Andrea da Barberino

I REALI DI FRANCIA

A CURA DI

 GIUSEPPE VANDELLI

 E

 GIOVANNI GAMBARIN

Libro I

Edizione di riferimento

Andrea da Barberino, I Reali di Francia, a cura di Giuseppe Vandelli e Giovanni Gambarin, Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, Bari 1947

I REALI DI FRANCIA

Qui si comincia la istoria de' Reali di Francia, cominciando a Gostantino imperadore, secondo molte leggende ch' io ho trovate e raccolte insieme. Ed è partito questo volume in sei libri: il primo tratta di Fiovo e di Riccieri, primo paladino di Francia; il secondo di Fioravante e parte di Riccieri, primo paladino; il terzo tratta di Ottaviano del Lione come andò in Egitto; il quarto tratta di Buovo d'Antona; il quinto tratta della vendetta di Buovo d'Antona fatta per Guido e Sinabaldo e per lo re Guglielmo d'Inghilterra suoi figliuoli; il sesto tratta del nascimento di Carlo Magno e della scura morte di Pipino da due suoi figliuoli bastardi.

LIBRO I

[PARTE PRIMA]

Capitolo I.

Qui incomincia il primo libro de' Reali di Francia, cominciando

a Gostantino imperadore, come per consiglio de' medici volle fare uccidere

sette fanciulli vergini per avere del sangue loro, e facendo romore le loro madre,

gliene venne piatá, e licenziolle, e donò loro certi doni, e molto piacque a Dio.

Nel tempo che Gostantino regnò in Roma, fu in Roma uno santo papa, pastore di santa Chiesa, che aveva nome papa Salvestro, il quale fu molto perseguitato da Gostantino, lui e gli altri cristiani, per fargli morire. Per questo papa Salvestro s'era molte volte nascoso in su uno monte pieno di boschi, il quale monte si chiamava monte Siracchi; ma Gostantino cercò di farlo pigliare in su quello monte. E Salvestro si dilungò da Roma, e andossene nelle montagne di Calavria, nelle più scure montagne chiamate le montagne d'Aspramonte, per le più aspre, e menò seco certi discepoli che s'erano battezzati e fatti cristiani e servi di Cristo. In questo tempo Gostantino ammalò di lebbra, e stette dodici anni ammalato, che non trovava guarigione fra molte medicine provate. Fra l'altre cose, come disperato, comandò a' medici che lo guarissino o egli gli farebbe tutti morire. E' medici gli dissono che togliesse il sangue di sette fanciulli vergini d'uno anno, e, dopo certe medicine che gli darebbono, si lavasse con quello sangue, e sarebbe guarito. Gostantino prese le medicine; e trovati sette fanciulli, furono menate alla corte le loro madre sotto ombra di carità, che Gostantino voleva dare loro mangiare. In su l'uscio della camera sentirono che i loro figliuoli dovevano essere morti per salvamento di Gostantino, e cominciorono gran pianto. Sentito Gostantino questo pianto, domandò che cosa quella era. Fugli detto la cagione. Per questo intenerì Gostantino, e vennegli piatá, e disse a' servi: «Mandateli via»; e fece fare loro alquanta cortesia, e perdonò la morte per piatá a questi innocenti, e disse queste parole: «Io voglio inanzi sostenere la morte e la pena del male che usare tanta crudeltà». Queste parole furono tanto accette a Dio, e questo buono pensiero, che Iddio multipricò il suo sangue in tanto onore, che fu grande ammirazione di tutto il mondo.

Capitolo II.

Come san Piero e san Pagolo vennono in visione a Gostantino e dissongli

che Salvestro aveva una acqua che lo guarrebbe della lebbra.

La notte vegnente vidde Gostantino in visione due vestiti di bianco, e domandaronlo se egli voleva guarire. Rispuose di sì; ed eglino gli dissono: «Fa per senno di quello Salvestro che predica la fede di Cristo, che egli sa fare una acqua che ti farà guarire». Gostantino non credette la prima né la seconda volta; ma la terza volta gli domandò chi eglino erano. Rispuosono: «Siamo Piero e Paulo, discepoli di Jesù Cristo». Per questo credette Gostantino, e la mattina sentì una boce che disse: «Fa quello che tu hai udito, e abbia fede, e sarai guarito». Gostantino chiamò uno suo barone che aveva nome Lucio Albanio, ed era capitano de' suoi cavalieri e comandogli che andasse a monte Siracchi, e menassegli Salvestro che predica la fede di Cristo. Allora v'andò con mille cavalieri; e non ve lo trovò, e sentì ch'egli era in Aspramonte. E camminò molte giornate; e trovato il monte, l'attorniò perché non si fuggissi. La mattina, quando Salvestro vidde il monte attorniato, levò le mani a Dio e disse: «Venuto è il dì che io disideravo di venire alla gloria di vita eterna», credendo che Gostantino lo volesse fare morire martoriandolo. Però lodava e ringraziava Iddio, e confortava e' suoi compagni che non temessono la morte per l'amore di Dio.

 Capitolo III.

Come Gostantino mandò cercando di Salvestro, e come fu trovato nelle

montagne d'Aspramonte e menato a Roma; e come Gostantino si

battezzò e guarì e dotò la Chiesa.

Quando Lucio Albanio montando la montagna con gente giunse a mezza costa, lasciò la compagnia, e andò insino al propio abituro di santo Salvestro; e iscontrandolo in sul monte, domandò qual era Salvestro di loro. Ed egli rispuose essere desso egli. Disse Lucio Albanio: «Gostantino manda per te». Disse Salvestro: «Bene mi piace ; ma io ti priego che imprima mi lasci dire la messa». Rispuose che volentieri. E ancora lo pregò che lasciasse andare li suoi compagni; e così promisse. Apresso Salvestro prese Lucio per la mano, e menollo in uno piccolo suo orticello, e seminò parecchie granella di rape, e ricopersele, e poi le segnò, e raccomandolle a Dio, e andò a dire la messa. E quando celebrò il Signore, vidde Lucio Albanio Cristo in croce propio sopra all'ostia, come aveva udito dire che fu crocifisso in Gerusalem. Detta Salvestro la messa, si volse a Lucio e disse: « Va, amico, e cogli una di quelle rape, e cocerenla sotto il fuoco, e poi andreno». Maravigliandosi, Lucio disse: «Pure ora le seminasti: perché mi gabbi?». Salvestro disse: «Va, servo di Dio, che nessuna cosa è impossibile a Jesu Cristo». El servo andò con pura fede, e trovolle grosse come pani. Allora ne portò una, e inginocchiossi a Salvestro e addimandò il battesimo, e disse come aveva veduto Jesù Cristo, e apresso el miracolo delle rape; e battezzossi, e pregò santo Salvestro che non lo dicessi a Gostantino. E partiti d'Aspramonte, n'andorono a Roma in corte giornate. E appresentati dinanzi a Gostantino, lo domandò quello che egli voleva.Disse Gostantino quello che aveva udito in visione, e disse: «Fa che io abbia di quella acqua che tu sai fare». Rispuose santo Salvestro: «L'acqua ch'io so fare si è l'acqua del santo battesimo: sì che, se tu vorrai guarire, converrà che tu ti battezzi alla fede di Jesù Cristo». E predicògli, e disse chi fu Cristo, in questo mondo, e come santo Piero fu de' dodici discepoli, e come si convertì santo Paolo, e come Vespasiano fece la vendetta. Allora Gostantino si botò, se Cristo lo guariva, di non adorare altro Iddio, e di fare battezzare tutta Roma. Disse Salvestro: «Leva su del letto per virtù di Jesù Cristo». E subito uscì del letto, e Salvestro lo battezzò entro uno grande bacino; e mentre gli gittava l'acqua a dosso, tutta la lebbra cascava, e rimasono nette le sue carni come d'uno bambolino d'uno anno. Gostantino fece battezzare tutta la sua famiglia; ma due suoi figliuoli, l'uno aveva nome Gostantino, come il padre, non si volle battezzare, e fuggì all'Aquila, e quivi fu da' suoi nimici morto; l'altro figliuolo ebbe nome Costo, come ebbe nome l'avolo, e costui si fuggì a Gostantinopoli, e in corti di si morì; e 'l terzo ebbe nome Gostanzo, e per vezzi era chiamato Fiordimonte, e battezzossi; e questo aveva circa di venti anni. E Gostantino era stato imperadore dodici anni. Per questo dimostra che otto anni e non più era stato malato, benché la leggenda d'alcuno santo padre dica dodici (ell'è buona ragione, ch'egli li conta tutto il tempo che fu imperadore, perché non era battezzato). E fece battezzare tutta Roma, e dotò la chiesa di Dio per la buona fede e per la sua conversione, non pensando che e' pastori della chiesa per lo bene propio dovessino tutto il mondo guastare per appropiarsi e farsi di spirituali tiranni. Dopo questo fece Salvestro vescovo di Roma e sopra a tutti e' vescovi del mondo. Benché noi diciamo papa, sappia che in Roma si chiama vescovo di Roma. E fece Gostantino ritrovare le teste di san Piero e di san Paolo, e fece fare la chiesa di San Piero e di San Paolo, e la prima pietra de' fondamenti vi gittò santo Salvestro e Gostantino, e molto oro e ariento vi fu gittato da loro e da altrui; e molte altre chiese feciono fare.

 Capitolo IV.

Come Saleone dette a Gostanzo detto Fiovo una gotata

in presenza di Gostantino suo padre.

Benché Gostantino avesse fatto battezzare tutta Roma e la baronia di corte, era in corte uno greco che aveva nome Saleone, signore di molte provincie di Grecia, ed era grande amico di Gostantino, e non s'era voluto battezzare, e un poco di parentado teneva con Gostantino, perché Gostantino per antico tempo e' suoi erano stati di Grecia. E stando Saleone a corte, un dí intervenne uno strano caso. Gostantino era in sala. Essendo grande caldana, domandò da bere; e non essendovi il servidore della coppa, Gostanzo, il quale fu al battesimo chiamato Fiovo, prese la coppa e portò bere al padre; e quando ebbe beuto, gli rendè la coppa vota. Fiovo si partí dal padre, e in quella che egli si partí, e il padre lo richiamò; e in questo rivolgersi al padre scosse la coppa del vino, e quello poco della sgocciolatura andò in sul mantello a Saleone, che Fiovo non se ne avidde. Forse pensò Saleone lo facesse in pruova; nondimeno essendo savio com'egli era tenuto, si lasciò correre all'ira, e diede a Gostanzo detto Fiovo una grande gotata, e apresso disse: «Ribaldo poltrone, se io non riguardassi all'onore di tuo padre, io ti torrei la vita». Fiovo si partí molto doloroso di sala, e andossene in camera piangendo, più per rispetto del luogo che per altro; e peggio gli pareva, che parve che Gostantino non se ne curasse, tanto amava Saleone.

Capitolo V.

Come Giambarone venne a corte, e domandò che aveva auto Fiovo;

e fugli detto: e come comandò a Fiovo che si vendicasse.

Istando Fiovo nella camera, venne a corte Giambarone, il quale era del sangue e del legnaggio degli Scipioni di Roma, ed era suo balio, e aveva allevato Fiovo insino da piccolo fanciullo, e molto l'amava. E giunto in su la sala, non vedendo Fiovo, domandò alcuno dov'egli era. Fugli risposto: «Egli andò adesso in camera»; e non gli fu però detto altro. E giunto in camera, lo trovò lagrimare. Domandollo della cagione; e quando udì questa cosa, disse: «Sozzo poltrone che tu se'! o di che piagni? Adunche di': tu che se' figliuolo di Gostantino, che vinse con l'arme tre imperadori e prese lo imperio di Roma con la sua virtù, non hai ardire di dargli d'uno coltello nel petto per me' quello lato dov'egli ha dato a te, acciò che uno cane mastino traditore non si possa vantare che abbia battuto il figliuolo dello 'mperadore Gostantino?». Fiovo inanimato già sarebbe mosso. Disse Giambarone: «Non fare cosí; aspetta il tempo. Io andrò cosí a dire a' portinari che nel fuggire, quando tu sarai passato, serrino le porte, acciò che tu non sia preso; e come tu l'hai morto, vientene a casa mia. Io t'arò apparecchiate le tue arme. Vattene in Gallia, ove ti sarà fatto grande onore». E detto questo, venne in sala.

E stando un poco, comandò a' portinari celatamente a pena della forca, da parte di Gostantino, che, come Fiovo fuggisse di sala, subito gli serrassino l'uscio drieto, acciò che non fusse seguito. Per due cose fu ubidito: prima, Giambarone era il maggiore siniscalco di corte; seconda, credettono che Gostantino l'avesse fatto fare. E dato l'ordine, accennò a Fiovo che se ne vada, e ch'egli fornisse la faccenda; e partissi, avendo a tre porte dato l'ordine dove doveva passare.

Capitolo VI.

Come Gostanzo Fiovo uccise Saleone, e Gostantino

lo seguitò per pigliarlo, e perde il cavallo.

Fiovo aspettò il tempo e mutò di vestimenti, e venne in sala con uno coltello arrotato sotto, e non mostrò adirato, e posesi a sedere nel luogo la dove gli parve meglio potere offendere el nimico che sedeva allato a Gostantino. Credettesi per molti che Saleone dubitassi di Fiovo; ma quando lo vidde tornare in sala, non fe' più stima di lui; e stando un poco, prese licenzia per partirsi da Gostantino. E com'egli giunse per me' dov'era Fiovo, el giovane, volonteroso della vendetta e atante, si gli avventò a dosso e si lo passò di tre punte mortali nel petto del coltello; e fece tanto presto, che ognuno uscí di sé. Saleone cadde morto in su la sala. Fiovo uscí fuori, e le porte gli erano serrate drieto. Il romore si levò in su la sala per Gostantino, perché egli fosse preso. Quelli che correvano non potevano uscire. In questo mezzo Fiovo si andò a casa del balio ; e armossi, e mangiò e beve un poco, e montò a cavallo, e prese suo cammino verso Toscana. In questo mezzo le porte del palagio furono aperte con molte busse a' portinai. Gostantino s'adirò, e armato, montò in su il più vantaggiato cavallo che avesse. Aveva allora Gostantino anni quarantadue, e Gostanzo Fiovo n'aveva venti o poco meno. Seguitò nel furore drieto a Gostantino mille cavalieri, ma poi furono più di diecimila. Quando Gostantino si partiva dal palazzo, riscontrò Giambarone e dissegli: «Tu ne se' stato cagione di tutto questo male; ma tu ne porterai la pena col mio figliuolo insieme, che dicesti a' portinai: —Come Fiovo passa, serrate le porte— ». Disse Giambarone di subito: «Ma i' non dissi cosí; ma dissi loro: — Non lasciate entrare Fiovo in sala — ». Intanto Gostantino passò via drieto a Fiovo. Tutte le persone di Roma che 'ntesono il fatto, pregavano Iddio che Gostantino non lo giugnesse; ma egli era tanto bene a cavallo, ch'entrò inanzi a tutta sua gente presso a tre miglia, e dieci miglia di lungi a Roma lo giunse nella pianura detta Suvereta. E come gli giunse alle spalle, gli disse: «O figliuolo della fortuna, in mal'ora v'acquistai tutti a tre; ma pure il meglio è ch'io t'uccida con le mie mani, che farti giustiziare a Roma». Fiovo per questo non si volse alle parole del padre; ma Gostantino lo chiamò bastardo traditore. Per questo Fiovo si volse, e disse: « O padre, perché mi farai figliuolo di crudeltà?». E 'l padre adirato, più disperato del figliuolo, arrestò la lancia con animo di dargli la morte; ma Fiovo volse il calcio della lancia, e abatte sí duramente il padre, che appena ebbe possa di levarsi ritto. Fiovo non si mosse d'arcione, e presto ritornò al padre, e disse: «Padre, perdonami se io t'ho abattuto, però ch'egli è stato contro al mio volere ». E 'l padre non gli rispuose, ma misse mano alla spada. E Fiovo vedendo la gente che veniva drie' a Gostantino, e vidde il cavallo di Gostantino, e sapeva ch'era migliore d'altro cavallo del mondo, subito si gli accostò, e lasciò il suo, e montò in su quello, e l'aste in mano e lo scudo in braccio. Gostantino rimase in terra abattuto, e Fiovo ne venne inverso Toscana; e prese la più salvatica via per la marina e pe' boschi.

 Capitolo VII.

Come Fiovo capitò a uno romito nella marina di Corneto;

e tre di era stato sanza mangiare.

Giunta la gente a Gostantino, lo rimissono a cavallo, e ritornossi a Roma, minacciando molto il figliuolo, e diegli bando della vita. Quando entrava drento, Giambarone, ch'era armato drieto a Gostantino, chiamò uno cugino di Fiovo che aveva nome Sanguino, e disse « Io so che Gostantino ène adirato contro a me. Per l'amore di Fiovo, il quale se ne va solo, io ti priego che dinanzi a Gostantino il tuo cugino e io ti siamo raccomandati». Disse Sanguino: «Per certo che sanza me tu non seguirai Fiovo; e vo' lo seguitare insino alla morte ». E drieto a Fiovo s'inviarono.

Fiovo, come dal padre si partí, cavalcando verso Toscana si rivolse su per la marina, e per le selve di Corneto si smarrì, e andò tre notte e due giorni avviluppandosi per quelle selve. E il terzo giorno arrivò la sera a uno romitoro; e picchiato l'uscio, venne fuori uno romito armato, e gridò: «Malvagio ladrone, alla tua morte se' venuto». Fiovo se gli inginocchiò, e disse: « O santo uomo, io non sono ladrone, ma sono assai di gentile legnaggio, e sonmi perduto per questi boschi. Già fa tre giorni che io nonn'ho mangiato; onde io vi priego per l'amore di Dio che voi mi soccorriate. Iddio ve lo meriterà per me». Quando il romito lo 'ntese e pose mente all'atto suo, gli venne piatá, e disse: «Amico, io nonn'ho da mangiare, se Dio non ce ne manda. Ma mettiamo il cavallo in luogo che le fiere non lo mangino ». E missonlo drento a uno palancato, dove teneva il suo cavallo, il quale era magro, e dierongli dell'erba inanzi; e poi entrorono nel romitoro. E 'l romito, fatto il segno della croce a Fiovo, lo benedisse, e poi lo domandò chi egli era. Fiovo gli disse: «Io sono di gentile legnaggio»; ma non gli disse però chi egli era.

Essendo l'ora tarda, giunse alla stanza del romitoro Giambarone e Sanguino, e' quali, come di sopra è detto, vennono drieto a Fiovo; e non potendo giugnerlo, seguitorono le pedate; e avevano male mangiato. E 'l romito pensò che fossero ladroni che per la selva avessono veduto Fiovo e venissono per rubarlo; e similemente credeva Fiovo.

Capitolo VIII.

Come Fiovo e Giambarone e Sanguino si conobbono al romitoro,

e il romito udì chi egli erano, e come andò ad orare.

Armati el romito e Fiovo uscirono fuori del romitoro; e il romito gridò: «Ladroni, voi arete quello che voi andate cercando». E Giambarone disse: «O santo uomo, noi non siamo ladroni, ma siamo nimici de' ladroni. Noi andiamo cercando uno giovinetto, figliuolo di Gostantino imperadore ». E mentre che egli diceva queste parole, e Fiovo uscí del romitoro. Quando Sanguino lo vidde, disse: « Omè, caro mio cugino, dove sono e' ricchi palagi dove tu abitavi? E dove sono e' baroni che ti servivano?». Fiovo lagrimò. Quando el romito comprese che questo era Gostanzo, figliuolo di Gostantino, lagrimò di tenerezza, e non disse niente, imperò che Fiovo era suo nipote, figliuolo d'una sua sorella carnale, la quale ebbe nome Lucina, sorella di Lucino imperadore; e Lucino ebbe per moglie Gostanza, sorella di Gostantino; e Gostanzo Fiovo fu figliuolo di Lucina; e Costo e Gostantino, figliuoli pure di Gostantino come Fiovo, furono d'una altra donna. Questo romito aveva nome Sansone, e fu fratello di Lucino imperadore e di Lucina, madre di Fiovo; e quando santo Salvestro lo battezzò, e Gostantino aveva fatto morire Lucino imperadore, e cercò di fare morire costui per due cagioni: per la nimistà del fratello, e perché era battezzato. E per paura si fece romito; ed era stato venti anni con grande penitenza in questi aspri boschi, tanto che l'agnolo per sua santità gli apparve, e parlava con lui; ed era stato, molto tempo innanzi che si facesse romito, santo uomo. E vedendo costoro al suo romitoro arrivati, gli misse drento, e i loro cavagli acconciorono dove gli altri; e poi che fu gran pezzo di notte, andò el romito nell'orto a orare, e pregò Iddio che gli revelasse per sua misericordia se quello che costoro dicevano era vero, e come doveva fare con loro. E Fiovo per la fame si consumava, e cosí gli altri.

Capitolo IX.

Come Oro e fiamma, la santa bandiera di Francia,

fue arrecata dal l'agnolo, e come Fiovo l'ebbe dal romito Sansone.

Inginocchiato il romito Sansone nell'orto, e fatta l'orazione, apparí uno grande splendore; e apparí l'agnolo di Dio, e arrecò quattro pani, e disse al romito: «Questo è Fiovo, figliuolo di Gostantino e di Lucina tua sorella; ed è piaciuto a Dio che sia partito da Roma per grandi misterii. E di lui nasceranno genti che accresceranno molto la fede cristiana, e Iddio ti comanda che tu faccia loro compagnia, che tu sarai loro molto utile. E di' loro ch'eglino vadano sanza paura, che eglino acquisteranno di molti paesi; e porta loro questa bandiera e dalla a Fiovo, e digli che questa insegna ha nome Oro e fiamma, e non sarà mai cacciata sanza vettoria di coloro che per loro bandiera l'averanno; ma che non la spieghi contro a cristiani, che perirebbe el suo regno». E sparí via. E il romito prese la insegna, e molto lodò Iddio. E mentre che egli aveva favellato con l'agnolo, era nel romitoro un grande splendore, sí che molto confortava li tre cristiani; e poco stettono che giunse al romitoro il romito.

 Capitolo X.

Come Fiovo ricevette la bandiera, e come vennono in Lombardia,

e vannosene a Melano ; e Sansone disse loro di Durante signore di Melano.

Tornato Sansone al romitoro, gli salutò, e disse: « Lodate tutti Iddio, imperò che Iddio vidde ch'io avevo forestieri a cena, che mi suole mandare uno pane, e ora me n'ha mandati quattro». E disse molte orazioni, e fenne dire a loro; e poi diede a ognuno il suo pane, e mangiorono, e a ognuno n'avanzò. E lo romito abracciò Fiovo, e disse: «Caro mio nipote, sappi che io sono tuo zio, fratello della madre tua; e fuggii di Roma, quando Gostantino perseguitava e' cristiani. Ora che egli è battezzato, lodo e ringrazio Iddio. Ora sappi che l'agnolo di Dio m'ha data questa bandiera che io te la appresenti, e mandati a dire che tu vada sanza paura, e che tu acquisterai molti paesi che si faranno cristiani. E veramente quella gente che sotto questa insegna si conducerà, non può essere vinta per battaglia». Allora gli disse ciò che l'agnolo gli aveva detto. Fiovo s'inginocchiò, e con grande riverenza prese la bandiera. Apresso gli disse: « L'agnolo mi comandò che io venissi con voi da parte di Dio, e dissemi: — Questa bandiera si debbe chiamare Oro e fiamma — ». E detto questo, Fiovo e Giambarone e Sanguino si levarono in pie', e abracciarono el romito, rendendo grazie a Dio, e accettorono molto amorevolmente la sua compagnia. E poi andorono a dormire in su certe legne e fieno.

E la mattina montorono tutti a cavallo. Montò il romito in sul suo magro cavallo in compagnia, e presono loro cammino verso Lombardia. Passando per la Toscana, giunsono in Lombardia presso a Melano; e quando Sansone conobbe il paese ch'era della cittá di Melano, disse a Fiovo: «Signore, non andiamo di lá da questo fiume, che è chiamato il Po, imperò che di lá da questo fiume una giornata? poco più è una cittá che ha nome Melano, nella quale sta uno ladrone tiranno ch' ha nome Artilla ». Rispuose Fiovo: «Nessuna paura non ci bisogna per la santa bandiera di Cristo. Andiamo, che io nonn'ho paura». E dette queste parole, si mosse; e andorono verso il Po; e passato il grande fiume in nave, n'andorono verso Melano. Era allora quello paese per molte guerre molto abbandonato: e fra certi giorni giunsono presso a Melano a uno miglio, e lasciarono Pavia a mano sinistra, e non vi andorono, perché allora era mezza abbandonata; e udirono sonare a Melano una campana. Disse Sansone: «Noi saremo assaliti, e quello ène il segno ». Allora Fiovo tagliò una pertichetta d'albero, e missevi suso la bandiera Oro e fiamma;  e questa fu la prima volta ch'ella fu spiegata come cosa vergine e pura in su una aste vergine e pura. E Fiovo con pura fede fidandosi nelle parole dell'agnolo, non curò assalto d'infedeli, e ardito contro alla cittá n'andò.

 Capitolo XI.

Come Fiovo fece battezzare Artilla di Melano,

e fece battezzare Melano la prima volta; e certe battaglie.

