Andrea da Barberino

I REALI DI FRANCIA

A CURA DI

 GIUSEPPE VANDELLI

 E

 GIOVANNI GAMBARIN

Libro IV

Edizione di riferimento

Andrea da Barberino, I Reali di Francia, a cura di Giuseppe Vandelli e Giovanni Gambarin, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1947

I REALI DI FRANCIA

LIBRO IV

 Capitolo I.

 Qui comincia il quarto libro de' Reali di Franza, chiamato Buovo d'Antona.

In prima tratta la sua nazione, e dove fu allevato insino in età

d'anni nove e renduto al padre, e l'odio che Brandoria prese contro

a Guido, suo marito, perch'era vecchio.

Il duca Guido d'Antona avendo tolta per moglie la figliuola del re Ottone di Bordeus di Guascogna, el primo anno ella ingravidò, e partorì al duca Guido uno fanciullo maschio molto bello, di cui si fece grande allegrezza per Guido, suo padre, e per tutti e' suoi amici e sottoposti e per tutta l'Inghilterra; e posegli nome Buovo d'Antona, perché era nato ad Antona, la quale città fece l'avolo suo Bovetto, e per lui ebbe nome Buovo. El duca Guido lo dette a guardia al maggiore e al più fidato amico che egli avesse, e questo aveva nome Sinibaldo dalla Rocca a San Simone; e Sinibaldo per migliore aria e per più sicurtà menò le balie col fanciullo alla Rocca a San Simone, e raccomandò Buovo a Luzia, sua moglie ; e aveva Sinibaldo uno figliuolo che aveva nome Teris. E fu allevato Buovo con grande solennità, e sempre aveva tre balie che lo allattavano, e poppò sette anni; e quando Sinibaldo lo fece spoppare, sempre mangiava con lui, e due anni lo tenne poi alla Rocca. E quando fu entrato ne' dieci anni, lo vestí riccamente, e rimenollo ad Antona al suo padre Guido, il quale ne fece grande allegrezza, e fece grandi doni a Sinibaldo, e diede a Buovo uno maestro che gli insegnasse leggere; ma Sinibaldo gli aveva già fatto insegnare alla Rocca; ma poco sapeva ancora.

E imparando Buovo, e la sua madre Brandoria era d'età d'anni ventiquattro, ed era tanto bella, che assai volte nella sua camera, sé medesima specchiandosi, maladiva chi mai l'aveva dato per marito Guido d'Antona, ch'era vecchio canuto, per modo che non si curava di donna. E diceva: « Il padre mio doveva bene pensare che 'l duca Guido aveva passati tanti anni sanza moglie, perché poco amore di donna regnava in lui: o se da giovane non ebbe amore di donna, o come l'ará ora in vecchiezza? E io, misera, mi perdo il tempo mio, e sono pasciuta di baci e di promesse e di belli vestimenti, e vivo combattendo con l'amore e da lui riscaldata; e quando veggio il mio vecchio marito, non sono sí allegra, che io non mi contristi, e convienmi sforzare di celare il mio pensiero e ridere, quando ho voglia di piagnere. Che vale a me la nominanza della sua virtù? Che vale a me la sua grande signoria? Che vale a me l'assai ricchezza e belli vestimenti, che di quello che io doverrei avere sono nuda e povera? Ed egli vive pieno di gelosia, e sono guardata, e crede che io non me ne avvegga: egli ama el figliuolo che io gli ho partorito, perché egli non si sente da poterne acquistare mai più. Ma io troverò modo d'avere marito giovane, e non mi perderò il tempo mio ».

Capitolo II.

Come Brandoria trattò la morte del duca Guido d'Antona,

e mandò per Duodo di Maganza; e come andò in Inghilterra.

Brandoria, investigata e tentata dal dimonio, essendo giovane piena di lussuria più che di buono amore, pensando ne' suoi ardenti pensieri; non vedeva in che modo uccidere il duca e dare la signoria a uno nuovo amante, temendo, s'ella manifestasse il suo pensiero a veruno signore, che quello signore non la tradisse come ella tradiva il suo signore. E per molti giorni stette in su questo pensiero: alla fine seppe come il duca Guido aveva morto il conte Rinieri di Maganza; e come del conte Rinieri era rimasi due figliuoli, ciò era Duodo e Alberigo, ed erano d'età di trentacinque anni, ed erano molto belli uomini, e ancora non avevano moglie nessuno di loro. Pensò fra sé: «Costoro amano di fare la vendetta del padre loro, e sono giovani assai. Duodo si confá a me, e io mi confarò a lui». E fatta sua immaginazione, essendo andato un dí il duca Guido a cacciare, ella chiamò uno suo sagreto famiglio, che aveva nome Antonio, ma era chiamato Gascon, perché egli era di Guascogna, e dissegli: «Gascon, egli è di bisogno che tu mi servi d'una ambasciata». El sergente si gittò a' sua piedi ginocchione, e tutto si proferse a lei: ella lo fe' giurare e impalmare di non manifestare mai sua ambasciata, ed egli cosí le giurò. Disse Brandoria: «A te conviene andare in Maganza, e non guardare che sia lungo il cammino, che io ti meriterò il servigio; e porta questa lettera sagretamente a Duodo da mia parte». Disse Antonio: «O madonna, egli è mortale nimico del duca Guido!». Disse Brandoria: «Io lo so meglio di te: va' e fa' il mio comandamento, che tu dei credere che io amo poco questo vecchio puzzolente e canuto». El famiglio la 'ntese subito a queste parole: prese la lettera ed entrò in mare nel porto d'Antona, e navicando venne al porto di Salance, e poi a Pontieri e ad Argentifa, e passò el Reno, e giunse in Maganza dinanzi a Duodo, e al sagreto gli fe' la sua ambasciata. Duodo sapeva chi era la dama, come era giovane e bella, e per molti buffoni aveva saputo come ella amava poco il duca Guido: nondimeno non si fidò leggerimente; ma poi ch'ebbe letta la lettera, disaminò molto il messo, e apresso prese consiglio col suo fratello Alberigo, e lessegli la lettera, la quale in brevità diceva queste parole: « A Duodo, figliuolo di Rinieri, marchese e conte di Maganza, mando alquante salute. La tua innamorata Brandoria, figliuola del re Ottono di Guascogna, a te si raccomanda. Partefice del tuo amore, ha due dolori con teco: l'uno è l'amore che io ti porto, perché sempre t'ho di lungi con l'effetto e presso con l'animo; el secondo mio dolore si è che, amando io te, mi racordo udire dire ch'el vecchio mio marito, non degno di me, uccise lo tuo padre dinanzi allo imperadore Agnolo Gostantino e al re Pipino, e mai non hai fatta vendetta. Or se questo vecchio duca muore, sopra a chi ti vendicherai? El suo figliuolo è fanciullo e sarà tenuto in guardia: intanto tu sarai vecchio, e non ci sarà Brandoria che te ami e dia il modo, come io ti darò ora, per averti per mio marito, e farotti signore di tutto questo paese. Morto costui, non n'è più di sua schiatta, che noi terremo Buovo in prigione; e tu sai che Guido ha bando, e 'l re di Francia sarà contento della sua morte. Vieni a pigliare la signoria e me per tua mogliera; e mettiti in agguato presso a Antona, e io te lo metterò nelle mani a salvamento; e poi che l'arai morto, ti darò la cittá d'Antona e me in tua balìa; e vieni celatamente, che Guido non sappia la tua venuta».

El conte Duodo, udita la lettera col suo fratello Alberigo, domandò il fratello quello gli paresse da fare. Rispose: «Quello di noi, per cui rimane di fare questa andata, sia tenuto traditore». E feciono in pochi giorni quanta gente poterono, e mandarono segretamente a 'pparecchiare el navilo al porto che si chiama Oregiaco, ch'è in mezzo tra la Fiandra e la Francia in sul mare verso Inghilterra. E poi si partí da Maganza, e passò il Reno, e passò per mezzo Fiandra, avendo tutte sua arme e insegne cambiate per non essere conosciuto; e andò con lui Alberigo suo fratello, e menarono ottomila cavalieri, e passarono Avelagna e Alissa; e giunti a Oregiaco, entrarono in mare sagreti e presti. E navicarono pochi giorni, che furono in Inghilterra, e smontarono a certe piagge fuori del porto di notte, e poi cavalcorono verso Antona, e presso ad Antona si posono in agguato in uno grande bosco, dove Brandoria aveva ordinato ad Antonio che gli menasse. E quando furono in agguato, Duodo chiamò Antonio e disse: «Vattene alla cittá, e di' a Brandoria come noi siamo venuti, e ch'ella non ci facci indugiare, che noi potremmo essere scoperti da' paesani del paese ». El messo andò alla città, e giunse all'aprire della porta. E come Brandoria fu levata, n'andò a lei, e ogni cosa le contò, ed ella lo rimandò e disse: «Domattina lo manderò alla caccia; e confortagli che non abbino paura e guardino di non essere scoperti». E Antonio tornò a loro: eglino si stettono segretamente nel bosco ch'era grande, e puosono tre agguati in tre parte del bosco per non fallire.

 Capitolo III.

 Come Brandoria mandò il duca Guido alla selva

a cacciare, perché Duodo l'uccidesse.

La duchessa Brandoria, come ebbe rimandato il messo, subito s'infinse essere di mala voglia, e cominciò a dire ch'era grossa, e ch'ella s'avia di più di passati sentita grossa, immaginando il tempo che il duca era usato con lei; e per questo ella mandò per lo duca Guido, e dissegli: «Io sono grossa, ed ho una grande voglia d'una cacciagione presa di vostra mano». El duca, udendo dire ch'ella era grossa, ridendo allegramente, si proferse d'andare alla selva a pigliarne una, e fece apparecchiare la caccia per l'altra mattina; e come fu giorno, s'armò con trecento cavalieri. Quando la duchessa udì come egli andava armato e in punto, cognoscendo la sua virtù, mandò per lui e disse: «Or veggio che voi non mi amate, dacché voi andate armato per pigliare una vile cacciagione che, essendo voi disarmato, a pena la potrete pigliare, non che andando armato». E seppe tanto dire, che 'l duca si disarmò e fe' ognuno disarmare, e non menò se non cento compagni disarmati. E andò fuori d'Antona alla caccia; e come giunse nella selva, fu ordinata la caccia. Entrando per lo bosco co' segugi, levarono alcuna cacciagione, faccendo romore di corni e di grida e di cani, come è usanza.

Capitolo IV.

Come Duodo di Maganza uccise il duca Guido d'Antona nella selva,

e prese la cittá d'Antona, e Brandoria per moglie.

Andando Guido per la selva, si levò uno cervio. E' cani lo seguivano, e Guido si misse a seguitarlo, e molto si discostò da' compagni, tanto che 'l cervio lo misse nella più folta selva. Alla fine fu preso, e a questo cervio si raccolsono tutti e' cacciatori; e non si avvedevano ch'egli erano nel mezzo di tre agguati, e da tre parti corse loro la gente a dosso. E' miseri cacciatori si davono a fuggire, e tutti furono morti. El duca Guido, rimontato a cavallo, s'avvolse un suo vestimento al braccio, e con la spada in mano si difendeva; e dissono da poi e' cavalieri maganzesi che fece maraviglie della sua persona, che, essendo vecchio e disarmato, alcuno non arebbe creduto ch'egli avesse fatta tanta difesa. Bene è vero che ognuno non lo voleva uccidere per dare l'onore a Duodo o ad Alberigo, e uccisongli il cavallo. Allora giunse Duodo e disse: «O duca traditore, tu mi uccidesti il mio padre, ma il tempo della vendetta è venuto». Guido si gittò in terra ginocchioni, e prese un poco di terra, e comunicossi e raccomandossi a Dio: questo fu il primo dí d'agosto negli anni del nostro Signore Gesù Cristo..... Duodo gli ficcò la lancia per le reni, e conficcollo in terra. El duca aveva già molte ferite sanza quella, ed ancora glie ne fu aggiunte sopra a quelle. E cosí mori il duca Guido con tutti e' suoi compagni alla caccia per l'operazione della iniqua moglie. E però non pensi niuno vecchio ch'una giovane lo deggia amare per atto di matrimonio, né d'amore d'ingenerare, perché la ragione non è nel corpo vecchio, che si possa d'amore riscaldare come nel giovane.

Morto il duca Guido, Duodo con tutta la sua gente n'andò verso Antona, ed entrò nella cittá sanza nessuno romore, perché non si faceva guardia, e andonne al palazzo, e Brandoria lo raccettò come signore. Ma certa gente d'arme conobbono e' Maganzesi, e levarono romore, e cominciossi battaglia; ma quando fu saputo che 'l duca era morto, non feciono più difesa: molti ne fuggirono e molti ne furono morti. E' cittadini, ripieni di paura, posarono l'arme; e Duodo e Alberigo corsono la cittá, e alloggiaronsi per la terra la gente sua; e mandò in Maganza per più gente per pigliare l'altre cittá e per essere più forte; e sposò Brandoria per sua moglie, e fece sé duca d'Antona, come seguita appresso.

Capitolo V.

Come Sinibaldo se ne menava Buovo verso la Rocca a San Simone,

e fu toltogli, e la rocca assediata da Duodo.

Mentre che le sopradette cose si facevono per la cittá d'Antona, Buovo, figliuolo del duca Guido, ch'era in età d'anni undici, sentendo come suo padre era morto, ripieno di paura, non sappiendo che si fare (e udiva come la madre l'aveva fatto morire), aveva paura che ella non facesse uccidere ancora lui; e, come fanciullo, si nascose sotto una mangiatoia nella stalla, e coprissi di paglia. Essendo la novella andata a Sinibaldo alla Rocca a San Simone di questa cosa ch'era intervenuta, fece armare venti suo' compagni, e come Maganzesi si vestirono, e vennono ad Antona cosí sconosciuti, e vidde ogni cosa perduto e andava dimandando certi conoscenti se sapevano niente di Buovo. Essendo entrato nella stalla, e dimandando certi famigli, e Buovo lo sentí, e uscí di sotto la mangiatoia piagnendo. Sinibaldo, perch' e' non fusse conosciuto, lo fece tacere, e fece sellare uno cavallo di Guido, e miselo a cavallo, e uscirono fuori del palazzo per menarlo via. Intervenne che Brandoria era a una finestra del palazzo, e vidde Buovo passare la piazza: e' Maganzesi non lo conoscevano. Allora Brandoria chiamò Duodo, ch'era in su la sala armato, e disse: «O signore, el figliuolo del duca Guido è menato via, e credo che sia Sinibaldo della Rocca quello che lo mena via; e s'egli non è preso, tutta l'Inghilterra si darà a lui, e tu sarai sempre in guerra». Duodo, ch'era ancora armato, con grande romore montò a cavallo, e con molta gente, correndo, seguiva Sinibaldo.

Quando Buovo fu fuori della porta con Sinibaldo, s'afrettarono di cavalcare, ed erano mezzo miglio di lungi, quando Duodo uscì della porta. E spronando e' cavalli loro drieto, Sinibaldo se ne avidde, e fece spronare a Buovo, e passarono il fiume. E giunti di lá dal fiume, e Duodo giunse al fiume gridando. Sinibaldo afrettava Buovo, ma la fortuna non volle che egli campasse, imperò che la strada era sassosa e 'l cavallo di Buovo si sferrò di due piedi, e non potè andare: allora fu sopraggiunto. Sinibaldo cominciò a fare grande difesa co' sua cavalieri, ma tanta gente giugnea, e giunse Duodo, e Sinibaldo cominciò a fuggire verso la Rocca. Allora giunse Duodo, e prese Buovo pelli capelli con la mano stanca, e tenealo in aria sospeso, e trasse la spada per volerlo isbudellare, e diceva: «Io ho morto tuo padre, e tu non sarai cagione, né tua semenza, che mi disfaccia». Ma uno gentile uomo d'arme disse: «O signore, per Dio, non fare tanto vitupero al tuo legnaggio, che sia chiamato crudele, e pensa alla sua madre che t'ha fatto signore. De' modi ci sono assai, e non sarai biasimato, a farlo morire ». Per queste parole Duodo lo gittò in terra e disse: «Pigliatelo e menatelo alla duchessa Brandoria, che lo faccia bene guardare tanto che io torno». E poi n'andò alla Rocca a San Simone, e assediólla minacciando di disfarla; ma ella era forte di luogo, forte di torre e di mura, forte di gente e d'arme, e sempre era fornita per quattro anni di vettuvaglia. Facevansi beffe di lui: nondimeno vi pose il campo.

E Buovo fu menato alla sua madre, che lo misse in prigione in una forte camera, donde non si potesse fuggire, e teneva le chiave nella sua camera, acciò che persona non gli aprissi; e perché Duodo non veniva alla cittá la sera, Brandoria molto si lamentò come iniqua, lussoriosa e crudele.

Capitolo VI.

D'uno sogno che fe' Duodo, per lo quale voleva che Buovo fosse morto;

e come Brandoria lo volse attossicare, e una cameriera lo fe' fuggire di prigione.

Passato due giorni che Buovo era tenuto dalla sua madre in prigione, la notte sognò Duodo di Maganza, essendo a campo alla Rocca a San Simone, che gli pareva essere a una caccia, e pigliò molte fiere, tra le quali pigliava uno lioncello piccolo, e pareva che gli fuggissi, e poi si rivolgeva a Duodo e uccidevalo. Allora Duodo si destò e levossi, e chiamò Alberigo e alcuno altro, e disse questo che aveva sognato. Uno, più antico di loro, disse: «Per mia fe', tu hai poco senno a allevarti la serpe in seno. Tu hai in prigione Buovo, e tutte queste cittá amano più lui che te; e s'egli scampa, ancora ti farà morire; e questo è il lioncello che la fortuna t'ha dimostrato». Duodo mandò ad Antona cento armati a dire a Brandoria che gli mandasse Buovo; ma ella disse loro che ella lo farebbe morire la mattina. E fece fare una piccola torta e uno pane fresco, e ogni cosa avvelenato, e uno beveraggio avvelenato, acciò che di quello, di quale prima pigliasse, morisse; e chiamò una sua segreta cameriera, e dielle le chiave della camera dove era Buovo, e dissele: « Va' e porta questa vivanda a Buovo, che mangi». La cameriera sapeva tutto il fatto, e giunta a Buovo, disse: «Te', figliuolo; mangia l'ultimo boccone; questo ti manda la tua madre». Buovo era molto intendente e di buono intelletto, e udì dire «l'ultimo boccone»; pregò la cameriera che gli chiarisse questo fatto, ed ella ogni cosa gli disse. Buovo cominciò a piagnere, e diceva: «O crudele madre mia, voi m'avete morto il padre mio, e ora volete uccidere me, che mi portasti nove mesi nel ventre! O buona cameriera, vengati piatá di me più che non a mia madre!». Per queste parole la cameriera piangeva, e «O figliuolo mio, io non ti posso atare, salvo che, quando la tua madre arà mangiato e andrà a dormire, io ti lascierò testé tutti gli usci aperti: imbrattati tutto il viso e le calze, e volgi il tuo vestire, e procaccia di campare, se tu puoi». Allora Buovo se le inginocchiò, ed ella si cavò di borsa certi danari, e dieglieli per comperarsi del pane, quando fusse di fuori. E tornata a Brandoria, disse: «Io gliel'ho portato». E quando madonna vacca ebbe mangiato, disse: «Io voglio andare a dormire, e poi farò sopellire Buovo».

In questo mezzo ch'ella dormiva, e Buovo, ammaestrato dalla cameriera, uscí della camera, e aveva fregate le mani alle mura e per lo viso, ed era tutto imbrattato, e cosí le calze, e aveva volto il vestimento a rovescio, e pareva uno cotale pazzerone. E uscí del palazzo, e trovato uno che vendeva del pane, ne comperò tre, e uscí fuora d'Antona, e per le selve si misse a camminare, e andonne verso Brisco, ma non andò alla terra, e passò via. E per più di dieci giorni andò come bestia per boschi e per selve, tanto ch'egli arrivò a una punta dell'isola d'Inghilterra, c'ha nome el porto Amusafol in su una montagna di terreno rilevato, e aveva tutti e' panni stracciati per le spine, e aveva mangiato più frutte che pane, ed era in su la riva del mare Bruttanio Oziano. 

La madre, poi ch'ebbe dormito, chiamò la cameriera e disse: «Andiamo a vedere Buovo». Ma la cameriera v'era andata prima di lei, ed aveva serrati tutti gli usci, e sapeva bene ch'egli non v'era. Giunte alla camera, non ve lo trovarono. Disse la duchessa: «Tu l'hai fatto campare»; ma ella diceva: «Io serrai gli usci; ma io temo che altri non gli abbi aperto». Alla fine, per paura di Duodo, diliberarono di dire ch'egli era morto e sotterrato; e levarono un poco della torta e del pane, e di quello si fe' pruova, e trovossi essere avvele nato. Non si cercò più avante, e sparsesi la boce ch'egli era morto di veleno che la madre gli aveva dato. E Duodo si levò poi da campo egli, ma sempre vi tenne gente e bastie intorno alla Rocca a San Simone, faccendo loro gran guerra; e regnava la signoria d'Antona, ed ebbe di Brandoria uno figliuolo il primo anno, chiamato Gailone.

Capitolo VII.

Come Buovo montò in su una nave di levante,

e verso levante fu portato come piacque a Dio.

Buovo, essendo in su la punta d'Amusafol e non avendo che mangiare, molto si doleva della sua fortuna e della sua madre, e pregava Iddio che lo aiutasse; e stettevi una notte. E la mattina vidde apparire una nave che veniva di verso Irlanda, e andava verso Spagna. Buovo si cavò la camicia, e tolse un pezzo di legno, e apiccovvela suso, e faceva segno, come aveva già udito dire. E quelli della nave conoscevano che quella punta era dubitosa per le navi; e quando viddono il cenno, dissono: «Qualche nave avrà rotto a questi giorni a Amusafol»; e comandarono che 'l battello fosse in punto, e, calate le vele, gittarono l'ancore, e mandarono il battello con quattro remi a terra; e trovato Buovo, lo portarono alla nave. Quivi erano mercatanti di lontane parti, e uno disse: «Dimmi, dolze figliuolo, donde se' tu? E come hai tu nome? E a che modo venisti alla riva del mare?». Disse Buovo: «Perdonatemi, che io ho sí grande la fame, che io moro di fame ». E quelli mercatanti gli feciono dare da mangiare e da bere; e poi ch'egli ebbe mangiato, disse: «Nobili mercatanti, ora potrò io parlare e dire quello che voi m'addimandate. Sappiate che 'l mio padre fu prestiniero, cioè molinaro, e la mia madre lavava panni a prezzo, e 'nnamorossi d'uno, che uccise mio padre a tradimento; e uno soldato me ne voleva menare, e diemmi questi panni; e quello che si tiene mia madre, mi prese e rimenommi a mia madre. Ella mi volle atossicare, e io me ne sono fuggito alla riva del mare, e sono in questa vostra nave, e voglio essere vostro servo di tutti voi, e 'l mio nome si è Agostino. Ora v'ho io detto tutto mio essere ». E' mercatanti lo vestirono di belli panni secondo giovinetto e sergente. Disse uno de' mercatanti, essendo a tavola, e Buovo serviva molto bene: «Chi ti insegnò servire?». Rispose: «Certi gentili uomini che stavano presso al mulino, e io usava in casa loro». Disse uno de' mercatanti: «Io non ti credo, che tu somigli essere figliuolo di gentile uomo e di gran donna e gentile ». E per questo ognuno de' mercatanti lo voleva per servo, e vennono a questione; ma Buovo disse: «Signori, io credo ch'io nacqui in mal punto. Mia madre mi volse atossicare; mio padre mi fu morto, e voi per me vi volete uccidere! Io vi servirò tutti, e voglio essere famiglio di tutti voi». E pacificògli; e ognuno si maravigliava del suo pronto e bello parlare. E andarono questi mercatanti a' porti di Spagna, e poi a' porti di Marocco nel mare di fuori dalla terra; e poi entrarono allo stretto di Gibiltauro, e cercarono tutti e' mercati d'Africa e d'Egitto e di Baruti e di tutta Soria, e poi furono in Cipri, e indi entrarono nel mare di Setalia, e viddono Erminia minore, e in questa Erminia vollono andare, perché certi di loro erano di quello paese, e perché ha una cittá che si chiama Ermenias a' confini di Ciucia presso al regno Feminoro, onde furono l'Amanzone anticamente. Buovo gli vidde rallegrare, e domandogli: «Quanto siamo noi di lungi a quello paese, donde voi mi levasti?». Disse uno de' mercatanti: « E' ci è in mezzo mezzo il mondo». Disse Buovo: «Lodato sia Iddio, ch'io sono fuora delle mani de' miei nimici!». E cosí giunsono al porto della cittá d'Ermenias, e Buovo vidde tanta gente in terra e tanti padiglioni che coprivano tutta la riva del mare. Domandò che voleva dire quello. Fugli detto: «Questa è una fiera di mercatanti che dura uno mese, e fassi de' due anni l'uno, e per questa fiera vegniamo noi per vendere e per barattare nostre mercatantie».

Capitolo VIII.

Come Buovo fu venduto per ischiavo al re Erminione d'Erminia,

e col re entrò nella cittá detta Ermenias.

Nel porto d'Ermenias entrò la nave co' mercatanti ; e smontati a terra, tesono il padiglione e cavarono di nave loro mercatantia, e comandarono ad Agostino (che cosí si faceva chiamare Buovo per non essere conosciuto) ch'egli stesse a guardare la mercatantia; ed egli cosí faceva. E quando e' mercatanti lo lasciarono, dissono ch'egli vendessi de' panni e dell'altre cose; e Buovo diceva tra sé: «Maladetta sia mia madre che in mal'ora m'ingenerò e partorì, che sono figliuolo di duca e di reina, e sono condotto a vendere merzerie! Volessi Iddio che questi mercanti m'avessino dato commiato! Che io m'acconcerei a stare con qualche signore, e 'mparerei a fare fatti d'arme; ma io sono condotto a vendere panni; e se alcuno me ne domanda, io gliene darò, acciò che eglino non mi lascino più a fare mercatantia». In questa mattina lo re Erminione venne fuori della cittá con molta cavalleria armata, e andava vedendo la fiera com'era magna e bella; e andando, capitò a questo padiglione dov'era Bovo, e vedendo si magno padiglione, si fermò a vedere, perché era bene fornito di mercatantia, e la sua gente facevano cerchio intorno al padiglione. Buovo cominciò a dire che stessino a drieto, ed eglino si facevano beffe di lui: per questo Buovo s'inginocchiò a' piedi del cavallo del re con tanta gentilezza di riverenza, che il re lo guatò. Buovo cominciò a dire: «Santa Corona, io vi priego per la vostra nobiltà che voi facciate comandare a questa gente che stieno a drieto, che non mi guastino la mercatantia, che io arei romore da' miei signori mercatanti». El re non lo intendeva, ma uno interpido, ch'era con lui, gli disse ridendo propio le parole che Buovo diceva. Allora lo domandò il re per bocca dello interpido donde egli era, e s'egli era cristiano, e per che modo era venuto in questo paese. Lo re Erminione non lo domandò se non per l'atto gentilesco che vidde in lui. Disse Buovo: «Santa Corona, poiché v' è di piacere ch'io vi dica di mia condizione, io ve lo dirò. Sappiate che mio padre fu prestiniero, cioè molinaro, e mia madre lavava i panni a prezzo; ed ella innamorò d'uno altro uomo più giovane che mio padre, e fece uccidere mio padre, e tolse quell'altro per marito, e poi mi voleva avvelenare. E io mi fuggi', e questi mercatanti mi tolsono in nave, e sono stato con loro sei mesi, e hogli serviti, sí che io posso dire ch'io abbi quaranta signori; e volentieri starei con qualche gentile uomo. Io so bene servire di coltello, e so conciare uno cavallo, perché io conciavo il cavallo del mulino». E mentre che Buovo diceva queste parole, el re faceva gran risa co' suoi baroni per lo bello aspetto del fanciullo, e domandò come egli aveva nome. Rispose Buovo: «Io sono chiamato Agostino, e sono cristiano battezzato». Disse il re verso alcuno barone: «Per certo costui debbe essere figliuolo di qualche grande e gentile uomo, e non vuole essere conosciuto». E mentre che queste parole erano, per avventura tornarono la maggiore parte de' mercatanti. El re disse; «O Agostino, vuoi tu venire a stare con meco? E non starai a vendere merzeria!». « er mia fe'», disse Agostino, « sí, ma non sanza parola de' miei signori mercatanti, che io ci sto assai malvolentieri». Allora il re disse a uno suo spenditore che lo comperassi; e partissi, e andò vedendo la fiera. Lo spenditore non fu d'accordo co' mercanti, e ritrovato il re, glielo disse; e 'l re, cercando per la fiera, ch'era grande, e ritornato a questo padiglione, fece domandare e' mercatanti, e fu d'accordo con loro, e comprò Buovo dieci cotanti che non si vendeva uno schiavo, e fesselo montare in groppa, e tornossi drento alla cittá. Quando smontò, Agostino saltò in sella e menò il cavallo del re alla stalla; e fu ordinato quello che gli faceva bisogno con gli altri paggetti del re; e cavalcava molto bene. E ogni volta che 'l re mangiava, mandava per Agostino, perché si pigliava piacere d'udirlo parlare, perché parlava tanto spertamente. E stette a questo modo cinque anni, e già sapeva la lingua come s'egli fosse nato in quello paese propio, ed era fatto uno bello giovinetto, e, secondo famiglio, andava meglio vestito che gli altri famigli.

Capitolo IX.

 Come Buovo domò il cavallo, che fu chiamato Rondelle

Lo re Erminione aveva uno cavallo incatenato, il quale era il cavallo più bello del mondo, e avevalo tenuto sette anni rinchiuso e incatenato, perché nessuno non lo poteva domare, e molte volte l'aveva voluto fare domare, e mai non trovò nessuno tanto ardito, che gli bastasse la vista a domarlo. Essendo Buovo in questa corte, andò un dí el re Erminione a vedere questo cavallo, e Buovo v'andò a vedere; e udì dire al re: «Io farei gran doni a chi lo domassi e cavalcasse». Disse Buovo a quello: «Or fuss'egli mio, che io lo domerei e sellerei e cavalcherei!». Lo re lo 'ntese e disse: «O Agostino, per mia fe', se tu lo domi, che io ti farò grande bene, e caverotti di conciare cavalli alla stalla, e solo questo arai a governare». Allora Buovo si spogliò in giubberello, e prese uno bastone in mano, e andò verso il cavallo; e quando gli fu presso, il cavallo si rizzò in pie'; e Buovo gli misse un grido a dosso, e 'l cavallo si volle lanciare a dosso a Buovo, perché aveva la catena al collo lunga; e Buovo gli diede una grande bastonata, e gittòglisi a' crini del ciuffetto, e diegli uno pugno nell'orecchio manco, tale che 'l cavallo fu per cadere. Buovo prese la catena, e spiccolla dalla mangiatoia, e menollo a mano in su la piazza, e fecelo ferrare, e missegli la sella e la briglia, e montovvi suso. E quando volle che si movessi, el cavallo fece tre lanci, ma Buovo aveva una grossa mazza, e toccollo per la groppa e pe' fianchi, e 'l cavallo cominciò a tremare, e andava come Buovo voleva. E in otto giorni lo domò, e corse, e faceva ciò che Buovo voleva; e tanto venne vantaggiato, che al suo tempo non si trovò il più vantaggiato cavallo; e non si voleva lasciare cavalcare a niuna altra persona che a Buovo; e tanto era avezzo con lui, che, come Buovo parlava, il cavallo l'ubidiva, intanto che molti ignoranti dissono ch'egli era uno spirito ch'era entrato in quello corpo di quello cavallo. E' governava solamente quello, e vinceva a correre tutti gli altri cavalli; e per quello gli posono nome Rondello, dicendo ch'egli pareva una rondine che volasse, quando correva.

Capitolo X.

Come Buovo e Drusiana s'innamororono l'uno dell'altro.

Poi che Buovo ebbe domato Rondello, lo re Erminione gli pose maggiore amore, e fecelo servidore di coltello alla sua tavola; e Buovo serviva meglio che altro famiglio e più gentilemente, e per questo tagliava dinanzi al re Erminione. E cominciò a vestire gentilemente, ed era di tanta bellezza, che uno giorno, essendo venuta una figliuola del re dinanzi al suo padre in sulla sala dove mangiava il re, e sonando una arpa, vidde Buovo dinanzi al suo padre servire tanto gentile e pellegrino, che nessuno altro non si assomigliava a lui: questa, percossa da ardente amore, lo cominciò amare. Ella aveva nome Drusiana; e ficcando la veduta nella faccia di Buovo, gli occhi si scontrarono insieme, e amendue, trafitti d'amore, abassarono gli occhi, e l'uno e l'altro mutò colore nel viso per modo, che l'uno conobbe l'altro essere di lui innamorato; ma Buovo, percosso dalla vergogna e dalla temenza, tenne sempre più celato il suo amore a Drusiana, ch'ella non lo tenne a lui. E tornata alla sua camera e presa di questo ardente amore, viveva sospirando, pensando e immaginando la notte e 'l dí a' legami in che ella era avviluppata, e come potesse fare cosa che gli piacesse. El terzo giorno ella mandò per Buovo; ma egli, temendo, non v'andò, e Drusiana non si adirò per non gli dispiacere; ma ella imaginò di fare una festa con certe donne, e invitò dieci donne delle maggiori della cittá, ch'andassino una mattina a desinare con lei e ch'elle menassino due o tre giovinette per una. E fattole invitare, fece ogni cosa ordinare, salvo che servidori che tagliassino loro inanzi. E venuta la mattina l'ora del desinare, el siniscalco di sala le disse: «Madonna Drusiana, voi non avete donzelli che taglino dinanzi ». Ed ella fece tanto indugiare el desinare, che 'l re Erminione era posto a tavola, e poi si mosse con tre damigelle, ella sonando e le tre damigelle ballando; e con tre donne antiche venne dinanzi al padre, dove fu grande allegrezza della sua venuta. Poi ch'ebbono un poco ballato, ed ella ridendo s'inginocchiò e dimandò al padre dodici che tagliassino inanzi alle donne che ella aveva invitate. El primo, a cui fu comandato, fu Agostino, e disse il re: «O Agostino, va', servi di anzi a Drusiana del coltello». Agostino tutto vergognoso convenne ubidire, e andò alla stanza di Drusiana, e dinanzi da lei fu ordinato che egli tagliasse. E mentre che 'l mangiare s'ordinava e le damigelle ballavano, Drusiana prese Buovo per la mano, e convenne ballare. Poi ch'ebbono dato due volte per la sala, e Drusiana lo tirò da uno canto della sala, e disse: «Come hai tu nome?». Rispuose, essendo in ginocchiato: «Madonna, io sono chiamato Agostino». «O come venisti in questo paese? Onde se' tu? E di che gente se' tu e di che nazione?». Rispose: «Madonna, mio padre fu prestinaio, cioè mulinaro, e mia madre lavava i panni a prezzo; e sono di ponente, d'una valle che si chiama Pizzania. E mia madre innamorò d'uno giovane, perché mio padre era vecchio; e seppe tanto fare, che quello giovane uccise mio padre. Poi che mio padre fu morto, ella tolse per marito quello giovane, e cercò d'avvelenarmi, e io me ne fuggì' al mare; e una nave di mercatanti passava, e io feci cenno, e fui messo nella nave, e stetti sei mesi a servire quegli mercatanti. E giugnendo in questa terra, ora fa cinque anni o poco più, mi venderono al vostro padre, e cosí sono in casa vostra per ischiavo». E mentre ch'egli diceva queste parole, egli piagneva; e Drusiana piagneva con lui insieme; e per confortarlo disse: «Se tu mi ubidirai, io ti liberrò e farotti franco». Buovo si proferse dicendo: «Madonna, io sono apparecchiato a fare ogni cosa che vi sia di piacere e d'onore di voi e di vostro padre per insino alla morte». Ella lo domandò: «Quanto tempo hai tu?». Rispose: «Madonna, io ho sedici anni». Ed ella rispose: «E io sono ne' quattordici»; ed era tanto bella, che niuna a lei si pareggiava. E le donne dissono: «Andiamo a mangiare». E l'acqua fu data alle mani: Buovo die' l'acqua a Drusiana, ed ella gli gittò un pugno d'acqua nel viso, e Buovo si vergognò e chinossi; e disse Drusiana: «Per certo che tu se' bene figliuolo d'uno prestiniero, quando una damigella ti gitta l'acqua nel viso, a non gli gittare nel viso quanta acqua avevi nel bacino!». Le donne se ne risono, ed ella si pose a mangiare.

