Andrea da Barberino

I REALI DI FRANCIA

A CURA DI

 GIUSEPPE VANDELLI

 E

 GIOVANNI GAMBARIN

Libro III

Edizione di riferimento

Andrea da Barberino, I Reali di Francia, a cura di Giuseppe Vandelli e Giovanni Gambarin, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1947

I REALI DI FRANCIA

LIBRO III

Capitolo I.

 Qui comincia il terzo libro della gesta di Gostantino imperadore di Roma,

e trattasi d'Ottaviano del Lione,

come andò in Egitto per acquistare la dota della sua mogliera.

Regnando Gisberto, re di Franza, e Ottaviano, re di Scondia, fu manifesto a Ottaviano come il suo suocero era morto, ed era rimaso l'avolo della sua moglie signore, ed era vecchio, e aveva nome Danebruno. Ottaviano diliberò fare passaggio per acquistare la dota della moglie, la quale gli fu promessa in Iscondia pel suocero, la quarta parte della signoria inverso Libia; e ragunato suo consiglio, molti si profersono fargli compagnia, fra' quali fu Gisberto di Guascogna e Giliante di Mondres, che giurò fargli compagnia insino alla morte. Diliberato Ottaviano questo acquisto, richiese Gisberto re di Francia, suo fratello, d'aiuto, ed egli gli diede quarantamila combattitori e tutto il naviglio che gli bisognava, e la vettuvaglia: Ottaviano fece altri ventimila d'altra gente da cavallo e da pie'. Con questa gente entrò con grande naviglio in mare, e verso levante prese suo viaggio, e per molti giorni navicò. Passando molti paesi, giunse nel mare Libicon tra la Morea e l'Egitto nelle parti di Libia, e prese terra a una cittá che si chiamava Nobia la grande, la quale era capo del reame di Renoica. E come fu smontato, combattè questa cittá e presela per forza, perché la trovò sproveduta. Perché erano stanchi del mare, fu loro grande rifrigero e riposo, ed ebbe speranza d'acquistare tutto il reame di Renoica.

Ma la novella andò al soldano d' Egitto, ch'era in molta vecchiezza; nondimeno era molto grande e di forte natura, e aveva più di centocinquanta anni. Sentendo come Ottaviano gli aveva tolto Nobia, ragunò grande moltitudine di gente: Egizi, Arabi, Etiopi, Libiani, gente di Soria ed Indiani, e della Morea e d'Africa e di Caldea e di strane e di diverse nazioni condusse contro a Ottaviano; e quando fu presso alla cittá di Nobia a una giornata, fece cinque schiere; e fue el suo campo trecentosessanta migliaia d'infedeli. La prima schiera diede al re Dormarion con ventimila arcieri del regno d'Etiopia (parve a' cristiani, quando da prima gli sentirono, ch'eglino abbaiassono come cani per la strana favella); la seconda condusse lo re Cariprodas con quarantamila del regno di Polismagna, armati a cuoi cotti con bastoni nerbati e ferrati; la terza guidò Amustirion, re di Carmaria presso all'India, tutti Tarteri con grande faccie (la maggiore parte mangiavano la carne cruda come cani): questa schiera furono sessantamila, disarmati d'arme di dosso, ma avevano lance, dardi e archi; la quarta condusse Filopar, nipote di Danebruno, e questa furono ottantamila; la quinta condusse il vecchio Danebruno con tutto il rimanente del l'oste; e con gran boce venivano verso Nobia, con grande urla minacciando Ottaviano e la sua gente. Ed era in quel tempo imperadore di Roma Teodosio e Valenziano, ed era papa Filice, che fu romano, negli anni domini quattrocentotrentotto. E giunti presso alla cittá di Nobia, pareva ch'el mondo si dovesse disfare di grida e d'urli e di suoni istrani.

Capitolo II.

Come Ottaviano uccise Danebruno e ruppe suo campo, e prese il regno

di Renoica e parte d'Egitto, e assediò Bambellonia, ed ebbe uno

figliuolo, detto Bovetto; e la morte d'Ottaviano; e Bovetto prese

Bambellonia e riperdella, e fu assediato in Gerusalem.

Come Ottaviano sentí la venuta del soldano, chiamò tutti e' baroni a consiglio, e avvisògli della sua venuta, e dimandò quello che pareva loro di fare. Levossi in pie' Gisberto di Guascogna, e disse che si mandasse per soccorso a Gisberto, re di Franza. Apresso si levò uno cavaliere di Scondia, chiamato Branforte lo Cortese, e disse: «Noi abbiamo in meno di due mesi preso Nobia e più di trenta castella: se alcuno è tra noi che abbia paura, torni alle nostre navi, e vadasi con Dio». Ottaviano molto lo ringraziò, e al suo consiglio s'attenne, e così tutti i baroni.

E uscirono della città contro a Danebruno, e fece Ottaviano cinque schiere: la prima diede a Branforte con cinquemila; la seconda condusse Filippo di Provenza con diecimila; la terza condusse Antonio di Borgogna con quindicimila, e con lui Gisberto di Guascogna; la quarta condusse Sanson di Sansogna con diecimila, e con lui Giliante di Mondres; la quinta e ultima condusse Ottaviano e Duodo di Brabante e altri signori. Ottaviano lasciò la sua schiera a Duodo, ed egli passò dinanzi alla prima schiera, e lo re Danebruno, vecchio soldano, venne alla ischiera sua dinanzi, essendo Ottaviano dinanzi alla prima schiera mezza balestrata, e cosí Danebruno; e apressati, l'uno domandò l'altro che egli era. Quando Danebruno udì ch'egli era Ottaviano, disse: «Molto se' stato ardito a venirmi a torre le mie terre. Non bastava quello che mi fece el tuo bisavolo Fiovo e 'l tuo avolo Fiorello e 'l tuo padre Fioravante! Ma tu porterai pena del loro malfare, e non ti varrà avere la mia nipote per moglie, per cui addimandi la dota; ma io ti darò la morte per dota». E disfidati, presono del campo e rupponsi le lance a dosso; e tratte le spade, si diedono certi colpi; ma Ottaviano al secondo colpo gli tagliò la spalla a traverso, e al quarto colpo l'uccise. Morto Danebruno, si fece grande battaglia: alla fine, per la virtù d'Ottaviano e di Giliante, furono sconfitti e' saraini. E vinta questa gente, presono questo reame di Renoica, nel quale presono sette cittá e molte castella. Le cittá furono queste: imprima Nobia, ch'era in sul mare Libicon; e prese Cirena e Prenussa, che sono in sul detto mare Libicon; e fra terra e' prese Marotissa a pie' del monte Gianus; e presono Amonissa, posta in sul lago detto Fonte Solis; e presono la cittá di Filofila e Centropoli di verso la Morea; e queste sono tutte nel reame di Renoica.

Poi passò Ottaviano verso Egitto, e prese Alessandria e molte altre cittá; e in capo del primo anno pose l'assedio di Bambillonia. E mentre ch'egli aveva il campo a Bambillonia, prese molte cittá d'Egitto; e lasciava Giliante all'assedio, ed egli andava conquistando; e prese Damiata, e andò in Giudea, e prese Gerusalem. E 'l terzo anno albergò al santo Sipolcro due notte e due giorni digiuno in orazione, e l'agnolo gli apparí in visione, e confortollo ch'egli tornasse all'assedio in Bambillonia, e dissegli: «Di te nascerà gente che manterranno la fede di Cristo». Risentito, Ottaviano si confessò da capo e comunicossi, e partissi di Gerusalem, e tornò in Egitto, e accampossi intorno a Bambellonia. E in quelli dí ingravidò la sua donna Angaria in uno figliuolo maschio; e l'anno che Angaria partorì, morí Giliante: e Ottaviano al battesimo pose nome al figliuolo Bovetto. E stando a campo a Bambellonia, feciono molte battaglie, e grande gente vi morí; e stette a assedio Ottaviano anni diciotto, tanto che Bovetto portava arme. E in quello campo, compiuti anni diciotto, Ottaviano morí d'uno beveraggio, che la moglie gli diede a bere perché egli l'amasse più; ma quella che fece il beveraggio, l'avvelenò; e vivette tre giorni, poi che l'ebbe preso. E fu portato il suo corpo in Nobia la grande e sopellito.

Bovetto prese Bambellonia il secondo anno dopo la morte di suo padre, e tutta la misse a fuoco. Come ebbe arsa Bambellonia, e' Persiani, gli Arabi e Etiopi con grande moltitudine di gente entrarono in Egitto, e perdé Bovetto tutto l'Egitto e 'l reame di Renoica. E fu la prima cosa, che la cittá di Nobia fu disfatta insino a' fondamenti, e convenne a Bovetto fuggire in Gerusalem, e ivi fu assediato.

Capitolo III.

Come il re Gisberto Fier Visaggio diventò lebroso, e come Bovetto

ebbe soccorso in Gerusalem, e tornò in Francia al suo regno.

Mentre che le sopra dette cose erano in Egitto e 'n Soria, lo re Gisberto di Franza ebbe vere novelle come Bovetto, suo nipote, figliuolo d'Ottaviano del Lione, aveva presa Bambellonia; onde Gisberto montò in tanta superbia che, essendo in camera, disse verso uno crocifisso: «Oggimai non è in terra maggiore signore di me, e a pena che Iddio sia in terra maggiore di me». E subito diventò tutto lebroso, e venne a tanto, che la reina morí per lo puzzo. Essendo cosí lebroso e cercando tutte le medicine, non poteva trovare riparo né medicina; e mandò per tutti e' medici che si potevono avere nel mondo, e nessuno non gli seppe dare riparo né rimedio alla sua malattia. Allora Gisberto conobbe avere fallato troppo contro a Dio, e chiamò l'antico duca di Sansogna, ciò fu il paladino Riccieri, e fecelo luogotenente di Franza, e raccomandògli la signoria e uno suo figliuolo ch'aveva nome Micael, e confessossi e comunicossi, e partissi celatamente vestito come romito, e andossene nelle montagne Perinee verso la Spagna. E per le selve di Spagna n'andò gran tempo come bestia salvatica, tanto che le spine e' pruni e' bronconi delle selve lo lasciarono ignudo.

E in questo tempo Bovetto, che era assediato in Gerusalem, mandò in Franza per soccorso. Riccieri non fece come viceré, ma fece propio come re, pensando che il legnaggio di Gostantino mancava; e apparecchiò grande moltitudine di nave, e con gran gente soccorse Bovetto. E non feciono molte battaglie; ma come l'ebbe tratto di Gerusalem e messo in su le nave, e' feciono vela e abbandonorono Gerusalem, e tornorono in Franza. Bovetto si tornò in Iscondia nella signoria che 'l re Balante lasciò a Ottaviano; e la sua schiatta poi presono Inghilterra.

Capitolo IV.

 Come Gisberto Fier Visaggio, re di Francia, guarí della lebra,

e come tolse per moglie la reina d'Articana, chiamata Sibilla,

per cui fu poi chiamato il reame di Sibilla.

