egli era, ed egli rispuose: «Io sono Carlo, figliuolo del re Pipino». Allora disse Guerrino: «O come puoi tu essere figliuolo di Pipino, che fusti generato in uno bosco, e non sai chi si sia tuo padre? Ma per questa tua dimostranza non aspettare di ritornare in Parigi». Carlo domandò chi egli era, ed e' rispuose: «Io sono Guerrino, figliuolo di Guerrino, del sangue di Mongrana, e sono fratello di Gherardo da Fratta, il quale te ucciderò con le mie mani». E strinse la spada e percosse Carlo d'uno grande colpo sopra l'elmo che fu di Bramante. E Carlo adirato più contro a lui che a uno altro strano, perché erano d'uno legnaggio, cioè di Gostantino, nati, egli prese la spada a due mani e ferì Guerrino di tanta forza, che gli divise l'elmo e la faccia per lo mezzo; e nel cadere a terra le cervella n'uscirono de l'osso del capo. Cosí morí Guerrino di Savoia, di cui rimase uno pitetto infante, ch'ebbe nome Ugon d'Avernia, padre di Buoso d'Avernia.

Capitolo XLV.

Ora segue la grande battaglia, e come il re Oldrigi fu preso

e Gherardo si fuggì. A l'utimo Carlo ebbe vittoria.

Quando viddono i Borgognoni morto Guerrino, addolorati cominciorono a volgere le spalle. La novella venne a Gherardo, ch'era uscito della battaglia per dare soccorso a quelli che combattevano di più gente. Egli n'ebbe molto dolore, e rientrò nella battaglia con diecimila cavalieri. Dice l'autore: «O nobilissimo sangue di Gostantino, perché concedette la fortuna che per due bastardi voi dovessi essere a sí aspra battaglia contro a voi medesimi? O nobile Guerrino, or chi potrà fare l'ammenda di tale cavaliere? O quanto fu maladetto el romore che feciono e' cittadini addimandando misericordia pe' duo bastardi!». Gherardo da Fratta percosse nella battaglia furioso, facendo e commettendo grande male, e disperatamente combatteva, confortando i cavalieri a mal fare. In questo entrò nella battaglia lo re d' Ungheria e lo re di Buemmia: gli arcieri ungheri misono la battaglia in mezzo, uccidendo i loro cavalli, e però gli costrinsono d'abbandonare la battaglia. E se non fosse lo re Oldrigi e Grifone, ch'entrarono nella battaglia, egli erano cacciati di campo. Dall'altra parte giunse Bernardo di Chiaramonte co' suoi figliuoli. Or qui rinforzò la crudele battaglia. Ahi quanti signori, ahi quanti cavalieri e gentili uomini cadevano morti da ogni parte! Ah quanto sangue umano si spandeva! La terra era già coperta di morti, e non si riguardava l'uno fratello l'altro, e Chiaramonte e Mongrana con reale sangue di Francia insieme si fedivano. Ah quanta crudeltà era questa, a vedere tanti gentili uomini morire! Bene si poteva maladire i due fratelli bastardi male nati, cagione di tanto male.

E mentre che cosí si combatteva, i cittadini si partivano di campo, che a nessuna parte niuno di loro non attendeva a combattere, per non fare l'uno contro a l'altro, anzi istare a vedere, acciò ch' e' cittadini di Parigi non fussino micidiali da nessuna parte. Però si partirono, e lasciarono fare tra loro; e ristringendosi dentro alla cittá, corsono tutta la città per Carlo e uccisono tutta la gente ch'era drento per lo re Oldrigi. L'onore della battaglia nel campo era di Gherardo e d'Oldrigi, e dall'altra parte era di Carlo e di Milon d'Angrante e d'Uggieri, dando e togliendo pene con aspre ferite. Bernardo, fratello di Gherardo, s'aboccò con Milon d'Angrante, e rimase prigione; e lo re Oldrigi s'aboccò col re d'Ungheria, ed era preso lo re d' Ungheria, se non fosse il dus Namo e Guglielmo di Bordeus, che lo soccorsono. E abattessi Uggieri e aboccossi col re Oldrigi, e arebbe Oldrigi poco durato alla battaglia con Uggieri, ma tanta fu la moltitudine, che gli partirono. Oldrigi abatté molti baroni. Carlo lo vide andare per lo campo, e vide la corona sopra a l'elmo; pensò che non era dal lato loro altro re che Oldrigi, e raccolti una frotta di buoni cavalieri, corse sopra a Oldrigi e domandollo chi egli era. Disse Oldrigi: «O tu che mi domandi, chi se'?». Disse Carlo: «Io addimandai prima te, e parmi sia ragione che tu prima mi risponda; e io ti giuro di dirti il mio nome». Disse Oldrigi: «Io sono il re Oldrigi, figliuolo del re Pipino, imperadore di Roma e re di Franza ». Carlo rispuose: «E' non è cosí: anzi fusti figliuolo del dimonio, che se tu fussi stato figliuolo di Pipino, imperadore di Roma e re di Franza, il quale fu mio padre, tu e 'l traditore di Lanfroy non l'aresti morto. Or sappi ch' io sono Carlo, il quale voi avete tanto seguitato per farlo morire. Ma la divina giustizia v'ha giudicati che voi moriate per le mie mani per vendetta del mio padre, il quale io vi vidi cogli occhi miei uccidere colle vostre mani. Io ho morto Lanfroy, tuo fratello, e cosí farò a te». Allora lo trasse a fedire; e Oldrigi lui, gridando: «Tu di' che se' figliuolo di Pipino, e fusti generato d'uno ribaldo cacciatore». E ferì Carlo in su l'elmo. E cominciarono grande battaglia insieme, ma li cavalieri d'Oldrigi molto noiavano Carlo. Egli l'arebbe morto, ed era Carlo attorniato di molti cavalieri che lo combattevano: ma ivi giunse Morando e Uggieri, e cominciarono grande battaglia, e dall'altra parte Gherardo e Milone, suo fratello, da San Morigi, e molti altri. E per lo romore ch'era grande, corse in questa parte el duca Namo, Salamone, Bernardo e Ottone e molti cavalieri de' migliori di tutta l'oste. Carlo avea sempre l'occhio a dosso a Oldrigi, ed essendo le grida e 'l romore grande, Carlo adirato si gittò lo scudo dopo alle spalle e prese a due mani la spada, e abbandonando le redine del cavallo, si dirizzò nella maggiore forza de' nimici e disse: «O franchi cavalieri, o chi sostiene la vostra vittoria?». E per questo grido Milone d'Angrante, Uggieri, Namo, Salamone, Buovo d'Agrismonte missono uno grido, e' loro cavalieri si vergognarono e fieramente scontrorono e' nimici per tanta forza, ch'eglino apersono tutta la loro frotta. Carlo ferì della spada in su l'elmo a Oldrigi per tanta forza, che in parte lo ruppe; e poco mancò ch'egli non lo fece cadere a terra dal cavallo: e sentito il grande colpo, voleva fuggire; e Carlo se gli gittò a dosso e abracciollo, e per forza lo cavò d'arcione; e trattolo fuora, per forza di braccia portollo nel mezzo de' Bavieri e diello al duca Namo pregione, ch'egli lo guardasse insino che la battaglia finisse: e 'l duca lo mandò insino alle bandiere, e fecelo disarmare e bene guardare. E molto si raccomandava Odrigi, ma egli gli dava poca udienza, e pure una volta gli si volse e disse: «O se tu non avesti misericordia di tuo padre, come doverrá averla Carlo di te?». 

In questo mezzo Carlo rientrò nella battaglia. Quando Gherardo da Fratta sentí ch'el re Oldrigi era preso, fece sonare a raccolta. Allora tutto il campo cominciò a fuggire. Carlo e tutti gli altri baroni gli seguitavano uccidendogli. Allora Grifone e Ghinamo tornorono dov'era Gherardo, e dicevano: «O nobile duca, Oldrigi è preso; come vi pare di fare?». Disse Gherardo: «Che ognuno procacci sua ventura dello scampo, imperò che qui non è da stare». E molto si lamentava di Guerrino, cioè della sua morte, e di Bernardo suo fratello, ch'era preso, ma non sapeva dove s'era, s'egli era preso o morto. E vedendo le bandiere de' nimici appressare, levò campo e volgevasi per entrare in Parigi. Ma quando seppe ch'ella s'era ribellata a Oldrigi, si volse con la sua gente in Campagna. Ma poco gli sarebbe giovato, se non fusse che Carlo, vedendo le bandiere di Gherardo, domandò di cui erano, e fugli detto. E Carlo fece sonare a raccolta, e comandò che Gherardo non fosse più seguitato, considerando ch'egli era del suo legnaggio e stretto del sangue di Bernardo di Chiaramonte. E fece accampare tutta l'oste vicina a una lega a Parigi, dove si consigliò d'andare a assalire la città di Parigi. E quando furono tutti disarmati, el duca Namo s'inginocchiò a Carlo e addomandò di grazia Bernardo di Mongrana, fratello di Gherardo da Fratta; e Carlo gli perdonò, e disse a Bernardo: «L'andare e lo stare sia al tuo piacere, e ogni offesa ti perdono. E cosí farei a Gherardo, in quanto egli volesse essere mio amico e padre, come doverrebbe essere». Per questa cortesia Bernardo di Mongrana giurò d'essere sempre fedele a Carlo. Carlo lo ringraziò, e poi comandò a Bernardo di Chiaramonte che assalisse la cittá con la sua gente. Ed egli si mosse, e andava verso alla cittá; e apresso a lui si mosse tutta l'oste sotto le bandiere del loro generale signore, e inverso Parigi n'andarono a bandiere spiegate.

Capitolo XLVI.

Toccasi per rammentanza di Gherardo da Fratta

e di Bernardo suo fratello e d'Amerigo di Nerbona.

Gherardo da Fratta, duca di Borgogna, partito di campo non con poca paura, si tornò in Borgogna. Si fece molto cordoglio della morte di Guerrino, ch'era morto nella battaglia. E non fu due giorni riposato, ch'egli seppe come Bernardo di Mongrana, suo fratello, aveva promesso a Carlo d'essere suo fedele e suo seguace. Quando Gherardo sentí questo, mandò la sua gente alle terre di Bernardo, e tutte le prese per sé, e diede bando a Bernardo, suo fratello, della vita. Quando Gherardo prese Tramogna e Velagne, el duca Elmio, ch'era sotto a Bernardo, contradisse a Gherardo, dicendo che questo era contro alla ragione. Gherardo lo fe' pigliare e mettere in prigione, e' dua figliuoli si fuggirono, e' dua sue figliuole, le quali andorono poi peccatrice per lo mondo. E 'l prinze di Calonia ancora era de' sottoposti di Bernardo, e non volle ubidire a Gherardo: egli l'assediò ed ebbelo nelle mani, e fece tagliare la testa a lui e a dua suo' figliuoli e a due suoi fratelli, e diede la signoria a'suoi seguaci; e uno figliuolo piccolino di Bernardo suo fratello, che aveva nome Amerigo, fece mettere in una torre di Tramogna. E quando venne la novella a Bernardo delle terre ch'aveva perdute, e della morte de' suoi baroni, e del figliuolo ch'era in prigione, ebbe tanto dolore, che ammalò, e in capo di quindici giorni si morí. Lo re Carlo cavò poi, per le guerre ch'ebbe con Gherardo, poi che fu tornato in casa sua, Amerigo di prigione, e allevollo; e quando andò in Ispagna, lo fe' capo di mille uomini a cavallo; e una volta lo mandò col re Disiderio di Pavia con grande gente a fare guerra nella Ragona; e in quella guerra prese Amerigo una cittá posta in sul mare di Ragona, ch'avea nome Nerbona, e Carlo gliela donò, Ed ebbe per moglie Almingarda, sorella di re Disiderio di Pavia, di cui nacque poi la gesta vallante.

Capitolo XLVII.

Come Carlo prese la cittá di Parigi e di sua propia mano

tagliò la testa a Oldrigi suo fratello.