 Capitolo XI.

Come Drusiana baciò Buovo sotto la tavola, e menollo in camera,

e egli si fuggì da lei, e non tornò da lei per paura.

Posta Drusiana a mangiare, e cosí tutte l'altre donne, Drusiana sempre aveva l'occhio nel viso di Buovo; ed era tanto accesa dell'amore suo, ch'ella non poteva mangiare, e pensava com'ella potesse dare posa alle ardenti fiamme d'amore; e quanto più pensava e più guatava Buovo, più s'accendeva. Ella pensava in che modo ella lo potesse pure baciare; e pensando, le venne uno avviso, che le tovaglie della tavola aggiugnevano insino in terra da ogni lato, perché era più onestá delle donne a non essere vedute di sotto la tavola. Ella si lasciò cadere il coltellino, e poi si chinava, e fece vista di non lo potere aggiugnere, e disse: «Agostino, ricoglimi quello coltellino». Buovo si chinò; e come fu sotto la tavola, ed ella disse: «Vello qui!», e preselo pe' capelli e per lo mento, e baciollo, e prese il coltellino, e rizzossi. E Buovo uscí di sotto la tavola tutto cambiato di colore per vergogna; e Drusiana, tutta accesa d'amore, similemente era tutta cambiata nel viso, ond'ella sospirò e disse: «Donne, perdonatemi, che io mi sento tutta cambiata». Alcuna donna disse: «Voi dite il vero, che voi lo dimostrate al viso». E volevano andare con lei, ed ella comandò ch'elle sedessino, e disse: «Agostino, vieni meco tu»; e chiamò una sua segretaria damigella e menolla seco, e menò seco Buovo, e andossene nella sua camera. E giunta in camera, disse alla damigella: «Apparecchia qui una tavoletta, che io voglio mangiare qui». E la damigella andò nella guardacamera per la tavoletta, e Drusiana si gittò al collo a Buovo, e disse: «O Agostino, io amo più te che cosa di questo mondo; e se tu farai quello che io ti dirò, tu sarai bene amato». Disse Agostino: «Madonna, io non sono degno d'essere amato da una tanto gentile damigella, quanto siete voi, essendo io di bassa condizione; nondimeno d'ogni cosa ch'io vi potrò servire, io sono apparecchiato, faccendo l'onore vostro e del vostro padre che mi comperò». Ella lo baciò, e Buovo tremava di paura di non essere veduto. Intanto la damigella tornò in camera, e Drusiana lo lasciò; ed egli uscí fuori di camera, e tornossi alla sala dov'era il re, e andò a mangiare con gli altri sergenti del re; e Drusiana rimase addolorata. E molte volte mandava per lui, ed egli non vi volle mai andare; e stette poi più che passato l'anno, che mai non andò da lei, e nondimeno ogni giorno andava a sollazzo a cavallo due o tre volte, passando a pie' delle finestre di Drusiana, tanto ch'ella lo vedeva, e sempre più s'accendeva l'amore; e 'l più delle volte Buovo cavalcava Rondello, quando con la sella, e quando sanza sella; e cosí innamorati istavono e' due amanti, cioè Buovo, detto Agostino, e Drusiana.

Capitolo XII.

Come lo re Erminione fece bandire uno torniamento per maritare Drusiana,

e molti signori vi venne, tra' quali fu il re Marcabruno

di Polonia di Romania, ch' è in sul mare Maore.

Aveva Drusiana compiuti anni quattordici, e Buovo aveva compiuti anni diciassette, quando lo re Erminione, padre di Drusiana, pensò di volerla maritare. E ordinò uno ricco torniamento, e mandò il bando per bocca di suoi banditori, che chi vincesse il torniamento avesse la sua figliuola per moglie, sí veramente che al torniamento non potesse venire nessuno che non fosse cristiano. Onde molti signori d'Erminia magna e d'Erminia minore vennono a questo torniamento; e vennevi molti greci signori, tra' quali vi venne lo re Marcabruno di Polonia, la quale cittá è posta in sul mare Maore, e signoreggia insino al fiume del Danubio e in Romania di lá da Gostantinopoli verso il Danubio. Questo re Marcabruno venne per mare, e venne per lo stretto d'Alisponto con grande naviglio, e passò per l'Arcipelago; e poi costeggiò Penelopens e l'isola di Cipri, e giunse al porto d' Erminia con dieci nave cariche di cavalieri. Lo re Erminione gli fece grande onore; e venuto il dí del torniamento, fu fatto uno grande palancato in su la piazza, dove si dovea giostrare, con lance a roccetti, e Drusiana dovea stare a uno balcone del palazzo con molte dame in compagnia. In quella mattina Buovo, vedendo ordinato il desinare in sulla mastra sala del palazzo, temè di non avere a servire dinanzi a Drusiana, e tolse Rondello, e, sellatolo, tolse una falcetta da segare erba, e andò con gli altri saccomanni per fare dell'erba a Rondello di fuori della cittá, e furono più di dugento saccomanni insieme con Buovo.

Capitolo XIII.

Come tornando Buovo con l'erba, trovò la giostra cominciata, e con la

ghirlanda del fieno e con la pertica dell'accia vinse la giostra.

Fatta e' saccomanni l'erba, ognuno caricò il suo cavallo, e Buovo con grande piacere stava a vedere; e quando ognuno ebbe carica la sua soma, e Buovo caricò la sua. Erano, dov'era Buovo, dodici some cariche, e l'altre erano in diversi luoghi per lo paese, ma tutti si ragunarono intorno a lui, perché egli era il più onorato di tutti loro, perché serviva dinanzi al re; e Buovo tolse una brancata d'erba lunga, e fecesi una ghirlanda d'erba; e caricata la soma ch'erano due fasci e 'l fastello, ed egli montò sopra la soma, e tornavano verso la città, e Buovo diceva una canzona, e gli altri rispondevano. Ed erano sí grande le grida, che ognuno correva a vederli; e passarono per la piazza, e furono molto più guatati loro che la giostra de' cavalieri; e come Buovo giunse in piazza, l'animo gli crebbe di volontà di giostrare. E come le some furono scaricate, e Buovo disse a parecchi di quelli famigli: «Se io avessi arme, io giosterrei. Ma io viddi in piazza molti famigli che avevano elmi e scudi; io andrò a torre loro uno scudo e uno elmo ». E venne in piazza, e trovato uno famiglio che aveva uno scudo e uno elmo, gliele domandò in prestanza, ma egli gli disse villania. Buovo l'abracciò, e tolsegli l'elmo e lo scudo, e tornò alla stalla; e molti famigli della stalla montarono con lui in su certi ronzini, e correvano per andare in piazza, più per sollazzo che con credenza che Agostino giostrasse. Ed egli non aveva lancia: e andando per la strada, vidde sopra a uno uscio una pertica grossa, carica d'accia, che s'era posta a 'sciugare. Buovo prese quella pertica, e tutta l'accia scosse in terra, ed ebbe un grande romore di femmine drieto, e con quella pertica entrò in campo, e aveva drieto più di sessanta saccomanni. Tutta la gente gridava per lo suo sollazzo; e 'l primo colpo ch'egli fece, abatté el conte di Monsembiar, el quale molto era grande amico del re Marcabruno. Per questo lo re Marcabruno, come Buovo si volse, gli venne a dosso correndo a tutta briglia. Buovo non lo schifò, e diedonsi due gran colpi: lo re spezzò la lancia in su lo scudo a Buovo; ma egli diede per modo al re, che l'abatté d'arcione. Era una usanza in questi reami che 'n ogni torniamento chi era abattuto per festa di matrimonio, perdeva l'arme.

Allora gridò Buovo: «Disarmate questi due abattuti!». El conte di Monsembiar fu disarmato, e 'l re Marcabruno non si volle disarmare, ma egli montò a cavallo e tornossi al l'abergo. Dell'arme del conte di Monsembiar fu armato Buovo, e fugli posta la ghirlanda dell'erba, ch'egli aveva fatta alla campagna, in sull'elmo; e abatté il dí sessanta cavalieri, e tutti gli faceva disarmare, e donava l'arme a quelli saccomanni; e chi n'aveva un pezzo e chi un altro, ed aveva drieto dugento famigli di stalla o più. Drusiana si struggeva d'allegrezza vedendo le prodezze d'Agostino. In questo mezzo lo re Marcabruno tornò armato e meglio a cavallo, e Buovo l'abatté un'altra volta, e per forza fu disarmato e perdé

l'arme. Per questo tornò a drieto all'abergo, e riarmossi, e comandò a' sua famigli e sottoposti che s'armassino, e disse: «Se quello ribaldo m'abatte più, tagliatelo tutto con le spade». Per avventura vi si abatté due famigli della corte del re Erminione, e andarono a dire queste cose a Drusiana; ed ella fe' che suo padre comandò che, come lo re Marcabruno giugnesse in piazza, si sonasse a torniamento finito: e cosí fu fatto. Allora Buovo si tornò alla stalla a disarmare con gli altri famigli, e diedono l'erba a'cavalli; e Drusiana mandò per lui, ed egli non volle andare, ed ella, come disperata, v'andò in persona.

Capitolo XIV.

Come Drusiana, vinta dall'amore, andò per Buovo in persona

insino alla stalla, finita che fu la giostra, con certe damigelle.

Vinto Agostino la giostra del torniamento e tornato alla stalla, Drusiana mandò per lui, ed egli non vi volle andare. Ella, vinta più dallo ardente amore che dalla paura o dalla vergogna, si mosse come disperata, e andò con una donna e con una damigella insino alla stalla; e benché ella per vedere e' cavalli alcuna volta con più compagnia vi fosse venuta, questa volta non parve onestá di donzella. Ma chi è colui che si possa da questo cieco amore difendere? E giunta Drusiana alla stalla, e trovato Buovo, cominciò a dire: «O Agostino, ben ti dei gloriare, quando per mia messaggi non vuoi venire a me, che io venga per te. Egli è di bisogno che tu venga a servirmi del coltello; e sappi che non è barone in Erminia, che, se io mandassi per lui, che presto non venisse a me». Buovo rispuose e disse: «Madonna, tornate a vostra camera, che non vi sarebbe onore che 'l figliuolo d'uno prestiniero vi tagliassi dinanzi. Togliete uno più gentile servo di me, però che io sono uno villano, e sono servo di vostro padre, comprato per denari». Ella lo prese per la mano, e andando in giù e in su per la stalla, ad ogni parola Agostino s'inchinava, e Drusiana sospirava. Aveva Buovo la ghirlanda dell'erba in capo, ed ella gliele addimandò. Disse Agostino: «Questa ghirlanda non si fa per voi, però ch'ell'è da saccomanni». Alla fine se la cavò, e posela in su una banchetta, e disse: «Se voi la volete, sí ve la togliete». Drusiana voleva che egli gliela ponesse in capo, e di questo lo pregava; e pure temendo per vergogna, lasciò che non gliela volle porre in capo né in mano a Drusiana, ed ella lasciava per vergogna di gittargli le braccia al collo e di basciarlo; alla fine ella prese la ghirlanda e posesela in capo, e tornò sospirando alla sua camera, e dí e notte non aveva altro in cuore. Lo re Marcabruno e gli altri baroni furono dinanzi al re Erminione, e cominciossi a parlare per la maggior parte che Drusiana si desse per moglie al re Marcabruno di Polonia. Ma in questo ragionamento si stette certi dí dal sí al no. In questo mezzo nacque altra faccenda.

 Capitolo XV.

Come Lucafero di Buldras andò a campo a torno al re d'Erminia per torre

Drusiana per moglie, e come il re Erminione fu preso, e con lui il re Marcabruno.

La fama di Drusiana era sparta per lo mondo, e venne agli orecchi del re di Buldras. Egli aveva uno figliuolo, ch'aveva nome Lucafero, ed era molto franco uomo di sua persona, e anche si teneva da più che non era, ed era molto grande oltre alla ragionevole statura. Questo Lucafero aveva molte volte udito lodare Drusiana per la più bella damigella del mondo al suo tempo; per questo Lucafero n'era innamorato, ed ora udiva dire come ella si voleva maritare. Domandò al suo padre licenza d'andare in Erminia, e 'l padre gli armò grande quantità di cavalieri saraini, e venne in Bussina, e andò cercando e' migliori e più franchi saraini e turchi che egli potè trovare. E tornato a Buldras, passò in Ischiavonia, e nel mare Adriano fece entrare il figliuolo in mare con cinquantamila saraini, e navicarono verso levante molte giornate, tanto che giunse nel mare di Setalia tra l'isola di Cipri e l' Erminia minore, ed entrò nel porto d'Almonias il terzo dí, poi che fu finito il torniamento. Ed era per darsi Drusiana al re Marcabruno, perché il re non la voleva dare a Buovo, perché diceva essere figliuolo d'uno prestiniero, ed era servo comperato del re.

Giunse Lucafero; e posto campo con gran romore, el re Erminione s'armò con molta gente, e con lui s'armò il re Marcabruno, e providdono alla guardia della cittá. E Lucafero mandò ambasciadori drento alla cittá a domandare Drusiana: fugli risposto che non la voleva dare a saraini. Gli ambasciadori lo sfidarono, e annunziarono per parte di Lucafero di dargli morte e di disfare la cittá a fuoco e fiamma; e Drusiana minacciarono di farla vivere con vituperoso modo per le terre de' saraini. Lo re Erminione rispose e disse: «Noi non abbiamo paura di saraini, e domattina gliele mostreremo». E tornati gli ambasciadori a Lucafero, gliele dissono, ed egli se ne rise. L'altra mattina lo re Erminione s'armò e montò a cavallo, e con lui s'armò lo re Marcabruno con la gente che aveva, e uscia della cittá con venti mila cristiani. E giunti di fuori, quelli del campo corsono ad arme, e armossi Lucafero con sette re di corona che aveva menato seco; e quando le schiere s'appressarono, Lucafero entrò inanzi alla sua gente con una grossa lancia in mano. E quando il re Marcabruno di Polonia lo vidde, disse al re Erminione: «Quello è Lucafero di Buldras». Subito lo re Erminione si mosse, e arrestò sua lancia verso Lucafero, e dieronsi gran colpi. Lo re Erminione ruppe sua lancia, ma Lucafero l'abatté, e fu menato preso a' padiglioni. E lo re Marcabruno andò contro a Lucafero, e fu abattuto e preso e menato a' padiglioni. La gente di Lucafero assalirono quelli d'Erminia, e grande battaglia si cominciò. Quelli d'Erminia cominciarono a fuggire verso la città per la fierezza di Lucafero.

 Capitolo XVI.

 Come Ugolino, fratello del re Erminione, fu preso, e come Drusiana

armò Agostino, e fello cavalliere, e andò alla battaglia.

Essendo preso lo re Erminione e lo re Marcabruno, la gente cominciarono a fuggire, e nella cittá cominciò gran pianto e paura; e uno fratello del re Erminione, che aveva nome duca Ugolino, uscí della città per rifrancare la loro gente. E come egli entrò nella battaglia, s'aboccò con Lucafero, e fu gittato per terra, e fu preso e menato al padiglione. La gente fu rimessa nella città per forza d'arme; molti ne furono morti e una parte presi. Le porte furono serrate: la cittá era in grande tribolazione e romore e paura e pianto, e sopra a tutti piagneva Drusiana, temendo che la cittá non si perdessi. Buovo, essendo a pie' del palazzo, udì dire che Drusiana piagneva tanto aspramente: l'amore lo fece partefice al dolore; e non curando né temendo alcuna cosa, andò in sul palazzo dove ella piangeva, e giunto alla sua camera, la trovò piangere con molte donne. Come ella il vidde, sí gli gittò al collo e abracciollo dicendo: «Omè, Agostino, come faremo? ch'è preso il mio padre e 'l tuo signore, e con lui è preso lo re Marcabruno, e ora è ancora preso el duca Ugolino, mio zio». Disse Agostino: «Madonna, non avere paura; che io mi sento di tanta virtù e possanza che, se voi mi fate armare di buone arme e fatemi cavaliere, io andrò alla battaglia; e l'animo mi dice di riacquistare vostro padre e gli altri che sono presi; imperò che l'arme che io acquistai in sul torniamento non sono sofficienti a sí grande pericolo, quant'è questa battaglia». Drusiana lo menò nella sua camera, e arrecògli una buona armadura; e Buovo s'armò, e quando fu armato, saltava e faceva pruova dell'arme, e tutte si rompevano; e 'l bacinetto vi diede suso col pome della spada, e ruppelo, e disse: «Madonna, queste non sono buone arme per me». Disse Drusiana: «Io non ho arme che siano migliore, ma delle piggiore n'ho io assai ». E poi le venne alla mente e disse: «Io ho bene una armadura che fu dell'avolo mio, e arrecolla da Roma, secondo ch'io honne udito dire da mio padre; ma elle sono rugginose e antiche». Buovo le fece arrecare, e fecene grande pruova, e trovolle forte e sofficiente; onde egli disse: «Madonna, queste sono buone per me» ; e armossi, e Drusiana l'aiutava a 'rmare. E quando fu armato, e Drusiana lo fe' cavaliere, e donògli una spada che fu anticamente di messere Lancilotto del Lago, e certi cavalieri inghilesi fuggiti d'Inghilterra la portarono in questo paese. E quando l'ebbe fatto cavaliere, sí gli gittò al collo e baciollo, e lagrimando disse: «O messere Agostino, io vi raccomando il padre mio, e, imprima che voi andiate, voglio una grazia da voi». Disse Agostino: «Madonna, insino alla morte sono disposto di servire la vostra persona». Ella gli domandò ch'egli la dovesse sposare; e allora si tirarono da parte, e amenduni si giurarono fede l'una all'altro: egli la sposò con uno anello d'oro che ella gli diede. Disse Drusiana: «Ora mi conviene avere più pensiero di voi ch'io non avevo imprima; e a voi, messere Agostino, conviene avere più pensiero di me». Disse Buovo: «Madonna, da poi che siete mia sposa, io mi voglio palesare a voi. Sappiate che io non ho nome Agostino, ma io ho nome Buovo d'Antona, e fui figliuolo del duca Guido d'Antona, e sono del sangue di Gostantino imperadore ». Udito Drusiana questo, fu la più contenta donna del mondo. Ella si cavò un altro anello di borsa, fatto propiamente come quello con che l'aveva sposata, e misselo in dito a Buovo, e disse: «Questo sia sposamento di perfetto amore: voi terrete l'uno anello, e io terrò l'altro, mentre che noi viveremo in questo mondo». E fatto questo, si misse l'elmo in testa e andò alla stalla, e montò in su Rondello; e Drusiana gli diede lo scudo e la lancia, e dissegli: «Va', che Iddio ti dia vettoria!». Buovo venne alla porta, e trovò tutti e' cavalieri fuggiti della battaglia. Allora egli tolse mille cavalieri scelti, e uscí della cittá, e venne verso il campo de' nimici con uno stendardo spiegato. E' saraini si faceano grande maraviglia, e dicevano: «Chi potrà essere questo che ha tanto ardire di tornare al campo, essendo tutta l'altra gente vinta e messa in fuga, e i loro signori imprigionati?». E levossi tutta l'oste a romore.

Capitolo XVII.

Come Buovo uccise Lucafero di Buldras,

e cavò il re Erminione di prigione e gli altri ch'erano presi.

Buovo, fatto cosí capitano la prima volta di mille cavalieri, uscí della cittá; e tutto il campo ripieno di maraviglia diceano l'uno all'altro: «Chi potrà essere colui che abbia tanto ardire, che venga alla battaglia contro a noi?». E Lucafero n'andò al re Erminione, e dimandollo: «Chi può essere questo armato che viene alla battaglia e porta uno stendardo col campo azzurro e uno lione rosso con una listra d'oro a traverso?». Disse lo re Erminione: « Io non so chi egli si sia; ma cotale insegna ho io sentito dire che porta uno barone di ponente che ha nome el duca Guido d'Antona». Disse lo re Marcabruno: «E' sarà Agostino, che Drusiana l'ará fatto armare, e arallo fatto cavaliere». Disse Lucafero: «Adunque non voglio io Drusiana per moglie, se ella s'è sottoposta a più vile di lei». E domandò chi era questo Agostino. Lo re Erminione gli disse come l'aveva comperato, e com' e' avea vinta la giostra del torniamento, e come egli era molto franco di sua persona. Per queste parole Lucafero s'armò d'arme incantate, e montò a cavallo, e venne al campo con la lancia in mano. Quando Buovo lo vidde, si partí dalla sua brigata, e andògli incontro; e Lucafero si partí dalla sua gente, e venne contro a Buovo; e l'uno salutò l'altro. Disse Lucafero: «Cavaliere, per lo tuo Iddio ti domando che tu non mi celi il tuo nome, e chi tu se', e come fu lo tuo diritto nome». Buovo gli disse com'era capitato per colpa di sua madre, e come s'era fatto chiamare Agostino, ma il suo diritto nome era Buovo d'Antona, figliuolo del duca Guido d'Antona, discendente del sangue di Gostantino imperadore; e dissegli come era fatto cavaliere per mano di Drusiana, e come ella l'aveva di sua mano armato, «e per suo amore sono venuto a combattere con teco». Disse Lucafero: «Per amore del tuo padre e del tuo avolo ti voglio perdonare la vita e per lo tuo legnaggio. Va', torna alla cittá!». Buovo disse: «Io non sono venuto per tornare sanza battaglia; e promissi a Drusiana di portargli la tua testa e di rimenarle el re Erminione suo padre; e però ti guarda da me, ch'io non ti fido se non della morte». Lucafero, adirato, prese del campo, e diedonsi gran colpi delle lance; e messi mano alle spade, si tornarono a ferire e cominciarono grande battaglia e pericolosa. E Drusiana vedeva dal suo palazzo la battaglia, e stava ginocchioni, e pregava Iddio per Buovo; e quanti colpi riceveva Buovo in su l'arme, e Drusiana gli ricevea nel cuore. Essendo e' due combattitori alle mani, Buovo aveva già molti colpi feriti, e non poteva magagnare l'arme del saraino; e, adirato, prese a due mani Chiarenza, e gittò lo scudo dopo le spalle, e diegli uno grande colpo: l'aria si riempiè di faville, ma non gli fe' altro male. Lucafero lo sgridò, e ferì lui di tanta furia, che lo fece piegare insino a' crini del cavallo e tutto intronato. Per questo Drusiana cadde distesa in terra, come se lei avesse ricevuto il colpo; e se Buovo lo sostenne sopra all'arme, e Drusiana lo sostenne nel cuore. Buovo, tornato in sé acceso d'ira, incominciò grande battaglia; e mentre che egli combatteva, Drusiana ritornò alla finestra; e per avventura Buovo in quello punto alzò gli occhi verso quella parte del palazzo, e vidde Drusiana; e immaginando fra sé medesimo che ella lo vedesse, gittò via lo scudo e prese Chiarenza a due mani, e aspra mente percosse Lucafero; ma egli similemente gittò via lo scudo, e prese a due mani la spada, e lasciate le redine della briglia, menò uno gran colpo. Buovo avea tocco Rondello degli sproni: e' cavagli s'urtarono, e quello di Lucafero si nestrò per modo, che 'l colpo non giunse a Buovo, ma diede dalla parte manca, e fu sí grande la forza che Lucafero misse in questo colpo, che per forza si piegò inanzi insino in su' crini del cavallo, e la punta della sua spada toccò terra. Per questo piegare, l'elmo, che aveva fatato, gli si ruppe la cinghia ch'era afibbiata di drieto, e Buovo lo vidde scostare dallo 'sbergo, e menò uno colpo, e diegli tra l'elmo e lo 'sbergo, e levògli la testa dallo 'mbusto. Cosi morí Lucafero di Buldras.

Per questo si levò gran romore. I mille cavalieri, che Buovo avea rimenati di fuori, percossono alla battaglia, e della cittá uscirono molti cavalieri, e assalirono il campo, il quale si misse in fuga, abbandonando padiglioni e bandiere. Buovo corse insino a' padiglioni con molti armati, e sciolse lo re Erminione e lo re Marcabruno e 'l conte Ugolino, fratello del re Erminione, e fecegli riarmare. E mentre che s'armavano, disse lo re Erminione: «O Agostino, grande guidardone hai acquistato». Disse Buovo: «Signore, io non ho nome Agostino, anzi ho nome Buovo d'Antona, e fui figliuolo del duca Guido d'Antona ». E donò al re Erminione tutto il tesoro di Lucafero, e disse: «Questo vi do io, perché voi mi facciate franco e libero, quando saremo drento alla cittá». E detto questo, montò a cavallo, ed entrò nella battaglia. Allora fu tutta l'oste seguitata insino alle navi, e molta gente fu morta e presa, e molte nave fuggirono, e molte ne furono arse. E Buovo lasciò la vinta battaglia, e tornò nella cittá; e Drusiana andò per lui insino alla stalla, dove aveva legato il suo Rondello, e menollo nella sua camera; e cavatogli l'elmo, ella era sola con lui, e gittòglisi al collo, e baciollo, e poi lo disarmò per fasciargli alcuna piaga piccola e certe percosse. E in questo tornò Ugolino, zio di Drusiana, ed entrò nella camera, e trovò Drusiana che teneva il braccio al collo a Buovo. Per questo Ugolino le volle dare, e dissele molte laide parole e brutte. Per questo Buovo non potè sofferire, e abracciò Ugolino, e gittollo in terra, e diegli molti calci e pugni, per modo che a pena potè tornare al suo palazzo cosí tutto rotto. E intanto tornò il re con la vettoria, e andò a vedere il conte Ugolino, credendo che avesse male della battaglia fatta al campo e della presura; ed egli per vergogna non disse quello che aveva. Lo re lo dimandò a cui gli pareva di dare Drusiana per moglie, ed egli rispose che la desse al re Marcabruno, «e io darò a Buovo una mia figliuola». Rispose el re: «Io voglio dare Drusiana per moglie a Buovo»; e ritornossi al palazzo. E Buovo andò dinanzi al re Erminione, e fece cavare carte del tesoro che Buovo aveva dato al re Erminione nel padiglione, quando lo sciolse e aveva ricomperato sé medesimo e fattosi franco del tesoro di Lucafero di Buldras, acquistato con la spada in mano; e lo re lo fe' franco e libero.

Capitolo XVIII.

Come il duca Ugolino, fratello del re Erminione, e 'l re Marcabruno

mandarono Buovo in Buldras per farlo morire ; e perde la spada con

uno briccone ; e fu preso e mandato alle forche a 'mpiccare per

vendetta di Lucafero.

Partito lo re Erminione dal suo fratello, e tornato al suo palazzo, e il duca Ugolino mandò pel re Marcabruno; e, come nimico di Buovo, gli disse tutto quello che il re suo fratello gli aveva detto, e insieme giurarono la morte di Buovo, l'uno per amore di Drusiana e l'altro per vendicarsi delle busse che Buovo gli aveva date; ognuno dispuose giugnere il modo e la cagione e 'l tempo. E passati alquanti giorni, lo re Erminione ordinava di fare Buovo signore d'una parte d'Erminia e dargli per moglie Drusiana. Essendo fatto un dí gran corte con molti piaceri, el re mostrò quel dí grande amore a Buovo. E la notte vegnente el duca Ugolino e il re Marcabruno nel palazzo del duca Ugolino in questa forma si consigliarono insieme di fare. Disse il duca Ugolino: «Voi sapete, re Marcabruno, che io somiglio molto lo re Erminione. Io mi vestirò di roba reale con la corona in capo e l'ordine reale; e passata mezzanotte, io sedrò nella sedia reale, e voi con certi nostri amici sarete meco, e manderemo per Buovo, e farengli giurare d'andare dove io gli comanderò. Fate una lettera che vada al re Baldras di Buldras, e mandategli a dire come l'apportatore della lettera è Buovo, il quale uccise Lucafero, suo figliuolo, e che lo faccia impiccare ».

Come eglino ordinarono, cosí fu fatto. Essendo passata mezzanotte, sedendo Ugolino nella sedia come re, mandò per Buovo; ed egli s'inginocchiò credendo che egli fusse il re Erminione, ed eravi pochi lumi, ed egli si mostrava uno poco fioco, per modo che Buovo credette di certo che fosse il re Erminione; e fecegli giurare di fornire una sua bisogna, e Buovo giurò insino alla morte di fare il suo comandamento. Allora gli comandò ch'andasse a Buldras a portare questa lettera, e diegli la lettera. Non pensò Buovo ch'ella dicesse quello ch'ella diceva; e presto la prese, e andossi a armare; ma Ugolino disse: «Non è bisogno arme né cavallo, però che ti sarebbe più di tedio». E mandollo a entrare in mare sanza arme: solamente portò Chiarenza, la sua spada, e in una galeotta misse uno ronzino. E navicando passò l' isola di Rodi, e, per l'Arcipelago navicando, passò Alispunto, e scese a terra a Polonia. E poi cavalcò molte giornate; e giunto a Buldras, non trovò il re, ma fugli detto ch'egli era in Ischiavonia a una cittá ch'avea nome Sinella. Buovo prese suo cammino verso Sinella, e patí grande fame per questo cammino di Buldras a Sinella. Essendo presso a Sinella a una giornata, trovò in una campagna una fonte in uno prato in uno bosco, ed eravi uno viandante con una schiavina in dosso, il quale mangiava, e invitò Buovo a mangiare; ed egli, ch'avea patito disagio di mangiare, si puose a mangiare con lui del pane e della carne ch'egli aveva. E mangiando, quello briccone si scinse uno fiasco di vino, e diede bere a Buovo, e questo era uno beveraggio aloppiato; e quando Buovo ebbe beuto, si puose a dormire in su l'erba; e quello rubaldo lo rubò e tolsegli e' danari e le vestimenta e la spada e 'l cavallo; e mentre che lo cercava, gli trovò la lettera che andava al re; e veduta la soprascritta, per quello non lo uccise, e missegli la lettera in seno, e andossi via con le cose che gli aveva rubate e col ronzino.

Buovo dormí insino all'altro giorno, che mai non si ri sentí; e quando ebbe patito il vino, si risentí; e vedendosi cosí ingannato, molto si condoleva; e cercando, trovò la lettera. Allora ringraziò Iddio, e a pie' n'andò a Sinella, e andonne al palazzo, e appresentò la lettera al re, il quale lesse la lettera ; e quando udì ch'ella diceva che questo era Buovo che aveva morto Lucafero suo figliuolo, molto si maravigliò perché egli era sí male in punto, e dimandò Buovo s'egli era cavaliere. E' rispose di sí, e ch'egli era suto rubato per la via e ingannato di beveraggio. Allora il re gridò ad alta boce ai baroni che aveva dintorno: «Pigliate questo traditore che ha morto Lucafero il mio figliuolo». E' baroni trassono le spade, e per forza fu preso, perché non aveva arme, e fugli legate le mani di drieto; e il re comandò che subito fosse menato fuori della terra, dov'erano le forche, e ivi fussi impiccato pella gola per vendetta di Lucafero suo figliuolo. Buovo era menato alle forche per impiccarlo; ed egli s'andava molto lamentando della sua fortuna e raccomandandosi a Dio, e molto si lamentava del re Erminione che cosí l'aveva ingannato, credendosi per vero che lo re Erminione l'avesse mandato per farlo morire; ed egli era stato il duca Ugolino.

Capitolo XIX.

Come Margaria, figliuola del re Baldras, campò Buovo dalle forche,

e fu messo in prigione ; ed ella ne 'nnamorò.

Essendo menato Buovo alle forche per comandamento del re, venne a passare di fuori della cittá allato a uno giardino del re, al quale giardino era una figliuola del re che aveva nome Margaria; e sentendo ella el romore, andò con certe donne a vedere, e domandò: «Chi è questo ch'è menato alla giustizia?». Fugli risposto: «Egli è Buovo d'Antona, il quale uccise il vostro fratello con la spada in mano alla cittá di Erminia». Disse Margaria: «Dunche è questo quello che si dice essere tanto franco guerriere? Per la mia fe', io non voglio che egli faccia morte tanto onorevole!». E corse tanto inanzi, che ella lo vidde; e fecegli sciogliere gli occhi che aveva fasciati con una benda; e quando lo vidde tanto bello cavaliere e cosí giovane, lo domandò s'egli era cavaliere.

Rispuose Buovo: «Madonna, io sono cavaliere, e sono figliuolo di duca e d'una reina, e sono giudicato a questa morte a torto, perché Lucafero combattè meco a corpo a corpo». Disse Margaria: «Rifasciategli gli occhi, che io non voglio ch'egli muoia di cosí degna morte, ma come traditore lo voglio fare morire». E comandò che lo 'ndugiassino tanto, ch'ella andasse al suo padre re Baldras; e montò a cavallo con certe damigelle e con certi cavalieri, e venne al re; e inginocchiata a' suoi piedi, gli domandò una grazia. El padre gliela concedette, ed ella disse: «Voi m'avete donato Buovo, che voi mandavate alle forche, vivo e sano; imperò che io lo voglio fare morire a stento per la vendetta di Lucafero mio fratello; e vo'lo tenere nel fondo della nostra torre, chiamata Mendafollia». El padre, non avendo altro figliuolo né altra figliuola, gli fe' la grazia, e dielle uno anello del suo sagreto che si cavò di dito, acciò ch'ella fosse creduta. Ella tornò insino alle forche, e fece rimenare Buovo insino al palazzo, e fello mettere nel fondo della torre Mendafollia, e minacciollo di farlo morire a stento, e misse a guardia della porta di questa torre dieci saraini. La notte vegnente ella andò nella torre per una cateratta ch'andava sotto terra, e quando ella aprí la cateratta, Buovo ebbe paura ch'egli non fosse qualche serpente che lo venisse a divorare e che fosse stato diputato a divorare chi fosse stato messo in quella torre; e avendo trovata una spada tutta rugginosa, ch'era stata d'uno cristiano ch'era morto di fame in quella torri, con questa stava per ucciderlo; ma quando sentí aprire e vidde il lume del torchietto, nascose la spada. E giunta Margaria drento da lui, lo salutò, e domandollo come aveva nome, e per che modo egli era arrivato in questa parte. Buovo le disse dal dí che nacque insino a questo punto ogni cosa che gli era addivenuto. Ella n'avea tanta compassione, ch'ella piagneva, mentre che Buovo diceva la sua ventura; e poi gli disse: «Cavaliere, per mia fede, se tu farai il mio volere, io ti caverò di questa prigione, e farò tanto col mio padre, che egli ti perdonerà la vita, e faratti capitano di tutta la nostra gente. Quello che io voglio da te, si è che io voglio che tu sia mio marito». Buovo rispose: «Madonna, se io vi promettessi una cosa per sagramento e io non ve la attenessi, io sarei traditore cavaliere. Già v'ho io detto l'amore che io ho giurato a Drusiana, il quale per nessuno modo io non fallirei, e voglio inanzi morire che fallire il mio sagramento». Disse Margaria: «Bene l'amate di buon cuore; ma io vi priego che voi non vogliate morire prima che lasciare il suo amore». Assai il potè ella lusingare e mettere paura, che Buovo mai volesse acconsentire a niuna sua domanda: ella gli die' termine uno mese a pensare sopra a questo, e partissi. E ogni giorno metteva uno catellino per una buca sotto l'uscio, e legavagli al collo quello ch'ella mandava a Buovo da mangiare e da bere. E stette uno mese che mai non gli parlò, per insino che 'l mese non fu passato; e poi gli andò a parlare; ma non lo potè mai convertire alla sua volontà, ma sempre addimandava inanzi la morte; in tanto che a lei ne incresceva, e mandavagli da mangiare per lo grande amore che ella gli portava, sperando di venire qualche volta alla sua volontà. E stette Buovo a questo modo in prigione anni tre e mesi quattro.