Gisberto Fier Visaggio, avendo come bestia salvatica cerco la maggior parte delle selve di Spagna, stette nelle montagne di Granata sette anni in una grotta in parte molto diserta, dove non abitava altro che orsi e porci cinghiali e gatti mamoni e scimie, cioè bertucce, ed era allato a uno fiume che si chiama Anor, e corre tra la Granata e la Spagna ed entra pel mezzo del reame d'Articana. Passato Gisberto i sette anni con grande penitenza raccomandandosi a Dio (e ogni dí due volte si lavava nel fiume Anor, e viveva di frutte salvatiche, come gli animali inrazionali), Iddio gli fece grazia che in capo di sette anni, purgato per tanta penitenzia, guarí della sua malattia, e trovossi nudo, tutto piloso; ed era stato tanto fuori del senno naturale, che egli non sapeva in che parte si fosse, o come quivi venuto si fosse. E vedeva che 'l fiume veniva di grandissime alpi, e diliberò di seguire il fiume alla 'ngiti; e per molte giornate andò, tanto ch'egli arrivò nel reame d'Articana presso a una cittá chiamata Agusta; ed eravi grande guerra, perché lo re di Lusintania voleva torre il reame alla reina Sibilla e aveva assediata Agusta. Giugnendo Gisberto a una villa di certe case, fu preso dalla gente ch'era a campo, e menato dinanzi al re Carianus, re di Lusintania. E quando il re lo vidde, se ne rise, perché Gisberto era nudo, e pareva bene affamato, e domandò per Dio da mangiare, e fugli dato del pane. E quando il re vidde che egli mangiava sí fieramente, disse per istrazio: «Mandianlo drento a Agusta, che gli tolghino la fame, che non hanno da mangiare per loro!». E cosí fu menato presso alla porta per istrazio e lasciato in su la riva del fosso della cittá. Gisberto se n'andò alla porta, e tanto pregò, che egli fu messo drento; e dimandavanlo, ed egli non intendeva; ma uno provenzale, ch'era drento al soldo, lo 'ntese; e parlando con lui, Gisberto disse: «Se voi mi date buone arme e buono cavallo, voi vedrete che per vero io sono di franco legnaggio. E per uno grande peccato sono stato sette anni lebroso; ora m'hanno perdonato e' miei iddei e sono guarito». Quelli della cittá non gli credevano, e segretamente, mandando lettere alla reina Sibilla, le significorono questo caso. Ella volle per forza di scienza, con arte di negromanzia, sapere chi egli era. Quando seppe che egli era Gisberto, re di Franza, mandò segretamente uno messo a Agusta, e mandò a dire che lo rivestissino e armassino e facessinlo capitano e signore della cittá, come a lui era in piacere; e cosí fu fatto.

Quando Gisberto fu armato e fatto capitano di tutta la gente drento, ed egli mandò a dire al re Carianus di Lusintania se egli voleva provare la sua persona con lui. Rispose che non si voleva provare con bestie salvatiche. Per questa risposta Gisberto fece armare la gente che aveva drento, e assalí il campo, e misselo mezzo in rotta. Allora lo re Carianus l'assaltò e ferillo d'una lancia avvelenata nella coscia; ma Gisberto gli tagliò la testa, e ruppe tutta la sua gente. E tornato drento con la vettoria, si fece medicare; ma niente gli valevano le medicine, e stette tanto nella terra d'Agusta, che la vita gli sarebbe mancata. Sentito questo, Sibilla mandò una nave per lo fiume di Anor, e fece portare Gisberto alla cittá di Sibilla, e di sua mano lo medicò. E quando Gisberto fu presso che guarito, disse Sibilla: «Signore Gisberto, se voi volete guarire, io voglio che voi siate mio marito». Ed egli fu contento, e poi ch'egli vide ch'ella lo conosceva, disse si veramente ch'ella si battezzassi, ed ella fue contenta. E tolsela per moglie, ed ella si battezzò, e da quello punto in qua non volle più fare arte di negromanzia. E cosí, sendo signore, stette alcuno anno in grande sollazzo e piacere nel regno d'Articana di Sibilla.

Capitolo V.

 Come lo re Libanorus, fratello del re Carianus di Lusintania,

seppe ch'egli era lo re Gisberto quello che aveva morto

lo suo fratello, e assediò con molti re Gisberto e Sibilla.

Essendo Gisberto perduto nell'amore di Sibilla, tanto che aveva dimenticato il suo proprio regno, intervenne che uno famiglio, buffone del re Libanorus di Lusintania, fratello che fu del re Carianus, andò, come vanno e' buffoni, in Sibilla; e quando vidde Gisberto, subito lo riconobbe, e, tornato in Lusintania, disse al re Libanorus come quello che aveva morto il suo fratello e aveva tolta Sibilla per moglie, era Gisberto, re di Franza, e dissegli della lebra, e perché s'era partito, e che in Franza si credeva che egli fosse morto. Quando lo re Libanorus intese questa cosa, mandò il propio buffone a re Sardaponus, re di Spagna, a dire questo fatto, e mandò al re Balisdach di Granata un altro messo, e al re Arlottius, re di Portogallo; e, d'accordo, tutti questi re in un dí puosono campo alla cittá di Sibilla per avere Gisberto nelle mani e la reina Sibilla. Sentendo Gisberto la cagione di questo campo, e come il suo nome era palese, aveva grande paura di non essere tradito, e nondimeno usciva della cittá armato, e faceva grandi fatti d'arme. E in tre volte ch'egli uscí della cittá abatté tutti questi re, e ferì lo re Libanorus e il re Arlottius di Portogallo; e sostenne l'assedio quattra mesi; e quelli della cittá cominciarono a trattare di tradirlo e darlo nelle mani del re di Spagna. La Sibilla sentí questo da certi amici che la volevano accordare co' nimici. Allora Sibilla ne parlò a Gisberto, e ordinarono di fuggirsi segretamente amendua isconosciuti. Gisberto sapeva già molto bene la lingua del paese, e sapeva tutto il paese molto bene.

Capitolo VI.

Coinè Gisberto e Sibilla fuggirono verso Franza, e furono presi

nella Ragona, passato Saragozza, al monte Arbineo.

Ordinato el tempo quando si doveano partire, seppe che quelli della cittá dovevano andare nel campo una notte a confermare il tradimento; e dicevano a Gisberto e a Sibilla ch'andavano a fare la pace, e dovevano andare venti cittádini co' loro famigli e sergenti. Egli diede loro licenza ch'andassino quanti volevono, mostrando bene di fidarsi di loro. Ed essendo in su la mezza notte, Gisberto s'armò isconosciuto, e fece portare a Sibilla l'elmo e la lancia e lo scudo, e uscí fuori con quelli cittadini: nessuno non lo conobbe per la notte ch'era scura. E come fu nel campo, si partí da loro, e passò tutto il campo con Sibilla; e tutta la notte cavalcò. E uscito del reame d'Articana, per molte giornate passavano per lo regno di Castiglia, e verso la Ragona n'andavano per passare in Franza. Quelli re che erano a campo a Sibilla feciono patto co' cittadini d'entrare l'altra notte drento e di dare loro l'entrata, e che la cittá fosse salvata co' cittádini e non fosse rubata.

E ritornati drento, andorono la mattina in su la terza per parlare a Gisberto e a Sibilla, e non gli trovando, sentirono da certi famigli come Gisberto s'era armato e a che otta. Allora immaginarono ch'egli era fuggito, e, levato il romore, diedono la città al re di Spagna. E prese la terra; e sentito che Gisberto s'era fuggito, mandò messaggi per tutte le terre di Spagna e cavallari, che Gisberto e Sibilla fuggivano e che fossino presi.

Gisberto non andò mai a nessuna terra, tanto che per molte giornate passò Saragozza, e passò il fiume detto Ibero, ed entrò nella Ragona, dove credette essere sicuro. E giunto in su uno castello che era in su uno monte, chiamato monte Arbineo, ed entrato nel castello, smontò in uno albergo. L'oste gli fece grande onore, e diegli una ricca camera. Quando Sibilla si cavò l'elmo, l'oste conobbe ch'ell'era una femmina. Tra sé immaginò: «Questo sarà quello ch'el nostro signore ci ha mandato a dire che sia preso ». E fatto grande onore a Gisberto, e diegli bene da cena e di perfetti vini. Egli era assai affaticato per lo cavalcare, e fatto governare i cavagli, andò a dormire, e cosí fece Sibilla, credendosi essere in luogo sicuro. L'oste, come gli vidde a dormire, andò al signore del castello, e disse: «Egli è arrivato un cavaliere della tale condizione al mio albergo, ed ha una bella donna per paggetto». Subito il castellano disse: «Questo è Gisberto, che s'è fuggito di Sibilla!»; e ragunata molta gente armata, andò all'osteria. L'ostiere, sanza fare romore, gli misse nella camera, e prima avea perdute tutte sue arme, che egli si sentisse; e non potè far alcuna difesa, e fu messo in uno fondo di una torre; e Sibilla fu messa con le donne del castellano e tenuta a buona guardia.

E presto mandò lettere al re di Spagna insino in Sibilla. Ancora v'erano tutti gli altri re; e auta la novella, si partirono di Sibilla tutti insieme per venire in Ragona per lo re Gisberto. Tanta allegrezza ebbono che egli era preso, che non si fidavano che altri lo menasse loro.

Capitolo VII.

Come una figliuola del castellano innamorò di Gisberto,

e mandò per lei lettere a Parigi, ed ebbe grande soccorso.

Essendo Gisberto in pregione a monte Arbineo con Sibilla sua donna, aveva maggiore dolore della donna che di sé propio, temendo che nolle fusse fatto vergogna. E stando Sibilla con la donna del castellano, faceva grande lamento e diceva: «O che gran tradimento è questo d'avere preso a tradimento uno sí nobile re come è Gisberto, re di Franza, il quale è il più bello uomo del mondo e il più gagliardo!». E contava le battaglie ch'egli aveva fatte in Sibilla. Una figliuola del castellano udì queste parole, e pensando quanto Sibilla lo lodava, fu tentata d'amore verso Gisberto. E la notte vegnente, che era la terza notte che Gisberto fu preso, ella imbolò le chiavi della camera al padre, che aprivano la prigione; ed essendo passato il primo sonno, andò sola con una candela in mano a Gisberto; e aperta la prigione, lo salutò, e portogli certe confezioni, e stette uno poco con lui, domandando chi egli era e come egli aveva nome, e poi gli disse: «Se tu farai la mia volontà, io cercherò modo di cavarvi di prigione». Disse Gisberto: «O gentile damigella, io sono tanto pieno di dolore, che io amo più la morte che la vita, e non sarebbe possibile che in me fosse al presente caldo d'amore; nondimeno sempre ti vorrò dolce bene. Ma io ti priego che tu mi dica come sta la donna che fu presa con meco». Rispose la damigella: «Ella sta bene, imperò ch'ella sta con la mia madre e con meco, e le sue parole m'hanno fatto innamorare di voi, e per lei so io che voi siate re di Franza». Disse Gisberto: «Se tu facessi quello che io vorrei, io ti prometto che tu saresti tutto il mio bene e 'l mio amore». Disse la fanciulla: «Messer lo re, e' non è cosa che io non faccia per lo vostro amore, pure che io possa». Disse il re: «Io vorrei mandare una lettera in Franza segretamente; e se tu la mandi, beato a te!». Ella promisse di mandarla per uno segreto famiglio, e portò la carta e 'l calamaio e la penna a Gisberto, ed egli fece una lettera ch'andava a Riccieri, significando tutte le sue disavventure, e come era guarito della lebra, e dov'era stato e dov'era capitato, e come era in prigione a monte Arbineo. La damigella gli disse: «Mio padre ha mandata una lettera in Sibilla al re di Spagna». «Omè!» disse Gisberto, «se voi non mandate tosto questa, io sarò menato in Ispagna». Disse la damigella: «Non sarete, che io la manderò». Tutto questo scrisse in su la lettera Gisberto. La damigella riserrò la prigione, e non ebbe altro da Gisberto, se non che egli la baciò due volte.

La mattina ella chiamò uno donzello, lo quale l'aveva tre anni amata, e dissegli: «Se tu mi volessi fare un grande servigio, io non amerei mai altro uomo che te, e non arei mai altro marito». Disse il donzello: «Se io dovessi morire, vi servirò»; e cosí gli giurò per tutti gli dei tenere segreto il suo comandamento. Allora ella gli diede la lettera, e diegli oro ed argento da spendere: e 'l donzello, vinto dallo amore, avvisato della fretta che era, si partí celatamente. E passò a pie' delle montagne Perinee, e passò a Lunella, e andonne a Ciersal, e poi a Sanpotamio e a Mittaboccon, e giunse a Parigi dinanzi al paladino Riccieri, ch'era molto vecchio, e dissegli a bocca come lo re Gisberto era in prigione a monte Arbineo, e diegli la lettera. Quando Riccieri vidde la lettera di mano di Gisberto, subito mandò la lettera propia a Bovetto, figliuolo d'Ottaviano, e mandò lettere in Bretagna e nella Magna e 'n Sansogna e a Provino, come Gisberto era vivo e 'n prigione, ed era guarito, e 'l bisogno dell'aiuto, e 'l tempo ch'era corto, e che ognuno s'afrettasse e andasse a Lunella, e ivi s'aspettasse l'uno l'altro.