Carlo con tutta l'oste andava verso la cittá di Parigi, e Bernardo di Chiaramonte co' suoi figliuoli e con la sua gente avea la prima schiera. Apressandosi alla cittá, comandò Bernardo a Ottone suo figliuolo che conducesse la schiera, ed e' chiamò Milon d'Angrante e Buovo d'Agrismonte e Amone di Dordona, e menògli seco. E vennono verso Parigi inanzi a tutta la sua gente per fare accordo, ed egli scontrò ambasciadori della città, che recavono le chiavi per parte di tutta la cittá. E Bernardo allegro tornò indrieto con loro e fece fermare la sua schiera, e andò con gli ambasciatori dinanzi a Carlo. E feciono l'ambasciata, dicendo come i borgesi l'avevano corsa per Carlo, e consigliossi che l'oste rimanessi fuori della cittá, per non dare noia alla cittá e per levare il pericolo. E fu commesso a Bernardo che facesse l'entrata, ed egli cosí fece. E andò con lui, oltre a' sua figliuoli, Agnentin le Normande, e Berlinghieri marchese e Uggieri. El primo ch'entrò in Parigi fu Milon d'Angrante, con la spada in mano, gridando: «Viva Carlo!». Apresso entrò Uggieri e Bernardo co' figliuoli, e corsono tutta la cittá. E la mattina vegnente entrò nella cittá Carlo, e a l'entrare drento fece centocinquanta cavalieri, fra' quali fece Uggieri il primo, e Milon d'Angrante e 'l marchese Berlinghieri e Agnentino e tutti i figliuoli di Bernardo di Chiaramonte, e Salamone di Bretagna e molti altri, sí che tutti centocinquanta furono e signori e gentili uomini. Ed entrato nello palazzo reale, sedette in su la sedia reale del padre suo, ed essendo a sedere in su la sedia, comandò che Oldrigi gli fosse menato davanti: e cosí fu fatto. E come giunse dinanzi da Carlo, si gittò in terra ginocchione, dimandando misericordia. Carlo parlò queste parole contro a Oldrigi: «O scelerato patricida traditore, figliuolo del dimonio, come ti muovi tu a dimandare misericordia, avendo morto quello che t'ingenerò? Quale animo di crudeltà ti mosse a uccidere il mio e non tuo padre, imperò che s'egli fosse suto tuo padre, e fosse stato uno vile sasso, o uno animale inrazionale, o uno brutto vermo, non doveva la tua mano essere sí cruda che spargesse il suo sangue? Bene conosco che non si confá che per le mie mani voi morte riceviate, perché te n'è troppa grande laude; ma perché nessuno non si possa vantare né gloriare d'avere sparto il sangue nostro, voglio con le mie mani pigliare vendetta del mio padre». E comandò che fosse menato in su la piazza: e cosí fu menato; e fu disteso uno tappeto a pie' del palazzo di verso la piazza, e furono chiamati sacerdoti che si confessasse: ma egli non si volle confessare, anzi cominciò a dire ad alte boci che Carlo non era figliuolo del re Pipino. Allora Carlo con le propie mani gli tagliò la testa, perché nessuno non mettesse mano nel sangue reale; e' baroni feciono portare il corpo per sopellire tra' Reali. Carlo, perché non s'era confessato, non volle che fosse sopellito in sagrato; pure e' baroni feciono onore al corpo e portaronlo insino alla chiesa per onore di Carlo, e poi fu altrove sopellito. Ma Carlo fe' sopellire Guerrino di Mongrana, fratello di Gherardo da Fratta, e fecegli grande onore; e Carlo medesimo molto il pianse, e fece sopellire molti signori ch'erano morti nella battaglia, fra' quali fu Lanfroy. E comandò che tutti i morti avessino sepoltura; e cosí fu fatto.

Capitolo XLVIII.

Come Berta, figliuola di Pipino e sirocchia di Carlo, fu presentata a Carlo.

In questo dí che Carlo tagliò la testa a Oldrigi, fu menata Berta in sul palazzo reale. Questa Berta era sirocchia di Carlo, di padre e di madre. Carlo la abracciò e baciolla, piangendo di tenerezza. Tutta la terra e' baroni mormoravano contro a' due bastardi e contro a' Maganzesi, perché se n'erano male portati, e non era, da poi che Pipino fu morto e Carlo si fuggì, mai stata in su lo palazzo reale. Ella era in età di diciassette anni. Carlo le diede buona compagnia di gentili donne che l'ammunissino e che l'ammaestrassino; e abitava nel palagio reale.

Capitolo XLIX.

Come si fe' l'apparecchio d'incoronare Carlo Magno, e raccordasi lo re

Galafro e' figliuoli, e 'l dus Namo e Salamone mandati a Gherardo

per fare pace ; e Carlo mandò per Galeana in Baviera.

Carlo prese la signoria e fece dodici consiglieri che lo consigliassino. El primo fu il duca Namo di Baviera, secondo Bernardo di Chiaramonte, terzo il re d'Ungheria, quarto il re di Buemia, quinto il marchese Berlinghieri, sesto Agnentino, settimo Uggieri d'Africa, ottavo Buovo d'Agrismonte, nono el duca Amone e Ottone d'Inghilterra, suoi fratelli, undecimo Salamone di Bretagna, dodecimo Morando di Riviera. Costoro cominciarono a trattare d'incoronare Carlo del reame, e mandarono per comandamento di Carlo per tutta la fede, dicendo e bandendo che Carlo perdonava ad ogni per sona l'ingiuria e domandava pace a ogni persona. E apresso per tutto il consiglio fu ordinato mandare ambasciadori a Gherardo da Fratta, e per lo meglio vi mandorono con volontà di Carlo el duca Namo e Salamone, duca di Bretagna.

In questo tempo morí il papa di Roma, e fu eletto papa il cardinale Lione di Chiaramonte, e venne a Parigi inanzi che Carlo s'incoronasse. La fama di Carlo già si spandeva per tutto il mondo, e venne a notizia a Galafro, re di Spagna, come quello Mainetto ch'era stato tanto nella sua corte era Carlo, figliuolo del re Pipino, e come aveva racquistato il suo reame. Di questo Galafro fu molto allegro, imperò ch'egli seppe come egli voleva tenere Galeana per sua legittima sposa: onde egli chiamò e' figliuoli, e disse loro tutta la cosa come stava, e ch'egli voleva ch'eglino andassino in Francia alla festa dello incoronamento di Carlo e alla festa di Galeana, e a fermare pace con Carlo. Marsilio si volse a' fra telli e domandò quello che a loro ne pareva. Rispuosono che non volevano andar nelle mani del loro nimico. Galafro disse loro: «Sopra alla mia testa, voi potete andare sicuramente». Ma eglino non se ne fidarono. Galafro disse: «Io manderò a Carlo per salvo condotto ». E con questo s'accordarono d'andarvi, e mandarono ambasciadori in Francia, significando a Carlo come volevano venire a vicitare la sua novella signoria, dimandando perdono se per lo passato l'avessino offeso, iscusandosi di non lo avere conosciuto. Carlo mandò loro salvo condotto come eglino seppono domandare.

In questo medesimo tempo venne nella corte di Carlo una lettera mandata d'Africa a Uggieri, la quale molto lo biasimava perché egli s'era battezzato; e in certa parte diceva: «O Uggieri, tu se' 'danés de l'alma' » (cioè tu se' dannato dell'anima). Per queste parole Uggieri se ne rideva, e mostrava la lettera a Carlo e a' baroni, tanto che per la corte si prese uno volgare, che, motteggiando, l'uno dicea a l'altro: 'Tu se' danés'. Per questo, quando il papa battezzò Uggieri, egli volle essere chiamato Uggieri Danese, ma e' più sempre lo chiamavano el Danese Uggieri, e non gli mancò mai questo nome. Or torna la storia, seguendo, al dus Namo e a Salamone, prima di Galeana. Carlo mandò Morando di Riviera e Milon d'Agrante e 'l marchese Berlinghieri e Agnentin con diecimila cavalieri in Baviera per Galeana, e menoronla a Parigi.

Capitolo L.

 Come il duca Nanio di Baviera e Salamone di Brettagna furono messi

in prigione da Gherardo da Fratta, e molte cose che seguitarono.

El duca Namo e Salamone di Bretagna, che furono mandati per fare la pace con Gherardo da Fratta, trovarono Gherardo a Belandes, e feciongli l'ambasciata da parte del consiglio di Franza, ch'eglino lo pregavano ch'egli facesse pace e accomodamento con Carlo, figliuolo del re Pipino; e dissono che Carlo era del suo legnaggio, nati di Gostantino, e che Carlo l'allegava pel primo nell'ordine del suo consiglio. Gherardo disse questa risposta: «O figliuoli di puttane, come avesti voi ardire di venire nelle mie terre e di raccordarmi uno bastardo che non sa chi fu suo padre? E ancora dite ch'egli mi vuole per suo servo nel suo consiglio, ch'egli non sarebbe degno servo a me. E voi traditori, che avete tradito e morti coloro che di ragione dovevano essere re di Franza, voi siete venuti alla vostra morte ». E comandò che fussino presi. Ma il duca e Salamone missono mano alle spade, e romore si levò. Gherardo uscí della sala, la gente trasse contro a' due ambasciadori, e veramente eglino sarebbono morti, ma Milon, fratello di Gherardo, pregò gli ambasciadori che s'arrendessino a lui, e tolsegli sopra a sé e fecegli mettere a buona guardia. Gherardo voleva fargli morire, ma tanto fece Milone, che furono mandati a Tremogna in prigione. E fatto questo, e Gherardo corse con grande gente nel reame di Franza, e fece grande ruberia e uccisione e guastò molte terre. La novella venne a Parigi del danno e del male che faceva Gherardo, e come el duca Namo e Salamone erano in prigione. Carlo si morse le mani di dolore, e ragunato il consiglio, si lamentò a loro del duca Gherardo, dimandando vendetta. E sopra a tutti si lamentò a Bernardo di Chiaramonte, ed egli si proferse sé e' figliuoli contro a ogni persona che facesse contro alla corona di Francia. Carlo ragunò grande gente, e con l'aiuto de' baroni entrò in Borgogna, faccendo vendetta del male ch'aveva fatto Gherardo: e saputo come el duca Namo e Salamone erano in prigione a Tremogna, fermò il campo e l'assedio a Tremogna. Gherardo fece suo sforzo di gente, e una notte assalí il campo dalla parte dov'era il re d'Ungheria, e furono la notte morti tremila cristiani, e rubò i padiglioni, cioè la roba che era dentro; e quando il campo si soccorreva, Gherardo si fuggì alle sue fortezze: e questi assalimenti faceva spesso egli e' suo' baroni. E stette Carlo a oste a Tremogna quattro mesi, ch'egli non aveva acquistato niente, e diede ordine di combattere la terra con molti ordigni: nella quale battaglia morirono ottomila cristiani. Carlo la fece affossare e isteccare intorno intorno, e stettevi poi sei mesi, e per la fame s'arrenderono.  Gherardo fece molti assalti al campo di Carlo, ma egli non era forte a campeggiare contro a lui. Carlo prese la cittá di Tremogna, a patto di riavere i prigioni; e riebbe il duca Namo e Salamone. Carlo voleva disfare la città, ma 'l duca Namo non volle. In questa città fu trovato in prigione uno piccolo fanciullo, figliuolo di Bernardo di Mongrana, chiamato Amerigo. Carlo se lo menò a Parigi, e fello nutricare. E della guerra di Gherardo si fece triegua per dieci anni, con patto che l'uno non mettesse piede in sul terreno dell'altro. Carlo fece Amerigo conte di Beri, ed era chiamato Amerigo lo Meschin, perché egli non aveva niente del patrimonio, che Gherardo gli aveva tutto suo patrimonio tolto.

In questo tempo che la guerra era, si mosse di Spagna Marsilio e' fratelli, e quando furono in Guascogna per venire in Franza, seppono la guerra che era incominciata tra Carlo e Gherardo, onde eglino si ritornorono indrieto. Ma fatta la triegua, venne papa Lione a Parigi; e tornato Carlo, donò al Danese Uggieri tutta la provincia della Marsa, ed era chiamato il sire di Lunismarsa. E in questa tornata s'apparecchiò d'incoronare Carlo e di sposare Galeana e battezzare Uggieri.

