Andrea da Barberino

I REALI DI FRANCIA

A CURA DI

 GIUSEPPE VANDELLI

 E

 GIOVANNI GAMBARIN

Libro II

Edizione di riferimento

Andrea da Barberino, I Reali di Francia, a cura di Giuseppe Vandelli e Giovanni Gambarin, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1947

I REALI DI FRANCIA

LIBRO II

Qui comincia il secondo libro delle istorie de' Reali di Franza,

nati di Gostantino imperadore, e chiamasi il Fioravante,

e parte di Riccieri primo paladino e d'altri baroni, poi che furono cristiani.

Capitolo I.

Come lo re Fiorello regnava in Francia, e 'l re Fiore in Dardenna ;

e 'l re Fiorello aveva per moglie una donna di Baviera, chiamata Biancadora ;

e come nacque Fioravante col neiello in sulla spalla ritta,

e fu il primo che nacque con quello segno.

Nel tempo che regnava lo re Fiorello, figliuolo di Fiovo, che fu figliuolo di Gostantino imperadore, cioè del secondo Gostantino, el quale fu fatto cristiano per mano di papa Salvestro negli anni di Gesù Cristo CCCXXII, con questo re Horello regnava Riccieri, primo paladino di Franza fatto per Fiovo, il quale fu figliuolo d'uno romano, chiamato Giambarone, della schiatta degli Scipioni di Roma; e molto l'amava lo re Fiorello, e Riccieri amava lui; ed era Riccieri duca di Sansogna. Ora, regnando lo re Fiorello, ed avendo per moglie una gentile donna, nata del sangue di Baviera e sorella carnale di Chinamo, duca di Baviera, ed era stato molto tempo con lei, che non aveva potuto aver figliuoli; e aveva lo re Fiorello un altro fratello, chiamato lo re Fiore, ch'era re di Dardenna, ed era figliuolo di Fiovo, come lo re Fiorello, ma era minore di tempo: questo re Fiore aveva due figliuoli maschi, l'uno aveva nome Lione e l'altro Lionello. E per molte cose lo re Fiorello di Francia aveva dolore di non potere aver figliuoli, e per questo fece molti boti a Dio, e andò a Roma, e mandò al santo Sepolcro, pregando Iddio che gli dessi figliuoli, che governassino il reame dopo la sua morte.

E come piacque a Dio, la donna ingravidò in capo di venti anni, e partorì uno fanciullo maschio ; e nacque con uno segno in sulla spalla ritta, cioè con una croce di sangue tra pelle e pelle. E però si dice ch' e' Reali di Francia, ch'erano diritti della casa, avevano la croce vermiglia in sulla spalla ritta. Questo fanciullo fu el primo che nascessi con questo segno; e posongli nome al battesimo Fioravante, che viene a dire in francioso tanto come: «Questo fiore vada inanzi»; e però fu chiamato Flors avant; e da molti fu profetato ch'egli sarebbe re di Francia e di molte altre provincie e reami, e buono principio della casa di Franza, per lo bel segno ch'egli aveva recato del ventre della sua madre. E cosí ebbono principio di gentile sangue di padre e di madre e' Reali di Francia, nati di Gostantino; ma quello segno fu poi chiamato el neiello, perché quanti ne nascevono della sua generazione aveva il segno, ma non era in croce: solamente cinque ne truovo, ch'ebbono la croce; gli altri ebbono segno di sangue, ma non in croce, e però si chiama niello. Quegli ch'ebbono la croce, el primo fu Fioravante, el secondo fu Buovo, el terzo Carlo Magno, el quarto fu Orlando, el quinto Guglielmo d'Oringa. Lo re Fiorello lo fece ammaestrare, e' mparare lettera e molti linguaggi; e sopra tutti gli altri Riccieri l'amava e ammaestrava; ed era sotto la sua guardia, ed era molto amato da' cittadini e da tutti i sottoposti. Fioravante venne molto vertuoso, in tanto ch'el re Fiorello e la reina non avevono altr'occhio in testa. Ma a Dio non piace che noi amiamo più e' figliuoli che Dio; però lo toccò d'un poco di tabulazione, perch'egli si riconoscessi, perché dimenticava Iddio per lo figliuolo.

Capitolo II.

Come Fioravante tagliò la barba a Salardo, e come fu preso,

e come 'l padre lo giudicò a morte, e fu messo in prigione.

Poiché Fioravante ebbe compiuto e' diciotto anni, e avendo udito dire le cose che l'avolo suo Fiovo aveva fatte nel tempo e nella età ch'era Fioravante, prese vergogna di sé medesimo di stare ozioso e di perdere la sua giovinezza all'ozio. Pensando a quello ch'udiva dire di Riccieri, quando era nel tempo ch'era allora Fioravante, si vergognò di stare più alla scuola; e una mattina, tornato lo re Fiorello dal tempio e sedendo in sulla sedia d'una udienza, Fioravante n'andò dinanzi da lui, e 'nginocchiato dinanzi al re Fiorello gli domandò che lo facessi cavaliere e che gli donasse arme e cavallo, che egli voleva provare sua ventura e acquistare reame per sé. El padre e' baroni se ne cominciarono a ridere, e nondimeno parve a tutti buono segnale. Rispose lo re Fiorello: «O figliuolo, tu non se' ancora in età di fare fatti d'arme, e non hai studiato ancora quello che bisogna a fare l'operazione di cavalleria, e voglio che tu impari prima a schermire ». Fioravante rispose: «Padre mio, di questo sono io molto contento; e priegovi che voi mi facciate insegnare». Lo re Fiorello comandò e ordinò che si cercassi d'uno maestro di schermaglia de' migliori del mondo. E' baroni gli dissono: «O signore, in tutto il mondo non è migliore maestro che Salardo, duca di Brettagna. Se voi mandate per lui e pregatelo ch'egli gl'insegni, egli lo farà». Allora lo re mandò per Salardo.

E da indi a pochi giorni Salardo venne, e lo re lo pregò che gli piacessi d'insegnare a Fioravante. Ed egli ringraziò il re, e dissegli ch'egli non era degno d'insegnare a sí nobile giovanetto quanto era Fioravante, ma ch'egli gl'insegnerebbe volentieri. E disse al re: «Santa Corona, el discepolo che si tiene da più ch' el maestro, non impara mai bene, s'egli non teme el maestro». Allora disse lo re Fiorello a Salardo in presenza di tutti i baroni e di Fioravante: « Io ti do Fioravante, che tu gl'insegni; e giuroti sopra questa corona » (e puose la mano alla corona ch'avea in capo) « che, se Fioravante facessi contro a te alcuna cosa contro a ragione e non ti ubidirà, io ne farò tal punizione, che sempre si dirà di tale disciprina». Per queste parole Salardo s'assicurò d'insegnargli, pensando al pericolo dell'adolescenza de' giovani. Lo re, perché non fusse dato loro impaccio, assegnò loro uno bello giardino fuori di Parigi a una lega, dov'era una ricca magione; e quivi gli cominciò a'nsegnare; e ischermivono a loro piacere. E la loro vita era questa, di schermire da ora di terza insino a ora di mangiare; e poi ch'avevono mangiato, pigliavono molti piaceri, e alcuna volta dormivano alle loro camere, ed alcuna in sull'erba dello giardino; e passata nona, tornavono a schermire insino a vespro, pigliando poi alcuno sollazzo; e quando facevano colazione, e confortati tornavono poi a schermire; e assai volte, poi ch'avevono mangiato, per loro piacere andavono a schermire in su certi praticelli ch'erono nel giardino, perché erono soli. E questa vita tennono quattro mesi, in tanto che Fioravante sapeva cosí bene schermire come Salardo, e tanto lo vantaggiava, quanto era più giovane e più destro della persona. E Salardo era vecchio, ed era molto superbo, ed era molto ricco e savio, e quasi tutta Francia per lo suo senno si governava, ed era el più antico barone de' cristiani, ed eragli renduto grande onore.

Intervenne che per disavventura uno giorno nel giardino, poi che ebbono mangiato, Salardo, per fare pruova di Fioravante, molto s'affaticorono nello schermire; e poi che lquanto si furono affaticati, si puosono a dormire all'ombra di certi alberi in su 'n uno praticello. Salardo era vecchio, ed aveva lo barba molto grande, ed era bell'uomo, e molto teneva la barba pulita; e come fue posto a giacere, per ch'egli era vecchio, sí per la vecchiezza, sí per l'affanno e sí per la vivanda, cominciò molto forte a russare, per modo che Fioravante non poteva dormire; e adirato, come giovane, prese la spada per tagliargli la testa, dicendo: «Questo vecchio brutto non mi vorrà lasciar dormire?» E quando gli fu sopra, si vergognò, e disse a sé medesimo: «Sempre saresti vituperato; e non si direbbe perché l'avessi morto, ma direbbesi per la invidia dello schermire. Ma io mi vendicherò pure dell'oltraggio». E trasse fuori uno coltello e tagliògli la barba allato al mento sí pianamente, che Salardo non si risentí, e poi si dilungò da lui, e andò a dormire sotto un altro albero, e fu addormentato.

Salardo poco istette che fu risentito; e posto la mano alla barba, trovatola tagliata, subito immaginò che veruna persona noll'arebbe fatto, altro che Fioravante; e levato ritto, e' cominciò a cercarlo per lo giardino. E come l'ebbe trovato, subito trasse fuori la spada per tagliargli la testa: e subito pensò: «Che fo io? Egli è pure figliuolo del re di Francia; e non si dirá ch' io l'abbia morto per la mia barba, ma perché egli sapeva meglio di me ischermire: meglio è ch'io me ne vada al suo padre e mosterrògli l'oltraggio ch'egli m'ha fatto; e s'egli non mi vendicherà, io gli farò tanta guerra, ch'egli perderà el regno di Francia: io m'accorderò con quegli di Spagna e di Guascogna». E con questa superbia e ira si partí solo, e montò a cavallo, e andonne a Parigi: e cosí adirato giunse dinanzi al re Fiorello, il quale, vedendolo cosí turbato nella faccia, lo domandò della cagione. Salardo minacciando gliele disse, rimproverandogli che suo padre era stato morto a Roma in servigio di Fiovo suo padre, e di Gostantino suo avolo, e quante ferite aveva sostenute Salardo nella sua persona; «e ora el tuo figliuolo, perché io sono vecchio, mi schernisce, e hammi tagliata la barba nel giardino, mentre che io dormivo, come tu vedi».

Lo re Fiorello, adirato contro al figliuolo, promisse di farne sí aspra vendetta, che sempre ne sarebbe ricordanza; e confortava Salardo, e disse: «Io ti mosterrò ch'io amo più Salardo, che lo iniquo e ingrato figliuolo». E fatto venire uno giustiziere, domandò Salardo dov'era Fioravante, ed egli glielo disse. El re comandò al giustiziere che lo andassi a pigliare come ladrone, e menasselo dinanzi da lui. El giustiziere n'andò al giardino con molti armati, e trovarono Fioravante che ancor dormiva. El giustiziere nollo chiamò, ma fecelo in prima legare, temendo ch'egli non si lascerebbe pigliare; e quando l'ebbono legato, lo destarono; e quando Fioravante fu desto, domandò che gente egli erano e perché l'avevono preso sí villanamente. El giustiziere gli disse tutto 'l fatto, e come il padre lo faceva pigliare per la barba ch'egli aveva tagliata a Salardo. Molto si doleva Fioravante, perché l'avevono trovato a dormire; e cosí legato ne lo menarono a Parigi, e missollo nella prigione, e significarono al re com'egli era in prigione; e avevallo menato coperto e segretamente tanto, che non se n'era avveduto persona. E la reina sua madre non ne seppe niente, in tanto che, apparita l'altra mattina, la reina a buon'otta montò a cavallo, e andò con molta compagnia a una festa ch'era fuori di Parigi, per lo perdono; e udito una messa, si ritornò inverso Parigi.

Capitolo III.

Come lo re Fiorello giudicò a morte Fioravante,

suo figliuolo, per la barba ch'aveva tagliata a Salardo.

La mattina lo re Fiorello fece ragunare tutti e' baroni a corte, e poi si levò ritto, e parlò in questa forma: «Nessuno uomo non doverrebbe porre speranza se nonne nelle cose sagre e divine di Dio, il quale dá e toglie tutte le cose come a lui è di piacere; e chi ha a correggere gli stati mondani, dee sopra tutte le cose amare e mantenere la giustizia, e non dee pigliare parte, imperò che quel che piglia parte, non può giudicare diritto; e quanto l'uomo è maggiore nella signoria, tanto dee giudicare più dirittamente, perché gli altri piglino essempro da lui; e nessuno non dee pregare el suo signore che faccia cosa che sia di sua vergogna né che sia abassamento della sua signoria; e dee considerare il pericolo del suo signore, prima che gli addimandi alcuna grazia per sé o per altrui. E però vi comando, per certo caso che m'è occorso, che nessuno mi addimandi di qui a tre giorni niuna grazia né per sé né per altri, a pena di perdere la testa». E detto queste parole, mandò per lo suo figliuolo Fioravante; e come giunse dinanzi da lui, comandò al giu stiziere che lo menasse alle giubette, cioè alle forche, e ivi lo 'mpiccassi per la gola come propio ladrone dispregiatore della corona di Francia, il quale per dispregio e per disonore aveva viziosamente con disonore della corona tagliata la barba al duca Salardo di Brettagna, essendo Salardo a dormire. E comandò al giustiziere che lo menasse via; e con grande pianto si partí el giustiziere, e non v'era nessuno che ardissi di parlare al re di questo fatto, per lo comandamento ch'el re aveva fatto in prima. Tutta la corte si riempie di pianto, né altra difesa non si faceva. Fioravante addimandava misericordia al padre e a Salardo, ma nessuno non gli attendeva; egli chiamava e' baroni dicendo «Aiutatemi!»; ma nessuno aveva ardire di muoversi.

E fugli fasciato dinanzi agli occhi una benda. Molte volte Fioravante chiamava Riccieri dicendo: «Perché non mi aiuti, o caro mio Riccieri?», credendo ch'egli fussi colla baronia; ma Riccieri era fuori della cittá a una sua possessione a darsi piacere. Alcuni gli avevono mandati messi, ma tardi sarebbono venuti, perch'egli era una lega e mezzo di lunge alla cittá: e' messi andorono quando Fioravante fu menato dinanzi dal re nel palazzo. E fu menato Fioravante fuori del palazzo, e inverso la giustizia s'inviarono. Tutta la gente piagneva, e 'l giustiziere pregava Iddio che gli fussi tolto, e andava più adagio che non soleva andare.

Capitolo IV.

Come la reina riscontrò Fioravante che andava alla morte,

e come fue campato da morte.

Mentre ch'el giustiziere voleva uscire fuori della porta, ed eglino scontrarono la reina che tornava dalla festa; e vedendo tanta gente, si maravigliò, e fermossi per vedere colui ch'andava alla giustizia; e ognuno la guatava, e nessuno nolle diceva niente. Quando giunse Fioravante per me' la madre, e la reina nollo conosceva, perch'egli aveva fasciati gli occhi, ma pure gli parve molto giovanetto, e disse: «Iddio ti faccia forte, ch'egli è pure gran peccato che uno sí giovanetto sia condotto alla morte». Fioravante, come l'udì parlare, la riconobbe, e disse forte: « Omè, madre, pregate Iddio per me!» Quando la reina udì il suo figliuolo, sarebbe per dolore caduta da cavallo, ma ella fue abracciata dalla sua compagnia, e rinvenuta in sé, disse: «O malvagio giustiziere, com'hai tu ardire di menare el mio figliuolo alla morte?» Allora lo giustiziere piangendo le contò tutta la cosa come ell'era, e come el re gliele faceva fare a mal suo grado. La reina gli comandò ch'egli ritornassi indrieto insino al palazzo; e cosí fece.

E tornati verso la piazza, e la reina giunta in piazza, era sí grande la moltitudine, ch'ella non poteva passare, e le grida rinsonavano insino al palazzo. Per questo romore el re si fece al balcone, e vide che rimenavono indrieto Fioravante. El re smontò le scale, e tutti e' baroni lo seguitarono; e giunto in piazza, chiamò il giustiziere, e domandò della cagione perché rimenava indrieto Fioravante. Rispuose il giustiziere: «Per lo comandamento della reina». Allora il popolo, gittato ginocchioni in sulla piazza, gridavono misericordia. El re, investigato dal dimonio, comandò ch'egli facessi quello ch'egli gli aveva comandato, apellandolo servo traditore e disubidiente; e 'l giustiziere prese la sua via per menare Fioravante alle forche a 'mpiccarlo. La reina, udito il comandamento del re, si gli gittò ginocchione a' piedi, e disse: «O signore mio, quanto tempo bramasti d'avere uno figliuolo! E Iddio te l'ha dato, e ora per cosí piccola cagione te lo togli. O signore mio, uccidi me, misera madre, con lui, o tu me lo rendi vivo!». Lo re, avvolto in grandissimo dolore, le rispose: «Reina! reina! se tu parli più di questo, io ti farò ardere». Ella, vedendolo fermo in quest'openione, e veduto Salardo poco di lungi dal re, andò a lui, e gittossi ginocchione a' piedi di Salardo; e Salardo la fece levare ritta, e la reina piangendo disse: «O nobilissimo duca, la fama de' tua antichi e la vostra è risprendiente per tutto 'l mondo, ch'eglino furono e' primi che per la nostra fede combatterono. Io ti priego che in piccolo punto tu non brutti la gloria di tanta fama, e che poi si dica: Salardo fece impiccare el figliuolo del re di Francia per sí leggere cagione. Ma fate pace con Fioravante e fategli portare alcuna pena del suo fallo: fategli dar bando del regno, ed io vi prometto, se mai torna per alcuno tempo, io farò con voi parentado, e darògli la vostra figliuola per moglie». Salardo, udendo le parole della reina, si mosse a piatá per la promessa ch'ella gli faceva; e presela per mano, ed impalmolla, ed ella lui, d'attenergli la promessa. Disse Salardo: «Come volete ch' i' faccia?» Ella disse: «Dimandatelo al re di grazia».

Salardo andò dinanzi dal re, e disse: «Santa Corona, tu hai fatta pena la testa a chi dimanda grazia insino a tre giorni; e però io non ti addimando grazia, ma io fo' grazia a Fioravante, e perdonogli la vita e l'offesa, salvo ch' io voglio che tu gli dia bando di tutta la fede cristiana ». Lo re, udito Salardo, pianse d'allegrezza, e disse: «Cosí sia, come voi avete detto!»; e comandò che Fioravante fussi rimenato. Più di mille furono li messaggeri che corsono drieto al giustiziere: e ritornò al palagio.

El re era ritornato in sul palazzo, e fugli rimenato dinanzi Fioravante; e Fioravante s'inginocchiò dinanzi al padre, ed e' gli disse : « Va', 'nginocchiati dinanzi a Salardo!» Ed egli cosí fece, e dimandò perdonanza a Salardo. Disse Salardo: « O Fioravante, come non ti vergognasti, non tanto per la barba, quanto per lo dispregio della corona e di me? Tu non sai quanto sangue io e' miei abbiamo sparto per mantenere la vostra schiatta. Ma tu anderai cercando l'altrui terre per mia vendetta; e basti a te ch'io t'ho liberato da morte». E licenziollo.

Capitolo V.

Come lo re Fiorello diede bando a Fioravante suo figliuolo;

e la madre l'armò ; e partissi da Parigi soletto armato.

Lo re Fiorello domandò Fioravante, come Salardo l'ebbe licenziato, e dissegli: «Figliuolo, per lo grande fallo che tu hai fatto, ti comando che, per di qui a tre giorni, tu abbia abbandonato e sia fuori di tutta la fede cristiana a pena della testa; e da tre giorni in lá, se tu sarai preso, io ti farò tagliare la testa dallo 'mbusto». Fioravante gli baciò e' piedi, e tutta la baronia inchinò, raccomandandogli tutti a Dio: non vi rimase nessuno che non piangessi. Quando si partí dal padre e da' baroni, la sua madre lo prese per mano e menollo alla sua camera. Lo re Fiorello fece andare uno bando per tutta la cittá di Parigi che, passati e' tre giorni, ogni per sona che gli dessi preso o morto Fioravante, arebbe dalla camera del re mille marche d'oro, si veramente che s'intenda essere preso o morto nelle terre de' cristiani: ancora allegò nel bando che qualunque persona lo ritenesse o accompagnassi, cadeva nel bando della testa.

Quando la reina seppe del bando, con pianto e con sospiri abracciò Fioravante, e disse: « O caro mio figliuolo, a che partito ti perdo! Ahimè! lassa a me, ch' io non ti rivedrò mai più!». E tutta piena di dolore, tenendolo abracciato, gli disse: «Caro mio figliuolo, da che 'l tuo padre ti fa dar bando, non indugiare, figliuolo, la dipartenza, che sarà al mio core aspro coltello». Ed egli la confortò, pieno di potenza, e disse: «Madre, non temere di quello: armami, madre, e abbi sofferenza. Dammi una buona spada e cavallo bello, che in questa andata, madre, mi dá el cuore d'acquistare fama e onore». Allora la madre gli donò una armadura buona e perfetta a suo dosso, ed ella medesima gliela misse, e missegli una sopravesta verde, la quale significava giovane innamorato; e donògli una spada, la quale i Franciosi chiamavono Gioiosa; e un cavallo gli donò, ch'era chiamato Gioioso. E come fue armato, montóne a cavallo; e la madre gli porse lo scudo, il quale aveva il campo bianco e la croce d'oro; e nel partire inchinò la madre e la compagnia, e partissi collo scudo al collo e colla lancia in mano. La dolente madre rimase tramortita; e ritornata in sé, se n'andò alla sua camera.

Fioravante se ne usci cosí soletto di Parigi: per lo bando del re nessuno nollo accompagnò. Per ventura si mise a 'ndare inverso Balda, non sappiendo però dove s'andassi; e raccomandossi a Dio.

Capitolo VI.

Come Riccieri, primo paladino, andò drieto a Fioravante, e la reina

gli die' una barba d'erba vertudiosa contro a' beveraggi e veleni.

Partito Fioravante, la reina rimase molto addolorata, essendo nella sua camera, pensando dove la fortuna conducerebbe il suo figliuolo, e quanto le pareva essere istrano caso stato quello ch'era addivenuto, e ravvolgendo molti pensieri nell'animo. E mentre ch'ella stava in questi pensieri, giunse el paladino Riccieri; e dimandando di Fioravante, alcuno, che non sapeva che fosse partito, gli disse ch'egli era alla stanza della reina. Riccieri andò a smontare alla stanza della reina, cioè alla porta che andava a quella parte del palagio che stava la reina; e giunto alla camera, trovò la reina che piangeva. Temendo Riccieri che Fioravante non fusse morto, la domandò che era di Fioravante; e la reina, vedendo Riccieri, gli disse: « Oimè, caro fratello, io non so dove si sia: io non ispero più già mai di vederlo» ; e poi gli contò dal principio alla fine tutta la cosa come istava.

Quando Riccieri sentí come Fioravante era partito, domandò la reina che via aveva presa, e certi altri, e quanto era che s'era partito. Saputo questo, disse alla reina: «Non vi date maninconia, ch'io non ristarò mai ch'io lo troverrò». «Omè!», disse la reina, «non fare, imperò che lo re Fiorello ha mandato un bando a pena della testa, che veruna persona nollo accompagnassi né ritenessi; e più mi dolse ch'el mio figliuolo se n'ebbe a 'ndare solo». Disse Riccieri: «Madonna, se lo re mi darà bando, quando Fioravante tornerà, sarò ribandito, imperò che mai non tornerò, ch'ed io lo ritroverrò». E volevasi partire. E la reina si ricordò d'una prieta preziosa ch'ella aveva, la quale aveva questa vertu, che chi l'aveva a dosso, nessuno beveraggio o loppio o altri sughi d'erbe non gli potevono nuocere né tenerlo addormentato. Alcuno libro dice ch'ella fu una radice, ovvero barba d'erba, ch'aveva questa vertu; ma a me pare più verisimile una prieta preziosa, o corno di lioncorno, perché dice ch'era buona contro al veleno; o corno di dragone, ch'è contrario a veleni e a loppio. E diella a Riccieri, e disse: «Io mi dimenticai di dare questa prieta preziosa al mio figliuolo». Ell'era in uno piccolo borsellino. Riccieri se l'apiccò al collo, e mandolla giuso insino in sulle carne; e dissegli la vertu ch'ell'aveva.

Riccieri era armato; e partissi della reina, e andò a montare a cavallo; e apresso domandò el cammino drieto a Fioravante, el quale gli era inanzi di du' ore cavalcato; ma perché Fioravante aveva migliore cavallo, andava più forte che non andava Riccieri.

Capitolo VII.

Come Fioravante patí grande fame, e come deliberò una sua cugina delle mani

di tre saraini che l'avevono rubata, non conoscendo Fioravante chi ella fusse.

Poiché Fioravante fue partito di Parigi, cavalcando entrò per una selva, la quale era tra la Francia e la Dardenna; e non sappiendo tenere el cammino, ismarrí la via; ed entrato per la selva, alla ventura cavalcò due dí e due notti, e abergò nella selva sanza mangiare, e diliberato avia di non tornare adrieto, ma di seguire l'ordine de' cavalieri erranti d'andare alla ventura; e però tolse molto campo a Riccieri. La terza mattina, non trovando abitazione, s'inginocchiò e raccomandossi a Dio, perché la fame colla fatica molto lo noiava; e poiché fu rimontato a cavallo, cavalcando per la selva, vide uno monte, in sul quale egli salí col cavallo per guardare d'attorno s'egli vedesse abitazione; e non vedeva altro che boschi e diverse ruine e valloni scuri. Allora ebbe maggiore temenza che prima. Lamentandosi della sua fortuna, rammentando le ricchezze di Francia, e quanti servi soleva avere, e quanta roba si consumava in corte di suo padre, ed egli non aveva del pane, e stando sopra questo pensiero, egli udì una boce gridare: «Vergine Maria, aiutami!» Fioravante alzò la testa, e udita la seconda boce, imbracciò lo scudo e impugnò la lancia e ispronò il cavallo, e inverso quella boce n'andò. E scendendo del poggio, giunse in su 'n uno prato giuso in uno vallone, e vidde uno saraino ch'aveva una damigella per lo braccio, e battevala con uno bastone; e Fioravante saltò nel prato in quella, e quello saraino lasciò la damigella. Ella vide prima Fioravante ch'el saraino; e per ch'ella vide la croce nello scudo, cominciò a correre verso lui gridando: «Cavaliere cristiano, abbi piatá di me, misera cristiana assai di gentile legnaggio!» E quello che l'aveva battuta, le correva drieto. Fioravante disse: «Donna, non aver paura, che, se fussino cinquanta come egli è uno, non ti faranno oltraggio». Disse quello saraino: «Tosto ha' tu trovato amadore!»; e disse verso Fioravante: «Cavaliere, va' alla tua via, e lascia stare questa damigella; se non tu proverrai la morte». «Molto m'hai di leggere morto!» disse Fioravante. «Ma a me incresce che tu non se' meglio armato e con più compagnia, che mi fia vergogna a combattere teco. E veramente ti lascerei inanzi che combattere, ma questa damigella mi s'è raccomandata, e vergogna mi sarebbe a nolla aiutare, se tu non hai migliore ragione di lei.» El saraino, adirato, corse all'alloggiamento, dov'erono altri suo' duo compagni, e montò a cavallo, e con una lancia in mano tornò contro a Fioravante, il quale, quando lo vide venire, cominciò a ridere, e disse: «Costui vorrà pure morire!» Egli assalí Fioravante colla lancia arrestata, e diegli in sullo scudo; ma Fioravante aveva la lancia sotto mano, e ficcogliela per lo petto: e 'l saraino cadde morto.