Tutta cristianità fece allegrezza che 'l re Gisberto era vivo, e ognuno s'afrettò d'essere con tutta sua forza a Lunella. Vennevi Bovetto con venticinquemila cavalieri; ma egli aveva seco Ughetto di Dardenna, che fu figliuolo di Tibaldo de Lima; e vennevi Eripes di Brettagna, figliuolo di Salardo (in questo tempo morí Salardo); e vennevi Corvalius, figliuolo di Giliante, in compagnia di Bovetto; e 'l franco Riccieri si mosse da Parigi con trentamila cavalieri, e Eripes di Brettagna ne menò cinquemila; e ritrovoronsi tutti questi signori a Lunella con sessantamila cavalieri cristiani. Tra' quali vi venne uno abate di Sansogna, chiamato l'abate Riccardo, che fu figliuolo del valente Folicardo di Marmora, el quale Riccieri fece battezzare a Pisa e morí a Parigi. Quando Riccieri vidde tanta bella gente, non volle dare indugio, ma presto fece le schiere per passare per la Ragona. La prima ordinò quindicimila cavalieri, e questa diede all'abate Riccardo per onore del suo padre; la seconda volle per sé con le bandiere di Franza, e mandò tutto il carriaggio inanzi alla sua schiera, sicché andava presso all'antiguardo; e mandò Ughetto pella sopraguardia della vettuvaglia con diecimila; e 'l rietiguardo fece Bovetto ed Eripes di Brettagna con quindicimila. E passarono in dieci giorni tutta la Ragona, e giunsono al monte Arbineo tre giorni inanzi ch'el re di Spagna; e la prima schiera salí il monte, e diedono gran battaglia al castello. Ma il terzo giorno giunse il re di Spagna con centocinquanta migliaia di saraini; e non poterono andare al castello, ma ordinorono di combattere co' cristiani.

Capitolo VIII.

Come il re di Spagna ordinò le schiere alla battaglia, e Riccieri ordinò

le sue; e la battaglia che si fece, e la morte di molti da ogni parte;

e come Gisberto uscí di prigione.

Lo re Sadraponus di Spagna ordinò di sua gente quattro schiere. La prima diede al re Libanorus di Lusintania con trentamila; la seconda diede al re Arlottius di Portogallo con trentamila; la terza diede al re Balisdach di Granata, e questa furono quarantamila; la quarta e utima tenne per sé, e questa furono cinquantamila; ed era in ogni schiera molti signori, conti, duchi e marchesi.

Quando Riccieri seppe ch'e' saraini si schieravano, fece quattro schiere. La prima furono diecimila armati, e questa diede all'abate Riccardo di Sansogna, e comandogli che egli assediasse il castello Arbineo, che non si partissi, e non ne lasciassi uscire né entrare persona, «perché io non vorrei che 'l re Gisberto ne fosse cavato e menato altrove». La seconda schiera, che fu la prima alla battaglia, diede a Corvalius d'Ordret con diecimila, e cornandogli ch'andasse destramente contro a' nimici; la terza diede a Bovetto, figliuolo d'Ottaviano del Lione, con quindicimila; la quarta e utima tenne per sé (questa furono venticinquemila); e tutto il carriaggio mandò in su la piaggia del monte, per modo che 'l campo de' nimici non lo vedevano. E già si rapressarono tanto l'una schiera all'altra, che le saette s'aggiugnevano. El valente Corvalius si mosse con una lancia in mano, e riscontrossi col marchese Cartilio di Lusintania, e morto l'abatté a terra del cavallo; e tratta la spada, entrò fra' nimici, faccendo gran fatti. Lo re Libanorus entrò nella battaglia, e uccise Angelieri di Parigi e molti altri. L'una gente percotea nell'altra; molti cadeano morti da ogni parte. Ma e' cristiani erano meglio armati, e stavano serrati insieme, per modo che morivano molti più saraini che cristiani, e non potevano sofferire, e cominciarono a perdere molto campo. Lo re Libanorus tornò alle sue bandiere faccendo sonare a raccolta; ma in quella parte si volsono e' cristiani e 'l franco Corvalius, e quivi si cominciò la battaglia più fiera: l'uno morto cadeva sopra all'altro. E aboccato Corvalius col re Libanorus, si feriano aspramente delle spade; e rimanea perdente lo re Libanorus, se la seconda schiera non fosse entrata nella battaglia, ciò fu lo re Arlottius di Portogallo. Questa schiera misse in mezzo la schiera di Corvalius, e fu a pericolo di perdersi tutta questa schiera; ma l'abate, ch'era in sul monte, mandò a dire a Bovetto che gli soccorresse. Quando Bovetto entrò nella battaglia, veramente egli entrò el lione fra le minute bestie; e 'l primo colpo con la lancia uccise Pilias, fratello del re Arlottius di Portogallo, per cui si levò gran romore. E 'l re Arlottius sentí la morte del fratello; corse in quella parte dov'era Bovetto, e fugli detto: «Quello cavaliere uccise Pilias, vostro fratello». Egli impugnò una lancia, e ferì Bovetto amaramente nel costato, e lasciògli il troncone fitto. Allora Bovetto uscí della battaglia, e disarmossi, e fasciossi la piaga, e adirato si riarmò, e tornò nella battaglia. In questo mezzo lo re Libanorus e lo re Arlottius, combattendo con Corvalius, gli uccisono sotto il cavallo, e le sue bandiere furono gittate per terra; ed egli, ferito di due piaghe, a pie' si difendeva. E già cominciavano e' cristiani a fuggire, quando Bovetto rientrò nella battaglia gridando alla sua gente: «Dove fuggite, per morire? Se voi siete cacciati di campo, tutti sarete morti. Noi siamo di lungi dalle nostre terre, e siamo nel mezzo de'nimici: meglio è morendo uccidere chi uccide noi, che fuggire». E fecegli volgere come disperati alla battaglia; e Bovetto gittò via lo scudo, e prese a due mani la spada. Or chi potrebbe dire quanto fu grande l'assalto de' cristiani cavalieri? Bovetto, correndo per lo mezzo della schiera, giunse dov'era Corvalius, combattuto da due re e da molta gente, e già aveva perduto tanto sangue, che tosto sarebbe mancato: Bovetto ferì lo re Arlottius di Portogallo e per mezzo gli divise la testa. E morto questo re, e' cri stiani ripresono ardire, e' saraini abbandonavono il campo; e arebbono dato tutti le spalle, se la terza schiera sotto il re Balisdach non fosse entrata in battaglia. Questa schiera faceva gran danno a' cristiani, se Riccieri non avesse mandato Eripes di Brettagna con diecimila alla battaglia. Allora fu la grande battaglia. Eripes francamente combattea, e nella giunta uccise Brunas, cognato del re di Spagna, fratello della reina. Allora uscí Corvalius della battaglia, e tornò all'ultima schiera e disarmossi e medicosse. E Riccieri lo mandò a guardare il castello, e mandò per l'abate Riccardo, e diegli cinquemila cavalieri, e mandollo alla battaglia. Questo abate entrò nella battaglia, e con la lancia in mano scontrò il re Libanorus di Lusintania, e tutto lo passò, e morto l'abatté. Per la cui morte e' saraini volgevano le spalle; ma lo re Sadraponus di Spagna entrò nella battaglia con tutta la gente, e per forza furono e' nostri cristiani messi indrieto: insino alle bandiere di Riccieri perderono campo.

In questo mezzo la figliuola del castellano era andata alla pregione al re Gisberto, e dissegli come e' cristiani avevano assediato il castello; ed ora gli andò a dire della battaglia. Gisberto la pregò che, s'ella lo potesse cavare di prigione e armarlo, ch'ella il facesse, e promissele di farla la più alta donna che mai fosse di suo legnaggio. E quando e' saraini aveano rimessi e' cristiani insino alle bandiere, come detto è di sopra, el castellano con quattrocento armati assali la gente ch'era posta a guardia del castello; e l'uno e l'altro romore molto spaventò e' cristiani: tutti quelli del castello erano su per le mura, chi non era col castellano. La damigella andò alla prigione, e cavonne Gisberto, e armollo, perché persona non la vidde, che le donne e gli uomini erano su per le mura e su per le torri. Gisberto, armato, montò in sul suo cavallo; e quando si mosse e andava verso la porta, el franco Corvalius d'Ordret, con tutto ch'egli fosse ferito, si volse contro a quelli del castello con molti armati, e fu sí grande la forza, che strettamente gli rimetteva drento. Allora giunse Gisberto alla porta alle spalle al castellano, e cominciò grande uccisione, e quelli del castello credettono che e' cristiani avessino scalato il castello e fossino entrati drento, e cominciarono abbandonare la porta. Allora Corvalius, vedendo abbandonare la porta, si misse a seguire, ed entrarono drento, e presono el castello per forza: el castellano fuggì in una rocca molto forte, e tutto l'altro castello fu preso. Gisberto lasciò drento Corvalius, e raccomandògli quella damigella; ed egli uscí fuori del castello con ottomila, e soccorse il campo de' cristiani.

 Capitolo IX.

Come per la virtù di Gisberto e' cristiani ruppono il re di Spagna,

e la morte di molti re e signori, e la presura del castello.

Gisberto re di Franza, uscito del castello, entrò nella battaglia con tanta tempesta ch'e' saraini si tirarono indrieto, e subito fu palese, nell'una parte e nell'altra, e' saraini ripieni di paura, e' cristiani d'ardire. Le grida si levarono nell'oste di Riccieri, l'abate Riccardo, Riccieri paladino, Eripes di Brettagna gridando alla loro gente: «Ferite francamente, ché 'l re Gisberto è fuori di prigione. Vedete le bandiere dell'abate in su le torre del castello! Gisberto è nella battaglia». Allora fu tanta allegrezza nel campo, che tutte le bandiere furono portate nella folta battaglia; e' saraini cadevano e traboccavano per terra da ogni parte. Gisberto s'aboccò col re Sadraponus di Spagna, e combattendo l'uccise; e 'l franco Bovetto uccise il re Balisdach di Granata, e tutte le bandiere gittarono per terra; e fu fatta grande uccisione di gente saraina, e furono rubati tutti i loro padiglioni, e non si tolse niuno a prigione. Quando e' cristiani tornarono alle loro bandiere, non fu mai fatta tanta allegrezza, quanto fu quella per lo re Gisberto, che era guarito e ritornato e fuor di prigione, e per la vettoria e per lo castello. A furore tutta l'oste andò a combatter la rocca del castello di monte Arbineo, dov'era rifuggito il castellano che avea messo Gisberto in prigione; per forza fu presa la rocca e disfatta, e Gisberto fece legare quello castellano a uno legno in alto, e fece venire arcieri, e disse: «O castellano, se tu ti fai cristiano, io ti perdonerò la vita; quando che no, io ti farò saettare». Rispuose quel cane: «Fi' di cane, togli!» e sputò verso Gisberto. Allora comandò che lo saettassino; e cosí morí, e fu disfatto tutto il castello e spianato. E tornarono tutti i signori con Gisberto a Parigi, dove si fe' grande allegrezza della sua tornata. Gisberto fece sposare la damigella che lo cavò di prigione a quello donzello che recò la lettera in Franza; e donògli presso a Parigi uno ricco castello; e fu battezzato, e postogli nome Teris Bonoami, e alla damigella posono nome Diamia, e imprima aveva nome Galiziana: di loro nacque molti figliuoli e figliuole.

Capitolo X.

Come Alfideo di Melano mandò al re Gisberto per aiuto,

e come il re Gisberto passò con molta gente in Lombardia.