Capitolo LI.

Come Uggieri Danese fu battezzato e Carlo incoronalo, e sposò Galeana;

e molti s'incoronarono, e fecionsi molti duchi e signori, e giurarono

tutti fede al re Carlo Magno.

Fatta la triegua con Gherardo da Fratta, Carlo ritornò a Parigi, e 'l consiglio ordinarono la festa d'incoronare Carlo, cioè di mettergli la corona in testa; e mandato per tutto il reame, feciono bandire la corte: e già era venuto papa Lione. Non si potrebbe dire la grande festa che del papa si fe'; e quando tutta la baronia fu venuta, el papa colle sue mani battezzò Galeana e 'l Danese Uggieri; e 'l terzo giorno Carlo fu incoronato di tutto il reame di Franza e di tutta la signoria ch'el re Pipino teneva sotto la sua corona, e raffermatogli il nome e 'l soprannome, e' fu chiamato il re Carlo Magno. E fu incoronato Salamone di Brettagna e Ottone re d'Inghilterra e Gottebuffo re di Frigia; e fece Carlo molti duchi e conti. Apresso tutti e' signori giurarono nelle sue mani, ed egli raffermò a tutti le loro signorie. E fatto tutte queste ceremonie, fece mille cavalieri. E poi sposò Galeana per sua legittima sposa, e usò il santo matrimonio con lei, e tutto il reame ne fece festa ed allegrezza dello incoronamento di Carlo. E racconciossi tutto il reame e tutti gli altri paesi con buona pace per la tornata di Carlo Magno; e 'l papa si tornò a Roma e lasciò la parte di ponente in pace.

Capitolo LII.

 Come Mìlon d'Angrante innamorò di Berta, e come fu acquistato Orlando.

Passato uno anno dello 'ncoronamento di Carlo Magno, fu, com'era usanza, fatta grande corte, e la baronia venne a vicitare la corona con molte dame e damigelle. E per molti giorni durando la festa, intervenne che uno giorno, essendo in su la mastra sala del reale palazzo molti signori e molte dame e damigelle con grande quantità di stormenti, e quivi si danzava; e infra gli altri v'era Milon d'Angrante, figliuolo di Bernardo di Chiaramonte, ed era il più pellegrino barone che fosse in su la sala. Ed egli prese Berta per la mano, e cominciorono a danzare insieme; ed ella più volte ponendo mente a tutti gli altri baroni, non v'era nessuno tanto leggiadro e pellegrino, ond'ella cominciò ad amarlo. E sempre quando Milone alcuna volta la guatava, gli occhi d'amendue si scontravano insieme, sí che l'uno s'accorse che l'altro l'amava, e danzando si dissono alcuna paroletta ridendo, sí che Milone tutto sospirava d'amore. E cominciaronsi molto ad amare, e tanto adoperavono gli atti dell'amore onesti, che niuno non se ne poteva avvedere. E durò presso a uno anno che nessuno s'avvide ch'eglino s'amassino. El primo che se ne avvide fu Carlo, il quale tanto amava Milone, che a lui non disse niente, anzi l'amava come prima. Ma egli ordinò a Berta maggiore guardia di cameriere e di gentildonne, e tenevala più a stretto che non soleva; non però ch'ella sapesse la cagione; il perché pensavasi ch'egli la volesse maritare. Per questo non potevano vedere l'uno l'altro; e questo non levò via l'amore, ma egli l'accese in tanto, che Berta scrisse una lettera di sua mano a Milone, e mandogliela per una sua segreta cameriera, nella quale l'avvisò ch'egli le andasse a parlare a una finestra ch'era sopra al giardino del re, e perché era uno poco alta, l'avvisò d'ogni cosa. Milone, auta la lettera e lettola, fu tutto allegro, e tanto lo vincea il cieco amore, che né di Carlo si rammentava, né di vergogna, né di morte si curava. Egli v'andò in su l'ora della mezza notte, e portò una scala e parlò con Berta. La finestra era ferrata e non vi poteva entrare, ma eglino diedono ordine che Milon si vestisse come donna vedova velata, e ordinò ch'egli si vestisse a casa una donna ch'era stata servigiale a Berta, quando stava in distretta; e cosí Milon si partí. E l'altro giorno n'andò a casa di quella donna e per danari la corruppe; non però che le dicesse dove si voleva andare, che ella non lo arebbe fatto. Berta, quando fu l'ora, mandò una cameriera per lui, e disse alla cameriera: «Va in tale luogo, e menami una donna velata, che tu vi troverrai; e perché ella è giovane ed è vedova, menala copertamente e onestamente ». La cameriera v'andò, e trovato Milon vestito, credette ch'egli fosse una donna. Milon non stette a parlare punto con lei, perch'ella non domandasse di niente, e andonne al palazzo. E giunto a Berta, egli era presso a sera. Le donne domandarono la cameriera che l'aveva menata chi ella era, ed ella disse: «Ell' è una buona giovane, che molto vicitava Berta quando Lanfroy e Oldrigi la tenevono stretta, che Carlo era sbandeggiato». Berta, quando e' giunse, l'abracciò e disse: «Sorella mia, tu sia la bene venuta; lodato sia Iddio, ch'io ti potrò medicare della tua povertà e meritarti il servigio che tu mi facevi quando ero sanza il mio fratello e tenuta in prigione»; e preselo per la mano e menollo con seco in camera, e diede commiato a tutte, salvo che a quella che portò la lettera: e quella giurò t nerlo segreto. La notte Milon dormi nel letto con lei, e usa rono insieme carnalmente, dandosi molte volte grande piacere tutta la notte abracciati e stretti insieme con molti baci d'amore. E tenne questo modo per ispazio di presso a uno anno, che mai persona non se ne avidde. E facendo in questo modo, in capo dell'anno ell'era gravida di sei mesi.

Intervenne che, faccendo Carlo una grande festa, mandò per lei ch'ella venisse al convito, ed ella si fece ammalata. Carlo vi mandò dua perfetti medici, i quali s'aviddono subito ch'ella era gravida, e turboronsi molto e grande maraviglia se ne feciono; e stettono sospesi due dí per vedere meglio; e tra loro non sappiendo che si fare, lo tenevono celato. Alla fine diliberorono di dirlo a re Carlo, e cosí feciono.

Capitolo LIII.

Come Milon d'Angrante e Berta furono messi in prigione, e sposolla: e 'l dus

Namo gli mandò via; e furono sbandeggiati e scomunicati, e capitorono a Sutri,

dove nacque Orlando in povertà; e come andava acattando per l'amore di Dio.

Quando lo re Carlo udì ch' e' medici dicevano che Berta era gravida, molto se ne turbò, e ripieno di vergogna sospirava. E andò a vicitare la sorella, e tiratola in sagreta parte, la minacciò di morte, ed ella si gli gettò ginocchioni a' piedi, domandando merzé. Carlo volle sapere di cui era gravida, benché quasi l'animo suo se lo avvisava; e quando lo seppe per bocca di lei, fece pigliare Milon d'Angrante e fello imprigionare, e fece mettere lei in uno fondo di torre; e poi mandò per lo duca Namo, in cui era tutta la sua fidanza, e lagrimando e sospirando tutto il fatto gli narrò. Molto ne 'ncrebbe al dus Namo e molto se ne dolse con Carlo, e poi disse: «Signore, il mondo dá di questi dolori e non vuole che in questa vita sia tenuta la vita felice. Tu hai sormontato con la grazia di Dio in tanta signoria; ora vorrà conoscere come tu ti porterai. Non si conosce il valente signore nella signoria terrena, s'egli stesse sempre in filicitá, ma quando delle fortune gli vengono; e però del cattivo partito pigliamo quello che sia di meno pericolo. Milone è pure di tuo lignaggio, ed è figliuolo di duca, ed egli è duca, ed è il più valente di tutti e' fratelli: io ti priego che tu gliela dia per moglie». Carlo rispuose: «Io consentirò prima di tornare in esilio, in che e' miei traditori fratelli mi misono, e sono disposto di fargli amendue morire. Ma prima voglio parlare a Bernardo e a' figliuoli». E presto mandò per Bernardo di Chiaramonte; e come fu venuto, gli contò come la cosa stava. Bernardo più fiero era ch'el figliuolo morissi, che non era Carlo, dicendo che mai non fu traditore niuno di casa sua e ch'egli non voleva che questo fallo passasse, ch'egli non fusse punito. Ed erano diliberati di fargli amendue morire, e a questo s'accordorono tutti e' fratelli di Milone. Ma el duca parlava al re Carlo segretamente, mostrandogli per molte ragioni che questo era il suo disfacimento. Alla fine, non potendolo arrecare alla sua volontà, una notte il duca Namo con uno bello modo se n'andò alla prigione e cavò Milon della prigione, e trasse Berta della torre, per modo che Carlo non ne seppe niente. E menatigli al suo palagio, fece venire giudici, notai e testimoni, e fece che Milone sposò Berta; e comandò a tutti quegli ch'erono suti presenti, che non ne dicessino niente per insino al sesto giorno. E la notte medesima mandò via Milone e Berta, e istette la cosa celata tre giorni, inanzi che Carlo lo sapesse. E quando lo seppe, molto se ne turbò col duca; ma il duca aveva fatto come fa il buono amico, che, conoscendo il pericolo del suo signore, lo campò da quello medesimo ch'egli non si voleva campare. E più fece, che quando Carlo perdonò a Berta, aggiunse che con parola di Carlo gli aveva mandati via, per mettere Carlo in amore di tutti. Ora Carlo fece dare bando a Milone da quanto paese Carlo aveva 'n forza e possanza, e mandò a papa Lione e fello scomunicare. E peggio fue a Milon la scomunica ch'el bando, imperò che nessuno non lo voleva ritenere. Berta ebbe bando del fuoco e fu scomunicata; e più era contro a Milon Bernardo e' figliuoli che Carlo, e più lo minacciavono. Carlo prese Angrante e tutte le sue terre gli tolse.

Milon con Berta, non potendo per la scomunica istare in niuna terra, perché era per tutta la fede pubblicata, passò in Italia, diliberato d'andare a Roma. E arrivato presso a Roma a otto leghe, a una cittá che ha nome Sutri, dove gli mancò da vivere, cioè e' danari, per necessita vendè i cavalli e l'arme, e diliberò d'abitare a Sutri, perché vide non essere ivi conosciuto. E perché Sutri è in su la strada maestra, temea di non essere conosciuto; e trovò una grotta di fuori da Sutri uno miglio in luogo solitario, e in quella grotta era una caverna fatta per bestiame. E Milon si puose ad abitare in questa cava, e portovvi della paglia e del fieno, e vestissi come pel legrino e cominciò andare limosinando. E in capo di due mesi Berta partorì uno figliuolo maschio, uno di che Milone era andato alla cittá ad acattare. E Berta, come ebbe partorito in su la paglia, se lo fasciò il meglio ch'ella potè, e puoselo in su la paglia a lato a sé. In questo ritornò Milon dalla cittá, e giugnendo in su l'entrare della cava, el fanciullo fasciato tondo rotolò giù dalla paglia e andonne insino a l'entrare della cava. E Milone, come vide questa cosa rotolare, si fermò; e quando il fanciullo si fermò, cominciò a piagnere; e Milone lo prese e levosselo in braccio e portollo alla sua madre, dicendo queste parole: «O figliuolo, in quanta miseria ti veggio nato, non per lo tuo peccato, ma per lo mio difetto e di tua madre!». E piangendo lo diede alla madre; ed ella se lo messe a lato. E fu Milone balio di Berta e del fanciullo otto giorni, tanto che Berta si sollevò e ch'ella poteva governarlo. E Milone andava acattando per nodrire la donna e 'l fanciullo e sé. E passati gli otto giorni, disse Milone a Berta: «Come porremo nome al nostro figliuolo?». Berta rispuose: «Come piace a te». Disse Milone: «La prima volta ch' io lo vidi, sí lo vidi io ch'egli rotolava, e in francioso a dire 'rotolare' eglino dicono 'roolar'. E però (disse Milone) io voglio per rimembranza ch'egli abbia nome come io lo vidi, cioè Rooland». La mattina vegnente Milone lo portò a Sutri, e trovato due poveri che lo tennono al battesimo, lo fé' battezzare, e fu battezzato per l'amor di Dio, e puosegli nome Rooland. Egli era alquanto di guardatura guercio, e aveva fiera guardatura, ma egli fu dotato di molta virtù, cortese, caritatevole, fortissimo del suo corpo, onesto, e morí vergine, e fu uomo sanza paura, la quale cosa nessuno altro franzoso non ebbe. E Milone stette in questa parte tanto con Berta, che Roolando aveva cinque anni compiuti; e già andava da sé medesimo alla cittá acattando per Dio, e già sapeva portare la tasca e 'l barlotto, e procacciava per sé e per la madre; ed era vestito di panno agnellino grosso, che gli era dato per l'amore di Dio; e cosí vestiva Berta sua madre e Milon suo padre, sí che facieno penitenza del loro peccato, che avevanocommesso vinti dall'amore.