Veduto il torrigiano della fortezza questi quattro venire, molto si maravigliò della bandiera; e gridò chiamando Artilla suo signore, e dissegli quello che egli vedeva. Subito Artilla s'armò a furore, e corse contro a Fiovo con cinquecento armati a cavallo. Quando Fiovo gli vidde venire, non si isgomentò; ma, vinto dalla buona fede, disse a Sansone: « Io voglio che voi rimagnate a guardare questa bandiera». Disse Sansone: «Questo non voglio io fare; ma voglio essere il primo che ferisca fra loro ». E subito mosse il suo cavallo, e uccise uno de' nimici; ma Artilla gittò il romito e 'l cavallo in una fossa allato alla strada. Allora Fiovo disse a Sanguino: «Te' questa bandiera in mano ». Sanguino la prese, e Fiovo e Giambarone entrarono nella battaglia. Fiovo riscosse Sansone e abatté Artilla; e' suoi cavalieri lo rimissono a cavallo. Vedendo Sanguino la battaglia, pose mente a sé che non si provava. Corse dov'era Sansone, e disse: «Io ti priego che tu torni a guardare la bandiera, e lascia a noi combattere». Sansone non volle. Allora tornò Sanguino dove Fiovo l'aveva lasciato, e ficcò in terra l'aste, cioè la pertica della bandiera, ed entrò nella battaglia facendo molte prodezze della sua persona. Quando Artilla vidde la bandiera cosí sola, e vidde la franchezza di questi quattro cavalieri non gli potere co' suoi vincere, pensò che fosse per virtù di quella bandiera. Con molti armati corse verso quella bandiera per gittarla in terra; e come fu presso trenta braccia alla bandiera, mostrò miracolo che mai più non si poterono a lei accostare, e andavano pure intorno. Fiovo, che era nella battaglia, vidde costoro presso alla bandiera. Corse verso la bandiera, perché e' nimici non la togliessono. Quando Artilla lo vidde venire, si mosse contro a lui, e ruppe la lancia a dosso a Fiovo; e urtaronsi e' cavalli. E Artilla con tutto il cavallo andò per terra; e Fiovo smontò da cavallo per tagliargli la testa. Artilla lo domandò chi egli era. Disse Fiovo: « Io sono Fiovo, figliuolo di Gostantino». Rispuose Artilla: « Io fui sempre fedele servo di Gostantino, imprima che egli si battezzasse; ma poi che egli lasciò gli nostri iddei, noi non l'abbiamo ubidito». Disse Fiovo: «La fede di Cristo è la diritta e vera fede, e questa bandiera mi fu data dall'agnolo». Disse Artilla: «Ella ce l'ha bene dimostrato, che non ci potemmo mai accostare a lei. Per tanto tuo padre fu mio signore, e cosí ti priego che voglia essere tu». E arrendessi, e fu tolto a prigione, perché promisse di battezzarsi. E per questo si battezzò Artilla, e battezzollo Sansone il romito, e posegli nome Durante. E battezzoronsi per lo miracolo della bandiera quattrocentotrenta cavalieri; gli altri erano morti nella battaglia.

Ed entrarono nella terra di Melano, e corsonla per Fiovo, e feciono battezzare piccoli e grandi. E stettono dieci giorni a Melano; e poi andorono a una terra che aveva nome Pavia, e in poco tempo la presono, e feciono ognuno battezzare. E poi presono Novara e Vercelli; ed era fatto di tutto signore Fiovo. E l'agnolo parlò al romito che la loro stanza non era quivi; e Fiovo rendè la signoria di questa cittá e di molte castella ad Artilla, che ora si chiama Durante al battesimo; e prese licenza da lui, e verso Piamonte prese sua via e suo cammino, e viddono Torino e Susa e Susana, e passarono l'alpe d'Apennino e molte altre province, e giunsono in Sansogna a una città detta Provino.

Capitolo XII.

Qui si fa menzione delle province de' cristiani di ponente, e della stirpa

di certi Brettoni, e d'una terra assediata, dove Fiovo arrivò.

Erano in quello tempo pochi cristiani per lo mondo, al meno in Europia, perché di nuovo s'era battezzato Gostantino e la città di Roma. Ed erano poco tempo inanzi stati in Brettagna e in Irlanda baroni e prencipi de' cristiani, perché v'era stato lo re Uterpandragone e 'l re Artù con molta bella compagnia; ma feciono poco per la fede di Cristo. E poi che fu morto lo re Artù, furono in Brettagna molte guerre nel tempo che gl'Inghilesi presono l'isola Brittania, onde fu detta Inghilterra; e il legnaggio del re Artù fu cacciato dell'isola; e venne nella Brettagna Brettonante, e ivi signoreggiavano. E 'l primo signore ebbe nome Codonas, onde nacque uno valente barone ch'ebbe nome Salardo; e quegli d'Inghilterra si convertirono ancora eglino a fede cristiana, sí che in tutte le parti di ponente era Inghilterra e Irlanda fatti cristiani. Ma bene erano certe cittá in su l'isola che non erano ancora fatti cristiani, ed erano fatti cristiani quelli di Brettagna. Tutte l'altre province erano saraini e pagani: Spagna, Francia, Borgogna, Gesina. In Asia erano cominciati verso l'India e verso Ermenia molti cristiani, e già in oriente cominciavano. E perché Gostantino si era battezzato, aveva molti nimici; e tutte l'altre fedi lo cominciarono a odiare.

Ora Fiovo e Giambarone e Sanguino e Sansone giunsono, passate l'alpe d'Apennino, nella Borgogna; e poi giunsono nella Francia, in una provincia chiamata la Sansogna, dove era signori due prenzi: l'uno era signore della maggiore parte, ed era detto duca di Sansogna; l'altro era chiamato re di Provino. E come è di consuetudine sempre il grande mangia il piccolo, questo duca voleva essere signore del tutto, e aveva assediato questo re nella sua cittá detta Provino: e a questa cittá arrivò Fiovo co' suoi compagni.

Capitolo XIII.

Come Fiovo e' compagni entrarono in Provino,

e furono accettati dal re Nerino contro al duca di Sansogna.

Cavalcando Fiovo e' compagni per la Sansogna, giunsono dov'era la gente di questo duca di Sansogna a assedio a questa terra detta Provino; e vedendo la gente e le bandiere, domandò certi cavalieri perché era assediata questa terra; ma in più parti per la via era stato detto di questo campo, e però v'andavano. E quegli a cui Fiovo ne domandò, gli dissono tutta la trama, per modo che Fiovo conobbe che 'l duca aveva il torto. Disse a' compagni: «A noi conviene entrare nella cittá, se noi vogliamo aiutare la ragione»; e d'accordo furono di dimandare soldo al duca. E giunti al padiglione, il duca domandò donde erano e quello che andavano facendo. Risposono essere taliani, e cercavano soldo per vivere. Il duca disse: «Io ho poco bisogno di gente; ma che soldo volete voi?». Eglino addimandorono condotta di dugento cavalieri. E 'l duca se ne rise, e disse: «La maggiore condotta di mio campo non sono cento, e voi volete due tanti: che se io non riguardassi al mio onore, io vi farei spogliare e battere a verghe, poltroni sanza vergogna! Ora andate dal mio avversario Nerino che n'ha bisogno, e perirete con lui insieme». E cacciògli via; e comandò che fussino menati verso la terra: e cosí fu fatto. E quando furono presso alla terra, certi dell'oste gli volevano cominciare a rubare; e eglino uccisono uno capitano dell'antiguardo e circa a dieci de' compagni, e cominciarono aspra battaglia. Quelli della cittá uscirono fuori circa a duemila, e feciono molto danno nel campo: e con costoro entrò Fiovo nella terra co' compagni, e furono presentati dinanzi al re che gli domandò d'ogni cosa, e perché venne la questione contro a' suoi nemici. Giambarone disse: «Noi siamo taliani e andiano cercando nostra ventura. E domandando soldo a questo gentile signore che v' ha assediato, egli ci rimbrottò, e per dispregio egli ci ha fatto venire a pigliare soldo da voi, e disse che voleva che noi perissimo con voi insieme. Noi siamo fuggiti d'Italia dinanzi a Gostantino che s'è battezzato». Disse il re Nerino: «Perché voi siete taliani, vi accetterò, e sappiate che già fui grande amico di Gostantino, e trova'mi con lui in Brettagna, quando fu fatto imperadore, che egli era capitano de' Romani per lo imperadore di Roma; e poi che si battezzò, io lasciai sua amistà. Nondimeno, se egli mi liberasse da questo mio avversario, tornerei alla sua ubidienza». Disse Fiovo: «Non abbiate paura; che per la grazia di Dio noi vi liberereno da questa guerra, e affranchereno vostro stato». E 'l re fece loro grande onore, e riposaronsi tre giorni sanza fare battaglia.

 Capitolo XIV.

Come Fiovo e' compagni feciono due battaglie: e come fu sopra tutti

lodato Fiovo per lo più valente cavaliere del mondo.

Passato il terzo dí, la sera Fiovo parlò a' compagni, e disse loro: «Questo gentile signore ci ha fatto onore. A noi conviene meritarlo; sí che per tanto domattina ognuno di noi sia armato, e dimosterremo a' nostri nimici quello che noi sappiamo fare ». E la mattina vegnente furono armati quasi in su la mezza terza, e assaltarono il campo. Fiovo trascorse insino a mezzo il campo; e fugli da grande cavalleria tolto il passo del tornare indrieto. Egli uccise il loro siniscalco e cinque cavalieri; e gittonne per terra più di venti; e per forza della sua spada e del suo buono cavallo tornò dov'erano e' compagni, ed ebbe il pregio e l'onore di questo assalto. E apresso a lui ebbe l'onore Giambarone; e tornarono nella cittá. Veduto questo, lo re Nerino molto si maravigliò, e fece loro grande onore; e domandò molte volte chi era Fiovo. E 'l romito gli disse: «Egli è vostro amico, e non curate di sapere più avante ». L'altra mattina Fiovo s'armò e' compagni, e uscirono della cittá; ma lo re Nerino s'armò con dumila cavalieri, e uscí apresso a loro. Il romore s'era levato per lo campo. E 'l duca montò a cavallo; ma uno suo barone che avea nome Parco, capitano de' cavalieri del duca, con grande gente da cavallo si fece incontro a Fiovo, e dieronsi delle lance. Parco cadde, e Fiovo passò via. Giambarone e Sanguino e Sansone abatterono di molti cavalieri. Parco rimontò a cavallo, e corse sopra a Sansone, e diegli sí grande il colpo della spada che lo fe' tutto stordire, e col petto del cavallo urtò il cavallo di Sansone, e gittò per terra Sansone e 'l cavallo; e ancora abatté Sanguino per questo medesimo modo. E quando si dirizzò verso Giambarone, lo re Nerino entrò nella battaglia con grande forza e romore. Molti da ogni parte cadevano de' morti e de' feriti. Parco lasciò l'andare contro a Giambarone, e prese una lancia, e assalì lo re Nerino, e aspramente e repentemente l'abatté da cavallo.  In questo si levò grande romore. Fiovo volse il suo ca vallo e tornò indrieto, e vidde le bandiere del re Nerino a grande pericolo. Corse in quella parte; e rincorati e' cavalieri di Provino, gli rimisse nella battaglia, atterrando e uccidendo, facendo cerchio allo re; e rimissonlo a cavallo. Per questo Parco, disperato della perduta preda, si gittò lo scudo dopo le spalle, e con la spada a due mani corse sopra a Fiovo. Ma Fiovo se ne avidde, e riparò al grande colpo. Parco passò alquanto di là da Fiovo. Allora Fiovo gittò via lo scudo, e assalí Parco. E quando Fiovo assali Parco, egli si volse col cavallo. La spada di Fiovo gli levò la visiera, e tagliògli amendue le mani, e 'l cavallo di Fiovo dette l'urto per lato a quello di Parco, e gittollo per terra. E' cavalieri di Provino diliberorono d'uccidere Parco, e ripresono ardire; e per questo missono in volta e' cavalieri del campo. Sansone era preso, e fu racquistato; e cosí Sanguino. In questa giunse il duca con grande moltitudine. Fiovo prese una lancia in mano, e andò contro al duca, e viddelo che egli s'aboccò con Giambarone e abatté Giambarone e 'l cavallo. E Fiovo abattè il duca; e fu in questa baruffa morto il cavallo al romito. Fiovo fece rimontare Giambarone, e diedono uno cavallo al romito, e volsonsi colla gente del re. Verso Provino combattendo si raducevano. E se la ventura non fosse venuta che Fiovo abatté il duca, la gente di Provino era a grande pericolo; e pure cosí ne furono morti quattrocento cavalieri. Nondimeno tornarono nella cittá con grande onore; perché di quelli del campo n'erano morti tremila cinquecento, e molti feriti, e perderono sette bandiere di guardia; e 'l loro maggiore danno fu la morte di Parco. E fu Fiovo il dí lodato per lo migliore cavaliere del mondo dall'una parte e dal l'altra.

 Capitolo XV.

Come lo re Nerino riconobbe chi era Fiovo, e come si battezzò

egli e tutta la gente di Provino, e gridarono: «Viva Fiovo!».

Avendo lo re Nerino vedute le prodezze di Fiovo e de' compagni, diliberò piacevolemente sapere chi eglino fossono, e chi era Fiovo. E chiamato alcuno suo segretario famiglio, ordinò che, quando fussino a cena, fussi fatto in uno sagreto luogo della camera di Fiovo uno piccolo pertugio, per modo che ponendovi l'occhio vedessino ogni cosa che in camera si facesse. E cosí fu fatto in una guardacamera, la quale il re poteva serrare perché altra persona non vi andasse. E la sera, poi che ebbono cenato, essendo per l'afanno del dí alquanto afannati, andorono nella camera. Allora lo re segretamente solo n'andò a quello buco, e pose mente a tutti e' modi loro, e vidde come tutti avevano grande riverenza a Fiovo. Allora conobbe il re che Fiovo era signore; che insino a qui non aveva potuto conoscere chi era signore, perché facevano onore al romito per riverenza dell'abito, e pareva Fiovo al palese el da meno di tutti. E vidde le loro cirimonie nello adorare, e vidde per certo ch'egli erano cristiani; e andossi a dormire: e cosí Fiovo e' compagni andorono a dormire. L'altra mattina lo re Nerino fu il primo che si levò, e aspettò tanto che gli sentí levare, e andò ancora a vedere a quello pertugio. E quando vidde levato Fiovo, uscì da quella camera, e andò alla loro camera, e picchiò l'uscio; ed era solo. E giunto drento, si serrò l'uscio, e gittossi ginocchioni a' piedi di Fiovo, e disse: «Signore, io ti priego per lo tuo Iddio che tu mi dica chi tu se'; però che io ho veduto che tutti costoro ti fanno riverenza come a signore; onde io sono disposto d'essere il tuo quarto servidore. Ed ho veduto che per certo voi siete cristiani; e io non mi partirò da questa camera che voi mi battezzerete». Udendo Fiovo cosí parlare lo re Nerino, sí lo fece levare ritto, e disse: « O nobile re, tu m'hai pregato per l'amore di tale Signore, che io te lo dirò. Sappi che io sono Gostanzo, figliuolo di Gostantino, chiamato Fiordimonte, e sono battezzato per mano di santo Salvestro, vescovo di Roma». Allora gli disse quello che gli era intervenuto a Roma, e perché s'era partito, e della santa bandiera, e del romito; e come aveva acquistata Melano, e 'l comandamento dell'agnolo, e 'nsino a qui dove parlava. Lo re Nerino gli baciò e' piedi, e fece venire l'acqua; e 'l romito Sansone lo battezzò, e non gli mutò nome. E poi s'armorono, e uscirono di camera. Fece lo re Nerino questa mattina battezzare tutta la sua corte e famiglia; e il dí si battezzò tutta la gente dell'arme, e volle il re ch'egli giurassono in mano a Fiovo; ma Fiovo non volle. E feciono battezzare tutta gente di loro volontà, e fu perfetto segnale di buono principio. E levarono la croce e 'l romore: «Viva Fiovo, figliuolo di Gostantino imperadore!». E fu palese per tutto chi egli era.

Capitolo XVI.

Come Fiovo sotto Oro e fiamma cominciò a combattere

la seconda volta contro al duca di Sansogna, essendo conosciuto.

Riposato otto giorni nella cittá, Fiovo era a ognuno palese chi egli era. E il nono giorno ordinò d'assalire il campo con grande battaglia, e fece due schiere. La prima condusse Fiovo e Sanguino, che furono tremila cavalieri; la seconda furono dumila cavalieri e dumila pedoni, e diella a Giambarone e a Sansone; e la cittá lasciò in guardia allo re Nerino con tutta l'altra gente da cavallo e da pie'. Fiovo assalí il campo; dove fu grande romore e grande uccisione di gente, e ruppono la prima guardia, e passorono la seconda. Allora si fece loro incontro uno valente conte, chiamato conte Al mador di Norona, con grande ischiera, e Fiovo lo passò con la spada insino di drieto. Per la sua morte fu grande romore, perché egli era parente del duca, e cominciossi grande battaglia. Arebbono e' cristiani acquistato più campo, ma uno barone del duca di Sansogna, Gilfroy, lo forte duca che teneva Oliona e Santerna e Laona, entrò nella battaglia e abatté Sanguino; e fu presso che rotta la schiera di Fiovo. Ma Giambarone e Sansone colla bandiera Oro e fiamma spiegata assalirono el campo. Or chi potrebbe dire el traboccare cavalli e cavalieri? Fu rimesso a cavallo Sanguino, e furono costretti di fuggire insino all'ultime bandiere. Allora il duca si mosse con grande gente, e fece indrieteggiare molto e' cristiani insino presso alle porte. Allora lo re Nerino non potè sofferire. Uscí della cittá con mille cavalieri e con tre mila pedoni, e assalí e' nimici fieramente. Allora Fiovo ristrinse le due schiere in una, cioè Fiovo, Sanguino, Giambarone e Sansone; e percotendo il campo lo rompevano, se non fosse il duca di Sansogna che abatté lo re Nerino e menavalo preso. Questo fu detto a Fiovo; onde egli abbandonò la battaglia, e volse la maggiore parte della gente in quella parte dove era preso lo re Nerino; e aggiuntosi con la frotta che ne lo menavano, ferì con una frotta e abatté el duca e racquistò il re; ma egli ebbe una ferita nel braccio. In questo mezzo la gente rotta rifeciono testa per la sollecitudine del duca Gilfroy di Santerna. Per questo di non si combatté più. Fiovo con sua gente si ritornò nella cittá con grande festa, perché e' nimici avevano ricevuto il dí gran danno di morti e di feriti. E Fiovo s'attende a medicare, e cosí gli altri, pigliando quelli della cittá grande speranza della loro guerra per Fiovo e pe' compagni.

 Capitolo XVII.

Come Fiovo ebbe per moglie Brandoria; figliuola del duca di Sansogna,

e fece pace col duca, e fece battezzare lui e 'l suo regno,

e rimase in capo di dieci anni signore di Sansogna.

Quando il duca di Sansogna fue tornato al padiglione, fece ragunare sua baronia, e disse loro: «Signori, nella cittá sono quattro più franchi cavalieri del mondo; e pertanto, se noi dobbiamo tenere qui l'assedio, io temo che noi faremo niente; ma bene vorrei sapere chi sono e' cavalieri». E diliberorono mandare ambasciadori nella cittá. E cosí la mattina mandorono ambasciadori allo re Nerino a dimandare quello che aveva pensato di fare, e per quale cagione aveva levata la 'nsegna de' cristiani. Fu loro risposto che la cittá e il regno di Provino era di Gostanzo, figliuolo di Gostantino imperadore di Roma, fatto cristiano e battezzato e al battesimo chiamato Fiovo. E tornati gli ambasciadori e detta l'ambasciata al duca, subito comandò che ritornassino a Provino a dire a Fiovo che voleva essere a parlamento con lui. E cosí fu ordinato: e furono a parlamento, nel quale il duca disse in questo modo: « O Fiovo, quanto ho io da lodare li dei che voi, signore, siate venuto a vedere le parti di ponente! Ma nonn'ho da lodarmi della mia disgrazia, considerando che la Sansogna sia maggiore che il regno di Provino e di maggiore possanza; e ancora perché non vi conobbi, quando arrivasti nel mio campo, e siete entrato in Provino, e io vi sono stato nimico non conoscendovi. Per questo vi priego che voi vi pieghiate a perdonarmi». A cui Fiovo rispuose: «Con meco non può avere pace nessuno che non sia della fede di Jesu Cristo, il quale morí per noi ricomperare in sul legno della croce, e il terzo dí risucitò da morte a vita». E 'l duca, udendo cosí parlare Fiovo, disse: «O nobile signore Fiovo, io nonn'ho altra reda che una mia figliuola, e sono vecchio; e se voi vorrete torre la mia figliuola per moglie, vi lascierò reda di tutto il mio paese». Fiovo disse: «Io voglio el consiglio da' miei compagni, e domane vi risponderò». E ognuno si tornò a' suoi alloggiamenti.

Fiovo ebbe consiglio col re e co' suoi compagni; e ognuno lodò che, se egli si battezzassi con tutto il suo paese, che 'l parentado si facesse; e cosí rispuosono per bocca di Giambarone; e fu fatto l'accordo. E 'l duca si battezzò, e tutto il suo paese, con patto che mentre che egli vivesse, istesse nel regno. Fiovo sposò la figliuola che aveva nome Brandona, e menolla in Provino. E 'l primo anno gli partorì uno figliuolo, e posegli nome Fiorello; e il secondo anno ne partorì un altro, e posegli nome Fiore. E il terzo anno dal dí ch'egli entrò in Provino, morí lo re Nerino, e lasciò reda Fiovo di tutto il suo reame. Da poi che morí lo re Nerino a sette anni, morí el duca di Sansogna; e Fiovo rimase signore di Sansogna e di Provino e di certi altri minori paesi e cittá; ed era molto amato pe' paesi di ponente.

 Capitolo XVIII.

Come Fiovo assediò Parigi, e combatte col re Fiorenzo, re di Francia;

e come lo re Fiorenzo fu morto.

Mentre che Fiovo, figliuolo di Gostantino, signoreggiava in Sansogna, poi che 'l duca fu battezzato, uno barone del duca s'era rubellato; e fecesi vassallo del re di Francia. Questo barone aveva nome Gilfroy lo Forte, duca di Santerna, e fattosi suggetto del re che aveva nome Fiorenzo: questo re per antichità era disceso della schiatta di Franco che venne da Troia, per cui tutto il reame fu chiamato franco, e per lo figliuolo ch'ebbe nome Paris, fu chiamata la cittá Paris. Con questo re s'accordò Gilfroy lo Forte.

Cominciata la guerra contro a' Sansoni, diede loro grande travaglia; ma poi che fu morto el duca, e rimase la signoria a Fiovo, vedendo la noia e 'l rincrescimento di questa guerra, ragunatosi con Giambarone e con Sanguino e con Sansone, ragionò loro di questa guerra. Disse Giambarone: «Questa impresa sarà di grande pericolo, perché i nuovi popoli a voi sottoposti potrebbono fare movimento. Nondimeno pensianci alquanti giorni, e fra noi stia sagreto». Fiovo ne ragionò con Brandoria sua donna, e disse il perché ne dubitava; ma ella gli disse: «Signore, ogni guerra è dubitosa, ma di questa non vi bisogna dubitare, imperò che se il padre mio avessi vinto Provino, egli sarebbe ora re di Franza; e nessuna noia non poteva avere, se non che il re di Franza aveva grande amistà co' Brettoni. Ma eglino sono cristiani, e contro a voi non faranno per amore della fede. Ma se voi per lo mio senno farete, noi faremo in quattro giorni quarantamila armati in Sansogna, e subito n'andremo a assediare Parigi; e posto il campo, egli, non provveduto, non potrà riparare». Fiovo s'attenne al suo presto consiglio; e l'altra mattina mandò per tutta Sansogna comandando a pena della vita la gente da cavalli e da pie', e carri e vettuvaglia fra cinque giorni fussono appresentati, avendo a ogni provincia, cittá e castella assortita la sua parte, come per l'errata toccava; e fece in otto giorni ventimila cavalieri e ventimila pedoni. Fornito di padiglioni e di trabacche e di carri e carrette e vettuvaglia, n'andò a campo intorno a Parigi, e da due parti la assediò. Dall'una parte misse Giambarone e Sansone con diecimila cavalieri e diecimila pedoni; e dall'altra parte si misse egli e Brandoria e Sanguino, serrando, pigliando, predando tutto il paese. Veduto questo, nella cittá corsono ad arme; e uscí fuori lo re Fiorenzo con due schiere. La prima condusse uno suo nipote ch'aveva nome Enidus, e con lui mandò Gilfroy di Santerna con otto mila saraini. Questi assalirono il campo dal lato di Giambarone; e nella prima giunta Gilfroy abatté Sansone; e fu preso e menato in pregione a Parigi. E mentre che Giambarone difendea il campo, e Fiovo mandò Sanguino che gli difendesse; e come giunse alla battaglia, e lo re Fiorenzo uscí da un'altra porta, e giunse alle spalle a Sanguino. La battaglia fu grande, entro la quale fu morto el cavallo sotto a Sanguino, e fu preso e menato prigione dentro a Parigi. La novella venne a Fiovo del romito e di Sanguino. Subito s'armò, e corse alla battaglia con molti armati; e quando fue da quelli della cittá veduto, fu fatto assapere al re di Parigi. Ed egli abbandonò la battaglia contro a Giambarone, e lasciolla a Gilfroy lo Forte; e venne contro a Fiovo con una lancia in mano; e scontrati insieme, si ruppono le lancie a dosso. Vennono alle spade; e fu per forza vinta la gente di Fiovo, e fuvvi ferito Fiovo di due ferite; e la grande battaglia de' cavalli e cavalieri si spinsono indrieto Fiovo e la sua gente tutta.

Questa battaglia fu rapportata a Brandoria; ond'ella s'armò dell'arme del suo padre, e montò a cavallo, e venne col resto di quelli di Sansogna verso la battaglia. E scontrando molti del suo regno, gli faceva ricogliere alle bandiere; e quando n'ebbe alquanti, parlò loro e disse: « O carissimi padri e fratelli, voi al tempo del mio padre combattesti sanza nessuna paura, tanta speranza avevate nella sua persona; e ora che voi avete il migliore duca del mondo, siete spaven tati. Forse la vista dell'arme del mio padre vi farà tornare l'ardire. Io vile femina voglio andare alla battaglia sanza paura, pensando chi è colui che per noi combatte, cioè Go stanzo, figliuolo di Gostantino imperadore ». E dette queste parole, diede di piede al cavallo. Quando e' cavalieri l'udirono, si vergognorono; e inanimati per la vergogna, si volsono con lei alla battaglia. In questo ella scontrò Fiovo ferito, e dimandollo della battaglia. Fiovo le mostrò le bandiere del re Fiorenzo in mezzo; ed ella gli die' parte della sua gente, e missono il re Fiorenzo in mezzo, e assalirono da due parti sotto la reale bandiera Oro e fiamma. Non si potrebbe dire l'aspra battaglia, nella quale lo re Fiorenzo, veduto Fiovo, s'aboccò con lui. In questa parte Brandoria assali con grande frotta di cavalieri; e qui fini el re Fiorenzo scura mente sua vita. In questo luogo soccorse Enidus suo nipote: Fiovo gli tagliò la testa.