Ritornato Gisberto nel suo regno, e tutti i baroni tornarono in loro paesi. E riposato Gisberto cinque anni, si cominciò in Lombardia una guerra di grande pericolo pe' cristiani. Perché, regnando in Melina, cioè in Melano, uno figliuolo che rimase di Durante, il quale Fiovo fece battezzare (fece battezzare Durante, e poi Melina, Novara, Monza e Lodoenza, chiamata poi Lodi, e fello signore ancora di Pavia), questo suo figliuolo era chiamato Alfideo, ed era d'età di sessantacinque anni, quando il re Gisberto tornò in Franza; e aveva quattro figliuoli valenti da portare arme: l'uno aveva nome Fiovo e l'altro Durante, il terzo Arcadio e 'l quarto Riccardino. E aveva d'una gentile donna di Roma auti i primi due, cioè Fiovo e Durante; e poiché la madre di questi due mori, avendo guerra con molti infedeli, tolse per moglie una saraina, che aveva nome Stellenia, sorella d'Artifero e di Camireo e di Carpidio, signori di Bergamo e di Lodi e di Brescia e di Crema e della maggiore parte dell'Alpe verso la Magna; ed erano di smisurata grandezza, sicché per tutto erano chiamati giganti.

Essendo andati a Bergamo i loro nipoti, figliuoli d'Alfideo e della loro sirocchia, ciò fu Arcadio e Riccardino, tanto gli seppono questi tre gioganti lusingare, promettendo di fargli signori di Melano e del paese del loro padre, che eglino rinnegorono. E tornati a casa, ribellarono al padre Monza e Novara, ed ebbono aiuto da' tre giuganti, i quali mandarono nella Magna, a Verona, a Vicenzia, ch'ancora erano infedeli, e in Ungheria per gente; e assediarono Melano con sessanta migliaia d'infedeli, e in poco tempo tolsono Pavia. Per questo mandò Alfideo a Parigi al re Gisberto per soccorso, mostrando per diritta ragione che se Lombardia venia nelle mani de' saraini, era tanta la forza d'Ungheria e della Magna e dell'alpe d'Apennino e di Dalmazia e di Corvazia e de' Pollani, che Roma era perduta, con ciò sia cosa che lo 'mperio di Roma attendeva solo alla cittá di Gostantinopoli. Ed era imperadore in questo tempo Teodosio con Valenziano, ed era papa di Roma Felice de Roma.

Per questa novella Gisberto mandò per tutti e' baroni. Vennevi prima l'abate Riccardo, el quale era fatto signore di Sansogna, perché l'anno seguente che Gisberto tornò, morí il paladino Riccieri; e vennevi Corvalius d'Ordret, e vennevi Eripes di Brettagna, e vennevi Ughetto di Dardenna e con lui vi venne Valenziano di Baviera, e vennevi Gulion di Baviera e molti altri, a cui parlò Gisberto in questa forma e modo: «Nobilissimi regi e prenzi! E' nostri antichi per la divina virtù acquistorono questo paese (la Dio merzé ancora lo tenghiamo), e ancora el mio antico Piovo Gostanzo prese la maggiore parte della Magna e fecela tornare alla vera fede cristiana. Anche prima aveva presa la cittá di Melina in Lombardia, e lascionne signori e' figliuoli di Durante, ciò fu Alfideo; ed egli, per avere pace co' suoi vicini, fece parentado con tre grandi nostri nimici e della fede nostra, ed ebbe due figliuoli di quella donna, che al presente l'hanno tradito e toltogli tre cittá, cioè Novara, Monza e Pavia. E se presto non ha soccorso, tutta Lombardia è perduta, e noi perdiamo la via di Roma e 'l santo viaggio. Lo 'mperio di Roma ha assai fatica a Gostantinopoli; a noi conviene soccorrere Lombardia».

Tutti e' baroni consigliarono che re Gisberto rimanesse a Parigi e lasciasse andare a loro; ma egli non volle, e fece grande sforzo di gente, e passò in Lombardia. E in questa "venuta gli si arrendè Carasco in Piamonte, e prese Asti e Alessandria, e tutte tornarono alla fede cristiana; e passò il grande fiume di Po, e prese Susana e Vercelli, e pose campo a Novara, che la guardavano saraini per li figliuoli d'Alfideo, cioè per due traditori che rinnegarono la fede cristiana e tenevano il padre loro assediato in Melano.

Capitolo XI.

Come Artifero e' fratelli e' nipoti levarono campo da Melano, e andorono contro

al re Gisberto ch'era a campo a Novara; e la prima battaglia che feciono.

Sentendo Artifero come lo re Gisberto era a campo intorno a Novara, levò campo da Melano, e andò verso e' cristiani. E quando s'apressorono a' nimici, fece tre schiere: la prima diede a' due traditori, Arcadio e Riccardino, con ottomila, e la seconda diede a Camireo, suo fratello, con diecimila; la terza diede a Carpidio, l'altro suo fratello, con tutto il resto. E tutto il dì andarono, poi che furono schierati, pianamente verso e' cristiani, e la sera s'accamparono tre miglia di lungi dal loro campo. L'oste de' cristiani corse ad arme; e fece Gisberto quattro schiere: la prima fu dell'abate Riccardo con diecimila; la seconda diede a Corvalius con quindicimila; la terza diede a Eripes di Brettagna e a Ughetto di Dardenna e a Valenziano di Baviera con quindicimila; la quarta tenne con seco e Gulion di Baviera e Bovetto suo nipote; e aspettavano che 'l dí apparisse per dare la battaglia.

Ma Artifero mandò la notte le sue schiere da tre parti a assalire il campo de' cristiani, e comandò che al fare d'un segno tutte e tre a una otta assaltassino in sul fare del dí. Come fu l'ordine dato e fatto il cenno, el campo fu assalito. Artifero era con Camireo, e assalí la schiera dell'abate Riccardo, e andò insino alle sue bandiere, e giunse, quando l'abate montava a cavallo, con grande frotta d'armati intorno all'abate, e per forza d'arme l'uccisono, e tutte le sue bandiere gittarono per terra; e furono morti molti cristiani. E rotto questa schiera, e morto l'abate Riccardo, Artifero e Camireo si dirizzarono verso il campo di Gisberto. La schiera de' due traditori, cioè d'Arcadio e di Riccardino, assalirono la schiera di Gisberto molto fieramente, e corse Arcadio insino al padiglione, e come giunse, assalí il padiglione con molti armati; ma egli era fuori del padiglione quattromila armati, e facevano gran difesa. In questo punto Bovetto era al suo padiglione. Udì il romore ch'era al padiglione del re, s'armò in fretta, e con la sua gente di Scondia corse al romore, e giunto nella nimica gente, conobbe essere nimici. Gridò a' suoi: «Ferite a questi cani!». E arrestò sua lancia, e il primo ch'egli percosse fu Riccardino, e abattello morto; e la loro schiera fu rotta dalli Scondii, e le bandiere loro gittate per terra. Arcadio sentí che la sua gente fuggiva; volle tornare in fuga, ma egli scontrò la gente di Bovetto, e fugli morto il cavallo, e a pie' si difendeva. E quelli ch'erano corsi con lui al padiglione di Gisberto furono tutti morti, e poca difesa fece Arcadio, che fu preso. Corvalius fu assalito da Carpidio, e la sua schiera si serrò insieme, e stretti si difendevano; ma Eripes e Ughetto e Valenziano gli soccorsono, e francamente si difendevano. Ma eglino furono assaliti da Artifero e da Camireo; e allora arebbono perduta la battaglia, e con gran danno, se non fosse il re Gisberto e Bovetto che gli soccorsono. Per questo e' saraini si ritrassono indrieto, e presono la costiera d'uno poggetto; e' cristiani si ristrinsono alle bandiere. Già era levato il sole, quando l'uno e l'altro campo si ristrinse e radusse indrieto.

Capitolo XII.

Come e' cristiani racquistarono Novara ; e' saraini si fuggirono, e Gisberto

gli seguí e assediògli drento a Monza; e rendè Novara a Alfideo,

e rendégli preso Arcadio, e 'l padre lo fe' dicapitare.

Quando l'oste di Gisberto fu ridotta a' padiglioni, viddono il danno che avevano ricevuto. Tutti furono ripieni d'ira e di furore, e dicevano al re ch'andasse a assalire e' saraini. Gisberto non volle che per quello dí più si combattesse; ma egli promisse la battaglia per l'altro giorno; e questo fu per ispie notificato nella gente de' nimici. Ancora minacciò Gisberto di disfare la terra di Novara, s'eglino rompessino prima e' saraini ch'eglino s'arrendessino. Questo fu palese nella terra; e per paura, essendo il dí in su l'ora di vespro, si levò drento il romore, e' cittadini uccisono la gente d'Artifero, e arrenderonsi al re di Franza; ed egli fe' pigliare la cittá, e misse in punto sua gente per volere l'altra mattina dare la battaglia.

Ma quella notte medesima li tre fratelli levorono campo e partironsi. Come Gisberto lo seppe, divise sua gente in tre parti: la prima guidava Bovetto e Ughetto, e seguitava la traccia con ventimila; e l'altra guidava Gisberto e Gulion di Baviera e Eripes; e l'altra, che era il retiguardo con diecimila, guidava Corvalius; e non fu ben chiaro il giorno che entrarono in cammino.

In questo mezzo i tre gioganti, Artifero e Camireo e Carpidio, passando per lo terreno di Melano, predarono e rubarono e missono a fuoco; e indugiarono il camminare, credendo che 'l re Gisberto non si partissi cosí tosto da Novara: ma quando s'aviddono che Bovetto era già tra loro, abbandonorono la preda, e, più fuggendo che difendendosi, si radussono drento da Monza, e ivi furono assediati dall'oste del re Gisberto.

Quando Alfideo seppe come egli era stato soccorso, uscí di Melano, e venne nel campo al re Gisberto, e inginocchiossi a lui egli e uno suo figliuolo che aveva nome Fiovo (e l'altro, ch'avea nome Durante, era alla guardia di Lodoenza, cioè di Lodi), e ringraziarono molto il re Gisberto, e portorongli le chiavi di Melano. El re le prese, e poi gliele rendé, e rendégli la signoria di Novara, e presentògli il suo figliuolo Arcadio; ed egli lo mandò a Melano, e fegli tagliare la testa. Poi ebbe licenza dal re Gisberto, e andò a assediare Pavia, e puosevi il campo; ma non la potè avere per insino che non fu presa Monza.

Capitolo XIII.

Come Bovetto combattè con Camireo e con Artifero,

e amendue gli uccise a corpo a corpo, e fu a grande pericolo.

Artifero, vedendosi assediato co' fratelli, e avendo poca speranza di soccorso e poca vettuvaglia con molta gente drento, essendovi già istato il campo trenta giorni, chiamò Camireo e Carpidio, sua fratelli, e disse loro: «Io voglio combattere con Gisberto o con uno suo campione per nostro scampo». Allora disse Camireo: «Io ti prego che tu lasci prima combattere a me, e poi combatterai tu». Alla fine gli die' licenza. E l'altra mattina s'armò e montò a cavallo Camireo, e menò seco uno loro araldo; e come fu fuora della porta presso all'antiguardo de' cristiani, mandò l'araldo a dimandare battaglia al re Gisberto. Per avventura faceva il dí la guardia Bovetto co' suoi Scondii. Essendogli menato dinanzi l'araldo, udì la sua dimanda; onde egli montò a cavallo, e andò con lui dinanzi al re Gisberto; e inginocchiatosi a lui, gli addimandò una grazia, e 'l re gliela concedette. Allora l'araldo fece sua ambasciata da parte di Camireo. Fatta l'ambasciata, e Bovetto disse: «Signore Gisberto, la grazia che m'avete fatta si è questa battaglia». El re ne fu malcontento; ma poi ch'era promessa per grazia, gli die' licenza. Ed egli tornò all'antiguardo, e armossi, e montò a cavallo, e andò a combattere con Camireo, e lasciò capitano dell'antiguardo Ughetto di Dardenna. Lo re mandò Corvalius ed Eripes e molti altri baroni all'antiguardo armati per guardia di Bovetto, e tutto il campo stava armato. Bovetto giunse dov'era Camireo, e usarono villane parole, e disfidatisi presono del campo, e rupponsi le lance a dosso, e venuti alle spade, feciono uno fiero assalto, el primo. E riposati alquanto per ricominciare il secondo, Bovetto al primo colpo gli uccise il cavallo, e poi ismontò, e a pie' combatterono gran pezzo. E ripresono lena; e al terzo assalto s'abracciarono: Bovetto lo gittò di sotto, e col coltello gli segò la vena organale, e cosí l'uccise.