Capitolo LIV.

Come Milon d'Angrante si partí da Sutri e lasciò Berta e Orlandino;

e capitò a Rissa e passò in Africa ad Arganoro,

e acconciossi al soldo con  Baiante lo  Turco.

Vedendo Milon d'Angrante avere perduto tanto tempo a Sutri, diliberò di partirsi e andare alla ventura; e raccomandò Rolandino a Berta con molte lagrime, e partissi, e baciò Rolandino e benedisselo e raccomandollo a Dio. E andonne a Roma, e passò in Calavria, e giunse a una cittá chiamata Rissa, ed erane signore uno duca, chiamato Rambaldo, ed era signore di Puglia e di Calavria, ed avea tre figliuoli maschi: l'uno avea nome Beltramo, ed era il maggiore; l'altro Melone Bastardo, perché non era legittimo, e 'l terzo aveva  nome Riccieri, e avea anni otto, ed era il minore. Milon d'Angrante sapeva tutta l'arte dello schermire; e mostrando a certi cittadini per vivere, fu menato a corte, e insegnò a Beltramo e a Milon Bastardo. E stettevi tre anni, tanto che Riccieri avea anni undici, e incominciò a insegnare a lui.

In questo venne novella ch'el re Agolante d'Africa faceva grande gente per acquistare l'Asia, e ancora si disse che i cristiani e ogni natura di gente vi potevano andare a quelli soldi. Milon chiese licenzia; e Riccieri, ch'era il minore, gli donò uno grosso cavallo e arme fine per la sua persona, e diegli uno altro ronzino per uno famiglio. (Milon si faceva chiamare Sventura.) Ancora gli donò Riccieri danari da spendere. Milone entrò in una nave e passò in Africa a una cittá chiamata Arganoro, dove stava lo re Agolante. Lo re Agolante aveva acquistata la maggiore parte d'Africa, e procacciava d'acquistare l'Asia per farsi signore del mondo; e avea due figliuoli: l'uno avea nome Troiano, uomo molto superbo, e l'altro avea nome Almonte, ed era tutto gentile. Agolante gli aveva mandati in Asia amenduni con grande gente: l'uno era in Persia, e l'altro in Assiria e in Media. Ed era in Africa uno re, ch'aveva nome Salatiello, che faceva grande guerra al re Agolante e avea presi dua nipoti del re Agolante, figliuoli d'una sua sorella e del re Girambel, re di Mulcor e di Butanse, i quali venivano con diecimila in aiuto al re Agolante per passare in Asia; e 'l re Salatiello gli sconfisse e presegli: l'uno avea nome Aspinar e l'altro Doranio. Agolante faceva gente per mandare a dosso a questo re Salatiello, ed avea eletto capitano uno suo barone, che avea nome Balante lo Turco. E quando Milone giunse ad Arganoro, fu presentato dinanzi a Balante, ed egli lo domandò donde egli era. Ed egli rispuose: «Io sono di terra di cristiani, e sono cacciato di mia terra per uno re di novello incoronato, e' ha nome Carlo Magno, e ho nome Sventura». Balante disse: «Tu mi pari uomo d'assai; se tu vuoi venire con meco, io ti meriterò, secondo che tu farai». Disse Isventura: «Io sono contento». Balante lo menò con seco, e andò al re Agolante e tolse licenzia; e Agolante gli diede trentamila saraini, e al partire Balante raccomandò al re Agolante uno figliuolo piccolino, ch'egli aveva. Per questo pianse el duca Milon; e Balante lo guatò e disse: «Perché piangi?». Sventura rispuose: «Per uno fantino ch'io honne, che non spero di rivederlo mai». Balante lo confortò, e cavalcorono via co' trentamila sopra detti.

Capitolo LV.

Come Balante e Milon combatterono contro al re Salatiello,

e Milone uccise Argoriante; ed ebbono vettoria,

e menarono Salatiello al re Agolante, e passarono in Persia.

Quando lo re Salatiello seppe la venuta di Balante, mandò richiedendo sottoposti e amici, e ragunò quarantamila sa raini, tra' quali venne uno giogante, signore delle montagne di Girtibin e di Guzalari, e avea nome Argoriante, con diecimila saraini. E vennono incontro a Balante; e rapressandosi l'uno campo a l'altro, Balante fece due schiere: la prima diede a Sventura con diecimila saraini, l'altra tenne per sé, e vanno verso e' nimici. Saputo Balante come Argoriante v'era per suo nimico, volle tornare adrieto, ma Sventura tanto lo confortò, che lo accese alla battaglia. Lo re Salatiello fece due schiere: la prima diede ad Argoriante con ventimila saraini, e altrettanti ne tenne per sé. Milone guidava la sua schiera molto ordinata; ognuno se ne maravigliava; e' nimici venivano molto sparti e male in ordine: e cosí veniva la schiera di Balante. Milone tornò insino a Balante e disse: «O capitano, voi non tenete l'ordine che tenne Anniballe contro a' Romani al guidar delle schiere». Balante uno poco si vergognò e ristrinse la sua gente e lodò molto Sventura. Milon si mosse confortando la sua schiera; e giunta l'una schiera all'altra, si cominciò grande romore e grande battaglia. Milone uccise il primo, e riauta la lancia, percosse Argoriante e gittollo per terra inaverato, imperò ch'egli era a pie' sanza cavallo. E quando si rizzò, bestemmiò la loro fede, e minacciava Milon di morte: e apresso entrò nella schiera, facendo grande uccisione con la sua schiera. Milone n'andò insino alle bandiere di questa schiera, e gittolle per terra, e per sua grande prodezza, ritornando indrieto, s'aboccò con Argoriante, lo quale al primo colpo uccise il cavallo sotto a Milon: e combattendo a pie', Milon al secondo colpo gli tagliò la coscia sinistra. Allora entrò nella battaglia il re Salatiello, e misse in fuga tutta la schiera di Milone, e lui fu accerchiato intorno, e francamente a pie' si difendeva allato al morto giogante. Quando Balante vide la sua gente fuggire, disse: «Ahi Maumetto, io me lo pensai bene, quando diedi la prima schiera, e non sapevo a cui!». In questa giunsono certi de' fuggitori, gridando: «O Balante, o che fai che non soccorri quello cavaliere che ha morto Argoriante il giogante?». Quando Balante intese questa novella, fu molto allegro, e corse con la sua schiera alla battaglia, facendo grandi fatti d'arme; e riscontrato lo re Salatiello, con la spada in mano combattereno insieme. Milon fue dalla gente del re Balante rimesso a cavallo, e correndo per la battaglia s'abatté ad andare verso quella parte dove Balante combatteva col re Salatiello. Vedendo Balante, subito si mosse per ferire il re Salatiello, ma egli lo vide venire, e sapeva ch'egli era quello ch'avea morto Argoriante, onde egli per paura di lui si arrendè a Balante e giurò fedeltà al re Agolante; e presono tutte le sue terre, e menoronlo al re Agolante, che gli rendé tutte le sue terre, e da lui le ricognobbe. E poi fece lo re Agolante grande gente, e menò Balante e 'l re Salatiello e Sventura, perché Balante molto lodò Sventura al re Agolante per valente cavaliere, e dissegli come aveva morto Argoriante giogante, e però lo menò seco Agolante, e menò seco Triamides, figliuolo che rimase del re Bramante, e menò Ulieno di Sarza. E passò la Morea, Libia e l'Egitto per la Soria, ed entrò nel regno di Persia contro a Manadoro di Cipri e al soldano, ch'erono fuggiti dinanzi a Troiano, suo maggiore figliuolo. E qui si feciono molte battaglie, fra le quali in una grande battaglia uno re, chiamato per nome Manadoro, di grande statura e in su uno grande cavallo, entrò nella battaglia col re di Persia e fece grande danno nella gente d'Agolante. Egli prese lo re Salatiello e portavalo via; e portandolo, Sventura l'assalí, ed egli lo percosse d'una bastonata e abattello da cavallo; e ristrignendo Salatiello per portarlo via, ed egli vidde lo re Agolante nella battaglia: lasciò lo re Salatiello e assalí Agolante, e datogli uno grande colpo, l'abatté, e per forza di braccia lo cavò d'arcione e inverso le nimiche bandiere lo portava. E levato il romore tra gli Africani, Sventura, ch'era rimontato, e Balante, seguitando Manadoro, giuntolo, in prima Milon gli diede uno grande colpo in su l'elmo per sí grande forza, ch'egli lasciò cadere lo re Agolante; e Balante giunse e tagliògli il braccio destro nel volersi volgere inverso Sventura; e ivi fu morto Manadoro e riscosso lo re Agolante. E seguitando la battaglia, Balante uccise il soldano di Persia; e auta questa vittoria, presono in poco tempo tutta la Persia, ed ebbono novelle che Almonte avea presa Assiria e Media, e che Troiano era fatto signore di tutta la Turchia, ed era nella Magna Erminia con grande gente. E da ivi a pochi giorni venne novella che Almonte passava le montagne Taurens ed entrava nella terra Persia per andare nell'India; e come dall'India s'erano mossi quindici re con grandissima moltitudine di Tarteri e d'Indiani, e venivano contro ad Almonte. Per questa novella il re Agolante si mosse, e per molte giornate cavalcò tanto, che egli s'aggiunse col suo figliuolo Almonte con grande moltitudine di gente e di baroni.

Capitolo LVI.

Come Agolante e Almonte combatterono con gl' Indiani,

e il nono giorno Almonte uccise cinque re a corpo a corpo.

Giunto lo re Agolante nella fine di Persia col suo figliuolo Almonte, e preso alquanto di riposo, passarono il grande fiume detto Arich e nella provincia degli Scurpi scontrarono la moltitudine de' Tarteri e degli Indiani, e fecesi una battaglia l'una gente contro a l'altra, che durò nove giorni, e non v'ebbe in veruna parte la vittoria, e morivvi dugentocin quanta migliaia di persone tra l'una parte e l'altra. E ritirati ogni parte indrieto, per ispazio di dua mesi non si fece battaglia : alla fine s'impuosono di combattere in su uno lago, chiamato Aris, allato a una cittá chiamata Sotira. E quivi si fece patto l'uno campo con l'altro, e fu rimessa la battaglia in cinque per parte. Dal lato del re Agolante fu il primo Almonte, e Balante e Ulieno e Triamides e Sventura; e perché Almonte volle che si combattesse a uno a uno, e se uno solo vincesse, s'intendesse la parte sua avere vinto, e Almonte fu il primo ch'entrò in battaglia. E 'l nome de' cinque della contraria parte furono questi: Carparo, el re Antimas, el re Florione e dua gioganti: l'uno avea nome Aspidras e l'altro Aturinor. Almonte n'uccise quattro, e tolse a prigione il re Florione. Per questo gli altri quattro compagni d'Almonte non combatterono, e tutta l'India fu soggetta a re Agolante, e sottomisono tutta l'Asia in poco tempo, e in Soria si tornarono, e racozzarono il campo di Troiano con quello d'Agolante e con grande vittoria si tornarono in Africa, dove si fece grande allegrezza della loro tornata. Lo re Agolante incoronò Troiano di tutta l'Asia, e 'ncoronò Balante de' due reami di Scondia e di Nobirro, ch'erono due grandi reami, ma era migliore il reame di Scondia che quello di Nobirro, e metteva in campo sessantamila cavalieri.