E Fioravante corse insino a mezzo 'l prato, e vidde una piccola trabacca, ed eravi du' altri saraini: l'uno volgeva un grande pezzo di carne al fuoco, e l'altro montava a cavallo gridando: «Traditore! tu hai morto el nostro compagno; ma tu l'accompagnerai allo 'nferno». E assalillo. Fioravante uccise lui come el compagno; e quello che volgeva l'arrosto lasciò ogni cosa e cominciò a fuggire, vedendo morti amendua i compagni. Fioravante, per non lasciare la damigella soletta, tornò a lei, e insieme andorono alla trabacca, e smontò da cavallo, e cavossi l'elmo di testa. E la donzella disse: «O nobile cavaliere, quanto ho io da lodare Iddio, che t'ha mandato in queste parte e hammi campato da tanto vitupero! E però fa' di me quello che t'è di piacere; ma prima ti priego che tu oda la mia disavventura, acciò che tu non dispregi cavalleria». Fioravante l'abracciò e baciolla, e disse: «Damigella, non temere, ch' io non brutterò el tuo onore né 'l mio. Io ti priego, perché ho grande bisogno, se ci è niente da mangiare, che tu n'arrechi». Ella prestamente trovò del pane e uno barlotto di vino, e tolsono la carne ch'era arrostita al fuoco mezza cotta, e mangiò Fioravante e la damigella a loro piacere. E mangiando, la damigella disse: «Cavaliere, non ti maravigliare perché io, tapinella, sia condotta in questo luogo. Sappi che mio padre è 'l re di Dardenna, e la cagione che m'ha condotta in questa parte fu questa. Il mio padre ha fuora di Dardenna uno giardino presso alla terra a uno miglio, al quale fa oggi tre giorni che io con molte damigelle v'andai. El mio padre fa guerra con uno re che ha nome Balante di Balda; e certi della gente di Balante corsono la mattina insino alle porte di Dardenna, che s'erano la notte messi in agguato; e presono il giardino, e furono prese tutte le mie compagne, e menate chi in qua, chi in lá; e io, tapinella, fui presa da questi tre saraini. È poco fa che noi giungnemmo in questo lato; e quando voi giugnesti, pure allora avevano fornito di tendere questa trabacca, sicché non è quattro ore che giugnemmo qui; e giucorono per sorte chi di loro mi dovessi torre la mia verginità; e toccò a quello che voi prima uccidesti. Ed io mi raccomandai alla divina Donna e madre de' peccatori, ed ella m'assaldí e' miei prieghi. Sempre ne sia ella ringraziata, ch'io non ho perduto l'onore né la verginità mia, e voi m'avete tratto di tanto vitupero; e però tutta mi do a voi. Ora avete saputo in che modo io sono capitata in questo luogo.» Fioravante la confortò e disse: «Da me non temere, ch' io prometto a Dio e a te di rimenarti giusta mia possanza al tuo padre pura e netta come io t'ho trovata».

E quando ebbono mangiato, Fioravante prese uno de' cavagli de' morti saraini, e misevi su la damigella, e poi montò a cavallo, e raccomandossi a Dio. La damigella lo menò per la via ch'avevono fatta quegli saraini al venire, e cosí lo trasse di quella selva. E Fioravante la domandò com'ella aveva nome. Rispose: «I' ho nome Uliana; ma voi, cavaliere, come avete nome?» Rispose: «I' ho nome Guerrino». E tramutò nome per non essere conosciuto ch'egli era suo cugino.

Capitolo VIII.

Come Fioravante combatté con Finaù, e come fu preso e tratto

fuori di strada e menato in uno casolare disfatto,

tra certe muraglie vecchie, e legato a una colonna.

Cavalcando Fioravante con questa damigella, arrivò presso a Balda a tre miglia, e scontrò in sulla strada uno cavaliere armato, el quale era figliuolo del re Galerano di Scondia, fratello del re Balante, sicché Balante era suo zio, e aveva nome Finaù. Questo era il più franco saraino di quello paese e 'l più superbo; e veduto Fioravante, egli si fermò nel mezzo della strada. Egli era solo, e disse: «Cavaliere, donde se' tu?» Fioravante rispose: «Io sono del reame di Francia». Disse Finaù: «Com'hai tu nome?» Rispose Fioravante: «Ho nome Guerrino». «Dove meni tu questa damigella?» disse il saraino. Fioravante rispose: «A casa del suo padre». « Per mia fe'», disse Finaù, «che tu nolla menerai più avante, ched io la voglio per la mia persona. E perché tu se' sí bello cavaliere, ti voglio risparmiare la morte, e va' a tuo viaggio». Disse Fioravante: «Per mia fe', ch' io voglio inanzi morire, che chiamarmi la vita da te. Ho giurato a questa damigella prima morire che abbandonarla; e per questo tu nolla puoi avere se nonne per la punta del coltello; e inanzi che tu l'abbia, credo ch'ella ti costerà cara». « Come! » disse Finaù, «credila tu difendere? Che se tu fussi venti come tu se' solo uno, non la difenderesti». Fioravante disse: «O tu ci da' la via, o tu ti difendi». Finaù lo sfidò, e presono del campo, e minacciava di farlo morire e farlo mangiare a' cani, e lei fare vituperare per le stalle». La donna smontò da cavallo, e inginocchiossi, e pregava Iddio che aiutassi el suo campione. Eglino ruppono le lance, e colle spade in mano tornò l'uno verso l'altro. Molto si maravigliò Finaù che Fioravante non era caduto, e gridando disse: «O cavaliere, di te m'incresce, perché se' giovanetto. E non pensare durare a questa spada; nulla armadura da lei si può difendere: questa spada si chiama Durlindana ». La damigella tremava di paura vedendo la spada e udendo le parole. Fioravante rispose: « O saraino, tu non hai el vantaggio che tu credi: questa, ch' i' ho in mano, si chiama da' cristiani Gioiosa, e però ti difendi, che ti fa grande mestieri». E detto questo, mosse il cavallo e diegli un grande colpo in sull'elmo. Finaù assalí Fioravante e un grande colpo gli rendé. Fioravante tutto intronò, e disse: «O vero Iddio, aiutami contro a questo cane, nimico della tua fede!» E strinse la spada, e percosse Finaù di tale forza, che gli tagliò tutto il cimiere e molti adornamenti dell'elmo gli levò. E tutto intronò Finaù, e molto si maravigliò, e con grande ira percosse Fioravante: l'uno percoteva l'altro tagliandosi l'arme e gli scudi. E durò el primo assalto per ispazio di mezza ora, e l'uno e l'altro era molto affannato. Finaù aveva due piaghe e perdeva molto sangue; e pigliando alquanto di lena, iscostati co' petti de' cavagli e colle spade in mano, stavano saldi. Disse Finaù: «Cavaliere, qual tu ti sia, non so; ma ben ti puoi vantare di quello che non potè mai altro cavaliere, avermi tanto durato inanzi a questa spada; ma pure alla fine ti converrà morire, imperò che, benché tu vincessi me, tu non potrai campare da quegli del paese. E però ti consiglio che tu lasci questa damigella, la quale tu non potrai difendere». Disse Fioravante: «S'io vinco sopra di te, poco farò conto de' villani; la qual cosa non può mancare, perché la mia fe' è migliore che la tua. Ma se tu se' gentile cavaliere, perché fai forza a quegli che passano per la via? Lasciami andare colla mia compagna, e non volere combattere contro alla ragione». Disse Finaù: «Io sono signore di questo paese, e chi entra nell'altrui regno, conviene fare quello che vuole il signore; e però non ti fo torto». Disse Fioravante: «Com'hai tu nome, che di' d'essere signore di questo paese?» Rispose: «Io ho nome Finaù, figliuolo del re Galerano; e però mi da' questa donna, e va' al tuo viaggio». Disse Fioravante: «Ora vedrai, s'io te la darò» ; e strinse la spada, e corse sopra a lui, e aspramente lo ferì, e Finaù feriva lui. All'altro colpo Fioravante gli ruppe la visiera, e fegli gran piaga; e veramente Finaù aveva il piggiore della battaglia, e arebbe perduta la battaglia con Fioravante, se non fussi il caso che 'ntervenne.

Egli era passata nona, che lo re Galerano, padre di Finaù, essendo a Balda e avendo mangiato, andò a dormire; e come fu addormentato, gli apparí in visione Finaù, che chiamava soccorso e combatteva con uno lione, e 'l lione l'aveva in più parte addentato e morso. El padre lo soccorreva; e vinto el lioncello, un altro lione appariva, che uccideva il figliuolo e molti altri, e poi si volgeva a lui. E fu sí grande la paura, ch'egli si destò gridando daddovero ad alta boce. La gente trasse al romore, ed egli addimandò Finaù, suo figliuolo; e fu cercata tutta la corte e la cittá; e non trovandolo, disse lo re Galerano: «Egli è morto, o egli è presso alla morte: armatevi e cercate di lui ». Allora corse tutta la corte al l'arme, e uscirono fuori della cittá da ogni parte; e abatteronsi a uscire da quella porta, dond'era uscito Finaù, tre cavalieri armati colle lance in mano. E tanto cavalcorono, che giunsono dove combattevono; e vedendo che Finaù aveva el piggiore della battaglia, corsono addosso a Fioravante colle lance in mano, e gittorollo da cavallo; e poi smontarono, e con loro Finaù, e per forza presono Fioravante, e legarogli le mani di drieto, poi che l'ebbono disarmato, e presono di quegli tronconi dell'aste, e bastonarono.

Finaù prese la damigella, e gittossela con vituperoso modo sotto nel mezzo della strada. Uno di quegli cavalieri gli disse: « O signore, non fare per tuo onore. Andiamo qui fuori di strada, che ci è uno casamento disfatto, che vi fu già uno castello; e quivi farai la tua volontà». E uscirono di strada, e menaronne Fioravante e la damigella e tutti i loro cavagli: e legarono Fioravante a una colonna in un cortile, che non potevano esser veduti, ed erano fuori di strada circa a dugento braccia, e cominciarono a disarmarsi, e avevono portato quivi l'arme di Fioravante. Essendosi disarmati, due cominciarono a disarmare Finaù per fasciargli le piaghe che sanguinavono; e l'altro tolse una verga verde, e dava a Fioravante nelle gambe e su per le braccia, ond'egli traeva gran guai. La damigella stava ginocchioni piangendo colle mani verso il cielo, pregando Iddio che gli soccorressi: e' porci saraini la minacciavano con vituperose parole, e parte si disarmavono, e disarmavono Finaù.

Capitolo IX.

Come Riccieri uccise quello saraino ch'era fuggito a Fioravante nel bosco,

e come ritrovò Fioravante legato, e uccise Finaù, e liberò Fioravante.

Torna la storia al paladino Riccieri, che, partito dalla reina, cavalcava drieto a Fioravante, e per molte ville del paese lo seguiva; e domandando, trovato il bosco, dov'era entrato Fioravante, lo seguitava alle pedate del cavallo con poco riposo, dubitando più di Fioravante che di sé. El terzo giorno capitò in sul poggio dove si fermò Fioravante; e cosí si fermò ancora Riccieri, pregando Iddio che gli dessi grazia di ritrovarlo. E cosí stando, sentí uno lamentare e piangere. Riccieri mosse el cavallo verso quel pianto, e giunse in sul prato dove Fioravante aveva campata la damigella e morto i due saraini, e vidde uno sopra' due morti che piangeva. Riccieri lo salutò e dimandollo: «Sarebbeci passato un cavaliere con una sopravesta verde e uno scudo bianco con una croce d'oro nello scudo?» Quello saraino no gli rispose insino che non fu a cavallo montato, e poi rispose e dissegli: «E' ci passò, ed hammi morti questi mia compagni, e tolseci una damigella; ma, per lo iddio Balain, che quello ch'io non potè' fare a lui, ch' io lo farò a te!». E spronò el cavallo contro a Riccieri, dicendo: «Traditore famiglio, tu porterai le pene del tuo signore». Riccieri se ne rise, e riparò el colpo in sullo scudo, e poi gli disse: «Compagnone, non fere, se tu non vuoi morire». El saraino prese ardire, e tratta la spada, gli tornava a dosso. Riccieri non potè più comportare, e colla lancia sopra mano gli die' nel petto e diegli la morte; e poi se n'andò a quella trabacca, e trovato del pane, un poco mangiò, e poi seguitò drieto alle pedate de' cavagli di Fioravante e della damigella.

E giunto dove Fioravante aveva combattuto, trovò el pennoncello della lancia e la cavezza del cavallo di Fioravante e molti pezzi d'arme. Fermossi, e disse: «Qui è stata battaglia». E diceva: «O Iddio, che sarà addivenuto di Fioravante?»: e volevasi affrettare di cavalcare. In questo egli udì gridare una boce. Riccieri si fermò e pose orecchi, ed egli udì gridare: «Misericordia, Iddio!». «O me,» disse Riccieri, « che quello è Fioravante!». E spronò el cavallo verso quello castellaccio disfatto, e vide Fioravante legato, e vide questi tre che si disarmavano, e quello che dava a Fioravante, ma non potè vedere la donna. Riccieri si raccordò che Fioravante s'era vantato di combattere con cento cavalieri. Disse Riccieri tra sé medesimo: « Costui non è Fioravante; e s'egli è desso, non è figliuolo del re Fiorello, che s'è lasciato pigliare a quattro ribaldoni». E volse el cavallo alla strada, e lasciollo stare, e tornò insino alla strada, e vide tanti pezzi di lance rotte. Allora si ricordò di quello ch'aveva promesso alla reina, e ritornò per aiutare Fioravante; e come lo vide, si pentì e tornò alla strada; e rivedute le lance, disse: «O lass'a me, che, quando si saprà che tre volte andai dal castello alla strada, ognuno dirá ch'io l'abbi fatto per paura!» Allora imbracciò lo scudo e impugnò la lancia, e toccò di sproni el cavallo; e giunto a quello casolare, saltò drento e misse un grido, e colla lancia sopra mano percosse Finaù, e passollo dall'altra parte, e gittollo morto a terra. E tratta la spada, uccise due de' compagni; el terzo s'affrettò e salì in sul cavallo, e cominciò a fuggire. Allora Riccieri sciolse Fioravante, il quale non parlò niente a Riccieri, ma egli prese la spada di Finaù, e montò sopra a Gioioso, suo buon cavallo, e corse drieto a quello che si fuggiva; e giuntolo, gli partì per mezzo la testa insino al petto, dicendo: «Tu proverrai se Durlindana taglia». E ritornato a Riccieri, vi fu grande allegrezza. Fioravante molto lo ringraziò, e l'uno disse all'altro la sua ventura. Quando Riccieri udì com'egli era stato preso, si dolse molto perché nollo soccorse la prima volta. Fioravante voleva dare Durlindana a Riccieri, ma egli nolla volle; e Fioravante gli donò Gioioso. E riarmati, montorono a cavallo. Uliana molto ringraziò Iddio che l'aveva mandato soccorso e campato da tanta fortuna. Riccieri, udito che Fioravante si chiamava Guerrino, si chiamò per nome Buonservo; e presono loro cammino verso Dardenna, passando il terreno di Balda, e non andorono alla cittá.

Capitolo X.

 Come Fioravante e Riccieri furono ingannati da uno briccone

con beveraggio, e uccisollo, e' vannosene verso Dardenna.

Andando verso Dardenna, trovarono molte villate arse e guaste per la guerra; e la sera albergarono in una villa abbandonata, e non ebbono che mangiare. La mattina di buon'ora montarono a cavallo, e insino a nona cavalcarono sanza mangiare o bere per lo paese abbandonato. E uno briccone ladrone, vestito come pellegrino, gli vide da lunge, e posesi a una fonte d'acqua chiara, ch'era allato alla strada, e tese in su l'erba un pezzo di mantiletto, e posevi suso pane e carne cotta; e quando costoro giunsono, disse «Bene vada quella compagnia! Piacerebbevi di mangiare meco uno boccone?» Fioravante aveva fame, e disse: «No' faren teco colezione». Ed ismontati tutti e tre, e lavato le mani, cominciarono a mangiare. E mangiato alcuno boccone, disse Fioravante: «Ha' tu niente di vino da bere?». E quel briccone si dicinse da lato uno barlotto, e diede bere a Fioravante e poi a Riccieri. E poco stettono che amendue caddono addormentati in sul prato, perché quello era beveraggio aloppiato. Subito quello briccone trasse la spada da lato a Fioravante, e, cavato loro l'elmo, prese la spada, e disse verso Uliana: «Damigella, ora ti goderà la mia persona, ch' io n'ho tanti morti a questa fonte, ch'io sono ricco; e per godere la tua persona non volli dare a te del beveraggio»; e alzava la spada per tagliare loro la testa. Disse Uliana: «Se tu ami la mia persona, no gli uccidere; ch'io prometto a Dio che se tu gli uccidi, ch'io me ucciderò, e se tu gli rubi e lascigli stare, io t'amerò più che uomo del mondo». Per questo il ribaldo gli disarmò, e tolse loro l'arme e' giubberegli e le calze, e lasciògli in camicia e in brache, e misse ogni cosa in su 'n un cavallo, e fece montare la donna in sull'altro, ed egli montò in su Gioioso, e prese la sua via verso Balda. Disse la donna: «Per Dio, andiamo verso Dardenna!». El malandrino non volle. La donna aveva grande ira e dolore, e temeva la morte, perch' e' s'aveva cinte amendune le spade. E cavalcando, la donna disse: «Andiamo piano, ch'io sono grossa.» Disse el ribaldo: «Noi possiano andare a bell'agio, che sarà domattina terza, inanzi che si risentino niuno di loro ». E cosí andarono a bell'agio.

Gli duo cavalieri, che dormivano, non sanno com'eglino stanno. Riccieri aveva la borsa, che gli die' la reina, al collo sotto la camicia, e per ventura el malandrino non' aveva veduta; onde Riccieri per la vertu della pietra non poteva dormire e rivolgevasi in qua e in lá, tanto che cadde in una fossa d'acqua che era a pie' della fonte, e per questo si destò. Ed ha el loppio questa vertu, che, come l'aloppiato si desta, el loppio ha perduta la sua vertu, e per quella volta non può fare più addormentare. Quando Riccieri fu desto e pose mente a sé e al compagno, si raccordò della prieta che la reina gli aveva data, e trassela del borsellino, e missela in bocca a Fioravante, il quale poco stette che si risentí. Disse Riccieri: « No' siamo due be' campioni!». E disse «Omè! come faremo noi?» Rispose Fioravante: «Pur male, imperò ch'io penso che noi abbiano dormito da ieri in qua». Disse Riccieri: «E' non può essere, imperò che tua madre mi die' una prieta preziosa, ch'è buona a questo beveraggio». Fioravante si rallegrò, e disse: «Adunche e' son poco lontani». E pose mente alle pedate, e disse: «E' vanno verso Balda. Venite drieto a me, e io correrò ». E cosí fe': e poco andò che gli vide. La damigella spesso si volgeva; e veduto Fioravante, disse al briccone: «I' ho grande volontà di baciarvi». El ribaldo credette ch'ella dicessi davvero, e accostossi a lei, e abracciolla, ed ella abracciò lui, e strignevalo forte, e gridò: «Venite tosto, cavalieri, ch'egli non può fuggire». Fioravante s'affrettò di correre, e 'l ribaldo si scoteva, ma ella nollo lasciò imperò; e' cavagli si discostorono, e per questo caddono amenduni a terra de' cavagli: ella nollo lasciò per questo. Intanto Fioravante giunse, ch'aveva tolto campo a Riccieri, perch'era più giovane, e posegli Fioravante le mani a dosso, e disse: «Donna, lascialo a me». E subito lo spogliò, e col pomo della spada l'uccise. Riccieri giunse, e armoronsi, e montorono a cavallo, e molto lodorono Iddio, e presono loro cammino verso Dardenna (e mentre che Fioravante vivette, si rideva della beffe di questo paltoniere, quando se ne ricordava); e cavalcando passorono molti paesi abbandonati.

 Capitolo XI.

 Come Fioravante e Riccieri combatterono col re Mambrino, nipote

del re Balante; e Tibaldo di Lima gli soccorse con mille cavalieri,

e fu riconosciuta Uliana, e verso Dardenna n'andarono.

Quella mattina che Fioravante e Riccieri giunsono presso a Dardenna, avevono e' saraini fatto una correria a Dardenna sotto el conducimento del re Mambrino, figliuolo del re Balugante di Scondia, fratello che fu di Balante e del re Galerano; e furono cinquemila saraini. E tornando colla preda di bestiame e di prigioni, Fioravante fu il primo che gli vide e udì el romore, e disse a Uliana: «Che gente sarà questa?» Ed ella, come gli vide, disse: « O lass'a me, che sono saraini! Allora la nascosono in una gran boscaglia di spine, ch'era presso alla strada, ed eglino s'allacciorono gli elmi in testa, e colle lance in mano si feciono contro a' nimici. E' saccomanni, che gli vidono, si feciono loro assalto, ed eglino si difendevano francamente. Intanto giunse lo re Mambrino, e fe' ristare la battaglia, e domandò chi egli erano e donde venivano. Risposono ch'erono franciosi e che andavono alla ventura. E favellando lo re Mambrino con loro, riconobbe la spada di Finaù suo cugino, e disse a Fioravante: «Questa spada dond'hai tu avuta? Ella mi pare la spada del mio fratello Finaù». Disse Fioravante: «Io l'acquistai per battaglia d'uno cavaliere con ch' io combatte'»; e narrolli el nome del cavaliere, e 'l dove e come Finaù era morto. Allora lo re Mambrino gridò a' sua cavalieri che lo uccidessino; e furono a gran pericolo, ed eglino francamente si difendevano. Delle prodezze di Fioravante molto si maravigliava Riccieri; ma pure sarebbono per la moltitudine periti; ma per lo romore ch'era stato a Dardenna, uno barone del re Fiore, ch'aveva nome Tibaldo di Lima, era corso al romore con mille cavalieri, e giunse alle mani con questa gente, e cominciò con loro aspra battaglia. E giunto Tibaldo nella zuffa, vide lo re Mambrino che si affaticava molto di fare morire li dua cavalieri, e vide agli scudi ch'egli erano cristiani, e come francamente si difendevano. Tibaldo si misse in loro aiuto, e la sua gente francamente lo seguiva, e sempre di verso Dardenna giugneva gente. Questo romore impaurí per modo e' saraini, che lo re Mambrino cominciò a fuggire dinanzi a Tibaldo; e uscendo di via con alquanti compagni, cosí fu abbandonata la battaglia ch'era dintorno a Riccieri e a Fioravante. Fuggendo lo re Mambrino fuori di strada, vidde la bella Uliana, e corsono verso lei, e presonla, e per forza ne la menavano; ma essendo libero Fioravante e Riccieri, allora Tibaldo e Fioravante e Riccieri, rompendo e uccidendo e' nimici da ogni parte, gli mettevano in volta. Fioravante vidde che molti fuggivano per quello luogo dove avevano nascosa Uliana: egli spronò il cavallo verso quella parte. Riccieri lo vidde, e andò presso a lui; Tibaldo, confortando la sua gente, seguitò la traccia. Fioravante e Riccieri per forza di cavalli tanto seguitarono, che giunsono il re Mambrino: Fioravante cominciò la battaglia con lui, e Riccieri con l'altra gente. Giunse in questo Tibaldo, e assalí lo re Mambrino, che combatteva con Fioravante, e qui l'uccisono: non fu certo chi di loro l'uccidesse, perché Fioravante dava l'onore a Tibaldo, e Tibaldo a Fioravante. E cosí furono sconfitti li saraini e racquistata Uliana. Ella era tanto trasfigurata, che Tibaldo nolla conosceva. Poiché Tibaldo ebbe raccolta sua gente, fece grande onore a' due cavalieri, domandando chi egli erano. Risposono ch'erano cavalieri di Francia, « e andiamo cercando nostra ventura»; e come avevano trovata questa donzella, e dove e come avevano morto Finaù, figliuolo del re Galerano di Scondia. «E questa è la sua spada», disse Fioravante; «e io ho nome Guerrino, e il mio compagno ha nome Buonservo, e questa damigella è Uliana, figliuola del re Fiore di Dardenna». Quando Tibaldo sentí che questa era Uliana, ebbe grande allegrezza e grande dolore; allegrezza ebbe, perché ella era ritrovata e tornava dal suo padre, il quale per lo tempo passato l'aveva promessa a Tibaldo per moglie; e dolore aveva, perché pensava che 'l padre la daria a questo Guerrino, che l'aveva racquistata; pure tenne celato il suo pensiero. Nondimeno fece loro onore, e venne con loro verso la cittá. El re Fiore aveva mossa gran gente della cittá, e seguiva e' saraini; ma quando sentí ch'egli erano rotti per Tibaldo, s'era tornato drento alla cittá: e ponevasi a tavola per mangiare, quando costoro entrarono nella città.

Capitolo XII.

Come Fioravante e Riccieri e Tibaldo di Lima presentarono Uliana

al padre, re Fiore di Dardenna; e la grande allegrezza;

e come la maritò a Tibaldo con parola di Fioravante.

Entrati e' tre baroni nella città, andorono a smontare al reale palazzo. Fioravante e Riccieri presono Uliana in mezzo di loro due e salirono le scale; e giunti dinanzi al re, Uliana s'inginocchiò, e cosí tutti gli altri; ella lo salutò con grande riverenzia. Quando il padre la vidde, pianse d'allegrezza, e corsela a bracciare. La novella andò a Florinda, sua madre, che fu figliuola del re Misperio di Scondia, ed era sorella di Balante e di Galerano: ella venne in sala. L'allegrezza vi fu grande; ella l'abracciava e baciava piangendo di letizia, ella domandando e Uliana rispondendo. Tibaldo fu il primo che disse al re tutta la cosa come Fioravante aveva detto a lui, e la morte di Finaù e del re Mambrino, e la loro franchezza.