E qui finí e mancò e' primi Reali di Francia della stirpa troiana. Ora comincia la stirpa di Gostantino, dove comincia la fede cristiana per virtù di Dio in Francia.

 Capitolo XIX.

Come Fiovo prese Parigi ; e fece tutto il reame battezzare ; e fece venire

e' suo' figliuoli ; e diede una figliuola del re Fiorenzo a Sanguino

per moglie, di cui nacque la schiatta di Maganza : e di Riccieri.

Morto lo re Fiorenzo, la battaglia rinforzò contro a quegli di Parigi per modo, che tutti si missono in fuga. Parte presono la fuga per la campagna, e parte verso la cittá; ma Fiovo confortando e' suoi, seguendo quelli di Parigi, con loro mescolatamente entrarono nella cittá combattendo. Gilfroy lo Forte prese la fuga di fuori; onde Giambarone, raccolta sua gente, soccorse Fiovo; e per forza entrarono insieme con loro nella cittá, e presono tutta la cittá, e una grande parte n'andò a sacco, e gli altri s'arrenderono; e Fiovo perdonò a tutti quelli che s'arrenderono. E preso il palagio del re, vi trovò una figliuola del re Fiorenzo che aveva nome Soriana. Essendo tratti di prigione el romito Sansone e Sanguino, dissono a Fiovo come questa damigella Soriana gli avea sovvenuti nella prigione di pane e di quello ch'era stato loro di bisogno; e quando Sanguino la vidde, innamorò di lei, e addomandolla per moglie. E Fiovo gliela die', e diegli di dota tutto il tesoro del re Fiorenzo, e fecesi la festa delle nozze e della vettoria a un tratto. E da ivi a pochi giorni uscirono a campo; e in poco tempo acquistorono tutte le terre che erano state del re Fiorenzo, e feciono tutto il reame battezzare. Poi mandò Fiovo pe' suoi figliuoli; e pose la sedia reale a Parigi per più possente e più atto luogo alla corona di Francia. E Giambarone mandò a Roma per la sua donna e per uno, fanciullo ch'era nato poi ch'egli si partí da Roma; che v'aveva lasciata la sua donna gravida, e aveva posto nome al figliuolo Riccieri, benché il primo nome fosse Ricciardo; ma perché venne poi tutto ricciuto, fu sempre chiamato Riccieri. Costui fu poi chiamato primo paladino di Francia.

 Capitolo XX.

Come Sanguino, vinto dalle lusinghe di Soriana sua moglie,

drieto a molte trame cercava la morte di Fiovo.

Da poi che tutte queste cose furono fatte, regnando Fiovo in Francia, la moglie di Sanguino, che fu figliuola del re Fiorenzo di Parigi, ingravidò; e sentendo ella come il marito era cugino di Fiovo, pensò di fare uccidere Fiovo e fare il marito re del reame di Francia. E una notte disse a Sanguino: «La fortuna ci fa torto, perché el mio padre non aveva altra reda che me dirieto alla morte sua; e pertanto questo reame di Francia toccherebbe a me, e tu doverresti essere re, e io sarei reina. Fiovo lo tiene contro a ragione».

Disse Sanguino: «Non mi parlare di tali cose. Fiovo è figliuolo dello 'mperadore, ed è ragione che lui sia signore, e non altra persona ». E molte volte le contradisse a queste parole, e durò bene due mesi questa quistione. Alla fine tanto gli disse, che lo sventurato consentí e diede udienza alle false parole; e diliberò d'uccidere Fiovo e' suoi figliuoli e farsi re di Franza; e a questo cominciò a dare ordine egli e la donna.

E venendo una mattina in su la sala, scontrò Fiovo; e Sanguino, tornatogli a mente quello che ordinava, sospirò; e Fiovo se ne avidde, perché Sanguino molto si cambiò nella faccia di colore. Disse allora Fiovo: «Che avesti, cugino? Havv'egli offeso persona contro al vostro volere? Non dubitate, che noi ne faremo vendetta». Sanguino lagrimò, e disse: «Signore, ben vegg'io il grande amore che mi portate». Disse Fiovo: «O caro mio cugino, benché a me diciate signore, quello regno che io tengo egli è vostro come mio; né mai danari, oro e argento, arme e genti saranno a voi, se non come a me propio». Disse Sanguino: «A voi merito ne renda Iddio. Io non sono offeso da persona. Questa notte passata mi senti' alcuno difetto; e pure adesso, quando mi vedesti, mi giunse alcuna di quelle punture; e però mi fermai e sospirai ». E dette queste parole, si partí da Fiovo, e tornò alla sua camera dalla sua donna, e dissele le parole che Fiovo gli aveva dette, e che mai non penserebbe contro a lui tradimento. Ed ella disse: «Non sai tu che assai volte e' signori promettono bene e attengono male? E cosí farà Fiovo a te». E passarono cosí insino al terzo dí; ed ella tanto gli aveva detto, che egli cominciò a odiare Fiovo. Di questo odio s'incominciò avvedere il balio di Fiovo, Giambarone; e cominciò a pensare sopra a questo, e non si voleva mettere in mezzo tra' due cugini, pensando donde potesse procedere questo atto di questo odio; tanto che gli tornò alla mente come Soriana era stata figliuola del re Fiorenzo: onde egli immaginò che 'l difetto venisse di quindi.

 

E la mattina, venuto a corte, ne favellò con Fiovo, el quale disse: «Io non credo che il mio cugino facesse contro a me alcuna sozza cosa: nondimeno io porrò mente a' suoi modi». E in quella propia sera tanto disse Soriana a Sanguino, che egli le giurò che a tutta sua possanza egli amazzerebbe Fiovo; ma che egli non sapeva che modo si tenere. Ed ella disse: «Io favellerò a molti amici di mio padre, che saranno a nostra posta apparecchiati con molti armati; e poi mi farò ammalata, e Fiovo mi verrà a vedere, e tu medesimo ce lo menerai; e ordineremo armati nella mia camera che lo uccideranno, e tu con esso loro insieme; e i nostri amici ci soccorreranno, e ucciderai e' suoi figliuoli, e farenci signori». E cosí fra loro fu ordinato di seguire. Ma la fortuna che dá e toglie questi beni mondani bramati dagli uomini, e' quali non considerano quello che fanno, e lascionsi volgere a cosí fragile cosa quanto è la femmina, el cui animo non pensa mai se non di contentare il suo appitito e di nessuna altra cosa si cura; in questa parte non ha considerato lo sventurato Sanguino o che Iddio o la fortuna non volesse tanto male. Intervenne che una serva di Soriana voleva bene a uno famiglio di Giambarone. Avendo udito dire certe parole alla sua madonna, disse la mattina a quello famiglio: «Egli non sarà molto tempo che io sarò maggiore donna che io non sono; e arò uno amante migliore e da più che non se' tu». El quale famiglio ridendo le rispuose: «Quanto maggiore sarai, più ne sarò allegro; ma bene ti priego che tu non mi dimentichi». Ella gli rispuose: «Pure che la cosa vada ad effetto».

 Capitolo XXI.

Come il tradimento di Sanguino fu manifestato a Giambarone e a Fiovo;

e come Sanguino fu morto e Soriana cacciata.

In questo affare Giambarone stava molto attento, come colui che amava molto Fiovo e già era ripieno di sospetto. La sera che questo famiglio aveva il dì parlato a quella serva, Giambarone, chiamati certi suoi segreti famigli, disse loro segretamente: «Ponete mente che gente usa nel palagio di Sanguino, e non vi dimostrate, e non ne parlate ad altra persona che a me ». Era tra questi famigli quello che aveva parlato a quella damigella; e l'altro giorno ponendo queste guardie, questo famiglio tornò alla serva, e cominciò a dire male del re e di Giambarone: e che egli s'era partito e volevasi andare via; e che egli sarebbe già partito, se non fosse per amore di lei. Ed ella disse: «Non ti partire, perciò che andranno pochi giorni che forse saranno cacciati loro». E partitosi da lei con buona faccia, tornò a Giambarone, e dissegli tutte queste cose, e come aveva veduti molti cittadini andare alla moglie di Sanguino, e che egli aveva più famigli che egli non soleva. Disse Giambarone: «Va e ritruova quella damigella, e pruova di sapere quando si dee fare questo fatto».

E stando le cose in questo termine, Soriana parlato a Sanguino, diedono ordine ch'ella si facesse ammalata, e che Fiovo fosse invitato da Sanguino che andasse a vedere Soriana; e ordinarono certi famigli che, quando venisse nella camera, lo uccidessono con Sanguino insieme. E la sopra detta serva udì ogni cosa; e l'altra mattina, trovato l'amante che stava attento, ella gli disse ogni cosa, ed egli rapportò ogni cosa a Giambarone, ed egli di ogni cosa avvisò Fiovo. Per questo Fiovo fece l'altra mattina, che doveva essere il tradimento, armare segretamente tutta la sua gente che nessuno se ne accorse, se nonne a chi lui voleva. La mattina Soriana si fece ammalata; e dato l'ordine, molti borgesi cioè cittadini stavano in punto a spettare che il re fusse morto, e fare Sanguino re. Allora Sanguino, come era usato, lasciò la donna nel letto, e andò al palazzo reale per le camere, che erano e' palazzi appiccati insieme; e giunto dinanzi a Fiovo, egli era tutto cambiato nel viso. Disse Fiovo: «Bene venga Sanguino»; e guatollo nel viso, e dissegli: «O caro mio cugino, che vuoi dire che tu se' cosí cambiato nel viso?». Disse Sanguino: «Io mi sento pure bene; ma egli è la mia donna che si sente gran male». E il re gli rispuose: «Perch'ella è grossa; ma s'ella morisse, hai tu pensiero di nonne trovare un'altra? Che male ha ella?». Disse Sanguino: «Non so. Ella arebbe grande allegrezza, se ella vi vedesse». «Per mia fe'!» disse Fiovo, «per questo io non voglio che ella perda sua sanità, né suo portato. Andiamo a vederla». E prese Sanguino per la mano. Subito Giambarone fece cenno a' suoi caporali. Essendo giunti alla camera, sempre era Giambarone alle spalle del re; e giunti alla camera, Sanguino e Fiovo entrarono drento. Allora e' famigli volevano serrare l'uscio; ma Giambarone si fermò in su l'uscio, e Sanguino subito cominciò a dire: «Ora è tempo». Disse Fiovo: «Tu di' vero, traditore, che 'l tempo è per te; che tu hai creduto cercare la mia morte, ma tu hai cerca la tua». E misse mano al coltello, e percosse Sanguino nel petto, e infino di drieto lo passò. E' famigli volevano assalire Fiovo; ma Giambarone entrò drento, e gli armati ch'erano con lui, e uccisono cinque famigli, e gli altri furono presi, e al martoro confessorono ogni cosa. E Sanguino giacé morto nel mezzo della camera. Fiovo comandò che la donna fosse presa; e quelli famigli che avea presi mandò a impiccare alle giubbette. E alla donna, perché ella era gravida, perdonò la vita; ma egli le die' bando di tutto suo reame, e donolle tutto il tesoro che aveva Sanguino. Ed ella si partí da Parigi, e menonne molte sue serve e alcuno servo; e andonne verso la Magna; e apresso a' confini di Francia si puose.

Capitolo XXII.

Come ebbe principio la casa di Maganza.

Nella provincia di Borgogna presso a' confini della Magna hae uno poggio alto, ed è spiccato dall'alpe dette Appennino a due giornate, ed è chiamato monte Juras. A questo monte arrivò Soriana, moglie che fu di Sanguino, e fu da sua compagnia consigliata ch'ella s'alloggiasse in su questo monte. Ed ella cosí fece, ed ebbe aiuto da certi paesani e' quali l'aiutorono. E ancora certi cittadini di Parigi la seguirono; ond'ella fece in su quello poggio uno castello, e puosegli nome Soriano per lei: e in poco tempo fu molto forte e pieno di gente.

E di poco l'ebbe cominciato, che ella partorì due figliuoli: l'uno fu maschio, e l'altra femmina. La femmina nacque prima, e puosele nome Maganza per lo regno che avea cambiato, che viene a dire «io ho male changié». E quando ella morí, fu dato a questa fanciulla marito uno vecchio, balio del maschio a cui la madre pose nome Sanguino per ricordanza di suo padre. E perché il marito di questa fanciulla ebbe a notrire quasi amendue, volle che il casato loro fosse chiamato di Maganza; e diede per moglie a Sanguino una sua figliuola ch'ebbe nome Rosana; ed ebbe di lei due figliuoli, l'uno ebbe nome Aldoigi, e l'altro Manfredi. Quando questo Sanguino tornò in grazia di Fiovo e de' figliuoli, costoro cominciorono a portare arme, e levorono una arme, cioè uno falcone pellegrino propio di sua penna nel campo cilestro, co' piedi in su uno monte d'oro, e questa è la loro propia arme ; ma eglino feciono poi il falcone d'oro.

Fiovo in questo tempo fece accordo e lega con quelli d'Inghilterra e con quelli d'Irlanda. Allora quegli di Brettagna ebbono paura che per questo gl'Inghilesi non facessino loro guerra; e mandorono ambasciadori a Fiovo, e sottomissonsi alla corona di Francia; ed era duca di Brettagna uno valente uomo, chiamato Codonas. Fiovo ebbe molto cara la loro amistà; e fece Codonas re di Brettagna, e 'l figliuolo di Codonas, che aveva nome Salardo, fece duca. E allora fece duca due suoi figliuoli: l'uno aveva nome Fiorello, e l'altro Fiore. E in grande pace e diletto sanza cura viveva Fiovo; ma la ventura non volle ch'egli si posasse.

Capitolo XXIII.

Come Fiovo con l'aiuto de' cristiani di ponente, cioè Inghilesi,

Irlandi, Brettoni, Sansogni, Franciosi, Provini, cominciò

guerra con gli Alamanni, e prese prima Dardenna.

Regnando Fiovo in signoria, e pensando che aveva due figliuoli, e alcuna volta udiva biasimare il re Artù ch'era stato re di Brettania, perché non aveva acquistati molti paesi e fatti fare cristiani; e ancora pensando alla santa bandiera e al conforto che l'agnolo gli aveva dato, diliberò d'acquistare uno reame che era in sul mare Oceano verso la Magna, chia mato Dardenna, presso al fiume del Reno.

Fiovo fece suo sforzo; e passò nel regno di Dardenna con quaranta migliaia di cristiani; e fu con lui lo re d'Inghilterra e il re d'Irlanda e 'l re di Brettagna, ciò fu Codonas. In poco tempo vinse il reame di Dardenna, perché lo re Asiradon assalie il campo, e fue subito morto, e el reame s'arrendè. E presono quattro cittá: la prima fu Dardenna, la seconda fu Lipismans, la terza Cibilcales, la quarta Argentosa, poste presso al fiume detto nel paese Oblinga. Per questo due fratelli del re Asiradon, chiamato l'uno Balante di Balda e l'altro Galerano di Scondia, per tutta la Magna n'andarono, e mandarono a tutti e' signori dolendosi e raccomandandosi. Per la quale cosa la maggiore parte de' signori della Magna feciono consiglio insieme in Cologna: Flavieri, Gismani, Norigoni, Nizimbors, Storlicchi, Buemmi, Ungari, Polani. Tutte queste e molte più province e reami feciono consiglio contro a Fiovo, e tutti erano infedeli, pagani, saraini e tartari. Alla fine non furono d'accordo, salvo che due fratelli, nati antichi d'una schiatta detti Istorlis (oggi si chiamano quelli di Storlicchi): l'uno aveva nome Chiarintanor, e l'altro Attarante. Questi s'accordorono col re di Buemia e col duca di Flaviera e con Balante e con Galerano; e feciono grande sforzo di gente, e posono el campo presso al monte Gulas, donde esce il Danubio e 'l fiume del Reno.

Fiovo, che sentí la grande gente che si ragunava, raccolse e' suoi baroni, e significò la grande gente che contro a loro veniva. Molti, e quasi tutti, davano per consiglio di tornarsi a Parigi e di lasciare fornite le terre che avevano prese di gente; ma il romito e Giambarone sempre a questo contra dissono, consigliando che si mandasse per gente in Franza e in Sansogna e in Brettagna, rammentando che Oro e fiamma non poteva partire di campo sanza vettoria. Per questo conforto tutti gridarono che la battaglia s'aspettasse. E mandarono per grande gente; e furono ottantamila cristiani. E passarono el Reno, e feronsi incontro agli Alamanni; e quelli dicevano per lo campo che Fiovo si fuggirebbe, quando sentisse la loro venuta. E Fiovo comandò che 'n su il fiume dove s'era posto fosse cominciato una fortezza al campo di legname e di fossi (e cosí fu fatto), e ch'eglino lo chiamassono Gostanzo.

Capitolo XXIV.

Come Fiovo combatte con gli Alamanni, e dopo molti pericoli

della battaglia Fiovo rimase vincitore.

Veduto Gostanzo la sera la sua gente di buono animo per combattere, n'ebbe grande allegrezza, e diede ordine a fare le schiere. La prima schiera diede a Giambarone e al romito Sansone: questa furono diecimila. La seconda diede a Codonas, re di Brettagna, e a Salardo suo figliuolo: questa furono quindicimila. La terza condusse il re d'Inghilterra e il re d'Irlanda, nella quale furono due franchi baroni inghilesi: l'uno aveva nome Galeotto lo Scozio, e uno suo fratello chiamato Berlinger lo Duca: questa schiera furono venticinque migliaia. La quarta e ultima tenne Fiovo per sé: questa furono trentamila, sotto la santa bandiera Oro e fiamma. E fatto celebrare la messa, fece muovere le schiere, e verso il nimico campo n'andava.

E' saraini ordinarono le loro schiere. La prima condusse Chiarintanor, e Attarante suo fratello: questa schiera furono cinquantamila. La seconda condusse Riccardo e Currado di Baviera; e fu in questa schiera con loro uno ribello di Fiovo che aveva nome Gilfroy lo Forte, duca di Santerna, con cinquantamila. La terza e ultima condusse il re di Buemmia, che furono centomila.

Fatte le schiere, l'uno campo s'apressò all'altro; e 'l romito e Chiarintanor abatterono l'uno l'altro. Giambarone fece rimontare il romito. Attarante fece tanto d'arme, che e' cristiani molto campo perderono, costrignendoli in fuga; se non fosse Codonas e Salardo, e' quali sí francamente si portarono, che racquistorono il campo, con grande mortalità di gente da ogni parte. E missono e' cristiani in fuga e' saraini, se Riccardo e Currado co' Bavieri non avessino soccorso.

Attarante e 'l fratello ritornarono co' Bavieri nella battaglia. Queste due schiere d'Alamanni missono in fuga e' nostri cristiani, cacciandogli per forza di campo. E Attarante abatté Codonas e Salardo; e le loro bandiere gittò per terra; ma Giambarone con una grossa lancia passò Currado le Bavier; e morto nel campo rimase. Ma tanta fu la moltitudine, ch'egli abbandonava el campo; quando Attarante s'aboccò con lui, e abatté Giambarone e 'l cavallo. Per questo tutti e'cristiani si missono in fuga. Allora entrò la terza schiera de' cristiani nella battaglia sotto il re d'Inghilterra; la quale schiera in su quello punto era di bisogno; imperò che fu tanta la forza loro, che le nimiche schiere pinsono molto a drieto.. La terra si copriva di morti. Galeotto lo Scozio abatté ferito Riccardo le Bavier, e fu portato per morto al padiglione. Berlingeri s'aboccò con Gilfroy di Santerna, e feciono grande battaglia. Alla fine Gilfroy rimaneva vincente, se Galeotto non avesse soccorso; e diede d'una lancia nel fianco a Gilfroy, e abattello; e per forza fu preso dagl'Inghilesi e menato al loro padiglione; e campò che non l'uccisono, perché gridò: «battesimo», e per la lingua, ch'era francioso. In questa battaglia morí molta gente; ma Attarante tornò al re di Buemmia, e menò alla battaglia trentamila tra Alamanni e Buemmi. E giunto, nella sospesa battaglia entrò con tanta furia, che trovando e' nostri cristiani stanchi, gli misse in volta, e abatté il re d'Inghilterra e il re d'Irlanda. Questi due re avevano molto rifrancato e' cristiani, e fatti tutti gli abattuti rimontare. Per questo, quando furono abattuti, si rivolsono tutti e' baroni in quella parte, Giambarone, Sansone, Galeotto, Berlingeri; dall'altra parte Attarante, Chiarintanor e molti signori. Attarante uccise il franco Galeotto lo Scozio e abatté Berlingeri; e arebbono messo in volta e' cristiani, perché in questa zuffa fu morto il cavallo sotto a Giambarone, e 'l romito fu abattuto, e cominciavano e' cristiani a fuggire. Codonas e Salardo gli ritenevano, e molto s'affaticavano ; ma Attarante gli fece accerchiare, e poi gli assalí e gittògli per terra; e furono abattute le loro bandiere; e la gente cristiana si misse al tutto a fuggire. La novella giunse a Fiovo, chiamato dalla grida Gostanzo; ed egli fece spiegare Oro e fiamma, e con tutta la sua gente entrò nella battaglia. Tutti e' cristiani presono ardire: e' fuggenti si volsono alla battaglia. Or chi potrebbe dire l'uccisione che fu in su quello punto degl'infedeli? Che in meno d'un'ora morirono più di sessantamila Alamanni; e tutti e' signori furono rifrancati. Per questo Attarante disperato combatteva. Fiovo s'aboccò con Chiarintanor; e dopo molti colpi Fiovo gli levò il capo dalle spalle. La novella n'andò a Attarante, e fugli detto: «Uno cavaliere, re di corona, che porta uno giglio d'oro nel campo azurro, ha morto tuo fratello». Onde Attarante si dispuose o di morire o di farne vendetta. E prese una grossa lancia in mano, e andava per lo campo. E veduto Fiovo, se gli misse per coste; e in quella ch'egli voleva muovere il cavallo, e Giambarone, ch'era stato due volte da lui abattuto, l'aveva veduto andare cosí guatando: prese Giambarone una grossa lancia, e per coste gli corse a dosso, sí che quello ch'egli voleva fare a Fiovo, fu fatto a lui. Giambarone lo percosse in quello punto che egli voleva muovere il cavallo, e gittò per terra lui e 'l cavallo, ed eragli il cavallo per modo a dosso che non si poteva levare. Giambarone gli tornò a dosso, e smontò, e cavògli l'elmo per tagliargli la testa; ma Attarante domandò merzede, e arrendessi a Fiovo. Giambarone gli tolse la spada e 'l bastone e menollo preso al padiglione, e misselo a buona guardia. La sera fece abbandonare la battaglia. Da l'una parte e da l'altra l'uno e l'altro campo si strinse a sue bandiere. Gli Alamanni, mezzi in rotta, erano spaventati per la morte di Chiarintanor e per la presa d'Attarante.

Capitolo XXV.

Come gli Alamanni e' Buemmi s'accordarono con Fiovo, re di Francia;

e come si battezzorono la maggiore parte; e come Fiovo incoroni

Fiore di Dardenna, e tornossi in Francia.

Finito il dì, la sera fu cagione di fare ristare la battaglia. E gli Alamanni, avendo perduto il loro più valente signore, si raccolsono sotto il re di Buemmia; e furono a consiglio; e trovato il danno che avieno ricevuto, diliberorono di mandare ambasciadori a Gostanzo, cioè a Fiovo, a dimandare accordo. E trovata l'ambascieria per andare, come fu presso al giorno, Fiovo fece di sua gente due schiere, e andavano verso e' nimici. La novella venne al re di Buemmia; ed egli mandò via gli ambasciadori, e' quali scontrorono Fiovo che veniva, e gli parlarono. Fiovo rispuose che s'eglino si battezzassino, arebbono ogni buono accordo; altrimenti ch'eglino si difendessino. Gli ambasciadori tornorono al campo, e feciono l'ambasciata; e d'accordo tutti s'accordorono di battezzarsi; e cosí si fece l'accordo. Buemmi e Storlicchi e tutta la Magna di qua dal Danubio si battezzorono, e Baviera; e con questo giurarono fedeltà al re di Francia per cento anni.

Fiovo, tornato in su el fiume del Reno, fece per rimembranza della vettoria principiare una cittá, dove puose campo, quando passò el Reno; e puosegli il suo primo nome, cioè Gostanza, perché egli aveva nome Gostanzo; ma ella ebbe due nomi, cioè Gostanza e Fiore, e fu da prima governo di tutto il paese. E tornato Fiovo in Dardenna, incoronò Fiore, suo minore figliuolo, di Dardenna; e diedegli per moglie una fanciulla che fu presa in Dardenna, chiamata Florinda, figliuola del re Asiradon, di cui nacque Lione e Lionello e Uliana bella: ma erano ancora fanciulli re Fiore e Florinda.

E Fiovo si tornò in Francia, e diede licenzia a tutti e' signori della Magna; e tutti gli giurorono fedeltà; e perdonò Attarante, e fece a tutti grande onore. E Riccardo le Bavier di Buemmia e Attarante tornarono in loro paese. Poi gli fu presentato Gilfroy di Santerna, il quale si battezzò; e Fiovo gli rendè Santerna sua cittá. E fu fedele barone; e di lui nacque la gesta di Conturbia. E fecesi per tutto il paese gran festa della sua tornata e della sua vittoria. E Fiorello e Fiore, figliuoli del re, crescevano con grande allegrezza; e cosí il filiuolo di Giambarone, chiamato Riccieri, che fu il primo paladino di Francia.

Finita la prima parte di questo libro, comincia la seconda.

[PARTE SECONDA]

Capitolo XXVI.

Come Roma fu assediata da' saraini per disfare la fede cristiana

ch'era cominciata a moltipricare ; e' nomi di quaranta re saraini.