Morto Camireo, montò Bovetto a cavallo, e tornò al suo alloggiamento dell'antiguardo; e a pena era rinfrescato e trattosi l'elmo, ch'egli uscí della terra armato Artifero, e cominciò a chiamare traditore quello cavaliere che aveva morto suo fratello, perché non lo aveva tolto a prigione. La novella venne a Bovetto. Allora Eripes e Ughetto volevano andare alla battaglia: Bovetto non volle, ma egli s'armò e venne alla battaglia. L'uno dimandò l'altro chi era; e alla fine si diffidarono, e rupponsi le lance a dosso. E venuti alle spade, insino alla notte combatterono; e poi feciono patto di tornare l'altra mattina alla battaglia, sí veramente che s'affermasse patto che, se Bovetto vincesse, che la terra fosse data al re Gisberto; e se Artifero vincesse, che 'l re con tutta l'oste tornasse a Melina e che la pace si facesse fra loro ed Alfideo, ed eglino renderebbono Pavia al loro cognato, e ogn'altra cosa chi avesse, tenesse. E con questo si partirono per quello giorno. Bovetto a gran fatica fece che 'l re Gisberto fu contento, ma pure il patto s'affermò; e l'altra mattina Artifero, ch'era tornato nella cittá, s'armò e venne alla battaglia, e menò Carpidio che giurò e' patti; e' baroni cristiani giurarono col re Gisberto. Allora si cominciò la battaglia fra' due guerrieri. Rotte le lance, vennono alle spade; e durò gran pezzo il primo assalto. E cominciato il secondo, l'uno inaverò l'altro, e molto lo pregava Bovetto che egli s'arrendesse al re Gisberto. Alla fine di questo assalto, essendo pure a cavallo e sanza scudi, s'abracciarono, e i cavalli per forza si scostarono, onde amendue e' baroni caddono a terra de'cavalli: e nel cadere Bovetto gli cavò l'elmo di testa, e poi lo lasciò, e, scostato, lo pregava che egli s'arrendesse. Egli, pieno di superbia, si mise alla difesa. Allora e' baroni cristiani s'erano ritirati indrieto tra la gente dell'antiguardo. Subitamente fu aperta una porta per soccorrere Artifeo; ma quelli del campo se ne aviddono e mossonsi; nondimeno Carpidio ferì Bovetto d'una lancia, e fegli una piaga nella spalla, e se non fosse il presto soccorso, egli era morto. Ma Corvalius, Eripes e Ughetto rimissono e' saraini indrieto. Bovetto non abbandonò Artifero, ma combattendo gli levò la testa dalle spalle. Poi che l'ebbe morto, poco stette ch'egli cadde per le ferite che egli aveva, e fu portato al padiglione dinanzi al re Gisberto. E quando seppe come a tradimento Carpidio l'aveva ferito, comandò a tutti e' baroni che la guardia si facesse doppia con ogni ingegno, che egli l'avesse vivo o morto; e in questa ira ordinò maggiore e più sagrete guardie alla cittá per avere Carpidio.

Capitolo XIV.

Come Gisberto fece uccidere Carpidio, e come Gisberto

fu morto da una saetta avvelenata da quegli di Monza.

Ordinata la guardia per tutto intorno alla terra, Carpidio vidde ardere amendue e' corpi de' fratelli presso alla porta di Monza. Per questo, come disperato, la notte uscí della terra e assalí il campo de' cristiani, e per grande ardire corse insino all'antiguardo, non credendo che vi fosse tanta forza. Con lui s'aboccò Corvalius, e cominciorono insieme la zuffa. E tutto il campo correva al romore, e furono rimessi e' saraini drente Ma Corvalius non lasciò mai la battaglia con Carpidio, e fugli morto el cavallo, e fu preso e menato al re Gisberto, il quale n'ebbe grande gioia, e fello menare dinanzi a Bovetto. Ed egli lo domandò se egli si voleva battezzare. Rispuose: «Io vorria prima essere trainato a coda di cavallo». Bovetto lo rimandò al re Gisberto, e fe' pregare 'l re che gli perdonasse, se egli tornasse alla fede cristiana. L'altra mattina lo re Gisberto fece apparecchiare allato alla Porta una colonna di legno ritta, e fecevi suso legare Carpidio, e domandollo più volte che egli si battezzasse, ed egli sempre più perfidamente rispondea. Gisberto comandò a dugento arcieri che lo saettassino, ed era ignudo in su la colonna legato. E lo sventurato re Gisberto lo stava a vedere saettare; e non si guardando, venne dalle mura della terra o dal fosso più basso una saetta d'una spingarda avvelenata, e giunse nel camaglio dell'elmetto, e passò a Gisberto tutto il collo; e cadde a terra del cavallo, e fu portato a' padiglioni e sferrato e medicato; ma egli morí la notte vegnente. E funne grande tristizia nel campo, e 'l corpo fu portato a Melano e imbalsimato, e poi fu portato a Parigi. Cosí morí lo re Gisberto Fier Visaggio. Tutti e' baroni giurarono di non si partire d'assedio, che disfarebbono la terra. E fue fatto due castella di legname, e in capo d'uno mese fu presa la cittá di Monza e disfatta insino a' fondamenti, e non campò persona che vi fosse drento. Ma poi da ivi a poco tempo fu cominciata a rifare, insino che 'l re Atilla « fragellum dei » venne d' Ungheria, che la disfe' con molte altre.

Capitolo XV.

Come Alfideo prese Pavia; e' signori franzosi tornarono in Franza,

e 'ncoronarono il re Michele, figliuolo di Gisberto, del reame;

e come Bovetto e Guido, suo figliuolo, passarono ad acquistare

l'Inghilterra contro agl'Inghilesi, ch'avevano cacciati i Brettoni.

Poiché Monza fu presa e disfatta, e' signori di Franza col duca Bovetto andarono a Pavia, e per la loro venuta quelli che tenevano la terra per Artifero, s'arrenderono, salvo le persone: alcuno si battezzò e alcuni si tornarono nell'alpi, le quali alpi si chiamano Apennine. Bovetto e gli altri baroni lasciarono la signoria ad Alfideo di tutta quella Lombardia che avevano acquistato, e a' suoi figliuoli Fiovo e Durante; e loro passarono l'alpe di Piamonte e tornoronsi a Parigi. E incoronarono el figliuolo del re Gisberto, che aveva nome Micael, che fu chiamato el re Michele, di cui nacque poi il re Agnolo Michele; e fatta la festa dello incoronamento, ogni barone tornò in suo paese. Ed aveva Bovetto una donna molto bella, figliuola di Gulion di Baviera, e aveva nome Alibranda, e aveva di lei uno bello figliuolo, chiamato Guido.

In questo tempo gl' Inghilesi avevano presa tutta l'isola d'Inghilterra e cacciatone tutti e' signori, perché e' loro maggiori morirono col buono re d'Inghilterra a Roma, e 'l suo figliuolo Jonastirando ancora vi morí, ed era fatto signore d'Inghilterra gente strana. Per questo diliberò Bovetto, figliuolo d'Ottaviano del Lione, passare all'acquisto dell'isola, essendo chiamato dal re d'Irlanda, promettendogli quanto aiuto potesse. Bovetto richiese l'aiuto del re Michele di Franza e l'aiuto del suo suocero, Gulion di Baviera, e richiese molti altri; e passò in Inghilterra con cinquantamila cristiani, e menò con seco Corvalius d'Ordret e Ughetto di Dardenna e Guido suo figliuolo. E come giunse all'isola, ismontò al porto di Tamisa; e come fu nel porto, fece cavare ogni cosa delle nave e molte carrette da portare la vettuvaglia e 'l carriaggio ; e quando tutta la gente fu smontata e vote le nave, e Bovetto comandò a' marinai che, a pena della vita, per insino a due mesi che mai alcuna delle navi che l'avevano portato entrasse in nessuno de' porti d'Inghilterra, e che qualunque nave di quelle fosse per quello dí e per lo secondo trovata in porto, fosse sicura; ma da quelli due di in lá, quale fosse trovata, fosse arsa o affondata in mare. Quando e' marinari udirono il comandamento, tutti si missono in mare con le vele gonfiate, e ritornarono ne' porti di Franza e di Fiandra, e lasciarono l'Inghilterra. La gente che aveva menata Bovetto cominciarono a mormorare, e Bovetto disse a' loro capitani: «Io non sono venuto per fuggire alle nave, ma voglio che voi ne perdiate ogni speranza di fuggire. Io non arò vantaggio da voi: le spade e l'arme conviene che sieno le nostre navi, le nostre cittá e le nostre speranze». E stette in questo luogo accampato due giorni; e quando giunse la terza mattina, n'andò verso Londres seguendo il fiume di Tamis.

Capitolo XVI.

Come gl' Inghilesi vennono col loro re contro a Bovetto,

e la battaglia che fece Corvalius d'Ordret col loro re.

Il duca Bovetto, seguendo la riva del fiume detto Tamis, essendo presso a Londra a una giornata in una bella prateria, viddono e' loro nimici che venivano contro a loro, ed erano assai maggiore moltitudine. El loro re aveva nome Falsargi, ed erano molto grandi di statura: questa gente avevano sottoposta l'Inghilterra alla loro signoria anni venti, quando Bovetto v'andò. Adoravano le stelle e 'l sole e la luna. Questa gente sono chiamati di loro patria Cimbrei e Liombros, e alcuni gli chiamano Alzimenii, e sono molto grandi di statura. Questi avevano presa tutta l' isola, e lo nome dell'Ingloys si diedono eglino, perché la lingua loro voleva dire Inghilesi, ed eglino dicevano Ingloys, e però furono cosí chiamati in Inghilterra.

Essendo apressato l'uno all'altro campo, Bovetto ragunò tutti i caporali e baroni intorno a sé, e disse loro: «Noi siamo venuti per pigliare e non per essere presi: a noi fa bisogno di difendere, o noi siamo tutti morti». E ordinò ch'ognuno fosse armato, e fe' tre schiere: la prima diede a Corvalius con diecimila; la seconda diede a Ughetto con quindicimila; la terza tenne per sé, e misse tutto il carriaggio drieto a tutte le schiere. E' nimici venivono sanza schiere, ma tenevano di larghezza dugento braccia e non più; ma il fine di loro non si vedeva, e venivano pianamente. Quando s'apressarono, veniva inanzi a tutti il loro re armato in su uno grande cavallo. Essendo circa di quattro cento braccia l'una gente presso all'altra, si fermarono gli Ingloys, e cosí ferono e' cristiani. Allora fece il loro re segno di volere combattere. Subito si fe' inanzi Corvalius; e apressato a lui, lo domandò chi egli era; ed egli rispose: «Io sono Falsargi, re di questa isola; ma dimmi se tu se' Bovetto». Rispose Corvalius: «Io fui figliuolo di Giliante: nimico sono di tutta vostra falsa legge e fede. O malvagio re Falsargi, come hai tu auto ardimento di pigliare questa isola, essendo de' cristiani? Ma tu poco la goderai, che te e tutta tua gente metteremo a morte». Disse Falsargi: «Se tu comandi alla tua gente che stiano saldi insino che noi due combattiamo, io ti caverò la lingua, con che tu hai parlato, con le mie mani». Corvalius comandò alla sua schiera che non si movessino a fare battaglia, se la gente nimica non si movesse, e tornò al nimico, e sfidaronsi l'uno l'altro, e con le lance si dierono grandi colpi. E rotte le lance, trassono le spade; ma Falsargi prese uno bastone, e cominciorono grande battaglia. Bovetto, non sentendo il romore, venne insino dinanzi, e vidde questa battaglia, e pose mente agli ordini della loro gente. E tornato a Ughetto, gli comandò ch'egli passasse il fiume di Tamis con semila a cavallo, e che egli andasse tanto, che egli assalissi alla codazza de' nimici; ed egli cosí fece. E cavalcò per certe boscaglie tanto, che egli vidde il fine de'nimici; allora passò il fiume di verso loro, e assaltògli con fiera battaglia. El romore fu levato. Bovetto gridò alla sua gente che entrassino nella battaglia, ed egli con una lancia andò a ferire Falsargi, che aveva el migliore della battaglia, e diegli un colpo che lo fece cadere. E quando si rizzò, bestemmiò tutti e' suoi iddei, e 'l suo cavallo fuggiva verso e' suoi. La gente cristiana assalirono e' nimici, e Falsargi era da molti percosso, e menando uno colpo del bastone a uno che ferì d'una lancia, gli uccise il cavallo e correva a dosso al cavaliere: alzò il bastone e tutto il capo gli disfece. Ma in quello punto Corvalius, essendogli da lato, gli misse la spada tra 'l capo e le spalle, e levògli la testa dallo 'mbusto; e per la sua morte e per l'assalimento che fece Ughetto el campo loro si misse tutto in fuga, e peggio si facevano tra loro, che non facevano e' cristiani. Bovetto ristrinse tutte le schiere in una, e dava loro la caccia: insino a Londra gli seguitò. Quelli di Londra, come viddono le bandiere de' cristiani, subito furono all'arme, e tutti gl'Ingloys cacciarono fuori, e corsono la terra per loro. Bovetto sentí come uno fratello di Falsargi era a una terra che ha nome Alpeon; ed egli n'andò lá con l'oste, e trovò ch'egli era fuggito, e seguillo insino alla marina, e ivi lo giunse e sconfisselo; e fu morto dalla sua gente medesima. Per campare la vita lo rappresentarono a Bovetto; ma egli come traditori gli fe' tutti tagliare e uccidere; e auta la vettoria, s'accampò in su la marina in una bella rivera. E quivi morí la moglie di Bovetto. Quello saraino che fu morto qui, che era fratello di Falsargi, aveva nome Anteron: Bovetto, per lo nome di costui e per lo nome della sua donna ch'avea nome Librantona, fece una cittá in questo porto in sul mare, e posegli nome Antona; e cosí fu sempre chiamata.