Di questo fu molto contento il re Fiore e tutta la corte, perché molto era temuto Finaù e 'l re Mambrino. Allora disse Tibaldo: «Santa Corona, parola di re non dee mentire. Voi mi promettesti Uliana per mia sposa: ella è tornata per la grazia di Dio e di questi cavalieri.» Disse il re: « Tu di' vero, ma io farei torto a questi cavalieri che l'hanno racquistata. E per tanto, se questo Guerrino lo vorrà, egli è ragione che ella sia sua, e però io voglio prima parlare». E posonsi a mangiare; e poi ch'ebbono mangiato, lo re e' baroni feciono grande onore a Fioravante e a Riccieri, non conoscendo chi egli erano, e apresso gli domandò s'egli era di loro piacere che darebbe a Guerrino la sua figliuola per moglie, e in quanto che loro non la volessino, la darebbe a Tibaldo di Lima. Disse Fioravante: «O franco re, a me non si confá una gentile donna, però ch' io sono figliuolo d'uno borgese di Parigi, ed ècci molto a grado che voi la diate a Tibaldo, valentissimo barone». Lo re chiamò Tibaldo, e diegli la figliuola per moglie. E la terza notte s'accompagnò con lui, e ingravidò in uno figliuolo maschio, che ebbe nome Ugone lo Fiero, e fu uno franco cavaliere; e levò Tibaldo l'odio che aveva a Fioravante per Uliana.

Aveva lo re Fiore due figliuoli, valenti d'arme, e l'uno aveva nome Lione e l'altro Lionello, e grande onore facevano a Guerrino e a Buonservo. Lo re Fiore, avendo inteso le prodezze de' cavalieri, immaginò di trarre a fine la sua guerra con Balante e con Galerano, suoi congiunti, fratelli della reina.

Capitolo XIII.

Come Fioravante fu fatto capitano della gente del re Fiore;

e dello odio che gli portava Lione e Lionello,

e 'l tradimento ch'eglino ordinorono col re Balante.

Essendo passata la festa della tornata d'Uliana e delle nozze fatte per Tibaldo, lo re Fiore ragunò in una camera e' suoi figliuoli e Tibaldo di Lima e certi altri, dicendo loro: «Noi abbiamo nella nostra corte due cavalieri, e' migliori di questo paese. A me parrebbe che voi con loro insieme andassi al nostro castello di Monault con diecimila cavalieri a fare la guerra francamente contro a' nostri nimici». E a questo s'accordorono. El re Fiore mandò per lo franco Guerrino e per Buonservo, e parlò loro di questa guerra. Fioravante e Riccieri molto si rallegrarono di questa impresa. Lo re fece Fioravante capitano di cinquemila cavalieri, e Tibaldo di Lima fece capitano d'altri cinquemila, e con loro mandò Lione e Lionello al castello detto Monault, ch'era presso a Balda a dieci miglia.

Lione e Lionello, addolorati della capitaneria data a Fioravante e a Tibaldo e non a loro, come investigati dal dimonio, cominciorono a odiare prima el loro padre, e poi Fioravante e Tibaldo; e come giunseno a Monault, entrarono insieme loro due in una camera del loro alloggiamento; e l'altra gente tutta era alloggiata, perché il castello era molto grande e bene fornito di vettuvaglia, e i capitani furono alloggiati in uno grande palazzo. Essendo disarmati li due fratelli Lione e Lionello, mandorono li loro famigli fuori della camera, mostrando di volere posare; ed essendo soli, disse Lione verso Lionello: «O carissimo fratello, non vedi tu quanto poco amore nostro padre ci porta? Che ci ha tolto l'onore e datolo a uno strano; e noi, che doverremo essere ubiditi, siamo vassalli, e non sappiamo di cui. Per la quale cosa, se tu farai a mio senno, noi gli renderemo simile merito, e uccideremo questi capitani, e daremo questo castello allo re Balante e al re Galerano, i quali sono nostri zii, fratelli della nostra madre. Eglino non hanno più figliuoli maschi, però ch'è morto lo re Mambrino e Finaù; e per avventura potremo ancora essere loro erede dopo la morte loro». Lionello acconsentí e rispuose: «Pienamente, fratello mio, io sono contento». E accordati di fare questo tradimento, Lione chiamò uno suo sagreto famiglio, e fecegli giurare per sagramento tenere segreto quello che egli gli dirá e fare il suo comandamento. Il famiglio cosí giurò di fare. Disse Lione: «Vattene istanotte a Balda al re Balante, mio zio, e da nostra parte lo saluta, e dagli questa lettera». El famiglio la notte si partí segretamente. Lione e 'l fratello vennono al palagio di Tibaldo; e aveva Tibaldo udito da certi come Lione e Lionello erano malcontenti che Guerrino e Tibaldo erano loro capitani; e giunti dinanzi da lui, gli vidde turbati: domandò della cagione. Rispose Lione: «Abbiamo un poco dormito»; e in tutti e' loro atti mostravano l'odio e lo sdegno. Tibaldo cominciò a temere di loro e a non si fidare di loro: nondimeno faceva di sé buona guardia, e disse a Fioravante ch'egli avesse cura della sua persona, ma non gli disse la cagione. E poi che la sera fu dato l'ordine alle guardie, andarono a cenare e al tempo andarono a dormire.

El famiglio andò la notte a Balda al re Balante, e fecegli l'ambasciata, e diedegli la lettera. E quando Balante ebbe la lettera in mano, la lesse; e mandavano a dire li due traditori: «Carissimi zii, a voi ci raccomandiamo, e preghianvi che noi vi siamo raccomandati» ; e dicevano l'oltraggio che aveva fatto loro il loro padre, che di signori gli aveva fatti vassalli d'uomini strani; «e pertanto, se voi ci volete accettare per vostri figliuoli, noi rinneghereno la fede de' cristiani, e darenvi Monault, e arete vinta la guerra. Rispondetemi per vostro famiglio sott'ombra di domandare la pace, acciò che Tibaldo non se ne avegga». Lo re Balante chiamò Galerano, suo fratello; e mostratogli la lettera de' nipoti, onorarono molto il messo, e subito rispuosono per loro famiglio che gli avevano molto cari e ch'eglino dessin l'ordine come e quando. E il messo giunse la mattina nel castello di Monault, e trovato Lione e Lionello in su la piazza armati, el messo diede loro due lettere: l'una fu uno piccolo brieve, l'altra fu palese (ma non il breve), la quale lettera addimandava di fare pace. Tibaldo giunse in piazza, e subito vidde la divisa del re Balante indosso al famiglio, ed egli s'accostò a Lione e disse: «Che ha a fare qui il famiglio di Balante?» Rispuose Lione: «Leggi la lettera. Manda a dimandare accordo, ma io gli rispondo che la pace faranno le nostre spade.» Disse Tibaldo: «Io ti priego che tu guardi che non ci sia altra trama, e abbia riguardo al tuo onore e al tuo vecchio padre». Tibaldo temeva di tradimento, ma per non fare traditore il sangue reale, non si dimostrò. Lione rispuose al famiglio a bocca e diegli commiato, ma la notte mandò un altro famiglio, e rispose per un altro brieve al re Balante, el quale fece raccogliere molta gente, e la terza notte venne a campo a Monault. E menò lo re Galerano con quaranta migliaia di saraini, e giunse in sul mattino, e aveva ordinato che nessuno romore né stormento non si sentisse nell'oste; e posesi a campo in quella parte dove il tradimento era ordinato.

In questa sera medesima Tibaldo aveva detto a Fioravante che facessi attendere a buona guardia; e Fioravante, perché lo vide sollecito e leale, gli disse chi egli era e chi era Riccieri, e puosegli in segreto per lo bando che aveva ricevuto dal padre. Per questo molto l'amava Tibaldo, chiamandolo signore.

Capitolo XIV.

Come Lione e Lionello diedono al re Balante Monault a tradimento,

e come Fioravante e Riccieri furono presi.

Essendo la notte Lione e 'l fratello andati alla guardia, avevano iscambiato Tibaldo, il quale, sendo tornato al suo alloggiamento, comandò alla sua gente che non si disarmassino, come colui che dubitava; ed egli medesimo si gittò a dormire coll'arme indosso. Era già passato i dua terzi della notte, quando le scolte di fuori feciono sapere che gente era giunta di fuori e accampati molto chetamente. Allora disse Lione alla gente ch'erano con lui: «Io voglio andare a sentire che gente è questa, s'io potrò, segretamente ; e voi attendete a buona guardia.» Disse Lionello: «Io voglio venire con teco». E cosí andarono fuori, e menarono dua iscudieri. Come giunsono nel campo, amazzarono questi dua famigli, e andorono dov'era Balante, che gli aspettava. E' fece loro grande onore, e giurarono d'attenere la promessa l'uno all'altro, come per lettera s'avevano iscritto; e fecionsi dare tre prigioni e certe some di carriaggio; e tutte le sopraveste si stracciarono per mostrare avere fatto battaglia. Colle ispade in mano sanguinose tornarono al castello, con ordine che 'l re Balante con diecimila cavalieri venisse apresso di loro, e re Galerano con tutto il resto apresso al re Balante; e giunti alla porta, fu aperto a' dua traditori. Come furono dentro, chiamarono le guardie ch'erano in sulla porta, e donorono loro queste some, e dissono loro ch' e' dua iscudieri ch'andarono con loro erano istati morti nella zuffa. Comandarono a certi caporali ch'andassino a torno destando le guardie, e isforní la porta, quanto potè, di gente. E quando gli parve il tempo, calò il ponte, e apersono la porta, e cominciorono a gridare: «Viva il re Balante, e muoia i traditori capitani!» Per questo Balante entrò sanza contrasto nel castello, uccidendo ogni gente che iscontravano. E' traditori corsono alla camera di Fioravante e di Riccieri, e assalirogli nel letto; e non si poterono difendere, e presongli, e a pena lasciarono loro i farsettini, e scalzi e sanza niente in capo gli menarono inanzi al re Balante e a re Galerano, dicendo: «Ecco uno de' capitani!» E vedendo lo re Galerano sí bello cavaliere com'era Fioravante, gli domandò pella sua fe' che gli dicessino chi egli erono. Rispuose ch'eran di Francia; e cosí disse Riccieri. Non gli domandò d'altro, e comandò che fossero menati a Balda e messi in prigione nel fondo d'una torre. Tibaldo, sentendo il romore, corse alla piazza, e non potè riparare a tanta moltitudine, onde egli fuggì con tremila cavalieri: l'avanzo gli fu morto, e 'l castello rubato e messo a fuoco e arso e disfatto insino a' fondamenti e ispianato. E fatto questo, lo re Balante e 'l re Galerano tornorono colla loro gente a Balda, e tenevano Lione e Lionello per loro figliuoli, i quali rinnegarono la fede di Cristo e adoravano Bilis e Balain, idoli falsi, come i saraini.

Capitolo XV.

Come Drusolina e Galerana innamorarono

di Fioravante e Galerana morí di dolore.

Riccieri, primo paladino di Francia, e Fioravante furono inessi in prigione nel fondo d'una torre a Balda. Ed era in quello tempo tra' signori usanza, quando alcuno cavaliere era preso in fatti d'arme, che le chiavi della prigione si davono a guardia alla più giovine damigella della corte, cioè del parentado di quello signore che l'avevano prigione; e però furono date le chiavi di questa torre a due damigelle; l'una era figliuola del re Balante, e aveva nome Drusolina; l'altra figliuola del re Galerano, e aveva nome Galerana. E queste damigelle mandavano la vivanda alla prigione a questi dua cavalieri, non sappiendo però come avevano nome, ma bene avevano udito ch'egli erano di Francia. Essendo stati questi dua cavalieri presso a uno mese in prigione, intervenne uno giorno che queste damigelle, come coloro ch'avevano poca faccenda, dissono l'una all'altra: «Deh! quanta viltà è la nostra che noi abbiamo dua cavalieri prigioni e non gli abbiamo mai veduti! Vogliangli noi andare a vedere noi dua nella prigione?». E furono d'accordo d'andarvi, e segretamente tolsono le chiavi, che altra persona non se ne avvide, e andarono a una cateratta della torre, dove con una scala si poteva andare dov'erano i due cavalieri; e aperto la cateratta, si puosono a sedere, e istavano a scoltare quello che costoro dicevano. E Fioravante, non credendo essere udito, fra l'atre parole cominciò a dire: «Carissimo padre mio, perché se' istato cagione della mia morte? E volesse Iddio che queste pene toccassono a me solo, e non morisse con meco colui che ha difesa tutta la nostra fede al tempo del l'avolo mio, e difese mio padre, e me ha campato di morte!» Riccieri, udendo il lamento di Fioravante, disse: «O caro mio signore, non dite cosí!». E molto lo confortò, «imperò che poco danno omai sarà di me, che sono invecchiato e pieno di vecchiezza., e tu vieni in fortezza. Volesse Iddio che a me fussi tagliata la testa e tu campassi, che certo sono che la mia morte sarebbe vendicata per la virtù della vostra persona». Fioravante rispuose a lui le simile parole; apresso disse: «O quanti vassalli mangiano il mio pane e bevono il mio vino! E noi, miseri, moiamo di fame in prigione!». Per queste parole le due damigelle cominciarono a piangere. Disse Drusolina: «Per mia fede, noi facciamo grande peccato a lasciare morire due tali gentili uomini di fame, che certamente a loro parlare debbono essere gentili uomini. Andiamo e porteremo loro da mangiare». E d'accordo tornarono alle loro camere, e feciono arrecare pane, vino e carne, e pure loro dua tornorono alla prigione, e missono alla cateratta una scala. E quando Fioravante e Riccieri le vidono venire nella prigione, molto si maravigliorono. Le donne gli salutarono cortesemente, ed egli rispuosono loro onestamente e molto vergognosi, perch'erano molto male vestiti. E le donne domandarono s'eglino volevano da mangiare. Rispuosono di sí. E le donne diedono loro la vivanda ch'elleno avevano portata, e perch'ellino mangiassino sicuramente, feciono loro la credenza, ed eglino mangiarono. E quando ebbono mangiato, elleno si fermarono a guatargli amendua, e avevano l'occhio a dosso a Fioravante, perché era tanto bello, e amendune innamorarono di lui, e con alquanti sospiri si partirono e infiammate d'amore ardente ritornarono nella camera. La maggiore, cioè Galerana, udendo sospirare Drusolina, ebbe sospetto: domandò perché sospirava; ed ella, non potendo celare la fiamma d'amore, non pensando che la cugina fosse innamorata, rispuose: «Io sono forte innamorata d'uno di quegli cavalieri». Subito Galerana la domandò: «Di quale?» Ed ella disse: «Di quello più giovane». Galerana alzò la mano e dielle una grande guanciata, e minacciava di farle peggio, che Galerana era maggiore di tempo; e disse: «Io ne innamorai prima di te». Drusolina le rispuose e disse: « E' non è vero, imperò che, come entrammo nella prigione, ne innamorai, ch'egli guatò me ed io lui, ed ero già di lui innamorata, quando l'udimmo parlare. Però dissi prima: portiamo loro da mangiare». Disse Galerana: «E cosí innamorai ancora io; e perché io sono la maggiore, de' rimanere a me». Disse Drusolina: «Anzi egli debbe rimanere a quella che più gli piace; e però andiano a lui, e domandiallo a quale di noi egli vuole meglio». E cosí d'accordo ritornarono alla prigione dinanzi a' dua cavalieri. Galerana appellò Fioravante, e disse: «O giovane gentile, odi uno poco la nostra quistione. Sappi ch' io sono di te tanto innamorata, ch'io temo di non morire pello tuo amore; però ti priego che ti sia di piacere darmi il tuo amore, come io honne dato il mio a te». Disse Drusolina: «Tu non di' la ragione mia e nonne imponi la quistione come ella sta». Allora pregò ch'egli udisse la sua ragione e narrò tutta la quistione come ella istava, e poi disse: « Or giudica quale è di noi più bella, che più ti piaccia, e a quella dona il tuo amore. E io ti prometto che, se tu non doni il tuo amore a me, come io honne donato il mio a te, che, come io sarò fuori di questa torre, colle mie propie mani m'ucciderò». Galerana le comandò ch'ella non parlassi più, «imperò che gli è ragione che sia mio, perch'io sono maggiore di te». Ognuna lo pregava ch'egli rispondesse. Fioravante cominciò a ridere, ed elleno pure lo pregavano ch'egli asciogliessi la loro quistione: ed egli rispuose e disse: «Voi siete amendua belle quanto si possa dire; ma s'io fussi messo alle prese, io piglierei questa», e puose le mani a dosso a Drusolina, la quale come lo intese, sanza riguardo niuno, vinta dall'amore, sí gli si gittò al collo colle braccia istringendolo. E Galerana uscí della prigione, e tornossi alla camera, e giunta dinanzi alla figura d'Apollino, disse queste parole lagrimando: «O padre Apollino, a voi rendo l'anima mia dalla falsa Venus abbandonata, percossa dalla infernale Furia. Omè! misera a me, avvolta nel tristo ammanto degli abbandonati amanti in compagnia della abbandonata Adriana e della iscacciata Medea! O misera Isifile, o ingannata Enone, o cortese Didona, ricevete la misera compagna ch'a voi viene; e voi tutte, ingannate da traditori amanti, siate della mia morte testimoni dello incredibile amore, ch' io avevo posto a questo traditore cavaliere. E cosí prego i grandi iddei del cielo che per vendetta della mia morte Drusolina vada per lo mondo mendica pellegrinando, come ella è bene cagione della mia morte». E levata la faccia verso la figura d'Apollino, strinse le pugna, e cadde morta pella grande abondanza del sangue che le corse al cuore; e di sua mano, mentre ch'ella aveva dette queste parole, le aveva scritte, perché si sapesse la cagione della sua morte. Drusolina cancellò la scrittura e tennelo celato.

Capitolo XVI.

Come Drusolina gittò Galerana nello fiume,

e fece dire a tutta la corte ch'ell'era caduta da sé.

In questo mezzo che Drusolina era rimasa nella prigione con Fioravante ed avevalo abracciato in presenza di Riccieri, molto gli confortò, e diede loro buona isperanza: e dopo molte parole, disse Drusolina: «Io voglio andare a vedere quello che fa la mia cugina»; e già aveva detto loro chi ella era. E partissi da loro. E tornando alla camera, trovò Galerana morta. Allora ebbe ella grande paura, ma ella fu ispirata d'uno grande avviso: ella la prese con grande fatica e portolla sopra una finestra, ch'era sopra a uno grande fiume che passava per la terra, e gittolla a terra di quella finestra. E poco istette, ch'ella cominciò a gridare e iscompigliarsi, e diceva: « Omè! soccorrete Galerana, ch'è caduta nel fiume!». La gente corse, ma per ventura ella aveva dato in su 'n uno canto di muro colla testa, e tutto il capo aveva disfatto, ed era da poi caduta in uno pelago d'acqua del fiume. Per questo fu creduto ch'ella era da sé caduta, e morta per la percossa, e fu sopellita con grande pianto. E Drusolina faceva maggiore pianto che gli altri, dicendo: «Omè! avere perduta sorella e compagna, ed essere rimasa sola!». E passato quello giorno, tornò sola alla prigione, e disse a Fioravante come Galerana era morta per suo amore, e 'l modo ch'ella aveva tenuto; ed ebbonne grande sollazzo e piacere. Molto si maravigliò Riccieri del presto rimedio che trovò Drusolina, e raffermò il detto del savio, che lo consiglio della femmina è buono, s'ella non vi pensa su; ma s'ella vi pensa, nollo pigliare, ch'egli è vizioso.

E mentre ch'eglino istetteno in prigione, ella gli confortava di ciò che faceva loro di bisogno. Alcuno libro, ch'io honne trovato, dice ch'una fonte apparí nella prigione; e Fioravante disse a Drusolina chi egli era, e ch'egli la battezzò: non ne fanno menzione, che sono franciosi.

Capitolo XVII.

Come Tibaldo giunse a Dardenna, e 'l re Fiore mandò

lettere in Francia significando che Fioravante era preso.

Mentre che a Balda stava in prigione Fioravante e Riccieri, e in Francia si trattava di soccorrerlo in questo modo, Tibaldo da Lima, come di sopra è detto, campò, quando fu preso il castello, detto Monault. E giunto a Dardenna, disse al re Fiore come i sua figliuoli l'avevano tradito, e come quello cavaliere ch'aveva rimenata Uliana era Fioravante, figliuolo del re Fiorello, re di Francia, suo carnale fratello, e tutta la cosa ch'era suta a Parigi, quando Fioravante si partí; e come quell'altro era Riccieri, primo paladino. Quando il re Fiore intese le cattive novelle, si diede colle mani nella faccia, e istracciossi i reali vestimenti, facendo grandi guai; e più si lamentava che non avea conosciuto Fioravante, che d'altro, dicendo: «Che dira il mio fratello?». Immantanente apparecchiò una imbascieria, dolendosi con loro della disavventura e maladicendo i dua figliuoli che avevono tradito la santa fede cristiana. E diceva: «Sempre si dirá: i figliuoli del re Fiore di Dardenna tradirono il loro padre e 'l loro cugino, e rinnegarono la loro fede cristiana». E maladicea l'ora e 'l punto ch'egli gl'ingenerò. E comandò agli imbasciadori ch'andassino al re di Francia da sua parte a significare come la cosa è stata, e come Fioravante e Riccieri erano presi a Balda. Gl'imbasciadori cavalcarono in fretta; e giunti a Parigi inanzi al re Fiorello, in prima per iscusa del re Fiore dissono come Fioravante era capitato sconosciuto con Riccieri a Dardenna, e come il re, non conoscendolo, lo fe' capitano e mandollo a Monault, e 'l tradimento di Lione e di Lionello, e come Fioravante si faceva chiamare Guerrino, e Riccieri si facea chiamare Buonservo, e come sapevano di vero ch'egli erano a Balda in prigione; e pregavalo per parte del re Fiore ch'egli facesse ogni suo isforzo, e che il re Fiore vi metterebbe l'avere e la persona, pregando il re di Francia che l'avesse per iscusato, perché egli non conobbe Fioravante, quando capitò a Dardenna.

Capitolo XVIII.

 Come il re di Francia bandì l'oste, e con grande gente n'andò a Dardenna;

e fu nell'oste il papa di Roma, detto papa Innocenzio Albani;

ed era imperadore di Roma Arcadius.

Udito lo re Fiorello gli ambasciadori, ebbe grande dolore del suo figliuolo e de' nipoti; e fu grande dolore per tutta la cittá e per tutto il reame di Francia. E raccolta tutta la baronia dinanzi al re, gridarono che Fioravante e Riccieri si soccorresse con ogni possanza che si potesse, e che a Roma si mandassi al santo papa e allo imperio, che li soccorresse con loro gente. E fu eletto una reale ambascieria, e mandati a Roma; e giunti a Roma, parlarono allo imperadore e al Papa; ed era in questo tempo imperadore di Roma Arcadio, negli anni 345, ed era papa in questo tempo Innocenzio Albanis. Lo 'mperadore diede loro gente assai, ma il papa v'andò egli in persona, e bandí la croce sopra quegli di Balda, e bandire fece uno perdono di colpa e pena a chi andasse in questa impresa in aiuto al sangue di Gostantino, el quale aveva dotata la chiesa di Dio. Con ogni loro forza di gente si partí da Roma, e inverso Francia n'andò, passando Toscana, Lombardia, Piamonte, Apennino, Savoia, Borgogna, Maganza; e giunsono a Parigi. Lo re Fiorello venne incontro al papa tre leghe, e fegli grande riverenzia; e cosí entrarono in Parigi, e il re Fiorello menava il cavallo per lo freno. E poi che fu smontato, il re gli contò ogni cosa, e come Fioravante e Riccieri furono traditi e presi. E 'l terzo giorno partirono da Parigi e inverso Dardenna n'andarono con duecento migliaia di cristiani, e 'l papa menò d'Italia sessanta migliaia di cristiani, e re Fiorello cento quaranta migliaia di cristiani. In poco tempo giunsono a Dardenna. Lo re Fiore venne loro incontro, e grande riverenzia fece al santo Padre. Entrati nella cittá, il re Fiore piangeva. Come furono nella camera, ogni cosa gli narrò: lo re Fiorello molto lo confortò, e cosí fece il papa, e benedisselo. E 'l re Fiore fece venire Tibaldo di Lima, il quale disse da capo tutta la cosa com'era stata, e 'l papa gli die' la sua benedizione. E ordinato che 'l terzo dí si partisse l'oste verso Balda, andò il bando del re di Francia che 'l terzo dí si seguisse le bandiere reali. E cosí uscirono il quarto dí di Dardenna, e in pochi di giunsono alla cittá di Balda, dove lo re Balante e lo re Galerano, come sentirono della gente ch'era venuta a Dardenna, avevono ragunata molta gente, pensando ch'egli erano loro nimici, e temevano che non venissino sopra di loro terreno, e non sapevano che quegli dua fussino Fioravante e Riccieri; e aveva dentro in Balda grande quantità di gente a cavallo e a piede per loro soccorso.

Capitolo XIX.

Come i cristiani puosono campo a Balda e re Balante e re Galerano

uscirono dalla cittá con grande gente ; e Drusolina andò nella prigione ;

e come si battezzò, e seppe chi era Fioravante e Riccieri.