Sentendo e' signori saraini di levante e di ponente come Gostantino imperadore era fatto cristiano, e che la fede cristiana era già tanto moltipricata, e che a Roma papa Silvestro aveva tutti gl'idoli disfatti, e che in Francia Fiovo, figliuolo di Gostantino, aveva presi tanti belli paesi e recati alla fede cristiana, e che Gostantinopoli e tutta Romania s'erano battezzati, e come santa Lena, madre di Gostantino, faceva fare chiese e spedali a riverenza di Cristo, e tutti gl' idoli faceva disfare, feciono gl' infedeli tre volte consiglio in quindici anni per passare sopra a' cristiani. Il primo fu fatto in Ispagna; e 'l secondo in Caldea, cioè in Bambellonia di Caldea; ma il terzo si fe' in Egitto, cioè in Bambellonia d'Egitto. E non furono le due volte prime in concordia: la terza s'accordorono per questa forma e modo. Lo re Misperio, padre del re Balante di Balda e del re Galerano e del re Asiradon di Dardenna, vedendo e' cristiani tanto moltipricati, e vedevasi avere perduto uno reame, cioè la Dardenna, mandò Galerano, suo figliuolo, al re di Spagna e al re di Granata e al re di Raona e al re di Portogallo, significando come la fede di Bel e di Belis e di Belfagor e di Balain e d'Apollino al tutto andavano a terra per questa nuova fede di Cristo e di Gostantino. E di poi cominciarono grande odio a Fiovo, re di Francia. Balante passò in Africa, e Galerano in Soria; e in meno di due anni feciono ragunare in Egitto quaranta re di corona, dove fu deliberato d'assediare Roma. E feciono loro imperadore il soldano di Bambillonia d'Egitto; e fu diliberato fra questi quaranta re che in capo di due anni ognuno si trovassi a Tunizi di Barberia, cioè nel porto dove fue Cartagine, forniti di gente e di nave e d'arme e di vettuvaglia, con quella possanza che potessino fare. E' re che feciono questa congiura furono questi: in prima Danebrun, soldano di Bambillonia d'Egitto, e Manador suo fratello, re d'Arabia Petrea; 3° soldano di Persia, soldano de Mech; 4° re Darchino lo bruno; 5° Polidan re di Bussina; 6° re Adrimon d'Arcimenia; 7° Alcidron di Panona; 8° Ciliastro re di Colchi; 9° Piliagi di Saragonia; 10° re Tribarco di Scarzia; 11° Artifon di Rambania; 12° Giliafro di Centulia; 13° Bran cadoro de' monti Caifas; 14° Lionagi d'India; 15° Balante di Balda; 16° Galerano suo fratello; 17° Coramonte di Spagna; 18° Agustan di Portogallo; 19° Alifar di Granata; 20° Sagramonte di Ragona; 21° re Barchido d'Attalante; 22° Gloriardo di Barberia; 23° Dragon d'Arabia; 24° l'Amorotto suo fratello; 25° Giliarco di Libia; 26° Arbacail d'Arabia; 27° l'amostante di Cordoa; 28° l'amostante di Persia; 29° l'arcalif di Baldraca; 30° Dalfren di Domasco; 31° Rambal di Marocco; 32° Giliarco di Media; 33° Rubinetto di Ruscia; 34° Calafro di Poiana; 35° Balantin di Trebisonda; 36° Tirione di Turchia, padre d'Arcaro e di Basirocco; 27° Balugante di Scondia, cugino di Balante; 38° Anfrione Siria; 39° Canador d'Ungheria; e 'l 40° fu Anacon di Numidia. Tutti questi erano re incoronati de' paesi sopradetti; e giurato la distruzione di Roma e della cristiana fede, si partirono. In capo di due anni, come era ordinato, si trovorono in Barberia al tempo promesso, con grande quantità di signori. E certi de' sopradetti rimasono per fare sempre fornire il campo di quello che era bisogno; e come viddono il tempo da navicare, si missono in mare. E in poco tempo furono alle piaggie d'Italia; e presono terra in foce di Roma, e trovarono il paese fornito di roba, perché non se ne sapeva niente. E assediarono con grande gente Roma; e presono Ostia, e il sesto dí la rubarono e disfeciono la maggiore parte a furia, come piacque a Dio; imperò che se eglino non l'avessino distrutta, era fatica d'avergli possuti vincere. Gostantino uscí molte volte fuori contro a loro; ma niente gli poteva danneggiare. Il numero della gente che eglino menarono, furono quattrocento migliaia. Bene vi arebbono potuto menare tre cotanti, ma per la vettuvaglia pensavano non ci sarebbono potuti vivere.

E assediarono da quattro parti la cittá, e molte battaglie le diedono ; e a tanto la condussono, che quelli di Roma non potevano più uscire fuori a battaglia. E cosí stetteno gran tempo assediati difendendo le mura di Roma.

Capitolo XXVII.

Come, passato l'anno con l'assedio intorno a Roma, Gostantino fece

consiglio, e ribandí Fiovo, e mandò a lui per soccorso in Francia.

Passato l'anno che l'assedio era stato intorno alle mura di Roma, Gostantino ragunò consiglio, e domandò quello che a loro pareva di fare dello assedio. Fu per tutti consigliato ch'egli ribandisse Fiovo, suo figliuolo, e ch'egli mandasse a lui, che lo soccorresse; e questo fu nel consiglio diliberato. E fu ribandito, e perdonatogli ogni ingiuria; e Gostantino mandò due messi in Francia, che l'uno non seppe dell'altro, acciò che non mancasse che Fiovo non avesse la lettera. E quando Fiovo ebbe la novella come era ribandito, e a quanto pericolo era la cittá di Roma, pianse per tenerezza, considerando che Gostantino era pure suo padre. E pensò che importava la lettera; e mandato per Sansone e per Giambarone, diede loro la lettera in mano. E Giambarone disse: « Signore, io non veggio modo al presente di qui a due anni di potere soccorrere Gostantino, perché voi sapete che pure ora al presente abbiamo acquistato la Magna e molti altri paesi, e dubito che non si ribellino. Però mandate a dire a vostro padre che noi lo soccorreremo di qui a due anni» (che veniva in capo del terzo anno che l'assedio vi sarebbe stato). Rispose Fiovo che egli si tenesse insino al terzo anno, che egli il soccorrerebbe; e rimandogli il messo. E tornato il messo a Roma, fu ordinata la terra a buona guardia per potersi tenere. E quegli del campo più volte mandorono ambasciadori a Gostantino, che egli lasciasse la fede cristiana e tornasse ad adorare gl' idoli e gl'iddei, e ch'egli farebbono ogni patto, e affermerebbonlo imperadore; e mai non ebbono nessuna buona risposta. E però istette assediato tre anni dal principio dello assedio al soccorso di Fiovo.

Capitolo XXVIII.

Come Fiovo soccorse Gostantino, e l'ordine che diede; e come uno

figliuolo di Giambarone venne nel campo contro alla volontà del

padre sconosciuto, che fu cagione della vettoria.

In questa parte torna la scrittura a Fiovo, che con senno è venuto, più che con la maggioranza della signoria, dove si conveniva molti pensieri e maninconia, mostrando alle grezza. Egli fece ordinare una magna festa, e tutti e' baroni fece venire a corte; e fra l'altre cose che egli fece, furono grandissimi doni, che di consuetudine è che il dono che riceve l'uomo, lo trae ad amare l'uomo che dona per la larghezza del dono. E fece molti cavalieri, tra' quali fece Salardo di Brettagna e Attarante della Magna, cioè di Storlicchi; e rende a Attarante libera sua signoria; e fece cavaliere Gilfroy di Santerna e Riccardo di Baviera, Ionasbrando, figliuolo del re d'Inghilterra, e Berlingeri di Scozia; e a tutti donò arme, cavagli, castella e altri assai ricchi doni. Quando la festa fu finita, si ristrinse con tutti e' signori, e manifestò loro come Gostantino era assediato drento da Roma, e disse: «Signori, se Gostantino perde Roma, la quale è stata donna e capo di tutto il mondo, noi non potremo resistere a tanta gente, e sempre si dirá che per viltá; e saracci rimproverato, se noi non la soccorriamo; e saremo sottoposti a' Tarteri e a' Barberi, che ci venderanno per schiavi, la qual cosa non piaccia a Dio! E però ognuno di voi consigli quello che gli pare il meglio di dovere fare per la salute di Gostantino e per la nostra». Tutti d'accordo si profersono con tutta loro forza seguitare Fiovo e andare a Roma; e cosí giurarono in mano a Fiovo da ivi a uno anno trovarsi con Fiovo a Roma: e presono commiato, e tornarono in loro paese.

Fiovo ragunò in quello anno gran gente e gran tesoro e arme; e in capo dell'anno si trovarono la maggiore parte di questi signori a Parigi; e chi non venne a Parigi, si trovò con Fiovo per la via. Fiovo ordinò che e' suoi figliuoli Fiorello e Fiore rimanessino a Parigi; e Giambarone lasciò con loro Riccieri suo figliuolo; e apresso si partirono da Parigi. E come furono partiti, e Riccieri, figliuolo di Giambarone, ch'era allora d'età di diciasette anni, si travestí, e venne nel campo sanza saputa e contro alla volontà del padre; e mai non si palesò che fu a Roma. E camminando Fiovo, giunsono in buon'ora in Lombardia; dove si fece loro incontro Durante di Melano con semila armati, e venne con loro a Roma. La novella venne nel campo degli infedeli. Lo re Danebruno, soldano e imperadore dell'oste, fece tutti e' re e signori ragunare; e fue tra loro diterminato di farsi incontro a Fiovo, e combattere prima con lui che egli entrasse in Roma. E fatte le schiere, se gli feciono incontro; ma Fiovo, come ebbe passato Perugia, sempre sapeva di mano in mano come e' nimici stavano. E come sentí la mossa loro, prese la sua via per modo che non si riscontrò con loro; e mentre che eglino camminavano, fu trovato uno grande uomo di grande statura, il quale uccise dieci cavalieri. Fiovo l'andò a vedere, perché la gente lo combatteva; e quando lo vidde tanto possente, fece tirare la sua gente a drieto, e fecelo domandare se egli si voleva fare cristiano. Rispuose in lingua barbera che sì, e arrendessi a Fiovo; e Fiovo lo fe' battezzare, e posegli nome Argorante. E disse che aveva in odio el re Danebruno, perché aveva fatto amazzare uno suo fratello che diceva che non comporterebbe che Danebruno signoreggiasse l'Africa, e che egli cercava di fare uccidere ancora lui; e perciò s'era partito dal loro campo. Fiovo gli fece onore, e menollo seco a Roma: e fue uno franco uomo, e morì in quella battaglia. E 'ntrarono drento da Roma, dove si fece grande allegrezza della loro venuta; e messono drento grande quantità di vettuvaglia.

Capitolo XXIX.

Come Fiovo entrò in Roma, e' baroni che erano con lui ; e quanta gente

misse in Roma ; e Giambarone s'adirò con Riccieri, perché era

venuto. Fiovo ordinò la prima battaglia.

Entrato Fiovo nella cittá con questi signori, cioè Attarante della Magna, sangue di Storlicchi, e Riccardo di Baviera e 'l re d'Inghilterra e Ionasbrando suo figliuolo e 'l re d'Irlanda e Berlingeri di Scozia e Argorante el gigante e Codonas, re di Brettagna, e Salardo suo figliuolo e Gilfroy duca di Santerna e 'ò romito Sansone e Giambarone e Riccieri suo figliuolo con centoventicinque migliaia di cristiani, franca gente (e Roma faceva dentro più di quaranta migliaia di buoni combattitori), lo 'mperadore molto abracciò Fiovo e Giambarone, e perdonò a Sansone, e molte lagrime gittò per tenerezza; e domandava perdonanza a Fiovo, che fece piagnere tutti e' signori. Poi andò abracciare tutti e' regi e duchi e baroni, ch'erano venuti con Fiovo, e a tutti fece grande onore e buona raccoglienza. Tutta Roma faceva fuoco d'allegrezza, come se avessino vinto la guerra, tanta speranza s'era già messa in Fiovo; e la gente fue per la cittá bene alloggiata. E 'l di seguente Riccieri, figliuolo di Giambarone, s'appresentò al padre in presenza di Fiovo. Quando Giambarone lo vidde, tutto si turbò, e dimandò come era venuto. Quando lo seppe, gli volse correre a dosso per dargli, ma Fiovo lo ritenne; e dissegli gran villania, chiamandolo bastardo, disubidente; e comandogli che non gli apparisse dinanzi; ma Fiovo molto lo rinfrenava. Nondimeno Riccieri se ne andò a casa d'uno grande amico di suo padre, il quale lo raccettò come suo propio figliuolo. E non passorono otto giorni che Fiovo gli fece perdonare a Giambarone: ma Riccieri tornava pure in casa di quel cittadino, il quale gli aveva fornita una ricca camera. E Riccieri aveva arrecata una armadura a suo dosso, delle buone del mondo, da Parigi, e pregò questo cittadino ch'egli non dicessi a persona che egli avesse arme né cavallo, che non voleva che nessuna persona lo sapesse; e fecelo giurare per sagramento.

In questo mezzo Fiovo lasciò riposare la sua gente quindici giorni; e ogni giorno andava a vedere e a stimare e a procurare come e' nimici stavano, e come si portavano; e alcuna volta gli faceva provare. Il soldano, quando Fiovo fu entrato nella cittá, mandò per tutti e' re, e di tutta l'oste fece due parte: l'una parte mandò di sopra a Roma, e missono campo in sul Tevero, e feciono molto forte el loro campo, ed erano dal lato di verso Puglia; e l'altro campo si puose di sotto a Roma tra 'l mare e Roma di verso Toscana, sì che Roma era assediata per tutto. Nel campo di sopra era el soldano di Mech, re Darchino lo Bruno, re Polidan di Bussina, Rambal dal Maroch, l'amostante di Persia, Giliante d'Africa, Gloriardo di Barberia, Barchido d'Atalante, Sagra monte di Ragona, Alifar di Granata, Agustan di Portogallo, Coramonte di Spagna, Brancadoro da' monti Caifas, Giliafro di Centulia, Sagramor di Libia. Questi quindici re con molti altri prenzi erano nel campo di sopra a Roma con centocinquantamila saraini; e feciono in sul Tevero uno ponte inca tenato con legname che passavano a loro posta, e quelli di sotto feciono uno ponte in sulle nave in foce da passare a loro posta. E passati e' quindici giorni che Fiovo venne, diliberò d'assalire il campo; e fece tre schiere. La prima diede a Giambarone e al romito Sansone e a Riccardo di Baviera e Argorante giogante; e diede loro ventimila cavalieri, e ordinò

ch'eglino assalissino el campo di sotto, e che eglino non si sforzassino di combattere, ma più tosto tenergli a bada, ponendo: «Se noi rompessimo questo campo di sopra, noi vinceremo ben poi quello di sotto». E la seconda schiera tolse per sé quarantamila cristiani; e volle seco Gilfroy di Santerna e Codonas di Brettagna e Salardo suo figliuolo e Berlingeri di Scozia. La terza ordinò al re d'Inghilterra e al re di Buemmia e al re d'Irlanda e Attarante e a Ionasbrando e a Durante di Melano. E dato questo ordine, la mattina vegnente, che fu la sedecima giornata ch'erano giunti in Roma, ognuno si mosse la matttina, come fu chiaro il giorno, con la sua schiera.

Capitolo XXX.

Come si cominciò la battaglia di sotto a Roma, e la morte del romito Sansone.

Giunti Giambarone e Sansone colla sua schiera fuora della cittá, assalirono la guardia de' nimici, e 'l romore si levò. E 'l romito trascorse per lo campo neramente, e cosí fece Giambarone e Riccardo di Baviera; e Argorante non entrò molto per lo campo; ma dove giunse, menò gran tempesta. E feciono tanto d'arme questa schiera, che missono la maggiore parte di questo campo in fuga uccidendogli per gli padiglioni; e spaventarongli per modo, che Danebrun s'armò e Balante, Arcaro, Adrimon, Piliagi, Galerano, Lionagi, Giliarco, Anfrion, Canadoro e tutti e' signori ch'erano nel campo di sotto. E 'l primo che assalí e' cristiani fu Anfrion, re di Siria, con grande schiera d'armati al loro modo di Siria, e più con grida che con fatti. Ma Sansone, il franco romito, quando lo vidde nelle battaglia uccidere sí aspramente e' cristiani, si gli gittò a dosso, e fecegli due parti della faccia, e morto lo gittò da cavallo. Per questo rincorati, e' cristiani ricominciorono grande battaglia. In questo giunse Arcato nella battaglia e il re Balante e il re Galerano: per questo furono costretti e' cristiani a dare le spalle. Vedendo questo, el romito Sansone corse sopra a Balante, e offeselo di più colpi di spada, per modo che Balante fu a pericolo di morte. In questa parte giunse Arcato con uno bastone di ferro, e percosse Sansone il romito, e ruppegli l'elmo, e tutto il capo gli disfece, e morto cadde alla terra. Per questo tutti e' cristiani cominciorono a spaventare e a fuggire. Giambarone, Riccardo e Attarante, veggendo la gente fuggire, si radussono in su uno monte ch'era presso alle mura di Roma, e ivi si fermarono, perché il soldano non potesse passare dal lato di sopra di Roma per atare all'altro campo; e francamente tennono gran pezzo quello passo per la battaglia che Fiovo iacea di sopra da Roma.

Capitolo XXXI.

La battaglia che fece Fiovo di sopra da Roma: come e' cristiani

furono a pericolo, e come Riccieri s'armò la prima volta.

Fiovo uscito di Roma, come di sopra fu detto, la mattina quando Giambarone assalí di sotto da Roma con molti baroni, assalí prima Fiovo nella battaglia, e lasciò Oro e fiamma a Gilfroy di Santerna con diecimila cavalieri, ed egli con trentamila assalí il campo: contro gli venne il re di Granata e 'l re di Portogallo. La battaglia cominciò grande, e Fiovo s'aboccò col re di Portogallo, e fra molti colpi Fiovo gli tagliò il braccio presso alla spalla ritta, e cadde il braccio dalla ispalla in terra, e poco andò che e' cadde morto. In questo giunse Coramonte, re di Spagna, e re Brancadoro da' monti Caifas e il re Giliafro di Centulia; e contro a loro si volse Codonas e Salardo. Salardo abatté Giliafro, ma Brancadoro abatté Salardo, e re Coramonte abatté Codonas. Molta gente cadeva e traboccava; cavagli e cavalieri andavano per terra. Fiovo mandò a dire a Gilfroy che entrasse nella battaglia, e mandò a dire al re di Buemmia che mandasse Attarante con diecimila alla battaglia. Gilfroy entrò nella battaglia; e a pena era entrato Gilfroy nella battaglia, che Attarante e Ionasbrando giunsono, e feciono tanto d'arme, che e' cristiani racquistorono grande parte del campo, e fu rimesso a cavallo Codonas e Salardo: e' saraini avevano rimesso a cavallo Giliafro. In questa zuffa Attarante partí la testa al re Coramonte di Spagna; e quando cadde morto, tutto il campo loro spaventò e mettevasi in fuga, quando Barchido, re de' monti Atalanti, e 'l re Sagramonte di Ragona e 'l re Gloriardo di Barberia e Giliarco di Libia entrarono nella battaglia da più parti. E' nostri cristiani si serrarono insieme. Le grida, l'uccisioni e 'l suono dell'arme rintronavano l'aria e la terra; le boci rinsonavano insino nella cittá di Roma. Fiovo, Berlingeri, Codonas, Salardo, Attarante, Gilfroy, serrati sotto Oro e fiamma, si cacciarono contro a questi saraini. Fiovo con una lancia passò Giliarco di Libia, e morto lo gittò da cavallo; Attarante con una lancia passò Gloriardo di Barberia; Salardo uccise con la spada el re Barchido d'Atalante; ma lo re Sagramonte di Ragona uccise con la lancia uno franco cristiano, ciò fu Berlingeri di Scozia. Nondimeno e' cristiani arebbono rotto questo campo di sopra, se lo re di Buemmia e gli altri re ch'erano nell'ultima schiera fussino entrati nella battaglia; ma eglino s'astennono per questa cagione, che il re Danebruno si mosse con tutta la sua gente e con ventitré re di corona, e assalirono il poggio che Giambarone e Riccardo e Argorante tenevano; e furono combattuti da tutte parti, sí che per forza convenne loro abbandonare il poggio più fuggendo che combattendo. Sforzandosi e' saraini di passare per assalire il campo di Fiovo, che avieno sentito come la battaglia si faceva di sopra da Roma, e' fu sí grande la caccia, che Argorante forse con dumila cavalieri si radusse in una costa, e ivi a pie' scesono; e serrati insieme, si difendevano. Quando lo re di Buemmia e 'l re d'Inghilterra sentirono questo pericolo, subito mandò il re d'Irlanda in loro aiuto con diecimila, e mandò il re d'Inghilterra in aiuto a Fiovo, pregandolo che presto si raducesse indrieto, e 'l grande pericolo a che egli erano, e mandò a Gostantino che gli soccorressi. Tutta Roma era ripiena di paurosi pianti. Fiovo, avuta questa novella, fece sonare a raccolta; ma tardi si sarebbon raccolti, se non fosse il soccorso di Roma. Perché uscí di Roma Gostantino con ventimila Romani; e accostatosi col re di Buemmia, si feciono incontro a Danebruno. In questa schiera di Gostantino era venuto fuori di Roma uno cavaliere armato a cavallo, tutto vestito di bianco; e nessuno non sapeva chi egli si fusse. Quando Gostantino e il re di Buemmia scontrarono Giambarone, e' rifece testa co' suoi, e rivolsesi alla battaglia fran camente.

Capitolo XXXII.

Come Riccieri entrò la prima volta in battaglia; e come Fiovo, tornati in Roma,

lo proverbiò dicendo perché non si armava, non sapiendo che si fosse armato.

Riscontratosi insieme l'uno e l'altro campo, Danebruno preso il poggio e Giambarone perduto, la battaglia si cominciò giuso nel piano. E per forza e' saraini arebbono vinto el campo per la forza d'Arcaro e de' Turchi e di Balante e di Galerano e d'Artifeo e di Lionagi e di Tribarco di Scarzia; imperò che in questa giunta Arcaro percosse d'una lancia Durante di Melano, e passollo, e morto lo gittò da cavallo. Fiovo mandò Ionasbrando a confortare il padre, e cosí fece; Fiovo poi entrò in battaglia. E Balante abatté Riccardo di Baviera; re Tirione, padre d'Arcaro, abatté Ionasbrando; Rubinetto di Ruscia abatté il re di Buemmia. Ahi quanti cavalieri cadevano e traboccavano tra' piedi de' cavalli! Le bandiere di Buemmia e di Baviera furono gittate a terra. Allora uno giovinetto vestito di bianco si mosse dalle bandiere di Gostantino, e veggendo fuggire e' Bavieri, gli fece rivolgere alla battaglia; e vide Tribarco, re di Scarzia, che diede d'una lancia a Giambarone per coste, e gittò per terra lui e í cavallo. Questo giovinetto vestito di bianco era figliuolo di Giambarone. Quando vidde cadere suo padre, arrestò la lancia e percosse Tribarco, che mezza lancia lo passò di drieto ; e prese il cavallo di Giambarone, e rendello al padre, non si palesando. E come lo vidde a cavallo, trasse la spada; e percosse il re Tirione di Turchia, padre d'Arcaro, e per mezzo la testa gli divise. Quando e' Bavieri viddono questo vestito di bianco fare tanto d'arme, si volsono francamente alla battaglia, e ancora percossono e' Romani sotto la 'mperiale. Giunse Riccieri per me' dove era il re di Buemmia, e per gran forza lo fece rimontare a cavallo. Allora e Buemmi e Romani e Bavieri e Irlandi rientrarono nella battaglia, e per forza d'arme racquistarono Ionasbrando e Riccardo e tutti gli altri abattuti, e rispinsono e' saraini infino al poggio. Riccieri rilevò le 'nsegne de' Bavieri e quelle di Buemmia; e poi si cacciò tra' nimici insino alla piaggia dov'era Argorante, il quale poco più si poteva tenere; e fegli ismontare dal poggio. Ma uno re pagano, chiamato Tibero di Lima, gli assalí, e arebbegli tutti rotti: Riccieri gli s'avventò a dosso e tagliollo a traverso. Questo era cugino del re Balante, e fu padre di Tibaldo di Lima, il quale si fece poi cristiano. E per questo campò Argorante; e radussonsi indrieto alle schiere, e tutti insieme si serrarono. In questa giunse Fiovo, il quale aveva sempre e' nimici alle spalle, perché era entrato in battaglia il soldano di Mech e Darchino lo Bruno, re Polidan di Bussina e Rambal di Maroch e l'amostante di Persia e Giliastro di Colchis. Riccieri in questa parte trapassò con una lancia in mano; e vide uno saraino che molto danneggiava e' cristiani, e a' suoi colpi non era riparo: questo era chiamato Polidan di Bussina. Riccieri lo passò con la lancia, e morto l'abatté, e con l'urto del cavallo abatté Darchino, per la cui caduta e' saraini furono costretti di non andare più avante. La notte fu cagione che l'uno e l'altro campo si ritrasse. Fiovo e Gostantino con tutta loro gente tornarono drento a Roma, e portarono il corpo di Berlingeri di Scozia e 'l corpo di Durante di Melano. E Riccieri, segretamente quanto potè, si tornò a casa di quello cittadino, per modo che altra persona non se ne avidde; e misse il cavallo nella stalla, e disarmossi; e comandò a quello cittadino che, per quanto egli teneva cara la vita, egli non dicesse niente a persona, e che egli apparecchiasse segretamente una sopra vesta per lui e pel cavallo di colore rosso. Come fu disarmato, si rivestí, com'era usato, e andonne a corte, dov'era giunto lo 'mperadore e gli altri signori. E 'l corpo del romito Sansone non si potè riavere, e rimase di sotto da Roma tra gli altri morti, e fu spogliato ignudo e rubato. Già era Fiovo disarmato e tornato in su la sala, quando Riccieri gli giunse inanzi. Disse Fiovo: «O Riccieri, che hai tu fatto oggi?» Rispuose: «Io sono stato a ballare con molte damigelle». Disse Fiovo: «Quando io ero del tuo tempo, portavo l'arme, e acquistai Melano». Quivi era lo 'mperadore sopraggiunto allato a Giambarone, cioè venendo a passare oltre; e Fiovo ancora disse: «E acquistai e difesi Provino, e fui fatto signore di Sansogna». Disse Riccieri: «Io non potrei ancora portare arme; ed è più agevole a ballare e di meno pericolo: però combatta chi vuole e chi può». Disse Fiovo: «Ahi sozzo poltrone, istallone da femmine! Guarda che mai più non mi venghi inanzi». Allora Riccieri si partí, e disse: «Ancora potrebbe venire tempo che queste parole sarebbono rammentate». E 'l padre lo cacciò similemente; ed egli si tornò a casa del cittadino; e ridendo da sé, a lui raccontò tutto questo fatto, pregandolo che lo tenesse celato; e cosí faceva. E' corpi de' morti signori furono la sera sopelliti a grande onore, di cui si fe' gran pianto, e del romito non riauto; e poi s'attesono a medicare e' feriti, e i sani a cenare e a riposarsi.