Capitolo XX.

Come lo re Erminione, non potendo ritrovare Buovo,

maritò Drusiana al re Marcabruno.

Lo re Erminione, avendo addomandato Buovo per dargli Drusiana per moglie e non lo potendo trovare né sapere come fosse arrivato, temeva che egli non fosse stato morto; e molto ne fece cercare e spiare quello che ne potesse essere; e pure trovava l'arme e 'l cavallo sanza la spada: penso ch'egli si fosse partito per paura, per quello che aveva fatto al duca Cigolino. E stette la cosa in questo cercare e pensiero due anni e certi mesi. Alla fine, non lo trovando, diliberò di maritare Drusiana al re Marcabruno; e domandandone molte volte Drusiana, ella a nulla non lo voleva; alla fine il re le fece forza, ed ella acconsentí con questo patto, che ella lo voleva, ma voleva stare uno anno inanzi che usassi il matrimonio; e il re Marcabruno fu contento. E cosí fu giurato per fede; ed ella doveva tenere quaranta damigelle e donne alla sua guardia, e uno suo cugino, che aveva nome Fiorigio, con sessanta cavalieri, immaginando Drusiana: «Se io sarò in Polonia, forse che verrà Buovo a me ». E 'l re Marcabruno la sposò, e andossene in suo paese, e apparecchiò la festa, e mandò molti baroni per lei; ed ella ne menò Rondello, e portonne l'arme di Buovo, e menonne uno che aveva in prigione, chiamato Pulicane, il quale era mezzo uomo e mezzo cane; cane era dal mezzo in giù, e dal mezzo in su era uomo; e correva tanto forte, che non era altro animale ch'egli non giugnesse a correre, e parlava molto bene; ed era figliuolo d'uno cane e d'una cristiana, la quale fu gentile donna. E fu signora sua madre d'una cittá d'Erminia, chiamata Capodozia; e uno turco, ch'era re di Ligonia e di Sauria, avendole fatto gran tempo guerra e non potendola vincere, trattò la pace e tolsela per moglie, promettendole di battezzarsi; e quando la menò, che l'ebbe in sua balia, la fece per dispregio spogliare ignuda, e fecela legare in su 'n uno capo d'una panca boccone, e fece venire uno grande mastino, e più volte la fece coprire a quello mastino, ed ella ingravidò di questo Pulicane. Essendo pregna, si fuggì in Erminia al re Erminione, e partorì questo animale, e morí di dolore nel parto. E il re Erminione, per vedere quello che poteva addivenire di questo animale, lo fe' allevare; e quando fu grande, lo teneva in prigione o incatenato per degnitá; ed era chiamato Pulicane. Questo animale addimandò Drusiana al suo padre, e incatenato lo menò in Polonia; con lei menò Fiorigio, suo cugino, co' sopradetti sessanta cavalieri, e aspettava che Iddio le rimandassi Buovo, suo vero marito. Entrata in mare, navicarono per tante giornate, che giunsono in Polonia, dove si fece gran festa; e stette presso che compiuto l'anno in Polonia in uno palazzo di per sé da quello del re Marcabruno; e incominciò molto a dolorare, che Buovo non si ritrovava; e pregava sempre Iddio che glielo rendesse, s'egli era vivo.

Capitolo XXI.

Come Buovo uscí di prigione, e capitò al mare Maore,

e uccise tutte le guardie e uno nipote del re Baldras.

Passati anni tre e mesi quattro che Buovo era stato in prigione nella cittá di Sinella in Ischiavonia, era grande maraviglia nella corte che egli fosse vivo, perché non gli era dato il dí se non uno piccolo panetto e dell'acqua, secondo l'ordine che aveva dato Margaria al palese; ma in celato gli mandava il catellino per la caverna sotto terra, che gli portava pane e vino e di quello che gli bisognava: e di questo era vivuto; ma questo sapeva solamente Margaria e Buovo.

Uno dí intervenne che il capitano di quelli dieci che facevano la guardia della torre, dove Buovo era in prigione, disse a' compagni: «Per lo 'ddio Appollino, che lo iddio de' cristiani ha fatto un grande miracolo per questo Buovo, che noi guardiamo in questa torre! Ch'egli è tre anni passati ch'egli è in questa prigione, e non ha mangiato altro che pane e acqua. Per certo ch' e' nostri iddei non l'arebbono fatto per noi». E parlando insieme, diliberarono di cavarlo di prigione e andarsene con lui, dicendo: «Egli ci farà tutti ricchi». E diliberarono che due con uno canapo si calassino nella prigione, e fare il patto per tutti. E trovato uno canapo, una notte due di loro, attaccati co' piedi e con le mani al canapo, tenendo e' piedi entro una corbelletta e con uno lume in mano, gli altri compagni gli calarono giuso per la cateratta ch'era in cima della torre. Quando Buovo vidde il lume e i costoro, immaginò che eglino fossino mandati per legarlo e per tirarlo fuori della torre per farlo morire. Subito prese la spada che trovò nella prigione, quando vi fu messo da prima, e stava cheto; e quando costoro furono a uno braccio presso a terra, Buovo menò uno colpo, che amendue gli uccise, e 'l lume si spense. Buovo disse: «Voi non mi legherete». E stando un poco, e' compagni ebbono sospetto che questi due non facessino il patto per loro e non per gli compagni; e per questo altri due n'andorono giuso per quello medesimo modo, e Buovo fece loro come aveva fatto agli altri: per questo modo n'uccise otto. E stando a questo modo circa a mezza ora, ed egli sentí che quegli ch'erano di sopra cominciarono a dire: «O traditori, voi ci volete ingannare, che voi volete fare il patto per voi e non per noi; ma noi gridereno». Allora Buovo immaginò quello che egli erano venuti a fare, e disse destramente: « Noi ne vegnamo; tirate su». E prese la spada in mano, e apiccossi con una mano al canapo, e quelli due a grande fatica lo tirarono, e con grande fatica montò in su la torre. E giunto in su la torre, uccise gli altri due; e poi apiccò la taglia, con che l' avevano tirato, dal lato di fuora sopra alla piazza, e calossi giuso in sulla piazza. Egli era in sul primo sonno della notte (quasi un terzo della notte era passata), e Buovo andava alla ventura per la terra; e a pena si ricordò donde era venuto, quando venne. E giunto al muro della cinta, entrò in uno orto, e tolse uno grande legno d'una pergola, e con quello salí in sul muro, e tirato quello in sul muro, tastava di scendere di fuora. Fugli grande fatica: alla fine si lasciò andare in uno fosso d'acqua, e fecesi poco male, e tutto s'immollò e imbrattò. E poi si mise a camminare, e camminò per la Bussina molte giornate sconosciuto, albergando per gli boschi e per gli diserti, mangiando erbe e pomi salvatichi.

La mattina che egli era uscito la notte della prigione, e molti della cittá viddono il canapo apiccato alla torre: ognuno guatava, e dicevano: «Che cosa è questa?». E fattone sentore nel palazzo del re, fu mandato in sulla torre; e trovato molto sangue, fu detto al re; e non vi trovarono le due guardie morte, perché Buovo l'aveva gittate nella torre. E il re fece cercare nella torre, e trovarono tutte a dieci le guardie morte. El romore fu levato, e da ogni parte uscí gente da cavallo e da pie', e seguitavanlo; e fu mandato in Dalmazia, in Corvazia e per tutta Schiavonia e in Ungheria e in Bussina e in parte di Romania, perché egli fosse preso; ma egli non andava se non per luoghi salvatichi, e tanta fame e tanta paura sostenne, che fu maraviglia come e' non morí. E fra molte giornate per avventura capitò in sulla marina del mare Maore, e vidde una cittá dalla sua mano sinistra, ch'avea nome Varna. Buovo s'inviò verso quella cittá, e certi che passavano per la marina dissono alla cittá: « Noi abbiamo veduto uno tutto peloso e mal vestito in sulla riva del mare». La mattina s'era partita da questa cittá una nave di cristiani ch'andavano verso Gostantinopoli, e andavano riva riva; e Buovo fece loro cenno, tanto che mandorono el battello per lui. Come giunse in nave, uno nipote del re Baldras, che aveva nome Alibrun, giunse alla riva, e gridava che lo rimenassino a terra; se non, ch'eglino aveano bando di dieci porti di mare. Per questo eglino lo volevano rimenare, ma egli n'uccise molti, e gli altri gli chiesono merzé, e feciono vela. Alibrun allora salí in su una galeotta e giunse la nave; e saltato in nave, uccise certi galeotti; ma Buovo gli levò il capo dalle spalle e affondò la galeotta ; e andorono poi sicuri al loro viaggio.

 Capitolo XXII.

 Come Buovo capitò a Polonia, e ritrovò il paltoniere che lo rubò,

e ritrovò la cameriera che lo campò ad Antona.

Navicando Buovo per lo mare Maore verso Gostantinopoli, si fece rivestire a' mercatanti della nave; ed era sí bene vestito, che pareva el padrone e signore della nave. E partito da Varna, ebbono alquanto di fortuna; e avendo vento contrario, volsono la nave a terra per iscampare loro vita; e giunsono combattendo col vento nella foce d'uno fiume, e viddono una bella cittá. Essendo nel fiume, venne uno pescatore presso alla loro nave pescando; e Buovo in questa dimandava e' marinari: «Come si chiama questa città?». Risposono che aveva nome Polonia. Allora Buovo chiamò quello pescatore, ed egli s'accostò alla nave, e rispose com'era dimandato, e disse che la cittá si chiamava Polonia, ed erane signore lo re Marcabruno; e aggiunse: «Sappiate che oggi si fa in quella città gran festa, e domane sarà maggiore, perché domane s'accompagna il nostro re Marcabruno con Drusiana, figliuola del re Erminione d' Erminia, perché egli è un anno che la menò, e non è giaciuto con lei». Disse Buovo: «Perché non è giaciuto con lei?». Rispose: «Perché fu di patto, quando la menò». Disse Buovo: «Vuoimi tu porre in terra?». «Certo no», disse il pescatore, «perché tu mi piglieresti per vendermi per servo: addimanda altro». Buovo tanto lo pregò e tanto gli promisse, che egli s'accostò alla nave; e fecegli donare trecento dinari d'oro a quelli della nave, ed eglino gli pagorono volontieri, perché egli uscisse della nave, e Buovo salí in su la navicella del pescatore. E come egli fu partito dalla nave, subito feciono vela e cacciaronsi in alto mare. E Buovo, andando a terra, domandò il pescatore: «Per tua fe', dimmi la verità, se il re Marcabruno ha auto a fare con quella Drusiana che tu di'». Rispose il pescatore: «Certo no, imperò che ella ha alla sua guardia uno suo cugino, che ha nome Fiorigio, con sessanta cavalieri e dodici donne e quaranta damigelle; e fu cosí di patto, quando la menò d'Erminia, e promisselo per fede lo re Marcabruno, e non falserebbe la sua fede». Per questo Buovo domandò: «Per quale cagione fece la donna questa addimanda di stare uno anno?». Rispose: «Io non ve ne so dire la cagione; ma io ho udito dire che uno gentile giovinetto capitò in Erminia, che aveva nome Buovo d'Antona, figliuolo d'uno duca che si chiamò Guido d'Antona, e fu venduto al re Erminione, e vinse una battaglia con uno turco, chiamato Lucafero, e molte altre cose fece, e fu liberato. E intervenne che egli battè uno fratello del re Erminione, e per paura si partí; e il re lo fece cercare per molte parti, e non lo potè mai ritrovare; e per questo el fratello del re, che ha nome duca Ugolino, tanto fece, che 'l re Erminione la die' per moglie al re Marcabruno; e Drusiana non lo voleva, e domandò di stare uno anno, se Buovo tornasse. E sono oggi tre anni e quattro mesi che di Buovo non si seppe novelle; e sappi ch'egli è pena la testa a menzionare Buovo, ed è andato il bando per parte del re Marcabruno; e oggi finisce l'anno che Drusiana ne venne a marito, e domane s'accompagna col re. Per questo si fa gran festa nella cittá; e io e molti altri peschiamo per la corte». E dicendo queste parole, giunsono a terra; e Buovo ismontò, e prese la sua spada, e a pie' s'inviò verso Polonia, e ringraziò il pescatore. E andando verso la cittá, trovò uno pellegrino presso alla cittá all'ombra di certi alberi, e Buovo lo salutò, e posesi a stare un poco con lui; e poi gli disse: «Compagnone, io ti darei volentieri e' miei panni, se tu mi dessi i tuoi». Disse il pellegrino: «Dio 'l volessi!». E Buovo si spogliò, e 'l poltrone non voleva poi cambiare; ma Buovo l'abracciò e gittollo in terra, e diegli pugni e calci in quantità, e spogliollo, e trovogli cinta una spada. Buovo la cavò fuori, e conobbe ch'ell' era la sua spada Chiarenza. Disse Buovo: «Per mia fede, questa è la mia spada ! Tu debbi essere quello che mi rubasti presso a Sinella. E questo poltrone gli dimandò merzé. Disse Buovo: «Se tu mi dai tutti e' tuoi panni e da' mi quello barlotto del beveraggio, io ti perdonerò la vita ». El poltrone gli parve mille anni per uscirgli delle mani; e fatto questo, l'uno si partí dall'altro. E Buovo con la schiavina in dosso e col cappello e con Chiarenza cinta e col bordone in mano, e cinta la tasca e 'l barlotto del vino aloppiato, e l'anello che Drusiana gli donò, riauto dal poltrone, n'andò alla cittá di Polonia. E giunto drento alla porta, cominciò a 'ndare accattando ; e diceva che veniva dal Sipolcro; e trovato una loggetta d'uno mercatante, che v'era a mangiare da otto mercatanti a tavola, Buovo entrò nella loggetta e disse: «Iddio vi salvi! Deh, fatemi bene per l'amore di Dio e per l'anima di Buovo, che fu buono cavaliere!». E domandato due volte per questo modo, e' mercatanti gli dissono: «Non menzionare quello cavaliere». Allora Buovo diceva più forte; e per paura e' mercatanti si levorono da tavola per temenza di non essere accusati al re; e Buovo mangiò sanza vergogna di quelle vivande ch'erano in tavola, e non gli fu detto niente, avendo di grazia che egli mangiasse e poi s'andasse con Dio; ed egli cosí fece. Com'ebbe mangiato, s'andò con Dio; e andando per la cittá, giunse a una chiesa, e vidde molte donne che uscivano della chiesa; e Buovo s'accostò a quattro, che parevano donne da bene, e disse loro: «Fatemi bene per l'amore di Dio e per l'anima di Buovo, che fu buono cavaliere ». Le tre si chiusono il viso e passarono oltre, e una ne rimase a dietro, e disse: « Di quale Buovo di' tu?». Rispuose: «Di Buovo d'Antona, marito di Drusiana». Disse la donna: «Come conosci tu Buovo? Saprestimi tu dire novella veruna?». «Per mia fe', sí», disse, «madonna, che io sono stato in prigione con lui tre anni e presso a quattro mesi, e smontai di nave con lui questa mattina». Disse la donna: «Amico mio, cerca, per Dio, se tu lo puoi trovare, e menalo sagretamente a Drusiana, imperò ch'ella ha giurato di gittarsi a terra de' balconi e d'uccidersi, inanzi che consentire d'essere moglie d'altro uomo che di Buovo. Se tu lo truovi, digli ch'io sono quella cameriera, per cui la sua madre gli mandò il veleno alla sua camera, e che lo feci campare; e perch'egli scampò, convenne che io e 'l mio marito ci fuggissimo. Ed essendo in Grecia, udimmo dire che Buovo era in Erminia, e andammo in Erminia, e non lo potemmo trovare; e Drusiana per suo amore mi ritiene con seco, e fidasi più di me che d'altra donna». E mentre ch'ella diceva queste parole, sempre piagneva; poi si cavò di borsa quattro danari d'oro, e donògli a Buovo, e dissegli: «Se tu fossi addimandato di che parlavi meco, dirai : — Addimandavami del viaggio del Sipolcro, che vi dee volere andare — ». E partissi da lui, e raggiunse le compagne, e disse loro che 'l domandava del viaggio del santo Sipolcro.

Capitolo XXIII.

Come Buovo andò al palazzo di Drusiana, e fu per uno suo amico

mandato alla cucina, dove trovò Fiorigio, e fece quistione.

Partita la donna, e Buovo n'andò verso el palazzo di Drusiana, e trovò in una loggia del palazzo molti gentili uomini che giucavano, chi a tavole e chi a scacchi, tra' quali era uno cavaliere, che avea perduto dieci danari d'oro con uno mercatante. Buovo si fermò e disse: «Fatemi bene per Dio e per l'anima di Buovo, che fu buono cavaliere». Disse quello ch'avea perduto: «Va' alle forche, poltrone, e non ci menzionare quello che tu menzionasti». E Buovo domandò un'altra volta al propio modo; e quello cavaliere si levò ritto, e prese lo scacchiere per dargli in su la testa; ma quello mercatante, ch'avea vinto e' danari, l'abracciò e tanto gli disse, che lo aumiliò; e poi si volse al pellegrino, cioè a Buovo, e preselo per mano, e partillo da quella loggia, e disse: «Vieni meco, e farotti limosina». E andando lo dimandò: «Per quale Buovo domandi tu?». Rispose: «Per Buovo d'Antona, marito di Drusiana». Disse il mercatante: «O saprestine tu dire novelle di lui?». Disse Buovo: «Chi siete voi che ne domandate?». Rispose: «Io sono marito di quella cameriera che lo campò dal veleno; e se io lo potessi ritrovare ancora, ho io tanto tesoro, che io gli solderei uno anno dugento cavalieri». Rispose Buovo: «Abbiate buona speranza, ch'egli è vivo e sano come la mia propia persona; e sono stato tre anni e più con lui in prigione, e fuggimmoci a un'otta lui e io di prigione; e non passeranno pochi giorni che egli mi verrà a trovare in questa città. Ma io vi priego che voi mi diciate il vero, se lo re Marcabruno è giaciuto con Drusiana». Rispose il mercatante che no, e dissegli tutta la cosa come era stata; e Buovo disse che voleva andare al palazzo del re, ed egli si rimanesse. El mercatante gl' insegnò a 'ndare alla cucina del re, dove tutte le nozze si cocevano, e donògli quattro danari d'oro, e pregollo ch'andasse a trovare Buovo, e confortasselo ch'egli tornasse da lui. Buovo si partiva, quando il mercatante lo pregò che egli non ricordasse Buovo nella corte, perché era bando la testa a chi lo menzionasse.

E Buovo ne venne alla corte, cioè alla cucina, dove erano più di cinquanta cuochi, e cominciò a domandare: «Fatemi bene per l'amore di Dio e per l'anima di Buovo, che fu buono cavaliere». A queste parole un siniscalco di cucina gridò a' cuochi: a Pigliate questo briccone, e menatelo al giustiziere». Allora tutti e' cuochi e guatteri e famigli di cucina corsono sopra a Buovo, chi con pale, chi con ischidoni, chi con ramaiuoli e chi con bastoni, ed ebbe Buovo alcuna bastonata; ed egli si vergognò di cavare la spada, ma prese il bordone; e 'l primo fu il siniscalco che lo provò, e fello tramortire, e tutti e' cuochi percosse, e ruppe molte masserizie. E ognuno fuggì di cucina, e alcuno se ne fuggì verso sala, e scontrorono Fiorigi, fratello cugino di Drusiana, e dissongli il grande romore che era alla cucina. Fiorigi andò alla cucina; e trovato Buovo, gli disse: «Ribaldo, c'hai tu fatto? perché hai tu fatto cosí?». Disse Buovo: «Udite la mia ragione»; e contò come egli chiedeva bene per Dio e per l'anima di Buovo, che fu buono cavaliere. Fiorigi lo prese per mano, e cavollo di cucina, e mandò i cuochi a fare loro ufficio; e menò Buovo in una camera, e dimandollo per quale Buovo domandava. Disse: «Per quello d'Antona, marito di Drusiana, il quale uccise Lucafero». Fiorigi lo domandò: «Come conosci tu Buovo?». Rispose: «Io sono stato tre anni e quattro mesi in prigione con lui in una cittá che ha nome Sinella; e quando Buovo uscí di prigione, me ne fuggì' ancora io, e sono certo che egli sarà qui oggi o domane. Io vengo per sapere se Drusiana è giaciuta col re Marcabruno». Fiorigi rispose di no, e tutta la cosa gli contò; e poi lo pregò che gli piacesse di parlare a Drusiana. E Buovo rispose: «Volentieri!». E Fiorigi lo lasciò in questa camera, e disse: «Aspettami qui, che io andrò a Drusiana, e parlerolle, e poi verrò per te ». E cosí fece. Egli venne in sala, e parlò segretamente a Drusiana, e disse ch'aveva saputo novelle di Buovo. Ella stette un poco, e poi si partí di sala, e venne alla sua camera; e disse a Fiorigi: « Va' per quello pellegrino che tu dicesti, e menalo insino a me ». Ed egli venne per Buovo, e menollo verso la camera di Drusiana, passando per la sala tra la baronia.

Capitolo XXIV.

Come Buovo fu riconosciuto da Rondello e da Drusiana.

Giunto Buovo dov'era Drusiana, con Fiorigi, s'inginocchiò e salutolla da parte di Buovo, ed ella lo prese per mano, e menollo in più celata parte, e menò Fiorigi con lei; e dimandollo di novelle di Buovo. Ed egli rispose: «Madonna, fatemi dare imprima da mangiare; e poi vi dirò novelle di Buovo». Ella gli fe' portare da mangiare e da bere; e quando ebbe mangiato, Buovo disse a Drusiana: «Buovo mi disse che io vi domandassi se voi eravate giaciuta col re Marcabruno». Rispose Drusiana: «Imprima mi lascierei ardere, ch'egli toccasse mai la mia persona; e direte al mio signore che istasera mi ucciderò io istessa, prima che io mi voglia ritrovare nel letto col re Marcabruno». Buovo le contò che era stato tre anni in prigione con Buovo: «e a un'otta fuggimmo di prigione. E sappiate ch'egli volle inanzi istare in prigione, che egli volesse acconsentire che una damigella, che lo campò, gli baciasse la gota; e se egli l'avesse voluta torre per moglie, sarebbe signore d'Ungheria e di Bussina e di Schiavonia; e inanzi elesse di stare in prigione tutto 'l tempo della sua vita per vostro amore». Drusiana cominciò a piagnere. E in questo giunse in camera lo re Marcabruno; e vedendo piagnere Drusiana, disse al pellegrino: «Io ho voglia di farti gittare a terra di questo palazzo».

Disse Drusiana: «Signore, non fare, che questo è uno santo uomo, che viene dal santo Sipolcro di Cristo, e fu in Erminia, e hammi detto che 'l mio padre è morto; e per questo piango. Iddio gli perdoni!». El re per questo si partí, e pianse alcuna lagrimetta per amore di Drusiana. Ella priega il pellegrino che le faccia vedere Buovo; ed egli rispose: «In questa notte ve lo farò vedere, che egli vi porta grande amore, e nella prigione lo dimostrò, quando egli non contentò la donzella che lo campò da morte, per vostro amore». E ragionando con lei e con Fiorigi, sentí ringhiare uno cavallo molte forte. Disse Buovo: «Quello debbe essere uno fiero cavallo». Rispose la donna: «Nel mondo non è il migliore cavallo: quello si è Rondello, che fu di Buovo d'Antona; e ancora io ho le sue arme in questa camera. Volesse pure Iddio ch'egli tornasse!». Disse Buovo: «O chi governa quello cavallo? che Buovo mi disse che non si lasciava toccare se non a voi e a lui». Ella rispuose: «Egli è incatenato». «Per mia fe'», disse Buovo, «ch' io ho tanta speranza in Dio, per amore di Buovo, che io il concerei». Allora disse Drusiana: «Io non ti credo, ma andiamo a vederlo». E andorono ella e Fiorigi e Buovo alla stalla dov'era Rondello, e non v'andò altra persona; alcuni hanno detto che v'andò il re, ma i più dicono che non è vero. E giunti tutti a tre, Drusiana e Buovo e Fiorigi, nella stalla, e Buovo sgridò Rondello. Quando el cavallo lo sentí, subito lo riconobbe, e cominciò a ringhiare e a mostrare segno di festa; e Buovo gli si gittò al collo e abracciollo. E Drusiana molto si maravigliò e disse: «Pellegrino, per certo tu fai questo per incantamento, imperò che veruna persona non lo può toccare se non Buovo ed io». Disse allora Buovo: «Più senno ha una bestia, che prima m'ha riconosciuto uno cavallo che la mia mogliera». E Drusiana lo guatò, e cominciollo a raffigurare; e nondimeno volle provare per segni s'egli era desso, e disse: «Adunche siete voi Buovo il mio signore? Se voi siete desso, dov'è Chiarenza, la mia spada?». E Buovo le mostrò la spada, in su la quale erano lettere che dicevano: «Io sono Chiarenza». E Drusiana domandò: «Dov'è l'anello che io vi donai?». E Buovo le mostrò l'anello. Ed ella disse: «Ancora non sono certa, se io non veggio il segno che Buovo avea in su la spalla ritta, cioè il niello della casa di Francia, il quale segno recò Fioravante del ventre della sua madre». E Buovo le mostrò la spalla ritta. Allora disse Drusiana: «Ora conosco bene che voi siete il mio signore»; e abracciollo, e Buovo abracciò lei piagnendo di tenerezza e d'allegrezza.

Capitolo XXV.

Come Buovo fu riconosciuto da Rondello, e come lo fece riferrare,

e menollo a bere fuori della porta, e vidde Montefeltron el castello,

e l'ordine che diede a Drusiana, tornato nella cittá.

Veggendo Fiorigi la grande allegrezza, piagnendo disse: «Carissima sorella, andianne di questo luogo, imperò che, se il re Marcabruno ci trovasse qui, noi saremo tutti morti». Allora si ritornarono in sul palazzo reale, e la sera venne il re a vicitare Drusiana, perché l'altro giorno doveva la donna essere accompagnata seco; e vedendola lagrimosa, la confortò, credendo ch'ella piagnesse per la morte del suo padre. Ed ella disse: «Signore, per mia fe', che questo pellegrino ha sentito ringhiare Rondello: egli mi dice che gli darebbe il cuore di domarlo». Rispose il re: «Iddio lo volesse! imperò che, s'egli facesse che io lo potessi cavalcare, poco curerei altro cavaliere che sia al mondo». E Drusiana disse: «Egli dice che gli dá il cuore di domarlo». El re volle andare con lui alla stalla con certi baroni; e Buovo sgridò il cavallo, e preselo pe' crini, e tenevalo saldo; e 'l re glielo die' a suo governo, e promissegli molto tesoro. La mattina vegnente Buovo mandò per uno maliscalco, e fece ferrare e sellare e imbrigliare il cavallo; e poi che l'ebbe adorno di quelle cose che bisognava, vi montò suso, e menollo a bere fuori della cittá. E passò per lo mezzo della piazza, e tutti e' baroni correvano a vederlo dicendo: «Questo pellegrino è uno buono cavalcatore». E giunto Buovo di fuori della città al fiume, e dando bere a Rondello, diceva fra sé medesimo: «Or come faremo, Rondello?». E mentre che egli parlava e sospirava, alzò gli occhi, e vidde gran pezzo da lungi uno bello castello, e parvegli molto forte; ed egli chiamò uno villano che zappava terra allato al fiume, e dimandollo: «Che castello è quello?». Ed egli rispose: «Quello castello si chiama Montefeltron, ed è d'uno gentile duca che ha nome duca Canoro, ed è nimico del re Marcabruno, nostro signore». E Buovo immaginò di fuggire con Drusiana a questo castello, se egli potrà. E tornò al palazzo, e quando passava dalla piazza, alcuni dicevano: «Vedi quanto cavalca bene il pellegrino quello cavallo che soleva cavalcare colui d'Antona!». E Buovo lo menò alla stalla; e come l'ebbe governato, se ne andò alla camera di Drusiana, e dissele come avea veduto uno castello, dove aveva speranza d'andare con lei; e dielle la polvere da fare il beveraggio, e dielle il barlotto che egli tolse al falso pellegrino, e dissegli: «Se tu ne darai a bere a re Marcabruno quando s'andrà a letto, come egli sarà nel letto, di subito s'addormenterà. Allora verrai a me alla stalla, e io aspetterò a pie' della scala; e andrencene; ma porta le chiavi della porta che va a Montefeltrone, dove noi andereno». E dato questo ordine, si tornò alla stalla a governare Rondello.

Capitolo XXVI.

Come Buovo se ne mena Drusiana, e uccise le guardie della porta di

Polonia; e come Drusiana non poteva cavalcare.

La festa fu grande, e le nozze furono fatte riccamente, e grandi balli e giuochi di molte ragione: alla fine, apressandosi il tempo d'andare a dormire, Drusiana fu menata nella camera sua all'usanza reale; e poco stante venne lo re Marcabruno, disideroso di dormire con Drusiana. E come egli entrò nella camera, mandò via tutte le donne e serrossi dentro con Drusiana; e quando la volle abracciare, ed ella disse: «Signore, io vi prego facciate prima collezione con meco». Ed egli disse ch'era contento; ed ella gli diede d'uno confetto lavorato con la sopradetta polvere, e poi gli diede bere del beveraggio che era chiaro e stillato; e com'egli ebbe beuto, disse Drusiana: «Io voglio dire alcuna orazione per l'anima di mio padre, e subito enterrò nel letto: entrate in tanto nel letto». Ed egli subito si spogliò ed entrò nel letto; e poco stette che egli s'addormentò per la forza di quello ch'e' aveva mangiato e beuto. Allora tolse Drusiana le chiave sopradette, e misesi a 'scoltare s'ella sentiva persona; e quando sentí tacito per tutto, ed ella andò pianamente per Buovo, e diegli tutte le sue arme; e andorono dov'era Rondello, e tolsono un altro buono cavallo per Drusiana; e montati a cavallo, vennono alla sopradetta porta; ed ella tremava tutta di paura. E aperto la porta, cioè quello che poteva colle chiavi ch'aveva, non poteva aprire il portello, perché teneva le chiave uno borghese allato alla porta; e chiamatolo, venne con le chiavi, e quando vidde la damigella, disse a Buovo: «Chi siete voi? che non mi pare onestá a menare via questa damigella». Disse Buovo: «Apri la porta e non ti dare altro impaccio, che 'l re mi manda in uno suo bisogno». In questo giunsono due suoi compagni, e dicevono aspre parole; e uno disse: «Per mia fe', che questo cavallo mi pare Rondello»; ed era da lato. Allora el cavallo si volse destramente, e diegli uno paio di calci nel petto, e gittollo morto in terra; e Buovo trasse la spada e uccise gli altri due, e tolse le chiave, e aperse la porta, e uscirono fuori, e inverso Montefeltron presono loro via; e tutta notte cavalcarono. Essendo presso al fare del dí, e Drusiana disse: «Io sono stracca, io non posso più cavalcare». E ismontò, e andò uno poco a pie', e poi rimontò a cavallo. E quando il dí fu chiaro, ed ella voleva ismontare, e Buovo le mostrò la città donde erano partiti, e disse: «A noi conviene affrettare di cavalcare, che gente non ci sopraggiunga». E cominciolla a confortare e a dirle certe novelle per trarle malinconia. Ed ella era stanca per lo sonno e per lo cavalcare, e maladiva il dí e 'l punto ch'ella innamorò lui, e rimproveravagli le pene ch'ella aveva sofferte per lui. E Buovo disse: «Le mie pene non vi voglio io rimproverare; che, quante più n'ho patite per voi, tanto più v'amo e amerò». Ed ella se ne rise.

 Capitolo XXVII.

 Come Sanguino chiamò il re del letto, e come Marcabruno re fece cavare

Pulicane di prigione, e mandollo drieto a Buovo; e l'ordine che diede a Pulicane.

Già era il sole passato il quarto vento e sopra allo scilocco, quando el duca Sanguino, fra gli altri baroni dandosi piacere, cominciò a dire: «Questo re Marcabruno non si leva questa mattina». E dicendo queste parole, lo andarono a chiamare. Ed entrati drento nella camera, lo trovò dormire, e, chiamandolo, non si destava. Ma egli lo cominciò a toccare, tanto che egli lo fece risentire; e aperto le finestre, e non vedendo Drusiana, domandava il re di lei; ed egli contò come gli era addivenuto, e com'ella gli die' bere, e come s'era addormentato. In questa disse uno barone: «Istanotte furono morte tre persone alla tale porta, e fu aperta la porta». Subito fu per lo palazzo cercato; e non trovando Drusiana, el duca Sanguino andò al palazzo di Fiorigi con molta gente armata, e nessuna sua scusa fu ricevuta: eglino uccisono Fiorigi e tutta la sua compagnia. Per lo cavallo Rondello e per l'arme di Buovo che non si ritrovavano, fue immaginato che il pellegrino fusse stato Buovo d'Antona. Essendo il re e' baroni ragunati in sul palazzo, tutta la cittá correva ad arme per questa novella. Allora consigliò uno antico barone il re Marcabruno, e disse: «Fate per mio consiglio, se voi volete giugnere Buovo e Drusiana. Voi avete nella prigione incatenato Pulicane, il quale nacque d'una donna e d'uno grande mastino, ed è mezzo cane, e Drusiana lo teneva incatenato, perché egli è molto rubesto. E sappi che il re Erminione, quando nacque, lo volle fare ardere; ma Drusiana lo chiese di grazia e per una maravigliosa cosa lo fe' allevare. Egli corre più forte che uno cervio o uno daino, ed ha buono naso, e tira per forza bene uno arco. Se tu gli prometti di liberarlo della prigione e della catena, egli giugnerá Buovo e combatterà con lui, e intanto la tua gente gli sarà alle spalle, e per questo modo racquisterai la donna e farai morire Buovo». Subito fu mandato per Pulicane; e giunto legato dinanzi al re, egli gli contò sotto brevità come la cosa stava, e dissegli: «Se tu mi prometti di giugnerlo e fare ch'io l'abbi nelle mani, io ti giuro per questa corona che io ho in testa di donarti una cittá e di farti franco, e terrotti nella mia corte molto caro». Pulicane, per volontà d'uscire della carcere e d'essere libero, ogni cosa gli promisse, e dimandò certe arme di cuoio cotto leggere e uno arco con molte saette e una spada e tre dardi, e volle fiutare le vestimenta che Buovo aveva portate, di pellegrino, e poi disse al re: « Fatemi seguire». E tolse un pezzo di pennone stracciato e disse: «Se io entrassi per selva, io apiccherò a certi bronconi di questo pennone uno poco, e la vostra gente a quello segno mi seguiti, che io lo giugnerò tosto». E detto questo, uscí per la porta donde era uscito Buovo; e seguitò la sua traccia. E molta gente armata gli venne drieto seguendolo all'orme e a' segni dati da Pulicane; e pure tenne proprio la via che aveva fatta Buovo, sentendola al fiuto e all'orme.

Capitolo XXVIII.

Come Buovo si congiunse la prima volta con Drusiana, e come Pulicane

lo giunse, e cominciorono insieme la battaglia.