Nello tempo della primavera giunsono i cristiani a Balda del mese di maggio di notte, e puosono campo con grande romore con molti fuochi e luminaria. Per questo tutta la cittá corse ad arme, e tutto lo paese stormeggiava. Lo re Balante, chiamato lo re Galerano, attesono tutta notte a buona guardia, confortando la gente loro. E la mattina uscirono della cittá con loro gente, e ordinarono fare le schiere. Pel romore ch'era stato, forte si maravigliavano Fioravante e Riccieri; e la mattina, andando Drusolina alla prigione, eglino domandarono ch'era stato quello romore. Ella rispuose che nollo sapeva, perché ella aveva dormito; «ma io tornerò da mia madre e saprollo». Cosí tornò dalla sua madre, e domandolla. La madre le disse: «O figliuola mia, abbi buona guardia delle chiavi di quegli prigioni, acciò che non si fugghino, ch'egli è accampato il re di Francia e 'l papa di Roma e re Fiore di Dardenna a questa cittá con grande moltitudine di gente, e credesi che costoro sieno grandi signori cristiani, e però ci è venuto il campo; e però il tuo padre e 'l tuo zio s'armano d'andare alla battaglia contro a loro. Prega Apollino e Balain che gli aiuti». Drusolina si partí dalla madre; e poco istette, ch'ella andò alla prigione, pensosa per le parole ch'avea udito dire a sua madre. E giunta da loro, gli salutò, e tutto per ordine rispuose quello che la madre aveva detto, e pregògli che sanza paura dicessono i nomi loro. Fioravante, vedendo l'amore e la fede che gli portava Drusolina, gli disse chi egli era e come avea nome Fioravante, figliuolo del re Fiorello di Francia, e come quell'altro era Riccieri, paladino di Francia. E Drusolina disse: «Ora sono io la più contenta damigella del mondo, da poi che la mia ventura è stata nello amore d'uno signore sí grande. Pertanto io vi prego che voi mi battezziate». E arrecò dell'acqua; e Riccieri la battezzò, e Fioravante la sposò, e giurolle di non torre mai altra donna che lei; ed ella giurò di non torre mai altro marito. E fatto questo saramento, disse Drusolina: «Volete voi uscire della prigione?». Rispuose Fioravante: «Noi n'usciremo volentieri, ma noi vogliamo vedere come la fanno i nostri cristiani, perché noi non abbiamo arme». Disse Drusolina: « Le vostre arme sono sotto la mia guardia, e ogni volta saranno alla vostra domanda». Allora disse Fioravante come il suo padre gli avea dato bando; «imperò intendo di stare a vedere in sino apresso alla fine della battaglia. Prego la vostra gentilezza che le nostre arme vi sieno raccomandate, e cosí vi prego, se per voi si puote, che noi abbiamo i nostri cavagli». Ella rispuose ch'ella gli aveva a sua posta. Disse Fioravante: «Io vi prego che voi andiate in sulla torre di questo palagio: ponete mente come la battaglia seguiterà; e s'è' nostri cristiani aranno vittoria, non sarà di bisogno che noi pigliamo arme; ma se sono perdenti, ci portate le nostre armi, e voi ci cavate di prigione e armateci, a ciò che noi gli soccorriamo». Ella cosí promisse, e partissi da loro, e andò in sulla torre del palagio, e vide la gente del padre fuori della città, e vedeva l'oste de' cristiani e le bandiere ch'erano presso alla cittá a dua miglia.

 Capitolo XX.

Come le schiere si feciono da ogni parte, e Lione e Lionello ebbono

la prima schiera de' pagani, e Tibaldo la prima schiera de' cristiani.

Di fuori di Balda era uscito lo re Balante e re Galerano con tutta la loro gente; e chiamato Balante tutti i sua caporali per fare le schiere, allora que' dua traditori, figliuoli del re Fiore di Dardenna, si feciono inanzi, ciò fu Lione e Lionello, e inginocchiaronsi dinanzi al re Balante e al re Galerano, e domandorono di grazia la prima schiera contro al loro padre. Disse lo re Galerano: «Questo è ragione». E disse loro: «Siate valenti, che se noi vinciamo questa battaglia, voi sarete re e signori del reame di Francia, e uno di voi sarà imperadore di Roma ». E diede loro la prima schiera con diecimila saraini; la seconda tolse Balante per sé con ventimila saraini; la terza lasciò al re Galerano. Allora si mossono i dua traditori contro al loro sangue. Già erano schierati i cristiani in questa forma. La mattina, quando il re Fiorello ordinava le schiere, Tibaldo di Lima s'inginocchiò dinanzi al re Fiore, e domandogli la prima schiera; ed egli gli rispuose che la addomandasse al re di Francia; ed egli cosí fece. E re Fiorello lo mandò al papa, il quale gli die' la benedizione, e pregòllo ch'egli fusse buono cavaliere. E tornato a re Fiorello, gli donò la prima schiera con diecimila cavalieri; la seconda condusse il re Fiore con quegli di Dardenna, che furono quarantamila cavalieri; la terza tenne il re Fiorello di Francia, che furono sessantamila; la quarta e ultima lasciò col papa, ch'erano novanta migliaia, e tutte le reali bandiere, ammaestrando ognuno di bene fare. E 'l papa disse la mattina la messa, e benedisse tutti i cristiani, e maladí tutti i pagani.

Capitolo XXI.

Come cominciò la battaglia; e Tibaldo uccise Lione e Lionello;

e combattendo giunse Balante, e uccise Tibaldo di Lima,

e poi uccise il re Fiore di Dardenna.

Ogni parte era ordinata con buoni capitani; e le dua prime schiere tanto s'erano apressate, che l'uno capitano conobbe l'altro. Tibaldo di Lima, vedendo i due traditori, acceso d'ira, vedendogli venire contro al loro padre, confortò i suoi cavalieri, e mostrò loro i dua traditori, e poi si mosse, e tutti gli altri inanimati. Dall'altra parte si mosse Lione contro a Tibaldo e ferironsi, e Lione ruppe la lancia a dosso a Tibaldo; ma Tibaldo lo passò insino di dreto, e morto il gittò a terra del cavallo; e per la morte di Lione fu grande romore da ogni parte. Tibaldo trasse la spada, e 'ntrò nella battaglia. Allora Lionello fedí d'una lancia Tibaldo, e ruppegli la lancia a dosso; ma Tibaldo, che lo conobbe, volse drieto a lui il cavallo, e gridando lo chiamava, dicendo: «Volgiti a me, Lionello, traditore del tuo sangue!». Lionello si volse a lui colla spada in mano, e cominciarono aspra battaglia. Alla fine Tibaldo gli tagliò la testa, e misse in fuga la schiera de' traditori, e molto del campo acquistò per forza d'arme. Allora si mosse il re Balante per soccorrere questa schiera. Tibaldo, che lo vide venire, ricolse la sua schiera, e prese una lancia in mano, e andonne contro al re Balante, gridando a' sua cavalieri: «Fedite francamente!». E ruppe la lancia a dosso al re Balante; ma 'l re Balante lo passò insino di drieto, e morto l'abatté da cavallo. Quando Tibaldo cadde morto, tutti i cristiani sgomentarono, e poca difesa facieno contro a re Balante e alla sua schiera. Misse Balante in rotta questa schiera e 'nseguendo insino alla schiera del re Fiore; il quale si mosse, e udì dire come Tibaldo era morto. Egli maladiva i traditori figliuoli ed entrò nella battaglia. Come il re Balante vidde le 'nsegne di Dardenna, raccolse le due schiere in una, e contro al re Fiore si mosse con questa schiera e con una grossa lancia in mano, e dieronsi delle lance. Ma lo re Fiore ruppe la sua lancia a dosso a Balante, e poco male gli fe'; ma Balante lo passò insino di drieto, e morto cadde lo re Fiore. Quegli di Dardenna sanza nessuno riparo si misono in rotta. Balante, confortando la sua gente alla vettoria, aspramente gli seguitava; e seguendogli pello campo, giunse alla schiera del re Fiorello, il quale con grande ardire si mosse contro a' saraini colla sua schiera. E quando il papa sentí la mossa del re Fiorello, comandò che tutta l'altra gente andassi alla battaglia drieto al re Fiorello.

 Capitolo XXII.

Come i cristiani erano sconfitti e rotti dal re Balante,

e come Drusolina trasse Fioravante e Riccieri di prigione.

Lo re Fiorello entrò adirato nella battaglia, quando seppe la morte del re Fiore suo fratello, facendo con la sua schiera grande danno a' saraini. Balante mandò a dire a re Galerano che mandassi alla battaglia mezza la sua schiera: cosí fece. Essendo la battaglia molto grande, Balante raccolse grande parte della sua fiorita gente, e con quegli cavalieri freschi entrò nella battaglia, nella quale egli s'aboccò collo re Fiorello, e l'uno percosse l'altro con le ispade. La frotta della gente di Balante potè più che quella del re Fiorello, tanto che re Fiorello cadde egli e 'l cavallo, e appie' si difendeva. Apresso a lui smontarono e furono abattuti diecimila armati, tra' quali furono molti signori e gentili uomini di Francia, e feciono cerchio al re colle spade in mano, e parte colle lance. Mentre che costoro avevano fatto di loro una cinta d'armati, e lo re Balante gittò per terra le bandiere di questa schiera; e rotta questa schiera, non volle attendere al re di Francia, ma perché erano a pie', ne facea Balante poca stima; ma egli dirizzò la sua schiera contro alle bandiere del re di Francia e della Chiesa, e a Oro e fiamma e alle chiavi e alla croce, ch'era la croce del papa, che porta inanzi, e a tutte l'altre insegne, e misse in fuga tutti i cristiani. Ognuno fuggiva, e al papa fu morto il cavallo sotto, e furono presi molti cardinali e morti molti parlati: le bandiere erano gittate per terra. E le novelle giunsono alla cittá di Balda, ch'e' cristiani erano rotti: le grida erano grandi. Drusolina vedeva di su la torre tutti i cristiani fuggire, e le bandiere cadere, e della città uscire uomini, femmine, piccoli e grandi per guadagnare la roba de' cristiani. Lo re Galerano non potè tanto fare, che la sua gente nollo abbandonasse, e rimase con poca compagnia : ognuno per guadagnare correva, credendo che mai non si rifacessino i cristiani, né mai racquistassono la battaglia.

Allora corse Drusolina alla prigione, e disse tutte queste cose a Fioravante e a Riccieri. Disse Fioravante: «O nobile donna, piaccia alla tua nobilitá di darci l'arme; e se mai verrà tempo, io te lo meriterò». Ed ella gli cavò della prigione, e menògli nella sua camera; e trovato l'armi, ella gli aiutò a armare. E quando Fioravante si volle mettere l'elmo, Drusolina l'abracciò e baciò, e disse: «Io temo che le donne franciose non mi tolghino la tua persona. O signore mio, io non ti rivedrò più mai». Fioravante da capo le giurò di non torre mai altra donna. Come furono armati, ella gli menò nella stalla, e diede loro i loro cavagli, ch'erano sotto la sua balia, e nessuna persona non gli arebbe cavalcati sanza la sua licenzia. Questo potè ella fare in su quello punto, perché non era rimaso persona nel palazzo: ognuno era corso fuori della cittá, e le donne su per le torre e su per le mura e su per li tetti per vedere la battaglia. E quando Fioravante e Riccieri furono a cavallo armati colle lancie in mano, disse Drusolina un'altra volta piangendo: «O Fioravante, io non ti rivedrò mai più; io temo che in Francia sarà qualche donna che mi torrá il mio marito e signore, e perderotti per nuovo amore d'altra donna». E Fioravante trasse fuori la spada, e giurò sopra alla croce che mai non torrebbe altra donna che Drusolina. Ed ella disse: «Piaccia a Cristo che tu mantenga la promessa!»; e raccomandògli a Dio, e l'ultima parola ch'ella disse [fu]: «O Fioravante, io ti raccomando il mio padre Balante; se tu puoi, nollo uccidere». Rispuose Fioravante: «E' sarà fatto. E per tua iscusa dirò che, recandoci tu la vivanda, noi ti pigliammo, e, minacciandoti di morte, t'abbiamo tolte l'armi e' cavagli. E fatti con Dio, ch'io t'avrò sempre nel cuore ». E partissi da lei.

Drusolina tornò in sul palagio, gridando accorruomo con grande romore, dicendo: «I cavalieri prigioni se ne fuggono!». La madre con molte donne vi corsono, e trovarolla tutta iscapigliata. Ella disse che quegli cavalieri l'avevano presa e battuta, e toltole l'arme e' cavagli. La reina ne fu molto dolente.

Capitolo XXIII.

 Come Fioravante e Riccieri racquistarono il campo; e la morte

del re Galerano; e fu abattuto Balante e presa la cittá e arsa:

Drusolina fuggì colla madre dirieto a Balante.

Fioravante e Riccieri s'afrettarono di cavalcare; e giunti fuori della porta, vidono le bandiere del re Galerano, che non erano ancora entrate nella battaglia, e re Galerano era armato a cavallo, e ragionava della grande prodezza del suo fratello Balante. E udito levare il romore di verso la cittá, si volse, e vide i due cavalieri. E come vide la croce nello scudo a Fioravante, gridò: «Questi sono i dua cristiani ch'erono in prigione»; perché si ricordò avere veduto quello scudo quando furono presi. E gridò subito: «Sieno morti!». Subito Fioravante arrestò la lancia, e passò lo re Galerano insino di drieto, e morto lo gittò a terra del cavallo. Riccieri uccise un altro grande barone. Per la morte di questi dua grandi baroni tutta questa schiera, ch'erano rimasi pochi, tutti spaventarono, credendo che la cittá fosse presa da moltitudine di cristiani, e fuggivano chi qua, chi lá per lo paese. Fioravante e Riccieri passorono per mezzo di questa schiera colle spade in mano, e corsono per lo campo gridando: «Viva il re di Francia!», e giunsono tra' cavalieri cristiani ch'erano intorno al re di Francia. Come furono riconosciuti Fioravante e Riccieri, si rincorarono, e levarono grande romore d'allegrezza. Fioravante fece montare a cavallo suo padre e tutta quella ischiera; e racquistata Oro e fiamma, feciono mazzocchio di loro stretti; e serrati insieme intorno alla santa bandiera, diedono alle ispalle a Balante, e racquistarono le bandiere della Chiesa, e racquistarono il papa ch'era preso, e molti cardinali. A questo romore si volse Balante, e vidde Oro e fiamma; domandò che bandiera era quella. Fugli detto ch'egli era la bandiera de' cristiani, Oro e fiamma. Balante tutto sgomentò, quando udì menzonare Oro e fiamma, e uno cavaliere giunse a lui e disse: «O signore, i cristiani hanno fatto testa grossa, e gridano: viva Fioravante e Riccieri!». Balante sapeva che Riccieri era il migliore cavaliere del mondo, perché l'aveva provato e veduto a Roma; ma Fioravante non sapeva chi si fossi, che, se l'avessino saputo quando gli avevano in prigione, gli arebbono fatti mangiare a' cani; e 'l meglio che potè, assalí la schiera colla schiera che aveva raccolta. El romore fu grande. E Fioravante prese una grossa lancia e domandò: «Che gente è questa?», fugli detto ch'egli era il re Balante. Fioravante gli si fece incontro, e per amore di Drusolina gli volse lo stocco della lancia, e Balante gli ruppe la sua lancia a dosso; ma Fioravante l'abatté da cavallo e presto ritornò sopra di lui, e vidde ch'e' cristiani s'afrettavano per ucciderlo. Ed egli fece tirare ognuno a drieto, e fece dare a re Balante uno buono cavallo, e fello salire a cavallo, e poi gli disse: «O Balante, l'amore della tua figliuola ti campa la vita, perché da lei siamo stati pasciuti nella prigione: or non dimorare più, imperò che tu saresti morto. E sappi ch' io colle mie mani presi la tua figliuola, e per forza convenne ch'ella e' insegnassi le nostre arme e' nostri cavagli, o io l'averei morta». Lo re Balante si partí, e corse insino dove lasciò lo re Galerano per ricominciare con quella schiera la battaglia; ma quando lo trovò morto, ebbe grande dolore e andonne nella città.

In questo mezzo Fioravante e Riccieri racquistarono il campo. La gente cristiana, vedendo le loro bandiere rilevare, tornarono alle loro bandiere, e rinforzando il loro campo, Fioravante mosse tutta la gente verso la cittá, e mescolatamente combattendo, entrarono nella cittá con loro, e presa fu una porta. Per questo tutta la gente cristiana correva alla cittá. Lo re Balante, come sentí ch'era perduta una porta, fuggì verso Scondia, e Drusolina, spaventata pelle grida, montò a cavallo con la sua madre, e fuggissi drieto al padre e andoronsene in Iscondia. Fioravante e Riccieri e Fiorello presono la cittá di Balda, e tutta andò a sacco e ruberia, mettendo tutta la gente al taglio delle spade. Fioravante e Riccieri corsono al palagio, e non trovarono Drusolina: ebbono grande ira e dolore. E 'l terzo giorno fu tutta la cittá messa a fuoco e fiamma, e fecionla disfare per vendetta del re Fiore di Dardenna e di Tibaldo e degli altri ch'erano morti. E poi levarono campo, e tornarono in Dardenna, e feciono grande onore al corpo del re Fiore e di Tibaldo. E prese lo re Fiorello di tutta Dardenna la signoria, e lasciò uno grande barone governatore di Dardenna, che aveva nome Valenziano, ed era della schiatta di Baviera, e lasciògli a governo uno piccolo fanciullo, figliuolo di Tibaldo di Lima, ch'avea nome Ughetto, ch'aveva allora uno mese.

E poi si partí lo re Fiorello e Fioravante e 'l franco Riccieri, e tornaronsi in Francia, dove fu grande allegrezza della loro tornata, e per Fioravante e per Riccieri; e sopra tutti ne fe' festa la reina per Fioravante; e quegli di Sansogna feciono festa di Riccieri, loro signore; e 'l papa si ritornò a Roma con allegrezza e festa.

Capitolo XXIV.

Come Salardo di Brettagna fe' pace con Fioravante.

Tornato lo re Fiorello dall'acquisto di Balda, e rimenato a Parigi Fioravante e Riccieri, venne a corte Salardo di Brettagna, il quale era a quello tempo il maggiore barone che fosse sottoposto al reame di Francia. E giunto Salardo a corte dinanzi al re Fiorello, se gli inginocchiò a' piedi, e domandò perdonanza del passato. Lo re Fiorello l'abracciò e perdonògli ogni offesa. Salardo s'inchinò a Fioravante, e pregollo che gli rimettessi e dimenticassi l'offesa e la ingiuria passata. Fioravante rispuose: «O nobile prenze di Brettagna, ogni offesa è rimessa e perdonata; ma io prego la vostra magnificenza che voi perdoniate a me, che per ignoranza v'offesi». Salardo lagrimando l'abracciò e baciò, e disse: « Se tu vorrai, ancora sarai mio erede». Di questa pace si fe' in Francia e in Brettagna grande allegrezza e festa per molti giorni.

Capitolo XXV.

Come Fioravante pella noia della madre, volendo ch' e' togliesse

la figlia di Salardo per moglie, si partí di Francia, e andonne verso Scondia.

Passato alquanto tempo, di spazio di tre mesi, Salardo, rammentandosi della promessa che gli fe' la reina quando Fioravante fu imbandito, di dargli la figliuola per moglie, n'andò alla reina, e addomandolle la fatta promessa, pella quale avea campato Fioravante della morte. La reina gli rispuose graziosamente ch'egli avea ragione e diceva vero, ma ch'ella voleva parlare con Fioravante e metterlo in amore della fanciulla. Salardo si partí contento della risposta.

La reina da ivi a pochi giorni mandò per Fioravante, e motteggiando gli disse ch'ella gli voleva dare una bella damigella per moglie, la quale era figliuola del duca Salardo di Brettagna, e che in tutta Francia non era la più bella damigella, e che ella era la più gentile, e che per gentilezza ella molto si confaceva a lui. Avendo Fioravante udito la madre, si partí da lei ridendo, e nello partire fece uno grande sospiro, e altro non le rispuose. La reina, credendo che l'amore della brettona l'avesse fatto sospirare, rimase allegra; e facea conviti in corte reale di molte donne, e negli conviti era sempre la figliuola di Salardo, e mandava per Fioravante perch'egli innamorassi più della damigella. Ma Fioravante avea sempre nel cuore Drusolina, che l'avea tratto di prigione lui e Riccieri; e quanto più andava a corte della madre e vedeva tante donne, più s'accendeva dell'amore di Drusolina per la grazia ch'aveva trovato in lei. La reina gli disse uno dí in segreto modo: «O caro mio figliuolo, quando faremo queste nozze?». Allora gli narrò la promessa ch'ella aveva fatta a Salardo per camparlo da morte, di dargli la figliuola per moglie, «la quale è molto bella e gentile; onde io voglio che tu la tolga per moglie». Rispuose Fioravante: «O carissima madre, di tutte le cose vi debbo contentare, perché siete mia madre; ma di questa cosa non mi aggravate, perché amore d'altra donna m'ha legato e serrato nel grembo dell'amore». La reina adirata disse: «O come può essere che tu abbi ancora amore di donna?» Fioravante le rispuose: « i certo che sí»: e partissi da lei.

La reina lo cominciò ogni dí a molestarlo di questo fatto, e a dosso gli metteva parenti e amici, salvo che a Riccieri non ne dicea niente, perch'ella dubitava che Riccieri non ne fusse contento. E durò questa tribolazione più d'uno anno, tanto che a Fioravante venne a rincrescimento, e diliberò in sé medesimo partirsi di Francia, e solo e sconosciuto andare alla ventura verso Scondia, dove l'amore di Drusolina lo tirava.

Capitolo XXVI.

Come, partendosi Fioravante da Parigi per la noia della madre,

uno famiglio gl'imbolò l'arme e 'l cavallo, e capitò

a uno romito che lo 'mpiccò e serbò l'arme e 'l cavallo.

Fioravante, essendo molestato dalla madre perch'egli togliesse la figliuola di Salardo per moglie (e la notte e il dí lo pregava e faceva pregare, e spesse volte con lagrime, e quando con ira, alcuna volta con villania), diliberò d'uscire tanto tormento, [e] poiché altro rimedio non poteva avere, di doversi di Parigi partire. Essendo nel tempo della primavera, passato la Pentecoste, una sera chiamò uno suo famiglio, in cui egli si fidava, e assegnògli il suo cavallo e le sue arme, e dissegli: «Fa' che domattina di buona ora tu sia armato di queste arme, e monta in sul mio cavallo, e vattene alla porta che va verso Dardenna, e aspettami di fuori della porta». Il famiglio cosí fece. Fioravante la mattina montò in su uno palafreno ambiante, e andonne solo a quella porta, e non disse niente a persona di sua andata; e trovato il famiglio (ed era di buona ora), disse Fioravante: «Andiamo una lega di lunge a Parigi, e ivi mi armerò, e tu ritornerai indrieto, ma non dirai a persona di mia andata ». E cavalcando, erano due miglia di lungi da Parigi, e Fioravante udì sonare a Signore a una piccola chiesa per levarsi il corpo di Cristo. Fioravante ismontò del portante, e diello a mano al famiglio, ed entrò in chiesa.

Quando il famiglio lo vidde in chiesa, si pose mente in torno, e viddesi bene armato e bene a cavallo, e aveva cinto Durindarda: ingannato di sé medesimo, disse: «Io posso andarmene con queste arme e con questo cavallo; e dov'andrò, sarò tenuto uno franco cavaliere; ancora io honne Durindarda, la migliore spada del mondo ». E fatto il pensiero, attaccò il ronzino a uno anello di ferro della chiesa, e impugnò la lancia, e andossene verso Dardenna, e lasciò il suo signore sanza arme e male a cavallo. E avendo camminato tutto il giorno, immaginò che, se egli stesse a osteria, Fioravante lo potrebbe giugnere, e che, se egli andasse per la via diritta, potrebbe essere sostenuto a qualche castello ed essere conosciuto l'arme e 'l cavallo; e sendo apresso a uno castello, abbandonò la strada, e per luoghi selvaggi e boschi si misse a cavalcare, e tutta notte s'andò avviluppando per questa selva; e la mattina, sendo chiaro il dí, andava attraversando ora in qua, ora in lá, e non sapeva dove s'andava. La sera, poco inanzi al coricare del sole, trovò uno romitoro, e pensò di trovare un poco di rifrigero da qualche santo uomo; e picchiò l'uscio del romitoro; e venne fuori uno vecchio romito armato, e dimandò chi egli era e quello che andava facendo. Rispose che andava alla ventura. E quello romito lo guardò tutto dal capo al pie', e vidde che quelle arme non gli stavano bene, e ch'egli era tutto stanco per la grande fatica dell'arme. Disse il romito: «Tu debbi avere imbolato queste arme e questo cavallo a qualche gentile uomo, che al parlare e alla apparenza tu dimostri più ladrone che uomo da bene ». E il cattivo non si seppe scusare, ma disse: «E' fu il mio peccato». Disse il romito: «Io sto qui per tenere sicuri questi paesi, e Iddio ama la giustizia ». E posegli le mani a dosso, e tutto lo disarmò, e tolse due ritorte di legname, e impiccollo a uno ramo d'albero poco di lungi dal romitoro; e poi ripose l'arme e governò il cavallo, e pregava Iddio che gli mandassi colui di cui elle erano, s'egli era vivo.

Capitolo XXVII.

Come Fioravante capitò al romito, e rendégli l'arme

e 'l cavallo e 'nse gnògli la via d'andare in Iscondia.

Poi che Fioravante ebbe veduto levare il Signore e udita la messa, tornò di fuori della chiesa, e guatava in giù e in su dello famiglio; e non lo vedendo, domandò alcuna persona. E fugli detto: «Egli legò questo ronzino, e ratto se ne va per la strada». Allora cognobbe Fioravante che 'l famiglio l'aveva ingannato e rubato, e tra sé disse: «Or che farai, isventurato Fioravante? Andrai tu alla ventura, o tornerai indrieto? E hai perduta la tua nobile spada e 'l tuo franco cavallo e le tue belle arme! Certo io voglio inanzi morire, che non lo seguitare». E montò in sul portante, e fecesi il segno della santa croce, e raccomandossi a Dio dicendo: «Io debbo provare la mia ventura»; e seguitò la traccia del famiglio, e in molte parti ne dimandava. E giunto in una parte dove gli fu detto non essere passato, tornò indrieto, e ritrovò le pedate del cavallo, e drieto a lui si misse per la selva, e poco l'aveva inanzi.

Alla fine, passata la notte, l'altro dí, essendo già il sole ito sotto, giunse a quello romitoro, dove il famiglio era suto impiccato; e picchiato l'uscio, e il romito uscí fuori armato, e disse: «Tu debbi essere di questi rubatori, ma io farò a te com' io feci poco fa a quello altro». Disse Fioravante: «Santo romito, per Dio, non mi offendere, che tu faresti peccato». E il romito lo guatò e disse: «Chi se' tu?». Disse Fioravante: «Io sono uno disavventurato cavaliere, assai gentile di sangue»; e dissegli come uno suo famiglio l'aveva rubato, e come alle pedate del cavallo l'aveva seguito, sanza mangiare e sanza bere, «e dalla fame sono assaltato». Quando il romito lo intese, gliene venne piatá, e misselo nel romitoro, e 'l ronzino menò dov'era l'altro; e tornò a Fioravante, il quale gli chiese per Dio s'egli avesse un poco di pane. E il romito gli die' di quello che egli aveva, che era tanto aspro a mangiare, che Fioravante non ne potè mangiare se non uno boccone, e domandò di che faceva questo pane. Il romito disse: «Io piglio erbe, e pestole insieme con certe semenze pur d'erbe, e impastole, e seccole al sole, e quando al fuoco; e di questo sono grande tempo vivuto per la grazia di Dio». Fioravante gli chiese da bere, e egli gli diede d'una acqua tanto fredda, che Fioravante teme ch' e' denti non gli cascassino di bocca; e disse: « Io ho mangiato e beuto, e sto bene: lodato sia Iddio!». E andorono a dormire in su certe bracciate di frasconi e di sermenti di vite salvatiche, e una grande pietra avevano per capezzale; e con tutto questo disagio

Fioravante s'addormentò. E 'l romito stette in orazione, e l'agnolo di Dio gli venne a parlare, e dissegli: «Questo giovane si è figliuolo del re di Franza, e l'arme che tu togliesti a quello ladrone, sono sue, e 'l cavallo e la spada. Rendigli ogni cosa, e digli che vada francamente sanza pagura, che Iddio gli darà buona ventura ». La mattina lo romito lo chiamò, e dissegli come l'agnolo gli aveva detto, e rendégli l'arme e 'l cavallo, e mostrògli il famiglio impiccato. Disse Fioravante: «Se non mi fossi vergogna, io gli taglierei la testa cosí morto com'egli è ». E 'l romito gl' insegnò la via d'andare verso Scondia: Fioravante donò il cavallo portante al romito, e verso Scondia cavalcò. E in quello giorno giunse in luogo che egli mangiò, egli e 'l cavallo, dove gli fu detto che la città di Scondia era assediata da grande gente di saraini, tutti di lontani paesi, per amore di Drusolina.