 Capitolo XXXIII.

Come e' saraini tornarono ne' loro campi e viddono il grande danno

che avevano ricevuto, e ordinarono stare a migliore guardia per lo campo.

La sera i saraini tornarono a' loro padiglioni. Dinanzi al re Danebruno fu portato Tribarco di Scarzia morto e Tibero, re di Lima e cugino di Balante e di Galerano, e 'l re Tirione di Turchia, padre d'Arcaro, ed Anfrion, re di Siria; e poco stante giunse ambasciadore del soldano di Mech, e portò novelle ch'egli erano morti nel campo di sopra sei re di corona, cioe lo re Polidan di Bussina e 'l re Barchido d'Atalante e 'l re Giliarco di Libia e 'l re Gloriardo di Barberia e 'l re Agustan di Portogallo e 'l re Coramonte di Spagna. Questi dieci re perderono e' saraini il dì, sanza e' prenzi e gli altri signori, di cui non si fa menzione. Lo re Danebruno si diede delle mani nel viso, e bestemmiò Gostantino e la fede cristiana; Arcaro giurava la vendetta del suo padre. E furono arsi e' corpi di questi re, e messi in vasi d'oro, e mandati in Pagania in una nave. E 'l re Danebruno mando Arcaro con molti re in aiuto al soldano di Persia di sopra a Roma (e' re furon questi: Dalfren di Damasco e Balantin di Trebisonda e Balugante di Scondia e Galafro di Poiana); e diede loro quarantamila Turchi; e comandò che afforzassino el campo. E cosí fece afforzare el campo di sotto; e fece fare grande guardia del poggio che Giambarone aveva preso, acciò che 'l campo di sopra potesse essere soccorso a ogni loro posta: e cosí tutto loro campo afforzarono d'ogni cosa che era di bisogno alla battaglia.

 Capitolo XXXIV.

Come furono ordinate le schiere del secondo dí; e la morte di molti.

Come fu apparita la mattina, Fiovo fece tre schiere. La prima condusse Giambarone e Attarante e Salardo e Argorante il gigante con trentamila cristiani. La seconda condusse Fiovo medesimo e 'l re Codonas di Brettagna e Gilfroy di Santerna e Riccardo di Baviera: in questa schiera furono quarantamila sotto la santa bandiera Oro e fiamma. La terza condusse lo re d'Inghilterra e il re di Buemmia e 'l re d'Irlanda e Ionasbrando, figliuolo del re d'Inghilterra. E come la prima schiera giunse di fuori, e' saraini corsono a romore e all'arme. Arcaro si fece contro, e Dalfreno di Domasco e Balantin di Trebisonda, e con grande romore si fece l'una schiera contro all'altra. Arcaro e Attarante si scontrarono insieme e rupponsi le lance a dosso. Tennesi che Arcaro vantaggiasse di possanza ognuno tra' nimici. Entrò Arcaro con uno grosso bastone ferrato, e faceva gran danno tra' cristiani, sí che grande paura presono di lui. Dalfreno e Balantino feciono gran danno ne' cristiani. Giambarone abatté Dalfreno; ma Arcaro ricevette da Salardo uno gran colpo di lancia; ma egli gli die' uno colpo del bastone che 'l fe' tramortire, e gittollo a terra del cavallo. Ognuno credette che fosse morto. Nella battaglia entrò il re Alifar di Granata, e volle ferire Giambarone, e uccisegli el cavallo. Sagramonte di Ragona abatté uno franco caporale morto; e furono e' cristiani costretti a dare le spalle. Attarante corse alle bandiere, per modo che riparò che non furono gittate per terra; e per la gran forza de' saraini conveniva loro abbandonare il campo, se Fiovo non avesse soccorso; e furono gli abattuti ricolti a grande pena per la moltitudine de' nimici. Fiovo veniva pianamente con la sua schiera; e certi cavalieri gridando feciono assapere come la schiera era a gran pericolo, e' baroni ch'erano per terra. Fiovo fe' dare negli istormenti, e afrettossi d'entrare in battaglia; e cominciata la battaglia, molto campo acquistorono. Fiovo come uno lione fra le minute bestie si cacciò; e rotta sua lancia, con la spada in mano entrato tra' Turchi, uccise Balantino di Trebisonda. E Attarante, vedendo Fiovo nella battaglia, prese grande ardire, e sgridò gli Alamanni, e fecegli rientrare nella battaglia. Ed egli si recò la spada a due mani; e vedendo Dalfreno di Domasco che molto danneggiava la sua gente, gli diede un colpo di punta della spada, che lo passò insino dall'altra parte, e morto lo gittò tra' piedi de' cavagli; sí che male per lui rimontò sí tosto Dalfreno a cavallo; e poi che l'ebbe morto, si gittò come uno drago nella battaglia. Allora sarebbono e' cristiani rimasi vincitori della battaglia, se non fosse la grande possanza d'Arcaro. E perché tutto l'avanzo di questo campo entrarono nella battaglia col soldano di Mech e Darchino lo Bruno e Rambaldo del Morocco e l'amostante di Persia e tutti e' signori ch'erano nel campo di sopra, ora si radoppiava la grande battaglia. Fiovo e Attarante avevano rimesso a cavallo Giambarone e Salardo. In questo la guardia del monte avevano fatto segno al soldano; e già passava il monte lo re Balante e lo re Galerano; ed era di pochi dí venuto Mispero, il vecchio padre di Balante e di Galerano, per amore de' figliuoli, con diecimila cavalieri. Ed era in questa prima ischiera de' figliuoli Dragon lo Moro e l'Amorotto, signore della Morea di Libia; e drieto a loro venne re Danebruno col re Giliarco di Media, e Canador, re d' Ungheria, e 'l re Rubinetto di Ruscia e molti re e prenzi e signori. Quelli ch'erano giunti inanzi in sul poggio, ismontarono al piano contro a' cristiani; e contro a loro si fece il re di Buemmia, lo re d'Inghilterra, lo re d'Irlanda, Ionasbrando; e mandò a dire a Fiovo che si ritraesse a drieto, e 'l caso della gente che appariva. Nella cittá fu gran pianto e paura per la grande moltitudine di gente che si vedeva venire di verso il mare col re Danebruno, soldano di Bambellonia, e tante bandiere e tanti re e tanti baroni, che la terra era tutta per piani e per monti e per valli coperta di gente.

 Capitolo XXXV.

Come Riccieri prese arme la seconda volta, e' grandi

e forti fatti che fece; e la morte di molti signori.

Udendo Riccieri, figliuolo di Giambarone, el romore e le strida drento alla cittá di Roma, sentí dire che suo padre era o preso o morto. Subito s'armò e montò a cavallo; e dove prima era andato in battaglia vestito di bianco, ora sua sopravesta era tutta rossa, che copriva lui e 'l cavallo, e non portava altra insegna. E uscí fuori della porta, e volsesi verso la battaglia dov'era Fiovo, perché senti che Giambarone e Salardo erano in quella parte dal lato di sopra. In questo mezzo Fiovo aveva messo e' nimici in volta, e arebbono auto grande onore, se non fosse la novella del re Danebruno, la quale tutto il campo cristiano spaventò, e perderono e' cavalieri la forza e la speranza: e più questa boce che l'arme gli misse in piega, abbandonando la battaglia. Giambarone e Salardo e Attarante e Argorante, Codonasso, Gilfroy, Riccardo, Fiovo sopra tutto, s'affaticavano di ritenergli, ma non potevano. Per questo s'aviddono e'saraini che Danebruno aveva assalito i cristiani; onde tutta la moltitudine entrarono nella battaglia: lo re Darchino, Arcaro, soldano di Medi, Rambaldo, l'amostante, Sagramonte e tutti gli altri re ch'erano col soldano di Mech. In questa furia fu abattuto Salardo e Giambarone, e morto Riccardo di Baviera: non potevano e' cristiani sostenere. In questa baruffa e romore e paura giunse Riccieri; ed entrato nella folta e pericolosa battaglia, el primo ch'egli percosse con la lancia si fue Alifar, re di Granata, e con tutta l'arme lo passò insino di drieto, e morto l'abatté; e tratta la spada, urtava e tagliava i cavalieri gittandogli per terra; cavagli e cavalieri faceva traboccare. Gittatosi lo scudo dopo le spalle, prese la spada a due mani, e passava le frotte. Per questo i cavalieri cristiani feciono testa; Fiovo, Attarante, rivolti nella battaglia i cavalieri, oh quante madre rimanevano vedove de' loro figliuoli e mariti! Da ogni parte la terra si copriva di morti. Riccieri giunse dov'era Giambarone, il quale aveva la spada per la punta, e arrendevasi al re Rambaldo di Morocco; ma Riccieri giunse, e percosse questo Rambaldo in su la testa, e partillo insino al petto, e gittollo a terra del cavallo, e prese il cavallo, e diello al padre, e non fece motto; onde el padre non lo conobbe. E apresso si volse dov'era Salardo, e per forza lo rimisse a cavallo, e tornarono nella ischiera di Fiovo. E Giambarone e Salardo dissono a Fiovo la grande valentia di questo cavaliere vestito di rosso. Fiovo gli domandava se lo conoscevano: rispuosono di no. E' saraini, rafrenati per la morte d'Alifar e di Rambaldo, non seguivano e' cristiani con tanta furia. Fiovo si tirò indrieto, e giunse dove la battaglia era contro al re Danebruno; e la zuffa vi fu maggiore in questa giunta. E' cristiani ripresono cuore. Argorante s'aboccò col re Amorotto della Morea, fratello di Dragon lo Moro; e avendo in mano uno bastone, gli ruppe l'elmo, e tutto il capo gli spezzò, e morto lo gittò alla terra. Ma egli fu da tanta gente attorniato, che per forza lo pinsono in una grotta; e volendolo trarre a fine, chiamandolo traditore rinegato, lo coprivano di lance e di saette; ed era alla fine morto; se non che Attarante, partito dalla schiera di Fiovo in com pagnia del cavaliere rosso, con diecimila assalirono in questa parte. Riccieri con una lancia tolta di mano a uno cristiano si gittò nella battaglia, e uccise lo re Dragon lo Moro; Attarante abatté ferito re Galerano di Scondia; e trassono Argorante delle loro mani. Allora si radussono tutte le schiere de' cristiani in una. El soldano di Mech s'era fatto inanzi per modo, che 'n due parti erano e' cristiani combattuti. In questa giunta del soldano di Mech, Arcaro s'aboccò con Ionasbrando, figliuolo del re d'Inghilterra; e abracciatisi insieme, Arcaro gli cavò l'elmo di testa, e col bastone gli spezzò tutto il capo, e cosí morí; per la cui morte fu grande dolore. Morto Ionasbrando, molto erano danneggiati e' cristiani, se Fiovo e Salardo e Codonas non avessono riparato. In questo mezzo Riccieri e Attarante e 'l re d'Inghilterra e 'l re d'Irlanda e 'l re di Buemmia sospinsono la gente di Danebruno indrieto. E la sera partí la battaglia; e l'uno e l'altro campo si radusse, e ognuno ne portò e' signori morti. E' cristiani tornorono drento da Roma, e portarono il corpo del valente Riccardo di Baviera e il corpo di Ionasbrando, duca d'Inghilterra, cioè figliuolo del re; e furono a grande onore sopelliti. Fue maggiore dolore fra e' saraini, che tornati nel loro campo trovarono morti sei re di corona, ciò fu Balantin di Trebisonda, Dalfreno di Domasco, Alifar di Granata, Rambal di Morocco, Dragon lo Moro e 'l suo fratello Amorotto, di cui feciono i pagani grandi dolori. Per questa sera Riccieri non andò a corte. La gente s'attese più a riposare che a fare altro esercizio, pensando alla futura fortuna.

Capitolo XXXVI.

Come si combatte il terzo giorno più pigramente;

nella quale battaglia Riccieri andò vestito di cilestro.

El terzo dí usciti e' cristiani di Roma in tre schiere, la prima condusse Giambarone, Attarante, Salardo e Argorante con venti migliaia; la seconda condusse Fiovo, Codonas e Gilfroy con trentamila; la terza condusse 'l re di Buemmia, re d'Inghilterra, re d'Irlanda con trentamila. La battaglia di questo giorno fu molto pigramente adoperata da ogni parte, salvo che in sul mezzogiorno s'attestarono tutte le schiere in due parte, e furono molto danneggiati e' cristiani da due parti. Ma il valente Riccieri uscí di Roma, ed amendue le parti rifrancò, e portò il pregio da ogni parte. Andò questo giorno vestito di cilestro alla battaglia, e non fu meno lodato da' saraini per lo più franco cavaliere del mondo che fosse in fra' cristiani. La battaglia durò poco passato mezzodì; e ognuno a sue bandiere si radusse. Fiovo si tornò dentro da Roma, e Riccieri s'era andato all'usato modo a disarmare. Fiovo, cercando e dimandando tra la gente dell'arme e tra' cortigiani chi era questo valente combattitore, non ne potè avere notizia di niente; onde n'era in corte grande maraviglia e diversi parlari e openioni. Alcuni cominciarono a dire che egli era qualche spirito divino per difendere la fede di Cristo; alcuno diceva: «Egli sarà qualche altro spirito»; alcuno altro diceva: «Egli ha pure atto di corpo umano: egli sarà qualche valente cavaliere che sarà romito, come fu Sansone, che non si vorrà palesare, e combatte per l'amore di Dio»; alcuni dicevano: «Egli sarà l'anima di Sansone». Ma santo Salvestro levò tutti questi openioni, e disse che egli era corpo umano, ma non sapeva ancora chi egli era, e che tosto sarebbe a ognuno manifesto. Disse Fiovo, sendo in su la sala la sera, a Giambarone: «Sarebbe mai questo il tuo figliuolo Riccieri?» Rispose Giambarone: «Io terrei di patto domane morire nella battaglia, e 'l mio figliuolo fusse da tanto, e io ne fossi certo». Fiovo vidde Riccieri giungere in su la sala. Fiovo lo chiamò, e domandollo se egli aveva arme. Rispuose di no. Disse Fiovo: «O se tu fossi armato d'una buona armadura, ch'io ti donerò, verrai tu domane alla battaglia con noi?» Rispuose che no, «perché non sono uso di combattere». Disse Fiovo: «Tu non sarai mai da niente, oltrepoltrone. Va e sta con gli altri poltroni, che tu non fusti mai figliuolo di Giambarone». Riccieri si partí da corte; e come fu partito, e Fiovo chiamò uno suo famiglio, e disse: « Va' drieto a Riccieri, che egli non se ne aveggia, e fa' che tu sappia dove torna per istanza, però ch'egli non torna a casa di suo padre». El famiglio cosí fece; e quando l'ebbe veduto e saputo, lo disse a Fiovo, ed egli gli disse: «Fa' che domane tu vada a quella casa, e domanda di Riccieri, e cerca se il suo cavallo vi sia, e se egli v'ha arme; imperò che l'animo mi dice che quello che fa tante prodezze debba essere Riccieri; e fa che tu 'l tenga segreto e celato». E poi cenarono, e andarono a dormire insino che 'l giorno apparí.

Capitolo XXXVII.

Orazione di Fiovo, nella quale conforta i cristiani contro a' saraini.

Apparita la luce del quarto giorno che si combattÈ, Fiovo, sollecito alla battaglia, fece sonare gli stormenti ad arme per tutta Roma; e i franchi cavalieri e arditi si rallegravano, e i vili si contristavano. Fiovo fece venire tutti i re, principi e signori e duchi e tutti i capitani dinanzi da Gostantino; e poi che furono venuti, in questo modo fece sua orazione e parlamento, confortandogli: «Nobilissimi regi, prenzi, duchi e signori e padri, e voi altri a me fratelli, le cose di questo mondo e i beni terrestri sono più tosto da sprezzare che deprezzare, e le cose celestiali e divine sono quelle che si debbono magnificare e aprezzare e amare e tenere, e solo una cosa è quella che si dee amare in questa vita presente, e questa si è d'avere buona fama; e chi non ama buona fama, non ama Iddio. Imperò che noi nasciamo tutti nudi, e nudi ritorniamo nel corpo della prima nostra madre, e ogni cosa lasciamo in questo mondo che noi ci troviamo, e di noi non ci rimane niente, se non l'operazione che noi abbiamo fatte. Imperò che l'anima non rende al mondo testimonianza; ma ella va dove la divina giustizia la giudica, secondo quello che noi adoperiamo in questo mondo; e del corpo non è fatto menzione, se non in tanto, quanto egli ha adoperato. E per tanto ognuno si doverrebbe ingegnare d'essere vivo, poi che l'anima sarà partita dal corpo, in questa forma d'ingegnarsi, che di lui rimanga buona fama. E pertanto noi abbiamo combattuto tre giorni, ed è morti assai de' nostri baroni, e anche i nimici non sono cresciuti, imperò che quindici re e più di centomila saraini [sono morti]. O quanti credete che siano i feriti, e' quali muoiono nel campo come cani perduti di corpo e d'anima? Almeno e' nostri sono medicati e sono aiutati, e quelli che sono morti siamo certi che sono tra gli altri martiri dinanzi da Dio: in questo mondo aranno sempre buona e perpetua fama, e sempre saranno vivi nelle menti di coloro che sentiranno la loro virtù essere stata sí pronta a morire a difensione della fede di Gesù Cristo. Voi sapete che Cristo volle per noi morire; e però tutti noi ci dispogniamo di morire per lo suo amore, uccidendo coloro che vanno contra alla fede di Cristo. Per due cose dobbiamo essere feroci nella battaglia: l'una si è che morendo siete ricchi, e vincendo ancora siete ricchi, imperò che, se voi vincete, quanto fia il tesoro che s'acquisterà? E se voi morite, quale tesoro vale più che la gloria di Dio? E siete certi di due glorie: la prima quella di Dio; seconda quella del mondo, che sarà in perpetua fama; e però ognuno s'affatichi nel bene adoperare, e pensi ognuno di difendere la patria sua. E, pensate, se noi perdessimo, chi difenderebbe e' nostri figliuoli e le nostre donne e i nostri padri vecchi? E noi saremo venduti per servi e straziati come bestie. E però vi priego che siate obedienti a' vostri capitani e a' vostri conducitori, e fieri nella battaglia a uccidere chi vuole uccidere voi. E rammentovi che Iddio ci darà di certo la vittoria, perché noi abbiamo la santa bandiera Oro e fiamma, la quale Iddio mi mandò per la sua grazia non a me, ma a tutti e' cristiani che divotamente v'aranno fede; la quale debbe rimanere vittoriosa. Ma non si puote sanza fatica acquistare il regno del cielo né la fama del mondo. E 'l santo padre papa Salvestro perdona pena e colpa a chi viene a questa battaglia e muoia; e però siate robusti e fieri e presti delle mani, uccidendo e' saraini nel nome di Dio e di buona ventura. E 'l nome sia: 'Mongioia santa e viva Gostantino!' ».

Non finí Fiovo queste parole, che le grida si levorono gridando: «Mongioia santa, battaglia, battaglia!». E usciti del palagio, questa voce andò per tutta Roma; e questa fu la prima volta che fu gridato da' Franceschi «Mongioia santa», quasi dica: «Ogni nostra fede e ogni nostra speranza sia ed è nella santa croce». E però dissono: «Ogni mia gioia viva!». E per tutta Roma s'apparecchiava la gente, disiderosi d'essere alla battaglia sotto loro duchi.

 Capitolo XXXVIII.

Come Fiovo ordinò le schiere il quarto giorno, e l'ordine

che mise alla guardia della cittá ; e' pagani feciono le loro schiere.

Per lo conforto di Fiovo tutta la gente s'era armata; e Fiovo fece tre schiere. La prima diede a Giambarone e Attarante della Magna, e diede loro Gilfroy di Santerna in compagnia; e fu questa schiera trentamila, e tutta della gente ch'eglino menarono d'oltra monti. La seconda tenne Fiovo per sé, e furono cinquantamila, e furono pure di quelli che menarono di Lombardia e d'oltra monti: l'altro resto della gente che menò era stata morta, o la maggiore parte, che pochi ve n'era feriti. La terza schiera furono tutti Romani, e diede loro per signore nella battaglia Gostantino, e lasciò con lui lo re d'Inghilterra e lo re di Buemmia e 'l re d'Irlanda; e molti altri signori furono in questa schiera, e furono in questa quarantamila Romani. E fatte queste tre schiere, ordinò drento alla cittá che tutto l'altro popolo stesse armato, e andassino a vicenda intorno alle parti dubbiose, acciò che la moltitudine de' nimici non facessino alcuna violenza alla cittá; e ordinò molti de' padri del senato loro capitani, e altri centurioni e trebuni per la cittá, e poi fece muovere le schiere al nome di Dio e di vettoria. La prima schiera con Giambarone Scipio uscí di Roma, e Attarante e Gilfroy di Santerna; e come furono di fuori, e' saraini, ch'erano già armati, lo re Danebruno soldano aveva fatto quattro schiere. La prima condusse soldano di Mech e Arcaro lo Turco, Galafro di Poiana, Giliarco di Media, Darchino lo Bruno; e questa schiera furono cinquantamila saraini. La seconda condusse Misperio, padre di re Balante, e re Balante e re Galerano e re Piliagi di Saragonia, Anacor di Numidia e Balugante di Scondia, cugino di Balante, e fu in questa schiera cinquantamila saraini. La terza condusse l'amostante di Persia e Sagramonte di Ragona e Arbacail d'Arabia, Lionagi d'India, Alcidron di Panonia, Rubinetto di Ruscia; e questa schiera furono sessantamila. La quarta e utima fu di tutto il resto; e questa condusse il soldano Danebruno di Bambillonia e il re Canador d'Ungheria e Adrimon d'Arcimenia e Artifon di Rambania e l'amostante di Cordoa e l'arcalif di Sessi; questa schiera furono centomila saraini. Adunche mosterrebbe che insino a qui fossi mancati tra morti e feriti centoquaranta migliaia di saraini. La nostra cronica di Urmano di Parigi dice che questa schiera non furono più di settantamila, sí che e' pagani erano mancati centosettanta migliaia.

Ora, fatte le schiere, e' capitani si facevano inanzi; e fu tutta questa battaglia di questo di fatta più tosto di sotto a Roma che al pari, nella più piana parte, a lato al fiume del Tevero verso la Toscana. In questo giorno s'armorono da ogni parte buoni e rei per bisogno di gente.

Capitolo XXXIX.

Come Riccieri s'armò il quarto di vestito di nero;

e la pericolosa battaglia; e la morte di molti signori da ogni parte.

In questo giorno s'armò Riccieri, figliuolo di Giambarone, quando le schiere; e tutta la sua sopravesta di lui e del cavallo erano tutte nere, significando prima morire che fuggire. E quando Fiovo fu di fuori, ordinò quindici migliaia della più fiorita gente del suo campo a guardia della santa bandiera Oro e fiamma, e comandò che mai non entrassino in battaglia, ma che solo a questa santa bandiera attendessino, salvo se Fiovo in persona non lo comandassi loro. Con questa schiera rimase Riccieri, e nessuno non lo conosceva per lo vestimento nero. Già si cominciavano le schiere l'una apressare all'altra; e quando furono gittati e' bastoni dai loro capitani e sonarono gli stormenti, l'una gente corse contro all'altra, e rintronavano valli e monti e tutta Roma per le grida che si levarono. Ahi quanti nobili signori, cavalieri, scudieri e gente d'ogni condizione cadevano morti, e feriti l'uno sopra l'altro traboccavano! Attarante abatté morto il primo e 'l secondo che riscontrò; e rotta la lancia, prese a due mani il bastone uccidendo e' nimici. Ahi quanta franchezza dimostrava! E simile Giambarone e Gilfroy di Santerna. Dall'altra parte el dimonio Arcaro fieramente danneggiava e' cristiani, e 'l soldano, Galafro, Giliarco, Darchino, Brancadoro e Giliafro. L'una gente con l'altra si mescolava; ma tanto erano valorosi e' cristiani, che presono molto campo. Arcaro tornò insino alle sue bandiere; e vidde fare a Giambarone tanto d'arme, ch'egli gli corse a dosso con uno bastone, e diegli sì grande il colpo in su la testa, che come morto lo gittò a terra del cavallo. Ognuno credette che fosse morto, e missonsi tutti e' cristiani in fuga, se non fosse Attarante che soccorse le bandiere. Allora mandò Fiovo Codonas e Salardo in loro aiuto con diecimila; e rifrancorono i cristiani. Qui era la grande battaglia. Salardo con la lancia uccise Giliafro di Centulia, per cui fu grande romore; e' saraini perderono molto campo. Attarante s'aboccò con Brancadoro, re de' monti Caifas; e dopo alquanti colpi gli spezzò l'elmo e tutto il capo, e gittollo morto da cavallo; e cosí morí Brancadoro. Morto che l'ebbe, si cacciò tra' saraini, faccendo terribili fatti d'arme. Allora sopragiunse la seconda schiera de' saraini; e appena fu rimesso Giambarone a cavallo, quando Misperio, Balante, Galerano, Piliagi, Anacor e Balugante con la seconda schiera entrarono nella battaglia. Per questo convenne a' cristiani dare a drieto, e peggio avevano, che Arcaro si scontrò con re Codonas, e a due mani gli diede del bastone furioso in su la testa, e morto lo gittò da cavallo. Di cui e' Brettoni feciono grande pianto, e riscossono il corpo, e tornò Salardo indrieto, e portorono il corpo di Codonas alle bandiere; e iscontrato Fiovo, gli mostrò il corpo del padre. Disse Fiovo: « Ora attendiamo a farne vendetta». Allora entrò Fiovo nella battaglia, egli e Argorante, e faceva tutta la battaglia rinforzare, e nella giunta uccise Piliagi di Saragonia, e abatté il soldano di Mech; e 'l valoroso Argorante uccise Anacor di Numidia; e per forza d'arme questa ischiera di Fiovo misse in fuga e' saraini, e molti n'arebbono condotti a morte, se la terza schiera de' saraini non avesse soccorso: ciò furono sei re con sessantamila saraini; ciò furono l'amostante di Persia e Sagramonte di Ragona, Arbacail d'Arabia e Lionagi e Alcidron di Panonia e Rubinetto di Ruscia. E rifrancando il campo per questa ischiera che giugneva, Fiovo fece sonare a raccolta, e ristrinse tutta la sua gente, Giambarone, Attarante, Gilfroy, Fiovo e Salardo, Argorante : e ognuno rimise sua spada, e prese una lancia in mano, e sgridando e' cavalieri cristiani si cacciorono nella battaglia. Or qui fu la terribile battaglia. Attarante passò Galafro di Poiana con la lancia, e morto l'abatté da cavallo. Fiovo passò uno grande ammiraglio, e ruppe sua lancia; e tratta la spada, al primo colpo ch'egli fece, partí per mezzo la testa al re Misperio, padre di Balante, e gittollo morto tra' piedi de' cavalli. Per la morte di questo re si levò grande romore. Balante, Galerano e Balugante assalirono Fiovo, e fue a grande pencolo; ma egli fu tanta la moltitudine de' combattitori da ogni parte, che la loro battaglia fu spartita. Balante e Galerano ne portarono il corpo del loro padre al padiglione, e poi feciono entrare quelli di Balda e quelli di Scondia e Portogalli e Catalani e Ispagnuoli nella battaglia. Allora il soldano di Mech, Arcaro, Giliarco, Darchino, Balante, Galerano, Balugante, l'amostante, Sagramonte, Arbacaille, Lionagi, Alcidron di Panonia, Rubinetto, tutti raccolti in uno drappello, entrorono di fiero animo nella battaglia..