Capitolo LVII.

Come Carlo s'apparecchiava d'andare a Roma dal titolato imperadore;

e d'uno buffone ch'andò alla festa del re Agolante.

Mentre che queste cose si facevano tra gl' infedeli, lo re Carlo aveva già regnato re di Francia anni dodici, quando fu diliberato per lo consiglio di Roma, essendo morto Gostantino imperadore, cioè il terzo Gostantino (questo fu imperadore dopo la morte del re Pipino), e dal sagro collegio e da papa Lione terzo fu eletto Carlo Magno imperadore di Roma. E avendo ricevuta la elezione, accettò, e diliberò andare a Roma e di pigliare il titolo dello imperio come nobile eletto, perché non si voleva fare imperadore insino a tanto ch'egli non facea ubidire Gherardo da Fratta, duca di Borgogna. E fece comandamento che tutti e' baroni cristiani sottoposti alla corona di Franza fussino a corte alla primavera. E al detto tempo si rappresentarono a Parigi, e fece lo re Carlo la maggiore corte che mai fusse per lo passato fatta a Parigi; e fece Carlo sí grande la quantità de' doni di cittá e di castella, d'arme e di cavalli, di signorie, d'oro e d'ariento, e di vestimenti e di gioielli, che per tutto il mondo andò la sua fama: e costò cara la cortesia al re Agolante. E tutti e' signori giurarono da lui tenere le loro terre e signorie, e giurarono fedeltà. Carlo gli pregò che s'apparecchiassino d'andare alla primavera con lui a Roma, ed eglino tutti si profersono d'andare dove a lui era di piacere. Finita la festa, tornorono in loro paesi.

In questo tempo si partí di Parigi uno buffone, e andò in Ispagna, come vanno i buffoni; e sentí che lo re Agolante tornava in Africa con la vettoria di tutta l'Asia, onde egli passò di Spagna e andonne in Africa per guadagnare. Questo buffone fu cagione ch'el re Agolante fece il passaggio in Italia col suo figliuolo Almonte, come la storia toccherà seguendo.

Capitolo LVIII.

 Come Orlandino nella sua puerizia cominciò

a dimostrare le sue prodezze, essendo con la madre a Sutri.

La sventurata Berta, la quale rimase a Sutri con Orlan dino, dove Milon d'Angrante l'avea lasciata, e già erano pas sati sei anni che Milone era partito, ella viveva di limosine ch'el figliuolo le recava, ed era fatta molto scura della sua persona; e altro non è da credere. Era in Sutri uno gentile uomo, il quale era luogotenente o vero signore per li Romani, e avea nome Luzio Albino, e avea uno suo figliuolo, ch'aveva nome Rinieri. Questo fanciullo aveva quattro anni più che Orlandino. Essendo in Sutri molti giuochi fanciulleschi, alcuna volta con le pietre, alcuna volta con le mazze, Orlandino si trovava alcuna volta con quelli fanciulli a questi giuochi, ed essendo vinto dalla fanciullezza, entrava in questi giuochi e sempre quella parte con cui egli teneva vincevano, perché a ogni giuoco egli faceva più fieramente che niuno degli altri, e faceva ognuno maravigliare: e fusse che giuoco si volesse, o pietre, o mazza, o braccia, o pugna, tutti gli altri fanciulli gli fuggivano dinanzi; e alle braccia molti maggiori di sé gittava per terra, e se alcuno minore di lui avesse voluto fare con lui, egli non voleva. Alcuna volta, faccendo quistione, batteva quegli ch'erano molto maggiori di lui. Gli uomini di Sutri molto si maravigliavano della grande forza ch'egli aveva, essendo in età d'anni undici.

Al tempo della primavera si cominciò uno giuoco tra' fanciulli nella cittá di Sutri, a fare alle pugna, e in molte

parti della città si faceva questo giuoco; e molte parte v'e rano, che quando perdevano, e quando vincevano; alcuna parte v'erano che mai perdevano per lo luogo forte, alcuna v'era che sempre perdevano, ed erano sempre dileggiati dagli altri fanciulli. Eravi una parte, che si chiamava San Pietro in trono, abitata da povere persone; e perché v'erano pochi fanciulli, ogni volta perdevano. Questi fanciulli s'accordorono insieme e menarono Orlandino dal lato loro; e giunti nel giuoco de' pugni, si cominciò la zuffa. Orlandino non sapeva fare, e toccava di molti pugni per lo viso, ma quanti egli ne giugneva, che abracciava e gittavagli per terra, per modo che tutti gli altri gli fuggivano dinanzi. Per questo si dolevano quelli dell'altra parte, e dicevano non essere buon giuoco. Quelli della parte d'Orlandino gl'insegnavano a fare sanza gittare in terra, onde egli imparò a fare a' pugni. E passato quello anno in questo giuoco, l'altro anno, essendo Orlandino entrato ne' dodici anni, ricominciato il giuoco delle pugna, Orlandino con quelli di San Pietro in trono si ritrovava, perché l'aveano imprima eletto nella loro compagnia, e facevangli molte limosine per amore di Dio.

Capitolo LIX.

Di molte fanciullezze d'Orlandino; e come Rinieri, figliuolo di Lucio Albino,

gli diede una gotata; e come si vendicò.

Una vicinanza di Sutri, detta Borgolungo, aveva molti fanciulli, e vincevano un'altra vicinanza, dove stavano molti mercatanti, e' quali s'acozzarono con quelli di San Pietro in trono, e cominciarono a vincere tutti quelli ch'erano vicini; e ogni volta che vincevano, tutti gridavano: «Viva Orlandino!». E avendo uno dí vinti molti luoghi di ridotti, s'arrecarono a fare giuoco in uno luogo presso alla piazza, ed ivi in due parte tutti i fanciulli della terra cominciarono a fare la zuffa de' pugni: ed era dall'una parte capitano Orlandino, e dall'altra Rinieri, figliuolo di Luzio Albino. Ora, essendo la zuffa grande, Orlandino venne alle mani con Rinieri. Orlandino lo conosceva e riguardavalo, ma quelli della sua parte gridavano a Orlandino che gli desse. Allora Orlandino l'abracciò e gittollo in terra, e gli altri furono in rotta; e andavangli vincendo e cacciando del luogo dove la zuffa si faceva. E ritornando indrieto Orlandino, e Rinieri si gli fece incontro, e accostatosi a lui, disse: «Chi t'ha fatto capitano contro a me?», e alzò la mano e diegli una guanciata; e Orlandino gli die' uno pugno in sul viso e gittoglisi adosso e gittollo in terra e diegli di molti calci e pugni; e nessuno non lo aiutava. E tornato la sera Rinieri a suo padre tutto pesto, fece grande lamento; e l'altro giorno il padre ordinò che Orlandino fusse preso e menato dinanzi da lui. Orlandino tornò la sera alla madre, e avea gli occhi lividi per li pugni, ed ella domandava quello ch'era stato; ed egli le contò quello che egli aveva fatto del giuoco de' pugni, e dissegli quello che Rinieri gli avea fatto e quello che egli aveva fatto a lui. Berta cominciò a piagnere, pregandolo che non andasse più contro a Rinieri, dicendogli: «Il suo padre ti potrebbe fare villania, ch'egli è signore della terra ».

L'altra mattina Orlandino andò a Sutri acattando, e' famigli di Luzio Albino lo presono e menaronlo dinanzi a Luzio, e aveva Orlandino drieto più di cento fanciulli. E Luzio lo domandò perché aveva cosí battuto Rinieri suo figliuolo. Orlandino contò tutto il giuoco de' pugni, e come Rinieri gli aveva data una guanciata; e quando Luzio udì la cosa, chiamò il figliuolo e dissegli: «Brutto ribaldo, dunque mi dicesti tu iersera bugie?». E fece lasciare Orlandino, e fece fare la pace, e fece dare a Orlandino del pane e del vino e della carne. Ed egli ritornò a Berta e dissegli ogni cosa; ed ella ne fu molto allegra, che prima n'aveva malinconia. E venne Orlandino in tanto amore a' fanciulli della cittá, che egli aveva più limosine assai che non solea, intanto che, in ogni festa dove si trovavano a essere assai fanciulli, sempre Orlandino era fatto signore, e gridavano: «Viva il pellegrino Orlandino!». Ed essendo presso alla festa maggiore della cittá di Sutri, e trovando pochi dí inanzi i fanciulli in su la piazza maggiore, ed erano più di cento ed avevano Orlandino in mezzo di loro, e gridavano: «Viva Orlandino!», e volevanlo fare signore per la festa che aspettavano.

Capitolo LX.

Come Orlandino ebbe la divisa del quartiere dalla purità, la quale prese per arme.

Quando Orlandino era nel mezzo di tanti fanciulli, e volevanlo fare signore per la festa, uno fanciullo, figliuolo d'uno mercatante di panni, disse verso gli altri fanciulli: «Per la mia fe', che la nostra è grande villania, che noi facciamo Orlandino nostro signore, e ch'egli è co' panni cosí rotti e poveri; e siamo per la festa!». E gli altri tutti risposono ch'egli diceva il vero: e accordaronsi che quattro di loro andassino e raccogliessino danari per l'amore di Dio e vestissino Orlandino. E' fanciulli mettevano chi quattro danari e chi sei, e in due giorni fu raccolto circa due danari d'oro di moneta romana, e quelli partirono in quattro parti i danari e impuosono di recarne uno braccio e mezzo di panno per uno, e cosí recarono ; e due di loro arrecarono panno bianco, e gli altri due arrecarono panno vermiglio. Questi due colori im portarono due grazie che regnorono in Orlando, cioè pura verginità e carità. E feciono fare uno vestimento a Orlando a quartieri bianco e rosso : la parte bianca fu al quartiere del braccio ritto, e al sinistro fu vermiglio; al fianco sinistro fu bianco, e al destro fu vermiglio. E ricevuta questa vestimenta, lo chiamorono signore de' fanciulli per la festa. E Orlandino fece grande allegrezza, e tornato da Berta sua madre, ella ne fece grande festa, e guatandolo, considerò di cui egli era nato, e cominciò a piagnere, e disse: «O figliuolo mio Orlandino, Iddio ti dia buona ventura e diati grazia che tu torni in Chiaramonte». Orlandino non la intese; e fu alla festa molto onorato da' fanciulli; e sempre alle feste era molto onorato ed era molto amato da' fanciulli di fuori, e ogni persona gli voleva bene, con cui egli usava. E sempre che vivette in questo mondo, portò quella divisa a quartieri, dicendo che Iddio e la purità gliel'aveva donata, e però la voleva portare.

Capitolo LXI.

Come Carlo Magno passò la prima volta in Italia, e fu eletto imperadore;

e andando a Roma, capitò a Sutri.

In questo tempo Carlo Magno, essendo eletto imperadore dopo la morte di Gostantino terzo, ragunò tutta la sua ba ronia, fra' quali furono questi : il duca Namo di Baviera, el re Salamone di Bretagna, el re Ivon di Bordeus, el re Gottebouf di Frigia, el re Druon di Buemia e Bernardo di Chiaramonte e Morando di Riviera, Uggieri Danese, Agnentino, il marchese Berlinghieri, Ugone le Pitetto, Gano da Pontieri, Guglielmo di Maganza, Ghinamo di Baiona e molti di casa di Maganza, che Carlo aveva a tutti perdonato. Molto aveva Carlo cerco la pace di Gherardo da Fratta, e mai non potè; onde si fermò una triegua per cinque anni tra loro. E poi si mosse Carlo con trentamila cavalieri e co' sopradetti signori, e venne in Italia negli anni del nostro Signore Gesù Cristo settecento settantanove, e passò Lombardia, e per Romagna e per la Marca andò a Roma. E stette a Roma quaranta giorni, e ricevette il titolo dello 'mperio; ma egli non prese la corona, perché l'animo suo era di soggiogare Gherardo da Fratta: e partissi da Roma per ritornare in Franza. E 'l primo giorno che si partí da Roma, venne a alloggiare otto leghe di lungi da Roma alla cittá di Sutri; e la notte venne al re Carlo una mala voglia, per la quale i medici vollono ch'egli pigliasse medicina. Ed egli diliberò per questo di stare a Sutri sei giorni, e tutta la sua gente si alloggiò drento e di fuori della cittá.