Capitolo XXVIII.

Come e perché il figliuolo del soldano di Bambillonia

innamorò di Drusolina, e come il soldano assediò Drusolina

e il re Balante nella cittá di Scondia, perché ella non lo voleva.

La città di Scondia fu assediata in questo modo. Lo re di Spagna, avendo dato moglie a uno suo figliuolo, fece grande convito, e quasi tutti e' signori saraini vi furono, ed era stretto parente del soldano di Bambillonia d'Egitto. Uno figliuolo del soldano venne in Ispagna a vedere la festa e per vedere del mondo; e finita la festa in Ispagna, volle andare a vedere molte parti della Spagna, e anche lo re Balante di Scondia, perché gli fu detto ch'egli era stato col soldano nelle battaglie di Roma. E venuto in Iscondia, Balante gli fe' grande onore, con tutto che in quello tempo aveva perduta la cittá di Balda; e questo figliuolo del soldano vidde più volte Drusolina, onde egli innamorò molto forte di lei. E come fu tornato a Bambillonia, lo disse al soldano suo padre, e 'l soldano mandò ambasciadori al re Balante a domandargli la figliuola pel suo figliuolo. Lo re Balante si maravigliò, e disse agli ambasciadori: «Io temo ch'el mio signore soldano non si gabbi di me ». Ma gli ambasciadori per saramento gli accertarono ch'egli era vero, e mostrorono il mandato e piena balia di sposarla per lo figliuolo. Lo re Balante tutto allegro n'andò alla reina e alla figliuola, e disse loro la dimanda del soldano, confortando molto Drusolina. Ed ella rispose: «Padre mio, a noi non si confa tale parentado, ed io non voglio essere fante dell'altre donne che tiene il soldano; e però, se voi avete animo di mandarmi in Bambillonia, fatemi inanzi ardere; e se non, io vi giuro che io me ucciderò, prima che io consenta d'averlo per marito». Disse Balante: «O figliuola mia, che di' tu? Non pensi tu ch'el soldano è signore sopra a tutta nostra fede, e tu saresti servita da cento reine? E se tu non consenti d'essere sua moglie, egli ci disfarà del mondo, per modo che di noi non sarà mai ricordo». Drusolina pensò alle parole del padre, e ricordossi di Fioravante, e fra sé stessa sospirando disse: «O Fioravante, signore mio, perché non me ne venn' io con teco? Io non sarei giunta a questo partito». E pure l'amore di Fioravante vinse, e diliberò imprima morire, che torre questo marito; e cosí rispose al padre di non lo volere a nulla. El padre tornò agli ambasciadori, e disse loro come egli era contento, ma che Drusolina a nulla non lo voleva, e che al tutto, poich'ella non se ne contentava, che non la voleva maritare. Gli ambasciadori molto minacciorono Balante e Drusolina, e partironsi, e tornorono in Ispagna, ed entrorono in mare, e ritornarono in levante, e portarono l'ambasciata al soldano, come Drusolina l'aveva rifiutato. El soldano molto se ne turbò, e giurò di disfare la cittá di Scondia e d'impiccare Balante, e Drusolina fare ardere. E bandí l'oste sopra al re Balante, e l'anno presente entrò in mare, e venne in Ispagna, e con l'aiuto del re di Spagna n'andò in Iscondia, e assediolla con grande moltitudine di gente. Ma quando Balante sentí la sua venuta, afforzò la cittá di mura e di gente e di vettuvaglia, e stette molti mesi assediato, e molte battaglie vi si feciono. Alla fine mancava alla cittá gente e vettuvaglia e ogni speranza di soccorso, e tenevansi per perduti: Drusolina sempre stava in orazione, pregando Jesu Cristo e la madre di vita etterna che l'aiutasse, che ella non venisse alle mani de' cani saraini.

Capitolo XXIX.

Come Fioravante capitò in Iscondia, e come una figliuola

d'uno ostiere innamorò di lui; e andò a lui al letto.

Mentre che questa guerra era in Iscondia, Fioravante, partito dal romito, cavalcò verso Iscondia. E giunto nel campo de' saraini, fu menato dinanzi al soldano, il quale lo domandò donde egli era e quello ch'andava facendo. Rispose che era borgognone e che andava alla ventura, e che starebbe volentieri con uno signore al soldo. El soldano lo domandò che condotta voleva; e Fioravante domandò condotta di cento cavalieri. Disse il soldano: «E' basterebbe cotesta condotta a Riccieri, primo paladino di Francia. Ma vattene drento a Scondia dal re Balante, che n'ha maggiore bisogno di me». Fioravante s'infigneva di non vi volere andare, ma el soldano, mezzo per forza, ve lo mandò. Quando Fioravante fu presso alla cittá, disse a quelli che lo menavano: « Ancora si pentirà il vostro soldano di non mi avere dato soldo». Rispose uno cavaliere: « E' non sarà il terzo giorno, che tu e il re Balante dinanzi al soldano sarete impenduti per la gola». Fioravante se ne rise, e chiamate le guardie della porta, addimandò se egli poteva entrare drento, dicendo che era forestiere e cercava d'avere soldo. Le guardie mandorono al re Balante, ed egli rispose: «S'egli è solo, lasciatelo entrare»; e fu lasciato entrare. Quelli del campo tornarono al soldano, e dissongli quello che Fioravante gli aveva detto; e 'l soldano se ne fece beffe.

Fioravante disse a quegli che lo menassino al migliore abergo della cittá; e fu menato a uno abergo, ch'era dirimpetto a una finestra della camera di Drusolina, a lato al palagio reale. E giunto all'abergo, l'ostiere gli tenne la staffa, pensando l'oste maliziosamente che questo cavaliere fosse mandato drento per lo soldano, e cominciògli a proferere tutta la sua roba, temendo che la terra in poco tempo si perderebbe. Fioravante disse: «Oste, come hai tu vettovaglia?». Disse l'oste: «Io non credo che in questa cittá sia uomo che abbia tanta vettuvaglia quanta ho io; e promettovi darvela per metá, e rimettomi nelle vostre braccia, perché io so certo che domane o l'altro il soldano. ará questa cittá, imperò che ella non si può più tenere». Disse Fioravante: «Taci, ostiere, che 'l soldano non l'ará di qui a uno anno, non che domane, se la mia spada non ha perduta sua virtù. Ma lasciamo stare queste parole, e andiamo a mangiare, che io n'ho grande bisogno, perché da ieri a nona in qua non ho mangiato». L'ostiere fe' dare della biada al cavallo e apparecchiare. Fioravante mangiò per tre persone, e confortossi molto bene; e dinanzi gli serviva una damigella molto bella, figliuola dell'ostiero. Fioravante domandò l'oste della condizione in che era la cittá, e l'oste ogni cosa gli disse. E poi ch'ebbe cenato, Fioravante disse: «Io sono stanco, e vorrei andarmi a riposare». L'oste lo menò in una bella camera, e fece recare alla figliuola uno bacino d'argento, e fece lavare e' piedi a Fioravante; e quella donzella, lavando e' piedi a Fioravante, innamorò fortemente di lui. E quando Fioravante fu ito a letto, l'oste si partí con la figliuola. E quando fu tornato alla sua camera e fornito gli altri ch'erano nello abergo, ognuno andò a dormire.

E sendo quasi sul primo sonno, la figliuola dell'oste si levò, e sola n'andò nella camera di Fioravante, e coricossigli allato. Fioravante dormiva: ella l'abracciò e baciollo. Egli si destò, e domandò chi ella era; ed ella gliele disse. Quando sentí chi ella era, egli le disse: «Damigella, perdonami, ch'io non ti toccherei per tutto l'oro di questa cittá, perché io sono stanco». E die' questa scusa, perché ella era saraina, e la fede cristiana lo vieta, e per lo amore ch'aveva giurato a Drusolina. La damigella si partí e disse: «O cavaliere, temo ch'io mi morrò per vostro amore». Fioravante per confortarla disse: «Domane farò vostra volontà». Com'ella fu partita, Fioravante serrò l'uscio drento, e dormí insino al chiaro giorno; ed ella sospirando se ne andò.

Capitolo XXX.

Come Fioravante combatte fuori di Scondia contro al soldano,

e menò certi cavalli all'oste per lo scotto.

Poi che fu chiaro il giorno, l'ostiere chiamò Fioravante, e egli si levò, e andò alquanto a sollazzo, e l'ostiere apparecchiò da desinare. E tornato all'osteria, si puosono a mangiare insieme l'oste e Fioravante; e mangiando, disse l'oste: «Io credo che questa cittá sarà oggi del soldano, imperò che nella cittá non ha vettuvaglia». Disse Fioravante: «Forse che non sarà; ma tu, oste, come lo sai?». Rispose: «Sentone ragionare per la cittá». E mentre ch'eglino stavano in questi ragionamenti e mangiavano, la cittá si levò a romore, perché la gente del soldano veniva armata verso la cittá. Allora Fioravante domandò l'arme e 'l cavallo. Disse l'oste: «Cavaliere, non ti volere mettere a pericolo, e statevi qui con meco, e guarderemo questo albergo, che io sono ricco, e ciò ch' i' ho, sarà vostro». Fioravante rise e disse: «Io non ho ancora pagato il mio scotto d'iersera, né il desinare». L'ostiere disse: «Messere, io non voglio danari da voi, ma io voglio che voi siate mio genero». Fioravante se ne rise, e armato montò a cavallo, e prese lo scudo e la lancia, e disse all'oste: «Ciò ch' io guadagnerò, sarà vostro». E mosse il cavallo, e corse alla porta dove era levato il romore, e uscí fuori, e passò inanzi a tutta l'altra gente che si faceva incontro alla gente del soldano.

In questo punto era lo re Balante con Drusolina fatti per lo romore a una finestra del palazzo, temendo di perdere la terra; e vidono questo solo cavaliere inanzi a tutta l'altra gente entrare nella battaglia; e Drusolina lo mostrò al padre. Disse Balante: «Egli ha poco senno». In questo punto si mosse Fioravante, e arrestò la lancia, e ferì uno re del campo, che veniva dinanzi a tutti gli altri, e morto l'abatté a terra del cavallo. Per questo si levò grande romore, e quelli della cittá presono ardire, e cominciorono grande battaglia. Faceva Fioravante diverse prodezze; e per forza d'arme rimisono i nimici insino agli alloggiamenti. E ritornando indrieto, Fioravante prese tre cavalli, due a mano e uno n'attaccò allo arcione dell'altro; e giunto alla osteria, gli donò all'oste per lo scotto che aveva ricevuto, e poi si disarmò e compiè di mangiare.

La gente della città, avendo auta questa piccola vettoria, tutti si rincorarono e mutarono loro opinione; e mentre che Fioravante mangiava, diceva l'ostiere: «Messere lo cavaliere, ciò ch' io ho al mondo è vostro ». Fioravante lo ringraziò molto.

Capitolo XXXI.

Come Drusolina mandò per Fioravante per sapere chi egli era,

ed egli disse avere morto Fioravante e toltogli le sue arme a una caccia;

e come la figliuola dell'oste morí per l'amore di Fioravante.

Essendo Fioravante a tavola con l'ostiere, Drusolina si fece alla finestra della camera, ch'era dirimpetto allo abergo, e vidde Fioravante mangiare, e conobbe ch'egli era quello cavaliere ch'aveva fatte tante prodezze. Drusolina chiamò due gentili uomini, e disse: «Vedete voi quello cavaliere che mangia in quello abergo? Andate a lui, e da mia parte lo Pregate che venga dinanzi a me ». Eglino andarono all'abergo, e feciono l'ambasciata di Drusolina, e pregaronlo che egli venisse dinanzi da lei. Fioravante fece vista di non sapere chi fosse Drusolina, e domandò l'oste chi era questa Drusolina. Disse l'oste: «Ella è quella, per cui questa cittá è assediata, ed è figliuola del re Balante, nostro signore». Fioravante rispose: «Quando io arò mangiato, verrò da lei». E i gentili uomini tornarono a Drusolina, e fecionle l'ambasciata. Disse Drusolina: «Tornate, e non vi partite, che voi lo meniate a me». E cosí tornarono, e trovarono che dinanzi a Fioravante serviva la figliuola dell'oste, la quale, come sentí che Dru solina aveva mandato per lui, diventò smorta e pallida più che terra, di dolore.

Fioravante mangiò, e poi andò armato dinanzi a Drusolina, e salutolla scambiando atti e modi e boce quanto poteva e sapeva. Ed ella lo domandò chi egli era; ed egli subito rispuose ch'era di Borgogna presso al reame di Franza. Disse Drusolina: «Tu non puoi celare che tu non sia franco uomo»; e tiratolo da parte, segretamente gli disse: «Tu debbi essere Fioravante, e a queste arme ti ricognosco». Disse Fioravante: «Madonna, l'arme furono bene di Fioravante, ma io non sono Fioravante». In questa giunse lo re Balante, e vidde questo cavaliere armato, e disse: «Chi è questo cavaliere che, all'arme che porta, somiglia quello traditore di Fioravante?». Ed egli rispose: «L'arme furono bene di Fioravante, e fu mio signore; e andando una volta con lui a uccellare, avendomi fatto dispiacere d'una mia sorella (io gli ero di drieto, e avevo tutte le sue armi in dosso, ed ero in sul suo cavallo), per vendetta dello oltraggio che m'aveva fatto, io gli ficcai la lancia nelli reni, ed egli non avia l'arme in dosso, e io lo passai insino dinanzi, e morto lo gittai a terra del cavallo. E perché io sapeva ch'egli era vostro capitale nemico, sono per mia sicurtà venuto in questo paese». Lo re Balante gli fece grande onore e festa (non è maraviglia se Balante non lo conosceva, però che non lo aveva mai veduto, se non armato da quello punto che lo vidde nella furia, quando fu preso a Monault); e dissegli: «Tu hai morto il maggiore nimico ch'io avessi al mondo, e voglio che tu stia nel mio palazzo e non voglio che tu vada più all'abergo». E cosí promisse Fioravante di fare. E come fu partito Balante, e Drusolina lo menò con certe damigelle e certi cavalieri in camera; e faccendogli onore e parlandogli segretamente, gli disse: «Per certo voi siete Fioravante»; ed egli, negando sempre, diceva averlo morto. Drusolina lo cognosceva meglio che il re, perché l'aveva veduto e abracciato nella prigione; e s'ella non lo avesse conosciuto, ella si sarebbe morta di dolore, s'ella avesse creduto ch' egli avesse morto Fioravante; intanto che ella s'allargò a dirgli: « Se tu hai morto Fioravante, e' converrà ch'io ti facci morire; ma tu mi inganni, però che tu se' Fioravante ». Ed egli si partí da lei, e fugli assegnata una camera nel palazzo, e fu mandato pel suo cavallo, e non tornò più all'abergo. E la sera la figliuola dell'oste, vedendo che egli non tornava, disse al padre: «Io temo che 'l cavaliere d'iersera non tornerà, che Drusolina sarà innamorata di lui». Disse il padre: «Io n'ho bene temenza: io te lo volevo dare per marito». Ed ella ebbe sí grande il dolore, che ella serrò le pugna e in presenza del padre cadde morta.

Di questa cosa fu ripiena tutta la terra, che la figliuola dell'oste era morta per amore del cavaliere ch'era venuto nella cittá novellamente. Quando lo seppe Drusolina, tutta si rallegrò, e disse: «Per certo a questo segno conosco ch'egli è el mio signore Fioravante; che, s'egli fussi stato uno briccone 'l famiglio, egli l'arebbe tolta per moglie, ma Fioravante non degnò, sí per la promessa ch'egli mi fece, e io a lui ». E mandò segretamente per lui, e pregavalo che non si celassi a lei. Fioravante disse : « Madonna, voi sapete come Fioravante è nimico di vostro padre: come verrebbe egli in vostra corte? Io vi dico che Fioravante è morto». E ridendo si partí da lei, ed ella si rimase sospirando in dubbio dal credere al non credere; e 'l cuore gli diceva: — Egli è pure desso, ma egli non si fida d'appalesarsi a me—.

Capitolo XXXII.

Come e perché Drusolina misse a Fioravante la manica

del vestimento in sull'elmo per cimiere; e l'odio de' tre signori

della cittá contro a Fioravante; e andando alla battaglia n'uccise

uno e gli altri menò alla battaglia, ed ebbe grande onore il dí.

Per lo grande assalto che aveva fatto Fioravante nel campo con quelli della cittá, tutta l'oste era impaurita, e bestemmiavano il loro soldano, perché non l'aveva tolto a suo soldo; e quelli della cittá pigliavano speranza della vittoria, e arditi ogni dí assalivano il campo, quando da una parte, quando da un'altra, e aspramente l'offendevano. El soldano per questo fece afforzare le guardie del campo. Avvenne che quelli della città ogni dí moltiplicavano come disperati la battaglia. Per questo lo re Balante mandò uno dí fuori della cittá tre signori gentili uomini con tremila armati, perché molto popolo era fuori della cittá; e per questo il romore e la battaglia crebbe di fuori. E drento Fioravante allora s'armò, e armossi il re Balante per guardia della terra; ma Fioravante andò fuori con lo scudo al collo e con la lancia in mano, e non aveva cimiere sopra all'elmo. E quando giunse dov'erano questi tre signori, ognuno l'odiava a morte, per ch'egli aveva tolto loro l'onore, che, inanzi che Fioravante entrasse nella cittá, egli erano tenuti i da più, ma poi erano tenuti poco a capitale. Ancora erano tutti e tre innamorati di Drusolina, e avevano giurato tra loro tre che al primo di loro ch'ella donasse una gioia, ella dovesse rimanere a quello; e odiavano Fioravante, perché ella mostrava già di volergli bene, e mandava per lui, e favellavagli, e a loro non aveva mai mostrato uno buono viso; sí che, vedendo venire Fioravante, l'uno lo mostrò all'altro, e dissono: «Non lo lasciamo andare, acciò ch'egli non abbia l'onore di questa battaglia». E giunto Fioravante a loro, eglino gli dissono: «Tu non puoi passare, cavaliere». Fioravante domandò per che cagione: eglino, non sappiendo altro che si dire, dissono: «Perché tu non hai insegna in su l'elmo». Fioravante tornò indrieto, e Drusolina, ch'era già salita in sul palazzo per vedere come questo cavaliere si portava nella battaglia, quando ella lo vidde tornare indrieto, iscese del palazzo per sapere la cagione. Quando Fioravante smontò da cavallo a pie' del palazzo, credendo che 'l re Balante fosse in sul palazzo, egli scontrò Drusolina in sulla porta del palazzo, la quale lo chiamò pianamente e disse: «O codardo cavaliere, ora credo io bene che tu uccidesti Fioravante a tradimento, poiché per paura di combattere se' tornato. Ora vatti a riposare, che tu hai fatto assai!». Fioravante, levato la visiera dell'elmo, ridendo le rispose: «O nobile donna, paura non m'ha fatto ritornare drento; ma per non disubidire a' comandamenti del vostro padre sono tornato». Allora gli disse quello che i tre signori gli avevano detto, che non portava insegna in su l'elmo; «e io vo al re Balante, che mi doni una insegna». Allora Drusolina si spiccò la manica del destro braccio, e Fioravante s'inginocchiò, e Drusolina gliela apiccò in su l'elmo, e disse: «Per amore di quello cavaliere che tu di' che uccidesti, il quale tu somigli, e per dispetto di quelli tre che t'hanno rimandato indrieto, che m'hanno grande tempo amata e da me non ebbono mai una buona parola né aranno. Ma se voi sarete quello che io credo, voi sarete da me amato. Fate che siate valente». Fioravante rimontò a cavallo e tornò fuori della porta.

Già sapevano quelli tre signori, per bocca di famigli da loro mandati, come Drusolina gli aveva messa in su l'elmo la manica della sua vestimenta; onde molto si turbarono, e l'uno diceva all'altro: «Noi abbiamo sempre amata Drusolina, e non dimostrò mai d'amare nessuno di noi ; e questo cavaliere in sí pochi giorni hanne già auto segno d'amore»; e accordaronsi tutti a tre, come viene di fuori, andargli a dosso e dargli morte. E come Fioravante uscí fuori della porta, e l'uno de' tre signori, cioè quello che aveva mosse le parole, venne contro a Fioravante con la lancia arrestata. Quando Fioravante lo vidde venire, si maravigliò, e nondimeno si gli fece incontro con la lancia in resta; e 'l gentile uomo gli ruppe la lancia a dosso gridando: «Traditore, tu non ci torrai la nostr'amanza!». Ma Fioravante lo passò insino di drieto, e morto l'abatté. Allora la gente della cittá, vedendo l'atto villano di questi tre signori, cominciarono a venire come disperati contro agli altri due in aiuto di Fioravante. Vedendo gli altri due questo, ebbono paura, e smontorono da cavallo, e dimandorono merzé al cavaliere novello; e Fioravante perdonò loro, con patto che eglino dovessino andare con lui alla battaglia con quelli tremila cavalieri ch'eglino avevano in compagnia; e cosí feciono. E assalirono il campo de' nimici, abattendo trabacche e padiglioni, cacciandogli dall'ordinate guardie con grande romore e morti di molti. E Fioravante abatté il dí quattro re di corona, e corse insino al padiglione del soldano. E fu openione di molti che, se Balante avesse il dí assalito il campo, eglino rompevano il soldano. Fioravante con la sua brigata raccolti insieme, ricchi del guadagno fatto di prigioni e d'arme e di cavalli e di certa vettuvaglia, tornorono nella cittá, dove si fe' gran fuochi d'allegrezza, dividendo il guadagno fatto fra la gente dell'arme.

Capitolo XXXIII.

Come Drusolina fece tanto che Fioravante le si palesò.

Drusolina, avendo vedute le valentie del cavaliere, subito che fu ritornato, mandò per lui, e in sagreto modo gli disse: «O caro mio signore, perché ti celi tu a me e fa' mi stare in tanto dolore, temendo io che tu non fussi morto? E questo è il merito dello scampo tuo e di Riccieri?». E cominciò a piagnere. Allora ne increbbe a Fioravante, e disse: «O nobilissima donna, a cui io promisi di non torre mai altra donna, pensi tu ch' io abbia dimenticato il benificio da te ricevuto? Ma la paura mi fa celare il mio nome; a te non si può tenere celato, e nelle tue braccia mi rimetto. Tu mi rendesti la vita, quando non era in mia libertà, e ora che l'è in mia libertà, te la posso donare, e cosí te la dono; ma io ti prego che con avvisato modo tu mi tenga segreto. Tu sai ch' io uccisi lo re Galerano, fratello del tuo padre, e feci morire Finaù e Mambrino, tuoi cugini; e 'l mio avolo fece morire il padre di Balante a Roma; e nondimeno l'amore ch'io ti porto ha potuto più che la paura; e sentendo il tuo pericolo, mi sono messo alla morte». Drusolina si gli gittò al collo, e confortollo ch'egli non avesse paura; ed essendo domandata perché gli faceva tanta festa, rispuose: «Egli m'ha detta la condizione di Fioravante, nostro nemico, e come per l'oltraggio diliberò d'ucciderlo, e come poi l'uccise; e dissemi:—Volesse Balaim che io fossi uomo, che ora acquisterei tutta Franza! — E per quello l'abracciai; e hammi detto com'egli è gentile uomo di Borgogna». Ella lo pregava che 'l più tosto ch'egli potesse la conducesse in Franza. Allora fu cominciato per tutto a chiamare « il cavaliere novello ».

Lo re Balante lo fece quella sera capitano generale di tutta la sua gente, e comandò che fusse ubidito come la propia persona di Balante. Cosí tutta la guerra fu rimessa nel cavaliere novello, e ogni cosa si faceva come egli voleva, contro al soldano.

Capitolo XXXIV.

Come il soldano fe' pace col re Balante.

La sera, poiché Fioravante fu tornato drento alla cittá di Scondia ed aveva tanto il soldano danneggiato, el soldano raccolse tutto il suo consiglio, e disse: «La fortuna ci vuole alquanto percuotere, e forse ch'ella ha alquanto di ragione, perché ella ci mandò prima nelle nostre mani quello, il quale per nostro nimico mettemmo nella cittá, e già per due volte ha percosso il nostro campo. E se in questa seconda battaglia lo re Balante ci avesse insieme con lui assaliti, noi savamo isconfitti e rotti; e questo novello nimico mi pare il più valente cavaliere del mondo. E però a me parrebbe, se a voi paresse, d'addomandare pace a re Balante, inanzi che con vergogna e danno siamo cacciati di campo. Noi siamo troppo di lungi da casa nostra e da soccorso, e quelli di Spagna sarebbono allegri del nostro danno per non ci avere a vicini ». E di concordia feciono ambasciadori, ch'andassino al re Balante; e la mattina di buon'ora gli mandarono alla cittá, e trovarono che Fioravante aveva già ordinato le schiere per assalire il campo. E domandato la pace al re Balante, egli considerò che 'l soldano era el maggiore signore della loro fede e domandava pace: temendo Balante gli altri infedeli, affermò la dimandata pace. E 'l soldano levò campo e tornò in Ispagna, e poi entrò in mare, e ritornò in levante co' suoi baroni e gente.

Capitolo XXXV.

Come fu manifestato al re Balante come il cavaliere novello

era Fioravante; e come trattava di pigliarlo.