Camminando Buovo con Drusiana insino al mezzogiorno, la donna, stanca per lo sonno e per lo cavalcare, disse a Buovo: «O signor mio, io sono tanto stanca, che io non posso più stare a cavallo. Io ti priego che noi usciamo un poco della strada, tanto che io pigli un poco di riposo ». E Buovo, non potendo fare altro, cosí fece. E usciti della strada tanto, quanto uno gittasse in tre volte  poco più una piccola pietra, e trovato uno piccolo praticello, ismontorono allato a uno piccolo fiumicello dove correva una acqua chiara; e dato bere a' cavalli, si posono a sedere. E come amore il più delle volte fa, avvenne che, guatando l'uno l'altro, Buovo si disarmò, e avendo piacere del luogo foresto e parlando de' cavalieri erranti già passati della Gran Brettagna, qui si congiunsono insieme alquante fiate; e poi Buovo le misse il capo in grembo, ed ella gli pose il capo in sul fianco, e cominciarono a dormire. E Rondello venne loro sopra capo e vidde come dormivano: lasciò il pascere, e attendeva più a guardare che a pascere. In questo mezzo Pulicane giunse dove Buovo era uscito di strada, e sentí al naso come s'era volto. Subito si volse, e apiccò un poco del pennone per modo, che quando il re Marcabruno con la sua giente giunse, seguirono la traccia di Pulicane. E per avventura due orsi e tre cerbi, fuggendo dinanzi a Pulicane che annasava la traccia, feciono sí grande romore, che Rondello s'avidde di Pulicane, e corse intorno a Buovo, e fece si grande romore, e co' piedi gli toccò; e la donna si levò ritta, e udendo il romore, fece rizzare Buovo, il quale a fretta si misse lo sbergo in dosso, e allacciossi l'elmo, e imbracciò lo scudo, e montò a cavallo. E come fu a cavallo, e Pulicane lo vide, subito si volse verso lui gridando: «O Buovo d'Antona, tu se' morto, se tu non ti arrendi a me! E male per te hai tolta Drusiana al re Marcabruno». Buovo arresta la lancia, e corse verso Pulicane; ma egli saltò da parte, e non lo potè toccare. E Pulicane gli lanciò uno dardo, e Rondello si gittò oltre con uno lancio sí che il dardo non lo toccò, e tutti e' dardi schifò per destrezza di Rondello: per questo cominciò Pulicane a saettare el cavallo. Allora Buovo smontò, e trasse la sua spada, e venne contro a Pulicane, e cominciò a dire: «O Pulicane, nessuno buono cavaliere combatte con le saette; ma facciamo con le spade». Allora Pulicane gittò l'arco in terra, e prese la spada in mano, e cominciò la battaglia con Buovo con la spada in mano.

 Capitolo XXIX.

Come Drusiana fece la pace tra Buovo e Pulicane, e come n'andarono

al castello di Montefeltron, e 'l duca Canoro gli accettò.

Combattendo con la spada in mano, era tanta la destrezza di Pulicane, che Buovo non lo poteva mai toccare, ma Pulicane ferì lui di cinque piaghe. Molto si maravigliava Buovo della grande destrezza di Pulicane, e sempre perdeva Buovo del suo sangue, onde egli aveva grande ira. E quando Pulicane vidde Buovo stanco, immaginò che egli non potesse campare dalla gente del re Marcabruno, e per avere onore di rappresentare Drusiana al re Marcabruno, lasciò stare Buovo, e corse contro a Rondello; e non si potè Rondello difendere da lui per la sua destrezza, e Pulicane lo prese e menollo alla gentile Drusiana, e diceva: «Madonna, montate in su questo cavallo, e venite al re Marcabruno». Ma Buovo, con tutto che fusse ferito e carico d'arme, giunse e ricominciò la battaglia con Pulicane allato a Drusiana. In questa volta Drusiana vidde da lungi apparire la gente del re Marcabruno, ed ebbe grande paura, e vedeva Buovo stanco e ferito, e cominciò a dire a Pulicane: « O Pulicane, è questo il merito che tu mi rendi del servigio che io ti feci, quando io ero d'età di nove anni, che tu fusti menato per essere arso nel fuoco ardente, e dicevano che tu eri nato di mortale peccato, e generato d'animale inrazionale, come era uno mastino, in una femina razionale, e io ti domandai di grazia al padre mio, e scampa'ti dalla morte? E ora tu mi vuoi fare morire me e 'l mio signore? che sai che Buovo è primo mio marito. O franco Pulicane, quando mi renderai merito di quello ch'io t'ho allevato e nodrito, se tu non mi meriti a questo punto? Or non credi tu che Buovo ti possa fare gran signore? E faratti battezzare in acqua santa, e sarai fedele cristiano». Udito Pulicane queste parole, pianse di tenerezza, e disse alla donna: «Io sono vostro fedele», e gittossigli ginocchioni, e rendelle la spada come suo prigione, ed ella l'abracciò e fegli perdonare a Buovo, e fece la pace. E Pulicane disse: «O caro mio signore, per amore di Drusiana io t'avviso che lo re Marcabruno ti viene a dosso con grande frotta di cavalieri»; e disse come Fiorigi, fratello di Drusiana, era morto con sessanta cavalieri. Allora disse la donna: «Partianci di qui!». E Buovo e Pulicane si giurarono fede l'uno all'a[l]tro. Allora montò Buovo a cavallo, e cosí Drusiana, e Pulicane andava a pie' più che loro a cavallo, e andorono al castello che Buovo aveva veduto. E giunti alla porta, domandarono d'entrare drento; ma la guardia n'andò al signore, che aveva nome il duca Canoro, ed egli domandò la sua donna s'ella voleva che gli lasciasse entrare drento. Ella, per vaghezza di vedere quello che la guardia diceva essere mezzo uomo, disse al duca: «Lasciategli entrare, e s'eglino saranno valenti della persona, farete loro onore; quando che no, manderetegli via». Allora die' licenza che fussino lasciati entrare, e furono menati alla magione del duca, e assegnò loro una stanza, e fece loro grande onore.

Capitolo XXX.

Come lo re Marcabruno andò per dare il guasto a Montefeltron,

e Buovo s'apparecchiò con Pulicane d'assaltarlo, e 'l duca con loro.

Quando Buovo e Drusiana e Pulicane furono entrati nel castello di Montefeltron col duca Canoro, molto si maravigliorono di Pulicane; e' faceva loro grande onore, e la duchessa faceva grande onore a Drusiana. E la sera cenarono insieme, e poi fu data una ricca camera a Buovo e a Drusiana, e un'altra ne fu data a Pulicane. E l'altra mattina si levarono per tempo; e mentre che Buovo si vestiva, giunse Pulicane, e guardando da' balconi la campagna del castello, viddono venire le bandiere del re Marcabruno, il quale era giunto il dí dinanzi dove Buovo aveva combattuto con Pulicane, e non gli avendo potuti trovare, giurò di fare guastare dintorno a Montefeltron ogni cosa. E stando Buovo e Pulicane a' balconi e guatando la gente e parlando insieme, giunse a loro il duca Canoro, e disse: «Iddio vi dia il buon giorno!». E rendutogli il saluto, gli mostrorono la gente del re Marcabruno. Disse il duca Canoro: «Anche anno mi venne a dare il guasto; e viene a guastare le mie possessioni, che sono intorno a questo mio castello». Allora disse Buovo: «Io non sono sí ferito che, se voi volete, che non gli andiano a 'ssaltare, Pulicane ed io». Rispuose il duca: «Egli fu già mio signore, e ora è mio nimico; e se voi volete pugnare contro a loro, io farò armare trecento cavalieri». E Buovo ne lo confortò, e disse: «Voi e Pulicane andrete da una parte con dugento cavalieri, e io da un'altra con cento». E cosí furono accordati, e 'l duca comandò che in prima si confortassino tutti e mangiassino e beessino; e cosí feciono tutti i cavalieri; e ordinò buone guardie alle porte e alle mura del castello; e come furono armati, dierono ordine d'uscire fuori alla battaglia.

Capitolo XXXI.

Come Buovo uccise il duca Sanguino, e come il duca Canoro fu preso, e de' suoi

cavalieri furono morti dugento, e Pulicane fu ferito; e lo re Marcabruno perdé

quattrocento cavalieri e tornossi a Polonia, e Buovo nello castello.

Al dipartire che feciono dal castello, Drusiana pregò Buovo molto che egli s'avesse buona guardia; e uscito el duca con Pulicane e con dugento cavalieri da una porta, e Buovo uscí con cento da un'altra bene armati e bene in punto; e molta fanteria v'era a pie' ch'usciva fuori del castello, se bisogno facessi. Buovo, assaliti e' nimici, si scontrò col duca Sanguino e dieronsi grandi colpi delle lance; Buovo lo passò insino di drieto e morto l'abatté a terra del cavallo, e poi passò verso le bandiere; e il romore si levò grande. Portava Buovo per arme uno lione rosso nel campo azzurro con una sbarra d'argento, e faceva maraviglia della sua persona correndo per lo campo. Pulicane e il duca Canoro assalirono lo campo, e grandissima battaglia si cominciò da ogni parte; alla fine furono morti più di cento cavalieri del castello, e radottisi insieme quelli ch'erano con Buovo con quegli di Pulicane, e la maggior parte erano feriti. El duca Canoro era stato preso, e Pulicane aveva fatto maraviglie ed era alquanto ferito, e Buovo era molto affannato e molto sangue perdeva delle ferite dell'altro giorno ricevute da Pulicane; e per questo, avendo auto grande aiuto da' pedoni, si ritornarono nel castello con grande danno. Ma nondimeno erano morti de' nimici più di quattrocento cavalieri; onde il re Marcabruno si tornò a Polonia. E nel castello era gran pianto della gente che avevono perduta. La duchessa fece loro grande onore per la loro valentia, e fecegli medicare; e mentre che si medicavano, la duchessa fece soldare dugento cavalieri. E quando Buovo fu guarito e Pulicane, ogni giorno correvano per lo paese di Polonia rubando e predando tutto il paese, e facevano grandissima guerra.

Capitolo XXXII.

Come lo re Marcabruno trasse el duca Canoro di prigione, ed egli promisse

di dare Buovo e Pulicane presi, e diede due suoi figliuoli

per istatichi, e andonne a Montefeltron con tremila cavalieri.

Mentre che questa guerra si faceva, sempre era il duca Canoro in prigione in Polonia; e il re Marcabruno lo fece chiamare a sé, e quando l'ebbe nella sua camera, gli disse: «Canoro, se tu vorrai fare quello che io ti dirò, io ti caverò fuori di prigione, e farò la pace con teco, e donerotti tre castella che già furono tue, e sempre ti terrò per caro amico». Ed egli promisse di fare il suo comandamento. Era stato Buovo otto mesi o più a Montefeltron, e Drusiana aveva il corpo grande. Disse il re: «Manda per tuoi figliuoli alla duchessa, e dirai che tu vuoi fare pace con meco, con patto che Buovo e Pulicane si vadano con Dio; e tu, quando sarai nel castello, farai loro grande allegrezza e festa e grande impromesse, e tieni modo di darmegli presi o morti, e io ti giuro di fare Lionido e Lione, tuoi figliuoli, amendue cavalieri, e donerò loro le due castella quali tu vorrai, delle tre ch'io t'ho impromesso; ma io gli voglio per statichi». El duca, per volontà d'uscire della prigione e per tornare nella grazia del re, promisse di fare tutto il suo potere, e scrisse una lettera segretamente alla duchessa a Montefeltron in atto della pace, ma non le scrisse il tradimento; ed ella, per volontà d'avere il marito e la pace, gli mandò amendue e' figliuoli, Lionido e Lione, segretamente. Allora il re diede al duca Canoro tremila cavalieri, e partissi a otta da Polonia, ch'egli giunse in sulla mezza notte a Montefeltron, e ancora non ne sapeva niente Buovo né Pulicane. E dato segno alla guardia, e la duchessa aperse al duca; e quando fu drento per la porta del soccorso, la domandò che faceva Buovo; ed ella lo menò insino alla camera dove dormiva Buovo con Drusiana, ed alla camera dove dormiva Pulicane. Quando el duca sentí che amendue dormivano, disse alla duchessa: «Ora è tempo, sanza dare più indugio, al fatto nostro. Io ho con meco tremila cavalieri: io gli metterò drento e piglierò costoro inanzi che sia il giorno»; e dissegli tutto il trattato ch'egli aveva ordinato. Ed ella disse: «O signore mio, nessuno de' tuoi non furono mai chiamati traditori; or come vuoi tu acconsentire a tanto tradimento? Per Dio, di'inanzi a Buovo che si vada con Dio: egli è cavaliere tanto da bene, ch'egli se ne andrà, egli e Pulicane e Drusiana, e non sarai chiamato traditore». Disse il duca: «Io voglio fare a mio modo». Ed ella disse: «Io non lo consentirò mai». Allora il duca la cominciò a battere con pugni e con calci. Quivi non era altri che loro due, perché el duca non voleva che altra persona lo sentisse; e mentre che egli le dava, ed ella lo pregava umilemente che egli non facesse tanto tradimento, e forte piagneva: e 'l duca la minacciava di morte.

Capitolo XXXIII.

Come Pulicane uccise il duca Canoro e serrò la duchessa nella camera;

e chiamò Buovo, e fuggironsi da Montefeltron; e per la via trovorono

le some del re Baldras di Sinella.

Faccendo el duca questa contesa con la duchessa, e Pulicane si sentí; e udendo questa contesa, si levò pianamente, e venne all'uscio della camera, e pose mente per uno fesso dell'uscio, e conobbe el duca, e udì minacciare di morte la duchessa, e già aveva in mano uno coltello. E Pulicane prese la spada, e uscí fuora, e disse: « O duca traditore, non ti verrà fatto, ch' io ho inteso che tu vuoi dare questo castello al re; e perché la duchessa non vuole acconsentire, tu la vuoi uccidere; ma tu morrai prima di lei». E alzò la spada, e levògli la testa dalle spalle. Come l'ebbe morto, disse alla duchessa: «Dove è la gente che egli voleva mettere drento?» E ella lo menò all'entrata del castello e mostrògli la gente ch'erano di fuori che aspettavano d'entrare; e Pulicane con fortò pianamente le guardie di fare buona guardia, e disse alla duchessa: «Andate a dormire e non abbiate paura». Ed ella entrò piagnendo nella camera per grande paura ch'aveva de' suoi figliuoli (ma Pulicane non sapeva ch'ella avesse mandati e' figliuoli a Polonia); e come la duchessa fu nella camera, e Pulicane serrò l'uscio di fuori, perché ella non ne potesse uscire, e subito n'andò alla camera di Buovo e chiamollo e raccontògli tutto il fatto, e come di fuori era molta gente armata, e come egli aveva morto el duca, e la cagione perché egli l'aveva morto. Buovo fece levare Drusiana, e disse: «Se noi aspettiamo insino al giorno, noi siamo morti, imperò che, sentendo quelli del castello che noi abbiamo morto el duca, tutti si daranno al re, e io temo più per Drusiana che per me». E di subito s'armarono, e Pulicane sellò Rondello e un altro cavallo per Drusiana, e sagretamente uscirono da una porta ch'era sopra a una ripa d'uno monte, perché da quello lato la gente di fuori non ponevano cura. Buovo e Drusiana andavano a pie', e Pulicane menava e' cavalli a mano. E a grande fatica scesono da quello lato, e montorono a cavallo Buovo e la donna, e Pulicane andava inanzi; e cosí si partí Buovo e Pulicane e Drusiana da Montefeltron. E non furono di lungi tre leghe, ch'eglino trovarono molte somerie d'arme, e dimandarono di chi erano. Rispuosono: «Del re Baldras di Sinella, che viene drieto a noi con dieci mila saraini, e va in aiuto al re Marcabruno per porre il campo a Montefeltron». Allora Pulicane cominciò la zuffa con loro, e uccisene dieci; e cercò tra le some, e tolse certa vettuvaglia; e Buovo disse: «A noi conviene uscire della strada ». E cosí feciono per non si scontrare con la gente del re Baldras di Sinella, e entrorono per una gran foresta: ed era Drusiana gravida d'otto mesi e di quindici giorni, e aveva il corpo molto grande.

Capitolo XXXIV.

Come lo re Marcabruno fece disfare il castello di Montefeltron.

El romore de' vetturali fu grande nella gente saraina, e la gente traeva, e molto s'affaticavano di trovare questi due, cioè Buovo e Pulicane, perché sentirono, da quelli ch'erano fuggiti, la statura di Pulicane: alla fine n'andarono a Montefeltron. E giunsevi il re Marcabruno con cinquemila cavalieri apresso a quelli che aveva menati el duca la notte; e quando quelli del castello trovarono morto el loro signore, cercorono tutto el castello per dare la morte a Buovo e a Pulicane; e trovato la duchessa serrata, la menarono fuori, ed ella disse che Pulicane l'aveva serrata, perché ella voleva gridare, quando uccise il suo marito. Allora s'accordorono col re Marcabruno, e dierogli il castello, ed egli entrò drento; e com'egli sentí ch'egli non poteva avere Buovo nelle mani, fece ardere tutto il castello e rubare; e disfatto il castello, si ritornorono a Polonia, e il re Baldras si tornò a Sinella con la sua gente. Molto fu grande il dolore del re Marcabruno d'essere rimaso cosí scornato di Drusiana, che se n'era andata con Buovo, e di Pulicane, il quale l'aveva tradito e non gli aveva attenuta la fatta promessa.

Capitolo XXXV.

Come Buovo e Pulicane vanno con Drusiana per la foresta,

e Drusiana era nel tempo di partorire;

e alloggiaronsi in una bella riviera della foresta;

e come Drusiana si sentí le doglie del parto.

Dirizzasi l'autore a Buovo e a Pulicane e a Drusiana, che, poi ch'uscirono della strada e per la foresta si missono, grande fatica era a Drusiana a cavalcare, perché era nel tempo presso al partorire, imperò ch'ella era gravida d'otto mesi e quindici giorni quando uscirono di Montefeltron; e andando per la foresta, tre giorni mancò loro da mangiare. Ora pensi ognuno come poteva fare la misera Drusiana ch'era gravida! E il terzo giorno Pulicane uccise uno danio assai giovane, e non ne potevano però cuocere, perché non aveano fuoco. E per ventura trovorono uno piccolo fiumicello che menava molti sassi, e Buovo disse a Pulicane: «Togli uno di quegli sassi neri» (che era una pietra da fare fuoco). E poco andarono, che giunsono tra grande quantità di cerri, ed eravi uno di quegli cerri molto grosso, che 'l vento di più tempo inanzi avea rotto e fatto cadere, ed era mezzo marcio. Buovo smontò da cavallo e disarmossi; e tratta la spada, con quella pietra nera e con quello cerro tanto s'affaticò, ch'egli accese il fuoco in quello cerro, e feciono gran fuoco. Pulicane scorticò il danio, e arrostirono della carne, e di quello mangiorono, e l'avanzo apiccarono agli arcioni de' cavalli, e portaronlo con loro, e tolsono dell'esca del cerro uno grande pezzo, e portaronlo con loro. E andorono per questa foresta quindici giorni, che mai non trovorono paese dimestico, e mangiavano carne e ghiande e nocciuole e pome salvatiche. E trovato una vena d'acqua molto chiara e dolce, come disperati di non trovare terreno dimestico, si poson a riposare in questa parte, perch'ell'era una bella riviera; e feciono uno bello alloggiamento, per loro e per li cavalli, di legname e di frasche, e ragunarono molto fieno ch'era secco alla campagna sí per li cavalli e sí per dormire in sul fieno. E qui si sentí Drusiana le doglie del partorire, e per questo s'erano alloggiati più che per altro.

Capitolo XXXVI.

Come Drusiana partorì due figliuoli maschi, Guidone e Sinibaldo,

nella foresta ; e Buovo andò a cercare paese dimestico, e trovò il fiume

e la nave ; e aveva lasciato Pulicane con Drusiana.

Si come piacque a Dio, a pena avevano compiuto di fare gli alloggiamenti, che Drusiana partorì due figliuoli maschi, e Buovo l'aiutava il meglio che poteva e sapeva; e non avendo fascie, si cavarono le camicie e le sopraveste dell'arme, e in quelle gli fasciavano. E Pulicane andava per la foresta, e arrecava ora lepre, ora fagiani, e quando altre uccellagioni, e di questo vivevano; e riposossi cosí Drusiana otto giorni poi ch'ebbe partorito; e battezzorono e' fanciulli, e posono nome all'uno Guidone, che fu il primo che nacque, e al secondo puosono nome Sinibaldo. E passati gli otto giorni, disse Pulicane: «Per certo che io cercherò tanto di questa foresta, ch'io troverrò qualche capo o via o abitazione dimestica; e priegovi, Buovo, che per tre giorni che io peni a tornare, voi non vi diate malinconia di me». Disse Drusiana: «Omè, Pulicane, per Dio, non ci abbandonare, imperò che, se tu ci abbandoni, noi morremo di fame». Allora disse Buovo a Pulicane: «Egli è molto meglio, per amore di Drusiana, che tu rimanga, e io andrò alla ventura cercando, e tornerò infra tre giorni, o truovi io ventura, o no». E a questo s'accordorono. Molto raccomandò Buovo a Pulicane la sua donna e' suoi figliuoli, e piangendo montò a cavallo, e missesi per la foresta, cercando di trovare luoghi dimestici. E in capo di due giorni trovò uno grandissimo fiume; e seguitando il fiume, trovò una nave piena di mercatantia, e pregògli per l'amore di Dio ch' e' dovessino levare lui e uno suo compagno e una sua donna, la quale aveva partoriti due figliuoli. A' mercatanti increbbe della donna, e dissono d'aspettarlo insino a tutto l'altro giorno in quello luogo medesimo. E Buovo disse a Rondello: «O nobile cavallo, ora è bisogno che tu t'affatichi di ritornare all'alloggiamento; ch'io per me non vi saprei mai ritornare». E 'l cavallo tornò per la via ch'eglino avevano fatto, presto quanto poteva.

Capitolo XXXVII.

Come Pulicane uccise due lioni, e' quali ferirono lui a morte; e come

Drusiana si fuggì co' due fanciulli in braccio per paura de' lioni.

Intervenne che il secondo dí che Buovo si partí dallo alloggiamento, dove lasciò Pulicane e Drusiana, essendo chiaro il dí, Pulicane si levò, e prese l'arco e 'l turcasso e la spada, ed entrò per la foresta per pigliare cacciagione da mangiare per la donna e per sé. E avendo prese certe cacciagione, tornava allo alloggiamento, ed egli trovò presso all'alloggiamento a due trar di mano due grandissimi lioni che avevano mangiato uno cerbio pure allora. Questi lioni erano passati allato allo alloggiamento, e ivi allato avevano preso il cerbio e morto presso a quaranta braccia all'alloggiamento. E quando Drusiana gli vidde, ebbe paura, e prese e' due fanciulli in braccio, e ficcossi per la foresta tutta ispaventata, e pensava ch' e' lioni avessino morto Pulicane e che Buovo fusse per lo diserto perduto o morto; e perciò cosí spaventata fuggiva per la foresta co' due fanciulli in braccio. In questo mezzo Pulicane giunse, e vidde e' due lioni, e non si pose a badare con loro; ma egli venne allo alloggiamento; e non trovando Drusiana, la chiamava; ma ella era per avventura più d'una lega di lunge. Pulicane cominciò a dolorare, pensando ch'e' lioni avessino mangiato Drusiana e' figliuoli, e cominciò a dire: «O lasso a me dolente! O che dira Buovo che mi raccomandò tanto Drusiana e' suoi figliuoli?». E per lo dolore non si diede a cercare col naso la traccia di Drusiana, ma egli misse mano alla spada, e assalí quelli due lioni, e al primo colpo partí all'uno la testa per lo mezzo, e morto lo gittò in terra; nondimeno il lione gli fece grande straccio nel petto. Ma l'altro lione gli fece peggio, imperò che egli gli si avventò con le branche di drieto, e stracciò l'arme e la

carne, e vollelo pigliare con la bocca nel collo; ma Pulicane si volse si presto, che egli non potè, e diegli della punta della spada negli interiori, e passollo dall'altro lato. El lione e gli gittò incontro, e giunse con le zampe Pulicane nello corpo, e dinanzi l'aperse; ma Pulicane gli diede una altra punta per modo, che 'l lione cadde morto in terra. Non si potè partire Pulicane venti passi, che egli cadde come morto in terra, e le budella gli uscivono del corpo; e stette cosí tutto quello giorno e la notte appresso. All'altra mattina giunse Buovo all'alloggiamento.

Capitolo XXXVIII.

Come Buovo tornò all'alloggiamento, e, trovato Pulicane, lo battezzò

e sotterrollo; e non trovando Drusiana, volle tornare alla nave; e

Drusiana n'andò in Erminia, isconosciuta, alla città del suo padre.

Buovo aveva tutta la notte cavalcato per tornare a tempo alla nave; e giunto allo alloggiamento la mattina e non vi trovando persona, chiamava, e persona non gli rispondeva. Ed egli addolorato guatava di qua e di lá, e vidde il sangue del cerbio, ed egli si maravigliò, e diceva: «O vero Iddio, che sangue potrà essere questo?». E lamentandosi e guatando attorno, vidde e' due lioni morti, e andando sopra a loro, vide Pulicane in terra, che non era ancora morto, ed egli lo domandò di Drusiana; e Pulicane gli contò quello che gli era intervenuto, e dimandavagli di grazia ch'egli lo battezzasse inanzi che egli morisse. E Buovo disse: « Io ti battezzerò, ma dimmi il vero, se tu sai quello che di Drusiana sia adivenuto e de' miei figliuoli». Disse Pulicane: «Io non te ne so dire altro che quello ch'io t'ho detto; ma io credo che questi lioni si mangiassino lei e' figliuoli; però, non trovandola quando tornai, adirato feci battaglia con questi lioni». Allora Buovo lo battezzò dell'acqua che usciva dello alloggiamento, e portogli da bere; e come Pulicane ebbe beuto, si morí. E Buovo rimase addolorato tanto, quanto mai fosse cavaliere, sí per la donna, sí per li figliuoli e sí per Pulicane; e fece una fossa il meglio che egli potè, e sotterrò Pulicane, e poi addolorato chiamando cercò molto per la foresta: alla fine prese suo cammino per ritornare dove aveva lasciata la nave.

In questo mezzo Drusiana per avventura arrivò per un'altra via al fiume che Buovo aveva trovato; e andando su pel fiume, trovò la nave. Ed era già al fine del dí che Buovo dovea tornare; e giugnendo la donna, li marinari la tolsono in nave, ed ella si raccomandò a certi mercatanti, e a loro ne 'ncrebbe, e dieronle una particella della nave, a lei e a' suoi figliuoli, e davonle di quello che le bisognava. Come fu sera, non vollono più aspettare, pensando tra loro che quello cavaliere l'avesse rapita ove che sia e che ella si fusse fuggita da lui; e per non le dare malinconia, non le dissono niente. E partiti, andando alla seconda dell'acqua, entrarono in mare nel golfo detto Propontis presso a Gostantinopoli, e 'l fiume donde uscirono aveva nome Nopolisi. E Drusiana domandò dove andavono. Rispuosono: «Noi andiano in Cipri». Ed eglino andavono in molte parte; nondimeno ella gli pregò che, s'eglino potessino, la ponessino in Erminia; ed eglino infra molto tempo la posono nel porto d'Erminia minore; e quivi era signore lo re Erminione suo padre. Ella si cambiò di viso con l'erbe che Buovo tolse al paltoniere, e stava molto coperta, e raccomandossi el re Erminione suo padre; e sconosciuta si stette gran tempo nella sua corte, e allevò quelli due figliuoli, cioè Guidone e Sinibaldo.

Capitolo XXXIX.

Come Buovo per avventura trovò una nave, la quale lo portò in ponente

con Terigi dalla Rocca a Santo Simone, e lá n'andò sconosciuto.

Per non lasciare la storia, ritorna l'autore a parlare di Buovo, il quale, avendo sotterrato Pulicane nella foresta e non trovando Drusiana, ritornò dove aveva lasciato la nave, e non la trovando, seguitò il fiume alla seconda infino alla marina, e aspettava pure che qualche nave passasse che lo levasse. E stette cosí quello giorno e la notte con grande fame; e la mattina, in su l'ora di terza, vidde una nave grossa che passava per alto mare, ed egli fece tanti cenni e con gridare, che quelli della nave lo viddono, e, calate le vele, gittarono l'ancore e mandarono il battello maggiore a otto remi insino a terra, e dimandarono in lingua inghilese chi egli era. E Buovo rispondeva loro ch'egli era uno sventurato cavaliere, e pregògli ch'eglino lo togliessino in nave; ed eglino, vedendolo tanto bello cavaliere, misono lui e 'l cavallo nello battello e portaronlo alla nave, e missono lui e 'l cavallo in nave. Questa fu fattura di Dio, che questa nave arrivasse qui, imperò che 'l signore di questa nave era Terigi dalla Rocca a Santo Simone, il quale, avendo auto notizia che Buovo era in Erminia, si partí d'Inghilterra e venne in Erminia per trovarlo; e non lo trovando, n'andò a Polonia, e aveva sentito ch'egli era a Montefeltron, e come egli s'era partito; onde egli immaginò che Buovo per terra andrebbe cercando sua ventura; onde egli aveva soldati una bella compagnia e menavagli in ponente, perché suo padre faceva sempre guerra a Antona. E quando vidde Buovo, lo domandò donde egli era e come aveva nome. Buovo disse che aveva nome Agostino l'Ermino. E Terigi lo domandò se egli aveva mai veduto Buovo; ed egli disse: «Io l'ho bene udito menzonare». Allora domandò Buovo da mangiare; e mentre ch'egli mangiava, lo domandò Terigi se egli voleva andare con loro a una guerra in ponente. Disse Buovo: «Io andrei a casa della mala ventura; ma come si chiama dove voi mi volete menare?». Disse Terigi: «In Inghilterra, a una rocca che si chiama la Rocca a San Simone, che fa guerra con una cittá che si chiama Antona, che n'è signore uno traditore di Maganza che ha nome Duodo, che uccise il duca Guido d'Antona a una caccia per tradimento della moglie». E Buovo lo domandò in che modo e perché l'uccise; e Teris gli contò tutta la storia. E Buovo cominciò a lagrimare, e diceva che lagrimava per tenerezza che aveva di quello Buovo ch'eglino dicevano. Allora gli domandò Teris donde egli aveva auta quella arme che egli portava nello scudo. Disse Buovo: «Perché me ne domandate voi?». Disse Teris: «Perché il padre di Buovo portava propio questo lione rosso nel campo azzurro con questa sbarra d'argento». Disse Buovo: «Una donna che mi fece cavaliere mi donò questa arme». E navicando, Buovo gli promisse di fargli compagnia insino al fine della guerra.

Per molti giorni navicarono; e 'ntrò Buovo tanto in amore a Teris, che egli pregò tutti quelli ch'egli aveva soldati che lo facessino loro capitano; ed eglino cosí feciono. E navicando giunsono in Cicilia, e quivi forní Teris la brigata di cavalli, e forní due altre navi di cavalli; e andaron per mare insino a Avignone, cioè alla foce del Rodano ; e indi n'andarono per terra al porto di Bordeus, e misse in nave trecento cavalieri, e condussegli al porto di Giunsal, presso alla Rocca a due giornate. E ivi smontarono, e armati montarono a cavallo, e andarono alla Rocca a San Simone; e Sinibaldo venne loro incontro con altrettanti cavalieri: era con lui Riccardo di Conturbia. Non si potrebbe dire la grande allegrezza che fece Sinibaldo della tornata del figliuolo, ch'era stato a tornare uno anno e sei mesi; e dimandollo se egli aveva sentito niente di Buovo. Ed egli contò dov'era stato, e quello che aveva di lui udito, e come aveva soldato costoro, e dove aveva trovato messer Agostino l'Ermino, e come l'aveva fatto capitano. E Sinibaldo ne fu molto allegro; e andaronne alla Rocca; e ne' borghi fu alloggiata tutta questa gente. Ognuno faceva allegrezza, salvo che Riccardo di Conturbia, per l'amore che portava alla contessa Fiorigia: e già avea gelosia di messere Agostino, che era tanto onorato.

Capitolo XL.

Come per gelosia Riccardo di Conturbia s'ingaggiò di fare

uno colpo di lancia con Buovo per amore di Fiorigia.

La sera, poi ch'ebbono cenato, e Riccardo di Conturbia s'avidde che Fiorigia guatava molto Buovo, onde egli dimandò licenza a Sinibaldo di volersi partire; e aveva questo Riccardo trecento cavalieri in loro aiuto. Allora Sinibaldo dimandò della cagione e perché si voleva partire, ed egli rispose: «Perché Fiorigia è già innamorata di quello forestiere». Disse Sinibaldo: «Io ti giuro per la fede che noi adoriamo che io non la darò mai per moglie a altra persona che a te». Allora disse Riccardo: «Per certo ch'io non ci starò, s'io non fo uno colpo di lancia con messere Agostino». Disse Sinibaldo: «Egli è villania, ma io so bene come farò. Io dirò che sia per usanza che ogni capitano che viene di nuovo in questa fortezza, faccia uno colpo di lancia con quello capitano ch'egli ci truova». Disse Buovo: «Io sono contento; ma io voglio che quello che è perditore perda l'arme e 'l cavallo, e venga a pie' insino alla tavola dove si mangia; e s'egli rivuole l'arme e 'l cavallo, doni trecento bisanti d'oro a quello che è vincitore». Disse Sinibaldo: «Io sono contento». E promisse per ognuno, e diede l'ordine per l'altra mattina.

Capitolo XLI.

Come Buovo abatté Riccardo di Conturbia, e da capo s'ingaggiarono

di combattere dugento contro a dugento; e funne perditore Riccardo;

e alla fine feciono pace.

La mattina furono armati e furono alla giostra. Buovo aspettò Riccardo tre colpi e non lo piegò d'arcione; ma Buovo, quando Riccardo aspettò lui, l'abatté a terra del cavallo. Allora venne Riccardo insino alla tavola a pie', e fece dare a Buovo trecento bisanti d'oro, e Buovo gli donò a' suoi compagnoni. E Sinibaldo andò alla camera di Riccardo con lui, e domandollo che uomo gli pareva messer Agostino; ed egli disse: «Egli è valente uomo con la lancia, ma con la spada mi voglio provare con lui»; e disse a Sinibaldo ch'egli l'andasse a sfidare da sua parte. E Sinibaldo v'andò, e Buovo rispose: «Io sono più amico di Riccardo che egli non crede; ma io conosco che amore gliele fa fare. Tornate, e dite che io non voglio che noi facciamo con le spade, che noi non siamo nimici; ma facciamo con le lance sanza ferri puliti, ma co' roccetti, tre per parte; e chi vince, gli altri sieno sotto quello capitano». Sinibaldo tornò a Riccardo; ma egli disse che gli pareva una viltà, ma che egli farebbe dugento contro a dugento de' suoi; e chi è abattuto, perda l'arme e 'l cavallo, e sia quella parte che perde, sotto quello capitano che vince. E a questo s'accordarono. E furono l'altra mattina in campo, e fu la giostra grande, e fuvvi de' morti e de' feriti, imperò che Riccardo volle fare a ferri puliti con le lance e sanza spade. Buovo s'affrontò con Riccardo, e rupponsi due lance a dosso, e al secondo colpo s'aurtarono, e 'l cavallo di Riccardo andò per terra, onde Riccardo si chiamò perditore, dicendo che Buovo aveva migliore cavallo e che non era caduto per possanza di messer Agostino. E ristette la giostra, e Buovo fece perdonare l'arme a quelli ch'erano abattuti, e cosí perdonarono e' cavalli, e ognuno tornò al suo alloggiamento. Buovo mandò per Teris, e disse: «Va e fa la pace tra me e Riccardo». E Teris v'andò, e non potè; e Buovo disse: «Va e menalo teco a cena». Egli v'andò, e tanto lo pregò, che egli il menò a cena seco. Mentre che cenavano, e Buovo v'andò, e giunse che Riccardo diceva: «A me incresce più de' miei cavalieri che di me, che eglino avevano il vantaggio della giostra, s'io non fussi caduto». Disse Fiorigia: «La colpa del cadere non fu vostra, ma fu del cavallo». In questa giunse Buovo, e tutti gli salutò, e prese Riccardo per la mano; e fugli data l'acqua alle mani, e puosesi con loro a cena. E cenando, Buovo cominciò a pregare Riccardo che gli perdonasse se egli l'aveva offeso, e che contro a sua volontà l'aveva fatto. Essendo loro tre a uno tagliere, cioè Buovo, Teris e Riccardo, e Fiorigia gli serviva, e parlando di molte cose, mai Buovo non guatò Fiorigia. Questo ebbe molto per bene Riccardo, e fecesi la pace; e l'altro giorno sempre stettono in compagnia, e posonsi grande amore, perché Buovo mostrava di non si curare d'amore inverso Fiorigia.