 Capitolo XVII.

 Come Bovetto prese tutta Inghilterra, e di loro volontà ;

e come innamorò della figliuola del re di Fris.

Bovetto, posto la cittá d'Antona in sul mare che viene verso Normandia (questo è il più bello porto ch'abbia l'isola d'Inghilterra), e' stette a porre questa cittá uno anno saldo. In questo tempo la cittá di Londra si dette a Bovetto, e ancora gli si diede Giunsal in sul mare d'Antona, e dieglisi Briscoli e Ixeona e Banazia e Leonisse; l'altre terre d'Inghilterra teneva parte il re d'Irlanda, e parte gli Scozii: e 'l re d'Irlanda teneva Norgales e Gales e teneva Uregales e Miraforda. Allato alla città d'Antona correva uno fiume ch'aveva nome Lavenna, e di lá dal fiume era una cima d'uno poggetto molto rilevato presso Antona a meno di tre miglia; e in su quel poggio fece fare Bovetto per salvamento del porto e della città una fortissima rocca, e posele nome la Rocca a San Simone. Ella signoreggiava tutto il paese, e fece dintorno abitare e accasare, e lavoravasi tutto il poggio con certe ville dintorno. E diede questa rocca per la più bella stanza che avesse Antona a Ughetto di Dardenna, e diegli per moglie una gentile damigella di Londra; e di costoro nacque Sinibaldo dalla Rocca a San Simone.

E regnando Bovetto molti anni in questa signoria, tanto che il suo figliuolo, il quale ebbe di Librantona, ciò fu Guido, era già d'anni sedici, in questo tempo lo re di Fris, avendo una bella figliuola che aveva nome Feliziana, d'età di quindici anni, diliberò volerla maritare, e ordinò una ricca festa e gran corte. E fece bandire questa festa, alla quale vi venne uno duca di Cimbrea, cugino di Falsargi, e vennevi con grande adornezza, ed aveva nome Armenio; e vennevi Cassandro d'Alcimenia, e vennevi Candrazio di Rossia, e vennevi Serpentino di Salmazia e molti altri infedeli per averla, perché era fama che 'n tutto il mondo non era la più bella dama di lei. E intervenne ch'ella parlava un dí con una sua balia, e la balia disse: «O figliuola mia, tu se' la più bella damigella del mondo; bene vorrei che tu avessi per marito uno bello cavaliere». Ella rispose: «Balain lo volesse!». E cosí parlando di molti signori, vennono a dire alcune donne che v'erano: «Il più franco cavaliere che porti arme al di d'oggi si è Bovetto, figliuolo che fu d'Ottaviano del Lione; e sono stati i più belli cavalieri e uomini del mondo». E fuvvi menzionata Drusolina e Fioravante e Ottaviano, e come Bovetto aveva presa Inghilterra e morto lo re Falsargi. Per queste parole Filiziana innamorò tanto forte di Bovetto, ch'ella sospirava; e una delle vecchie se ne avidde e disse: «Egli è di quelli traditori cristiani». Nondimeno Filiziana non se ne curò. E 'l terzo giorno dopo queste parole uno maestro d'arpa che le insegnava sonare, andandole assegnare, la trovò malinconosa, ed egli le disse: «O bellissima dama, rallegrati, che il tuo padre ti vuole dare marito». Disse Feliziana: «Come non ti vergogni tu a dire a me queste parole?». El giovane s'inginocchiò e dimandò perdonanza. Ella disse: «Io non ti perdono, se tu non mi prometti per sagramento di farmi uno sagreto servigio». Rispose il giovane maestro: «Madonna, per mia fe', se io dovessi di certo morire, io farò vostro comandamento»; e cosí le giurò. Ella gli fece una lettera; e l'altra mattina, tornato a lei, ella gli die' la lettera, e dissegli: « Vattene da mia parte in Inghilterra da Bovetto, duca d'Antona, e salutalo da mia parte, e, quanto è possibile, a lui mi raccomanda, e dagli questa lettera ».

El caro maestro andò al porto che si chiama Golfo Ulie in sul mare Ozeiano Smanius, e verso Inghilterra navicò, e in poche giornate fu in Inghilterra, e trovò Bovetto a Londra, e salutollo, e posegli la lettera in mano. El duca lesse la lettera. Ella diceva come ella innamorò di lui, e come ella era gentile donna, e ch'ella non si curava d'essere matrigna di Guido, e che la sua fama l'aveva fatta di lui innamorare, pregandolo che andasse a quella festa almeno a vederla; e pregandolo ch'egli le desse il suo amore sí come ella l'aveva dato a lui. Bovetto disse al servo: «Come mi posso io fidare?». Ma egli gli fe' tanti giuri e spergiuri, che egli gli credette; e tutte le bellezze della donna gli contò per modo, che 'l fece altrettanto e più innamorare. Bovetto lasciò la signoria a Guido suo figliuolo, e non manifestò dove andare si volesse, e segretamente in su una nave si partí. E tanto navicò, ch'egli arrivò nel Golfo Ulie a' confini della Magna, e, sconosciuto, entrò nella cittá di Fris. El maestro di Feliziana lo menò a una buona osteria, e fecegli dare una buona e bella camera, ed egli lo servia.

Capitolo XVIII.

 Come Bovetto vinse il torniamento in Fris il primo dí.

Passati e' tre giorni che Bovetto giunse in Fris, fu ordinato il torniamento, e tutti e' baroni s'apparecchiarono, e cominciossi la giostra all'ora di terza da gente di bassa condizione. Egli era in su la piazza venti giostranti: quando fu in sull'ora di mezzodì, venne in piazza Armenio di Cimbrea, e in poco d'ora tutto il campo rimase a lui. Poi giunse in piazza Cassandro d'Alcimenia, e fece due colpi con Armenio, e poco vi fu di vantaggio. Allora giunse in piazza Serpentino di Salmazia, e amendue gli abatté; ma eglino ruppono in prima tre lance per uno. E giunto in piazza Candrazio, fece al primo colpo andare per terra Serpentino. La bella Feliziana era venuta a uno reale balcone a vedere, e lamentavasi del suo maestro, che non era tornato a lei; e sospirando, ella lo vidde apparire in su la piazza, e vidde uno cavaliere armato di drieto a lui con una sopravesta di seta azzurra, e dinanzi al petto aveva una damigella vestita d'oro, e cosí di drieto e nello scudo, e tirava un arco e aveva passato con la saetta uno cuore d'un uomo, e uno breve aveva dalla sua bocca al cuore che diceva: «Se io vivo era, e io per voi son morto»; e questo era Bovetto. E giunto in sul campo, al primo colpo abatté Armenio, e poi abatté Cassandro, e appresso a lui abatté cinque buoni cavalieri, e poi abatté Candrazio, il quale non era ancora stato abattuto, e rimontò furiosamente. In questo mezzo Bovetto abatté certi altri cavalieri, e poi abatté Serpentino. Quando Feliziana vidde questo cavaliere fare tante prodezze, subito immaginò: «Questo è Bovetto d'Inghilterra»; e chiamato uno sergente, gli mostrò il suo maestro che serviva a Bovetto, e mandògli a dire che andasse a lei, finita la giostra. In questo mezzo Bovetto gittò un'altra volta tutti e' baroni per terra. El famiglio fece l'ambasciata al maestro dell'arpa. E finita la giostra, rimase Bovetto vincitore, e tornavasi verso l'abergo; ma lo re di Fris, che aveva nome re Adramans, conoscendo il maestro della figliuola, fece venire Bovetto dinanzi da sé, e domandò chi egli era. Rispose che era uno povero gentile uomo d'Egitto, che andava cercando sua ventura, e che egli aveva conosciuto quello maestro in Egitto; «e però lo pregai ch'e' m'accompagnasse». El maestro confermò il suo dire. E 'l re lo fece alloggiare in casa e comandò al siniscalco di corte che lo fornisse di ciò che faceva di bisogno; e fu alloggiato e bene servito Bovetto e 'l maestro di Feliziana si stava con lui in compagnia.

Capitolo XIX.

 Come Bovelto vinse gli altri due giorni, e uccise uno parente

del re Adramans ; e la notte fuggì, e menonne Feliziana.

La bella Feliziana mandò la sera per lo suo maestro, ed egli andò a lei con l'arpa in mano. E quando Filiziana ebbe il tempo, lo domandò chi era quello cavaliere; ed egli gli disse: «Egli è Bovetto, il quale voi amate tanto». Ed ella tutta si rallegrò. Disse il maestro: «Se voi l'amate, tenete il suo nome celato, che grande tradimento sarebbe a fare morire un tanto valente cavaliere». Ed ella disse: «Istasera, quando ognuno sarà a cena, menalo qui da me, che io gli voglio parlare e vo' lo vedere disarmato». E cosí fece. Quando ella lo vidde, fu più allegra che prima, e favellògli e confortollo ch'egli non avesse paura; e giurarono lui d'essere suo marito, ed ella d'essere sua moglie e farsi cristiana.

 Venuto l'altro giorno, ancora vinse Bovetto il torniamento; e cosí fece il terzo. Essendo tornato la sera del terzo giorno alla sua camera e disarmandosi, e Feliziana andò sola alla sua camera, tanto la vinse l'amore di Bovetto; e giunta in camera, non si curò del suo maestro, ch'ella si gittò al collo a Bovetto: egli, che s'aveva tratto l'elmo, la baciò. In quello che egli la baciò, entrò dentro nella camera uno nipote del re Adramans e cugino di Feliziana, e videla baciare, e accostossi a lei, e disse: «Falsa meretrice, ancora non t'ha sposata, e tu l'hai abracciato e baciato!». E alzò la mano, e dielle una grande gotata. Non potè Bovetto essere sofferente; alzò il pugno e diegli nella tempia sí grande la percossa, che subito cadde in terra e fu morto. Feliziana ebbe maggiore paura che dolore, e disse: «Omè, signore mio! egli è nipote del mio padre e mio cugino: omè! come potrete iscampare?». Disse Bovetto: «Io mi raccomando a voi». Ella disse: «Mettetelo sotto il letto, e stanotte ve ne andrete, che noi non tegniamo porte serrate della cittá». Disse Bovetto: «Io ho una nave in porto a mia posta; o non verrete voi con meco?». Ella rispose e disse di sí, e fermarono il patto e l'ora del partire, e missono il morto sotto il letto, che poco sangue s'era sparto. Bovetto mandò il maestro di Feliziana alla nave, che si mettesse in punto; e la sera, poi ch'ebbe cenato ognuno, essendo ore quattro di notte, Bovetto s'armò, e Feliziana menò con seco la sua balia e una figliuola della balia molto bella, e sconosciute andorono col maestro dell'arpa alla nave e con Bovetto, e feciono vela, e uscirono del golfo Ulie, e verso Inghilterra dirizzarono le vele. E con prospero vento navicando, giunsono al porto d'Antona, dove si fece grande allegrezza della tornata di Bovetto e della bella donna. E andonne da ivi a pochi giorni a Londra, e fecela battezzare, e sposolla onorevolemente per sua legittima sposa, vivendo in grande allegrezza.