Da poi che 'l soldano fu partito, Balante diede maggiore priminenza a Fioravante, e tutta la corte ubidiva Fioravante come il re Balante. Stette con questo amore sei mesi, cercando tempo e modo di menarne Drusolina. In capo di sei mesi capitò in Iscondia uno buffone ch'era stato a Parigi gran tempo, e andava cercando sua ventura, come vanno e' loro pari. E giunto in Iscondia, e fatto dinanzi al re e a' baroni certi giuochi e sollazzi, vidde Fioravante, e subito lo riconobbe; e tra sé pensando disse: « Costui come istâ in questa corte?», considerando ch'egli uccise il fratello e due nipoti al re Balante, egli e Riccieri. Nondimeno egli stette bene uno mese in corte, che egli non disse niente, e il re Balante lo cominciò a amare, perché egli gli dava molti diletti e piaceri. E sendo un giorno lo re in sala, Fioravante passò per la sala, e inchinò lo re Balante, ed entrò in una camera, e andò a vicitare la reina. E quello buffone, credendo venire più nella grazia del re che non era, s'accostò all'orecchie al re Balante, e disse: «O signore, io temo che voi non siate ingannato, però che voi tenete in corte il maggiore nimico che voi abbiate al mondo, il quale uccise il vostro fratello Galerano». Lo re tutto si turbò nella faccia udendo rimproverare la morte del fratello, e disse: «Qual è desso?». Rispose il buffone, parendogli avere male fatto: «Deh! non ve ne curate, imperò che voi l'amate molto, ed egli v'ha fatto gran servigio; e se io ve lo dico, sarò cagione che voi gli vogliate male, e egli a voi». Disse il re, com' è usanza de' signori, che hanno sempre sospetto: «Per Apollino mio iddio, che tu me lo dirai!». E preselo per la mano, e menollo in una camera, e 'l buffone disse: «Egli è quello cavaliere novello, che voi onorate tanto; quello è di certo Fioravante, figliuolo del re Fiorello di Franza». Balante lo fece mettere in una camera celata, e dissegli che non ne dicesse più niente a persona, e tornò in sala.

E quando Fioravante uscí di camera della reina, el re molto lo guatò dal capo a' piedi; e immaginando le grande prodezze che egli aveva fatte, tenne di certo ch'egli era Fioravante. E dubitando che per bocca del buffone non gli tornasse a orecchie che Balante lo conoscesse, fece amazzare il buffone, e non si credeva che altra persona di corte sapesse che egli fosse Fioravante. E la notte ne parlò alla reina, e ella disse: «Per mia fe', che io lo credo, che Drusolina non vede altro iddio che lui; e tu sai che ella gli donò il primo dí la manica del suo vestimento. Ma come lo potrete voi fare pigliare? che sai quanto egli è possente, e temo che la gente dell'arme non lo aiutassino, imperò ch'egli è molto amato da loro». Balante pensava in che modo lo potesse pigliare, e immaginò di pigliarlo a dormire nella sua camera. E la notte vegnente volle vedere come stava alla sua camera, e trovò che alla camera di Fioravante si faceva la guardia come alla camera del re; e però non vide modo di pigliarlo in camera. Pensò di pigliarlo nel consiglio; ma Fioravante portava sempre la spada e lo 'sbergo della maglia, cioè la panziera. Per questo ordinò lo re Balante fare per leggi, che nessuno non portasse arme in consiglio né dinanzi dal re Balante, in nessuna parte del palazzo né apresso al palazzo a dugento braccia, a pena della vita; e appose una cautela, che 'l soldano lo voleva fare uccidere. E di questo parlò in consiglio, e questo fu affermato per tutti e' consigli del re e della cittá, e datone legge e statuto, intendendo pel re e per ogni persona, di qualunque stato o condizione si fusse. Fioravante non [la] lasciò per lo bando, ma come prima la portava in ogni lato: e' baroni ne mormoravano. Uno dí lo re Balante gli disse: «Cavaliere novello, e' baroni della corte si turbano, perché tu hai dispregiato il mio comandamento, e non hai lasciato l'arme». Disse Fioravante: «Chi è colui che abbia offeso el soldano più di me? E' fa bisogno maggiore guardia a me che a voi ». Lo re non seppe che si dire, e partissi da lui.

Fioravante andava pure pensando perché lo re non voleva che egli portasse arme, e andonne a Drusolina, e dissele questa cosa. Ella rispose: «Non dubitare, che il re né altra persona di questa corte non sa chi tu ti sia, altri che noi due». E il re Balante n'andò alla reina, come si partí da Fioravante, e dissele la risposta di Fioravante. Ed ella si partí dal re, e andonne alla camera di Drusolina, e Fioravante s'era allora partito. Drusolina fece grande onore alla reina, e dopo molte parole disse la reina: «Figliuola mia, io vengo a te, perché la corte è in divisione. La cagione si è per lo bando che tuo padre ha fatto andare, che niuno non porti arme nel consiglio né altrove presso a Balante; e 'l cavaliere novello non la lascia, e gli altri baroni l'hanno per male. E se tu vorrai, tu leverai via questo scandolo». Ed ella disse: «Per mia fe', che da mia parte io non gliele dirò che egli la lasci, ma io gliele dirò per vostra parte; che, se nulla gli incontrasse, io non voglio ch'egli possa dire che la colpa sia stata per me». Disse la reina: «E' ti sarà grande onore, se tu fai che egli la lasci, per levare via questo scandolo». E poi si partí la reina; e Drusolina mandò per Fioravante, e dissegli quello che la reina gli aveva detto. Disse Fioravante: «Tu sai quello che io ho fatto: pensa come io posso andare sanza arme». Disse Drusolina: «Io voglio che tu ti fidi di me; e perché le tue arme stiano più sicure, io le metterò in questo forziere, e per due o per tre dí non te ne curare». Fioravante, vinto dall'amore, si fidò di Drusolina, la quale con purità, non credendo essere ingannata dalla madre, fu ingannata ella in uno modo e Fioravante in un altro; egli le fidò tutte le sue arme, ed ella le serrò in uno forziere, o vero cassone; e cosí l'uno e l'altro fu ingannato. La reina, tornata al re Balante, disse: «Io credo avere fatto sí che egli lascierá l'arme; e però fa quello che ti pare a dare ordine di pigliarlo ».

Capitolo XXXVI.

Come Fioravante fu preso nel consiglio a tradimento;

e come Drusolinariebbe le chiavi della prigione; e come la madre

gli tolse l'arme di Fioravante, che Drusolina non se n'avvide.

Venuto l'altro giorno, Fioravante andava sanza arme. Lo re Balante, che sopra a questo sempre stava in pensiero, fece lagunare il suo consiglio, e parlò segretamente a certi del consiglio, in cui egli si fidava, e disse loro quello che egli voleva fare, e ordinò molti armati segretamente. E richiesto Fioravante, com'era usato, andò nel consiglio, e sanza paura si pose a sedere dove era il suo diputato luogo. E poco stette che il re Balante si levò in pie', e andò contro a Fioravante, e disse: «O traditore Fioravante, che uccidesti il mio fratello Galerano, ora è venuto il tempo della vendetta; ora t'arrendi, o tu se' morto». E tratto fuori il coltello, allora furono tratte fuori duecento spade a dosso a Fioravante; ed egli, vedendosi sanz'arme tradito, s'arrendè al re Balante. Ed egli lo fe' mettere in uno fondo di torre, molto più fonda che quella di Balda, dove istette l'altra volta lui e Riccieri, dove in questa non si vedeva lume né luce.

 

Quando Drusolina sentí questa novella, mandò per la madre, e dissele: «O iniqua madre, perché m'hai fatto fare tradimento contro al migliore cavaliere del mondo? Per certo, se io non arò le chiavi della prigione dove egli è messo, io me ucciderò con le mie propie mani; e s'egli è Fioravante, come voi dite, io sono la più contenta donna del mondo, e allegra sarò di farlo morire; ma non vorrei essere biasimata che egli morisse di fame. O chi ne farebbe migliore guardia di me, pensando che Fioravante uccise il mio zio, re Galerano?». La madre, udendo le parole di Drusolina, la confortò di farle avere le chiave, pregandola che ne facesse buona guardia; e partita da Drusolina, la reina dimandò le chiavi, e disse ch'ella le terrebbe ella, e manderebbegli la vita strema da mangiare. E il re le fidò alla reina, ed ella la sera le diede a Drusolina. Ella, Drusolina, la notte segretamente per lo palazzo n'andò alla prigione; e la reina la vidde andare, aperse il forziere con certe chiavi che ella aveva, e tutte l'arme di Fioravante ne portò; e riserrò il forziere.

Drusolina n'andò a Fioravante, il quale molto si lamentò di lei; ed ella, piangendo, disse come ella era stata tradita dalla madre. Fioravante la pregò ch'ella facesse buona guardia delle sue arme, e pregolla ch'ella ispiasse quello che si trattava in corte di lui, e facessegliele assapere; ella cosí gli promisse di fare, confortandolo di camparlo; e ritornò alla sua camera, e trovò la reina che l'aspettava; e poco stette la reina, ch'ella si partí. Com'ella fu partita, e Drusolina aperse il forziere ovvero cassone, dove erano l'arme di Fioravante, e non le trovò. Ella n'ebbe grande dolore; nondimeno non ne disse niente a Fioravante per non dargli più dolore; e portavagli da mangiare. E passati alquanti giorni, lo re Balante diliberò di farlo morire; e Drusolina, che sempre s'ingegnava di sapere quello che Balante per consiglio faceva, ebbe sentita questa diliberazione. Ratta n'andò a Fioravante, e disse: «Io vengo a cenare teco imprima che tu sia morto; drieto alla tua morte con le mie propie mani me ucciderò ». Disse Fioravante: «O che novelle sono queste?». Ed ella disse : « Lo mio padre ha sentenziato che domattina fuora della cittá tu sia impiccato per la gola, come se tu fussi uno ladrone, per vendetta del suo fratello e del suo padre e de' sua nipoti». Fioravante, udendo queste parole, disse: «O Drusolina, io ti priego che tu mi rechi le mie arme». Ed ella gli manifestò come la madre gliele aveva tolte. Allora isgomentò Fioravante, e disse: «O Drusolina, è questo l'amore che tu dicevi che mi portavi? Ohimè! È questo il merito che voi mi rendete d'avervi liberati, voi e la cittá, dalle mani del soldano? Per Dio, abbiate di me misericordia! ».

 Capitolo XXXVII.

Come Fioravante e Drusolina fuggirono per la tomba sotto terra ;

e della figura incantata ; e le donne del castello che armorono Fioravante ;

e di cento isbanditi che egli menò a Monfalcone il castello.

Quando Drusolina udì Fioravante che disse: «Abbiate di me misericordia!», poco mancò ch'ella non morí di dolore, tanto l'amava di buon cuore; e mai tra loro non era stato peccato se non di baciare e d'abracciare, perché Fioravante giurò di non la toccare mai carnalemente, insino a tanto che non la sposasse in sul reale palazzo di Parigi e che ella fosse battezzata per mano del maggiore sacerdoto di Parigi. E stando cosí addolorati insieme, a Drusolina tornò alla mente che ella aveva udito dire che in quella prigione era una tomba sotto terra, per la quale si poteva andare a uno castello ch'era presso a Scondia a cinque miglia; e questa tomba fece fare lo re Misperio, padre di Balante, per suo scampo, se mai gli facesse di bisogno; e 'l castello si chiamava Monfalcon di Drusolina, perché si guardava per lei. Come ella si raccordò di questa tomba, tutta allegra disse; «O signor mio, tu camperai a dispetto di Balante». E allora gli disse di questa tomba ch'andava a Monfalcone, e disse: «Vattene lá da mia parte, e saratti dato arme e cavallo, e potrai tornare a casa tua in Franza». Rispose Fioravante: «Donna, io non andrò sanza voi: io voglio manzi morire, ch'andare sanza la vostra persona». Udendo parlare cosí Fioravante, ella diliberò andare con lui, e tornò alla sua camera e tolse due doppieri e le rugginose chiavi d'aprire la tomba, e ritornò alla prigione: e a grande fatica poterono aprire l'uscio, ed amendue con uno doppiere acceso n'andarono verso Monfalcone. E quando furono a mezza via, trovarono una fonte d'acqua chiara, ed eravi da lato una figura di bronzo in figura di re, che aveva una spada nuda in mano, e aveva una pietra di marmo a' piedi con lettere che di cevano: «Questa figura e questa ispada fu d'Alessandro Magno: incantata è questa spada in questa mano, per bocca della reina Olimpiade, che 'l migliore cavaliere del mondo ne la cavi, e altri no; intendesi nel tempo del cavaliere che ne la cavasse, e non nel passato né nel futuro». Disse Drusolina: «O signore, piglia la spada». Disse Fioravante: «Ora volesse Iddio che io fussi il terzo, non che il migliore!». E non la voleva pigliare; ma tanto lo pregò Drusolina, che egli per contentarla volle provare. Come la prese, la statua di bronzo aperse la mano, e Fioravante ringraziò Iddio e non insuperbì, e Drusolina se ne rallegrò molto. E presono il loro cammino, e inanzi il giorno giunsono alla rocca del castello. E Drusolina fece sentire come ella era quivi, e le guardie l'apersono: ella non palesò Fioravante, ma tennelo celato nella tomba insino alla mattina.

Come fu presso al dí, tutti gli uomini del castello andarono a Scondia per vedere morire Fioravante. Come fu giorno, Drusolina, accordata col castellano, lo mandò a vedere la morte di Fioravante, e dissegli: «Non dire niente a corte di me». Come l'ebbe mandato via con certi fanti, ella mandò per tutte le donne del castello, tra le quali erano quattro contesse, e parlò loro in questa forma: «Nobilissime donne, chi è quella che si potesse tenere di amare, essendo amata da uomo che meritasse molto maggiore e più nobile donna che quella che egli amasse? O lassa a me, che io sono amata dal migliore cavaliere del mondo, e honne veduta la pruòva prima nelle battaglie e poi negli incantesimi; e questo cavaliere è tutto il mio bene e tutto il mio disiderio, cioè Fioravante, figliuolo del re di Franza; e se egli morisse, di subito me ucciderei con le mie propie mani. E lui e me nelle vostre mani ci raccomandiamo, e priegovi che voi ci campiate dalla morte. Io so che i vostri uomini sono iti alla città per vedere morire Fioravante. Fate serrare le porte, e prendete arme per me, come feciono le donne Amazzone per vendicare i loro figliuoli e i loro mariti. Noi aremo di subito soccorso di Franza per amore di Fioravante, dove voi sarete molto meglio maritate e in più ricchezze». Come Drusolina ebbe parlato, la moglie del castellano confortò le donne che Drusolina e Fioravante si dovessono aiutare e difendere francamente. E cosí quelle quattro contesse parlorono in aiuto di Drusolina, e tutte l'altre seguirono. E feciono serrare le porte, e feciono venire Fioravante; e quando lo viddono, tutte furono accese del suo amore, e con più feroce animo tutte a una diliberorono d'aiutarlo. E le quattro contesse feciono venire molte arme, e Fioravante molte ne provò, e delle migliore s'armò. Le donne con le loro mani l'armavano, tutto toccandolo, e poi feciono venire assai cavalli, e di molti cavalli che gli furono appresentati, essendo cattivi, tolse il migliore. E levarono il romore: «Viva Drusolina e Fioravante!». Le donne partirono le guardie in fra loro su per le mura; ma Fioravante, armato, col migliore cavallo che potè avere, uscí fuora del castello, e corse in su la strada che passava di sotto al poggio del castello, e vidde passare una brigata di sbanditi, che andavano per vedere morire Fioravante: el bando che mandò Balante gli faceva sicuri che ognuno poteva venire sicuro per due giorni. E Fioravante gli domandò che gente egli erano e dove andavano; e quando sentí che gente egli erano e dove andavano, disse loro: «Se voi volete, io vi farò ricchi, e darovvi tutta la roba di questo castello». Risposono certi di loro: «Iddio lo volessi!». Allora Fioravante si palesò, e disse come egli era fuori di prigione campato con Drusolina, promettendo loro, com'egli tornasse in Francia, di fargli tutti signori di castella e di cittá; «e di questo castello vi darò la roba, e le belle donne da godere ». E accordati, gli menò drento a Monfalcon, e Drusolina fece loro grande promesse, e giurorono in mano di Drusolina di difendere il castello infino alla morte. E furono per numero centodieci sbanditi, e chiamarono Fioravante signore e Drusolina madonna; e con le donne del castello cominciarono a darsi bello e buono tempo, avendo roba assai e danari e femmine. Fioravante ordinò le guardie alle porte, e comandò che persona non fosse lasciato entrare dentro da niuna parte, e fosse chi essere si volesse.

Capitolo XXXVIII.

Come lo re Balante trovò che Drusolina con Fioravante s'era fuggita

di prigione, e andò a campo con molta gente al castello di Monfalcon.

Lo re Balante fece la mattina armare molta gente e mettere in punto per fare impiccare Fioravante, e mandò alla prigione. E quando seppe che non v'era, andò alla camera di Drusolina per sapere da lei quello che n'era; e non trovando la figliuola, rimase mezzo ismarrito, e la reina faceva gran lamento. Allora fu detto al re Balante che quelli ch'erano andati alla prigione avevano trovato la prigione aperta, e drento, al fondo della prigione, era uno piccolo uscio ancora aperto. Allora si raccordò il re Balante della tomba ch'andava al castello di Monfalcon. Subito pensò che indi fussino andati, e fece sonare lo squillone ad arme, e fece mettere un bando che tutti quelli di Monfalcon s'appresentassino a lui. E disse loro: «Andate a casa, che Fioravante è fuggito a Monfalcon; e quando io giugnerò, daretemi il castello». Costoro si partirono la maggiore parte armati, ed erano più di quattrocento. E giunti e' quattro conti a Monfalcon, furono rimessi a drieto con verrettoni e con sassi, minacciandogli di peggio; e 'l re Balante assediò da tutte parti il castello, minacciando Fioravante e Drusolina di morte. Fioravante voleva uscire fuora, ma Drusolina non lo lasciava andare per le cattive arme e per lo cattivo cavallo che egli aveva; e stette cosí assediato molto tempo. Alcuna volta, quando di dí e quando di notte, assaliva il campo con quegli sbanditi, ed era molto temuto nel campo de' saraini.

Capitolo XXXIX.

La morte del re Fiorello, padre di Fioravante; e come la reina il mandò

cercando ad uno buffone e promissegli la contessa di Fiandra per moglie.

In questo tempo morí lo re Fiorello, padre di Fioravante, che era re di Franza. La reina aveva grande dolore di Fioravante, perché non sapeva dove si fussi andato o dove fussi capitato, e tutto il reame era in grande differenza, credendo che Fioravante fosse morto. La reina diliberò di fare cercare tutto il mondo, e mandò molti segreti vassali per tutte parti. Fra gli altri ch'ella mandò, fu uno buffone, che era molto innamorato della contessa di Fiandra, il quale disse alla reina: «Se voi mi volete dare per moglie la contessa di Fiandra, per mia fede che io cercherò tanto del mondo, che io lo troverrò, s'egli è vivo ». La reina cosí gli promisse, e diegli la lettera, ed egli si partí. Questo buffone avea nome Lottieri; « cercando in molte parti, udì dire di questo castello ch'era assediato, ed egli n'andò dinanzi al re Balante come buffone, «fece molti giuochi, e diegli grande piacere, e seppe come Fioravante e Drusolina erano nel castello assediati, e udì dire com'egli era campato di prigione; ed egli pensava in che modo egli potesse mandare drento la lettera della reina. E' pose mente che ogni dí si faceva certi assalti e scaramucce. Uno dí s'armò e andò alla zuffa con uno arco in mano, e scaramucciando diceva a quelli del castello molta villania, ispregiando Fioravante. Essendo un dí presso alla porta, misse la lettera in su una saetta, cioè in punta, per modo che quegli dentro se n'aviddono, e saettolla drento. Ella fu ricolta e portata a Fioravante. Temendo di tradimento, Fioravante la lesse; e sentendo la morte del padre, pianse e dimandò quelli che gli diedono la lettera s'eglino riconoscerebbono quello che la gittò drento. Risposono di sí. Fioravante fece la risposta, e l'altro giorno, cominciata la zuffa, el buffone giunse alla zuffa. Subito fu mostrato a Fioravante. Egli gli si accostò, e lanciògli uno dardo sanza ferro, al quale era legata la lettera. Il buffone la vidde, e prese il dardo, e, levata la lettera, lanciò il dardo a Fioravante, gridando: «Traditore, tu non camperai delle mane del re Balante». E funne il dí molto lodato il buffone, e la notte vegnente celatamente si partí, e inverso Parigi s'afrettò di cavalcare.

Capitolo XL.

Come e' baroni di Francia volevano incoronare Riccieri del reame,

credendo che Fioravante fosse morto; e il buffone giunse, e fecesi

gran gente, e andorono a soccorrere Monfalcone.

Fra questo tempo che 'l buffone e gli altri avevano cerco di Fioravante, era passato uno anno che 'l re Fiorello era morto; e la reina aveva auto termine uno anno di fare cercare di Fioravante, e il re Fiorello aveva lasciato per testamento che, se Fioravante fosse morto, i baroni di Franza dovessino incoronare Riccieri, primo paladino. E passato l'anno, e' baroni vennono con gran gente a Parigi; ed essendo in sul palagio reale di Parigi, non si potevano accordare, perché v'erano molti che non si contentavano che Riccieri fosse fatto re, ed era questa la maggiore parte; e nel consiglio era la reina, la quale, veggendo tanta discordia, piagneva il figliuolo. E mentre che questo consiglio era in tanta differenzia, giunse il buffone, e andò dinanzi a tutto il consiglio. E la reina, come lo vidde, tutta si rallegrò, e passò per lo mezzo di tutti e' baroni, e abracciollo, e disse: «Sai tu novelle del mio figliuolo?». Rispose di sí; «ma inanzi che io dica niente, io voglio la promessa che voi mi facesti, e di certo vi dico che Fioravante è vivo e sano. Ora mi date la contessa di Fiandra per moglie, e io vi dirò dov'egli è». La reina fece venire la contessa di Fiandra, e cavossi uno anello di borsa; e in presenza di tutti e' baroni la sposò, e la reina lo fe' conte di Fiandra. Allora egli si trasse la lettera di seno, e fu conosciuta essere scritta di mano di Fioravante, e levato tra loro il romore: «Viva il nostro signore Fioravante!» E tra loro affermarono capitano Riccieri nella impresa di soccorrere Fioravante, e mandarono ambasciadori a Roma al santo Padre. Ed egli conobbe la cosa essere di necissitá, e sollecitamente mandò brivilegi di colpa e di pena a chi fra tre mesi fosse con la baronia di Franza in soccorso di Fioravante, figliuolo del re di Franza, il quale si dovea incoronare del reame di Franza. E apresso si partí il papa da Roma, cioè papa Innocenzio Albanis; e lo imperadore era in quello tempo in Gostantinopoli, ed era imperadore Arcadio, che fu il quarantunesimo imperadore. E giunto il papa a Parigi, fu onorevolmente ricevuto, e venne a Parigi gran moltitudine di gente per lo perdono.

In questo tempo era nelle selve di Dardenna uno santo romito, che avea nome Dionigi, al quale l'agnolo annunziò che egli dovesse andare a prendere confessione dal santo papa, e andasse a combattere contro a' saraini; ed egli cosí fece.

La reina volle andare con loro, e andò armata con l'arme del re Fiorello, e faceva maravigliare ogni persona. E il luogotenente di Dardenna andò nel campo con quattromila cavalieri, ciò fu Valenziano di Baviera. Tanto andò l'oste, che giunsono apresso a Monfalcon, dov'era assediato Fioravante. Quelli di Balante corsono ad arme, e cosí Fioravante con quelli del castello.

Capitolo XLI.

Come e' cristiani ebbono la vettoria contro al re Balante

e tornarono in Franza, e Fioravante menò Drusolina, e tolsela per moglie.

Apparita la luce del giorno, el buffone, che era fatto conte di Fiandra, andò dinanzi alla reina, e addomandò la prima ischiera. La reina lo mandò al papa, ed egli lo mandò a Riccieri, ed egli gli diede la prima schiera; la seconda donò Riccieri al santo romito Dionigi; la terza tolse Riccieri per sé; tutto il resto della gente lasciò a guardia della reina e del santo Padre. Furono le prime tre schiere trentamila per ciascheduna, e il resto della gente furono più di centomila.

Lo re Balante fece venire la notte di Scondia e del paese quanta gente potè fare, e la mattina fece tre schiere: la prima diede a'quatro conti e a Giliante; la seconda volle per sé, la terza die' a Adimodan, padre di Giliante d'Ordret, e ordinògli la guardia del castello. E poi fece muovere la prima schiera, ch'erano ventimila, la seconda trentamila, la terza ventimila; e cominciata la battaglia, Giliante co' quattro conti e con la prima schiera, entrato nella battaglia, s'aboccò col buffone, e passollo colla lancia, e morto lo gittò alla terra, e rompeva la prima schiera. Ma Ansergi gli soccorse, e arebbe volti e' saraini, perché egli uccise i quattro conti. Per questo si mosse lo re Balante con la sua schiera, e ferì Ansergi Dionigi della lancia per modo, che tutto lo passò, e rendè l'anima a Dio; e una nuvola apparí sopra al suo corpo, e fu portato via. Disse Balante, poi che fu battezzato, che egli vidde portare quello corpo agli angeli; e fu trovato poi, quando i cristiani tornarono a Parigi, di lungi a Parigi tre miglia, e quivi fu fatta una chiesa per gli Reali di Francia a onore di questo santo, la quale si chiamò sempre San Dionis de Paris.

Seguitando Balante la battaglia, arebbe volto e'cristiani; ma Riccieri gli soccorse, e grande battaglia cominciò e rinforzò. Quando Balante vidde Riccieri, chiamato Giliante, glielo mostrò; e Giliante gli andò incontro con uno grosso bastone, e, aboccati, cominciarono grande battaglia. Ma Balante con una lancia l'assalí da traverso, e gittollo per terra lui e 'l cavallo, e non si potè sì tosto riavere, che 'l ca vallo gli fu morto, e a pie' si difendeva. Balante rifrancò per modo e' saraini, ch'e' cristiani si missono in fuga, credendo che Riccieri fosse morto; ma la reina s'era fatta tanto inanzi, che quelli di Monfalcon cognobbono Oro e fiamma. Allora Fioravante montò a cavallo armato, e assalí il campo, e riscontrò Adimodan d'Ordret, padre di Giliante, e con la lancia lo passò, e morto l'abatté; ed entrato nella battaglia, trovò Riccieri, e fello rimontare a cavallo; e rifrancando e' cristiani, feciono testa, e la gente del papa soccorsono il campo. Allora lo re Balante vidde cadere le sue bandiere per terra, e ristrinse insieme la sua gente; ma Fioravante l'assalí, e gittando per terra le sue bandiere, sopraggiunse lo re Balante, per modo ch'egli non potè fuggire. Quando Balante vidde Fioravante, disse: «O nobile cavaliere, la fortuna dá e toglie e' beni di questo mondo. O gentilissimo nimico, piacciati di vincere, e non ti piaccia la mia morte». Fioravante, udendo le sue parole, intenerí d'animo per amore di Drusolina, la quale, quando l'aiutò a armare, disse: «Per mio amore, siati raccomandato il padre mio». Per questa ricordanza disse: «O re Balante, l'amore che io porto alla tua figliuola t'ha campato. Ma fa raccogliere tutta la tua gente, e partiti dalla battaglia; ed io farò sonare a raccolta». E cosí ferono l'uno e l'altro campo. Balante si tornò in Iscondia. Fioravante trovò la madre armata come re; domandò s'egli era el re di Franza suo padre. Ma quando seppe e giudicò che ella era sua madre, ne fece grande festa, e raccolta tutta la baronia, disse loro come egli era campato; e trasse Drusolina del castello con molte altre donne, e raccomandolla alla guardia di Riccieri, temendo forse della madre; e menonne tutti quelli sbanditi, ch'erano scampati della guerra, e tutti gli meritò del loro ben fare.