Capitolo XLII.

Come Buovo e Riccardo e Terigi corsono con secento cavalieri a Antona,

dove Buovo ferì Duodo e Alberigo; e la grande preda che presono.

Fatta la pace tra Riccardo di Conturbia e Buovo, e riposati alquanti giorni, Buovo chiamò Riccardo e Teris, e disse: «Noi ci siamo stati già cotanti giorni, e ancora non abbiamo veduti e' nimici: a me parrebbe che noi gli andassimo a vicitare per nostro onore». Disse Teris a Riccardo: «Che vi pare da fare?». Ed egli rispuose: «Facciamo quello che pare a messer Agostino». E allora feciono apparecchiare secento cavalieri, e la notte n'andarono alla cittá d'Antona, e puosono tre agguati. La mattina Teris fu il primo che si scoperse, e assalí e prese molto bestiame e prigioni; ed era in su l'ora di terza. El romore si levò grande, e uscirono al quanti armati della cittá, e assalirono Teris che ne menava gran preda di prigioni e di bestiame. Allora si scoprí Riccardo, e corse insino in su le porte della cittá, e ivi si cominciò una fiera battaglia: ma quelli di Riccardo rimissono quelli d'Antona drento. Allora uscí fuori della cittá Duodo di Maganza ed Alberigo suo fratello, con millecinquecento cavalieri, e assalí Riccardo, e arebbelo vinto, se Teris non l'avesse soccorso. Qui si fece molti colpi di lancia, e molti ne perivano da ogni parte; ma pure quelli di Riccardo e di Teris arebbono date le spalle, perch'erano troppi quelli di Duodo. Allora si scoperse Buovo con una bandiera dell'arme del suo padre, cioè el lione rosso nel campo azzurro e una sbarra d'argento, e arrestò sua lancia, e percosse tra' nimici. El primo ch'egli percosse fu Alberigo, fratello di Duodo, e' naverato lo gittò a terra, e inanzi che sua lancia si rompessi, gittò per terra quattro cavalieri; e misse mano alla spada, e corse insino al rastrello della porta, e per forza, abattendo, aterrando e uccidendo, ritornò indrieto faccendosi fare piazza. E giunto alla sua gente, tutti gli ristrinse insieme; e quando gli ebbe ristretti insieme, ed egli vidde Duodo che ristringeva la sua gente, subito immaginò tra se medesimo che egli fusse Duodo di Maganza, e disse: «Quello debbe essere quello che uccise mio padre ». Nondimeno s'accostò a Teris e disse: «Chi è colui che porta quello falcone nel campo cilestro in su uno monte? E' parmi che sia il loro capitano». Disse Teris: «Quello è il traditore Duodo di Maganza, che uccise il duca Guido, mio signore». Allora Buovo tolse una grossa lancia di mano a uno cavaliere, e, adirato, contro a Duodo n'andò; e Duodo, quando lo vidde venire, prese un'altra lancia e venne contro a lui, e, spronando e' cavalli, si corsono a ferire, e molta gente si mosse da ogni parte. E' due baroni si percossono: Duodo spezzò sua lancia, e altro male non fe', ma Buovo pose sua lancia bassa e ferillo nell'anguinaia e la coscia; e passògli tutte l'arme, e passò l'arcione di drieto, e ferì il cavallo in su la groppa, e spezzò la lancia; e Rondello diede del capo nel capo del cavallo di Duodo, e urtollo col petto, e gittò per terra Duodo e 'l cavallo. Buovo trasse sua spada, e faceva maraviglia della sua persona, e Rondello pareva uno drago tra gli altri cavalli. E veramente egli arebbe fatto morire Duodo, ma fu tanta la moltitudine de' cavalieri e de' pedoni che uscirono d'Antona, che Buovo co' suoi convenne tirarsi a drieto. E Alberigo cosí ferito rimontò a cavallo, e gridando a' cavalieri, per forza racquistarono Duodo, e riportaronlo nella cittá crudelmente ferito. Per questo i cavalieri della Rocca, Buovo, Riccardo e Teris, come lioni assalirono quelli d'Antona, gittandogli per terra, urtando pedoni, gittandogli per le fosse, uccidendogli con le spade in mano, per modo che gli missono in fuga e rimissongli per forza d'arme drento alla città, dove era grande stretta all'entrare, e molti n'uccisono e molti ne presono. E tornarono verso la Rocca a San Simone con grande preda di bestiame e di prigioni, e trovarono ch'erano morti de' cavalieri di Buovo cinque, e venticinque feriti, e di quelli di Riccardo erano morti dieci cavalieri, e non più che quindici feriti. Non era tra loro altro che dire che delle valentie del cavaliere del lione rosso, e cosí inAn tona n'era grande favellio. E' cavalieri alla Rocca s'attendeano a medicare e a riposarsi, partendo la preda con grande alle grezza, e molti prigioni si riscotevano.

Capitolo XLIII.

Come Buovo fu riconosciuto da Sinibaldo dalla Rocca a San Simone

per vertu della balia che l'allattò; e 'l bagno che si ordinò, e l'allegrezza.

Riposandosi e' cavalieri della Rocca, e Riccardo portava grande invidia a Buovo solo per gelosia di Fiorigia, ch'egli dubitava ch'ella non amasse più Buovo per le grandi prodezze che egli aveva fatte: nondimeno egli non dimostrava l'odio che egli gli portava. In questo mezzo che e' feriti s'attendevano a medicare, e la moglie di Sinibaldo, madre di Teris, molte volte aveva guatato Buovo armato e disarmato e aveva veduti tutti e' suoi gentili modi. Ella chiamò Sinibaldo uno di nella camera, e disse: «Sinibaldo, per certo che tu troverrai che questo messer Agostino è Buovo, mio figliuolo di latte. Io ho posto mente ch'egli è tutto propio il duca Guido suo padre. Io voglio che noi facciamo fare uno bagno: tu vedrai che egli non si vorrà spogliare per non essere conosciuto; e se egli si spoglia, guardalo in sulla spalla ritta, ch'egli ha il neello che hanno e' reali di Francia, e quello di Buovo è come una crocetta di sangue tra pelle e pelle». Sinibaldo fu contento, e diedono l'ordine. Allora andò Sinibaldo a Buovo, e disse: «O messer Agostino, io fo fare uno bagno per voi e per me». Disse Buovo: «Io non mi voglio bagnare». Disse Sinibaldo: «Egli è usanza: io voglio che voi non mi schifiate, perché io sia vecchio, che voi non vi bagniate con meco». E Buovo si vergognò e rispuose: «Orbene, io farò come vi piace, ma fatelo fare per istasera di notte, che ci potremo poi andare a letto». E cosí fu ordinato per la sera il bagno; e quando fu la sera e, Sinibaldo chiamato Buovo, loro due nella camera si cominciarono a spogliare, Buovo, poi che Sinibaldo fu entrato nel bagno, spense il lume ed entrò nel bagno. E quando fu ignudo, e la duchessa, moglie di Sinibaldo, entrò nella camera, e Buovo entrava sotto l'acqua insino al mento, e diceva alle donne: «Che andate voi cercando? Voletevi voi bagnare?». Rispose la gentile donna: «Noi non ci vogliamo bagnare, ma noi vegniamo per ritrovare l'antico e gentile legnaggio; e non vi bisogna nascondere sotto l'acqua, che io vi conosco bene, imperò che io v'allevai sette anni col latte del mio petto, e siete figliuolo del mio signore duca Guido d'Antona e della malvagia madre duchessa Brandoria, che vi volle fare morire; e fatevi chiamare Agostino, ma voi avete nome Buovo». Udendo Buovo queste parole, cominciò a dire: «Io non so chi si sia quello Buovo che voi dite». Ed ella si gittò al suo collo, per modo che egli non si potè celare, e viddegli il segno che egli aveva in su la spalla ritta. E Buovo, vedendo non si potere celare, la fe' tirare a drieto, e confessò essere desso, dicendo: «Giunto m'avete nel bagno». E subito si rivestí de' suo' panni, e uscí del bagno, e fuvvi grande allegrezza. Sinibaldo l'abracciava e baciavalo, e cosí la donna. E poi cominciò a dire Sinibaldo: «O figliuolo della fortuna, io ti raccomando Riccardo di Conturbia, imperò che per suo aiuto abbiamo mantenuta la guerra sempre contro al traditore Duodo e alla disleale tua madre, che sanza lui non aremmo potuto durare». E dicendo queste parole, giunse Terigi; e quando sentí che questo era Buovo, non ebbe mai tanta allegrezza, e inginocchiossi a' suoi piedi. Buovo l'abracciò e baciò, e cosí il suo padre Sinibaldo; e sopra a tutti la donna non si poteva saziare d'abracciarlo e di baciarlo, chiamandolo figliuolo e signore. E Buovo mandò per Riccardo; e quando venia, Terigi gli disse come quello che avea fatto tante prodezze era Buovo, figliuolo del duca Guido suo signore, e in che modo l'avevano conosciuto, e come sua madre l'aveva raffigurato. Di questo fu Riccardo molto allegro, e corse a Buovo, e inginocchioglisi e domandogli perdono dell'odio che egli gli aveva portato; e Buovo l'abracciò e baciollo, e poi chiamò Sinibaldo e la sua madre di latte e Riccardo e Terigi e Fiorigia, perché altra persona non sapeva di questo fatto, e puose loro in sagreto questo fatto, mostrando loro il dubbio che egli portava; e tutti giurarono di tenerlo celato e di chiamarlo Agostino insino a tanto che altro seguisse. E con questo uscirono dalla camera molto allegri, e cenarono la sera con grande allegrezza e festa.

Capitolo XLIV.

Come Buovo e Terigi andarono ad Antona, vestiti come medici,

per uccidere Duodo di Maganza, e come Ruberto della Croce li raccettò.

La mattina vegnente che Sinibaldo aveva riconosciuto Buovo, tornò una spia d'Antona e disse a Sinibaldo come Duodo di Maganza giacea nel letto, ferito a morte d'una ferita che gli fece uno cavaliere con uno lione vermiglio nel campo azzurro e una sbarra d'argento, nella battaglia presso alla porta d'Antona. Quando Buovo sentí questo, disse segretamente a Sinibaldo: «Fatemi apparecchiare segretamente uno vestimento da medico, che io voglio andare ad Antona a medicare quello che uccise il padre mio». Disse Sinibaldo: «Molto v'avete da lodare de' cittadini d'Antona, imperò che co' loro danari ho fatto la guerra, e spezialmente di Ruberto dalla Croce, che sempre me gli ha mandati». Disse Buovo: «Iddio mi dia grazia che io torni in casa mia, che io gliele meriterò giusto il mio potere». E Terigi scrisse una lettera a Ruberto della Croce, e diella a una spia, e mandògli significando ogni cosa di Buovo. E la sera comandò Buovo a' suo' cavalieri che ubidissino a Riccardo di Con turbia come alla sua propia persona, e pregò Riccardo che attendessi a buona guardia. E la notte, stravestito egli e Terigi, si partirono, e l'altro giorno giunsono alla porta d'Antona di verso il mare, e giunti a uno ostiere, drento dal borgo chiamato Alerici, chiesono da mangiare. Era questo borgo in fortezza con fossi e con uno steccato, e Buovo pareva uno medico, e Terigi pareva il famiglio. E l'ostiere domandò Buovo s'egli era mercatante, ed egli rispose che non era mercatante, ma ch'egli era medico di piaghe e andava a Parigi allo studio; «e io udi' dire che qui era stata battaglia, e però sono venuto per guadagnare qualche danaro, se nessuno avesse bisogno del mio mestiere E udi'  dire ch'era ferito questo signore, e io mi vanto di guarirlo». Disse l'ostiere: «Andatevi con Dio, ch'egli ha medici troppi, e non voglio che voi mangiate in mio abergo». E Buovo disse: «Per dispetto cel fai, ma io t'accuserò al signore». Disse l'ostiere: «Omè, per Dio, non fate, e io vi darò da mangiare per niente». Eglino mangiorono, e l'oste disse:«Io mi vi raccomando per l'amore di Dio; che se voi m'accusassi, io sarei disfatto del mondo». Ed eglino si partirono. Disse Buovo a Terigi: «Che ti pare dell'oste?». Disse Terigi: «Egli vorrebbe la festa prima che la vigilia».

Entrorono nella cittá, e furono appresentati alla corte e addimandati che andavano cercando; e Buovo disse come aveva detto all'oste. Molti famigli d'oste gli volevano menare alla loro osteria, ma Terigi disse a Buovo: «O maestro, andiamo con costui ch'è famiglio d'uno buono abergo». E andorono all'albergo di Ruberto dalla Croce; e quando giunsono, e Ruberto si fece loro incontro e dimandò quello che andavano facendo. Buovo disse com'era medico, «e per avventura guariremo il duca Duodo vostro signore». Ruberto se ne mostrò allegro, e nondimeno borbottò da se medesimo, e rispose: «Io ho molti forestieri, e non vi potrei albergare». Buovo gli rafferma e dice: «Come? Se noi vegniamo per guarire Duodo vostro signore, non ci volete voi albergare?». E Ruberto gli volse le reni, e disse a uno famiglio: « Mandagli via!». E Buovo l'udì, e disse: «O Ruberto, io ti priego che tu m'alberghi per quella cosa che tu più desideri in questo mondo». Disse Ruberto: «Iddio ve lo meriti!». E per questa parola gli raccettò e fece dare loro una camera. E quando furono alloggiati, e Ruberto andò da loro, e Buovo lo domandò: «Come fu ferito il vostro signore?». Disse Ruberto: «Ferillo uno cavaliere nella zuffa a pie' della porta, il quale istá alla Rocca a San Simone e ha nome messer Agostino». E Buovo lo domandò come Duodo era signore d'Antona; e l'oste gli contò come el duca Guido d'Antona fu tradito e morto, e come scampò uno suo figliuolo di dodici anni, e disse: «Se io non dubitassi, io direi più oltre». E Buovo disse: «Di' ure sicuramente». Disse Ruberto: «Costui ha guasto questo paese di nobili uomini, ma bene havvi Sinibaldo dalla Rocca che gli ha fatto sempre guerra da poi in qua che costui uccise el duca Guido; ed ha Sinibaldo uno figliuolo che ha nome Terigi, el quale io vorrei volentieri vedere». E pregògli che queste parole fossero sagrete, e proferse loro l'abergo e ciò ch'egli aveva al mondo, e menògli nella più ricca camera ch'egli aveva.

Capitolo XLV.

Come Ruberto dalla Croce riconobbe Buovo, e come Buovo

parlò alla sua madre, e trovolla più crudele che mai; e ritornossi

allo abergo di Ruberto dalla Croce, lui e 'l suo compagno.

Poi che furono nella camera, e Teris si cavò una lettera, scritta di mano di Sinibaldo, di seno, e diella in mano di Ruberto, ed elli la lesse; e quando l'ebbe letta, s'inginocchiò a' piedi di Buovo, piagnendo d'allegrezza, e disse: «O signore nostro, quanto tempo t'abbiamo aspettato!». E dopo molte parole, parlorono della battaglia che era stata, e come Duodo era stato ferito. Allora disse Buovo: «Io voglio andare alla corte a medicare questo traditore». Ma Ruberto disse: «Io voglio imprima parlare a' nostri amici». E Buovo disse: «Io voglio prima vedere come noi possiamo fare ». E andò alla corte egli e Terigi; e all'entrare di corte scontrorono uno giovinetto, che avea nome Gailon, ch'era figliuolo di Duodo e di Brandoria, madre di Buovo, acquistato l'anno che 'l duca Guido fu morto, sí che egli veniva a essere fratello di Buovo da lato di madre. E vedendo Gailon questo medico, lo domandò quello che andava cercando. Disse Buovo: «Io udi' dire che questo signore era stato ferito, e io sono venuto per guarirlo». Allora lo menò Gailon alla sua madre Brandoria; e quando Buovo la vidde, tutto il sangue gli si rimosse; ma ella, guatandolo, lo domandò donde egli era. Buovo disse: «Madonna, io sono di Palermo»; e poi la domandò come Duodo fu ferito, ed ella gli contò tutta la battaglia. Disse Buovo: «E chi è colui che l'ha ferito?». Ed ella disse: «E' fu uno cavaliere che sta alla Rocca a Santo Simone, ch' è chiamato messer Agostino; ma io dubito che egli non sia uno traditore d'uno mio figliuolo, ch'ha nome Buovo, il quale volesse Iddio ch'io l'avessi nelle mie mani, che io lo farei squartare, e darei il corpo suo a mangiare a' cani». Disse Buovo: «Voi gli siete una mala madre, e per queste parole non si pote oggi medicare Duodo, però che, quando il medico va a vedere uno ferito, non si conviene che egli oda parole di crudeltà, perché sono in dispiacere a Dio; ma noi indugeremo a domattina. E ancora v'avviso che non si vuole trovare femmina a vederlo medicare, che io porto una erba tanto virtuosa, che in pochi giorni lo guarrá; ma ella perde la virtù, se femmina la vedesse». Ed ella disse: «Maestro, perdonatemi, che io non lo sapevo, al nome di Dio! Tornateci domattina di buona ora; ogni cosa sarà in punto». E Buovo e Teris tornarono a Ruberto, e tutta la cosa gli dissono; ma Buovo disse: «Io ebbi voglia d'ucciderla, ma io arei guasto el fatto nostro, e però lasciai».

Capitolo XLVI.

Come Buovo, vestito come medico, vicitò Duodo, e tolsegli la rocca; e 'l

romore si levò nella cittá, e fu preso Duodo e Alberigo suo fratello,

e Gailone suo figliuolo, e Brandoria madre di Buovo e di Gailone.

Quando Ruberto udì la crudeltà di Brandoria, subito scrisse uno brieve a Sinibaldo alla Rocca, e la notte lo mandò per uno valletto. E Sinibaldo e Riccardo ferono armare secento cavalieri, e la notte andarono ad Antona, e missonsi in agguato, aspettando che 'l romore si levasse drento alla cittá. La sera parlò Ruberto a molti cittadini sagretamente, e molti ne vennono all'abergo, che viddono Buovo e parlarongli, e la maggiore parte pianse di tenerezza, e proferevangli l'avere e la persona. Buovo gli confortò che non avessino paura e che francamente pigliassino l'arme al primo romore che udissino la mattina. E cosí promissono di fare; e la notte molti di loro amici avvisando, e' ordinarono di pigliare una porta donde entrasse Sinibaldo. E apparita la mattina, Buovo s'armò tanto segretamente quanto potè, e così fece armare Teris, e poi sopra all'arme si vestí come medico; e andonne al palazzo, e Gailon gli si fece in contro e menollo nella rocca dove era Duodo, e Buovo avea avvisato Teris che pigliasse la fortezza di sopra. E quando giunsono dov'era Duodo, e Buovo mandò fuori della camera ognuno, e aperse le finestre, e salutò Duodo che era in sul letto molto ammalato; ed egli disse: «Maestro, voi siate el bene venuto!». E Teris montò in su la cima della torre, mostrando di guatare per la cittá. E Buovo domandò Duodo chi lo ferì. Rispose: «Uno cavaliere che sta alla Rocca a San Simone, che ha nome messer Agostino. Bene è vero che io dubito che non sia il figliuolo del duca Guidone di questa cittá. Disse Buovo: «O perché si cominciò tra voi questa guerra?». Disse Duodo: «Per lo mio padre, che fu morto a Parigi dinanzi allo imperadore, e io uccisi Guidone, signore di questa cittá, e fecimi signore ». E contò come Buovo, suo figliuolo, s'era fuggito; «e io temo che questo che mi ferì non sia questo Buovo»; e molto lo minacciò di morte. Disse Buovo: «Mostratemi la piaga». E quando fu sfasciato, e Buovo disse: «Or sappi di vero che quello Agostino si è Buovo d'Antona, a cui tu uccidesti il padre». E mentre che egli diceva questa novella come Buovo era capitato, e uno scudiere diede segno come Buovo l'accennò. Allora Ruberto dalla Croce con molti armati corse alla rocca, e quando quelli drento si credettono difendere, e Teris gridò: «Viva Buovo d'Antona, e muoiano e' traditori di Maganza!»: e fu presa la fortezza. E quando Duodo udiva el romore, cominciò a dire: «O maestro, che romore è quello?». Disse Buovo: «Testé te lo dirò»; e gittò fuori il mantello, e trasse la spada per ucciderlo, gridando: «Traditore, io sono Buovo, per le quali mani tu dei morire per vendetta del mio padre»: e alzava la spada per dargli. E Duodo disse: «Ben sarà viltà di cavaliere a uccidere uomo che è più morto che vivo». E Buovo si vergognò e ritenne il colpo, e preselo e tirollo a terra del letto, e posegli il piede in su la gola, e disse: «O io t'ucciderò, o tu mi prometterai di tornare a combattere meco a una corte, dove sarà fidato il campo a te e a me». E cosí gli giurò di fare, e d'apellarlo in corte dove l'uno e l'altro sarebbe sicuro. In queste parole entrò Gailon nella camera e disse: «O padre, el romore è levato per la cittá — Viva Buovo d'Antona! — ». Disse Duodo: «Figliuolo, e' ci è peggio, che noi siamo prigioni, e questo è Buovo». Per queste parole Gailone uscí tutto del senno e rimase tutto fuori di sé. E Ruberto della Croce giunse nella fortezza con molti armati, e presono la fortezza; e giunti nella camera, volevano uccidere Duodo e Gailon, ma Buovo non gli lasciò uccidere. Disse Teris: «O signore, tu farai come il villano che si riscaldò il serpente in seno, el quale voleva poi uccidere lui. Tu ti dai a'ntendere che Gailo t'ami come fratello: io ti priego per due cose che tu non ti fidi di lui: l'una, perché egli è pure del sangue di Maganza, e di madre è pure figliuolo di Brandoria vostra madre». Buovo gli fece amendue pigliare, e fece pigliare Brandoria sua madre, e subito s'armò di tutte arme, e uscí del palagio, e corsono tutta la cittá. Già avevano e' cittadini messo drento Sinibaldo dalla Rocca e Riccardo di Conturbia con secento cavalieri e molti pedoni, e corsono tutta la cittá, e molti di quelli di Duodo furono morti e rubati. Tutti gridavano: «Viva Buovo, figliuolo del duca Guido d'Antona, e muoiano e' traditori di Maganza!». E cosí prese Buovo tutta la cittá, e fu signore d'Antona, la quale cittá fece fare l'avolo suo.

Capitolo XLVII.

Come Buovo licenziò Duodo di Maganza, ed egli giurò

di tornare a com battere con lui ; e altre cose che seguirono.

Poi che Ruberto della Croce ebbe presi in sua guardia Duodo e Alberigo e Gailone e Brandoria madre di Buovo, gli fece tutti a uno a uno spogliare, e fecegli legare a una colonna, e tutti gli fece frustare per modo, che tutte le loro carni erano sanguinose; e peggio arebbe fatto loro, se Buovo non fusse andato a fargli liberare. E comandò che Duodo fosse liberamente medicato in tanto che egli guarisse, e comandò che la madre fosse guardata bene; e cosí fu fatto, perché ella non si fuggisse. In questo mezzo Gailon dimandò a Buovo che gli facesse una grazia, e Buovo gli rispuose: « Ogni grazia ti farò, salvo che di mia madre non dimandare niente». Disse Gailon: «Io non voglio altra grazia». E quando Duodo fu guarito, e Buovo gli diede licenza, ed egli giurò di tornare a combattere con lui, com' e' fosse in suo paese, o in Inghilterra alla corte del re Guglielmo o a Parigi alla corte reale; e lasciò con lui andare Alberigo suo fratello e Gailon suo figliuolo. Duodo gli dimandava Brandoria, ma Buovo non glie la volle dare, e mandò con Duodo in compagnia uno cittadino con cinquanta cavalieri che lo accompagnassino insino in Maganza, dove fu grande dolore della perdita di Duodo. E con Buovo rimase Ruberto della Croce e Sinibaldo dalla Rocca e Teris suo figliuolo, e poi tornò Sanguino; e per la tornata di Buovo si faceva grande allegrezza ad Antona. Trovò Buovo il tesoro di Duodo, e pagò tutti e' soldati, e molto ne donò a' cittadini ch'erano per lui impoveriti ed erano per lui stati molestati da Duodo di Maganza.

Capitolo XLVIII.

Come Pipino, re di Franza, a preghiera di Duodo di Maganza

passò in Inghilterra e assediò Buovo d'Antona.

Tornato Duodo nelle sue terre di Maganza, subito s'afrettò e fece molto oro e argento ragunare, e soldò molta gente. Mentre che egli faceva questo, morí il re Agnolo, re di Franza, e rimase Pipino suo figliuolo. Duodo, sentito questo, andò in Franza, e parlò a Pipino, e giurògli fedeltà, sí veramente che egli lo aiutasse contro a Buovo d'Antona, rammentando a Pipino la morte del conte Rinieri, suo padre, che fu morto a Parigi dinanzi al re Agnolo da Guido d'Antona; e disse come egli aveva morto el duca Guido per sua vendetta, e come Buovo gli aveva tolto l'acquistato regno d'Antona. El re Pipino, udendo come Duodo gli prometteva vassallaggio, disideroso di farlo suo uomo, non guardando a fare più torto che ragione, gli promisse dare grande aiuto, e ordinò di mandare ambasciadori per tutto il suo regno, e fece grande gente ragunare. E quelli di Ragona e di più parti di Spagna, dubitando che Pipino non volesse fare guerra a loro, per la gente che sentivano che egli ragunava, mandorono loro ambasciadori al re Pipino, ed egli fece triegua con tutti per sei mesi, e poi con grande armata di nave passò in Inghilterra al porto d'Antona, e smontò di nave con cinquantamila cavalieri, de' quali Duodo n'aveva dieci mila, e posono campo alla cittá d'Antona. E Buovo aveva sentita la loro venuta, e aveva molto afforzata la cittá di gente e di mura e di fossi e di vettuvaglia, e aveva soldati tremilacinquecento cavalieri. Lo re Pipino aveva capitanata la sua gente e assortita in quattro schiere. La prima aveva data a Ottone di Triegua con diecimila cavalieri: costui portava l'arme del duca Guido d'Antona, che gliela donò essendo insieme in Ispagna, quando Pipino gli comandò che egli guidasse la prima schiera contro a' nimici, ed egli rispose: «Volentieri, ma non contro agli amici». La seconda diede a Gailone; la terza di diecimila diede ad Alberigo; la quarta ed ultima, che furono ventimila, tenne con seco. E cosí in quattro parti s'accamparono intorno alla cittá d'Antona.

Capitolo XLIX.

Come Gailone andò per ambasciatore a Buovo, e la risposta di Buovo; e come

s'apparecchiarono alla battaglia; e Buovo uscí a campo con le sue schiere.

Accampato el re Pipino intorno ad Antona con la sua gente, fece ragunare e' suoi baroni, e consigliarono di mandare ambasciadore drento alla cittá, e fu eletto Gailone, e mandarono a dimandare che egli s'arrendessi al re di Francia e a lui giurasse fedeltà. E quando Gailone entrò nella cittá, mostrava molto superbo, e giunto dinanzi a Buovo, oltraggiò molto di parole Buovo per parte del re Pipino, re di Franza e imperadore di Roma. Buovo disse a Gallo: «Molto se' diventato superbo, ma sappi che uomo superbo poco dura». E fece chiamare a consiglio tutti e' maggiori della cittá, e disse loro quello ch' el re Pipino mandava a dimandare, e dimandògli s'eglino volevano dare trebuto al re Pipino, imperadore di Roma e re di Franza. Rispose Ruberto della Croce: «O signore Buovo, dammi la prima insegna de' feritori, e vedrai se io ho animo di dare omaggio al re Pipino, ma non sanza ragione». E poi si cavò le vestimenta, e disse a Gailone: «Tu ci venisti a fidare come fanno e' trombetti: egli è ragione che tu abbi alcuno vestimento come buffone». E donògli quella vesta, ma Gailone non la voleva pigliare; e Ruberto pose la mano in sulla spada, e disse: «O tu piglia quella vesta, O tu proverrai questa spada». Gailone per paura la prese e vestissela; e Buovo disse: «Va', e torna al re Pipino, e digli che prestò gli mosterrò il trebuto che io gli voglio dare». Gailo tornò al campo, e disse al re molto peggio che non gli era stato detto.

Buovo fece cinque schiere della sua gente: la prima diede a Teris con cinquecento cavalieri; la seconda diede a Riccardo di Conturbia con cinquecento cavalieri; la terza a Sanguino con cinquecento cavalieri; la quarta diede a Sinibaldo dalla Rocca a Santo Simone; la quinta con mille cavalieri tenne per sé, e disse a Ruberto della Croce che voleva che egli rimanesse a guardia della città col resto de' cavalieri e co' cittadini. Cosí ordinato, comandò che ognuno si movessi; ma Sinibaldo per amore del figliuolo tanto s'afrettò che gli entrò inanzi, e fu la sua schiera la prima de' feditori. Lo re Pipino comandò che le schiere entrassino nella battaglia come egli l'aveva ordinate, quando si pose il campo; ma pure Gailone fu il primo feritore, e con la sua schiera si mosse, e venne verso la gente della cittá.

Capitolo L.

Come, cominciata la battaglia, Gailone abatté Sinibaldo e mandonnelo preso,

e Teris prese Gailone, e Riccardo uccise Alberigo di scontro di lancia,

e Buovo uccise Duodo di Maganza.

Già le due prime schiere s'apressavano, quando giunse in ogni schiera cinquecento pedoni che Ruberto della Croce mandò; e giunti e' pedoni, e Gailone si mosse, e venne in contro a Sinibaldo, e diedonsi gran colpi. Sinibaldo era antico, e Gailone giovane e poteroso per modo, che Sinibaldo cadde a terra del cavallo, e fu attorniato dalla gente di Gailone e fu preso; e mandollo Gailone al re Pipino, e poi rientrò nella battaglia. E la novella venne a Teris come suo padre era preso, onde egli entrò nella battaglia colla sua schiera e aboccossi con Gailone con una lancia in mano, per modo che Gailone cadde a terra del cavallo, e fu preso e menato drento alla cittá, e fu dato a Ruberto della Croce che lo guardasse; ed egli lo fece mettere in prigione a buona guardia. La schiera di Teris e quella di Sinibaldo si ristrinsono insieme, e feciono tanto d'arme, che missono in fuga la schiera di Gailone. Per questo entrò nella battaglia Alberigo e abatté Teris nel mezzo della battaglia; per cui grande battaglia si cominciò, e Teris a pie' francamente si difendeva. Ma le grida andorono a Riccardo di Conturbia, ed egli entrò nella battaglia e scontrossi con Alberigo fratello di Duodo di Maganza, e Riccardo lo passò insino di drieto, e morto l'abatté da cavallo. Per la cui morte quelli d'Antona presono grande ardire, e assalirono tanto fieramente e' nimici, che, rimettendogli indrieto, fu riacquistato Teris dalla Rocca a San Simone. E intanto soccorse dal lato de' Franzosi modo di Maganza, e percosse Riccardo di Conturbia, e battello, e molto s'affaticava di dargli morte o di pigliarlo; e arebbelo fatto, ma Buovo comandò a Sanguino che entrasse nella battaglia, e dissegli: «Come tu arai messo la tua schiera nella battaglia, io ti sarò alle spalle, e tu lascia la battaglia, e torna indrieto, e raccogli la nostra gente, e attendi a cavare e' feriti della battaglia, e lascia fare la battaglia a me ». Sanguino cosí fece.

Ora si cominciò la grande battaglia; e come fu uscito della battaglia Sanguino, e Buovo si mosse. Allora sonarono tutti gli stormenti a battaglia. Sentendo Duodo le grida e gli stormenti, si volse contro a Buovo con una frotta di cavalieri armati, e abbandonò Riccardo e quelli che lo difendevano, e con una grossa lancia andò contro a Buovo, e l'uno conobbe l'altro alle insegne, e spronati e' cavalli, si percossono con le lancie. Duodo ruppe la sua lancia, e altro male non fece a Buovo; ma Buovo passò a lui lo scudo e lo 'sbergo, e missegli la lancia per la sinestra mammella, e insino di drieto lo passò, e morto lo gittò da cavallo. E cosí morí Duodo di Maganza. Allora si levò gran romore, e missono quegli di Buovo la gente di Duodo in fuga, e racquistarono Riccardo di Conturbia.

Capitolo LI.

Come lo re Pipino andò alla battaglia contro a Buovo,

e fu preso, e fece pace con Buovo.

Sentendo lo 'mperadore Pipino come Duodo era morto e la sua gente messa in isconfitta, comandò a Ottone che andasse alla battaglia. Ottone rispose: «Santa Corona, voi mi perdonerete, imperò ch'el duca Guido d'Antona fu mio signore, e le mie bandiere lo manifestano, e già non vi rompo io il patto». Lo 'mperadore, adirato, montò a cavallo. Disse Ottone: «Santa Corona, se voi volete, io farò tra voi e Buovo la pace». Rispose Pipino: «Io ti lascio le mie bandiere, che tu me le salvi». Ed egli cosí gli promisse, e Pipino corse con diecimila alla battaglia, avendo raccomandate le bandiere e' padiglioni e' prigioni a Ottone da Trieva, ed egli promisse di rassegnargliele come le riceveva.

Giunto Pipino nella battaglia, si cominciò da ogni parte grande romore e zuffa. Buovo, vedendo la gente del re venire, raccolse insieme tutta la sua gente, e contro a lui francamente si fece con una grossa lancia in mano. L'una gente andò contro all'altra, e grande scontro di lancia vi fu, e molti traboccavano da ogni parte de' morti e de' feriti. Pipino e Buovo si scontrarono colle lancie in sulla resta. Pipino ruppe la sua lancia a dosso a Buovo, e Buovo non potè toccare Pipino, imperò ch'egli era tanto corto d'imbusto che gli arcioni gli aggiugnevano insino alla vista dell'elmo. E' cavalli trapassarono via, e Buovo adirato si volse, e vidde che Pipino aveva tratta la spada e tornava drieto a Buovo; onde egli, adirato, rimisse la lancia in sulla resta e corse a dosso a Pipino, e diegli della lancia drento all'arcione, e stimò di passare l'arcione e lo 'mperadore; ma egli pose tanto basso, che la lancia passò sotto tra le coscie e passò amendua gli arcioni, cioè quello dinanzi e quello di drieto, e alzò tanto Pipino, che egli non si potè rassettare nella sella. E Buovo, rotta la sua lancia, trasse la spada, e ritornò pure alle mani con lo 'mperadore, e avventossigli a dosso, e aurtoronsi e' cavalli; e Buovo lo prese per lo camaglio e cavollo d'arcione; «Pipino ebbe grande paura e disse a Buovo: «Se tu mi rimetti negli arcioni, io farò pace teco, e appellomi tuo prigione». E Buovo per riverenza lo ripose in sul cavallo. Allora comandò Pipino che gli stormenti sonassino a raccolta, e cosí fece Buovo; e nel mezzo del campo Pipino e Buovo sanza gli elmi in testa si vennono a parlare, e feciono la pace. Disse Pipino: «O valentissimo Buovo, la fede cristiana conviene che per te e per me si mantenga, e io mi maraviglio che tu abbi fatto torto a Duodo di Maganza». Disse Buovo: « Scritto è: 'Audi aliam partem' ». Allora gli contò tutto il fatto del tradimento della madre, e come el duca Guido d'Antona fu morto, e come Duodo gli tolse la sua cittá, e come egli, sendo fanciullo, s'era fuggito, e come capitò in Erminia in levante, e come v'era stato, e come era tornato, e la cortesia ch'egli aveva usato a Duodo, e la promessa che Duodo gli aveva fatta. Quando lo re Pipino udì questo, pianse di tenerezza e disse: «Duodo non mi apportò queste cose, che io non ci sarei venuto». E Buovo invitò Pipino ch'andasse abitare drento ad Antona, e Pipino venne drento alla cittá. Aveva Buovo comandato, quando andò a parlare al re Pipino, che la sua madre fosse murata a pie' della scala del palagio nel muro col capo di fuora, e Ruberto della Croce ve la fe' subito murare.