In questa battaglia aveva mandato Danebruno uno gigante di Cimbre, chiamato Giliante. Questo era parente del re Balante, ed era molto giovane, e però nonn'era ancora entrato in battaglia. Ed entrò in questa battaglia con venti mila saraini, mandato da Danebruno. Essendo allato ad Arcaro lo Turco, amendue s'aboccarono con Argorante. Grande difesa fece Argorante con loro; ma alla fine Giliante gli diede d'uno mazzafrusto in su l'elmo, che lo fece piegare. Essendo piegato che si voleva rizzare, e Arcaro gli giunse un colpo di drieto all'elmo che lo fe' traboccare inanzi, e non si potè riavere, che questi due, Arcaro e Giliante, l'uccisono. Per la sua morte e' cristiani da quella parte cominciorono a fuggire. Ancora apparivono le bandiere di Danebruno; onde presono tutti e' saraini ardire e forza. Il soldano di Mech, Giliarco di Media, re Balante viddono il franco Gilfroy di Santerna; e attorniato da loro, fu morto dal re Balante. Salardo e Giambarone in questa battaglia duravano grande affanno; ma Gostantino mandò alla battaglia il re d'Inghilterra e 'l re d'Irlanda con ventimila Romani, e questa schiera molto avanzò del campo, e fu riscosso il corpo di Gilfroy. Ma che giovò? Che a questa riscossa fu morto lo re d'Irlanda da una saetta. E quando Fiovo vidde Gilfroy e 'l re d'Irlanda morti, venne mezzo in disperazione, e vedeva le bandiere di Danebruno apressare alla battaglia: e trovato Attarante, disse: «Io ho voglia, come disperato, d'andare insino alle bandiere di Danebruno, e ivi uccidere Danebruno o essere morto io; imperò che, se io darò la morte a lui, e' cristiani saranno vincitori; e perché io muoia, e' ci è Gostantino e tanti valenti cristiani, che 'l campo si rifarà». Disse Attarante: «O signore, per Dio! non fate; imperò che, se voi perissi, tutto il campo nostro sarebbe disfatto; ma torniamo alle nostre bandiere a confortare la nostra gente». Com'eglino veniano verso le bandiere, e' saraini feciono sì grande la puntaglia, che fu abattuto lo re d'Inghilterra e Giambarone e Salardo; e le bandiere furono attorniate con più di diecimila cristiani; tutta l'altra gente cominciò a fuggire. Lo re di Buemmia si mosse, e lasciò Gostantino, con diecimila; ma Fiovo giunse a Gostantino, e pregollo che entrasse drento da Roma e provedesse di gente el più che si potesse; ed egli così fece. Fiovo e Attarante, con quelli cavalieri che aveva Gostantino, tornarono alla battaglia; e in questa giunta Fiovo uccise Arbacail d'Arabia, e Attarante uccise Alcidron di Panonia, e feciono tanto d'arme, che riscossono Salardo e 'l re d'Inghilterra; ma eglino non poterono per nessuno modo rimettere Giambarone a cavallo. In questa battaglia Attarante s'aboccò col soldano di Mech, e ruppegli l'elmo, e morto lo gittò da cavallo. Fiovo, vedendo il pericolo di Giambarone, tornò correndo alla bandiera Oro e fiamma; e quando giunse, vide muovere uno armato, vestito di nero egli e 'l cavallo, perché aveva uditi certi cavalieri ch'avieno detto che Giambarone era a troppo grande pericolo, e cominciò a correre verso la battaglia.

 Capitolo XL.

Come Riccieri riscosse el padre, e come Fiovo seppe ch'egli era Riccieri;

e come Arcaro uccise Attarante; e la morte di più signori.

Quando Riccieri giunse alla pericolosa battaglia vestito di sopravesta nera, vidde in fuga li Brettoni, e vidde Giliante che molto gli offendeva: e Riccieri gli diede un colpo di lancia, e aspramente ferito lo gittò per terra; e per questo gli Brettoni rincorati si volsono alla battaglia; e fu Giliante a pericolo di morte, e con grande fatica uscí delle mani de' Brettoni, e all'ultime bandiere n'andò. Riccieri, presa la spada in mano, s'aboccò col re Sagramonte di Ragona, e insino al petto lo divise; e gittatosi lo scudo dopo le spalle, apriva tutte le nimiche ischiere, e a colpo che egli donasse non era riparo. Egli percosse tra la gente persiana, e vidde Salardo che si sarebbe arrenduto a uno re, chiamato Lionagi l'Indiano. Riccieri, come uno drago, gli si gittò a dosso, e a due mani lo percosse col brando, e levògli la testa e la spalla ritta in questo solo colpo con tutto il braccio della spalla, e 'l cavallo si volse fuggendo tra gl' Indiani e' Persiani. Tanto di spavento e tanta paura misse Riccieri in questa gente, ch'eglino gli fuggivano dinanzi gridando: «Ecco la morte vestita a nero!». Egli non dava colpo invano; egli partiva e profondava e atterrava cavagli e cavalieri. Egli arrivò dov'era Giambarone, ed erasi arrenduto a Darchin lo Bruno, e già gli cominciava a dilacciare l'elmo, e avevagli tolta la spada. E Riccieri misse uno strido quando vidde il padre, e strinse la spada con grande furore. Incontro a lui si feciono più di cento cavalieri saraini; ma egli alcuno n'uccisse e alcuno ne gittò per terra, e per lo mezzo di loro s'avventò a dosso a Darchino lo Bruno, e per lato gli giunse a dosso, e diegli della spada in sul collo, e amendue le spalle gli parti insíno alle sene sotto ambe le braccia; e 'l petto cadde col capo in sul collo del cavallo, e urtò certi che tenevano il padre. La spada sua parea di fuoco a' paurosi nimici. Giambarone, vedendosi libero, riprese la spada ch'avea in mano Darchino, e prese il cavallo, e gittò Darchino a terra, e in su questo cavallo montò, e Riccieri gli fece tanto compagnia, che lo rimisse nelle cristiane schiere. Allora Giambarone, trovato Fiovo, gli disse le smisurate prodezze che faceva questo cavaliere vestito a nero, e a dito gliele mostrò. E convennesi Giambarone disarmare e rinfrescare molte ferite; ma non erano dubbiose. Fiovo diceva fra sé: «Chi potrà essere questo vestito di nero, che significa prima morire che fuggire?». E dimandò alcuno se lo conoscevano. Fugli risposto che no; «ma veramente alla sua virtù egli dimostra essere quello medesimo, che gli altri giorni v'ha dato soccorso e tanto aiuto». Allora Fiovo chiamò quello famiglio detto di sopra, il quale mandò drieto a Riccieri a sapere dove tornava a casa, e dissegli: «Vanne a Roma, a casa di quello romano, dove tu dicesti che tornava Riccieri, figliuolo di Giambarone; e tieni modo che tu cerchi la sua camera, e poni mente se egli ha arme o cavallo ; ma se tu vedi lui, non cercare di niente altro, che il cuore mio crede che questo vestito di nero sia desso. E però ti mando imprimamente che tu vadi a Gostantino; e dirai che mi mandi ventimila Romani per nostro rietiguardo». El famiglio cavalcò presto, e fece l'ambasciata a Gostantino; e poi andò alla stanza dove Riccieri tornava, e tutta la casa cercò, e trovò nella sua camera la vesta bianca e la rossa e la cilestra, tutte tagliate e forate delle percussioni che avea ricevute in campo, e parte sanguinose del sangue de' nimici. Ed egli domandò quello della casa: «Di cui sono queste veste?» Rispuose: «Sono di Riccieri, figliuolo di Giambarone Scipio». Ed egli allegro tornò a Fiovo suo signore, e dissegliele; di che Fiovo fu molto allegro, e andò dove era Giambarone, e ogni cosa gli disse. In questo mezzo e' cristiani avevano ricevuto gran danno in questa forma, e durava la battaglia circa a due miglia, e combattevasi di sotto da Roma presso al Tevero verso la piaggia e al pari di Roma verso le piagge urvietane. Intervenne che nel mezzo di tutto il campo presso alle schiere di Danebruno s'aboccò Arcaro con Attarante della Magna, e molti colpi si fedirono: alla fine s'abracciorono amendue e tiraronsi da cavallo. Attarante fu abbandonato dalla gente cristiana. Per questo Arcaro, avendo da' suoi aiuto, gli spezzò l'elmo, e con uno coltello l'uccise, e morto che l'ebbe, lo fece disarmare; e perché Attarante aveva morti molti signori e lui aveva in più parti ferito, fece tutto il suo corpo istraziare a pezzo a pezzo e gittare per lo campo; e non contento a questo, ficcò la sua testa in su la punta di una lancia, ed egli proprio la portò verso e' cristiani.

E in questo entrò nella battaglia Danebruno con tutto il resto del suo campo; e in prima dinanzi alla schiera entrò nella battaglia lo re Canador d' Ungheria e lo re Adrimon d'Arcimenia e lo re Artifon di Rambania e l'amostante di Cordoa. Per questo assalto e per la morte d'Attarante tutti e' cristiani, ripieni di paura, volgevano le reni; e non pure in questa parte, ma in tutta la battaglia si tiravono indrieto; e la novella era già palese per tutto, come Attarante era morto: e i cristiani vedevano la sua testa. Quando Fiovo sentí che Attarante era morto, si mosse come disperato, e contro alla schiera di Danebruno n'andò con Oro e fiamma. Allora fu terribile battaglia inverso questa parte. Fiovo vide venire le 'nsegne di Danebruno: diliberò d'andare insino a quelle bandiere e uccidere Danebruno e ivi morire. E mosse il cavallo con una grossa lancia in mano, e percosse uno franco re, chiamato Adrimon d'Arcimenia, e morto l'abatté; e passò con la spada in mano tutte queste prime brigate, e verso le bandiere di Danebruno n'andava dicendo: «Che mi varrà più combattere? che ho perduto Attarante, che era il migliore combattitore del mondo». E come disperato combatteva, non ponendo mente al suo pericolo. E giunto in su la ghiaia d'uno piccolo fiumicello, fue attorniato da molta gente, e fugli morto sotto el cavallo. Aveva questo fiume poca acqua, e rasente al fiume aveva una ripa molto alta, e sopra a questa ripa era uno bosco, pieno di spine molto folto. Fiovo, vedendosi abattuto, si tirò accosto a quella ripa; e se non fosse le grandi siepe e spine ch'erano sopra la ripa, e' saraini l'arebbono morto con le pietre: ma non vi potevano andare, e se v'andavano, non lo potevano offendere. Qui si difese grande pezza, e fue più volte coperto di lance e di saette e di spade a lui gittate.

Capitolo XLI.

Come Riccieri liberò Fiovo, e come fu chiamato primo paladino di

Francia; e come finí queste battaglie; e la morte d'Arcaro lo Turco

e di molti altri re. E Riccieri fu fatto capitano.

Essendo Fiovo a tanto pericolo, Riccieri udì dire per la battaglia come Attarante era morto, e come il suo corpo era stato straziato, e come la sua testa era portata. Pianse Riccieri, e giurò a Dio che giusta sua possa ne farebbe vendetta; e trascorse verso quella parte che gli fu detto essere Arcaro, e viddelo da lungi per la testa che portava. Riccieri giunse a lui, e gridando gli disse: «O villano cavaliere, perché dispregi uno tanto valente cavaliere? Io giuro al vero Dio che con la sua grazia quello strazio farò di te, che tu hai fatto di lui, e peggio» ; e con la spada lo corse a ferire. Arcaro si volse a lui, e cominciorono grande battaglia. Riccieri gli tagliò el bastone; e venuti alle spade, Riccieri gli levò il capo dalle spalle. Per questo e' cristiani gli feciono cerchio; e Riccieri smontò, e cavò la testa dell'elmo, e ficcolla in su la propia lancia, dove era quella d'Attarante; e diede il corpo d'Arcaro agli Alamanni, el quale straziorono per modo, che non ne rimase una libra il maggiore pezzo. E la testa d'Attarante fu onorata in Roma di sepoltura. Morto Arcaro, e' cristiani ripresono ardire; Oro e fiamma fu fatta inanzi. Riccieri domandò di Fiovo. Fugli detto verso quale parte egli era andato. In questo giunse a Riccieri uno scudiere armato, e disse: «O franco cavaliere nero, per Dio! soccorrete Fiovo, ch'egli è entrato pel mezzo delle schiere di Danebruno, e non credo che mai più e' cristiani lo rivegghino». Quando Riccieri lo 'ntese, rimisse la spada a lato nel fodero, e fecesi dare una grossa lancia, e rimbracciò lo scudo, e tolse il cavallo che fu d'Arcaro, e verso la battaglia si cacciò. E' cristiani portavano la testa d'Arcaro fitta in su la lancia per lo campo. Riccieri passa per le schiere de' saraini; e il primo ch'egli percosse con la lancia fu lo re Artifon di Rambania, e morto l'abatté, e ruppe la lancia. E tratta la spada, si gittò lo scudo dopo le spalle, e tutte le schiere partiva. E giunto dove Fiovo si difendeva, vidde la grande pressa ch'egli aveva d'intorno. Riccieri in quella pressa ficcò el cavallo; e aprendogli, atterrandogli, urtandogli, da lui gli fece iscostare. Allora l'amostante di Cordoa cominciò a gridare: «Ahi, dolorosa canaglia! dunche uno solo cavaliere vi caccia?». E presa a due mani la spada, sopra a Riccieri si misse, e diegli uno grande colpo, e diede di petto al cavallo. Poco mancò che 'l cavallo di Riccieri non cadde a pie' di Fiovo; ma Riccieri per forza di sproni fece saltare il cavallo inanzi, e rivolselo verso l'amostante. Or qui piovevano le lancie e' dardi. La stretta si cominciò grande; ma Riccieri, per forza di cavallo accostato all'amostante, gli partí il capo con l'elmo in due parti, e morto lo gittò da cavallo, e con grande fierezza fece fare largo. Fiovo si mosse fra tante lance e dardi e arme, e prese il cavallo dell'amostante di Cordoa; e gittatosi a cavallo, francamente soccorse Riccieri. Eglino si facevano fare piazza; e quando ebbono alquanto iscostata la gente, Riccieri disse a Fiovo: «Torniamo alle schiere nostre». Fiovo gli prese il freno del cavallo, e disse: «Io non ti lascerò mai, infimo a tanto che tu non mi dirai il tuo nome; imperò che l'animo mi dice che tu se' Riccieri, figliuolo di Giambarone». Ed egli rispuose: «Come sono Riccieri, che dicesti in sul palagio ch'egli era poltrone? Ma in questa parte s'è veduto chi era poltrone alle mani di questa gente!» Fiovo lo riconobbe alla boce del parlare, sí che non bisognò ch'egli dicessi: «Io sono Riccieri». Disse allora Fiovo: «Io ti priego che tu mi perdoni; che io non pensava, quando io dissi le parole, che tu fussi chi tu se'. Ma io non intendo che tu sia da ora inanzi chiamato Riccieri, ma voglio che tu sia chiamato il primo paladino di Francia». E cosí fu chiamato, mentre che visse; e cosí sarà sempre; e però fu detto Riccieri paladino.

Allora si missono in via, e inverso il campo con grande afanno alla battaglia ritornarono. Quando furono riveduti tornare, tutto il campo si riempie d'allegrezza. In questo mezzo tutta l'oste avieno combattuto; ma i saraini erano molto sbigottiti per la morte d'Arcaro, e però si combatteva dubbiosamente; e cosí e' cristiani per la morte d'Attarante. E quando viddono Riccieri e Fiovo, ripresono ardire, imperò che per lo campo si credeva ch'eglino fussino morti. Egli era già sera, quando giunsono a Oro e fiamma. Fiovo fece sonare a raccolta, e tutti e' cristiani si raccolsono intorno alla santa bandiera, e fue manifesto per tutto Riccieri. Non si potrebbe dire la grande allegrezza del suo padre e di quelli signori ch'erano rimasi vivi, e quanta festa gli feciono tutti. Fiovo comandò ch'egli fusse chiamato il primo paladino di Francia. Allora lo fece cavaliere e duca di Sansogna, e fecelo capitano e conducitore di tutta la sua gente da cavallo e da pie'; e comandò che fusse ubidito come la sua propia persona. E voleva Fiovo entrare nella città con la gente, come avevano fatto l'altre volte; ma Riccieri disse che a lui non pareva, imperò ch'egli era segno di paura. Per questo andò la boce per grida di banditori che veruna persona fosse ardita, a pena della vita, d'entrare dentro alla città, se prima non v'entrasse Oro e fiamma. E gridavasi: «Alloggia, alloggia»; e di fuora alla sanguinosa campagna s'alloggiarono con l'arme in dosso e co' cavagli a mano. Fiovo mandò un'altra grida, che i feriti fossono portati drento alla cittá: cosí fu fatto. E Gostantino mandò uno bando per tutta la cittá e per tutti e' popoli e vicinanze, che ognuno portassi al campo biada e strame e pane e vino e vettuvaglia; e non fu tre ore di notte, che il campo tutto era d'ogni vettuvaglia abondantemente dovizioso. Riccieri faceva l'avantiguardia del campo con ventimila cavalieri romani, che Gostantino mandò, che ancora non avevano combattuto; ma tutta l'oste mormorava per lo puzzo de' morti, che morirono il primo e 'l secondo giorno. Dicevano: «Almeno si facesse tanto di triegua, ch'e' corpi de' morti si levassino tra' pie' de' cavalli!».

Capitolo XLII.

Come fu fatta triegua per tre mesi; e la campagna fu sgombrata de' morti.

Lo re Danebruno fece raccozzare tutto suo campo insieme, e fece venire a sé tutti i re ch'erano campati, e i morti furono portati la maggiore parte al padiglione del re Danebruno, almeno i re. Fuvvi prima portato soldano di Mech, Galafro di Poiana, Darchino lo Bruno, Brancadoro da' monti Caifas, Giliafro di Centulia, Misperio di Scondia, Piliagi di Saragonia, Anacor di Numidia, Sagramonte di Ragona, Arbacail d'Arabia, Lionagi d'India, Alcidron di Panonia, Adrimon d'Arcimenia, Artifon di Rambania, l'amostante di Cordoa; e fu detta la scura morte e strazio che fu fatto d'Arcaro per la morte d'uno altro cristiano. Per la morte di questi diecesette signori tutta l'oste era impaurita; e ognuno favellava del cavaliere nero, il quale era quello che manteneva e' cristiani e divorava e' saraini. Allora el soldano Danebruno, mandato via i morti, si ristrinse col re Balante e col re Galerano e con Giliarco di Media e con Balugante di Scondia e con l'amostante di Persia e con Rubinetto di Ruscia e col re Canador d'Ungheria e con l'arcalif di Mech, papa de' saraini, fratello del soldano di Mech ch'era morto. E in quello di questi signori diliberarono di mandare ambasciadori a Gostantino e a Fiovo a dimandare triegua, tanto ch'e' morti si sopellissino, e se si potessi, tanto che i feriti guarissino; e fu eletto Balante di Balda ambasciadore, ch'era giovane savio e ardito. E la mattina, come apparve il giorno, Balante con quello ordine che bisognava come mandato si movesse, cavalcò verso Roma sanza arme, con due famigli inanzi con rami d'ulivo in mano; e quando giunsono al l'avantiguardia de' cristiani, Riccieri si fece loro incontro, e sentita la loro domanda, venne con Balante insino al padiglione di Fiovo, a cui Balante fece sua ambasciata in presenza del re di Buemmia e del re d'Inghilterra e di Salardo e di Giambarone e di Riccieri. Fiovo mandò per Gostantino a Roma; e dopo molti parlamenti si fece tregua per tre mesi, sí veramente che, finita la triegua, non si assalisse l'uno l'altro, se prima non si mandasse a disfidare la contraria parte tre giorni inanzi; e che, mentre la triegua durava, si potesse andare e venire ogni persona per mare e per terra sicuramente; e che il campo de' saraini si dovessi accampare tutto da Roma in giù verso il mare, e non dovessino predare, mentre che durava la triegua, alcuna cosa altro che strame; e che nessuna terra di cristiani vietassi il passo a' saraini, né terra di saraini non vietassi il passo a nessuna gente de' cristiani. E fu di patto che diecimila cristiani dovessino cercare per lo campo e cavarne tutti e' corpi de' cristiani, acciò che avessino sepoltura, e che i saraini nonne spogliassino e' corpi de' cristiani morti; e cosí diecimila di loro rigovernassino e' corpi de' saraini. Ma quando fu data la licenza d'andare pe' corpi, v'andarono più di trentamila femine. Balante tornò al soldano, che ne fu molto allegro, e subito levò il campo, e di sotto a Roma s'accamporono; e trovorono che in questi quattro giorni erano morti trentadue re di corona e dugentotrenta migliaia di saraini, sanza e' feriti ch'erano nel campo, e' prenzipi e' signori ch'erano più di trecento. Molti de'morti re mandarono via, e molti n'arsono; e in pochi giorni furono tutti consumati e' corpi morti, perché non corrompessino l'aria. E il re Danebruno mandò per tutta Sarainia domandando soccorso, e presto, significando la battaglia e la triegua ch'era fatta. Fiovo fece sopellire e' corpi più degni a grande onore, e tutta la campagna fu sgombra de' corpi morti cristiani e dato a tutti sepoltura; e trovarono e' cristiani essere morti in questi quattro giorni settantacinque migliaia di cristiani e trentadue signori. Fiovo fece attendere a' feriti e medicargli; e Salardo mandò il corpo di suo padre in Brettagna. Fiovo ordinò di mandare per soccorso dove più speranza aveva; prima a' figliuoli in Francia, e poi nella Magna e in Inghilterra e in Lombardia. E da ogni parte si sforzò d'avere vettuvaglia per mare e per terra, per fornire Roma [e] per essere di quello che bisognava fornito. Ed ebbe grande soccorso al tempo, come dirá la storia.

 Capitolo XLIII.

Come Danebruno, soldano di Bambellonia, manda a domandare soccorso

a' saraini; e come Fegra Albana innamorò di Riccieri, e mandògli

una pistola, un cavallo e uno iscudo.

Lo re Danebruno, veduto il gran danno che il suo campo aveva ricevuto, parevagli grande vergogna di partire di campo; e per la triegua ch'era fatta mandò ambasciadori in Ispagna e in Africa e in Bellamarina e in Libia e in Egitto e in Arabia e in Persia e in Soria e in Turchia e in Grecia e per tutte parti, significando la battaglia e la morte di molti re e signori, e la triegua che era fatta. E in tutte le parti mandò a significare la morte de' loro signori; e la morte d'Arcaro mandò a dire in Turchia. E partiti, quegli ch'andarono in Turchia ebbono alquanto di fortuna, per modo che il vento gli puose in Barberia; e furono al figliuolo del re di Tunizi ch'aveva nome Achirro, e dissongli tutta la battaglia come era stata, e la morte di Gloriardo suo padre, di cui si fe' grande pianto; e dissongli la morte d'Arcaro, el quale era tenuto molto valente e forte, e la morte di molti altri; e pregorono Achirro che dovesse soccorrere Danebruno, acciò che la fede cristiana non moltiplicasse, e in vendetta di suo padre Gloriardo e del suo cugino Arcaro: ed egli promisse di soccorrerlo con ogni sua possanza. La reina, madre d'Achirro, la quale era turca, zia d'Arcaro (e però era questo re cugino d'Arcaro), ella mandò per gli ambasciadori per sapere la morte d'Arcaro e del suo fratello Tidion, re di Turchia, padre d'Arcaro e di Basirocco; e giunti dinanzi da lei, ogni cosa le dissono. Ella piagnendo domandò chi aveva morto il nipote, ch'era tanto possente; e eglino rispuosono: «Uno giovanetto che ancora nonn'ha ventidue anni e nonn'ha pelo in viso, ed è chiamato Riccieri, primo paladino di Francia, ed ha preso arme novellamente; ed è il più bello giovanetto ch'io vedessi mai». Era per disavventura di Riccieri allato alla reina una donzella ch'era sua figliuola e sorella del re Achirro. Come ella diede orecchie alle parole dello ambasciadore, innamorò tanto di Riccieri, che ella cominciò a sospirare, e disse agli ambasciadori: «Voi lo lodate per modo, che parrebbe che voi l'avessi veduto». Disse l'ambasciadore: «cosí piacesse a Maometto che egli fosse saraino, come io l'ho veduto armato e disarmato per la fatta triegua; ed è molto più gagliardo e più bello che noi non diciamo. Cosí sia egli passato d'una lancia, il primo colpo che si farà in campo!» La damigella disse pianamente: «Prima siano morti quanti pagani sono in campo!» Gli ambasciadori si partirono; e da ivi a pochi dí andarono a loro viaggio.