E tornarono in Franza, e Fioravante fu incoronato del reame di Franza. Come fu incoronato, la madre lo cominciò a molestare che egli togliesse per moglie la figliuola di Salardo di Brettagna; e Fioravante non ne volle fare niente, ma fece battezzare Drusolina, e poi la sposò e tolsela per sua moglie, come l'aveva promesso e giurato. E fecesi gran festa ed allegrezza per tutto il reame, ed era molto lodato Fioravante, perché aveva fatto battezzare Drusolina per mano del papa e toltola per moglie e fattola reina di Franza. Ma la madre di Fioravante e la contessa di Fiandra e la duchessa di Brettagna e la figliuola molto l'odiavano; e insieme queste quattro feciono una lega contro a Drusolina. Fioravante e Riccieri molto l'amavano per lo benificio ricevuto da lei; ed era Drusolina molto amata da tutta gente, salvo che dalle quattro sopradette e da loro setta.

Capitolo XLII.

Come Drusolina partorì due figliuoli maschi, e la reina l'accusò d'avoltero;

e dopo a molte cose contro a Drusolina,

come essa fu data in balia della reina co' figliuoli.

Regnando Fioravante re di Franza, intervenne uno strano caso. Uno dí venne in corte una povera donna con due figliuoli in braccio, amendue in fascia, e dinanzi a Fioravante s'inginocchiò e disse: «O signore, abbi misericordia di me e di questi dua fanciulli, che 'l padre loro morí nelle battaglie, quando voi fusti soccorso; e io rimasi gravida e partorí' questi due fanciulli a uno portato: ora non ho di che fare loro le spese». Drusolina, ch'era presente, disse: «E' non può essere che d'uno uomo solo nasca a uno portato due figliuoli». Rispose Fioravante: «O Drusolina, non dire cosí, perché a Dio non è nulla impossibile: per vero la femmina secondo natura può portare sette figliuoli a uno portato, ma non più; e cosí si tiene pe' savi». E fece dare a quella femmina dieci onze d'oro.

E in quello anno Drusolina ingravidò, e partorì due figliuoli maschi molto belli. E la reina fu a consiglio con le sue false compagne, e diliberarono di fare morire Drusolina. E andoronla uno dí a vicitare, e la reina vi stette tanto, che Drusolina s'addormentò; e mandate via tutte le donne e le serve, quand'ella vide Drusolina sola, ella mandò per uno giovinetto gentile uomo, il quale serviva dinanzi a Fioravante della coppa del vino, e aveva nome Antonio. Disse la reina ridendo, mostrando di volere fare cose di sollazzo: «Io voglio che tu rimanga qui tanto ch'io torni». Rispose Antonio: «Madonna, no, per Dio, però che sarebbe disonesto». Ella s'adirò, e disse: «Se tu non ci rimani, io ti farò morire, però ch'io amo onore come tu, e non ti lascio se non per cose da ridere». Antonio rimase drento alla camera, e la reina serrò l'uscio di fuori, e andonne a Fioravante, e disse: «O figliuolo, ora ti fida delle puttane saraine. Sappi di vero che quelli non sono tuoi figliuoli, ma sono figliuoli d'Antonio. Ella ha scelto amante giovane e bello, e anche a questo non credo ch'ella istia contenta. Sappi che, come noi partimmo di camera, ella mandò per lui, ed ha mandate tutte le serve fuori, e comandò a me che io le mandassi fuori, e poi mi partissi; e io le mandai, non pensando al suo mal fare. Ma quando m'avvidi dell'atto, che Antonio fu drento, io serrai l'uscio di fuori, e hollo serrato in camera; e se tu non credi a me, va' alla camera e vedrà' lo ». Fioravante, vinto dalla subita ira, non conobbe la falsità della madre; corse alla camera, e aperse l'uscio, e trasse la spada, e non aspettò la scusa dello sventurato giovane: furiosamente l'uccise. Poi corse al letto, e prese Drusolina pe' capelli, e tirolla fuori del letto; ed ella nel destare gridò: «O Vergine Maria, aiutami!». Questa parola fu di tanta grazia, che Fioravante le die' della spada, e non la potè uccidere né tagliare le sue carni; e ricorse al letto, e prese e' due figliuoli, e per tre volte gli percosse nel muro, e non gli potè offendere, tanto miracolo mostrò la Madre di vita etterna! Dice alcuno ch'egli corse alla scala ch'era di pietra, e dièvvi suso della spada, e che ne tagliò tre scaglioni. Allora disse: «Io veggio ch' io sono stato ingannato, che questo è miracolo di Dio».

Al romore corse Riccieri, e Fioravante gli disse che Drusolina l'aveva cambiato a uno donzello; ma quando Riccieri udì il miracolo della spada e de' fanciulli, fece tanto che Fioravante l'arebbe perdonato; e Drusolina scusandosi chiedeva misericordia, e stava ginocchioni ignuda; e Riccieri la fe' rivestire, e menò Fioravante in sala. Allora la reina andò a Fioravante, e disse: «Dunque tu non farai vendetta della falsa puttana, che tanto ha vituperato e avvilito il tuo legnaggio, che t'ha pareggiato a uno famiglio?». Disse Fioravante: «Madonna, s'ella avesse fallato, la mia spada l'arebbe morta e tagliata, come ella tagliò la scala; e veramente Iddio ha mostrato miracolo per lei, e credo che voi m'avete fatto uccidere Antonio contro a ragione; ma guardate che Iddio non ve ne faccia ancora portare pena». Allora la reina cominciò a gridare e a piagnere e a dire: «Adunche mi fai tu colpevole di questo per questa falsa femmina? Ma io ti giuro che, se tu non ne farai vendetta, che io ti darò la mia maladizione». Fioravante, udendo le parole, disse: «Quanto io non la voglio uccidere, ma io la licenzio a voi: fatene quello ch'a voi piace». Disse la reina: «Ella sa fare delle sette arti incantamenti, e però non l'hai potuta offendere; ma io la farò ardere, che ella non si potrà difendere dal fuoco». Disse Fioravante: «Fate di lei e de' figliuoli vostra volontà, poi che voi dite che non sono miei». Ella si partí e tornò alla sua camera, e mandò per la contessa di Fiandra e per la figliuola di Salardo, e disse loro come aveva in sua libertà Drusolina; «ora consigliate quello che vi pare che io ne faccia»; e disse loro ch'ella aveva commesso avoltero con Antonio. Per questo ognuna di loro sentenziò che ella meritava il fuoco, e d'essere messa in una fornace ardente co' due figliuoli al collo per meretrice. E per vero la contessa di Fiandra né la figliuola di Salardo non sapevano che la reina avessi messo Antonio nella camera, ma credevano che Antonio avesse di certo fallato con Drusolina, ed eronne allegre, perché volevano male a Drusolina; sicché non erano tanto da biasimare quanto la reina, che per vincere la sua gara pativa che e' figliuoli del figliuolo morissino, sí come maladetta femmina.

 Capitolo XLIII.

 Come Drusolina fu giudicata d'essere gittata nella fornace accesa

co' due figliuoli in braccio; e 'l fuoco uscí per miracolo della fornace,

e arse il palazzo della reina in parte; e come Drusolina fu cacciata,

e Riccieri la accompagnò un pezzo di via.

La reina mandò pel giustiziere di Parigi, e comandò, colla licenza di Fioravante, ch'egli andasse alla camera di Drusolina e che egli la pigliasse co' due figliuoli, e menassela a pie' del palazzo della reina; ed egli piangendo fece il suo comandamento. E quando fu a pie' del palazzo, la reina comandò a' giudici della corte che la giudicassino a morte, lei e i due avolterati figliuoli, in una fornace ardente; e cosí come avolterata la sentenziarono. Quando Drusolina udì dare questa sentenzia, parlò altamente in questa forma: «Signore Iddio di tutte le grazie, a te ricorro e priego per tutte le tue misericordie, per tutti li tuoi santi nomi, per la tua santità, e per tutte le profezie che di te profetarono, e per li tui sacri e santi evangeli, e per la somma verità che in te regna, e come tu se' vero e vivo Iddio, cosí come io non ho fallato di quello che al presente sono incolpata, che tu mi liberi di questa falsa sentenzia, come liberasti Susanna delle mani de' falsi testimoni; e se per mio fallo o per tuo giudicio sono degna per altro peccato di questo tormento, io ti priego per le sopradette cose che questi due figliuoli di Fioravante mio marito, innocenti e di diritto matrimonio nati, non perischino per altrui odio e niquità e falsità. Signore Iddio, mostrane sí vero segno, che dopo la mia morte mi sia manifesta scusa per assempro degli altri, come io non sono colpevole di questo in che sono giudicata». Allora la reina gridò: «Che fate che non andate via? Toglietemi d'inanzi questa incantatrice di dimoni». Allora fu grande il pianto per quelli ch'erano tratti per vedere; e Drusolina co' due figliuoli legati al collo fu messa in su uno carro e menata via lá dove era ordinata una fornace accesa. Tutta la gente della cittá correva a vedere, pregando Iddio per lei; e di comune parlare sempre contro alla reina ognuno gli augurava male e dicevano che mai non si fe' tanta oscurità. E giunti alla fornace, Drusolina s'inginocchiò, e raccomandossi divotamente alla divina madre Vergine Maria; e dette certe orazioni, fu gittata nella fornace con le mani legate e co' due figliuoli al collo. E 'l fuoco per divino miracolo arse solamente i legami ch'ella aveva alle mani, e la carne non magagnò, e uscí tutto il fuoco della fornace, e andò nella casa de' giudici che la giudicarono a morte, e arsono le case e i giudici: ancora n'andò alquanto nel palazzo della reina, e arse tutta la sua camera.

Vedendo la gente che 'l fuoco della fornace era spento e non avea offeso la donna né i fanciulli, subito la trassono della fornace, e, gridando misericordia, fu menata dinanzi a Fioravante. E la reina disse: «Bene t'ho io detto, figliuolo, che queste saraine fanno per forza di demoni queste cose». Fioravante disse: «Ora che volete voi che io ne faccia?». Disse la reina: «Che tu la cacci via, che quegli non sono tuoi figliuoli». Fioravante disse: «Donna Drusolina, io ti comando, a pena della testa, che per tutto questo giorno tu sia fuori del mio regno». E comandò a Riccieri, a pena della testa, che la vada a 'ccompagnare insino nella selva di Dardenna, e ivi la lasci sola con questi due figliuoli, «e sia domane tornato dinanzi da me, a pena della testa». E in sua presenza fece mettere uno bando che altra persona non la seguitasse né accompagnasse, e che passato quel dí, a pena della lingua, nessuna persona, quale si fosse, di questo parlasse né in palese né segreto, e ognuno ne potesse essere accusatore.

Riccieri montò a cavallo, e misse a cavallo Drusolina, e il dí e la notte cavalcò tanto, che l'atra mattina giunse dove Fioravante gli aveva comandato. E volendosi partire Riccieri, Drusolina gli disse piangendo: «O Riccieri, dove m'abbandoni e lasci? È questo il merito che voi mi rendete del mio ben fare per voi, quando savate in prigione? Bene è ragione che quella persona, che tradisce il suo padre e la sua madre, patisca pena del suo inganno; ma (Iddio m'aiuti!) io ingannai mio padre due volte per campare voi una e Fiora vante due, e male m'avete meritato. E bene ch' io patisca pena dello inganno fatto a mio padre, questi due figliuoli non hanno colpa: perché ne debbono portare pena? Oimè, Riccieri, questi sono pure figliuoli di Fioravante, tuo signore». Allora Riccieri cominciò a piagnere e disse: «Madonna, se v'è di piacere, io rimarrò qui con voi». Ella rispose: «Io so il comandamento che Fioravante vi fe', e però vi priego che voi mi mostriate in quale parte voi credete che io possa trovare più tosto abitazione dimestiche; e poi te ne va' a corte, e priega Iddio per me, e più per questi due del sangue di Franza». Riccieri cosí le 'nsegnò; e poi si partí da lei, e lasciolla cosí soletta; e tornò a Parigi, e disse a Fioravante come l'aveva lasciata, e le parole che ella gli disse alla partenza. Disse Riccieri: «O Fioravante, per mia fe', ch' io temo che tu non sia stato ingannato, che io non posso credere che Drusolina t'avesse fatto fallo». Fioravante lagrimò e non gli rispose; e stette più di due mesi addolorato, che mai non dette udienza a persona, e tutta la cittá ne stette addolorata.

Capitolo XLIV.

Come, dormendo Drusolina, uno ladrone le tolse uno de' figliuoli,

e uno lione gli tolse l'altro, e ella dietro al lione correva.

Partito Riccieri dalla abbandonata Drusolina, ed ella tutto quel giorno, se non da Dio accompagnata, andò soletta per quello diserto, e la sera si rammaricava delle sue pene; e maggiore dolore aveva pegli due figliuoli, ch'ella non aveva di sé. E giunse a una fonte d'acqua chiara, quando il sole era per andare sotto, alla quale erono quattro vie, e non v'era presso abitazione. Ella si pose a sedere allato alla fonte piagnendo e baciando i due figliuoli; e allattògli el meglio ch'ella potè, ed ella mangiò certe frutte selvatiche, ch'ella aveva ricolte per la selva; e avendo e' due figliuoli in braccio, sempre si raccomandava alla Reina di vita etterna. Come piacque a Dio, ella s'addormentò nel dolore, e tutta la notte istette co' due figliuoli in braccio a quella fonte, e da ogni braccio ne teneva uno.

La mattina per tempo v'apparí uno ladrone, ch'era chiamato per lo paese Giogante, non per ciò ch'egli fosse, ma pel nome; e vide questa donna dormire con questi due figliuoli in braccio. Accostossi pianamente a lei e pianamente gliene tolse uno, e portollo via. E partito il ladrone Giogante, v'apparve uno grande lione, e tolsele l'altro. Drusolina si destò, e vidde il lione ch'aveva preso il figliuolo in bocca. Pensò ch'egli avesse mangiato l'altro; ma perché ella sentiva quello piagnere, ella, vinta più dalla tenerezza del figliuolo che dalla paura, correva drieto al lione co' sassi e con grida il meglio ch'ella poteva: e 'l lione pianamente le fuggiva dinanzi; ed ella, per riavere il figliuolo, lo seguitava il meglio ch'ella poteva.

Capitolo XLV.

Come il ladrone fu morto, e l'altro figliuolo, ch' e' portava, fu venduto

a uno mercatante di Parigi, e fu portato a Parigi, e postogli nome

Gisberto del Fier Visaggio.

Quello ladrone che portava l'altro fanciullo, volendo passare presso a una fortezza di cristiani, dove stava la guardia perché il paese stesse sicuro, fue veduto dalla guardia della torre, e levato il romore, fu assalito da cento a cavallo. Come Giogante vidde questa gente, misse il fanciullo in una siepe di pruni, e cominciossi a difendere: all'utimo fu morto, ma egli uccise dieci cristiani. E poi che l'ebbono morto, gli feciono cerchio intorno, e per meraviglia lo guatavano; e uno di loro si scostò per volere orinare; e volendo orinare nella siepe, vidde il fanciullo, e portollo al loro capitano. Ed egli lo fe' notricare uno mese, e poi lo mandò a vendere a una fiera, credendo ogni uomo ch'egli fosse figliuolo di quello ladrone, chiamato Giogante; e perché egli era tanto bello, ne domandava tant'oro, quanto pesava.

Intervenne che alla fiera venne uno mercatante da Parigi, che aveva nome Chimento, ed era il più ricco mercatante del ondo; e andando questo mercatante su per la fiera, vidde questo fanciullo che si vendeva, e fermossi a vederlo, e fecielo isfasciare, e viddelo ignudo, e dimandò quanto ne volevano, e fugli detto: «Tanto oro, quanto pesa». El fanciullo gli parve tanto bello, che molto gli piacque; e tornato al suo alloggiamento, pensando fra sé medesimo, disse: «Io non ho figliuoli e non ne sono per avere, e sono in molta vecchiezza: egli è meglio che io compri questo fanciullo, e farollo mio figliuolo adottivo, e sarà mia reda, e crederassi essere mio figliuolo». E chiamato uno suo famiglio, detto per nome Matteo, e' dissegli: «Va' e compra quello fanciullo che noi vedemmo, e non lo lasciare per danari». E comperollo tanto oro quanto pesò: e poi fece trovare due balie per allattarlo, e disse a Matteo: «Vattene con questo fanciullo a Parigi, e fammelo allevare, e dirai alla mia donna ch'egli è mio figliuolo; e quando sarà in età, farà' gli insegnare leggere e scrivere, imperò che mi conviene andare in levante per fare tutte le mie ricchezze venire a Parigi, ch'io sono oggimai vecchio e non potrei più attendere alla mercatanzia, e starò forse otto o dieci anni. E quando sarà grandicello, guarda bene ch'egli non vada a mangiare né a bere in corte del re Fioravante, imperò che tu sai quello ch'egli fece de' suoi figliuoli; e sai che tutte le donne di Parigi vogliono male alla reina, perch'ella cacciò Drusolina». Allora Matteo promisse di cosí fare, e il mercatante gli diede un altro compagno, che aveva nome Bichieragio, e menarono il fanciullo con le balie a Parigi. E quando la moglie di Chimento udì dire ch'egli era figliuolo di Chimento suo marito, pensando ch'ella non aveva figliuoli, l'accettò per suo figliuolo come Chimento o più, e facevalo nutricare con amore e con grande guardia, e fecelo battezzare come Chimento aveva ordinato, e posegli nome Gisberto Fier Visaggio. Egli era tanto bello, che ognuno gli poneva amore.

Capitolo XLVI.

Come Gisberto Fier Visaggio vestí cento giovani e comprò uno sparviere,

e vinse Fioravante e Riccieri nel torniamento.

Quando Gisberto Fier Visaggio fu in età d'otto anni, lo menavano alla scuola, e imparava molto bene, e sempre l'accompagnavono Matteo e Bichieragio. Quando ebbe imparato a leggere e a scrivere, lo menavano al fondaco. Egli vi stava mal volentieri, e prese dimestichezza con certi giovani di Parigi di suo tempo, e cominciò a giostrare e armeggiare e fare molte feste. E la spesa rincrebbe a quelli giovani, e Gisberto ne vestí cinquanta a sue spese, e comperò loro e' cavalli, e sempre teneva corte, tanto che per tutto si diceva: «Gisberto tiene maggiore corte che il re Fioravante». La moglie di Chimento gli disse: «Figliuolo, tu fai troppe grandi spese». Allora disse Gisberto: «Madre, io ne guadagnerò più in uno giorno, che non farà mio padre in dieci anni»; e alquanto s'adirò. Allora ella gli die' licenza di fare a suo modo, e mostrògli grande tesoro. E Matteo e Bichieragio lo menavano spesso al fondaco; e la prima mercatantia che egli fece, si fu che uno villano portava uno sparviere in pugno per venderlo, onde egli domandò che ne voleva. Rispose il villano: «Cinque franchi». Disse Gisberto: « Sempre sarai povero»; e fegli dare venti franchi. Disse Gisberto: «Ogni volta ch'io comperrò da uomo cortese, pagherò doppia mente ». Matteo gliene disse male, ed egli s'adirò: a Matteo parve avere mal fatto, e chiesegli perdono.

E quando fu in età di diciotto anni, fece uno grande torniamento e una festa di rompere aste. El paladino Riccieri andò a vedere, e ruppe una lancia con Gisberto; ma alla seconda rimase Riccieri vinto, e Gisberto gli chiese perdono: Riccieri lo confortò di provarsi con ognuno francamente. E tornò Riccieri a Fioravante, e disse: «Questo Gisberto sarà molto valente»; e dissegli come egli l'aveva vinto a rompere aste di lancia. Fioravante disse: «Io voglio andare a provarlo». E andovvi, e rimase con quello onore che fe' Riccieri. Fioravante lo pregò che egli andasse a stare alla corte, facendogli grande onore. Gisberto disse: «Io non mi partirei mai dalla volontà di Matteo e di Bichieragio, a cui mio padre Chimento m'ha commesso». Fioravante pregò Matteo che gli facesse quella grazia, e disse: « Io non ho figliuoli, e prometto che alla mia morte io lascierò a Gisberto la corona». Ed eglino risposono: «Chimento ci ha comandato di non lo lasciare andare a corte», dicendo che Chimento temeva che quelli di Maganza non lo avvelenassino; «e però aspettate tanto che Chimento torni, e farà quello che voi vorrete ».

E stando a Parigi Gisberto, e faccendo molte grandi spese, la moglie di Chimento lo riprese che egli spendeva tanto francamente. Disse Gisberto: «Io andrò in luogo ch'io ne guadagnerò, e non ispenderò del vostro». Ed ella temè che non si partissi, e mostrògli tre forzieri di tesoro, che Chimento in quegli dí aveva mandato, e confortollo: per questo Gisberto gli chiese perdono. Matteo gli comandò che egli non mangiasse in corte e non vi beesse. E cosí mantenne a Parigi grande corte per insino che 'l mercatante Chimento tornò, il quale credeva che fosse suo padre. E stette Chimento passati anni diciotto allora a tornare; ma egli recò a Parigi tutte le sue ricchezze; e Matteo ogni giorno gli scriveva de' fatti di Gisberto. E Chimento di questo si rallegrava, ma non delle grande spese che egli faceva; e per questo s'affrettò di tornare più tosto.

Capitolo XLVII.

Della festa della tornata di Chimento mercatante, che comprò Gisberto

Fier Visaggio, e come Gisberto fu fatto servidore di coppa del re

Fioravante e fatto dal re ereda del reame.

Passati anni diciotto, Chimento tornò di levante con grandissimo tesoro; e quando fu presso a Parigi, mandò a dire a Matteo come egli venia. Matteo lo disse a Gisberto, il quale in due giorni vestí cento giovani di Parigi a una divisa, e aspettava che suo padre giugnesse presso a Parigi. E quando seppe ch'egli era presso a dieci miglia, montò a cavallo con quelli cento, e andògli incontro. La novella andò a Fioravante: subito montò a cavallo, non per Chimento né per debita cosa, ma per vedere la nobiltà di Gisberto; e montò a cavallo, e andò drieto a Gisberto; e quando lo giunse, disse: «Perché non mi facesti assapere la tua andata?». Rispuose: «Per non vi dare fatica, santa Corona». E cavalcando iscontrarono Chimento con certa compagnia in su uno portante. Gisberto domandò Matteo: «Qual è il mio padre?». Ed egli gliele mostrò. Gisberto ruppe in uno albero l'asta ch'egli aveva in mano, e presto saltò a terra del cavallo; e furongli stracciati e' drappi che egli aveva sopra al giubberello, ed egli gridò: «E anche el mio cavallo e tutti quelli c'hanno i miei compagni vi dono». Appena poterono e' compagni rompere loro aste, che furono rubati di cavalli e di sopraveste, e fu teso uno baldacchino di velluto sopra il capo di Chimento in su l'aste. E Chimento domandò Matteo: « Qual è il mio figliuolo?». Ed egli gliel presentò, e Chimento imbracciò e baciollo, e poi lo dimandò: «Dimmi, Gisberto, di cui sono questi cavagli, che sono cosí messi in preda?». Disse Gisberto: «Ogni cosa è comperata de' vostri danari». Disse Chimento: «O figliuolo, dunque quello ch' io ho in tanti anni guadagnato, tu lo getti via in questo modo?». Gisberto rispuose: «Padre mio, se voi non volete ch'io spenda, io me ne anderò altrove, e guadagnerò da spendere». Chimento l'abracciò e disse: «Figliuolo mio, io sono vecchio oggimai: io ne spenderò pochi, e sappi ch' io n'ho tanto arrecato in questa andata, che ti basterà gran tempo; e però spendi francamente, e fatti onore a te e a me ».

Fioravante giunse, e abracciò Chimento, e accompagnollo drento a Parigi, e molto gli lodò Gisberto per lo più valente giovane del mondo. Essendo lo re Fioravante a casa di Chimento a desinare, disse a Chimento: «Io voglio che Gisberto mi serva della coppa del vino; e sappi ch' io gli ho posto tanto amore, che alla mia morte lo farò mio ereda del reame di Franza». Disse Chimento: «Io temo che non mi sia morto per invidia da quegli di Maganza, perché voi sapete che voi non avete figliuoli, e dopo la vostra morte aspettano la corona». Fioravante rispuose: «Non dubitare di quello; ch'io darò tale ordine, che non lo potranno offendere». Chimento gliele concedette; e Matteo e Bichieragio sempre erano al suo governo.

Quando Chimento morí, lasciò Gisberto sua reda. Cosí con grande nominanza stava a Parigi Gisberto Fier Visaggio, e aveva maggiore nominanza per lo reame, che non aveva Fioravante, che era re di Franza.

Capitolo XLVIII.

Come santo Marco in forma di lione accompagnò la reina Drusolina,

e come capitò in Iscondia.