Capitolo LII.

Come Buovo fece condannare la madre a morte, e come lo 'mperadore

Pipino fece carta a Buovo che fosse libero lui e tutta sua schiatta

da ogni imperadore e da ogni omaggio.

Giunto lo re Pipino nel palagio reale, il quale fece fare il vecchio Bovetto, essendo smontato per salire le scale, trovò Brandoria murata, la quale gridava, piagnendo, misericordia. Pipino domandò chi ella era: fugli detto ch'ella era la madre di Buovo. Quando Pipino fu in sul palazzo, chiamò Buovo da parte e pregavalo ch'egli perdonasse alla sua madre. Al lora gli contò Buovo più per ordine come ella lo volle fare avvelenare, e come ella per lussuria tradì il padre suo, per ch'era vecchio. Per questo molto si maravigliò lo 'mperadore, e disse: «Ella t'era madre». Rispuose Buovo: «Santa Corona, domattina voglio che voi la giudichiate a morte». Lo'mperadore non voleva, ma Buovo disse: «Voi siete colui che in terra dovete fare ragione e giustizia, e per diritta ragione la dovete condannare a morte». Lo 'mperadore, come mezzo sforzato, l'altra mattina la condannò a morte; e Brandoria chiamò e addomandò di volere parlare a Gailon; e Buovo lo fe' cavare di prigione, e in presenza di Pipino lo liberò. E Gailo s'inginocchiò a Buovo e dimandògli misericordia. Buovo disse: «Se tu sarai leale, io ti tratterò come fratello; e se tu non sarai, io ti farò impiccare». E poi lo mandò a parlare a Brandoria, ed ella disse: «O figliuolo mio Gailone, io ti lascio con la mia benedizione, se tu farai il mio comandamento. Io ti comando che tu non ti parta mai dal volere di Buovo, mio diritto figliuolo, il quale è il migliore cavaliere del mondo, ed è figliuolo del più franco duca che mai arme vestisse, il quale io a grande tradimento feci morire, e sono di mille morte degna, e lascio Buovo, mio figliuolo e tuo fratello, con la mia benedizione. E se tu ti partirai dal suo volere, ti lascio con la mia maladizione ». E apresso si confessò e comunicò: e Buovo se ne andò alla Rocca a San Simone, perché nessuno non gli chiedesse la madre di grazia. Ed ella fu squartata, e a ogni porta ne fu apiccato un quarto, e scritto come el re Pipino l'aveva giudicata a morte. E la sera, quando Buovo tornò, la fece levare e fecela sopellire. E Buovo pregò lo 'mperadore che rimandassi la sua gente a Parigi, ed egli la rimandò in Francia, e stette con Buovo in Antona due mesi, e aspettava Pipino che Buovo lo licenziassi, e Buovo aspettava che gli chiedessi licenza. In questo mezzo la novella si venne a spandere che lo 'mpe radore era in prigione sostenuto ad Antona da Buovo. Per questo molti si mossono a fare guerra al reame di Franza e a tutti e'cristiani; e furono questi regni quegli di Spagna, quegli di Raona, quegli di Navarra, el prinze di Gales e molti altri saraini. Per questo i cristiani in ponente avevano gran paura: per questo si fece a Parigi gran consiglio di baroni, e fu mandata imbasceria a Buovo. Quando Buovo sentí questa novella insieme col re Pipino, lo re gli dimandò li cenza, e Buovo gliela die' liberamente, e poi pregò il re Pipino che di grazia facessi libero lui e tutti e' suoi da ogni trebuto e omaggio d'imperadore. Lo re Pipino gli fece piene carte che egli fosse franco e libero da ogni trebuto, lui e chi di lui nascesse, mantenendo la fede cristiana e difendendo la santa Chiesa romana ; e poi si partí. Credendo che Buovo lo volesse fare rimedire d'oro e d'argento, lasciò per statico Ottone da Trieva, e partissi d'Antona e ritornossi a Parigi. E Buovo, come lo 'mperadore fu partito, fece grande onore a Ottone, e mandollo presso al re Pipino con quanto sforzo potè fare. Di questo fu molto allegro lo re Pipino, e molto ne lodò Buovo. E Teris aveva accompagnato lo 'mperador Pipino insino a Parigi. Lo re Pipino fece ragunare gran gente per andare contro al re di Spagna; ma quando lo re di Spagna e gli altri sentirono che lo re Pipino era fuori di prigione e tornato a Parigi, tutti si tornarono a drieto della impresa. E Pipino mandò Ottone per tutti e' confini con gran gente, e racquistò ciò ch'era perduto, e fece la vendetta della ricevuta ingiuria sopra a coloro che s'erano mossi.

Capitolo LIII.

Come Buovo col re Pipino soccorsono con grande gente Margaria

in Ischiavonia a Sinella, la quale aveva campato Buovo da morte.

Pacificato Buovo col re Pipino di Franza e imperadore di Roma, in grande tranquillità e pace stava la fede cristiana; e molte volte era andato Buovo a vicitare lo 'mperadore e andatoa Roma. Aveva già regnato Buovo cinque anni in Antona. Essendo del mese d'aprile, gli venne una imbascieria da Sinella di Schiavonia da parte di Margaria, figliuola del re Buldras d'Ungheria, la quale l'aveva campato da morte, quando fu per essere impiccato per la morte di Lucafero, il quale uccise in Erminia. E mandògli a dire che il re Druano di Soria l'aveva assediata con grandissima gente, e mandollo pregando per lo suo Iddio che egli la soccorra, e che se egli la soccorressi, tutto quello reame e quello d'Ungheria sarebbe suo, e farebbonsi cristiani. Sentito Buovo questa novella, ragunò suo consiglio e fece loro raccontare l'ambasciata, e dimandò che pareva loro di fare. Ruberto della Croce fu il primo che si rizzò, e rispuose e disse: « Signore, tu non hai detto com'ella ti campò da morte; e se tu non la meriti, che fama ti sarà per lo mondo? E se tu la soccorri, per avventura tu farai tornare quello reame alla fede di Cristo. Onde io consiglio che tu non sia ingrato del beneficio ricevuto». Allora tutti gli altri affermarono il detto di Ruberto della Croce, e Buovo s'apparecchiò di fare ogni sforzo che potesse, e di richiedere tutti e' suoi amici. E andò egli in persona al re Pipino, il quale, come udì la cagione, si gli proferse con tutto suo sforzo. El re Guiglielmo d'Inghilterra gli prestò diecimila cavalieri; e menò Sinibaldo e Teris, suo figliuolo, e Riccardo di Conturbia, e Gailon, suo fratello, con tremila, e Riccardo ne menò mille. Lo re Pipino menò Ottone da Trieva capitano di tutta sua gente. Ed entrati in mare, tanto navicorono, ch'entrarono nel mare Adriano, e smontarono al porto di Sinella, e accamporonsi presso alla cittá.

Capitolo LIV.

Come Pipino mandò ambasciadori nella cittá di Sinella, e poi nel campo

de' nimici; e 'l re Druano s'ingaggiò di combattere

con Buovo d'Antona, e gli ordini da ogni parte.

Da poi ch' el campo dello 'mperadore Pipino e di Buovo d'Antona furono ismontati in terra e appresentatisi alla cittá di Sinella, subito lo re Druano ristrinse tutta la sua gente insieme, maravigliandosi della venuta di Pipino; ma quando sentí come Buovo era stato cagione di questa venuta, s'immaginò la cagione. Lo re Pipino mandò Teris nella città per ambasciadore alla gentile Margaria; e quando entrò nella città, gli fu fatto grande onore; e voleva venire nel campo, ma Teris non volle per più onestá. Ed ella liberamente rispose che voleva dare a Buovo tutte le fortezze della cittá, e mandò allo mperadore molti doni, raccomandandosi a lui e a Buovo.

Come Teris tornò, volle mandare ambasciadore al re Druano, e mandogli el guanto della battaglia, e furono ambasciadori Teris dalla Rocca e Riccardo di Conturbia. E giunti al padiglione, smontati, Teris diss : «Il vero Iddio, che sostenne passione per noi ricomperare in sul legno della croce, salvi e mantenga la santa Chiesa romana; salvi e mantenga Pipino, re di Francia e imperadore di Roma, e salvi e mantenga Buovo d'Antona e Sinibaldo e Riccardo e Sanguino e Ottone da Trieva e tutti gli altri re, prenzi, duchi, conti e signori cristiani e tutta la fede cristiana; e te, malvagio re Druano, e tutta la tua baronia, e tutta la vostra falsa fede abatta e isconfonda, sí come rinnegati cani senza fede. E noi con le nostre lance e spade ve lo mosterremo, che tutti per le nostre mani morrete, se tu non ti arrendi al re Pipino, e a lui come vassallo darai trebuto e giurerai fedeltà. E subito, se questo non vuoi fare, t'apparecchia alla battaglia; ed ecco il guanto sanguinoso che ti manda il re Pipino e Buovo; e se tu accetti la battaglia, fallo di sangue rinfrescare». E dette queste parole, gli gittò il guanto in grembo. E quando lo re Druano ebbe udito la 'mbasciata, disse: «Franchi ambasciadori, presto vi risponderò; ma io voglio prima il mio consiglio udire ». E udito il consiglio, diliberorono fare accordo col re Pipino sanza fare battaglia: e rispuose agli ambasciadori: «Rapportate al vostro re che io non venni in questa parte per offendere e' cristiani, ma solo per avere costei per moglie. Pertanto, da che egli non piace allo 'mperadore Pipino, io ritornerò con la mia gente in mio paese, e ogni cosa che sarà di piacere allo re Pipino, farò, e ogni omaggio e trebuto che egli comanderà». Teris e Riccardo si partirono, avendo per male che lo re Druano non accettava la battaglia, onde eglino rapportorono tale risposta, che ne seguirebbe pace. E parlando Terigi e Riccardo di questa risposta, diliberorono di dire il contrario, per volontà di combattere co' saraini; e dissero allo 'mperadore ch'el re Druano l'aveva molto spregiato, e che egli poco si curava della sua venuta, e che egli molto lo minacciava. Per questo Pipino diede il bastone a Buovo, ed egli ordinò fare le schiere. La prima con diecimila diede a Sanguino d'Antona; la seconda pure con diecimila diede a Ottone da Trieva; la terza a Sinibaldo, pure con diecimila; la quarta per sé medesimo, pure con diecimila; e tutto il rimanente della gente diede al re Pipino.

Quando lo re Druano sentí come e' cristiani facevano le loro schiere da battaglia, temendo la distruzione de' sua baroni più che la sua, subito mandò ambasciadori al re Pipino a domandare per Dio che gli piacesse che tanta buona gente non morisse in questa battaglia; ma che, se Buovo d'Antona era buono cavaliere come aveva fama, che egli voleva com battere con lui a corpo a corpo; e quello che di loro due perdesse, quella parte si partisse e ritornasse colla sua gente in suo paese. E fatta ch'egli ebbono la'mbasciata al re Pipino, Buovo accettò la battaglia, e per l'altra mattina vegnente s'ingaggiò la battaglia nel mezzo tra l'uno e l'altro campo. Buovo fu consigliato che egli mandasse dumila cavalieri che si mettessino in agguato presso al luogo dove la battaglia si doveva fare; e mandovvi Terigi e Riccardo, e missonsi in agguato. I saraini d'altra parte ancora mandarono di loro tremila cavalieri per soccorrere il re Duano, se facesse di bisogno; e ognuno aveva ordinato la sua gente che stessino apparecchiati alla battaglia.

 Capitolo LV.

Come Buovo combattè col re Druano tra' dua campi.

Apparita la mattina, e Buovo con uno scudiere venne al campo, tutto armato con la lancia in mano; e dall'altra parte venne lo re Druano con due scudieri: e come s'apressarono, ognuno mandò via i suoi scudieri. Essendo in quello luogo uno prato rimunito, di lunghezza di braccia dugento, sanza parlarsi l'uno venne incontro all'altro con le lance arrestate, e dieronsi grandissimi colpi, e spezzate le lance in su gli scudi, non vi fu alcuno vantaggio. E tratte le spade, incominciorono asprissima battaglia, nella quale, come avviene, per disavventura Buovo menando uno colpo, el cavallo del re Druano si levò in su' piedi di drieto, onde Buovo gli diede in sulla testa per modo, ch'el cavallo cadde morto. El re Druano rimase a pie', e gridò a Buovo: « O cavaliere, villanamente facesti a uccidere il mio cavallo ». Disse Buovo: «Non fu di mio volere. Ma a uno di noi conviene in questa parte morire : quello che rimarrà vincitore, tolga questo». E presto smontò di Rondello, e andò presto contro al re Druano con la spada in mano. La loro battaglia era tanto del pari, che coloro che gli vedevano si maravigliavano: ognuno di loro era buono cavaliere, e molti assalti ferono il giorno. Molto si vergognava Buovo che uno solo cavaliere tanto gli durasse, e 'l re Druano molto lodava Buovo per franco cavaliere. E molte volte il didimandarono l'uno l'altro che si arrendessi. Essendo tutto il giorno affaticati, e ognuno alquante piaghe aveva, e ognuno aveva in mano la sanguinosa spada, ed erano molto afannati, e non s'erano però mosse né dimostrate le schiere, benché molti vedessino la dubbiosa battaglia. Già era l'ora passata di vespro, quando e' due combattitori di concordia posarono le spade circa di trenta braccia lungi l'uno dall'altro, e di concordia si presono alle braccia, e molto si dibatterono l'uno l'altro. Essendo gran pezzo dibattuti, Buovo sentí ch'el re Druano era molto afannato : allora Buovo lo lasciò, e presto lo riprese più basso, e levosselo in sul petto, e gittollo con le reni in terra, e caddegli a dosso, e tenevalo sotto, e dilacciavagli l'elmo: e avrebbelo vinto, se egli non fosse stato soccorso, imperò ch' e' tremila saraini che erano in agguato, uscirono d'agguato e assalirono Buovo. Ed egli, sentendo il romore, saltò in pie' e lasciò in terra lo re Druano, e corse alla sua spada. Già gli erano gli saraini a dosso, quando Rondello gli fu allato, e a pena montò a cavallo, tanti nimici ebbe dintorno ; ed era a grande pericolo, se non fosse Riccardo e Teris che lo soccorsono co' dumila cavalieri ch'erano in agguato. E cominciossi una terribile battaglia. E' saraini avevano rimesso lo re Druano a cavallo, e, seguitando gran zuffa, furono messi in volta li saraini per insino al campo loro, quando lo re Druano giunse alla sua gente, faccendo gran romore, sí che da ogni parte corsono alla battaglia. Buovo e quelli dumila cavalieri convennono dare le spalle. Ma el romore era già nell'oste de' cristiani che Buovo era a grande pericolo, sí che tutte le schiere insino al re Pipino con la sua schiera corse alla battaglia; e imprima giunse Sanguino, e poi Ottone da Trieva e Sinibaldo, e poi la schiera di Buovo allato al re Pipino. La battaglia si cominciò grandissima, e moriva da ogni parte grande quantità di gente; e alquanto indietreggiarono e' saraini, e, ritirandosi a drieto, si radussono in una valle allato a uno padule d'acqua, per modo che la gente di Pipino non gli poteva combattere se non da un lato: e la notte partí la battaglia. E' cristiani rubarono la maggiore parte del campo de' saraini, cioè quello ch'avevano abbandonato, e ritornoronsi nel campo loro insino all'altra mattina. Bene era la sera uscita alcuna brigata della cittá, e feciono alcuna zuffa co' saraini, e ritornarono drento.

 Capitolo LVI.

Come lo re Druano si fuggì la notte di campo,

e verso Bussina se ne andò ; e 'l re Pipino entrò la mattina in Sinella.

Poi che l'uno e l'altro campo furono agli alloggiamenti, come si potea, ritornati, Terigi e Riccardo andarono al padiglione di Buovo e dissono: «Noi dubbiamo ch'el campo del re Druano istanotte non se ne fuggano». Buovo cominciò a ridere, e disse: «Dio lo volessi, imperò che noi saremmo certi di quello che noi stiamo in dubbio! S'eglino si fuggiranno, noi abbiamo vinto sanza dubbio; e però vi priego che vi attendiate a migliore guardia, e s'eglino fuggono, la sciategli fuggire, che ci sarà doppio onore». E fece tutto il campo stare a buona guardia tutta la notte, perché e' saraini non gli potessino offendere.

In quella notte lo re Druano, ragunati tutti li suoi baroni, diliberorono di non aspettare il giorno, mostrando per ragione che, s'eglino aspettavano il giorno, egli erano tutti morti ed erano perditori della battaglia. Per questo mandarono alla frontiera del campo cinquemila cavalieri bene armati e bene a cavallo con grande romore di stormenti e di grida, per dare ad intendere agl' inimici che eglino non temessino, e subito feciono tutto l'avanzo del campo fuggire, e lasciarono padiglioni e bandiere e trabacche, e inverso il mare Maore presono la loro via. In su la mezza notte si partirono; e quando quelli cinquemila seppono che tutto il campo era andato via, quietamente si ristrinsono insieme e seguitarono il campo, e non rimase nel campo se non certi feriti dell'altro dí dinanzi. E cosí per molte giornate passarono per la Bussina, e giunsono al mare Maore, dov'era il loro navilo; ed entrati in mare, tornarono nel loro regno di Ruscia.

Quella notte stettono e' cristiani a gran guardia. La mattina Teris e Riccardo di Conturbia con molti armati si facevano contro al campo de' saraini, e trovarono voti gli alloggiamenti, e tornaronsi al re Pipino e a Buovo, e cominciarono a dire: «Noi ve lo dicemmo ch'eglino si fuggirebbono: togliete ora l'onore che noi abbiamo!». Lo re Pipino e Buovo se ne risono dicendo: «O matta gente, se voi potete vincere sanza battaglia, perché vi volete sottomettere alla fortuna?». In questo giorno volle sapere lo re Pipino quanta gente era morta nella battaglia el dí dinanzi, e trovò ch'erano morti diecimila cristiani e ventimila saraini; e feciono tutti e' corpi levare, perché non corrompessono l'aria: quali furono sopelliti, e molti per fuoco consumati.

Quella mattina diede Margaria allo 'mperadore e a Buovo la cittá di Sinella, e fece loro grande onore; e lo 'mperadore fece tutta la gente della cittá battezzare, e fece dare principio a molte chiese e spedali, e fece venire molti religiosi, preti e frati, e fece battezzare Margaria. E Buovo sposò Margaria per sua donna; ed ella si voleva coricare con Buovo, ma egli non volle, dicendo che prima la voleva menare ad Antona inanzi che con lei s'accompagnasse. E fece tutto il paese tornare alla fede cristiana, e ordinò che vi rimanesse Ottone da Trieva a guardia di tutto il paese con ventimila cavalieri. E Buovo e 'l re Pipino si tornarono in Francia; e molto si proferse Buovo al re Pipino, e 'l re si proferse a Buovo, di soccorrere l'uno l'altro a ogni bisogno che accadesse. Lo re si rimase a Parigi, e Buovo si tornò ad Antona.

Capitolo LVII.

Come Buovo d'Antona fece bandire uno torniamento per molte parte

d'Uropia per torre per moglie Margaria d'Ungheria che lo campò da morte ;

e fece lungo termine, pensando, se Drusiana fosse viva,

lo sapesse: e seppelo in Erminia.

Già erano passati anni dodici dal di che Buovo perdé Drusiana nel bosco con due figliuoli e che Pulicane fu morto; ed avendo Buovo fatto cercare per la maggiore parte del mondo e non potendo ritrovare Drusiana, diliberò di torre per moglie Margaria, la quale molto l'aveva amato, e d'incoronarsi del reame d'Ungheria, perché di lui rimanessi reda. E con tutto questo diceva: «Io non vorrei torre moglie, se Drusiana fosse viva e avesse con seco e' miei due figliuoli, e' quali io battezzai nel diserto». E però immaginò di fare bandire uno torniamento, e fece lungo il termine uno anno, e fecelo bandire per la Magna, per tutta Franza, per la Romania e per la Erminia magna e per la Erminia minore, donde era il padre di Drusiana; e diceva nel bando che Buovo d'Antona voleva torre per moglie Margaria, figliuola del re Buldras di Sinella, la quale lo campò dalla morte. E ancora mandò Buovo molti buffoni e famigli per le corti de' signori, segretamente spiando quello che di lui si diceva.

Di questa novella lo re Erminione fu dolente, pensando che Buovo aveva menata via Drusiana, sua figliuola, e credeva che ella fosse morta; ed egli l'aveva in casa e non la conosceva. E per ventura v'arrivò uno buffone, e sendo dinanzi al re Erminione, molti sollazzi diede al re; e tra l'altre cose disse molte novelle delle parti di ponente, e aggiunse come Pipino con la sua oste era tornato in Franza, e della vettoria che aveva ricevuta in Schiavonia, e come Buovo d'Antona voleva torre per moglie Margaria di Sinella, e la grida che egli aveva mandata per tutto il mondo, ed erano tre anni il termine, ed erane già passati uno. Di questo un poco si rallegrò il re Erminione per amore della sua figliuola, come di sopra è detto. Ma Drusiana era alla presenza, quando el buffone diceva quelle parole, e aveva allato a sé i due figliuoli di Buovo, nati a uno portato, ciò erano Guidone e Sinibaldo; e 'l padre non la conosceva. E Drusiana domandò al re di grazia ch'el buffone andasse a mangiare con lei alla sua camera. El re gliela concede, ed ella lo menò a mangiare seco, e con lei Guidone e Sinibaldo; e fece porre a tavola il buffone, e facevagli grande onore, e fegli ridire tutta la novella di Buovo d'Antona, come egli aveva detto in su la sala; e lagrimando cominciò a sonare una arpa tanto maravigliosamente, ch'el buffone disse, maravigliandosi del suo sonare: «O madonna, io vi priego che per me non duriate tanta fatica». E Drusiana se ne rise, e disse: «La tua novella mi fa sonare, ma non la tua degnitá; e del mio sonare rendi grazia al cavaliere che tu hai tanto ricordato». E dette queste parole, si pose a mangiare, e i suoi figliuoli la servivano.

El buffone, quando ebbe mangiato, sendo domandato da Drusiana, cominciò la storia di Buovo: come suo padre fu morto, e come Buovo fuggì dalla madre, e come capitò in Erminia, e tutti e' fatti ch' e' fece per Drusiana; e come capitò a Sinella, e come Margaria l'aveva campato, e come tornò a Polonia e menonne Drusiana, e com'ella fece due figliuoli nel diserto, e la morte di Pulicane, e come Drusiana era perduta e credevano ch'e' lioni l'avessino mangiata; e ogni cosa ch'era intervenuto a Buovo insino alla tornata di Pipino di Schiavonia. Udendo queste cose, Drusiana faceva gran pianto e molte lagrime spandea, ed il perché non diceva; ma il buffone credeva che ella lo facesse per piatá ch'ella avesse di Buovo. Ed ella disse: «O quante disavventure furono queste!». Disse allora il buffone: «Buovo ha fatto bandire una gran festa, perch'egli toglie per moglie Margaria, figliuola del re Buldras di Sinella, la quale lo campò». Disse Drusiana: «Quanto termine ci è?». Rispose il buffone: « Egli ci è più di ventidue mesi ancora ».

Capitolo LVIII.

Come Drusiana si parti d' Erminia per andare ad Antona, per ritornare

con Buovo suo marito e rimenargli e' figliuoli.

Sentito ch'ebbe Drusiana come Buovo, suo signore, era vivo ed era ritornato nella sua signoria, fu molto allegra, considerando ch' e' suoi figliuoli ritornerebbono in casa loro; e dimandò il buffone quanta via era da Erminia ad Antona. Il buffone le disse come Antona era in Inghilterra, e come v'era grande viaggio. Drusiana disse: «Credi tu, se io v'andassi con questi miei due figliuoli, che io vi guadagnassi?». Disse il buffone: «Madonna, el viaggio è troppo lungo ad andare lá per guadagnare; ma voi siete in questo reame, e questo re mi pare che v'ami voi e' vostri figliuoli : voi non saresti savia a partirvi da quello che voi avete per quello che non siate certa». Disse Drusiana. «Per certo io vi voglio andare, imperò che chi non cerca non truova, e chi muta paese muta ventura». E subito n'andò al re Erminione, e dimandògli licenza d'andare alla festa di Buovo. El re molto si maravigliò, e dielle a 'ntendere il grande viaggio ch'era d'Erminia insino ad Antona; ed ella disse: «Signore, io vi prego che non vi sia grave di lasciarmi andare a provare mia ventura». El re disse: «Donna, io non so chi tu ti sia, ma per amore di questi tuoi figliuoli io t'ho amata come mia figliuola solamente per due cose: l'una, perché tu rendi un poco d'aria alla mia disavventurata figliuola, e io non ho reda che signoreggi drieto alla mia morte, e avevo animo, se questi tuoi figliuoli fussino venuti valenti, di fare il più valente mio reda». Drusiana molto lo ringraziò, e da capo gli domandò pure licenzia. El re Erminione disse: «Figliuola, io non ti voglio sforzare più che tu ti voglia; ma per l'amore di questi due garzoni io voglio che tu vada onorevolmente, acciò che in corte di Buovo si faccia rimembranza della mia figliuola Drusiana». E fece il re addimandare uno valente cavaliere che aveva nome Gilion d' Erminia, ma era per antico di Capadozia di nazione, e il re Erminione si l'aveva allevato, e comandogli ch'egli facesse apparecchiare una nave nel porto, e dissegli la ragione; ed egli la fece apparecchiare, e 'l re la fece riccamente fornire di quello che era di bisogno, e di grande ricchezza d'oro e d'argento.

E quando Drusiana si venne a partire, e il re chiamò lei e' figliuoli e Gilione, e disse a Gilione: «Io t'ho allevato in sino da pitetto infante, e sempre t'ho trovato diritto e leale, e però t'ho eletto tra tutti in questa mia bisogna, perché tu mi faccia onore. Io ti raccomando Selvaggia (che cosí si facea chiamare) e questi dua garzoni: tu la conducerai in Inghilterra alla cittá d'Antona, e io ti dono venticinque giovani, e' più puliti di questa cittá, e hotti messo in nave grande quantità d'oro e d'argento. Tu dei credere che sanza grande cagione io non ti mando; e però ti comando che tu mi faccia onore nella corte di Buovo, e fa che non vadi mai a mangiare nella corte, ma tu terrai corte di per te, e farai onore a questa donna e a questi due figliuoli; e se la fortuna v'apparecchia che ella si volesse rimanere là in quello paese, rimenami uno di questi fanciulli, non però oltre né contra al piacere di lei. E voi, madonna Selvaggia, saluterete Buovo da mia parte, e diretegli che si rammenti della mia figliuola e che gli piaccia non dimenticare l'anima sua». E detto questo, la licenziò e disse: «Va, che sie benedetta!». Ed ella entrò in mare con la sopradetta compagnia; e partiti d'Erminia minore, e' passarono il golfo di Setalia, e viddono Cipri e Rodi e Gandia e Cicilia e le piagge di Barberia e di Spagna; e usciti del mare Ociano, viddono le colonne d'Èrcole; e navicando per molti mesi, giunsono in Inghilterra nel porto d'Antona, otto giorni inanzi al dí che finivano gli anni. Entrati nella cittá, tolsono uno ricco palazzo per loro alloggiamento, e questo palazzo era di Ruberto dalla Croce; e quivi riccamente s'adobbarono, tenendo grande corte.

Capitolo LIX.

Come Drusiana andò alla corte a vicitare Buovo, e da parte

del re Erminione lo salutò, e raccomandògli l'anima di Drusiana,

e dissegli d'insegnargli Drusiana e' figliuoli.

Riposati per tre giorni e Drusiana e' suoi figliuoli, e Gilione fece montare a cavallo Guidone e Sinibaldo, ed egli montò con loro e dieci di quegli giovani ermini, e per tutta la cittá andorono per loro piacere, ed erano molto guatati. El quinto giorno furono invitati a corte, ed eglino accettarono andare alla festa, ma non al mangiare; e cosí v'andarono dopo al mangiare. E quando giunsono in sala, Guidone e Sinibaldo si tenevano per mano, e andavano inanzi a Drusiana, e allato a lei veniva Gilion, e apresso tutti quelli giovani che avevano menati. Buovo e Ruberto e Sinibaldo e Teris e Riccardo di Conturbia si levarono ritti incontro a Drusiana, e grande onore le feciono e riverenza; ed ella fu posta a sedere in luogo molto onorato: ella si pose a sedere nel mezzo de' suoi due figliuoli.

Allora si cominciò a danzare, ed eravi di molti stormenti; e poi ch'ebbono gran pezzo danzato, ristettono gli stormenti, e Drusiana si fece dare un'arpa, e Guidone prese in mano uno liuto, e Sinibaldo una chitarra, e cominciarono a sonare. E fatta alcuna bella cosa, e' due garzoni ristettono, e Drusiana prese la chitarra e cominciò a cantare di boce, e cantava lo 'nnamoramento di Buovo e di Drusiana; e poi cantò uno lais ch'ella aveva fatto fare, quando Buovo fu preso a Sinella, e come tornò a lei a Polonia, e come ella se n'andò con lui a Montefeltron, e come n'andorono fuggendo per lo diserto, e di Pulicane, e come ella partorì, e come Buovo si partí per trovare magione, e de' due lioni, e come ella s'era fuggita e scampata alla nave. Mentre ch'ella diceva questo lais, Buovo piagneva dirottamente, e cosí tutta la baronia, e cosí tutta la gente che v'era, intanto che Buovo si levò ritto, quando ella fu ristata, e andò verso lei, e presela per mano, e disse:  «Volesse Iddio e la sua Madre che Drusiana fusse viva, e volesse Iddio che voi fussi Drusiana! Ma saresti voi dessa per avventura?». Rispuose Drusiana: «Signore Buovo, io sono una donna mandata dal re Erminione della minore Erminia, padre di Drusiana, e dalla sua parte vi saluto. Egli vi manda pregando e rammentando che l'anima di Drusiana non v'esca cosí di leggeri di mente. Io sono chiamata Salvaggia, e sempre fui servidore di Drusiana, intanto che altra persona non sa dove Drusiana sia, altro che io, e dicovi ch'ella è viva e sana, ed ha allevato due vostri figliuoli, e sono della grandezza che sono questi miei due figliuoli». Queste parole non udiva altra persona che Buovo ed ella che le diceva, e aggiunse: «Ed io non ci sono per altra cagione venuta. Ora vedrò io, signore, se voi amerete Drusiana e' vostri figliuoli, e se io doverrò mandare per lei e menarla alla vostra presenza». Fatto questo parlamento, Drusiana prese licenza e tornò al suo alloggiamento. Buovo la fece a tutti i baroni accompagnare, ed egli rimase in molti pensieri rinvolto e sospirando.

E passò tutto el rimanente dell'anno. El dí passato l'anno, si radoppiò la festa maggiore, e Margaria, con le donne ch'aveva in compagnia, s'apparecchiava perché Buovo la sposasse, e mandògli per suoi messaggi a richiedere la promessa. Buovo rispose che volentieri, ma che ancora voleva indugiare insino a domane, «e poi farò il suo volere». E stava per quello di molto pensoso, e Drusiana teneva grande corte; e per due cose non era Drusiana conosciuta: l'una, pel tempo, ch'era stata anni quattordici che Buovo non l'aveva veduta; l'altra, ch'ella s'acconciava in ogni modo ch'ella poteva di celarsi per non essere conosciuta.

Capitolo LX.

Come Guido e Sinibaldo abatterono el difizio, e come Buovo prestò

loro Rondello, non conoscendo anco chi si fossono.

Poi ch'ebbono desinato, fu posto uno dificio di legname in su una piazza della cittá, il quale pareva uno cavaliere armato, e teneva una lancia in su la resta, e potevasi la lancia alzare e abassare, ed era congegnato per modo, che si poteva abattere, quasi contrappesante alla forza d'uno valente cavaliere. E quando la grida del difizio andò per la cittá, tutte le gentili donne v'andorono a vedere, e andovvi Drusiana colla sua compagnia. E cominciossi a giostrare, e tutti i cavalieri ermini furono abattuti dal difizio, e 'l primo fu Gilione; poi abatté più di cento de' cavalieri d'Antona. Allora fu il romore per tutta la cittá, e corsono tutti e' ca valieri.

In questo mezzo Buovo sentí di questo difizio, e andovvi armato in su Rondello, e giostrò col difizio, e abattello, e fu lodato per lo migliore cavaliere. Quando Guidone vidde che Buovo aveva abattuto il difizio e vidde racconciarlo, disse verso Ruberto dalla Croce: «Per mia fede, che se io avessi quello cavallo che ha il signore Buovo, io abatterei quello difizio». Drusiana l'udì, e pregò Ruberto che pregasse Buovo che prestasse a Guidone el cavallo; e Ruberto v'andò e dissegli l'ambasciata. Disse Buovo: «Io gliele prestere' volentieri, ma egli non lo potrà cavalcare» ; e andò dove era Drusiana, e dissele queste parole. Ed ella disse: «Se voi glielo prestate, io farò bene che egli lo cavalcherà». E Buovo smontò, e Drusiana prese il cavallo per le redine, e posegli la bocca all'orecchie: per questo il cavallo mostrava allegro. Ella mandò per arme allo alloggiamento, e fece armare amendue e' figliuoli, e prima montò Guidone in su Rondello «abatté il dificio; e poi inibaldo fece il simigliante, e con bella riverenza e ringraziamento renderono Rondello. Buovo molto gli guatò, e disse: «Volesse Iddio che questi fossono miei figliuoli!». E poi disse a Drusiana: «Quando verrà quella che voi m'avete detto?». Ella rispose: «Subito ci sarà». Allora finirono la festa per quello giorno, e Buovo si tornò al palazzo e Drusiana allo albergo. Per tutta la terra si parlava di Drusiana e de' due suoi figliuoli, che si mostravono tanto gentili.

Capitolo LXI.

Come Drusiana si diede a conoscere a Buovo con amendue e'figliuoli,

e Teris isposò Margaria di Sinella.