La damigella, che aveva nome Fegra Albana ed era d'età di quattordici anni, cominciò a pensare la grande possanza d'Arcaro e la grande nominanza che egli aveva. E apresso diceva: «Quanta franchezza debbe regnare in quello franco e bello Riccieri, da poi che egli ha morto Arcaro! Onde io voglio al tutto ch'egli sia il mio amante ». E fra sé medesima diliberò di mandargli una lettera segretamente e uno bello dono. E chiamato uno suo donzello che la serviva inanzi, d'età di ventiquattro anni, ella lo fece giurare sopra a molte cose sagrate ai loro iddei, che di quello ch'ella gli dicesse mai non lo paleserebbe; e 'l giovinetto pauroso giurò ogni cosa, ch'ella gli comandasse, fare. Ella gli disse: «A te conviene andare a Roma e menare il mio bello e nobile destriere e uno scudo e una gioia di perle, cioè una ghirlanda; e da mia parte la presenterai a quello cavaliere cristiano, chiamato Riccieri paladino». E di questa imbasciata scongiurò il messo, e fecelo da capo giurare per Balain loro iddio e per Belzebù e per tutti gl' iddei che mai non lo paleserebbe a persona: e diegli una lettera, che egli la desse a Riccieri, iscritta di sua propia mano in barbero parlare; e poi gli disse: «Se niuno ingegno di parlare mai in te regnò, ti priego che l'adoperi a questa volta, e che tu a lui mi raccomandi, notificandogli a bocca come io non amerò mai altro uomo che lui; e priegalo, se alcuna piatá o niuno amore lo piglia mai di me, che mi venga a vedere. Benché la lettera lo dica, ma forse lo 'ngegno delle tue parole lo faranno di me più innamorare». E diegli danari; e sanza saputa della madre o del fratello lo mandò via con lettere piene da passare per tutto loro paese; e l'altro giorno entrato in una nave, passò in Cicilia, e poi passò in Italia, tanto che giunse alla cittá di Roma. E andando per la cittá dimandando del paladino Riccieri, lo scontrò con uno suo compagnone a cavallo con molti famigli drieto; e Riccieri lo domandò quello ch'andava domandando. El famiglio rispose: «Cerco Riccieri paladino». Riccieri si gli appalesò, e parvegli più bello che Fegra non diceva; e preselo per la mano, e tirollo da lato, e salutollo da parte di Fegra; e poi gli pose la lettera in mano. El franco Riccieri la lesse, la quale in questa forma e modo parlava.

 Capitolo XLIV.

Quello che conteneva nella lettera che Fegra Albana di Barberia

mandò a Riccieri, primo paladino, infino a Roma.

« La forza dell'amore e degli innamorati iddei è tanta, che alcuna umana persona non se ne sono potuti né possono difendere. Molti e molte per udire lodare alcuno od alcuna già sono accesi d'amore ad amare la lodata persona; e perché naturalemente la ragione dá e concede che chi cerca onore, fa l'operazione e non si loda, ma lasciasi lodare all'operata virtù, questo è quello che è degno di laude; e per questa cagione io fragile, non degna di tanto amore nobile, quanto è quello che mi porge le tue lodate virtù a tutto il mondo manifeste; e per questo di novello amore di te appresa, a te mi volgo, non perché io Fegra Albana, figliuola del re di Barberia, sia degna di te (tanto nobile se' sopra a' viventi lodato!), ma solamente mi piego ad amare, perché la virtù si dee amare e dee essere amata comunemente da ogni persona. Onde io m'inchino alla tua gentilezza; e chiamo Venus con quella forza ch'ebbe nello operato amore degli antichi amanti; e priego lei e tutti gl'iddei che mai furono partefici a questa medesima pena d'amore, che accendino cosí il tuo cuore ad amare me, come eglino hanno acceso il mio cuore ad amare te; e bene ti priego, se alcuno segreto modo per te si vedesse, che questi due amanti si vedessino l'uno l'altro. Io Fegra Albana amo il mio signore, e mai non l'ho veduto; ma io ho tanta speranza in lui, che mi pare essere certa che io lo vedrò; e poi che io l'arò veduto, morendo morrò allegra, e gloriosa n'andrò alle segrete cose dell'altra vita. Non so più che mi dire, perché i sospiri, le lagrime, l'amore, la paura dello sdegno mi fa tremare aspettando il mio servo a te da me mandato; e dico: — Oimè! che novelle m'arrecherà? —. E volgo gli occhi miei alla appuntata spada, con la quale aspetto la morte, se io non sono da te amata; onde io ti priego che tu non mi tolga il tempo che io debbo vivere in questa vita, e a te mi raccomando, signore mio Riccieri. Fegra Albana a voi si raccomanda con disidero di vedervi.»

Capitolo XLV.

Come Riccieri, vinto dall'amore, andò in Barberia col famiglio

di Fegra Albana, e a lei s'appresentò; e fegli onore.

Quando Riccieri ebbe letto la lettera, disse al famiglio: « Io ti risponderò istasera », perché altra persona di quelli ch'erano con lui non se ne accorgesse; e accennò a uno suo famiglio, che lo menò alla sua stanza. E tornato, Riccieri lo chiamò nella sua camera (e 'l cavallo, che Fegra gli mandava, avevano messo nella stalla di Riccieri); e giunto il messo di Fegra, cominciò con piatose parole a dire gli atti della sua innamorata madonna e il sagramento che ella gli aveva fatto fare, e la sua bellezza e la sua gentilezza, e quanto ella era di lui innamorata; e appresso gli donò la ghirlanda delle perle e lo scudo; e poi andarono a vedere il cavallo. Quando Riccieri intese l'amore di questa donna, ravviluppato in molti pensieri veniva pensando sopra a questo fatto, e faceva grande onore al messo; e la notte non potè mai dormire, temendo di non essere ingannato. E la mattina disse il famiglio a Riccieri: «Signore, se voi dubitate d'alcuna cosa, fatemi mettere in vostra prigione; e poi mandate uno vostro servo a Fegra; e se voi trovate bugia in me, farete di me la vostra volontà». Riccieri lo domandava pure delle condizioni della damigella, e 'l famiglio molto la lodava, dicendo di lei infinite bellezze; e Riccieri sospirando parlava con lui, e parevagli parlare con la damigella; e vinto dalla forza del l'amore, diliberò d'andare a vederla inanzi che la triegua passassi. E il terzo giorno, sanza saputa del padre o d'altra persona, istravestito, armato, in su il cavallo che Fegra gli aveva mandato, col famiglio si misse in via; e in pochi giorni passarono in Cicilia, e di Cicilia in su una nave passarono in Barberia. E andati a corte, segretamente s'appresentò dinanzi a Fegra nella sua camera; e quando ella lo vidde, in presenza del famiglio ella si gli gittò al collo, e baciollo. Disse il famiglio: «Per certo, madonna, che tutte le forze degli iddei furono a fare una sí bella coppia, quanto siete voi due; e non si convenia altro amante a voi, né a lui altr'amanza». Ella lo lasciò, e gittòglisi a' piedi ginocchioni. Riccieri la fece levare ritta, e pregolla per Dio che ella lo tenesse segreto, che egli non fosse conosciuto, imperò che egli aveva morto Arcaro. Ed ella gli disse: «Acciò che istia sicuro, io voglio che tu mi battezzi». Ed egli la battezzò, e il famiglio si battezzò con lei; ed ella disse: «Piglia di me ogni piacere che t'è di piacere, alla tua volontà». Riccieri le disse: « O nobile donna, io non voglio toccare di peccato la vostra persona insino a tanto che voi non siate a Parigi dinanzi a re Fiovo, mio signore; e vorrò che 'l Padre santo vi battezzi con le sue mani; e io vi sposerò per mia donna dinanzi al papa e allo imperadore Gostantino e a Fiovo e al padre mio. Tutti costoro vi faranno grande onore». Disse Fegra: «O signore, quando v'è di piacere, sí ce ne andiamo». Riccieri disse: «Come saremo in ordine e che 'l tempo sia buono da navicare». E cosí si posò Riccieri in Tunizi molti giorni sconosciuto, e usava pure col famiglio che andò a Roma; e spesso le serviva dinanzi tanto gentilemente, che ognuno se ne maravigliava della sua gentilezza, credendo ch'egli fosse servidore di Fegra. Ma dimmi, Fegra, e tu, Riccieri, dov'è il vostro senno? O cieco amore, quanti hai tu vestiti come femmine! O Èrcole, tu filavi; O Achille, tu ballavi con Deidamia: io veggo quelli cui l'arme non poterono domare, essere domi da questo grande tiranno dell'amore; e quali con le spade e con l'arme avevano difesa la loro libertà, farsi servi delle vili femmine, e legati e stretti, presi in prigione dell'amore. Riccieri di signore era fatto famiglio d'una damigella, vinto da amore.

Capitolo XLVI.

Come Achirro fece bandire uno torniamento per maritare Fegra Albana.

In questo tempo Achirro, re di Barberia, diliberò, inanzi ch'egli andassi, dovere maritare Fegra sua sorella, più per sospetto della sua signoria che d'altra cosa. E fece bandire uno torniamento, al quale venne molti signori; e vennevi Basirocco di Turchia, fratello d'Arcaro, ed era cugino d'Achirro; e vennevi Minapal, figliuolo di Dracon lo Moro; e vennevi Aliachin, fratello del re Alifar di Granata, e Giliarton, re di Bellamarina, e Arcimenio, fratello del re Dalfreno di Domasco; e vennevi due greci, grandi signori, in Tunizi; l'uno aveva nome Pirrafo e l'altro Anfimenio, signori di Tessaglia. Questi signori avevano apparecchiato la loro gente e le loro navi per andare a Roma in aiuto di Danebruno ; e quando seppono di questo torniamento, mandarono la gente a Roma, e loro vennono a Tunizi, e poca gente menarono con loro. Molti altri re, duchi e prenzi saraini, benché sapessino la festa, n'andorono pure a Roma, come si conterà a tempo e luogo.

Per questo Fegra mandò il famiglio, ch'ella aveva mandato a Roma, per Riccieri: questo famiglio aveva nome Acail. E quando Riccieri fu venuto, gli disse tutto il torniamento ch'era ordinato, e pregollo che egli si partisse, e lei ne menasse con seco. Disse Riccieri: «Poi che si dee fare torniamento, io lo voglio stare a vedere, però che a nostra posta possiamo andare. Fate pure che noi abbiamo lettere da partire ne' porti, che noi non siamo ritenuti a' porti ». Disse Fegra: «Io ho già fornito quello che fa di bisogno». E cosí aspettarono alcuno giorno, tanto che il tempo venne del torniamento ; e apparecchioronsi a una giostra.

Capitolo XLVII.

Come Riccieri vinse il torniamento a Tunizi, isconosciuto.

Ragunata a Tunizi la grande baronia, lo re Achirro faceva grande festa; e dato l'ordine al dí della prima giostra, venne in su 'l campo Pirrafo e Anfimenio di Grecia. Feciono grande prodezze abattendo molti armati; poi giunse in campo Giliarton di Bellamarina e Aliachin di Granata e Minapal lo Moro; e poco istante giunse Arcimenio di Damasco. Ora quivi si vedeva cavalieri traboccare e cadere. In questo entrò in su la piazza Basirocco, fratello d'Arcaro. El primo ch'egli abatté fu Pirrafo e Anfimenio di Tessaglia, e molti altri apresso. E abatté Minapal e Aliachin e Giliarton e molti altri signori. In questo punto Riccieri in questo modo s'armò. Fegra aveva ordinato, per certi luoghi occulti che erano in torno al palagio, la tornata di Riccieri; e dove Acail lo dovesse armare, e in quello luogo tornarsi a disarmare. E in questo luogo s'armò per mano del famiglio, e venne in piazza tutto vestito di bianco; e nella giunta abatté due cavalieri di quegli di Basirocco, e non abbandonava sua lancia. Allora gli andò incontro Minapal ; Riccieri lo gittò per terra, e abattè Giliarton e Aliachin e molti signori, e di nuovo abatté quattro cavalieri turchi. Per questo Basirocco turbato gli andò incontro, e dieronsi due grandi colpi. Basirocco ruppe la sua lancia, e 'l cavallo di Riccieri s'inginocchiò; ma quello di Basirocco andò per terra, cioè cadde, e Basirocco si trovò a terra dell'arcione. Ognuno si maravigliò dicendo: «Chi può essere il cavaliere vestito a bianco?» E Riccieri, giunto in capo del corso, gridava: «All'altro!» ; e abatté Arcimenio e Pirrafo e Anfimenio e quanti incontro gli andavano. Basirocco se n'andò alla sua stanza, e mutò sopravesta e cavallo, e ritornò in piazza, e andò contro a Riccieri, e dieronsi delle lance per sí gran forza, che Riccieri si piegò; ma Riccieri diede a lui sí grande il colpo, che ruppe cinghie e pettorali, e Basirocco cadde per terra. E rimontò bestemmiando gl'iddei, e ritornossi alla sua stanza, e un'altra volta mutò sopravesta, e disse a' suo' cavalieri che si armassino, «e se quello cavaliere bianco m'abatte un'altra volta, gli correte a dosso, e trovate modo che egli muoia». E con dugento cavalieri armati tornava in piazza. Ma uno di questi cavalieri, favellando col famiglio di Fegra, detto Acail, gli disse come Basirocco aveva loro fatto comandamento che uccidessino quello cavaliere bianco. Quando Acail udì questo, fece vista di non se ne curare; e partito da costui, inanzi che Basirocco giugnesse in piazza, n'andò a Fegra, e ogni cosa le disse. Ed ella mandò a dire a' sonatori, come Basirocco ará fatto colpo col bianco cavaliere, subito sonassino gli stormenti a finita giostra; e disse ad Achirro, suo fratello, che mandasse in piazza che romore non si facesse; e furono mandati molti gentili uomini a provedere con molti armati. E come Basirocco giunse in piazza, n'andò contro a Riccieri; e due grandi colpi si donarono, per modo che Basirocco cadde ancora egli e 'l cavallo. E presto gli stormenti sonarono; ma Basirocco furioso rimontò a cavallo, e cavò fuori la spada, e corse verso Riccieri gridando: «Per le mie mani morrai!» Quando Riccieri lo vide, misse mano alla spada sua, e contro a lui si volse. E' cavalieri di Basirocco gli correvano a dosso; ma pure Basirocco e Riccieri si percossono e tagliaronsi parte degli scudi; ma tanti furono e' cavalieri della corte del re Achirro, che fu fatto tirare a dietro ognuno; e le trombette suonarono. Per questo Riccieri uscí dalla piazza, e tornò dove l'ordine era dato; e serrato l'uscio, si disarmò, e presto si rivestí, e lasciò Acail a governare el cavallo e l'arme; ed egli andò a Fegra. Ed ella lo menò nella sua camera, e quanto ella potè, gli fece grande onore segretamente, dicendogli: « O signore mio, non è niente la tua nominanza a rispetto della tua propia verità ». E non si poteva ella saziare di guatarlo, e mille anni le pareva d'andare con lui. E il re faceva cercare di questo cavaliere bianco, e non si poteva trovare; e Fegra diceva che al tutto ella non voleva altro marito che quello che aveva vinto el torniamento, povero o ricco che egli si sia. E passando cosí certi giorni, Riccieri dava ordine di partirsi con Fegra e con questo famiglio; e ordinato una notte di partire, la sera missono per fermo e per certo la partenza, e mandarono l'altro di il famiglio a torre una nave; e cosí andò a torre a nolo una nave per la notte vegnente.

Capitolo XLVIII.

Come Riccieri fu conosciuto a Tunizi ; e come fu preso e messo in prigione.

E stando in questo giorno, che la notte vegnente si dovevano partire, Riccieri in su la sala dinanzi a Fegra, uno sonatore d'arpa giunse in sala sonando; e guatando per la sala vidde Riccieri, e subito lo conobbe. Riccieri era chiamato per la corte Belservo. E questo sonatore per non fallare molte volte il dí lo guatò, tanto che egli fu bene certo ch'egli era Riccieri; onde egli andò la sera di segreto a favellare al re Achirro, credendosi avere buono guiderdone; e tutto il fatto gli disse. E il re non gli credette da prima; ma vedendo e udendo e' sagramenti che costui faceva, gli dette fede che egli fusse desso e che egli fusse quello che aveva vinto il torniamento. E la notte vegnente, come fu sera, fece serrare tutte le porte della cittá, e fece dare boce che fusse stato morto alcuno, ed egli faceva cercare in certe parti; e questo fece egli per paura che Riccieri non si fosse avveduto di quello sonatore e ch'egli la notte non si potesse partire né fuggire, non sappiendo però niente che la sorella gli volesse bene. Per questa cagione non si poterono la notte partire, e stettono le porte serrate tutto l'altro giorno. E in questo giorno fu rinchiuso uno famiglio sotto il letto di Riccieri ; e quando la sera Riccieri fu nel letto, el famiglio aperse l'uscio, come lo sentí dormire. El re entrò nella camera con molti armati, e furogli a dosso con molte lumiere e colle lancie al petto; e sendo ignudo egli s'arrendè al re. Sendo preso e legato, lo fe' mettere in uno fondo d'una torre, e tutte le sua arme gli tolse, e a pena che gli fosse dato i sua panni, ch'egli si potesse ricoprire. L'altro giorno venne il famiglio Acail a Tunizi, perché si maravigliava che erano tanto soprastati a venire; e fu menato dinanzi dal re, il quale lo minacciò di morte, perché aveva ritenuto Riccieri in compagnia; ed egli si scusò non lo avere mai conosciuto, e che egli lo voleva con le sue mani impiccare o mettere in croce. Or pensa, se il re avesse saputo come v'era venuto, come il fatto sarebbe andato! Ancora aggiunse il famiglio una loica parola, che egli disse: «Io giurerei per Balain e per tutti gl'iddei che Fegra Albana n'era cosí ingannata, come io; e però lo raccettò per famiglio». E andato questo famiglio sopra la torre, lo chiamava e diceva: «O traditore Riccieri, e come arei io mai pensato che tu fussi stato Riccieri? Né anche Fegra». Poi si partí, e disse: «Io voglio andare a dirlo a Fegra, che ne farà gran festa». E andato a lei, ella se ne mostrò allegra al palese e dentro impetrò tutta di dolore; e il famiglio dissele al sagreto la scusa che avia fatta contro al re. Fegra diceva: « Oimè! che egli crederà che io l'abbi fatto pigliare io». Onde ella si vestí, e venne dinanzi alla madre e al suo fratello, e mostrossi tutta allegra della presura di Riccieri. E il re mandò per Basirocco e per molti baroni; ciò furono Minapal e Aliachin e Giliarton di Bellamarina, e per Arcimenio e per molti altri, e disse loro: «Chi arebbe mai creduto che Maometto m'avesse mandato Riccieri paladino insino a Tunizi in prigione?» E' baroni se ne ridevano e non lo credevano; ma egli comandò che gli fusse menato dinanzi bene legato; e cosí fu fatto. E quando l'ebbono dinanzi, lo re lo domandò per lo suo Iddio chi egli era. Rispose: «Io sono Riccieri, figliuolo di Giambarone, chiamato Riccieri paladino». Disse Basirocco: «Se' tu quello che uccidesti Arcaro, mio fratello?» Riccieri gli rispose: «Certo sí; ma se io uccisi Arcaro, io non lo uccisi a tradimento, ma egli aveva morto uno gentile signore, che aveva nome Attarante della Magna; e non si tenne sazio d'averlo morto, che poi lo fece ismembrare a' suoi cavalieri; e io lo trovai che portava la testa in su una aste di lancia; e combattendo con lui io l'uccisi con la spada in mano». Allora disse Basirocco: «Tu menti per la gola, che tre tuoi pari non gli sarebbono potuti durare inanzi». Disse Riccieri: «Se la quistione di piazza fosse rimasa fra noi due, penso che non diresti cosí; ma voi avete rotta la promessa fede della triegua fatta». Allora Basirocco gli volse dare nel viso d'una punta d'uno coltello, ma e' baroni non lo lasciarono; e minacciavalo di crudele morte, in questo modo dicendo: «Io non mi terrei vendicato del mio fratello per la tua morte. Ma io ti prometto di farti tanto stentare in pregione, infino che io averò Fiovo e Gostantino; e con teco insieme li farò mangiare a' cani». E 'l re Achirro lo voleva fare impiccare, se non fosse questa promessa che fece Basirocco; e fu rimesso nel fondo della detta torre co' ferri in gamba, e fu ordinato che continuamente dieci uomini lo dovessino guardare, e che gli fusse dato del pane e dell'acqua insino a tanto ch'eglino tornassino da Roma.

Capitolo XLIX.

Del grande soccorso che venne a Danebruno di tutte le parti de' saraini;

e Riccieri rimase a Tunizi in prigione.

Da poi che Riccieri fu messo in prigione e giudicato, lo re Achirro lo mandò significando per tutta la loro fede, in Egitto, in Arabia, in Persia, in Soria, in Turchia, per tutta l'Africa, significando che ognuno poteva venire sicuramente, imperò che Riccieri era in pregione a Tunizi di Barberia. Molte gente v'andarono, che non vi sarebbono andati per la grande nominanza che aveva Riccieri. Vennevi lo re Manabor, re d'Arabia Petrea, fratello carnale del soldano Danebruno, con centomila saraini e con sette re di corona, cioè il re Fieramonte di Caldea, e il re Anfineo d'Arabia, e lo re Orcupon di Sabea, e lo re Parsineo di Mesopotamia, e lo re Aliarbon di Tospidia, e lo re Erminion di Panfilia. Questi sei re vennono col re Manabor; e vennevi Achirro, re di Barberia, e vennevi Minapal della Morea, e vennevi Aliachin di Granata, e vennevi Giliarton, re di Bellamarina, e vennevi Arcimenio di Damasco, e vennevi Pirrafo di Grecia, e vennevi Anfimenio, suo fratello, e vennevi Basirocco di Turchia, fratello d'Arcaro. Questi otto signori menarono con loro in campo centocinquantamila saraini, e molta più gente arebbono menata, se non fussi per la vettuvaglia. Molti altri signori saraini menarono in campo grande gente. Fu istimato ch'el campo de' saraini era cresciuto trecentotrenta migliaia di saraini. Ed era finita la triegua; ma ancora non s'erano le parti isfidate, e non si offendevano per lo patto che fu nella triegua; e ancora non era venuto il soccorso di Francia.

Capitolo L.

Come Fegra Albana e Acail, suo famiglio, feciono uscire Riccieri di

prigione ; e come, partito di Barberia per mare, arrivò a Pisa.

Partito lo re di Barberia da Tunizi ed entrato in mare verso Roma navicando (e lasciava Riccieri sotto buona guardia in prigione), al terzo giorno Fegra chiamò Acail, il suo fidato famiglio, e dissegli: «Come faremo noi che noi caviamo Riccieri di pregione?» Disse Acail: «Madonna, pure male, imperò ch'egli ha continuamente di dí e di notte dieci guardie». Disse Fegra dolendosi: «Io vorrei essere morta il dí ch'io innamorai di lui, imperò che io sarò cagione della sua morte e di tutti e' suoi; perché e' cristiani non aranno ora più speranza di Riccieri, e per tutto il mondo sempre si dirá che io l'abbia tradito, e non sarò chiamata tra le damigelle innamorata, ma più tosto traditrice, e tra le traditrici sarò messa. Pertanto io mi voglio disporre di cavarlo di prigione; e non mi curo, s'egli campa, d'essere morta. Pertanto cerca ogni via e modo che noi lo caviamo di prigione, e vattene con lui, e non vi curate della mia persona, pure che egli scampi». Disse Acail: «Madonna, voi lo potete campare in questo modo. Voi andate a vostra posta nella camera di vostra madre: imbolategli segretamente le chiavi della prigione, e guardate ch'ella non se ne avegga, imperò che ella gli brama la morte per vendetta d'Arcaro, suo nipote. E quando voi le avete, e voi me lo dite; e io darò una notte tanto da bere a quelle guardie, che eglino inebrieranno; e allora trarremo Riccieri di prigione, e andremocene con lui». Fegra disse: «Tu hai bene immaginato»; e cosí si dispuosono di fare. E il dí seguente Fegra ebbe imbolate le chiavi alla madre. Acail, come lo seppe, essendosi dimesticato con quelle guardie il dí, come fu sera, avendo aloppiato uno barlotto di buono vino, ne portò prima uno grande barlotto, e bevve e mangiò con loro; e poi ne portò uno altro. Egli erano cominciati a riscaldare e la sete era accesa, e già ogni gente per lo palazzo e d'attorno erano andati a dormire; ed egli disse loro: «Io voglio ire a provare d'avere un altro barlotto di vino» ; e loro allegri. Ed egli andò e recò pieno il barlotto del vino aloppiato; ed eglino bevvono tanto, che come porci in terra s'addormentarono. Quando Acail gli vidde tutti dormire, subito n'andò a Fegra; ed ella gli diede le chiavi. Ed egli, tornato alla prigione, ne cavò Riccieri, e menollo a Fegra, ed ella l'armò delle migliori arme ch'ella potè, e armò anche il caro famiglio; e piangendo abracciò Riccieri, e scusavasi dicendogli non avere saputo niente della sua presura; e apresso disse: « O signore mio, vattene con Acail, e di me non ti curare; imperò che io ne verrei molto volentieri con teco; ma io dubito che io non fussi cagione di fare perire voi e me per la grande gente che sono per lo paese, che vanno drieto al mio fratello. Io darò scusa che Acail t'abbia campato. E pregoti che tu ti ricordi di me, che per te mi metto a pericolo della morte». Allora Riccieri l'abracciò e baciolla, e altro peccato non vi fu; e giurolle sopra la fede di cavalleria di non torrè mai altra donna che lei, promettendo che, finita la guerra da Roma, che egli tornerebbe per lei. Ed ella aveva fatto fare lettere di famigliaritá da passare per gli paesi, e dettele loro lagrimando. Si partirono Riccieri e 'l famiglio, e andarono alla stalla dov'era usato il famiglio, e per parte di Fegra tolse due cavalli, e uscirono della cittá, che erano le porte aperte per la gente che andava e veniva dal porto; e sempre entrava gente in mare che andava drieto al re. E questo fatto che Riccieri uscí di prigione, fu tre notti e due di drieto alla partita del re; e però v'era ancora gente che andava drieto. E giunti in porto, tolsono una nave, e pagarono alquanto più che la ragione, e con molta altra gente navicarono. E quella nave gli puose in Cicilia alla cittá e porto di Trapani; e ivi stettono due dí. E poi entrarono in una nave che andava in Provenza, la quale nave infra molti giorni, o per vento o per grande mare, gli puose, come a Dio piacque, alle spiagge d'Italia. E spesse volte si lamentava Riccieri fra sé medesimo che egli non era a Roma, temendo che la battaglia non fosse fatta. La cittá dov'egli prese terra si chiamava Alfea; e giunti a questa cittá, presono tre giorni riposo; e la nave era andata al suo viaggio. Per mezzo a questa cittá correva uno fiume che aveva nome Amino: questa cittá fu poi chiamata Pisa. E molto piacque questa cittá a Riccieri e al compagno suo.