Capitolo LXII.

Come Orlandino andò per la limosina alla corte,

e fece quistione con uno briccone e tolsegli mezza la roba.

Essendo lo re Carlo alla città di Sutri, tenne sempre magna corte; ed era sempre di consuetudine che tutta la vivanda che avanzava alla tavola di Carlo si dava per l'amore di Dio a' poveri. Intervenne che la prima mattina n'avanzò, perché vi furono pochi poveri; ma egli andò la nominanza nelle ville, e l'altra mattina v'erano molti poveri. E in quella mattina venne Orlandino alla cittá, e vedendo tanta gente armata e disarmata, cominciossi a maravigliare, e domandò certi che egli conosceva che gente era questa, e fugli detto: «Egli è venuto uno grande signore, chiamato Carlo Magno, ed è re di Franza ed è fatto imperadore di Roma». Orlandino domandò che cosa era imperadore: fugli detto come lo imperadore era difenditore della fede cristiana, e che tutti i signori dovevano ubidire al papa e a lui e per bene della cristiana fede e per riposo delle province del mondo e delle cittá e de' popoli. Apresso, vedendo Orlandino l'arme in dosso a quelli cavalieri armati, le guatava e diceva: «O Iddio, quando sarò io grande, ch' io possa anch'io portare quelle arme!». E andando acattando per una vicinanza, gli fu detto ch'egli andasse alla corte, che vi si dava pane e vino e carne. Ed egli n'andò alla corte, e giunse sí tardi, che la carità era data. Ed egli vide uno briccone che aveva auto roba per quattro. Disse Orlandino: «Tu non dei avere tanta roba, e io non n'ho auto niente». Rispose il briccone: «Se tu non hai auto, abbiti il danno; fussi venuto a buon'ora, come feci io». Disse Orlandino: «Perché io venga tardi, tu non debbi avere la parte mia; e però che tu n'hai troppa, dammene una parte». Disse il briccone: «Io la gitterei inanzi a uno cane». Orlandino s'adirò e gittossigli a dosso e gittollo in terra e tolsegli mezza la roba. Intorno a loro era fatto uno cerchio di gentili uomini e cortigiani, e facevano le maggiori risa del mondo, vedendo uno si pitetto valletto battere uno sí grande briccone, e confortavano Orlandino ch'egli lo battesse; e poi gli feciono dare del pane e del vino e carne assai. E tornò a Berta, e dissegli ch'egli era una gran gente a Sutri, « e dicono ch'egli è Carlo Magno di Franza». Quando Berta l'udì, tutta tremava di paura, e diceva a Orlandino: «Figlio mio, non vi andare più a quella corte». Ed egli disse: «O come, madre? Eglino vi vanno altri poveri, perché non volete che io vi vada?». Ed ella disse: «Temo che quello Carlo non ti faccia male». Ed egli rispuose: «Io non ho paura di cotesto». E la sera tornò alla corte; e quando vedeva alcuno di quelli bricconi che n'avevano più che di ragione, e Orlandino gliele toglieva e davala a' poveri bisognosi o a' fanciulli che non ne potevano avere. E molti cortigiani lo amavano, e quelli bricconi gli volevano male di morte.

Capitolo LXIII.

Come Orlandino vide Carlo la prima volta,

e tolse una tazza piena di carne dinanzi a Carlo a Sutri.

El dí seguente Carlo soprastette al mangiare più che non soleva, e' poveri stavano a 'spettare; e Orlandino v'era venuto e aspettava; ed essendo a cerchio con molti, udiva parlare della grande degnitá che era quella dello imperadore; e fra l'altre cose fu uno che disse: «Quando l'imperadore è posto a tavola, el primo tagliere della carne che gli è posto inanzi, se uno povero lo togliesse con la carne, cosí come egli giugne in tavola, nessuno non gliene direbbe nulla per degnitá dello 'mperio». Quando Orlandino sentí questo, si stette cheto, e quando sentí sonare gli stormenti, n'andò su per la scala. El portinaio non lo voleva lasciare passare per entrare in sala, e cominciorono a fare quistione, tanto che Orlandino gli ruppe il capo; e' baroni se ne risono e dissono villania al portinaio, e fuvvi messo uno altro portinaio. E Orlandino si misse in uno canto della sala, e quando lo re Carlo venne per desinare, Orlandino molto lo guatò, e ogni cosa che si faceva guatava; ed era dinanzi a Carlo molta moltitudine di gentili uomini. E quando egli vidde la vivanda, e Orlandino vidde fare la credenza, si fece inanzi e tolse la prima tazza, ch'era stata posta dinanzi a Carlo, dov'era drento capponi e altra carne assai. La tazza era d'ariento dorata, che pareva d'oro, e nel fondo era l'arme di Carlo: e quando Orlandino prese la tazza, el gentile uomo, che serviva di coltello dinanzi a Carlo, volle dare a Orlandino; ma Carlo, vedendo l'ardire d'Orlandino, disse al servidore: «Non fare: lascialo andare». Ed ebbe Carlo tanto piacere, che rise di voglia quando Orlandino tolse la tazza, perché si versò Orlandino alquanto di brodo in sul petto, di quello che era nella tazza. E partito Orlandino, Carlo disse: «Deh vedete quanto ardire ha auto questo valletto! Ed è ancora si pitetto in fante!». E ridendone co' baroni, fu detto a Carlo le quistioni ch'egli aveva fatte con certi bricconi, e come egli aveva rotta

la testa al portinaio, e come egli toglieva la roba a certi bricconi e davala a' poveri che non si potevano fare inanzi. Disse il re Carlo: «Per certo egli debbe essere figliuolo di qualche gentile uomo»; e dimandava alcuno della città di cui egli era figliuolo; e non gliele sappiendo dire, uno buono uomo di Sutri disse: «Santa Corona, egli è circa a dodici anni che ci arrivò uno soldato, che aveva aspetto, cioè apparenza, d'uno uomo da bene, con una sua femina ch'era gravida; e stettesi in questa terra, e la donna partorì questo fanciullo in una grotta, la quale è qui presso, ed è circa di sei anni che quello soldato non ci s'è veduto: o egli se n'andò per disperazione, o egli è morto. Ma questo fanciullo è sempre ito acattando, e alcuna volta ci viene la madre con lui ». E disse molto de' giuochi che aveva fatti co' fanciulli, e come gli avevano fatto una veste bianca e vermiglia a quartieri. Orlandino si tornò con la tazza e con la carne alla madre, la quale come vidde l'arme di Carlo, subito la riconobbe e disse: «Donde hai tu auta questa roba?». Rispose Orlandino la novella che aveva udito. Berta, per mettergli paura, cominciò a dire che s'egli vi tornasse, che quello Carlo lo farebbe pigliare e mettere in prigione, e che egli lo farebbe impiccare per ladro; e ch'egli non vi tornasse. Ed egli disse: «Io non vi tornerò più». E per quello giorno non tornò alla cittá.

Capitolo LXIV.

Come Orlandino tolse la seconda volta la tazza dinanzi da Carlo,

e uno sogno che fece Carlo Magno.

Per lo diletto ch'ebbe lo re Carlo d'Orlandino quando tolse la tazza, ridendo comandò che ogni volta fusse lasciato entrare. E l'altra mattina Orlandino tornò alla cittá, e andando acattando, non gli era data limosina. Ognuno gli diceva: «Vanne alla corte». E andò alla corte. E quando fu il tempo, entrò in su la sala, e fuvvi inanzi che Carlo si ponesse a tavola, e posesi in uno canto della sala; e molti lo guatavano e dicevano infra loro: «Egli s'avezza a furare». L'altro dicea : «Egli è gaglioffo di nidio». Alcuno diceva: «Egli sarà ancora 'impendu' per la gola». Ognuno diceva la sua; e quando venne la vivanda, fece come avea fatto il dí dinanzi, e gli tolse la tazza. E uno barone nel fuggire si gli parò dinanzi; egli gli die' d'urto per modo che cadde, ed egli ne portò la tazza con la carne. Vedendo Carlo il grande ardire e la grande forza del fanciullo, disse, presente la baronia: «Per certo che questo fanciullo debbe essere figliuolo di qualche povero gentile uomo, e non è meno che grande fatto questo segno». E poi disse: «Stanotte m'apparí una strana visione. Io sognai che noi savamo in campo contro a molti animali, e pareva di avere perduta la battaglia della mia gente, e uno dragone venne meco alle mani e in tutto mi disarmò, in tanto che per suo cibo mi voleva divorare. E uno lioncello usciva d'una grotta, che era in uno bosco, e uccise quello dragone e liberommi; e tornava con vettoria dalla mia gente». Per queste parole fu tra' baroni uno grande mormoramento. Molti dicevano: «Parole d'imperio e sogno d'imperadore non sono sanza grande sentenzia». E con queste parole Carlo si levò da tavola e andossene in camera; e mandò per lo duca Namo e per lo re Salamone e per lo valente Uggieri Danese, poi ch'ebbe mangiato.

Capitolo LXV.

Come Carlo ordinò ch'el duca Namo e Salamone di Brettagna

e Uggieri Danese seguissino Orlandino.

Quando Carlo fu nella camera co' tre baroni, disse loro: «Signori e fratelli miei, per certo questo segno che m' è parito in questa città di questo fanciullo non è sanza grande misterio, imperò che la visione fatta in questa notte in parte s'accorda con questo fanciullo. Voi sapete, secondo Lucano, che a Cesare apparí in visione ch'egli usava con la sua madre, e al re Filippo di Macedonia apparí il dragone in visione usare con la sua Olipiades, che significò il grande Allessandro; a Gostantino apparí in visione san Piero e san Pagolo: e queste visione sono assai volte grande dimostrazione del tempo futuro. E per questo io mi specchio nella visione che uno lioncello usciva d'una tomba ch'era in uno bosco, e questo fanciullo abita in una spilonca in uno bosco; noi non sappiamo nel futuro quello che possa addivenire. Io vi priego che tutti a tre domattina sanza altra compagnia voi andiate drieto a questo fanciullo, quando ne portará la tazza con la carne, e sappiate dove va e chi egli è, pure che il segreto non venga in altra persona: e però non voglio che meniate altra persona con voi». E cosí promissono di fare. E fu da capo ordinato a' portinai che Orlandino fusse lasciato andare in sala; e 'l dus Namo, Salamone e Uggieri ordinarono che tre loro famigli stessino a pie' della scala con tre ronzini sellati e in punto per potere montare a cavallo. E la mattina andorno inanzi a Carlo con gli sproni in pie' e le spade ataccate agli arcioni de' ronzini, e niuna persona non poteva immaginare il fatto. Orlandino tornò con la tazza e con la carne alla madre, e quand'ella vidde questa altra tazza, cominciò a piangere e disse: «O figliuolo mio, ben sarai cagione della mia morte; e' non mi vale il pregare te, che tu non vada più alla corte. O figliuolo mio, perché ti diletti tu di farmi morire? Che se quello Carlo mi truova, egli m'ucciderà». Orlandino le promisse di non vi tornare più, e stettesi tutto quanto quel dí con la madre sua, e l'altra mattina insino all'ora di terza. E poi si partí per venire a Sutri, e la madre cominciò a piagnere e pregarlo che non andasse alla corte. Ed egli disse: «Madre, io non vi andrò». E venuto drento alla terra e andando per la cittá, e' non trovava limosine, e ognuno diceva: «Va' alla corte». Ed egli, non avendo auto limosina, se ne venne alla corte. E molti gaglioffi, quando lo viddono, lo bestemmiavano e portavangli grande invidia. E quando sonarono gli stormenti, Orlandino se n'andò in su la sala, e nascondevasi tra le persone.