La mattina vegnente fu l'apparecchio grande per fare sposare Margaria, e Buovo mandò per Drusiana ch'ella venisse alla festa; e quando ella giunse con tutta la sua bella compagnia, non si potrebbe dire quanto ella era venuta adorna di vestimenti, e con un velo sottile sopra alla faccia, e' due suoi figliuoli adorni come signori. Maravigliavasi Gilion di tanta biltá. E come ella giunse in sala, Buovo disse: «Donna, tu m'hai detto che tu sai dove è Drusiana: io ti priego che se tu la sai, che tu me la insegni, imperò che io ho promesso di torre per moglie questa gentile donna, e dammi per dota tutto il reame d'Ungheria». Disse Drusiana: «Io ho ordinato che dopo desinare ella verrà dinanzi a voi con due figliuoli ch'ella ha di voi; e s'ella non viene, sposate la novella sposa». Buovo aspettò, e dopo molte feste fu data l'acqua alle mani: quivi era Margaria con più di cento donne. E posti a tavola tutti e' baroni, e Guidone cominciò a tagliare di coltello dinanzi a Buovo, e Sinibaldo a mescere il vino e a fare la credenza. E' servidori non gli volevano lasciare fare, ma Buovo comandò gli lasciassino fare. Già cominciavano a dire e' baroni: «Per certo questi due giovani somigliano molto Buovo». E servendo cosí dinanzi a Buovo, e parlando e' baroni di questi giovanetti, Buovo udì alcune parole e domandò Teris dalla Rocca: «Che dicono questi signori?». Disse Teris: «Signore, e' dicono che questi infanti vi somigliano, e dicono che questo che vi serve di coltello vi rende aria più che l'altro». Disse Buovo: «O fratello mio Teris, Domeneddio il volesse!». E voltossi a Guidone ch'era il maggiore, e disse: «Avete voi padre?». Rispuose: «Signore sí, Iddio ce lo mantenga!». Ed egli domandò: «Come ha nome vostro padre?». Guidone rispuose come Drusiana gli aveva insegnato: «Egli ha nome Buovo d'Antona, figliuolo del duca Guido d'Antona»; e diventò tutto rosso, e cominciò a piagnere. Buovo diventò di più colori, e domandò Sinibaldo: «Tue hai padre?». Ed egli rispose di sí, e disse come aveva detto Guidone. Disse Buovo «Come avete voi nome?». Disse Guidone: «Io ho nome Guidone, e costui ha nome Sinibaldo, e nascemmo nel diserto di Polonia, e voi siete il nostro padre, e quella che siede lá si è Drusiana, la nostra madre». Allora tutti e' baroni si rizzarono e le donne, e Drusiana si scoperse il viso del velo, e corse inverso Buovo. ed egli andò inverso lei, e abracciolla e baciolla, e con tutto che fosse tanto tempo stata sanza lui, egli la vidde tanto adorna com'egli la solea vedere: egli la riconobbe e abracciolla. Era sí grande il pianto d'allegrezza, che la lingua non lo potrebbe dire. Drusiana cadde, e fu da Buovo sostenuta, e le sue compagne l'abracciarono; ma tutte le donne d'Antona, spezialmente quelle di Sinibaldo dalla Rocca e di Ruberto dalla Croce, e di molte altre, la portarono nella camera di Buovo. Ed egli si volse a' figliuoli con grande tenerezza, ed eglino si gli gittarono a' pie' ginocchioni, e dissono: «Padre nostro, sopra tutte le cose noi vi raccomandiamo la madre nostra, che con tanta fatica ci ha nutricati nella corte del re Erminione d'Erminia, sempre sconosciuta, e noi non sapemmo mai chi fosse nostro padre, se non poi che noi giugnemmo in Antona». Buovo non potè loro rispondere; ma egli gli abracciò e baciò, e amendue gli benedisse, e quando potè parlare disse: «O figliuoli miei, in quanta fortuna fosti ingenerati, e in quanta fortuna nasceste! E io fui la balia che di terra vi levai e fasciai». E mentre che egli diceva queste parole, gli abracciava e baciava, rendendo molte volte grazie a Dio che gli avea guardati e rimandati a casa loro.

Non si potrebbe dire la grande allegrezza che fece Sinibaldo dalla Rocca, pigliandoli in braccio amendue; e diceva: «O Signore Iddio, tanto sia tu lodato, quanto tu se' degno; perché io perde' uno Buovo e tu me n'hai renduti tre». Egli era vecchio, e non si poteva saziare di toccargli, piagnendo di tenerezza. Ruberto, Terigi, Riccardo di Conturbia e, poco stante, la duchessa della Rocca a San Simone uscí della camera e abracciògli. E Buovo entrò nella camera, e trovò Drusiana rivestita e ritornata in sé: egli da capo l'abracciò e baciolla. Allora gli contò ella come ella si partí dagli alloggiamenti co' due figliuoli in braccio per paura di due lioni, e come ella arrivò alla nave, e come ella andò in Erminia; e Buovo le contò la morte di Pulicane, e come egli il battezzò. Molto ne increbbe a Drusiana di Pulicane, e pregò Iddio per lui. Allora giunse in camera la baronia co' due figliuoli di Buovo, e con loro era Gilione d'Ermina, e gittossi in ginocchioni dinanzi a Buovo e a Drusiana, e chiamavali madonna e signore, dicendo: «Come vi poteste voi mai tanto tenere celata al vostro padre? Ora come tornerò io a lui sanza voi? sanza uno di questi mia giovani signori? Oh quanta allegrezza sarà al mio signore re Erminione!». Allora si partirono dalla camera e tornarono in su la sala; e la festa era maggiore; e come furono posti a sedere gli uomini e le donne, Drusiana sedeva allato a Buovo, e aveva allato a sé Sinibaldo, suo figliuolo, e Buovo avea allato a sé Guido.

Allora giunse in su la sala Margaria con grande compagnia di donne, e inginocchiossi a' piedi di Buovo con molte lagrime, e disse: «O signor mio, io mi vi raccomando, poi che Iddio v'ha renduto la vostra legittima sposa con due cosí graziosi figliuoli, i quali Iddio ve gli salvi e facci valenti cavalieri: ora, da poi che Iddio v'ha fatta grazia, io vi priego che voi abbiate misericordia di me, che non ho altro padre, né altro fratello, né altro signore che voi». Buovo le rispose: « Io non posso avere altra donna, perché la nostra legge lo comanda; ma io ti darò uno gentile barone per marito». Ed ella disse non si partire dal suo comandamento. E Buovo parlò a Sinibaldo dalla Rocca di darla per moglie a Teris suo figliuolo. Sinibaldo malvolentieri acconsentí; ma quando fu domandato Teris, egli accettò, e mill'anni gli parve, e sanza indugio la giurò e sposolla; e non avendo anello da sposarla, Drusiana gli donò l'anello con che Buovo aveva sposato lei, e la sua madre di Teris gliene donò un altro, e diegli di dota il reame d'Ungheria e tutta Schiavonia. Buovo promisse d'essere loro campione, acquistare e difendere e aiutare con ogni sua potenzia e mantenergli nella signoria d'Ungheria contro a chi contro a loro facesse; e fatto questo sagramento, fece chiamare da parte Sinibaldo dalla Rocca e Teris, e disse loro: «Io voglio che noi facciamo tutti una festa, e che voi diate Fiorigia per moglie a Riccardo di Con turbia». E' furono contenti; e fu chiamata la fanciulla, e Riccardo la sposò; e Buovo gli donò uno ricco anello d'oro, ed ebbe Riccardo di dota la cittá di Lima; e fu per uno mese tanto ricca la festa, che lingua d'uomo non lo potrebbe dire. E Drusiana fece molti grandi doni del tesoro di suo padre; e finito il mese, ognuno prese licenza da Buovo e ritornarono negli loro paesi. Buovo regnava ad Antona con Drusiana, ed ebbe da poi Buovo di Drusiana cinque figliuoli maschi e tre femine. Ma non vennono in prosperità di vivere: sola mente rimase con Guido e con Sinibaldo, suoi primigeniti, sí che egli ebbe dieci figliuoli di Drusiana inanzi che egli avesse Guiglielmo, che fu poi re d'Inghilterra.

Terigi dalla Rocca passò in capo dell'anno in Ungheria, e Buovo l'accompagnò e incoronollo del reame d'Ungheria, perché era morto lo re Buldras; e poi si ritornò ad Antona, e rimase con Teris Sinibaldo, suo padre, e la sua madre, che avea nome Aluizia. E tornato, Buovo regnò con Drusiana in grande allegrezza, tanto che egli era già vecchio e avea già auti i sopra detti figliuoli di Drusiana.

Capitolo LXII.

Come lo re Guglielmo, re di Londra e d'Inghilterra, mandò per Buovo;

ed egli vi andò ; e come egli vinse a correre uno ricco dono con Rondello;

e come Rondello gli fu chiesto in dono.

Ora dice lo conto che stando Buovo in Antona, lo re d'Inghilterra, chiamato lo re Guglielmo, sentendo la fama di Buovo, aveva presa con lui grande amistà; e volendo fare uno suo figliuolo cavaliere, mandò per Buovo, pregandolo che andasse a Londra alla festa. Buovo, che per amico lo teneva, v'andò, e menò seco Drusiana e Sinibaldo suo figliuolo, e lasciò Guido signore d'Antona in suo cambio, tanto che egli tornasse. E cavalcarono a Londra, dove lo re Guglielmo gli fece grande onore; e per mancanza de' baroni che non erano venuti a corte stette Buovo tre mesi a Londra, tanto che Drusiana venne nel tempo del partorire, e partorì uno fanciullo maschio; e 'l re Guglielmo lo volle battezzare, e posegli nome Guglielmo per rimembranza del re. E in quel dí fu donato al re uno bellissimo corsiere, e il re lo donò a Fiore suo figliuolo; e l'altro giorno volle il re vedere questo cavallo, e poi ch'egli l'ebbe veduto alquanto correre, fece ban dire una festa e fece apparecchiare uno dono, che si doveva correre alla festa. Il dono valeva cinquanta onze d'oro, e per onore molti signori vi mandorono a correre loro vantaggiati cavalli. Essendo andati e' cavalli a correre, el re Guglielmo andò a vedere insino dove si dovevano muovere e' cavalli, e menò seco Buovo: e giunti al detto luogo, Buovo disse: «Santa Corona, volete voi che io vi faccia correre questo mio cavallo con questi?», e diceva di Rondello. El re cominciò a ridere, e disse egli non potrebbe seguire questi corsieri; e pure gliene die' la parola Buovo, lo fe' scrivere, e misse uno paggetto in su Rondello e disse: «Tienti bene». E dato le mosse, Rondello giunse gran pezzo di via inanzi a tutti gli altri cavalli, e 'l cavallo di Fiore giunse secondo a lui, e fu lodato Rondello per lo migliore cavallo che vi fusse. E giunto el re, [die']l dono a Buovo. E Fiore s'accostò a Buovo e disse: «Signore Buovo, voi avete uno buono cavallo, ch'egli ha vinto il dono». El re n'ebbe grande allegrezza e Fiore n'ebbe grande tristizia; e poi che furono tornati al palazzo reale, essendo per mangiare la sera a cena, e Fiore in presenza del padre dimandò a Buovo in dono el cavallo che aveva vinto il donò. Rispose Buovo: «O Fiore, ogni altra cosa ch'io honne, salvo che Drusiana e Rondello e Antona, ti donerò, imperò che questo cavallo m'ha campato di grandi pericoli, e ho promesso e giurato che altro che la morte non lo partirà da me: e però mi perdona». Fiore l'ebbe molto per male e cominciò a odiare Buovo. Essendo a tavola, e il re disse a Buovo: « Dimane voglio fare Fiore mio figliuolo cavaliere, e voglio mandarlo con una armata a dosso al re d'Irlanda; io voglio una grazia da voi, che voi andiate per campione della mia gente contro a' miei nimici». Buovo rispuose: «Molto volentieri», e proferse sé e' due suoi figliuoli con quella gente che egli potea fare.

Capitolo LXIII.

Come Fiore, figliuolo del re Guglielmo d'Inghilterra,

volle torre a Buovo Rondello della stalla, e fu morto.

Poi che 'l re e Buovo e' baroni ebbono mangiato, e uno cavaliere maganzese, che stava col re Guglielmo e molto usava con Fiore, prese Fiore per mano e andorono a sollazzo; e questo cavaliere, chiamato Floccardo, disse a Fiore: « Deh vedi quanta cortesia tuo padre ha fatto a Buovo! E hatti disdetto uno dono d'uno cavallo, e ancora l'ha il re chiamato capitano sopra l'armata, e tu sarai sottoposto a lu ». Fiore cominciò a pensare, e disse Floccardo: «Il meglio faresti a torgli quello cavallo, e se egli ne farà parola, e noi l'amazzeremo, come villano cavaliere ch'egli è». Disse Fiore: «Come gli potremo noi torre il cavallo?». Ed egli disse: « Buovo si sta ogni sera con tuo padre due o tre ore di notte; andiamo al palazzo suo con sei armati e noi due, inanzi che Buovo torni, e togliamogli el cavallo». E cosí consigliati, andarono a smontare, e 'n tutto furono otto, e andarono alla stalla di Buovo, dov'era Rondello. Aveva Buovo comandato a uno che governava Rondello, e aveva nome Rambaldo, che non lo desse a persona per le parole di Fiore; e giunti Fiore e Floccardo dov'era Rondello, e' dimandorono a Rambaldo il cavallo per parte di Buovo. Disse Rambaldo: «Se Buovo me lo dirá, io ve lo darò, altrimenti io non ve lo darei». Disse Floccardo: «Come, poltrone? non credi tu alle parole di Fiore, figliuolo del re?». Disse Rambaldo: «Io credo a ognuno, ma el cavallo non darò senza licenza del mio si gnore». Allora Floccardo disse: «Oltrapoltrone!», e diegli una pinta delle mani nel petto, e andorono fino dove era Rondello. Fiore entrò inanzi, e andò per infino dove era il cavallo e preselo alla cavezza. In questo mezzo Rambaldo gridando trasse una spada e giunse a dosso a Floccardo, e diegli in sulla testa per modo, ch'egli cadde morto. Intanto molti famigli della casa trassono al romore e uccisono tutti a sei e' famigli; ma eglino si difesono tanto, ch'eglino ne uccisono due di quelli di Buovo e alquanti ne ferirono. In questo che 'l romore era, e Fiore volendo isciogliere Rondello, el cavallo cominciò a soffiare: egli ebbe paura e tornavasi a drieto; ma Rondello gli si volse co' calci e diegli uno tratto de amendue e' piedi di drieto nel petto per sí gran forza, che lo gittò nel mezzo della stalla morto. Quando Rambaldo gli vidde tutti morti, cominciò a dire: «Ora togliete Rondello! Ora avete voi Rondello che voi andavate cercando!». Alcune persone ch'erano corse al romore, vedendo morto il figliuolo del re, corsono al palazzo, e fu detto al suo padre; altri cittadini andarono alla stalla e missono il corpo in una bara e portaronlo al palazzo con grande pianto: e' famigli di Buovo si fuggirono per non essere morti.

Capitolo LXIV.

Come Buovo per la morte di Fiore

fu confinato fuori d'Antona e di tutta l' isola d'Inghilterra.

Quando lo re Guglielmo seppe la morte del suo figliuolo, fu molto turbato, e disse a' suoi baroni: «Pigliate questo traditore di Buovo, imperò che lui l'ha fatto morire». Buovo misse mano a una arme, che è come uno costoliere, che egli aveva allato, e trattosi uno ammanto reale che egli avea in dosso, se lo avvolse al braccio, e gridando: «O re Guglielmo, tu se' mio compare, non mi fare torto!», e tiratosi da uno canto della sala, non v'era barone a cui non increscesse, né veruno v'andava a dargli impaccio; anzi molti di loro si missono in ginocchioni pregando il re che contro a Buovo non offendesse, ch'eglino conoscevono Buovo di condizione, che non arebbe mai acconsentito tanto male. Intanto giunsono e' cittadini, piagnendo, col corpo di Fiore, e il re si gli gittò a dosso piagnendo, e cosí piagnevano tutti e' baroni, e Buovo piangeva con loro insieme. Il re volle sapere la cagione per che erano stati morti; e non si poteva sapere, se non fusse che uno famiglio di Floccardo di Maganza disse ch'avea udito dire a Floccardo inverso Fiore che Buovo era uno villano a non gli donare uno cavallo che egli gli aveva chiesto, e ch'egli era fatto capitano della armata sopra a lui, e che egli era meglio d'andargli a torre Rondello per forza: e come v'erano andati. Allora e' baroni domandarono al re Buovo di grazia; e 'l re disse ch'era contento, se Buovo gli dava Rondello che avea morto il suo figliuolo; e voleva ancora Rambaldo. Buovo rispose: «Poca cortesia sarebbe a uccidere per vendetta uno cavallo», ma Rambaldo gli darebbe, se egli lo trovasse: «ed anche dico che Rambaldo non ebbe torto a difendersi». El re alquanto s'adirò, ma e' baroni tanto l'aumiliarono, ch'egli promisse indugiarsi insino alla mattina.

E' tre signori promissono di rappresentare Buovo la mattina dinanzi al re; e l'uno fu il conte Angelico di Virgales, el secondo il conte Angieles de Gales, e 'l terzo il conte Aumber di Marina. E partiti da corte, rimenarono Buovo alla sua stanza; e la mattina fu sopellito Fiore. Ma Rambaldo non si potè ritrovare; e' sopradetti tre baroni rappresentarono Buovo dinanzi al re Guglielmo; ed egli da capo addimandò Rondello per farlo morire. Buovo gli si gittò ginocchioni a' pie' piagnendo, e disse: «Santa Corona, pigliate sopra di me ogni vendetta che v'è di piacere, che io voglio inanzi morire, che si dica che per vendetta di Fiore fu morto uno vile cavallo». El re, pensando alle parole di Buovo, cognobbe ch'era vergogna al figliuolo e a lui. E Rambaldo fu molto cerco; e per questo comandò il re a Buovo che egli uscisse di tutto il reame d'Inghilterra e lasciasse Antona, e che egli non tor nasse mai nell'isola, se il re Guglielmo, cioè lui medesimo, non morisse o non mandasse per lui. Buovo piangendo cosí gli giurò per fede, come leale cavaliere, e ringinocchiossi e baciògli e' piedi. E allora giunse Drusiana dinanzi al re, e inginocchiossi e disse queste parole, sempre piangendo:

Capitolo LXV.

Come lo re Guglielmo donò a Drusiana la cittá d'Antona, e Buovo n'andò

in esilio e sbandeggiato di tutta Inghilterra, e capitò al re Terigi

d'Ungheria in Schiavonia, e Guido e Sinibaldo con lui.

« Nobilissimo re, disse Drusiana, per Dio, vi prenda piatá di me e di questo piccolo figliuolo, che voi con le vostre mani avete tenuto al battesimo. Io non sono uomo, che io possa andare cercando el mondo com'e' cavalieri armati; io vi domando di grazia che voi doniate la cittá d'Antona a me e a questo mio piccolo figliuolo, insino a tanto che Iddio metterà pace tra voi e Buovo». Allora pianse il re per piatá, e chiamati giudici e notai, donò la cittá d'Antona a Drusiana, libera, e comandò a Buovo che infra quindici giorni avesse sgombra tutta l' isola. E Buovo si partí molto allegro del dono che 'l re aveva fatto a Drusiana, e molto ne lo ringraziò. E tornato ad Antona, gli vennono incontro Guido e Ruberto, e feciongli grande festa: ma quando sentirono ch'egli era cacciato, molto si contristarono, e non volevano consentire che egli si partisse, dicendo: «Riposatevi, e lasciate fare la guerra a noi ».

Buovo disse loro: «Figliuoli miei, nessuno del nostro legnaggio non fu mai traditore, da poi che Gostantino e' ingenerò, e non voglio però cominciare ora a falsare la mia fede». E comandò che una nave fosse apparecchiata; e cosí fu fatto. E conobbe Buovo i figliuoli di tanto animo, che, come egli si partisse, ch'eglino romperebbono la guerra al re Guiglielmo, e per lo meglio ordinò di menargli con seco; ed entrò con loro in nave, e raccomandò Drusiana a' cittadini d'Antona, che tutti piangevano. E partissi d'Antona; e per lo mare navicando per molte giornate, uscendo pel mare Oceano, entrò per lo stretto di Zibiltaro, e passò presso a Cicilia ed entrò nel mare Addano, e al porto di Sinella presono terra, dove lo re Terigi e Sinibaldo fece loro grande onore, e dissegli la cagione perché s'erano partiti d'Inghilterra. E stettono uno anno in riposo col re Terigi, con Sinibaldo suo padre e con la duchessa. Ed ebbe Terigi in questo anno uno figliuolo maschio di Margaria sua donna, e posegli nome Sicurans; ed era fatto a Buovo e a' suo' figliuoli onore propio come alla propia corona di Terigi, e altrettanta riverenzia.

Capitolo LXVI.

Come Terigi, re di Schiavonia, e Buovo e' figliuoli mandarono

ambasciadori a Arpitras, ammiraglio di Dalmazia e di Corvazia,

e la villana risposta ch'egli fe'.

Passato l'anno che Buovo e' figliuoli erono stati in Ischiavonia, Guido e Sinibaldo, figliuoli di Buovo, avendo sentito ch'uno ammiraglio, mandato per lo passato dal re Buldras, padre di Margaria, nella provincia di Dalmazia vicina alla Ischiavonia, s'era fatto signore dopo la morte del re Buldras, la quale signoria toccava a Margaria ed a Terigi; e più che egli aveva preso tutta la Corvazia, per questo Guidone ne parlò a Buovo e a Terigi, e diliberarono di mandargli ambasciadori, dimandando e' due regni e 'l tributo di tutto il tempo ch'egli era stato signore, secondo l'entrata che prima soleva rendere al re Buldras d'Ungheria. E lo 'mbasciadore fu uno gentile uomo di Ragugia, e andarono a una cittá chiamata Ascilacca, ed ivi trovarono Arpitras, che già fu ammiraglio, e feciono l'ambasciata per parte del loro re Terigi, domandando la signoria o 'l detto trebuto. Udito Arpitras questa ambasciata, rispose: «Perché voi siete d'una buona cittá, io non vi farò oltraggio, perché io spero di qui a poco tempo d'esserne signore; ma voi ritornerete al re Terigi, e ditegli che io lo manderò inanzi che sia uno anno a guardare la rocca d'uno vile castello, come ha fatto egli e 'l suo padre, e non vorreno che porti corona sopra a' signori del regno d'Ungheria. E direte a Margaria che si guardi ch'io non le metta le mani a dosso, ch'io la farò ardere come meritrice, che è andata come lussuriosa malvagia a menare Buovo d'Inghilterra in questi paesi per la lussuria che commisse con lui in prigione, e non si vergognò di camparlo, avendo morto il suo fratello carnale. E voi, ambasciatori, per tutto questo giorno sgombrate il mio terreno, se non io vi farò impiccare a uno albero». Gli ambasciatori presto si partirono da Ascilacca e tornarono in pochi dí a Sinella, portando al re Terigi loro signore la sopradetta ambasciata.

Capitolo LXVII.

Come Terigi e Sinibaldo suo padre e Buovo e' figliuoli

andarono a oste alla cittá detta Ascilacca, e l'ordine della battaglia,

e' belli ordini che diede Buovo alle schiere.

Buovo, udita la ingiuriosa risposta, ordinò che Teris facesse tutto suo isforzo, e in poco tempo fece quindicimila cavalieri e diecimila pedoni. In questo modo egli mandò Guido in Lombardia e mandò Sinibaldo a Roma; e Buovo e Terigi feciono ragunare gente per tutto 'l suo regno. E non passarono due mesi che Guido e Sinibaldo tornorono, e si avevano soldato molta gente da cavallo e da pie', e molti balestrieri condussono; e andarono a oste a Ascilacca con venticinque migliaia di cavalieri e diecimila pedoni, e puosonvi el campo, e tutto il paese rubarono e predarono, mettendo per tutto gran paura; e presono certe castella e feciono molte correrie per Dalmazia e per Corvazia, e per tutti i confini della Schiavonia era rotta la guerra.

Sentendo e vedendo Arpitras tanta guerra, subito mandò in tutte quelle parti donde sperava d'avere soccorso; ed ebbe aiuto da più parte. Imprima lo soccorse uno suo fratello, duca di Corvazia, con cinquemila cavalieri (ma erano gente non molto in punto), e avea nome Isarco. E giunto in su' confini della cittá, giunse un altro barone che venia di Durazzo, chiamato Arsivero. Costui menò diecimila cavalieri; e il re d'Ungheria, che aveva nome Arbal, vi mandò diecimila arcieri e cinquemila cavalieri, e Arpitras fece di sua gente ventimila cavalieri, sí che si trovarono a campo a petto a' cristiani in tutto cinquantamila saraini. Quando Buovo udì la forza de' nimici, ordinò di fare il suo campo forte, e fece fare due bastie, l'una allato alla porta d'Ascilacca, e un'altra discosto da quella una arcata, e fornille di balestrieri; e fece armare cento carrette con ingegni coperti d'asse, con quattro cavalli per carretta, e 'n su ogni carretta misse dieci balestrieri con buone balestre; e poi fece della sua gente tre schiere: la prima diede a Terigi, re di Schiavonia, con semila cavalieri e con cinquemila balestrieri; la seconda tolse Buovo per sé con semila cavalieri e mille balestrieri; la terza diede a Guido e Sinibaldo suoi figliuoli. Sinibaldo, padre di Teris, tenne Buovo con seco, e diede a' figliuoli tutto il resto della gente, e comandò loro che non entrassino nella battaglia, se egli non venisse o mandasse per loro; e avvisò tutti e' capitani di ben fare, mostrando loro che questa vettoria era la presa della cittá e delle due provincie, cioè della Dalmazia e della Corvazia; e disse loro, se alcuna cosa contraria avvenisse, ch'eglino si raducessino nel mezzo tra le due bastie, e che cinquanta carrette fussino da una parte delle sbarre, e dall'altra parte le altre cinquanta. E confortati e' capitani e la sua gente, aspettavano la battaglia. In questo mezzo e' nimici si missono con tre schiere in punto, e vennono alla battaglia contro a' cristiani.

Capitolo LXVIII.

Come la battaglia si cominciò, nella quale fu morto Sinibaldo dalla Rocca

a Santo Simone e re Terigi suo figliuolo, e presa la città d'Ascilacca e disfatta.

Terigi, capitano della prima schiera, vedendo e' saraini venire, si mosse con la sua schiera; e 'l romore si levò, e nella giunta si scontrò con uno re di corona e passollo con la lancia e morto lo gittò da cavallo; e molti da ogni parte andorono per terra morti e feriti. Terigi con la spada in mano molte pruove della sua persona faceva, e arebbe messo questa schiera in fuga, se non fusse Isarco, fratello d'Arpitras, che assalí la schiera di Terigi con tanta forza, che egli la misse in fuga, facendola tornare in verso le bastie. Allora si mosse Buovo e Sinibaldo dalla Rocca a San Simone, e riscotendo il campo, missono e' nimici in volta per forza d'arme, Buovo facendo smisurate prodezze; e arebbe auto vettoria, ma Arpitras entrò nella battaglia con la sua schiera, e cominciossi tanto terribile battaglia, che pareva ch'el mondo si dovessi disfare. E' saraini erano tanta moltitudine, ch' e' cristiani non poterono sofferire, e cominciarono a dare le spalle; e Arpitras e Isarco suo fratello gli venieno tempestando per lo campo; e furono morti tutti e' pedoni di Terigi e molti della sua schiera. E giugnendo Arpitras a pie' della prima bastia, s'aboccò con Sinibaldo dalla Rocca a San Simone, e combattendo con lui gli partí la testa per lo mezzo, e morto lo gittò tra' piedi de' cavalli. Della sua morte si levò grande romore. Quando Terigi sentí la morte del padre suo, si mosse adirato verso quella parte, molti nimici uccidendo; e veduto Arpitras, gli corse a dosso per vendicare suo padre Sinibaldo; e Arpitras lo vidde, e volsesi verso lui, e cominciorono asprissima battaglia con le spade in mano. La gente saraina fu tanta, che Terigi fu abbandonato per modo, che Arpitras l'uccise. E cosí morí padre e figliuolo, e levossene grande romore, chi per dolore e chi per allegrezza; e tra' cristiani si commisse grande pianto e paura e uccisione.

Sentendo Buovo la loro morte, cominciò con piatose parole a raccomandare non solamente sé a Dio, ma tutti quegli che erano nel pericolo della battaglia; e furioso n'andò verso quella parte, e confortando la gente cristiana e cercando il mortale nimico. E quando lo trovò, l'assalí con la spada in mano, gridando: « Molti de' miei amici hai tratti a fine, ma io ne farò aspra vendetta»: e cominciorono aspra battaglia insieme. Alla fine sarebbe Buovo suto perditore per la grande moltitudine, perché la terza schiera de' saraini lo venne a assalire. E tutti e' cristiani delle due prime schiere fuggivano, e tutti e' pedoni balestrieri furono morti, e furono prese cinquanta carrette e morti quanti ve n'era suso; e fu in questa furia presa la bastia ch'era più di lungi alla cittá, e morta quanta gente v'era drento; e sarebbe suta maggiore l'uccisione, se Guido e Sinibaldo, figliuoli di Buovo, avessino aspettato il comandamento del loro padre; ma eglino feciono della loro schiera due parti, e da due parti assalirono fieramente e' nimici. E rifrancando el campo, e rivolgendo e' fuggitivi cristiani alla battaglia, e trovando e' saraini avviluppati per lo campo, Guido vidde Arpitras alle mani con Buovo. In tanto pericolo prese una lancia e percosselo nel fianco, e morto lo gittò da cavallo. Allora fu grande romore per la morte d'Arpitras, e grande rincoramento de' cristiani. Sinibaldo s'aboccò con Isarco, fratello d'Arpitras; e combattendo, Sinibaldo gli die' d'una punta nella gola e morto lo gittò da cavallo. Allora Buovo con molti armati gittò le bandiere de' saraini per terra, e 'l campo si misse in rotta. Non si potrebbe dire la grande uccisione che fu commessa de' saraini. Quegli della cittá uscirono fuori da due parte in loro aiuto; e' saraini fuggendo verso la cittá, e' cristiani inanimati seguitandogli, entrorono con loro combattendo drento alle porte. Buovo, Guido, Sinibaldo entrorono drento, uccidendo ogni generazione, non perdonando, tutti e maschi e femmine mettendo al filo delle spade; e presa la cittá, la rubarono, e poi la missono a fuoco e a carboni, E arsa e disfatta la cittá d'Ascilacca, si tornorono a Sinella, dove si fece gran pianto della morte di Sinibaldo dalla Rocca a San Simone e di Terigi suo figliuolo; e sopra tutto fu il pianto della duchessa Aluizia e di Margaria.

Buovo fece signore Sicurans e incoronollo, e diegli balie che lo notricassino e guardassino; e' due morti furono sopelliti a grande onore; e Buovo reggeva il paese per Sicurans.

Capitolo LXIX.

Come in Ungheria s'apparecchiava di fare guerra a Buovo in Ischiavonia,

e come Buovo s'afforzò per difendere sé e' figliuoli.

Finiti i sedici mesi che la cittá Ascilacca era disfatta, ne' quali sedici mesi Buovo e' figliuoli, cioè Guido e Sinibaldo, avevano acquistata tutta Dalmazia e Corvazia, e riposandosi a Sinella, sentí Buovo per ispie che in Ungheria era venuto uno turco chiamato Trifero con quaranta migliaia di Turchi, e sentí che Arbaulle, re d'Ungheria, el quale s'era fatto re dopo la morte del re Buldras, faceva grande sforzo di gente; e sentí che in Bussina e in Ruscia e in Poiana s'apparecchiava gente, e in tutte le parti circustanti; onde Buovo s'immaginò el perché questa gente si ragunava, e pensò che la Schiavonia e la Dalmazia e la Corvazia era sottoposta al reame d'Ungheria per lo passato; e disse tra sé: «Costoro la vorranno racquistare». Chiamò a sé Guidone e Sinibaldo suoi figliuoli, e mandò Guido al santo Padre, che lo aiutasse di quella gente che egli potesse, e diegli alquanto tesoro, che gli conducesse quanta gente egli potesse; e mandò Sinibaldo in Grecia, a tutti e' signori cristiani dimandando soccorso; e dissegli che s'egli vedesse il tempo da potere andare in Erminia, ch'egli andasse al re Erminione e dessesi a conoscere, e poi gli dicesse la bisogna sua. E mandò uno ambasciadore in ponente a Drusiana e a certi suoi amici, ma non mandò al re Pipino per vergogna. Ma Ottone da Trieva lo raccomandò a Pipino; ed egli rispuose che Buovo non gli aveva mandato a dire niente, e ch'egli non voleva andare dove egli non era richiesto. Ottone s'aggiunse con Riccardo di Conturbia, con Ruberto della Croce e con Sanguino d'Antona, e con l'aiuto di Drusiana e d'altri loro amici e' menarono dodicimila cavalieri e feciono la via per la Magna. Guido condusse delle parti d'Italia ventimila tra cavallo e appiè'; Sinibaldo mandò di Grecia quattromila cavalieri e cinque mila pedoni; poi n'andò in Erminia al re Erminione, che quando seppe chi egli era, gli fece la maggior festa del mondo. Egli il baciò cento volte, dicendo: «Perché non vi conobbi io, quando voi savate con meco?». E quando seppe la cagione, fece prestamente trovare quante nave potè a soldo, e diegli quindicimila cavalieri e cinquemila pedoni, e promisegli che drieto alla sua morte gli lascerebbe il reame d'Erminia. E partito Sinibaldo, tanto navicò, che giunse al porto di Sinella con questa gente e con grande quantità di vettuvaglia. E già era cominciata la guerra e molte grande fatiche di battaglia.

Capitolo LXX.

 Come lo re Arbaulle d'Ungheria andò a dosso a Buovo a Sinella, e partita la sua

 gente in tre parti, Trifero co' Turchi corse a Sinella, dove fu sconfitto e morto.

Mentre che Buovo si forniva di gente, essendo tornato Guido d'Italia e menato grande soccorso di gente e certa vettuvaglia, la terra avevono bene armata. E lo re Arbaulle d'Ungheria venne in Dalmazia con Trifero, e avevano centocinquanta migliaia di saraini; e qui s'aggiunse con loro lo re Morapes e gli Albini con centoventi migliaia di saraini, sí che il campo loro era dugentosettanta migliaia di saraini; ed era per tutti e' confini della Magna e del Frioli grande paura, sentendo tanta gente ragunata, perché poco tempo inanzi Attilla fragello dei, anticesso re di questo re Arbaul, avea fatto grande rovina di cristiani. E perché questa gente era tanta moltitudine, ne feciono tre parti, e campeggiarono in tre luoghi; e questo feciono per lo disagio delle cose necessarie. El primo campo erano e' Turchi, e aggiunti con loro diecimila Ungheri, sí che il campo di Trifero erano cinquanta mila; el secondo, Morapes di Ruscia questo avea, con seco Tartari e Polani e Bussini, ed era il suo campo centomila; e 'l terzo campo con tutto il resto, che erano centoventi migliaia, era il re Arbaul d'Ungheria. E come e' Turchi furono partiti dagli altri, s'andorono accampare dove fu Ascilacca, e stettonvi un dí e una notte, e l'altro giorno passarono le montagne, e 'l terzo giorno corsono alle porte di Sinella, non sapiendo che gente vi fusse ancora venuta. Ma Guido era tornato d'Italia cinque giorni inanzi col sopradetto soccorso.

Ora i Turchi correvono predando il paese. Levato il romore nella cittá, tutta la gente s'armò, e Guido uscí di verso terra e assalí le bandiere de' Turchi; e trovandole molto sprovvedute, perché non temevono che gente fosse nella cittá sí grossa, fu fatto di loro grande tagliamento. E in questa uccisione Buovo s'aboccò con Trifero e diedonsi due gran co[l]pi, e la gente di Trifero ripresono cuore alla battaglia, in tanto ch' e' cristiani non arebbono potuto sofferire, cioè quelli ch'erano con Buovo. Buovo cominciò avere il peggiore; ma Guido, che gli veniva cacciando per lo piano di verso la marina, trovò la gente del padre che già cominciavano a fuggire. Guido sgridandogli gli fece rivolgere alla battaglia, e veduto Trifero, gli corse a dosso, e combattendo insieme Guido gli ruppe l'elmo con la spada e spiccògli la visiera; ma Trifero gli uccise il cavallo sotto. E veggendo Trifero e' cristiani che venivano drieto a Guido, che già mettevano in fuga la sua gente, lasciò Guido a pie' e cominciò a fuggire. Come fu partito, e Buovo giunse dove era Guido a pie', e domandollo come gli era morto el cavallo. Buovo ismontò e disse: «O figliuolo mio, per cavallo non dee rimanere che tu non rifranchi il tuo onore»; e smontò a terra di Rondello, e disse a Guido: «Monta qui su». E Guido non voleva, e Buovo gliele comandò. Come fu a cavallo, seguitò drieto a Trifero e giunselo a pie' della montagna; e Buovo con molti armati seguiva drieto a Guido. Come Guido giunse il nimico, cominciò la battaglia con lui; ma pochi colpi si dierono, che Guido gli misse la punta della spada pel viso e ficcogliele insino di drieto per la collottola; e quando tirò la spada a sé, cadde Trifero morto a terra del cavallo. E furono quello giorno morti trentacinque migliaia di Turchi dalla gente di Buovo, e con vettoria tornarono a Sinella, dove si fece grande festa della vettoria; e trovarono ch'erano morti millecinquecento cristiani, e molti feriti.