Drusolina, ch'era rimasa alla fonte, come di sopra è detto, andava drieto al lione che gli aveva tolto l'altro figliuolo, vinta più dallo amore del figliuolo che dalla paura; e tanto la guidò, che la condusse in su la marina, dove Senna mette in mare. Drusolina vidde una nave che per fortuna era entrata nel golfo di Senna: ella fece cenno col velo. E' marinai .si maravigliarono, perché in quel tempo non era abitata quella parte di quella selva, e presto mandarono uno battello a terra con quattro remi; e giunti, la dimandarono chi ella era. Rispuose loro ch'era una donna d'assai gentile lignaggio, che aveva rotto in mare ed era istata tre giorni in queste selve; « e campai con due miei figliuoli, e quello leone me n'ha mangiato uno, e l'altro m'ha tolto ». E i marinai non volevano venire a terra per la paura ch'avevono del leone. In questo il leone si partí dalla riva ed entrò nel bosco; e i marinai vennono presto a terra, e tolsono Drusolina nel battello. Come ella fu drento, e il leone tornò alla riva. E' marinai fuggivano fra mare, e 'l leone posò il fanciullo allato all'acqua in su la bagnata rena, e ritornossi nella selva. Drusolina s'inginocchiò, e tanto pregò e' marinai, ch'eglino ebbono piatá di lei e del fanciullo, e ritornarono alla riva, ed ella riprese il fanciullo, e tornò nel battello. E come si partirono dalla riva, apparí el lione, e gittossi a nuoto; e' marinai vogavano, e pareva loro che il leone andasse sopra all'acqua come per terra, e a Drusolina pareva che egli notasse sí forte, che giunse la nave, e saltò in nave, e posesi a sedere a' piedi di Drusolina, e poi a giacere. Ed ella subito, ispirata da Dio, pensò che questo era miracolo, e pensò che 'l lione era il più gentile animale inrazionale che fosse, e raccordossi delle leggende di certi santi e cominciò a dire a' marinari che non avessino paura, ch'egli era suo marito, immaginando che Iddio gliele avesse mandato per compagnia. E disse: «Questo è suo figliuolo». E disse: «Sappiate ch' i' sono figliuola di re e moglie di re». Disse uno marinaio: «Egli è ben vero, ch'egli è re dell'altre bestie». Giunti alla nave, entrarono dentro; ma il padrone non voleva in nave el lione; ma tanto il pregarono, che lo tolse in nave. E 'l padrone molto guatò Drusolina, e dimandolla come ella aveva nome, e come era arrivata, e chi ella era. Ella disse a lui come ella aveva detto a' marinai, e disse che aveva nome Rosana; e 'l padrone pure la guatava. Ed ella fece orazione a Dio che l'aiutasse, temendo di non ricevere vergogna. El padrone le fece dare da mangiare e da bere, e ritornolle il colore più vivo. Allora il padrone ne innamorò più forte, e, rabbonacciato il mare, entrarono in alto mare, navicando con buono vento. Di giorno in giorno il padrone innamorò tanto, che egli diliberò di fare di Drusolina il suo piacere, e comandolle che andasse in santina. Ella conobbe il suo mal pensiero, e pregavalo per Dio che egli non le facesse violenza, ed egli comandò a' marinari che la pigliassino e per forza la mettessino in santina, ed egli fu il primo che la volle pigliare. Allora il lione si gli gittò a dosso e tutto lo smembrò, e uccise quattro de' marinari; gli altri dimandorono merzé e perdono a Drusolina, ed ella perdonò loro. El lione si pose a giacere, e Drusolina s'inginocchiò, e rendè grazie a Dio della buona compagnia ch'e' gli aveva mandata. E' marinari dissono: «Madonna, el padrone della nave è morto; la nave è vostra: comandate in qual parte volete andare». Ella disse: «Portatemi in Iscondia». Questa cittá di Scondia si chiama oggi Salance, ed è presso a Bruggia a quaranta miglia verso la Magna. Cosí la condussono in Iscondia; e giunti in porto, la novella andò per la cittá, come era in porto una nave d'uno lione che aveva moglie e figliuoli. Drusolina s'acconciò per modo la faccia con erbe e con unzioni, che mai persona non la riconobbe, e stava molto velata e col viso coperto; e fornissi di queste cose alle spese del padrone ch'era morto.

Lo re Balante, udendo questa maraviglia, che uno lione avesse moglie, venne insino al porto per vedere. Quando vide questo, si fe' grande maraviglia, e disse: «Donna, se voi volete dimorare in questa cittá, io vi prometto di darvi drento al mio palazzo uno bello alloggiamento per voi e per lo leone, e non vi mancherà niente». Drusolina accettò, e andonne col re Balante suo padre; ma egli non la conosceva, ma Drusolina cognosceva bene lui; e fulle assegnata una camera e una sala con uno giardino e con ogni cosa che fa di bisogno alla vita dell'uomo e della donna. E tenevasi lo re Balante a grande degnitá questa cosa; e 'l lione dormiva in camera, e sempre guardava Drusolina e 'l fanciullo.

Stette anni diciotto in Iscondia sconosciuta, ed era chiamata Rosana; e il figliuolo fu chiamato Ottaviano del Lione, e chiamavasi per tutto cosí, perché ognuno credeva di certo che egli fusse figliuolo del lione.

Questa nominanza andò insino in levante al vecchio Danebruno, soldano di Bambillonia d'Egitto, come Balante aveva uno lione che aveva moglie e figliuoli d'una donna umana, e 'l figliuolo uomo ch'aveva anni diciotto. E 'l soldano gli mandò uno ambasciadore, che gli mandasse el lione e la moglie del lione e 'l figliuolo. Balante, temendo la forza del soldano, immaginò che un'altra volta non lo assediasse, come già fece per lo passato, e di questo prese gran pagura, e disselo a Rosana, moglie del lione. Ed ella rispose che non vi voleva andare, e che, se egli non la volesse in Iscondia, che egli la rimettesse in su la nave, e anderebbe a sua ventura. Lo re Balante rispose agli ambasciadori che non la voleva sforzare né cacciare del regno. Gli ambasciadori si partirono e tornorono al soldano: dando la volta tra la Franza e l'Inghilterra, girando tutta Spagna, entrarono per lo stretto di Gibiltar; costeggiando tutta l'Africa e Libia, giunsono in Egitto dal soldano.

Capitolo XLIX.

Come il figliuolo di Danebruno, soldano di Bambillonia, andò in ponente

con gran gente, e assediò Balante, ed egli uscì fuori di Scondia e fu preso.

Tornati gli ambasciadori al soldano e raccontata l'ambasciata, el soldano molto si turbò contro a Balante; e rammentandosi della passata ingiuria, disse al figliuolo, il quale aveva eletto soldano dopo la sua morte, per modo ch'egli era chiamato soldano come Danebruno: « O figliuolo, va' in ponente a dosso al re Balante, e tutte le 'ngiurie passate vendicherai, imperò che egli non ará ora con seco Fioravante, re di Franza, che lo aiuti ». El soldano novello scrisse al re di Spagna, al re di Aragona e in Granata e in Portogallo e 'n tutta la Spagna, che voleva al tutto disfare Balante di Scondia, nimico dello imperadore e della fe' saraina; e con grande armata passò in Ispagna, e tutti gli diedono grande aiuto, e pose campo alla città di Scondia, andando per mare con grande armata, minacciando Balante di morte e della signoria. Lo re Balante ebbe grande paura; nondimeno richiese amici e parenti, come uomo ch'era di grande animo. E uno tartero sottoposto a Balante, chiamato Giliante di Mondres, di là da Reno, si ribellò da re Balante, e accordossi col soldano, ed era di schiatta di gigante. Per questa novella di Giliante lo re Balante, come disperato, uscí di Scondia, e combattè con la sua gente contro al soldano. Fra le molte battaglie Balante s'aboccò col soldano; e combattendo insieme aspramente, fu morto el cavallo sotto al franco Balante, e fu preso, e la sua gente fu sconfitta, e la maggiore parte morta e rimessa drento alla cittá, dove si fece grande pianto della presura del re Balante, la reina e' cittadini e Drusolina addolorati, e più Drusolina che gli altri, temendo non essere menata in Bambillonia.

Capitolo L.

Come Drusolina fe' cavaliere Ottaviano, e la reina l'armò; e Ottaviano

prese il soldano, e riscosse Balante, e tolse per moglie la figliuola del soldano.

Vedendo Ottaviano del Lione piangere la reina di Scondia e Drusolina, sua madre, le confortò e disse: «Se io avessi arme, io andrei alla battaglia, e credo per la virtù dello Iddio di mia madre che io vincerei il soldano». Disse la reina: «Per arme non rimanga! Io ti darò le migliori arme del mondo e la migliore spada, la quale fu di Fioravante, re di Franza». Ella e Drusolina l'armarono. Com'egli fu armato, disse la reina: «Io ti voglio fare cavaliere». Ma Drusolina disse: «Io lo voglio fare cavaliere, io, imperò che io sono figliuola di re e moglie di re». Rispuose la reina e disse: «O Rosana, tu di' vero, imperò che 'l lione è re di tutte le bestie». Drusolina lo fe' cavaliere e dissegli: «Sia valente della tua persona com' è tuo padre e quelli della tua schiatta». La reina e gli altri credevano ch'ella dicesse: sia valente come la schiatta de' lioni. Armato, Ottaviano fece armare quanta gente era nella cittá, e usci della cittá con gran gente armata a cavallo.

Essendo fuori della città, el romore si levò nell'oste del soldano, il quale mandò a sapere chi era quello che era capitano di quelli di Scondia. Fugli risposto ch'egli era il figliuolo del lione, il quale volentieri combatterebbe a corpo a corpo col soldano. El soldano accettò la battaglia, più per vaghezza di vederlo che per combattere; e armossi e venne al campo contro a Ottaviano, e pregavalo che gli piacesse d'andare con lui in Bambellonia dal padre suo Danebruno, che lo farebbe gran signore. Ottaviano rispose: «Insino ch'io non ho racquistato lo re Balante, non potete avere nessuno patto meco». El soldano s'adirò, e presono del campo, e dieronsi due grandi colpi; e 'l soldano cadde a terra del cavallo, e arrendessi a Ottaviano. E menollo nella cittá prigione, e disse: «O soldano, se voi volete campare la vita, mandate per lo re Balante». El soldano fece una lettera di sua mano, suggellata del suo anello del segreto, che 'l re Balante gli fusse mandato con tutti gli altri ch'erano prigioni; e mandato uno famiglio con la lettera nel campo, fu rimandato lo re Balante con molti altri. E quando fu in su la sala, molto ringraziò Ottaviano e Rosana, moglie del lione. Allora parlò il soldano verso Ottaviano, e disse: «Ecco lo re Balante: son io libero?». Rispose Ottaviano: «Se voi vi volete levare di campo, voi siete libero a ogni vostro piacere ». El soldano giurò di partirsi di campo con tutta l'oste, e poi disse verso Ottaviano: «Io ho una mia figliuola molto bella: se tu volessi fare meco parentado, io te la darò per tua mogliera per la tua valentia». Ottaviano se ne rise, e disse: «Io la voglio prima vedere». Allora fece pace Balante col soldano, e mandò Balante in persona nel campo per la moglie e per la figliuola. E come Ottaviano la vidde, fue innamorato di lei, e andonne a Drusolina, e domandolla se ella voleva che la togliesse. Ella rispose di sí, si veramente che egli non andasse col soldano in levante; e cosí giurò nelle mani della madre. E fatto il patto, la sposò, e fecesi le carte come il soldano gli dava di dota la quarta parte del suo reame, la parte che venia verso Libia, tra Egitto e la Morea; e fatte le carte, la tolse per moglie, e fecesi gran festa. Lo re Balante lo fece suo erede di tutto il suo reame dopo la sua morte. E 'l soldano entrò in mare, e tornò in Ispagna; e poi rientrò in mare, e tornossi in Egitto in Bambillonia.

 Capitolo LI.

Come lo re Balante e Ottaviano assediorono le terre di Giliante,

e come Ottaviano uccise due giganti, ciò fu Anfiro e Carabrun,

e poi conquistò Giliante a corpo a corpo.

Partito il soldano di Scondia, lo re Balante ragunò sua gente e, adirato, contro a Giliante n'andò. E passato il gran bosco d'in sul Reno, entrò per le terre di Giliante, il quale, come sentí la sua venuta, mandò al fiume di Brussa due gioganti suoi cugini, e istavono a guardare i passi. Quando Balante passava questo fiume, avendo prima passato Ottaviano, e questi due giganti, chiamato l'uno Carabrun e l'altro Anfiro, assalirono Ottaviano. Egli non temé, ma fece fare testa alla sua gente, e grande battaglia si cominciò. Era la gente de' due gioganti circa a ottomila; quegli di Balante erano ventimila, ma non avevano passato il fiume semila, quando furono assaliti; ed erano rotti tutti quelli ch'erano passati, se non fosse la franchezza d'Ottaviano. E mentre che la battaglia era grande, Ottaviano s'aboccò con la spada in mano con Carabrun, ch'era a pie' con uno bastone di ferro in mano, e al primo colpo uccise il cavallo sotto a Ottaviano; e combattendo a pie', Ottaviano gli tagliò la testa. L'altro giogante sentí la morte di Carabrun: adirato, corse in quella parte, e trovò Ottaviano ancora a pie', e grande battaglia cominciò con lui. Alla fine Ottaviano, al menare d'un colpo che fece Anfiro col bastone, essendo piegato, Ottaviano gli diede a traverso con Durindarda, e riciselo a traverso. In questo mezzo lo re Balante s'era sforzato di passare il fiume detto Brussa, e ruppono tutta la gente de' due giganti, e assediarono Giliante in Ulie. Ma egli uscí fuori con gran gente, e 'ngaggiossi di combattere con Ottaviano, e l'una gente e l'altra era armata per combattere. Ottaviano e Giliante si ruppono le lance a dosso; e Giliante prese poi uno bastone ferrato e nerbato, e Ottaviano prese Durindarda; e combattendo Ottaviano uccise il cavallo a Giliante: per questo Ottaviano ismontò a pie', e cominciò Ottaviano avere il piggiore della battaglia; e 'l lione stava a vedere. La cagione per che Ottaviano perdeva, era perché egli si raccomandava a Balain e Apollino, ch'erano gl'idoli di Balante; e raccordatosi che Drusolina gli aveva detto che egli non adorasse quelli idoli, ma ch'egli si raccomandassi al suo Iddio, onde egli cominciò a dire: «Balain e Apollino, voi non mi date aiuto; ma io mi raccomando allo Iddio di mia madre», le forze gli cominciorono a tornare. Giliante cominciò avere il piggiore della battaglia; e non si poteva tenere Ottaviano ch'alcuna volta non chiamassi Balain e Apollino, e subito perdeva; ma quando s'avvidde che, quando chiamava lo Dio della madre, egli vinceva, subito rinnegò Balain e Apollino disprezzandogli per falsi idoli, e disse: «Io giuro allo Iddio di mia madre di non adorare mai altro iddio che lo Iddio di mia madre». Subito il lione mugghiò tre grandi mugghi, e Giliante tremò di paura. E Ottaviano radoppiò le forze, e gittò via lo scudo, e prese a due mani Durindarda per ferire Giliante; ma egli si gittò in terra ginocchioni, e arrendessi a Ottaviano. Egli lo menò al re Balante, e fegli perdonare, e tutte le sue terre diede al re Balante; e preso la signoria, ritornarono in Iscondia con grande allegrezza, e menarono Giliante con loro.

Capitolo LII.

Come il re Balante andò con grande gente e con Ottaviano del Lione

a dosso al re Fioravante di Francia; e Fioravante e Riccieri furono

presi e dati in guardia a Drusolina al padiglione.

Non passarono molti giorni ch'el re Balante, considerando la possanza d'Ottaviano del Leone, pensò muovere Ottaviano alla guerra contro al re di Franza, e fare vendetta di suo padre e di suo fratello e de' sua nipoti e della sua figliuola; e chiamato un dí Ottaviano in una camera, gli disse piagnendo tutto quello ch'era addivenuto con Fioravante re di Franza, e come uccise Finaù suo nipote, e 'l re Mambrino suo nipote, e 'l re Galerano suo fratello, e tolsegli Drusolina sua figliuola, e lui aveva tante volte abattuto e ferito. «Pertanto, se per la tua virtù io sarò vendicato, io non indugerò alla mia morte di farti signore, ma io ti farò re di tutto il mio reame vivendo io, però ch'io sono vecchio, e non ho altra reda che te». Rispose Ottaviano: «O signore e padre mio, re Balante, quello che piace a voi di questo fatto, piace a me, e parmi mill'anni di trovarmi a campo a Parigi contro a Fioravante per fare vostra vendetta». Lo re Balante lo ringraziò, e abracciollo e baciollo; poi fece molte ambascierie e mandò richiedendo molti amici e parenti, spezialemente il re di Spagna e 'l re di Portogallo e quello di Granata e quello di Ragona, e quanti signori erano in Guascogna, in Tarteria e in più parti della Magna, e per tutte parti donde credeva avere aiuto. E in brieve tempo fece oste di saraini, e con dugento migliaia di saraini venne nel reame di Franza ardendo e dibruciando, e menò seco la reina e Drusolina e la moglie d'Ottaviano e molta baronia, e assediò la cittá di Parigi.

Quando lo re di Franza vidde tanta gente per lo reame e 'ntorno alla cittá di Parigi, ebbe grande paura, e seppe la cagione della loro venuta. Lo re Balante pose campo intorno alla città, e da più parte la assediò. Ottaviano stava di per sé con la madre in uno campo e con la moglie e col lione; Balante di per sé colla reina; Giliante e uno almansor di Raona nella terza parte: tutto il paese andava a fuoco, predando e rubando el reame. La mattina del terzo giorno s'armò lo ammiraglio di Spagna, e venne verso Parigi, e mandò uno trombetto a Parigi al re a domandare battaglia. Fioravante disse a Riccieri paladino che s'armasse; ed egli cosí fece, e ringraziò Fioravante di tanto onore, e venne al campo, e passò con la lancia l'ammiraglio di Spagna, e morto lo gittò a terra del cavallo. Poi gli venne incontro l'almansor di Ragona: Riccieri similemente l'uccise. Balante, adirato di que sto principio, mandò al campo Giliante, e ferironsi delle lance, e 'l cavallo cadde sotto a Riccieri, e fu attorniato e preso. Giliante per onore lo mandò a Balante, e 'l re Balante lo mandò a Rosana, madre d'Ottaviano del Lione, cioè Drusolina, la quale ne fu molto allegra. Giliante domandava battaglia verso la cittá. Allora Fioravante chiamò Gisberto Fier Visaggio, e disse: «Figliuolo, io non ho figliuoli, e però dreto alla mia morte io ti lascio mio reda del reame» ; e in presenza di molti baroni lo fe' signore, se di lui intervenisse meno che bene: « s'io sono preso o morto, governa il reame ». E addomandò l'arme e, armato, a cavallo uscí di Parigi; e giunto dov'era Giliante, e salutato l'uno l'altro, disse Giliante: «O Fioravante, tu mi uccidesti mio padre, detto Adimodan d'Ordret, ma in questo giorno ne farò vendetta». E preson del campo, e diedonsi gran colpi: Fioravante andò per terra con tutto il cavallo, e fu preso e menato a Balante, ed egli lo mandò a Rosana a donare per onore d'Ottaviano del Lione. Drusolina ne fu molto allegra d'avergli a sua guardia. Giliante tornò a domandare battaglia, e quegli della città stavano addolorati, vedendo preso il loro signore.

Capitolo LIII.

Come Gisberto e Ottaviano, figliuoli di Fioravante, combatterono insieme,

e santo Marco gli fe' riconoscere, e Balante si battezzò

e lasciò il suo reame a Ottaviano del Lione.

Vedendo Gisberto preso Fioravante e Riccieri, e che tutta la città era piena di pianto, disse: «Poi ch'egli è preso il mio signore, non piaccia a Dio ch' io voglia stare in Parigi come poltrone!». E addomandò l'arme e, armato, andò alla battaglia: non fu in Parigi altro cavaliere che si volessi mettere a questa ventura. Giunto a Giliante, domandava la battaglia. Giliante lo domandò chi egli era: Gisberto rispose ch'era figliuolo d'uno mercatante di Parigi. Giliante disse: «Tornati drento, che io non combatterei con mercatante: va', fa' la tua mercatanzia». Gisberto non voleva tornare, ma voleva la battaglia. Disse Giliante: «Tu non se' cavaliere, «però non dei combattere con cavalieri». Disse Gisberto: «Se tu mi prometti d'aspettare, per mia fe' che io tornerò a farmi cavaliere». Giliante se ne rise, e disse: «S'io credessi che tu tornassi, io te lo prometterei». Gisberto non disse altro: volse il cavallo, e correndo tornò alla cittá dinanzi alla reina, ed ella lo fe' cavaliere. E tornò al campo, e disfidò Giliante, e ognuno prese del campo, e dieronsi gran colpi. Giliante ruppe sua lancia, ma Gisberto l'abatté a terra del cavallo ferito. Allora tutto il campo s'armò vedendo Giliante caduto; e armossi Ottaviano del Lione, e venne alla battaglia. E giunto dinanzi a Gisberto, lo salutò e domandollo chi egli era. Rispose: «Io sono figliuolo d'uno mercatante di Parigi; ma voi, che mi domandate, chi siete?». Disse Ottaviano: « Io sono figliuolo di quello lione, che voi vedete qui allato a noi, e d'una donna»; e 'l lione era quivi presente. Disfidaronsi e rupponsi le lance a dosso, e non si feciono altro male, e non vi fu alcuno vantaggio. Allora fece el lione tre terribili e grandi mugghi, che parve che tutta la terra tremasse, e saraini e cristiani ebbono paura: molto si maravigliò Balante della diversa boce, che tanto fu fuori dell'ordine naturale. E' due fratelli trassono le spade, e feciono quel di tre assalti, e sempre fu la battaglia uguale, che l'uno non vantaggiava mai l'altro; e in ogni assalto el lione faceva tre mugghi. La sera ognuno aveva tagliato lo scudo e l'arme, e con piacevoli parole feciono patto di tornare la mattina alla battaglia; e Gisberto tornò in Parigi, e Ottaviano e Giliante al padiglione; e ognuno lodava molto l'avversario. E l'altra mattina tornarono alla battaglia con migliori scudi; e rotte le lance, el lione fece tre mugghi. Balante disse: «Questo lione significa gran misterio. Balain ci aiuti!». Li due fratelli ripresono le spade, e feciono il dí molti assalti e grande battaglia, e sempre erono del pari; e vennono in tanto amore in su la sera, che l'uno non voleva ferire l'altro, e temevano di non offendere l'uno l'altro, e pregava l'uno l'altro che tornasse alla sua fede. Ottaviano diceva: «Tu adorerai lo Dio di mia madre, ch'egli è si buono iddio, ch'egli m'aiuta quando lo chiamo». E Gisberto diceva: «Tu adorerai Jesù Cristo, che volle morire per noi in sulla croce ». E 'l lione a ogni assalto mugghiava. Lo re Balante domandò suoi indovini che significava il mugghiare del lione d'Ottaviano. Uno disse: «La nostra parte o la loro rinnegherà suo Iddio». Balante credette avere vinto la guerra dicendo: «Fioravante è preso; egli rinnegherà»; e fu per lo contrario. La sera Ottaviano pregò tanto Gisberto, che egli andò la sera con Ottaviano fidatamente al padiglione di Drusolina; e smontati, trovarono Fioravante e Riccieri al padiglione di Drusolina, ch'andavano in qua e in là pello padiglione, perché Drusolina aveva fatto loro sempre grande onore. Fioravante, quando vidde Gisberto, sospirò e temé; ma Ottaviano disse: «O signore Fioravante, non temete; che Gisberto è cosí sicuro qui come in Parigi». Drusolina disarmò Ottaviano; Fioravante e Riccieri disarmorono Gisberto, e 'l lione faceva non meno festa a Gisberto che a Ottaviano. In questo giunse Balante, e domandò se Gisberto era prigione, e maravigliavasi ch'el lione faceva festa a ognuno. Quando si puosono a cena, molti dell'oste dicevano l'uno all'altro: «Pe' nostri iddei, che questi due campioni paiono fratelli e figliuoli del lione e di Rosana!». E questo affermava Balante. Poi ch'ebbeno cenato, el re Balante tornò al suo padiglione, e dentro alla città era grande pianto e tristizia; i due baroni dormirono insieme. E la mattina s'armarono, e feciono patto che 'l re Balante e la reina, moglie di Balante, e la madre d'Ottaviano e 'l lione e Fioravante e Riccieri fossono a buona guardia a vedere la battaglia; e cosí di concordia furono in sul campo. Ottaviano e Gisberto presono del campo, e rupponsi le lance a dosso. Allora il lione mugghiò sí forte, che a fatica si poterono ritenere gli spaventati cavalli; e fatto tre mugghi e raffrenati e' cavalli, e' due fratelli, tratte le spade, accesi di grande ardire, si tornarono per ferire in mezzo de' sopra detti signori e di diecimila armati. E come s'appressorono, el lione entrò in mezzo di loro due, e aperse le braccia, ed era maggiore che uno grande giogante, e parlò con grande boce: «Non vi ferite più: udite le mie parole. Sappiate che voi siete fratelli e figliuoli di Fioravante e di Drusolina; e io sono santo Marco, che ho guardata questa donna anni diciotto». E subito sparí via, e lasciò uno grande splendore. Allora fu manifesto come Drusolina non aveva fallato di quello ch'ella era stata incolpata contro a Fioravante. Balante, veduto e udito sí grande miracolo, rimisse tutta la mala volontà contro a Fioravante e ogni odio, e volsesi a lui e abracciollo, e la sua donna abracciò Drusolina. E' due fratelli gittarono le spade in terra, e, smontati da cavallo, s'abracciarono. Tutta la gente ch'erano dintorno, smontarono, e 'nginocchiati: «Per misericordia», gridavano, «battesimo!». E quando Drusolina abracciò Fioravante, ella tra mortì d'allegrezza, le dimandò perdono; e cosí fece Riccieri. La grande allegrezza fu quando Drusolina abracciò e' figliuoli: non v'era tanto crudele uomo né si duro cuore che non piagnesse; ella rammentava le fatiche ch'ella sostenne per lo bosco, e le paure della spada di Fioravante, e 'l miracolo della fornace.

Fioravante venne verso la cittá col re Balante; tutta la gente ch'era con loro armata posarono l'arme, e sanza arme entrarono nella cittá con Fioravante e con la bella donna d'Ottaviano, ch'era stata presente, e col franco Riccieri e con Balante e con Drusolina e con la madre di Drusolina, reina, e con Gisberto e con Ottaviano e con molti signori. Quando fu palese nella cittá, si fece grande allegrezza. Lo re Balante con la sua moglie si battezzò, e battezzossi la maggiore parte della sua gente, e chi non si volle battezzare, fu messo dalla sua gente medesima al filo delle spade, si che ne furono morti circa a sessantamila, e tutti gli altri si battezzorono.

La reina di Franza fu condannata al fuoco e fu arsa, ciò fu la madre di Fioravante, come falsa, iniqua e perfida e maladetta femmina, che per vincere una sua gara acconsentiva tanto male della reina Drusolina e de' sua due figliuoli, tutti innocenti. Dipoi lo re Balante affermò Ottaviano suo ereda dopo la sua morte, e partissi di Franza, e tornossi in Iscondia, e fece tutto il suo reame battezzare. E da poi vivette poco tempo, che egli morí, e Ottaviano rimase signore di Scondia e di tutto il suo paese, e acquistò poi tutto il reame di Frigia bassa.

Fioravante vivette poi tre anni; e quando morí, lasciò la corona di Franza a Gisberto Fier Visaggio; e Drusolina vivette dopo Fioravante cinque anni.

 

Finito il libro secondo della gesta de' Reali di Franza,

seguita il terzo libro della gesta di Chiaramonte: trattasi

d'Ottaviano del Lione. Deo grazias; amen.

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Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2011