Capitolo LXVI.

Come Orlandino tolse la terza tazza dinanzi da Carlo e prese Carlo

per la barba ; e 'l duca Namo e Salamone e Uggieri lo seguitarono.

Giunto Orlandino in su la sala dinanzi a Carlo, erano e' tre sopradetti in sala, cioè Namo, Salamone e Uggieri, e la vivanda fu portata in due grandi piattelli, come era ordinato. E Orlandino corse e prese uno de' piattelli; e quando lo prese, Carlo gli fece uno brutto e spaventoso viso, e fece uno grande roncare di gola, credendo fargli paura. Orlandino lasciò il piattello e prese Carlo per la barba, e disse: «Che hai?». E fu più scura la guatatura che fe' Orlandino inverso Carlo, che quella che fe' Carlo inverso lui. E lasciato Carlo, tolse il piattello e cominciò a fuggire. El duca Namo prese una coppa d'oro, che Carlo aveva inanzi, ch'era piena di vino, e disse: «Tieni, valletto, che voi 'aviate da boyre'». E questo fece Namo, perché egli non corresse. Orlandino la prese e smontò le scale e fuggiva, ma per la coppa che era piena di vino non poteva correre, che 'l vino si versava. Namo co' compagni montarono a cavallo e andavangli drieto; e vedendo Orlandino ch'el vino non lo lasciava andare, gittò il vino e cominciò a correre; e i tre baroni studiavano il passo. E Carlo rimase in sala alquanto turbato per l'atto che Orlandino aveva fatto, e sí per la visione che gli era apparita in sogno, dicendo: « Questi sono de' segni che apparirono a Cesare e al re Filippo di Macedonia ed a Allessandro presso alla loro morte», rammentando l'uccella che fe' l'uovo in grembo al re Filippo e 'l messo che portò la lettera a Iulio Cesare imperadore.

Capitolo LXVII.

Come il dus Namo e' compagni ritrovarono Berta e Orlandino nella grotta

a Sutri, ed egli e Salamone e Uggieri si feciono suoi campioni.

Orlandino ne portò il piattello alla stanza dov'era Berta, e scendendo giù per lo viottolo, entrò nella usata stanza. Quando Berta vidde la coppa, incominciò a piagnere e disse: «Omè, figliuolo, tu m'hai disubidito! O donde hai tu auta questa coppa d'oro? Perché pure vorrai che io sia morta?». E Orlandino diceva come egli aveva tolto il piattello, e quello che egli fece a Carlo: «e uno che v'era dallato mi die' questa coppa piena di vino». E disse alla madre che non avesse paura di quello Carlo, «che io lo presi per la barba; e s'egli vi volesse fare male, io gli darei del mio bastone». E corse a pigliare una mazza che egli aveva nella grotta: e non faceva Orlandino conto se non di Carlo, e non degli altri, come fanno i fanciulli.

In questo mezzo li tre baroni giunsono in su la grotta e smontarono; e 'l duca Namo trasse la spada e andonne giù per lo viottolo. E giunto in su la cavata grotta, disse: «Chi sta qua drento?». Come Berta lo vide, subito lo riconobbe e fuggì in un canto della caverna. Orlandino volle pigliare il bastone, e la madre non lo lasciò fare e abracciollo. Orlandino diceva al duca: «Che venite voi a fare in questa nostra caverna?». E Berta gli dava nella bocca e diceva ch'egli stesse cheto. E 'l duca andò più inanzi e disse: «Chi siete voi, che abitate come bestie per le caverne de' boschi e per le grotte?». E intanto giunse Salamone e Uggieri, e Berta gli conobbe tutti a tre. Allora ella cominciò uno dirotto pianto, vedendo non potere fuggire, ed eglino la guatavano, e da capo la domandarono chi ella era. Ed ella si gittò a' piedi del duca Namo e facevagli croce delle braccia e gridò misericordia, e aveva in dosso uno vestimento di panno grosso tutto stracciato e rotto, e in più parte mostrava le carni, e nessuno non la riconoscea, e pure avevano pietà del suo piagnere. La domandarono: «Donna, chi se' tu?». Ed ella con grande vergogna disse: «Io sono la sventurata Berta, figliuola del re Pipino, sorella di re Carlo Magno, moglie del duca Milon d'Angrante; e questo è suo figliuolo e mio». Quando e' baroni sentirono queste parole, tutti s'inginocchiarono piangendo dinanzi da lei e dimandarono che era di Milon d'Angrante. Ed ella contò loro come egli s'era partito da lei come disperato, perché nulla persona non lo voleva racettare per la scomunica che egli aveva; e disse come ella partorì questo fanciullo in quella grotta, e perché egli ebbe nome Rooland, e come, quando Milon si partí, il fanciullo aveva cinque anni. Non v'era niuno di loro che non piagnesse dirottamente; ed ella gli pregava per l'amore di Dio che eglino non lo dicessino a Carlo; e Orlandino piagneva, perché vedeva piagnere la madre. Allora questi tre baroni si tirarono da parte e parlorono insieme e diliberarono al tutto d'aiutarla, e che Carlo le perdonasse per amore di questo garzonetto. E tutti a tre s'impalmorono d'essere suoi campioni e d'Orlandino e in loro difensione; e cosí la confortorono. Tutti a tre di concordia ne vennono a Sutri; e domandati certi cittadini, e' mandorono a Berta vestimenta reali, e mandaronvi delle maggiori donne di Sutri, e fu come reina adorna e rivestita. Orlandino la guatava come ismemorato, e diceva: «Madre, voi siete pure bella; deh non piangete!»; e abracciavala. Gli uomini e le donne, che v'erano iti, si maravigliavano vedendo questa cosa. Il duca Namo e' compagni se ne vennono inanzi allo imperadore. Orlandino non volle altra vestimenta che la sua a quartiere, quale ebbe dalla purità.

Capitolo LXVIII.

Come Carlo perdonò a Milon d'Angrante

e a Berta, e fece Orlandino suo figliuolo adottivo.

Tornati e' tre baroni dinanzi a Carlo, Namo, Salamone e Uggieri, trovarono che ancora era a tavola. Eglino si gli gittarono in terra ginocchioni dinanzi, e 'l duca Namo parlò per tutti a tre, e disse: «Santo imperadore, noi abbiamo fatto il tuo comandamento, e per merito di questo noi t'addimandiamo tutti a tre una grazia, la quale sarà di grande onore e utile della vostra corona». Carlo si maravigliò, e guatava costoro nella faccia, e disse: «Dite vo' da gabbo o da vero?». Salamone e Uggieri affermarono il vero, cioè il detto di Namo, e aggiunsono: «Signore, noi siamo tuoi fedeli servidori, facci la grazia che noi t'addimandiamo liberamente».

«Per mia fe'», disse Carlo, «che io ho tanta fidanza in voi, che nessuna cosa farò fuori della dimanda vostra. Io 'mprometto sopra della testa mia e sopra a questa corona (e toccossi la corona con mano) e sopra alla fede che io giurai al santo Apostolico di Roma, quando per vostra virtù mi misse la corona in testa, che quella grazia che voi addimanderete, se possibile sarà di poterla fare, e già la mettete per fatta, se voi mi domandassi bene la corona del reame di Franza e la mia cara donna Galeana». E comandò che si levassino ritti; e quando furono levati, disse el duca Namo: «La grazia che voi ci avete fatta, si è che voi avete perdonato a Milon d'Angrante e a Berta, vostra sorella, ogni offesa e odio e malavoglienza che per lo passato fosse stata; e sappiate che quello povero valletto, che v'ha tre volte tolta la vivanda dinanzi, si è figliuolo del duca Milon e della vostra sorella; e di certo questo sarà el lioncello che voi sognasti che ancora vi caverà di grande pericolo». Carlo tutto si cambiò nel viso, e poi tutto si ristrinse nelle spalle e disse: « Se io avessi creduto questo, non vi facevo la grazia; ma poi che io ve l'ho fatta, io ve la rifermo». E sospirò e disse: «Questo infante non sarà figliuolo di Milon, ma sarà mio; e cosí voglio ch'egli sia mio figliuolo. Ma voi m'avete ingannato: ma nondimeno sia fatto come voi volete». Allora feciono questi tre baroni montare a cavallo tutta la baronia, e mandarono molti ronzini portanti per le donne ch'erano andate per lei, perché le facessino compagnia. La nominanza era già sparta per la cittá.

Capitolo LXIX.

Come Berta fu appresentata dinanzi da Carlo, e Carlo le die' uno calcio.

Andando la nominanza per la città di Sutri come Orlandino era figliuolo di Milon d'Angrante, e che Berta, madre di Orlandino, era sorella di Carlo, tutta la gente della città correva per vedere venire Berta e Orlandino. E andò per lei Bernardo di Chiaramonte, Amone di Dordona, Buovo d'Agrismonte, Namo, Salamone, Uggieri, Agnentino, il marchese Berlinghieri, Grifone, Gano, Guglielmo e Ghinamo. Volevano vestire Orlandino di ricchi panni, ma egli non volle altro che la sua vesta a quartieri, ch'egli ebbe da' fanciulli; e fu messo in su uno ronzino, e sempre, per paura di non perdere la madre, le andava allato. E con grande onore tornarono a Sutri, e smontati al palazzo ov'era Carlo, furono menati in su la sala. Namo, Salamone e Uggieri la menarono dinanzi a Carlo, ed ella piagnendo si gli gittò ginocchioni a' piedi, e Orlandino era in mezzo de' tre baroni. Berta addimandò misericordia e perdonanza a Carlo. Carlo non potè temperare l'ira, ch'egli alzò il pie' destro e dielle si grande il calcio nel petto, ch'ella cadde rovescio. Allora Orlandino si gittò a dosso al siniscalco di sala, che aveva uno bastone in mano, e per forza lo gittò per terra e tolsegli il bastone; e voleva correre a dosso a Carlo per dargli di quello bastone in su la testa, e appena che' baroni lo potessero affienare. El duca Namo, Salamone e Uggieri trassono le spade, e furono tratte più di cinquecento spade in su la sala; e se Berta non si fosse posta ginocchioni un'altra volta e disse: «O carissimo fratello, tu hai ragione; eccome, piglia sopra di me ogni vendetta che ti piace», la cosa sarebbe riuscita a gran male, per la promessa che aveva fatto Carlo a' tre baroni. Berta, poi ch'ebbe detto: «Piglia di me ogni vendetta», disse: «Fratello mio, almeno ti sia raccomandato questo garzonetto, e se possibile è, perdona me per suo amore ». Allora fu vinto Carlo, e incominciò a lagrimare, e vergognossi di quello che aveva fatto d'avere rotta la promessa fede, e che egli s'aveva lasciato vincere all'ira. Allora abracciò Berta e baciolla in fronte, e perdonolle. Per questo fu racchetato tutto 'l romore e pacificato ogni cosa. Carlo perdonò a Milon d'Angrante, e fecionne i tre baroni cavare carta, e fu bene pubblicato per la cittá e fatto palese a tutta la corte, e scritto Carlo al Pastore di Roma che facesse pubblicare che Milon d'Angrante era ribandito e ricomunicato; e fecesi grande festa e allegrezza. Carlo accettò Orlandino per suo figliuolo adottivo, e apresso fece ordinare di partirsi da Sutri con la sua baronia, e ritornossi verso Franza con Berta e con Orlandino. E sempre Carlo voleva Orlandino dinanzi da sé, e tanto l'amò, che s'egli fusse figliuolo nato del suo corpo, non l'arebbe potuto più amare. E passò Toscana e Lombardia e l'alpe d'Apennino, e giunse in Franza, dove si fece grande festa della sua tornata e della ritornata di Berta, e di Milon ch'era ribandito e ricomunicato.

Capitolo LXX.

Come Carlo, tornato da Roma e rimenato Berta e ritrovato Orlandino,

lo fe' conte d'Angrante e rendégli tutte le terre del suo padre;

e quanto Orlandino era amato da ognuno.