Capitolo XX.

 Come lo re Adramans trovò morto il nipote, e seppe che la figliuola

s'era fuggita con Bovetto; e fece gran gente, e passò

in Inghilterra con molti signori, minacciando Bovetto.

Venuta la mattina, s'apparecchiava di fare le nozze, e mandò lo re Adramans alla camera di Bovetto molti ricchi vestimenti, e mandòvvi Armenio di Cimbrea e Cassandro d'Alcimenia che facessino compagnia al novello vincitore del torniamento; e non trovando persona, fu veduto un poco di sangue, e cercando, fu veduto uno morto sotto il letto. Ognuno credette che fosse quello cavaliere ch'aveva vinta la giostra, che fosse stato morto per invidia; e corse la novella al re, che n'ebbe grande dolore; e con molti baroni n'andò alla camera, e quando riconobbe el nipote, fu il dolore maggiore. E la reina, non trovando la figliuola, venne al re, e l'uno dolore giunse sopra all'altro. E faccendo cercare per la cittá e al porto, alcuni marinari dissono come in su la mezza notte s'era partita una nave d'Inghilterra, «e vedemovi entrare uno cavaliere armato e tre donne e uno famiglio di sarmato». Per questo fu immaginato che quello che aveva vinto il torniamento era stato Bovetto, duca d'Antona; ancora fu manifesto le tre donne per la balia e per la figliuola della balia e per Feliziana. E non passarono quindici giorni che le novelle furono certe d'Inghilterra. Per questo lo re Adramans bandí grande oste; e con tutti quegli baroni, ch'erono istati al torniamento, e con molte navi e con sessantamila saraini di più condizioni di gente passò in Inghilterra, e smontò al porto di Tamis, perché egli era più presso al suo paese; e quando fu in terra con tutta l'oste, n'andò verso Londra ardendo e rubando tutto il paese e uccidendo.

Capitolo XXI.

Come Bovetto venne incontro al re Adramans di Fris colla sua gente,

e combattè, e fu sconfitto e assediato in Londra.

Sentito Bovetto come il re Adramans era smontato al porto di Tamis, subito mandò alle sue terre per la gente che poteva fare. E vennevi Guido suo figliuolo, che era in Antona, e vennevi Ughetto dalla Rocca a San Simone. E trovossi con venticinque migliaia di cristiani, e partissi da Londra, e venne incontro al re Adramans, e una giornata di lunge si trovorono insieme amendue l'oste, dove Bovetto vinse lo re Falsargi. E fu detto a Armenio di Cimbrea: «Qui fu vinto il tuo cugino Falsargi». E egli giurò fare quivi la vendetta. Bovetto fece tre schiere: la prima diede a Ughetto con semila cavalieri; la seconda diede a Guido, suo figliuolo, con settemila cavalieri; la terza tenne per sé, che furono dodicimila. Lo re Adramans diede la prima al franco Armenio di Cimbrea con ottomila; la seconda diede a Cassandro d'Alcimenia con diecimila; la terza diede a Candrazio di Rossia con diecimila; la quarta diede a Serpentino di Salmazia con dodicimila; la quinta e ultima tenne per sé, e questa furono ventimila. E ognuno destramente si mosse. Le due prime schiere s'assalirono. Armenio e Ughetto si ruppono le lance a dosso, e ognuno entrò nella nimica schiera. E' cristiani cominciarono sí aspra battaglia, ch'e' saraini arebbono dato le reni; ma egli entrò nella battaglia Cassandro, e per forza d'arme e di gente ruppe la schiera del franco Ughetto. E nel tornare Ughetto alla sua gente, s'aboccò con Armenio, e fu attorniato da tanta gente, che 'l cavallo gli fu morto sotto, ed essendo a pie', si difendeva francamente. Ma il fiero Armenio dismontò, e combattendo fu levato l'elmo a Ughetto, e Armenio gli partí la testa per mezzo. E qui finí sua vita, e di lui rimase uno figliuolo piccolo, che avea nome Sinibaldo dalla Rocca a San Simone. Morto Ughetto, el fiero Armenio entrò nella battaglia: tutti quelli d'Ughetto sarebbono morti, se non fosse il valente giovinetto Guido, ch'entrò nella battaglia, e pose la lancia in su la resta. El primo ch'egli scontrò fu Cassandro d'Alcimenia, e più che mezza l'aste il passò di drieto, e morto l'abatté alla terra. Per costui si levò gran romore da ogni parte; e 'l franco Guido, tratta la spada, entrò per lo mezzo de' nimici. L'animo il portava più che la ragione, e corse insino alle bandiere delle due prime schiere, e uccise quelli che le tenevano ritte. Per questo furono e' saraini messi in fuga, e per la morte di Cassandro. Allora gli soccorse Candrazio di Rossia con diecimila, e fu tanta la moltitudine de' saraini più che de' cristiani, che Guido non potea tanto sostenere la sua schiera, ch'ella abbandonava il campo. Guido gli confortava e soccorreva: egli era tutto coperto di sangue, ma non poteva contro a tanti sofferire. Allora Bovetto entrò nella battaglia. Ora qui fu fatta la grande uccisione, e' saraini davano le spalle; ma egli entrò nella battaglia Serpentino di Salmazia. L'una gente era mescolata con l'altra, ed era dubbia la vettoria a questi ch'erano alle mani. Bovetto vidde venire da lungi le bandiere del re Adramans: subito tornò alle sue bandiere, e fece sonare a raccolta; e ritratta sua gente il meglio che egli potè, inverso Londra tornò; ma egli perdé più di diecimila cristiani, e perdé il buono Ughetto; e se egli avesse aspettato il re Adramans, egli erano tutti morti. Bovetto entrò drento a Londra, e forní la terra, e afforzolla, il meglio che egli poté, di gente, d'arme e di vettuvaglia; e con lui era il suo figliuolo Guido. E 'l terzo giorno che feciono la battaglia, lo re Adramans assediò Londra da ogni parte, e tutto il paese metteva a fuoco e fiamma. Le novelle andorono al re d'Irlanda, ed egli forni e afforzò tutte le terre ch'egli aveva in su l'isola, di vittovaglia e di gente da cavallo e da pie'.

Capitolo XXII.

 Come Guido combatté con Armenio di Cimbrea,

e tagliògli la testa, e gittolla nel campo de' nimici.

Adramans, re di Fris, tenendo assediata la cittá di Londres passati quindici giorni, uno suo barone, ch'avea nome Armenio di Cimbrea, rammentandosi che Bovetto gli aveva morto Falsargi suo fratello, s'armò una mattina, e andò presso alla cittá, e domandava battaglia. A Bovetto fu portata la novella al palagio ch'uno saraino lo domandava a battaglia. Essendo presente, Guido s'inginocchiò al suo padre, e dimandògli questa battaglia. El padre non voleva, ma tanto lo pregò, che gliela concedette. Guido s'armò, e montò a cavallo, e venne fuori di Londra, dov'era Armenio: e giunto a lui, lo salutò, e domandòllo chi egli era. Disse Armenio: «Tu dimandi me chi io sono? Ma dimmi se tu se' Bovetto, figliuolo d'Ottaviano del Lione ». Disse Guido: «Io sono suo figliuolo». Disse Armenio: «Va', torna al tuo padre, e digli ch'io sono Armenio, fratello del re Falsargi, che voglio sopra a lui far la vendetta e racquistare il reame del mio fratello». Rispose Guido: «Per mia fe', che sarebbe poca discrezione, se mio padre uccise tuo fratello, che a me non toccasse a uccidere te! Io non mi partirò da te, ch'io ti manderò allo 'nferno a trovare il tuo fratello tra gli altri demoni, tarteri cani che voi siete!». Allora s'adirò Armenio e gridò: «Traditore cristiano, tu mi chiami cane? E io giuro a tutti gli miei iddei che io ti farò mangiare a' cani». E disfidati presono del campo, e con le lance si percossono: e' tronconi andorono per l'aria. E tratte le spade, si tornarono a fedire: Armenio ferì un gran colpo sopra a Guido, ma egli percosse lui sí aspramente, che Armenio disse: «Ahi, crudeli iddei, costui ha più possanza che 'l padre!»; e riferito Guido, tutto lo 'ntronò. Allora ebbe Guido un poco di paura; ma Bovetto uscí dalla cittá con molti armati, temendo che 'l figliuolo non fosse assalito da altra gente; e come fu di fuori, sonò il corno per confortare il figliuolo. Allora Guido si vergognò, e prese a due mani la spada, e, d'ira e di vergogna ripieno, gittò lo scudo dopo le spalle, e ferì sopra a Armenio, e levògli un pezzo del cerchio dell'elmo, e 'l brando andò giuso, e divise la testa al cavallo tra ambe gli orecchi, e cadde morto il cavallo. Come Armenio fu caduto, fu ritto, e Guido ismontò, e andoronsi a ferire, e a una otta si percossono delle spade. Guido tutto intronò, ma Armenio cadde; e Guido gli corse a dosso, e dilacciògli l'elmo, e tagliògli la testa, e rimontò a cavallo con la spada in mano, e spronò il cavallo verso e' nimici, e gittò la testa nel mezzo del loro antiguardo, e gridò: «Togliete, cani, e mangiate l'uno l'altro!». Allora si mossono più di semila saraini, e fu percosso da molte lance, e fu attorniato; ed egli nel mezzo con la spada a due mani si faceva fare piazza; ma pure vi sarebbe perito, se 'l padre non lo avesse soccorso con molti cavalieri: e rimissono e' nimici insino agli alloggiamenti, e poi si ritornarono drento. Bovetto riprese Guido di quello che fece della testa, perché non era cortesia di cavaliere, e per lo pericolo a che s'era messo. Della morte d'Armenio si fece gran festa.

Capitolo XXIII.

Come, passati quattro mesi che l'assedio era stato a Londra,

Bovetto ragunò quanta gente potè, e ruppe il campo.

Fra molte battaglie che furono fatte, passati e' quattro mesi che l'assedio era stato a Londra, e' nimici erano molto mancati, e avevano patito molti disagi. Essendo presi certi di Fris, furono menati a Feliziana, e dissono come l'oste del padre aveva molti disagi. Ella ne parlò con Bovetto, ed egli chiamò molti de' suoi gentili uomini, e trattarono di mandare al re Adramans a trattare accordo. E trovato l'ambascieria, mandò per salvocondotto per due ambasciadori al re Adramans; ed egli lo diede. E Bovetto mandò due savi e gentili uomini che trattassino di rimanere parenti come dovevano essere, e che egli farebbe a Feliziana ogni cosa di carta della sua signoria, e che egli le perdonasse, e che egli la 'ncoronerebbe d'Inghilterra, e che al re Adramans farebbe ogni ammendo ch'egli voleva, e che egli voleva essere suo figliuolo. Gli ambasciadori portarono questa ambasciata.