Capitolo LXXI.

Come Arbaul d' Ungheria, saputa la morte di Trifero, n'andò verso

Sinella e pose di notte due campi e accampossi in su la montagna.

Quelli che camporono della battaglia, molto percossi e malmenati tornarono nel campo del re Arbaul d' Ungheria e dissono la morte di Trifero e la ricevuta sconfitta da Buovo; e funne grande dolore nel campo; e comandò ch'el campo si levasse e andasse verso Sinella. E racozzossi con l'altra parte del campo, cioè col re Morapes di Ruscia, e mandò a dire all'armata di mare che assediassino Sinella per mare, ch'egli vi sarebbe per terra, e che tenessino modo che la vettuvaglia fosse per mare apparecchiata, e di fornire il campo. E prestamente mosse l'oste, e tre giorni cavalcarono senza fermare campo, tanto che giunsono alla disfatta cittá d'Ascilacca, e ivi si riposò il campo tre giorni. E 'l terzo giorno chiamò a consiglio e' suoi baroni, ed ebbono alcuno de' Turchi ch'erono campati della battaglia, e domandarono come la battaglia andò a Sinella. E sentita la cosa come era andata, pensarono per agguati di torre la città a Buovo, e ordinorono d'andare con l'oste insino passati e' monti ch'erano presso a Sinella a sei miglia, e starvi due giorni, e la notte porre due agguati alla cittá, e la mattina cavalcare pianamente verso la terra e fare correre dodicimila saraini a predare insino in su le porte. E con questo ordine passorono e' monti, e accamporonsi in su la piaggia di verso Sinella, e stettonvi due giorni.

Già era palese a Sinella come il campo avea passato e' monti; e la notte, passati e' due giorni, mandò il re Arbaul el re Morapes con ventimila saraini, e passò la cittá di Sinella, e puosesi in agguato presso alla cittá a mezza lega in una valle molto grande: e apresso mandò lo re Arbaul lo re Tilopon d'Azia con altrettanti, e posesi co' suoi tra certe lagune d'acqua presso alla cittá a due miglia; e aveva dato per segno di fare, in su uno monticello che v'era presso a una lega alla cittá, segno di fummo, e per uno fummo si scoprisse lo re Morapes, e per due fummi si scoprisse lo re Tilopon, e che ognuno corresse alla porta della cittá, e a giusto loro potere entrassino drento e pigliassino la cittá.

Capitolo LXXII.

Come Buovo fu per perdere la cittá di Sinella,

e ricevette grande danno e vergogna, e fu assediato per mare e per terra.

Apparita la mattina, lo re Arbaul fece correre dodicimila a cavallo insino alle porte di Sinella, predando intorno alla cittá; e 'l romore si levò nella terra. Buovo e Guido s'armorono con tutta la loro gente, e Buovo disse: «Figliuolo, io voglio che tu rimanga nella cittá per salvamento della cittá e di noi». Guido rispose: «O padre mio, non sarebbe dovuto che io, che posso l'arme portare e sono giovane, rimanessi a riposare, e voi andassi alla battaglia, che doverresti riposarvi. Io voglio essere il primo che vada alla battaglia». Buovo molto lo contradisse: alla fine, veduta la sua volontà, gli diede la sua benedizione e diegli seimila cavalieri, e mostrògli certi casamenti da una finestra, e disse: «Figliuolo, non passare quelle case, imperò ch' io veggio questa gente correre pigramente, e temo che grande inganno non ci sia, secondo l'arte della guerra». Disse Guido: «Padre, io farò el vostro comandamento»; e uscí fuori della cittá dal lato della marina, e uccidendo molti infedeli, cacciandogli per lo campo, riscosse grande preda di bestiame e di prigioni, e andò insino alle dette case, e quivi fece sonare a raccolta. E' cavalieri bestemmiavono el sonare a raccolta e tornavano alle bandiere. Allora lo re Arbaulle mostrò uno fummo, come di sopra era l'ordine dato, da quello ordinato monte, e 'l re Morapes uscí d'agguato e corse insino in su' fossi, che persona de' cristiani non lo viddono, perché attendevano a guatare verso dove Guidone combatteva; e su per lo fosso della città correndo, giunse alla porta dond'era uscito Guido, ed entrarono drento uccidendo le guardie. El romore si levò nella città, e Buovo, sentendo come i nimici entravano nella cittá, montò a cavallo, e rincorando i cavalieri e' cittadini, e' giunse alla porta, e già erano drento quattromila saraini. Buovo, rincorando la sua brigata, si misse francamente tra loro, e nella giunta scontrò lo re Morapes e passollo d'una lancia insino di drieto, e morto lo gittò alla terra; e tratta la spada, si misse tra' nimici, commettendo grande uccisione. Per la morte di Morapes si missono e' saraini in fuga, e volevano uscire della città, e per la grande calca non potevono; e Buovo sempre dinanzi nel mezzo de' nimici. Fu tanta la forza de' cristiani, che drento alla città furono morti quattromila saraini.

E ancora non era Buovo fuora, quando Guidone giunse alle spalle a quegli di fuori che avevano udito el romore; e grande uccisione v'era. Cosí combattendo, Buovo uscí fuora, e uccidendo e cacciandogli francamente, passorono la villa dove prima s'era fermato Guido per lo comandamento di Buovo. Allora fu fatto per lo comandamento del re Arbaul due fummi per cenno in sul sopradetto poggio, e quando i cavalieri di Guido viddono fare quelli due fummi, gli mostrorono a Guido, onde egli dubitò che non fusse segno, e ritornò subito alle bandiere e fece sonare a raccolta. E mentre che gli suoi cavalieri si raccoglievano, e lo re Tilopon d'Azia uscí dello agguato e corse insino alla porta; e veramente egli arebbe presa la terra, ma quella poca gente ch'era nella cittá e su per le mura, avevano paura degli agguati per quello che aveva loro fatto poco inanzi lo re Morapes, sí che, avendo più guardia, s'avvidono di questa gente e levarono il ponte; e quelli delle mura gittavono sassi, e' balestrieri saettavano, e le grida erano grandi, e le campane sonavono a stormo per dare a quegli di fuori segno.

Allora Buovo ebbe temenza di non perdere la terra, e' cavalieri impauriti tra loro si lamentavano; e Buovo cominciò con grande boce a confortargli, e diceva: « O signori cavalieri, non vi spaventate per queste grida; la cittá senza fallo è nostra, e a noi danno segno che noi fuggiamo alla cittá: egli è di bisogno che noi ci facciamo la via con l'arme; questa gente partirete voi leggeramente»; e molte altre parole andava dicendo per lo campo. E poi segretamente disse a Guido: «Figliuolo mio, se Iddio non provede, noi abbiamo mal partito alle mani. Ma volgiti alla terra prestamente co' tuoi, soccorri la cittá, e io sosterrò questi di verso il monte, che 'l re Arbaul ci viene a dosso con tutto il campo». Guido gli rispose francamente: «Padre mio, non temete; confortate e' cavalieri, che Iddio ci darà aiuto» ; e detto questo, si volse verso la cittá con le sue trombette e la sua bandiera. Buovo volse le sue bandiere verso la gente del re Arbaul: le grida, gli stormenti rinsonarono tutta la campagna, e 'l franco Guido si misse con la sua schiera de' taliani nella schiera dello re Tilopon, i quali erono già volti verso loro, che avevano perduta la speranza della cittá: e grande e aspra e mortale battaglia si cominciò. Essendo la battaglia dubbiosa, Guido s'aboccò col re Tilopon, e assalito l'uno l'altro, Guido gli die' un grande colpo di spada; ma il re gli die' d'una mazza ferrata in su la testa per modo, che Guido fu per cadere a terra del cavallo. E arebbelo alla fine morto, perché egli era uscito della memoria, e sí per la grande moltitudine; ma Iddio mise in cuore a Buovo quello che fu il migliore. Egli pensò che troppo era la moltitudine del re Arbaul, e che gli era più senno a rifuggire nella cittá; e volsesi drieto al figliuolo, e giunse nella gente del re Tilopon, e partirono per forza d'arme questa schiera, e fu dipartita la battaglia da Guido, imperò che Buovo gli die' d'una lancia e gittollo per terra lui e 'l cavallo. E giunti alla porta, fece affrettare di rientrare drento e' cava lieri e l'altra gente presto quanto si potea, e ritornarono drento con molto danno di loro gente, perché sopraggiunse lo re Arbaul loro alle spalle con la infinita moltitudine, e perderono quel di cinquemila cavalieri, e non ve ne rimasono dumila che non fussino feriti, de' quali morirono poi nella cittá tremila cinquecento per le ferite ricevute. E' saraini puosono campo da due parti alla cittá, facendola in molte parti cingere di steccati e palancate, e dove affossare; e nel mare giunse l'armata de' saraini, donde il campo si forniva la maggiore parte di vettuvaglia; e rubovono tutto il mare Adriano insino alle piagge d'Italia. E stette Buovo quarantacinque giorni assediato in Sinella, che mai uomo non uscí della cittá; e in questo mezzo la sua gente cominciò a guarire, e cominciorono alcuna volta a assalire il campo pure con brieve battaglia, ora di notte, ora di giorno.

Capitolo LXXIII.

Come Sinibaido, figliuolo di Buovo, tornando d'Erminia, arse tutto il

navilio del re Arbaul e tolse tutta la vettuvaglia.

Torna la storia a Sinibaldo, figliuolo di Buovo, che andò in Erminia, come di sopra è detto. E tornando con quell'armata ch'el re Erminione gli diede, quando giunse a Brandizio, sentí come il padre era assediato per terra e per mare. Fece come giovane franco e valoroso: egli addimandò a' più pressimani navi da armare, e armò molte navi e circa di ventidue fuste di galee, e armò dieci navi grosse, oltre all'armata che egli aveva con seco: e con tutta questa armata ne venne al porto di Sinella, e trovò l'armata del re Arbaul d'Ungheria nel porto, e assaltògli per modo che poca battaglia vi fu, che egli vinse tutta quanta la navale armata del re Arbaul, e una parte di navili misse a fuoco, e una parte ne diede in pagamento a certi, e una parte ne serbò tra le sue navi. E molte volte s'ingegnò d'entrare nella cittá, e mai non potè; e segretamente mandò a dire per una spia al padre della vettoria, e come aveva tolto loro tutto 'l navilio a' nimici; e per questo pensava che e' nimici non potessino lungamente campeggiare per cagione della vettuvaglia. E di questa novella si fece a Sinella grande allegrezza, e grande conforto della tornata di Sinibaldo e della vettoria, e crebbe loro grande speranza.

Buovo gli mandò a dire che egli mandasse in Franza a dimandare soccorso; ma Sinibaldo, sperando ch'e' nimici per nicistá di vettuvaglia non potessino campo tenere, diliberò non mandare in Franza e di guardare bene il mare e di fare guerra a tutti i porti degli infedeli: e cosí faceva. Egli sapeva che Sinella era bene fornita di gente e di vettovaglia.

 Capitolo LXXIV.

 Come Ottone di Trieva e Ruberto della Croce e' compagni

giunsono in su' monti di Sinella, e accordati con Sinibaldo.

Ottone da Trieva e Ruberto della Croce e Riccardo di Conturbia e Sanguino d'Antona con dodicimila cavalieri vennono per la Magna e per la Buemmia e passarono in Dalmazia. E giunti a tre giornate presso a Sinella, andavono con ordine tanto, che, giunti con buone guide a Ascilacca, trovaronla disfatta. Preso il tempo, vennono di notte in su uno monte presso a Sinella a otto miglia, e 'l luogo era forte e dovizioso d'acqua. Qui condussono alcuna vettuvaglia e afforzaronsi, perché e' saraini non gli potessino offendere. Ed erano presso alla marina a due miglia, quando nell'oste del re Arbaul fu palese come gente cristiana era venuta in su e' monti, e sapevano la grande sconfitta ricevuta nel mare, e sapevano come la vettuvaglia mancava ed era nell'oste grande fame; e cominciarono di notte a fuggire molta gente.

Tutto questo venne a notizia a Sinibaldo; e della gente ch'era venuta e accampata in sul monte, mandò una spia per sapere che gente era questa. Questa spia fu presa e menata dinanzi a Ruberto della Croce, e sentirono tutto il fatto di Sinibaldo. Allora andò Ruberto insino alle navi a parlare a Sinibaldo, ed egli fu molto allegro della sua venuta e andò con Ruberto insino al monte dov'erano alloggiati, dove si fe' gran festa. E mandò alle navi, e fecegli fornire di vettuvaglia; ed essendo con loro, molto gli ringraziò della loro venuta, e parlò poi con loro nella forma che dice al seguente capitolo.

Capitolo LXXV.

Come Sinibaldo ringrazia e' baroni venuti d'Inghilterra; e l'ordine che danno

d'assaltare e' nimici di notte; e mandorono segreti messaggi alla cittá a Buovo.

« Carissimi padri, gli uomini sono sottoposti alla fortuna, ma non però tanto che molte fortune si trapassino per le buone operazioni; e la natura di molti, o per li pianeti, o per gli segni, o per antico sangue, o per disiderio delle cose terrene, o per le celestiali, non pare che mai possino avere riposo. E 'l mio padre, se mai fu alcuno che non avesse riposo, lui è desso, non già per la sua mala operazione, ma forse perché alcuno altro non arebbe possuto sostenere tanti afanni; ed ha inanzi consentito di durare gli afanni che di mancare di fede in maggiore gaudio; ed è tanto cognoscente, che la ingratitudine in tutto abbandona e nessuna forza puote avere in lui. Non è a noi nuova la vostra benivolenza, per la quale siamo nella nostra patria ritornati; e ora al presente con tanto disiderio ci avete soccorsi. Adunque come si potrebbe per noi dimenticare il servigio, per lo quale noi siamo in istato glorioso? E per tanto Iddio ve ne renda merito e dia a noi grazia che noi siamo grati per l'avvenire che, vivendo in pace con voi, noi ve lo meritiamo». E molto gli ringraziò, e apresso disse: «Signori, a me parrebbe, se a voi paresse, di mandare a Buovo, significando la vostra venuta e la paura ch' è nel campo de' nimici, che domane da notte noi in sul fare del giorno assaltiamo il campo de' nimici da tre parti: Buovo di verso la cittá, e voi da questa parte, e io di verso il mare, tutti a uno tempo. Veramente noi non aremmo altro che le spalle, ed io farò per segno nel mare ardere una nave, sí che, come voi vedrete il fuoco, conoscerete il tempo d'assaltare il campo, e ognuno dalla sua parte in su quello punto dia battaglia. 'Mongioia! Viva Buovo!' sia il nome ».

E a questo s'accordorono; ma impuosono per la terza notte, per avere più agio all'ordine. Sinibaldo si tornò alle navi, e tutta la sua gente confortò, quando seppono il soccorso ch'era venuto di ponente. E la notte vegnente Sinibaldo mandò tre messaggi segretamente a Buovo, e disse a ognuno che gli facesse segno di fuoco s'egli entrava nella cittá. E come piacque a Dio, v'entrarono tutti a tre. Di questo modo si confortò Buovo e Guido, e missono in punto tutta la loro gente per la terza notte. E venuta la ordinata notte, Sinibaldo aveva appostata una valle allato al mare, di laguna ch'era rimasa in secca e non v'era acqua, e da più parte v'era paduli di boschi e di canne con alquanto d'acqua, si che e' saraini poca cura avevano da quello lato. Sinibaldo fece chetamente tutta la sua gente ismontare in quello luogo da cavallo e da pie', e tutti gli ordinò alla battaglia, avvisandogli dell'ordine ch'era dato; e tutti allegramente mostrarono venire a battaglia. Buovo e Guido feciono tutta la loro gente armare, e apersono tre porte della cittá chetamente, e ordinarono buona guardia alle porte, e Ruberto dalla Croce e' compagni ognuno era armato, da ogni parte aspettando el segno e 'l tempo.

Capitolo LXXVI.

Come i cristiani e Buovo ebbono la vettoria; e Guido e Sinibaldo

seguitarono el re Albaul e 'l re Tilopol, e Ruberto seguí loro.

Già cominciava Diana a apparire, testimoniando la venuta d'Apollo, ed era circa a una ora e mezzo inanzi al dí, quando una nave piena di stipa da ardere fu dall'alto mare di lungi da terra tre miglia accesa di subito, e la fiamma alzò per modo che si poteva cento miglia di lungi vedere. Allora si mossono i cristiani dalle tre ordinate parti, e con grande furia assaltarono il campo, gli sproveduti nimici uccidendo per lo campo. E 'l romore si levò, e' saraini correvano verso la terra, sentendo essere assaliti e non sapiendo come né da quale parte si soccorrere, perché da ogni parte erano le grida. Quelli della montagna ruppono la guardia che era da quello lato; Buovo passò con la sua gente l'antiguardo con grande uccisione; Sinibaldo ferendo con la sua gente per lo mezzo del campo correva uccidendo gl'impaurati nimici; e fu maggiore uccisione da quella parte, perch'era peggio guardata. Veramente inanzi il giorno era il campo rotto e sconfitto, se non ch'el re Arbaul e 'l re Tilopon non avessino fatto sonare gli stormenti a raccolta; e feciono grande ragunata di gente alle bandiere, e insino al dí chiaro sostennono, soccorrendo ora in qua e ora in lá. Sinibaldo, vedendo le bandiere de' nimici ancora ritte, si misse con tutta la sua schiera verso loro con le sue bandiere. Qui si ricominciò pericolosa battaglia. Lo re Arbaul e lo re Tilopon con le lance in mano assalirono Sinibaldo e uccisongli il cavallo, sí che lui cadde alla terra, e la sua gente assai s'affaticavano per farlo rimontare, e molti ne furono morti. Buovo e Guido con la loro brigata correvano verso le bandiere, e dall'altra parte giugneva Ruberto, Sanguino e Riccardo e Ottone, sí che da tre parti furono le bandiere assalite. Buovo e Ruberto rimissono Sinibaldo a cavallo. Allora non poterono più i saraini sostenere, e missonsi da ogni parte a fuggire, sí che di loro era fatto grande uccisione: e lo re Arbaul e lo re Tilopon fuggivono insieme, abbandonando le loro bandiere; e nel volersi partire si scontrorono con Guido, e lo re Tilopon con uno bastone percosse Guido sí aspramente, ch'egli tramortì in sul cavallo. Sinibaldo aveva veduti questi due re fuggire, e cambiò cavallo con Ruberto dalla Croce e seguiva drieto a questi due re; e giunto al fratello ch'era risentito, dimandò se egli aveva gli due re veduti. Guido disse di sí, e mostrò donde n'andavano, e drieto allora si missono ambedue i fratelli, desiderando di giugnergli; e ogni altra battaglia abbandonarono. Buovo, Ruberto, Sanguino e Ottone e Riccardo missono tutta la gente in rotta, e le nimiche bandiere gittarono per terra; e già alle bandiere con la vettoria si tornavano e' signori. Ruberto, non vedendo né Guido né Sinibaldo, subito pensò che andassino drieto al re Arbaul, e tolse dumila cavalieri e drieto a loro si misse, afrettandosi di cavalcare con uno stendardo inanzi, ed egli tutto armato con una lancia in mano con questa frotta di cavalieri.

Capitolo LXXVII.

Come Guido e Sinibaldo uccisono lo re Arbaul d' Ungheria

e lo re Ti lopon d'Azia; e Buovo acquistò l'Ungheria, e incoronò Sicurans

figliuolo di Terigi, ch'era in prima suto re di Sinella.

Fuggendo Arbaul e Tilopon, ed essendo dilungati da Sinella dieci miglia, trovarono uno fiume, e per lo affanno e per la paura avevano grande sete, onde eglino ismontarono, ed erano soli e andorono a rinfrescarsi. E come furono rinfrescati, pigliarono e' cavalli per montare a cavallo. Guido e Sinibaldo giunsono e ricognobbongli. Allora gridò Guido verso quelli due re: «O cavalieri, qui faremo fine alla nostra guerra, sí come mortali nimici; qui si vedrà la virtù dell'arme, a cui sarà lodata, e a cui la fortuna sarà prospera, che faremo sanza moltitudine di gente ». Lo re Arbaul domandò chi egli erano. Disse Guido: «Noi siamo amendue figliuoli di Buovo d'Antona, il quale voi avete tenuto assediato tanto; ma io spero che voi non lo assedierete mai più : e però vi difendete, o voi v'arrendete prigioni a Buovo nostro padre, che noi vi meneremo in prigione sotto la forza di Drusiana nostra madre». Allora lo re Arbaul se ne rise e disse: «Male per voi ci avete tanto seguitati di lungi alla vostra gente!»; e disfidaronsi. Aveano i due re per la via tolto due lance per loro difesa, e ognuno prese del campo. Guido giostrò col re Arbaul, e Sinibaldo andò contro al re Tilopon, e rupponsi tutte a quattro le lance a dosso, e missono mano alle spade. Ma il re Tilopon prese in mano uno grosso bastone ferrato, col quale molti cristiani aveva morti, e cominciò con Sinibaldo aspra e mortale battaglia; e dopo molti colpi Sinibaldo si gittò drieto alle spalle lo scudo e a due mani percoteva con la spada lo re Tilopon, operando più la superbia ch'el senno. E 'l cavallo di Tilopon si rizzò ritto per modo, che Sinibaldo gli diede in sulla testa e missegli la spada nelle cervella. E intervenne che tirando Sinibaldo a sé, il re Tilopon menava del bastone, e giunse in su la spada di Sinibaldo per modo, che ella giunse in su la testa del cavallo di Sinibaldo, e amendue i cavalli morirono a un tratto, e rimasono amendue a pie'. E come eglino furono ritti, ricominciarono aspra battaglia. Dall'altra parte Guidone e Arbaul con simile modo con le spade si percotevano fieramente, e combattendo s'abracciarono, e amendue caddono da cavallo, e amendue ginocchioni si rizzarono e abbandonati delle braccia ricominciorono con le spade la loro battaglia.

In questo punto giunse Ruberto dalla Croce con dumila cavalieri, e arrestò la lancia e andò a fedire lo re Tilopon, che combatteva con Sinibaldo, e gittollo per terra, e l'arme buone lo difesono da morte. E Sinibaldo gridò a Ruberto: «Traditore, s'io finisco la battaglia con lui, tu avrai a combattere con meco»; e per questo non fu alcuno che volesse dare aiuto a nessuno di loro. Sinibaldo seguitava la battaglia, e alcuna vòlta schifava i colpi del bastone; e uno colpo che menò il saraino, e Sinibaldo lo schifò, tirato da parte; e 'l saraino giunse in terra, e Sinibaldo gli menò un colpo e levògli la visiera dell'elmo; e seguitando la battaglia, gli misse la punta della spada per la visiera, e 'l saraino diede del bastone a traverso nella spada, si ch'ella uscí del viso, ma non che grande piaga non gli facesse, ed empiendosi il viso di sangue, e' non vedeva lume e venne a cadere. E Sinibaldo gli trasse l'elmo e tagliògli la testa, e poi si volse a Ruberto e disse: «Se io non guardassi all'onore del mio padre, io ti mosterrei quanto tu facesti male e vitupero a me a ferire uno cavaliere che solo con un altro cavaliere combatte». E Ruberto non gli rispose, e tornossi verso Sinella con la maggiore parte della brigata che avea seco.

Guido addimandava el re Arbaul che si arrendesse, ma egli s'adirò e chiamollo bastardo lui e 'l fratello, dicendo: «Voi non sapete di chi voi siate figliuoli», rimproverando loro che la madre loro era stata sola per molti paesi e per uno forestiere aveva lasciato lo re Marcabruno suo marito. Guido, per queste parole ripieno di grande ira, alzò a due mani la spada, e sanza avere scudo e di tutta sua forza gli menò un colpo e tagliògli il braccio destro dalla spalla. Allora lo re Arbaul incominciò a dimandare merzé, ma Guido disse: « Mai più non ti vanterai d'avere dette tali parole né si laide»; e trattogli l'elmo, gli misse la spada per la gola, e per vendetta della sua madre l'uccise. Sinibaldo tolse l'elmo e 'l cavallo del re Arbaulle, e tornaronsi verso il campo, e trovarono Buovo che veniva per loro aiuto; e giunti insieme, fu grande allegrezza della morte de' due re. Ma Buovo molto inverso i figliuoli parlò, ammonendogli ch'eglino aveano fallato a mettersi soli a tanto pericolo. E con questa vettoria entrarono in Sinella e fecesi grandi fuochi per festa per terra e per mare. E Buovo disse: «La stirpa che nascerà di Sinibaldo sarà più superba che quella di Guido» ; e comandò Buovo a quelli del paese che col fuoco consumassino i corpi morti saraini, e a' cristiani dessono sepoltura: e trovarono che v'erano morti tremila cristiani e ottantamila fra Turchi e saraini e Ungheri, e furono presi ventimila, e l'avanzo si fuggì di qua e di lá per diversi paesi, come è usanza delle battaglie. E Buovo, riposato insino all'ottavo giorno, uscí fuori a campo e racquistò le terre ch'el re Arbaul aveva tolte, e passò in Ungheria; e trovarono la maggiore parte delle terre abbandonate, ed erano fuggiti per non venire alle mani de' cristiani; e in meno d'uno anno venne a' vere acquistato tre reami, e fece battezzare molte cittá e grande quantità d'infedeli, e molte chiese fece fare, mettendovi molti religiosi, e molto accrebbe la fede cristiana. E tornato a Sinella, incoronò Sicurans, figliuolo del re Terigi, d'Ungheria, e lasciògli buono consiglio, e fece Aluizia balia del fanciullo, e la madre Margaria incoronò di tutto il reame col fanciullo insieme. La quale, quando fu grande Sicurans, gli die' moglie, di cui nacque poi lo re Filippo e Ughetto e Manabello. Buovo stette a Sinella, da poi ch'ebbe acquistato tutti questi reami, quattordici anni, sí che egli era assai invecchiato.

 Capitolo LXXVIII.

Come Guidone rimase reda del reame del re di Langle, il quale reame

è in Inghilterra; e Sinibaldo rimase signore d'Erminia, e Guglielmo,

el minore figliuolo, re d'Inghilterra.

In questo tempo morí lo re di Langle, la quale provincia è in Inghilterra di verso Irlanda, e la cittá di Langle è posta in sul fiume detto Ansiner, e ha porto di mare, chiamato per nome Miraforda, e ha sotto lui Virgalens e Briscon. Questo re aveva una sua figliuola, e non era maritata, e non aveva altra reda maschile, né parente a cui raccomandare la figliuola potesse, e immaginò tra sé di maritarla nel testamento; e conoscendo Buovo valente, e cosí e' figliuoli, fece testamento e lasciò il reame a Guido, figliuolo di Buovo; e dicea nello testamento che gli lasciava con questo, che egli togliessi per moglie Orlandina sua figliuola. E morissi; e fu iscritto a Buovo in Ischiavonia, ed egli apparecchiò una bella armata, e mandò Guido e Sinibaldo a pigliare la signoria, e Guido tolse per moglie Orlandina, figliuola del detto re, e menolla ad Antona.

E in quello anno morí lo re Erminione d'Erminia e lasciò sua reda Sinibaldo, figliuolo di Buovo; onde si partirono d'Antona e tornorono a Sinella. E Buovo andò con loro a pigliare la signoria d'Erminia, e diede per moglie a Sinibaldo una istretta parente di Drusiana, e lasciò in Erminia uno gentile uomo luogotenente, e tornarono in Ischiavonia. E durò il fare questi parentadi e 'l pigliare questi due reami cinque anni.

E avendo Buovo passato quindici anni che fu mandato in esilio, morí lo re Guglielmo d'Inghilterra e lasciò sua reda Guglielmo, suo figlioccio e figliuolo di Buovo d'Antona, e perdonò a Buovo. Subito Drusiana mandò ambasciadori a Buovo, ed egli incoronò da capo Sicurans re d' Ungheria, di Schiavonia, di Dalmazia e di Corvazia, e rimase re, e la madre reina; e Buovo co' figliuoli e con le moglie de' figliuoli si tornò in Antona, dove si fece grandissima festa ed allegrezza. E passati alquanti giorni, gli venne da Londra una magna ambascieria: chiamato da tutti i signori del reame, andò a Londra e 'ncoronò Guglielmo suo figliuolo del reame d'Inghilterra. Poi ritornò ad Antona, dove con molta allegrezza vivette gran tempo con la sua donna Drusiana, e molto invecchiò, e fu grande amico del re Pipino di Franza, mentre ch'egli vivette, in tanto che il re donò a Guido suo figliuolo uno paese che si chiamava Avernia, posto in mezzo tra la bassa Frisia e la Guascogna e la Franza, a' pie' della punta de' monti Pirinei verso Bordeus. In questo paese ebbe Guido uno figliuolo, e puosegli nome Chiaramonte; e vivette sedici anni, e poi morissi; e in questi sedici anni avea fatto fare uno bellissimo castello: e quando morí, per sua rimembranza fu chiamato quello castello Chiaramonte. E non passò trenta anni poi, perché egli era nel più bello luogo di tutto il paese, che si riempie d'abitatori per modo, che se ne fece una grande cittá. Ed ebbe Guido in questo castello un altro figliuolo, ch'ebbe nome Bernardo. E perché Bernardo nacque in quello castello, sempre fu chiamata questa schiatta di Guidone la schiatta di Chiaramonte. Di Sinibaldo si fa più oltre menzione, a' capitoli dove di lui si tratta.

Capitolo LXXIX.

Come Buovo fu morto da Gailone nella cappella di Santo Salvadore,

tre miglia di fuori d'Antona.

Avvenne che in questo tempo il figliuolo che rimase di Duodo di Maganza, fratello di Buovo per madre, chiamato Gailone, ed era signore di Fiandra e di Maganza e di Pontieri e di Baiona e di molte altre città, avendo uno suo uffiziale preso uno per la persona, come la fortuna permette, e mandandolo alla giustizia, e Gailon cavalcando si fermò a vederlo; e quello malfattore si gli raccomandò. E Gailon disse: «O se tu hai fallato, come ti posso io campare, ch'io non facessi contro alla giustizia? Anzi raffermo che tu sia giustiziato, per dare assempro agli altri malfattori». E quello malfattore gridò e disse in verso Gailon: «Tu hai bene ardire contro a me, ma non contro a Buovo che uccise tuo padre, e non ti se' vendicato mai». Di questo ne fu poi per la città molti parlari tra' cittadini, e per molte parti, come le voci vanno più del male che del bene; e tornando più volte agli orecchi di Gailone, si dispuose di mettersi a morire o d'uccidere Buovo d'Antona, come il dimonio lo tentava. E partissi, e abbandonò la signoria e la moglie con cinque figliuoli, e rimase gravida, di cui nacque Ghinamo di Baiona. E 'l nome degli altri cinque sono questi: il primo Riccardo, Guglielmo, Spinardo, Tolomeo e Grifone; questo Grifone fu padre di Gano di Pontieri. E andò Gailone sedici anni sconosciuto per lo mondo, e nominanza era ch'egli era morto al Sipolcro; e poi n'andò ad Antona, e puosesi a stare ad Antona con Buovo, disaminando il modo come lo potessi uccidere e scampare. Egli ordinò una saettia, la quale sempre teneva alla riva del mare, e quando in porto; e quelli della saettia medesimi non sapevano perché egli la teneva, ed egli la teneva per potere a sua posta fuggire.

Intervenne che fuori d'Antona a tre miglia si faceva una festa ed eravi grande divozione, e chiamavasi Santo Salvadore. Drusiana v'andò la mattina per tempo per più divozione e tornò la mattina ad Antona, e Buovo v'andò presso a terza per vedere più la festa, perché v'andavano tutte le cittadine e le paesane, e faceasi il dí molti sollazzevoli giuochù E avendo Buovo desinato alla festa, andava veggendo i giuochi e la festa; e quando Buovo diliberò di tornare ad Antona, andò alla chiesa, e intrò in una cappella ch'era serrata, come sono le cappelle de' signori, per dire sue orazioni e inginocchiossi a pie' dell'altare. E Gailone gli andò drieto, e vedendolo solo, si fe' tre volte a guatare di fuori, e non v'era per la chiesa se non certe feminelle, perché la gente era di fuora a vedere i giuochi che si facevano, e la compagnia di Buovo aspettavano che egli uscissi di chiesa, che era sua usanza di dire imprima certe orazioni. Allora Gailone, vedendo bene affisato Buovo a orare, cavò fuori una coltella bene tagliente e appuntata, e di drieto per lo nodo del collo gliele ficcò, che passò insino dinanzi per la gola, per modo che egli non potè fare motto. E cosí morí Buovo d'Antona, fiore de' cavalieri del mondo al suo tempo.

Gailone uscí della chiesa e montò a cavallo, e alcuno lo dimandò: «Che fa il signore?». Rispuose: «Egli è ginocchioni all'altare, e mandami a una sua faccenda». E partissi, e andonne dove egli avea ordinato il dí che stesse la saettia, e lasciò il cavallo ed entrò nella saettia e andò via, e per la fretta rimase in terra uno de' compagni della saettia. E già era di lungi più di tre miglia, inanzi che persona se n'avvedesse; e certe femine furono le prime che trovorono Buovo morto, e cominciarono a gridare. E levato el romore, fu detto: «Quello traditore l'ha morto, che disse ch'egli adorava!». E ben cento a cavallo corsono drieto alla traccia, e trovato il cavallo e quello marinaio, lo presono; ed essendo disaminato al martoro, disse: «Io non so chi egli si sia, ma egli ci ha tenuto presso a uno anno a suo soldo, e savamo bene pagati; e udigli dire che voleva uccidere uno ch'avea morto suo padre». E se questo marinaio non si fosse trovato, non si sarebbe saputo chi l'avesse morto, perché Gailone non era conosciuto. E Gailone non volle tornare in Maganza, anzi se n'andò tra molto tempo al soldano di Bambillonia, e rinnegò Iddio e fecesi la croce sotto i piedi. E 'l soldano per la morte di Buovo gli fece grande onore e diegli per moglie una sua figliuola, e fello capitano di tutta la sua gente da cavallo e da pie'.

Capitolo LXXX.

 Come Buovo fu sopeltito; e la morte di Drusiana sua moglie.

Saputa questa novella, Drusiana, come persona uscita di sé, si parti d'Antona e venne incontro al corpo; e quando ella lo vidde, cadde tramortita sopra lui e fu portata per morta nella cittá, sí che il pianto era doppio. Non si potrebbe dire il grande pianto che faceva Drusiana, e nel pianto rammentava tutte le fatiche ch'egli aveva portate per lei, ed ella per lui. Ella mandò subitamente un messo al re Guglielmo d'Inghilterra, e un altro ne mandò a Guido in Chiaramonte; e 'l corpo fu governato tanto ch'e' figliuoli venissino. E vennono, salvo che Sinibaldo, ch'era in Erminia. E quando furono venuti, seppono come quello marinaio disse chi era stato colui che l'aveva morto; e poi gli feciono una ricca sepoltura. Drusiana n'ebbe tanto dolore, che dopo la morte di Buovo ella vivette quindici giorni, e morí e fu sopellita nella sepoltura con Buovo suo marito e signore. E furono fatte lettere sopra alla sepoltura, che dicevano la propia testimonianza: «Qui giace el duca Buovo, figliuolo di Guido d'Antona, e la sua donna Drusiana, figliuola del re Erminione d'Erminia. E fu morto Buovo dal traditore Gailone di Maganza, suo fratello di madre, adorando ginocchione nella chiesa di Santo Salvadore ».

 

Finito il quarto libro de' Reali di Francia discesi di Gostantino,

comincia il quinto. E questo ch'è finito, è di Buovo d'Antona. Amen.

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Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2011