Giunto lo re Carlo in Franza alla cittá di Parigi, si fece grande allegrezza della sua tornata, e d'Orlandino e di Berta, e di Milone ch'era ribandito e ricomunicato. Carlo fece per lettere significare per tutte le città de' cristiani come Milon d'Angrante era ricomunicato, e ritrovato Orlandino suo figliuolo, e come Carlo gli aveva perdonato e rendute tutte le sue terre a Orlandino. E fecelo Carlo conte d'Angrante e marchese di Brava; e Berta prese la signoria per Orlandino. Ebbe Carlo uno figliuolo di Galeana, ch'ebbe nome Carlotto secondo, il quale venne di strana condizione e molto si dilettò di fare adirare le persone, e fu molto rincrescevole; è per questo fu poco amato da' sottoposti del reame: e Orlandino fu tutto il contrario, e però fu molto amato. Egli era caritatevole, cortese e umile, e serviva volentieri ogni persona, ed era molto piacevole e veritiero parlatore, in tanto che ognuno che gli parlava, si partiva contento da lui. E molte grazie addimandava allo 'mperadore per altrui, e per la sua virtù Carlo non gli disdiceva grazia ch'egli gli addomandasse, e molto in ogni cosa lo lodava E manteneva l'onore di Carlo, e però era molto amato, ed era molto parlato di lui per lo reame; e sempre manteneva verginità e maritava molte donzelle. Carlo lo amava tanto, che lo teneva per suo figliuolo adottivo, e sempre Carlo lo chiamava figliuolo il più delle volte; e però si disse volgarmente che Orlandino era figliuolo di Carlo; ma egli era figliuolo di buono amore, ma non di peccato originale. E amavalo il re per la sua virtù, e perché egli lo vedeva valoroso d'animo e di persona. Aveva Carlo molti nimici, ed era molto odiato, in tanto che sempre erano alla sua guardia cinquecento uomini armati. Orlandino per la sua virtù pacificò la maggiore parte o quasi tutti quelli che odiavano Carlo, ed era molto temuto Carlo per la virtù d'Orlandino. E fu Orlando il più temuto uomo del mondo al suo tempo, e fu fatto dal pastore della Chiesa gonfaloniere di santa Chiesa e capitano de' cristiani e senatore di Roma: e Carlo lo chiamava el falcone de' cristiani.

Capitolo LXXI.

Come di grado in grado gli antichi Reali di Francia discesono,

e di molte altre schiatte di quelli paesi di ponente.

Gostantino imperadore fu per antichità greco, e 'l padre suo fu di gentile schiatta; ma vennono tanto al basso, impoveriti, che già l'avolo suo lavorò la terra. E venendo Gostantino valente uomo d'arme al tempo di Odiziano imperadore, stette in Ispagna e in Franza e in Inghilterra per lo imperadore, e fu fatto imperadore da' tramontani. E furono fatti, quando lui, tre altri imperadori: l'uno fu Licino, suo cognato, l'altro fu Gostanzio e l'altro fu Galerio. Ma Gostantino gli vinse in battaglia, e fu morto Galerio in Roma e Gostanzo in Frigoli, egli e uno suo figliuolo; e Licino, che avea per moglie Gostanzia, sorella di Gostantino, fu morto in Erminia. E regnò Gostantino anni trentuno nello imperio, e fu fatto imperadore negli anni del nostro Signore Gesù Cristo trecentodieci; e visse anni sessantasei in questo mondo. E rimase di lui tre figliuoli.

Gostanzo Fiovo fu l'uno, imperadore anni nove, e di lui nacque il re Fiorello di Franza e 'l re Fiore di Dardenna.

Del re Fiore di Dardenna nacque Lione e Lionello, e una femina ch'ebbe nome Uliana: e de' suoi figliuoli non rimase reda.

Del re Fiorello di Franza nacque Fioravante, e di Fioravante nacque Ottaviano del Lione e Gisberto del Fiero Visaggio.

Di Gisberto, re di Franza, nacque lo re Michele, e del re Michele nacque lo re Agnolo, e del re Agnolo nacque lo re Pipino, e di re Pipino nacque Carlo Magno e Lanfroy e Oldrigi, ma non d'una madre.

Di Carlo Magno nacque Carlotto, e poi ne nacque il re Aloigi e molte figliuole femine, legittime e bastarde.

Del re Aloigi nacque Carlo Martello e altre figliuole femine.

Di Carlo Martello nacque lo re Lottieri e lo Duca, e altre figliuole femine, delle quali fu Sofia, moglie di Sanguino.

Questa fu la gesta de' Reali di Franza.

 

D'Ottaviano del Lione, l'altro figliuolo di Fioravante, nacque Bovetto e Guidone e Fiorello. Di Guidone né di Fiorello non rimase reda, perché vissono poco. Di Bovetto nacque il duca Guidone d'Antona, e del duca Guidone nacque Buovo d'Antona. Di Buovo nacque Guido e Sinibaldo e 'l re Guglielmo d'Inghilterra e molti altri, ma solo di questi si fa menzione, per le schiatte che uscirono di dua di loro.

Del re Guglielmo non rimase reda drieto alla sua morte.

Di Guido nacque Chiaramonte e Bernardo, e di Chiaramonte non rimase reda, ma fece fare uno castello ch'ebbe nome Chiaramonte.

Di Bernardo nacque sei figliuoli madornali e due bastardi: l'uno de' madornali ebbe nome el duca Amone di Dordona, el secondo Buovo d'Agrismonte, el terzo Gherardo da Rossiglione, quarto papa Lione, quinto re Ottone d'Inghilterra, sesto Milon d'Angrante; e gli altri due bastardi, l'uno Anseigi, l'altro Eulfloy.

Del duca Amone nacque Alardo, Rinaldo, Guicciardo e Ricciardetto. Di Rinaldo si dice che nacque due madornali e due bastardi: l'uno de' madornali fu Ivone, e l'altro Amonetto; e' due bastardi furono questi : Guidone Selvaggio e Dodonello di Mombello.

Di Buovo d'Agrismonte nacque Malagigi e Viviano dal Bastone.

Di Girardo da Rossiglione nacque Ugone e Ansuigi il Forte.

Del re Ottone d'Inghilterra nacque Astolfo, e d'Astolfo nacque il valente Ottone d'Altieri, ma fu bastardo.

Di Milon d'Angrante nacque il paladino Orlando, senatore di Roma, marchese di Brava, conte d'Angrante, gonfaloniere di santa Chiesa, falcone de' cristiani.

Questa si chiama la gesta di Chiaramonte.

 

Nota che d'Ansuigi il Forte, figliuolo di Girardo da Rossiglione, nacque il conte Ugolino di Guanto, e fu chiamato Ugolino di Gualfreda, e di lui nacque Bosolino di Gualfreda, e di Bosolino nacque Ramondo di Velagna e Rinieri del Lione; di Ramondo nacque Ramondino e Guerruccieri. Ancora costoro sono della schiatta di Chiaramonte.

Di Sinibaldo, l'altro figliuolo di Buovo d'Antona, nacque Guerrino, e di Guerrino nacque quattro figliuoli: il primo fu Gherardo da Fratta, e Bernardo da Trismons, Milon Alamanno e Guerrino Viennese; ed ebbe nome Guerrino, perché nacque drieto alla morte di suo padre.

 Di Gherardo da Fratta nacque Rinieri di Vienna e Arnaldo di Bellanda e Guicciardo di Puglia e Milone di Taranto.

Di Bernardo nacque Amerigo di Nerbona, e d'Amerigo nacque Bernardo di Busbante e Buovo di Gromansis e Arnaldo di Gironda e Guerrino d'Ansedonia e Namieri di Spagna e Guglielmo d'Oringa e Ghibellino da Lanfernace e una femina.

Di Bernardo, il primo figliuolo d'Amerigo, nacque Beltramo el Timoniere.

Di Buovo nacque Guidone e Riccardo.

Di Guidone nacque il povero Aveggiu.

D'Arnaldo, terzo figliuolo d'Amerigo, nacque Guidone e Viviano della Faccia Grifagna.

Di Guerrino, quarto figliuolo d'Amerigo, nacque Viviano dell'Argento e Guiscardo l'Orgoglioso.

Di Namieri, quinto figliuolo d'Amerigo, nacque Gualtieri e Berlingieri, e tre altri, che non se ne fa menzione.

Di Guglielmo, sesto figliuolo d'Amerigo, non rimase reda, né ebbe mai figliuoli.

Di Ghibellino, settimo figliuolo d'Amerigo, nacque dieci figliuoli: Namerighetto, Mellone, Anternace, Ferrino, Rinieri, Ugonetto, Dionigi, Alorino, Parigino e Artialdo.

Di Milon, terzo figliuolo di Guerrino di Borgogna, detto Milone Alamanno, nacque don Chiaro e don Buoso.

Del quarto, che fu chiamato Guerrino come suo padre, nacque Ugone, e d'Ugone Buoso d'Avernia, e di Buoso nacque il conte Ugone, che andò in vita allo 'nferno per Carlo Martello, e tornò.

Questa si chiama la gesta di Mongrana.

 

La gesta de' Reali di Brettagna: dopo la morte del re Artù, regnarono in Brettagna Bretonante e lo re Cordonas.

Di Cordonas nacque Angelier, d'Angelier nacque Salamier, di Salamier nacque Codonas, di Codonas nacque Salardo, di Salardo nacque Eripes, e d'Eripes nacque Anseigi, d'Anseigi nacque el re Salamone ed Eripes, di Salamone nacque Liones, ma per l'uso dell'arco fu chiamato Achiron: d' Eripes nacque Ansoigi, che fu re di Spagna; di questo Ansoigi nacque Joans e Guidone, ed uno bastardo ch'ebbe nome Terigi.

 Questa fu la schiatta di Brettagna, e furono valenti principi e signori.

 

Di Tibaldo di Lima e della figliuola del re Fiore di Dardenna nacque Ughetto, e d'Ughetto nacque Sinibaldo dalla Rocca a Santo Simone.

Di Sinibaldo nacque Terigi, e di Terigi nacque Sicurans, re d'Ungheria (molti lo chiamorono Coverans, ma egli ebbe nome Sicurans); e di lui nacque il re Filippo, Ughetto e Manabello; e del re Filippo nacque il secondo Filippo e Berta del gran pie'; ma ebbe in prima Berta.

D' Ughetto nacque Terigi di Dardenna e Morando di Riviera, Gualfredi di Mongioia e Bernardo di Monfleri.

 Questa si chiama la gesta di Santo Simone.

 

La gesta di Conturbia si cominciò a Gilfroy di Santerna, che fu con Fiovo alla battaglia della Magna, come conta al primo libro, a capitolo XXV.

Di Gilfroy di Santerna nacque Terigi lo Gentile, di Terigi nacque Riccardo di Conturbia, e di Riccardo nacque Minone, di Minone nacque Riccardo del Piano di San Michele.

 

Gostanzo, padre di Gostantino imperadore, ebbe un altro figliuolo inanzi a Gostantino, ch'ebbe nome Lucino, come il suo genero, e di Lucino nacque Sanguino, e di Sanguino nacque Maganza [e Sanguino], e di questo Sanguino nacque Alduigi, e d'Alduigi nacque Rinieri, e di Rinieri nacque Duodo di Maganza, e di Duodo nacque Gailone, e di Gailone nacque Riccardo di Norgala, Guglielmo di Provenza, Spinardo e Tolomeo e Grifone di Pontieri e Ghinamo di Baiona; e di Grifone nacque Gano da Pontieri, e molti altri. Non ci si pone la grande schiatta di costoro, per lo tedio, imperò che questi cinque figliuoli di Gailone ebbono più di settanta figliuoli maschi tra madornali e bastardi. E chiamasi la gesta di Maganza, e multiplicarono come fa la mala erba. Amen.

Qui finisce il sesto libro de' Reali di Franza, chiamato il Mainetto.

Seguita apresso a questo l'Aspramonte. Deo gratias.

Amen.

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Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2011