Udita el re Adramans questa domanda, montò in tanta superbia, che, s'egli avesse auta la gente drento alla cittá per correrla, non arebbe fatta sí aspra risposta, e disse: «Cani cristiani, io credetti che voi mi recassi le chiavi della cittá, e che Bovetto e la meretrice di mia figliuola si venissino a 'nginocchiare alla mia volontà, e fare quello di loro che mi piacesse. Or va', e di' a Bovetto e alla puttana di mia figliuola che io non mi partirò di questo paese, se non quando io arò fatto mangiare Bovetto e 'l suo figliuolo a' cani, e lei ardere, e gittare la polvere al vento per vendetta del mio nipote. E se io non vi avessi fatto il salvocondotto, com'io ho, io vi farei a amenduni cavare le lingue». E' fedeli ambasciadori tornorono a Bovetto, e feciongli la crudele risposta. Bovetto, tutto acceso di focosa ira, subito fece trovare e' suoi corrieri, e mandò al re d'Irlanda pregandolo per Dio che lo servissi di semila cavalieri, e mandò per tutta l'isola per quanta gente potè fare da cavallo e da pie', e diede ordine il dí che egli voleva uscire alla battaglia co' nimici, avvisando e' cristiani ch' e' saraini erano male in punto da combattere. Per queste lettere e messaggi, che segretamente e di notte uscirono di Londra, fu soccorso Bovetto di quindicimila cavalieri, e nella città n'era ottomila, e più di diecimila pedoni, e di fuori erano più di diecimila pedoni apparecchiati. E 'l dí ch'egli ordinò, essendo in su la terza, parlò a' suoi conestaboli e caporali: «Fratelli miei, voi sapete che io addomandai la pace, e quello ch'e' mi rispuose v'è palese. Noi siamo certi che non sono per la mezza parte forti, che quando vennono. Io ho ordinato che, come noi assalireno il campo, e' saranno assaliti da molta gente, ch'aspettano el nostro segno. Meglio è francamente morire, che stentando vivere in vergogna». Allora tutti gridarono: «Battaglia! battaglia!». E fece Guido il primo feritore con quattromila cavalieri e tremila pedoni; ed egli con quattromila cavalieri e cinquemila pedoni lo seguitò. E quando si mosse, tutte le torre feciono cenno di fummo. Guido uscí per una porta, e 'l padre per un'altra, e come gente disperata assaltorono il campo. Guido entrò nella battaglia come uno drago, e cosí la sua schiera; e' cavalieri ruppono l'antiguardo, e' pedoni gli uccidevano come cani. El romore si levò: Candrazio corse al romore di Guido, e Serpentino corse al romore di Bovetto. Guido fu percosso d'una lancia da Candrazio, e mancò poco che Guido non cadde da cavallo, e, adirato, in sé stesso si rodeva d'ira, e per la propia disperazione volse il cavallo drieto a Candrazio. Giugnendo ira a forza e forza a forza, lo giunse avendo gittato via lo scudo, e gli partí per mezzo il capo: infino alle reni gli misse la spada. Per la morte di Candrazio tutto il campo impaurí, e 'l romore e le grida e gli stormenti rintronavano il cielo e la terra. In questo punto fu assalito il campo da due altre parte da gente che giugneva, da cavallo e da pie'; e già el campo, dov'erano le bandiere del re Adramans, era assalito per modo, che non poteva soccorrere all'altro campo. Serpentino s'aboccò con Bovetto, e per la furia de' cavalieri fu gittato per terra e mortogli il cavallo; e morí assai vituperosamente, perché i pedoni lo trovarono mezzo morto tra' piedi de' cavalli, e liverarono d'ucciderlo. E correndo verso le bandiere del re Adramans, si feciono due schiere una, cioè quella di Bovetto e di Guido, ma Guido era inanzi al padre. Quando il re Adramans vidde le bandiere di Bovetto e conobbe non avere rimedio, subito abbandonò le bandiere e' padiglioni: tutta sua gente cominciò a fuggire. Or qui fu la grande uccisione d'infedeli. Tutto il campo andò a preda, e poco seguitarono lo re Adramans; ma con la vettoria tornarono a Londra ricchi di preda d'oro e d'ariento e di cavalli: pochi prigioni v'era, perché la battaglia fu disperata, e molti prigioni furono morti, poi che furono a Londra, rammentandosi della crudele risposta del re Adramans e delle sue minacce.

Capitolo XXIV.

Come il re Adramans di Fris si disperò per modo, ch' e'

per disperazione uccise il duca Bovetto, e ancora morí egli.

Quando il re Adramans giunse al porto di Tamis, dov'erano le sue nave, e vidde con quanta vergogna e danno conveniva tornare in suo paese, e anche era in dubbio di tornarvi, si misse in disperazione, e diliberò nel suo cuore di morire e uccidere Bovetto. Egli si disarmò e vestissi la più vile roba di marinaio ch'egli potè, e prese uno bordone e 'l cappello, e come povero pellegrino cominciò andare acattando per l'isola. Le nave si partirono; e chi fuggì, e chi fu morto, e chi fu preso della sua gente; e furono pochi i prigioni. Tutta l'Inghilterra fece festa della vettoria, e tutta la cristiana fede. Guido si partí da Londra e tornò ad Antona, e ivi stava per sua abitazione.

Passati erano due mesi dal dí ch'ebbono la vettoria, quando il re Adramans sconosciuto venne a Londra, e portava uno spuntone avvelenato sotto. Essendo una mattina in su la sala Bovetto tutto solo, e andava per la sala in giù e in su dicendo suo ofizio, e Adramans cominciò pianamente a andare verso lui. Bovetto pensò ch'egli volesse carità, e fermossi, e diegli due monete d'argento; e quando si volse e volgevagli le reni, el disperato re gli ficcò lo spuntone corto, cioè uno trafiere, nel fianco, e gridando disse: «Traditore, tu non goderai più la mia figliuola!». Bovetto l'abracciò e tolsegli il trafiere, e con quello uccise ancora lui, e amenduni caddono morti in terra. Alcuni cortigiani, che gli viddono, gridarono, e tutta la gente vi corse; e fu grande il pianto, e sopra a tutti e' pianti fu quello di Feliziana. E fu mandato per Guido, e fu fatto signore, e duca rimase per lo suo padre, e fece sopellire il padre a grande onore, e 'l corpo del re Adramans fu bruttamente sopellito. Bovetto non potè fare testamento; ma Guido fece grande onore a Feliziana, e diella per moglie a Corvalius d'Ordret. E regnava Guido in suo paese con grande allegrezza e 'n pace gran tempo.

Capitolo XXV.

Come morí il re Micael di Franza; e la loro nazione, e alcuna differenza

degli autori di loro nomi ; e imperadori di loro sangue.

Nel tempo che fu morto il duca Bovetto, morí il re Micael, re di Franza. Di lui rimase uno figliuolo ch'ebbe nome Gostantino; ma fu tanto benigno signore, e tenne in tanta pace il reame di Franza, che e' Franzosi lo chiamorono Agnolo; e fu tanto inanzi questo nome, che in molte scritture non fu menzionato, Gostantino, e tutte le scritture istoriche di Francia lo chiamano il re Agnolo. Costui fu imperadore di Roma, ed ebbe due figliuoli: l'uno ebbe nome Lione e l'altro Pipino, e regnò imperadore con Pipino anni sedici, e poi fu imperadore Lione. Poi che 'l re Agnolo ebbe regnato nel reame anni venti, amava più Pipino che Lione; e quando fu fatto imperadore, incoronò Pipino del reame di Franza, e Lione fece gonfaloniere di santa Chiesa. E quando incoronò Pipino, mandò per tutti e' baroni della fede cristiana, infra e' quali vi venne il duca Guido d'Antona, ed era molto amato e temuto più che altro barone, perché a suo tempo nessuno altro aveva dimostrato sua virtù nell'arme, quanto lui e Bovetto suo padre; ed ancora vi venne il marchese Rinieri, figliuolo del marchese Alduigi di Maganza; e vennevi Corvalius d'Ordret, che aveva per moglie Feliziana, matrigna di Guido, e molti altri signori; e fu molto magna e ricca la festa, e durò uno mese. Poi che 'l re Pipino fu incoronato, regnando lo 'mperadore Agnolo Gostantino, intervenne un dí uno strano caso (già era compiuta la festa), essendo un dí tutti e' prinzi e signori in su la sala dinanzi allo 'mperadore e al suo figliuolo, re Pipino.

 Capitolo XXVI.

Come il duca Guido d'Antona uccise Rinieri di Maganza

dinanzi allo imperio, e per questo fu sbandito.

La fortuna, movitrice degli stati, per molte vie aopera suo corso, come fece in questa parte, che da lungi seminò nuovo travaglio a chi posava per lo tempo passato. El marchese di Maganza (era conte e marchese), cioè Rinieri, avendo udita la nominanza della bellezza di Feliziana, moglie di Bovetto, l'amava molto, in tanto che alla vita di Bovetto, quando la menò di Fris, venne in Inghilterra, e non si seppe perché; e Bovetto gli fece grande onore, ed éravi stato un mese, poi s'era tornato in suo paese. E quando Bovetto morí, mandò a dimandarla per moglie; ma ella era già sposata a Corvalius d'Ordret, che fu figliuolo di Giliante, e però non l'ebbe. E trovandosi ora a Parigi, dinanzi a tanti baroni disse verso Guido d'Antona: «O duca, tu non mi volesti dare per mia donna Feliziana; ma io ho bene saputa la cagione : io non la vorrei avere tolta per tutto il regno d'Inghilterra». Guido rispuose: «Io non so, conte, quello che voi vi vogliate dire; ma io conosco Corvalius per franco e leale cavaliere, e conosco Feliziana per gentile e onesta donna, quanto nessuna altra donna che io vedessi mai, e chi volesse dire il contrario, per mia fe', dallo imperio e da Pipino in fuora, e' non è uomo al mondo, che per forza d'arme io non gliele voglia provare in campo, a corpo a corpo, in presenza del nostro imperadore». Rispuose il conte Rinieri: «Questo è testimonanza alle mie parole; perché voi non la volesti dare a me, che non l'aresti potuta godere a' vostri piaceri». Quando Guido udì queste parole, tanta ira gli venne, che egli gridò: «Traditore, tu menti per la gola!» e tratta la spada, percosse il conte Rinieri in su la testa, e subito cascò morto nel mezzo della sala. E Guido fuggì fuori di Parigi, e in pochi dí giunse al mare, e passò in Inghilterra, e tornossi ad Antona; e temendo che 'l re di Franza e il suo padre non gli facessin guerra, forní di vettuvaglia e d'arme e di gente tutte sue terre. A Parigi fu gran romore, e fu seguito Guido, per pigliarlo, insino al mare, e fu sopellito il conte Rinieri, e Guido fu sbandito di tutto il reame di Franza e di tutta la cristiana fede, e molto minacciato dallo imperio e dal re Pipino. Del conte Rinieri rimase due figliuoli: l'uno aveva nome Duodo, e l'altro Alberigo. Per questi due crebbe molto la casa di Maganza, e crebbe l'odio e la briga tra loro e 'l sangue del duca Guido, e molti ne morirono da ogni parte.

E vivette il duca Guido grande tempo, e non fu biasimato di nessuna cosa, se non perché egli non tolse moglie se non in vecchiezza. La cagione non mostra l'autore, e il perché se lo facesse, ma immaginossi per la briga e per lo bando che aveva per la morte del conte Rinieri. E cosí vivette gran tempo.

Capitolo XXVII.

La morte di Gostantino imperadore, vocato re Agnolo di Franza,

e fu il LXVI imperadore di Roma; e di Pipino, suo figliuolo.

Non passò molti anni che lo 'mperadore morí; e rimase imperadore Lione, suo primogenito, e fu fatto imperadore per lo papa di Roma. Pipino teneva la corona di Franza; e fu di tanta superbia che, mentre che visse, diceva essere egli imperadore, come reda di suo padre; e però fu da' Franzosi detto Pipino imperadore.

E regnando Pipino, el duca Guido non ebbe guerra; e poi ch'ebbe passati e' sessanta anni, tolse per moglie la figliuola del re Ottone di Guascogna, re di Bordeus, la quale aveva nome Brandoria, ed era sí giovinetta e bella, che a lui non si confaceva, tanto era antico; ma tolsela per avere figliuoli. E quella fu la sua morte e disfazione di lui e di molti altri suoi amici, come racconta il seguente libro di Buovo. Deo grazias.

 

Finito il terzo libro de' Reali di Francia e di loro schiatta;

e comincia il libro quarto. Deo grazias. Amene.

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Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2011