Capitolo LI.

Come Folicardo, signore di Marmora, cioè di Verona, con grande gente

giunse in sul contado d'Alfea, e 'l popolo gli andò contro pel danno

ch'egli faceva: e Riccieri s'armò con loro.

Stando Riccieri a vedere la città d'Alfea, cercando in che modo potesse andare a Roma, e non si palesava a persona, intervenne, come piacque a Dio, che uno capitano, signore d'una città di Lombardia, che aveva nome Folicardo (la cittá sua si chiamava Marmora, oggi si chiama Verona, e apresso a questa teneva molte altre cittá), questo Folicardo, richiesto da Danebruno e dagli altri infedeli che andasse a Roma contro a Gostantino, s'era mosso di Lombardia con quindici migliaia di saraini, e andava verso Roma; e passò le montagne verso Luni, e giunto in sul terreno d'Alfea, la sua gente cominciarono a rubare e a fare gran danno. Il romore venne alla cittá; e per questo tutta la cittá corse all'arme; e levato tutto il popolo a romore, uscivano della terra per andare a combattere con questi Marmori. Vedendo Riccieri questo romore, domandò certi della cagione; e fugli detto come uno capitano di Marmora passava, e il danno ch'egli faceva. Disse Riccieri: « Come ha nome quello capitano?». Fugli detto: «Ha nome Folicardo, ed è uno fiero uomo». Alcuno cittadino disse: «Voi ci parete uno gentile uomo e d'assai in fatti d'arme. Piacciavi di pigliare arme in aiuto di questa città e per gli iddei voi ne sarete meritato e onorato, e verretene in grande fama e pregio ». Per queste parole Riccieri s'armò, egli e 'l famiglio, e con certi onorevoli cittadini d'Alfea uscí fuori della cittá drieto al popolo, che su per la riva d'Arno n'andavano. E a pie' d'uno monte di lá dal fiume Arno, verso Luni, era accampata la gente di Folicardo, signora di Marmora e di Vicenzia e di Patuffia e di Trevi e di Carmona e di Mantova e di Brescia e di molte altre cittá, ed era mortale nimico di Gostantino. Nel tempo di costui era una città in sul mare Adriano molto bella, detta Malamoco, la quale ebbe principio da Antenore troiano, il quale tradí Troia la grande.

Capitolo LII.

Come Riccieri combattè con Folicardo; e conosciuto Riccieri, si battezzò,

e battezzossi tutta sua gente, e cosí quelli d'Alfea; e arrenderonsi

di loro volontà a Gostantino.

Quando il popolo degli Alfei giunsono apresso a' nimici, si levò grande romore nel campo. Folicardo s'armò con la sua gente, e cominciossi grande battaglia; e da ogni parte molta gente moriva. Ma quando Folicardo entrò nella battaglia, fue tanta la sua fierezza, che tutti gli Alfei cominciorono a fuggire per modo, che il padre non aspettava il figliuolo, né il figliuolo el padre. Quando Riccieri giunse, cominciò a confortare gli Alfei; e rivolto una parte d'armati, entrò con loro nella battaglia, nella quale molti nimici missono a morte e molti d'Alfea furono riscossi. Per questo gli Alfei ripresono cuore per la virtù di Riccieri, e cominciorono a gridare: «Viva il cavaliere novello!» Veggendo Folicardo la sua gente dare le spalle e quasi impaurita, dimandò della cagione, e fugli detto: «Egli è giunto nella battaglia uno cavaliere dal lato degli Alfei, che a' suoi colpi non ha riparo. Per lui gli Alfei sono tutti rinforzati ». Allora Folicardo fece sonare a raccolta, e raccoglieva tutta sua gente alle bandiere. Quando Riccieri udì sonare a raccolta, fece sonare ancora a raccolta agli Alfei, e tutti gli Alfei fece ristrignere insieme alle loro bandiere; e molto gli confortò che non avessino paura; e chiamato Acail (ma allora si faceva chiamare Rasinon per nonn'essere conosciuto), Riccieri lo fece capitano degli Alfei tanto che ritornasse a loro; e poi si mosse e venne verso la gente di Folicardo. E quando e' cava lieri lo viddono, dissono a Folicardo: «Questo è quello cavaliere che ha racquistato il campo degli Alfei». Allora si mosse Folicardo con una lancia in mano e corse verso Riccieri; e come Riccieri lo vidde, venne verso lui con un'altra lancia in mano. Essendo presso l'uno all'altro, disse Folicardo : «O franco cavaliere, inanzi che noi combattiamo, ti priego ti sia di piacere di dire il tuo nome». Disse Riccieri: «Io mi fo chiamare il cavaliere nero». Disse Folicardo: «Il tuo meglio sarebbe di venire con meco a Roma, dove saranno onorati i franchi cavalieri dal re Danebruno». Disse Riccieri: « Non perdiamo tempo in parlare: piglia del campo»: e disfidarono l'uno l'altro. Folicardo volse il cavallo e tornò alla sua gente, e fecegli tirare a drieto, con comandamento che, per questo solo cavaliere, nessuno fosse ardito di dargli aiuto; e poi si volse, e pose sua lancia in resta. E l'uno percosse l'altro aspramente, e il cavallo di Riccieri fu per cadere; ma quello di Folicardo cadde per terra per la grande percossa che ricevette, e nel cadere Folicardo subito saltò fuori dell'arcione. Le lancie si spezzarono amendue. Folicardo, tratta la spada, voleva tagliare la testa al suo propio cavallo, perché era caduto. Disse Riccieri: «O cavaliere, non fare; però ch' io ho bene veduto che tu non sei per tua viltà caduto; ma colla spada in mano si vedrà di chi dea essere la vittoria, e a offendere il cavallo sarebbe riputato villania». E ismontò da cavallo e cominciorono asprissima battaglia, per modo che da ogni parte era ne' campi grande paura: ognuno considerava, se il suo perdesse, d'essere perditore. E fatto il primo e 'l secondo assalto, e cominciato il terzo, essendo ognuno molto affannato, Folicardo aveva il piggiore della battaglia, e grande maraviglia si faceva chi potesse essere costui. E combattendo, udì che Riccieri diceva alcuna volta: «O vero Iddio, non abbandonare il servo tuo». Allora Folicardo, conoscendo avere il peggiore della battaglia, disse: «O franco cavaliere, io ti priego per la virtù del tuo Iddio che tu mi dica chi tu se', acciò ch'io sappia per le cui mani io sono vinto». Quando Riccieri l'udì, disse: «O Folicardo, per lo Iddio che m'hai scongiurato, m'è forza di dirti il mio nome; ma io t'avviso che per questo ti converrà morire. Sappi ch'io sono Riccieri, primo paladino di Francia; e però ti converrà morire, che qui nonn'è tempo di battesimo». Sentito Folicardo ch'egli era Riccieri, disse: «O franco cavaliere, nonn'è a me bisogno di combattere contro a colui in cui Iddio e' cieli hanno messo la possanza delle battaglie, e vogliomi arrendere a te e battezzarmi a quello Iddio a cui crede Gostantino e Fiovo e tu ». E presa la spada per la punta, s'inginocchiò e arrendessi a Riccieri, e disse: «O Riccieri, io priego la tua nobiltà e gentilezza che per lo sagramento che io ho fatto a certi gentili uomini che sono con meco, che tu sanza fare battaglia con loro dia loro licenzia». E cosí Riccieri l'accettò; ma egli gli fe' giurare di non lo appalesare a quelli d'Alfea, e cosí lo menò nel campo degli Alfei, e' quali volevano andare a dosso all'altra sua gente; ma Riccieri non volle, e fu ubidito. E mandò a dire alla gente di Folicardo che non avessino temenza; e comandò agli Alfei che non gli offendessino; e tutta la gente d'Alfea si volse con vettoria alla cittá, entrando con grande festa nella terra. Non si potè sapere come fu palese, entrando nella cittá, che questo era Riccieri primo paladino: per questo d'accordo parve una boce da cielo, che di concordia cominciorono a gridare: «Viva Riccieri!». Ed egli comandò che gridassino: «Viva Gostantino imperadore!»: e cosí ferono. E battezzoronsi tutti li cittadini, e in poco tempo tutto il paese; e battezzossi Folicardo e la maggiore parte della sua gente; e chi non si volle battezzare della gente di Folicardo, furono licenziati e tornaronsi indrieto; ma quelli d'Alfea, chi non si voleva battezzare, erano morti dai loro medesimi: e in poco tempo gli Alfei feciono battezzare tutti e' loro sottoposti. E fu Alfea molto utile allo stato di Gostantino, ed era camera e ricetto della gente di Gostantino e dello imperio di Roma; e però fu sempre chiamata negli ordini imperiali camera d'imperio e pesatore delle ricchezze di Roma. Però perdè il nome d'Alfea e fu chiamata Peso, cioè pesatore delle ricchezze e omaggi imperiali di Roma; e dal nome di Peso è venuto ch'ella ène chiamata Pisa; ma il suo propio nome è Alfea o Peso.

Capitolo LIII.

Come Riccieri e Folicardo diliberorono d'andare a Roma, e partironsi da Pisa;

e come Fiorello e Fiore, figliuoli di Fiovo, passarono per Toscana;

e come si seppe a Roma che Riccieri era in prigione in Barberia.

Battezzati quegli d'Alfea, e Riccieri s'avea posto grande amore con Folicardo, e come frategli s'amavano; e udirono come a Roma non s'era ancora combattuto. Diliberarono d'andare a Roma in aiuto di Gostantino e a Fiovo; e parlato co' maggiori d'Alfea, ebbono dagli Alfei dumila cavalieri; e quelli che s'erano convertiti della gente di Folicardo erano semila cavalieri; sí che si partirono d'Alfea con ottomila cavalieri di buona gente, e presono loro cammino verso Roma, andando con buone guide e assentitamente.

Tre giorni poi che furono partiti d'Alfea, passò per Toscana Fiorello e Fiore, che venivano di Francia con venticinque migliaia di cavalieri: questi erano e' figliuoli di Fiovo, e avevano con loro molti valenti giovani. Ed era giunto a Roma uno nipote del re di Buemmia, chiamato Coronto, con diecimila cavalieri; ed eravi giunto uno figliuolo d'Attarante, assai giovinetto, chiamato Manuello, con cinquemila; ed eravi venuto Gualtieri di Baviera, fratello minore del franco Riccardo, con ottomila cavalieri e con molti altri baroni cristiani e molta gente. In questo tempo Gostantino e Fiovo e Giambarone e tutti e' signori cristiani avevano molto cerco e fatto cercare del paladino Riccieri; e non potendo sapere di lui novella, stavano assai dolorosi. E in questo seppono come grande moltitudine di gente era giunta nel campo de' saraini, e 'l pensiero di Fiovo era ch'e' saraini avessino fatto uccidere Riccieri in qualche modo a tradimento; e maggiore era il dolore di Giambarone che d'altra persona. Istando in questo dolore, e Danebruno seppe da Achirro, re di Barberia, come Riccieri era in prigione a Tunizi di Barberia, e da Basirocco e dagli altri che l'avevano veduto. Fu tanta l'allegrezza, che subito, chiamato uno trombetto, lo mandò a disfidare Gostantino, minacciando da parte di Basirocco di farlo mangiare a' cani lui e Fiovo e Riccieri, il quale avevano in prigione a Tunizi di Barberia. E il messo venne a Roma, e disfidò l'imperadore sonando la trombetta, e fece l'ambasciata. Di Riccieri vi fu grande dolore. Fiovo, come disperato, diliberò dare la battaglia, come il termine fosse passato, perché nella triegua si conteneva che si isfidassino quindici giorni inanzi. E in questi quindici giorni diedono ordine alla battaglia, e' cavalieri apparecchiarono arme e cavagli.

Capitolo LIV.

Come l'una parte e l'altra ordinarono le schiere per combattere.

Fiovo uscì la sedecima mattina con tre ordinate schiere. La prima condusse Giambarone e Coronto di Buemmia e Manuello di Storlich, figliuolo d'Attarante; questa schiera furono trentamila di buoni combattitori, la maggiore parte Alamanni. La seconda condusse Salardo di Brettagna e Gualtieri di Baviera e molti signori ch'erano venuti di Francia: questa schiera furono quarantamila, tutti Franzesi e tramontani di verso Francia e Inghilesi. La terza condusse lo re d'Inghilterra e 'l re di Buemmia: questa schiera furono quarantamila, mischiati Inghilesi, Buemmi e Franciosi e Romani. E ordinò Fiovo che Gostantino non uscisse di Roma, ma con tutti e' Romani attendesse alla guardia della cittá; e con queste schiere uscirono di Roma. Fiovo non volle schiera, ma ordinò Oro e fiamma nella terza schiera. Come s'aviddono e' saraini de' cristiani, si feciono incontro alla battaglia con le schiere ordinate. La prima schiera de' saraini condusse Balante e Galerano e Balugante, loro cugino, e il re Achirro di Barberia e Minapal lo Moro e Aliachin di Granata: questa schiera furono cinquantamila. La seconda schiera condusse Basirocco lo Turco e Giliarton di Bellamarina e Acimenio di Damasco e Pirrafo di Grecia e Anfimenio suo fratello: questa schiera furono cinquanta mila. La terza condusse Fieramonte di Caldea e il re Anfineo d'Arabia Felice e il re Orcupon di Sabea e Parsineo di Mespotamia e il re Aliarbon di Tospidia e il re Erminion di Panfilia: questa schiera furono centomila, e tenevano grande paese verso la Toscana. La quarta con tutto il resto rimase a campo fermo col re Danebruno e con Manabor, suo fratello, e con loro erano molti signori, tra' quali v'era Giliarco di Media e l'amostante di Persia e Rubinetto di Ruscia e Canador d'Ungheria e l'arcalifife e Giliante di Cimbrea e molti altri re, signori, duchi e conti.

Capitolo LV.

Come la battaglia si cominciò, nella quale dopo molti avvenimenti

della battaglia Fiovo uccise Achirro, re di Barberia.

Già erano le schiere apressate l'una all'altra, quando e' capitani feciono segno della battaglia, e le boci e gli stormenti a uno tratto si sentirono. Non si potrebbe per nessuno corpo umano dire l'abattere de' cavagli e de' cavalieri e de' morti e de' feriti e de' calpestati, che durava due grandi balestrate lo scontro della battaglia a traverso. E mentre che la battaglia era cosí crudele, s'aboccò Giambarone col re Balante, e cominciorono insieme grande battaglia; ma e' fu tanta la moltitudine de' combattitori, che non poterono finire la loro battaglia. E tanto francamente combatteva Manuello e Coronto e Giambarone, che i saraini perdevano el campo; e già gli volgevano per forza d'arme, se non fosse Basirocco, che giunse con la sua schiera, crudelmente opprimendo e offendendo i cristiani, in tanto che gli mettevano in fuga. Ma Fiovo, che non aveva schiera, entrò nella battaglia, e sonò uno corno, e isgridando e' cavalieri, entrò nella battaglia uccidendo aspramente i nimici. In questo punto percosse alla battaglia Salardo in due parti con la sua schiera, e racquistando molto del campo. Ahi quanti morti cadevano insanguinando la calpestata terra! E molte volte e' saraini avevano sospinto indrieto e' cristiani, e i cristiani loro. Ora inanzi, ora indrieto andavano le schiere per la calcata da ogni parte: ed era durata questa battaglia dal principio del giorno insino a mezzo il giorno, quando lo re Fieramonte di Caldea con cinque re e con centomila entrò nella battaglia, da tre parti assalendo e' cristiani. Oh quante povere madre perdevano i loro figliuoli! Oh quante donne rimanevano vedove! Questa gente teneva la loro battaglia due miglia. Allora furono costretti per forza d'arme a volgere le reni. Egli era nella battaglia Fieramonte, Anfineo, Orcupon, Parsineo, Aliarbon, Erminion, Basirocco, Achirro, Minapal, Aliachin, Giliarton, Arcimenio, Balante, Galerano, Balugante e tanti re e dugento migliaia. Che poteva fare Fiovo, Giambarone, Salardo, Manuello, Coronto e Gualtieri, bene adoperando? Fiovo vide uno re di corona, che molto danneggiava e' cristiani: questo era Achirro, re di Tunizi di Barberia. Fiovo colla spada in mano l'assali, ed egli si volse a lui fiera mente, e tre aspri colpi si donarono. Questo barbero gridò: «O cane cristiano, com' io presi Riccieri con le mie mani, cosí piglierò te; e te con lui farò mangiare a' cani». Quando Fiovo udì il suo parlare, gridò verso il cielo: «O Iddio, dammi tanta virtù che questo cane traditore non si possa vantare d'avere preso il più franco cavaliere del mondo; ma se egli lo prese, lo prese a dormire ignudo». E venne tanta ira a Fiovo, che, raccomandatosi a Dio, si gittò lo scudo dopo le spalle, e a due mani prese la spada, e corse sopra al re Achirro, e diegli si grande il colpo in su 'l capo, che lo partí insino al petto, e gridò: «Unqua mai, can traditore, tu non vedrai mangiare il corpo di Riccieri ai cani!». E i cristiani per la morte di questo re presono ardire, e per la franchezza di Fiovo, e volsonsi alla battaglia; ma e' sopradetti re con Basirocco facevano per forza perdere il campo a' cristiani, e' quali insino all'ultima schiera si convennono radurre, e da ogni parte si serravano insieme più difendendosi che di pari battaglia. E la calca e la pressa de' saraini ch'erano di nuovo venuti era grande; e quasi tutto il campo degli infedeli traeva a dosso a' cristiani, che intorno alle porte di Roma s'erano ristretti, tutte le schiere in una; e questa battaglia era più di sopra da Roma in su 'l Tevero, che al pari della cittá.

Capitolo LVI.

Come Riccieri e Folicardo giunsono nel disordinato campo di Danebruno ;

il perché rifrancorono el campo de'cristiani.

Mentre che questa battaglia in danno e in vergogna de' cristiani si faceva, e' saraini non dubitando d'altra gente, essendo quasi ora di vespro, giunse per la pianura detta la Suvereta, verso la marina di verso Toscana, giunse una schiera di cavalieri sotto uno stendardo. Stretti e serrati insieme, venivano di gualoppo con le lance in mano e con gli elmetti in testa, e non facevano motto, e non davano noia a persona. Quelli del campo di Danebruno si maravigliavano di costoro, perché eglino avevano le bandiere di Folicardo; e quando giunsono presso a Roma a mezza lega, quivi era un poco di poggio rilevato, e quindi viddono la pianura verso Roma e verso il Tevero dal lato di sopra, ed erano in mezzo de' saraini. E vedendo la battaglia, disse Riccieri a Folicardo: «Che vogliamo noi fare?» Disse Folicardo: «E che stiamo noi a vedere? Diamo nella battaglia». E misse uno grido. Co' più pressimani fu cominciata la zuffa, e uno gridò: « Viva Gostantino!» Questa poca brigata spaventò tutta l'oste; e eglino calarono quello poco del poggio, ed erano ottomila cavalieri. E non vi fu chi a loro si rivolgesse; eglino gittavano per terra pennoni e bandiere. Eglino anda vano tutti serrati insieme, e furono veduti dalle mura di Roma. Una boce si levò: « Soccorso, soccorso di Francia!» Allora e' Brettoni sotto il valente Salardo, rincorati, si cacciarono nella battaglia; e' Franciosi, Sansoni e Provini presono tanta baldanza, che e' nimici non potevano sostenere. E riacquistando molto del perduto campo, Salardo entrò tanto inanzi, ch'e' Brettoni s'aggiunsono co' cavalieri di Riccieri, gridando: «Mongioia! Gostantino!» Salardo cominciò a domandare alcuno che gente eglino erano, e nessuno non gli rispondea; onde quasi combattea con sospetto. Ed egli vidde passare uno cavaliere poco dinanzi o vero di lungi da sé, e con la spada in mano scontrò uno re, chiamato Minapal della Morea, e partigli il capo infino al collo; e questo fu Riccieri; e viddegli gittare per terra certi altri cavalieri. Allora giunse Folicardo sopra a Salardo, e viddelo combattere co' saraini. Fermossi contro a lui, e domandollo chi egli era. Rispose: «Io sono Salardo di Brettagna.» Disse Folicardo: «O cristiani, combattete francamente, che quello cavaliere che passa oltre inanzi a me è Riccieri paladino che è uscito di prigione; e io sono Folicardo di Marmora, che sono battezzato, e abbiamo fatto battezzare Alfea». E detto questo, entrò nella battaglia. Allora Salardo, tutto allegro, corse inverso le bandiere gridando: «Riccieri è tornato; combattete sanza paura!». E trovato Fiovo, gli disse come Folicardo gli avea detto. Per questa novella si confortò tutto il campo de' cristiani, e con grande ardimento assalirono e' nimici. E aboccossi Folicardo con Basirocco; e combattendo insieme con le spade in mano, vi giunse Fiovo, e parvegli che Folicardo avesse il peggiore. Fiovo lo soccorse; e Basirocco era a mal partito, se non fosse Anfineo d'Arabia e Pirrafo di Grecia che lo soccorsono; e questi tre contro a loro due aspramente offendevano. Ancora giunse loro a dosso Giliante di Cimbrea che pure allora entrava nella battaglia; ed erano Fiovo e Folicardo a pericolo di morte, se non fusse che in quella parte si volse il paladino Riccieri; e conosciuto Fiovo e Folicardo, si cacciò nella zuffa con loro. E il primo che egli percosse fu Anfineo d'Arabia, e diegli uno grande colpo in su l'elmo, e tramortito l'abatté da cavallo; e quivi fu grande forza di saraini, e rimissonlo a cavallo. Ma Riccieri si volse a Pirrafo di Grecia, e tutta la spalla manca col braccio e con lo scudo gli tagliò: e benché si partissi di questa zuffa, non giunse a' padiglioni, che cadde morto. Per questi due, l'uno abattuto e l'altro morto, furono liberi; e la notte cominciava apparire, sí che fu cagione che la battaglia si partisse. E l'uno e l'altro campo si radusse alle sue bandiere; gli stormenti a raccolta sonando, fue fatto grande allegrezza a Riccieri e grande festa della sua tornata, intanto che, essendo detto a Gostantino, per vederlo venne fuori della cittá. E 'l padre piagneva d'allegrezza. Essendo la sera, e' combattitori credettono tornare drento a Roma; ma Riccieri disse a Gostantino e a Fiovo che a lui pareva segno di paura. Per questo andò la grida che solamente e' feriti, e non altri, entrassino nella cittá; e fu recata tanta vettuvaglia nel campo, che d'ogni sustanza vi fu abbondantemente dovizia. E Riccieri fu man dato a fare l'anteguardia con tutti Italiani che in quello giorno non avevano combattuto; e tutta notte stettono la maggiore parte armati, e cento volte la notte si gridava: « All'arme! all'arme! » e' capitani attorno provedendo, ognuno col suo cavallo a mano, cosí e' signori come e' cavalieri e scudieri.

Capitolo LVII.

L'ordine delle schiere e la battaglia dell'altro dí seguente, dove fu ferito

Folicardo aspramente; e come Riccieri uccise el re Manabor.

Il campo de' saraini radotti alle bandiere, si trovarono avere grande perdita ricevuta e perduti tre re di corona, ciò fu Achirro di Barberia e Minapal lo Moro e Pirrafo di Grecia; e ancora pareva loro peggio della novella di Riccieri che era fuori di pregione. E già era la fama palese per tutta l'oste come Alfea s'era data a Gostantino, e come Folicardo s'era battezzato. Per questo furono ordinate le schiere. La prima fu data a Basirocco e a Anfimenio e a Giliarton e a Arcimenio e Aliachin con cinquantamila: la seconda al re Manabor e a Fieramonte e ad Anfineo e ad Orcupon e a Parsineo e ad Aliarbon e ad Erminion di Panfilia; questa furono cinquantamila: la terza fu data all'amostante e a Rubinetto e a Canador e a Giliante, e questa furono centomila: la quarta con tutto il resto fu di Danebruno e di Giliarco e Balante e Galerano e Balugante. E ognuno in quella notte andò con la sua schiera dove meglio pareva loro d'offendere e' cristiani e difendere e' saraini. E i cristiani ordinarono le loro schiere. La prima ebbe Riccieri e Gualtieri e Manuello con ventimila: la seconda condusse Folicardo e Coronto di Buemmia e Salardo con trentamila: la terza condusse Fiovo e Giambarone con Oro e fiamma, la quale tenneno in mezzo della schiera; in questa schiera furono ventimila: la quarta e ultima con tutto il resto condusse il re d'Inghilterra e 'l re di Buemmia. E ordinò Fiovo Gostantino a guardia della cittá e apparecchiare gente, se bisognasse.

Come la mattina fu apparita, si fece inanzi il valente Riccieri con la sua schiera. Levato il grido, furono diecimila lance da ogni parte in resta. Riccieri e Basirocco si percossono delle lance, e poco vantaggio vi fu; rotte le lance, entrarono nella battaglia con le spade in mano. E Manuello, figliuolo d'Attarante, passò con la sua lancia il re di Bellamarina, detto Giliarton, e morto lo gittò da cavallo. E Gualtieri di Baviera uccise uno ammiralio; ma Anfineo cacciò per terra Gualtieri e 'l cavallo. E levatosi grande romore, molto s'affaticavano e' saraini di farlo morire, se non fosse che Riccieri alle grida si volse, e in quella parte soccorse; e nella giunta uccise Aliachin di Granata, e diede il suo cavallo a Gualtieri. Per la morte di questi due re convennono e' saraini abbandonare il campo. Basirocco soccorse alle bandiere, e Arcimenio e Anfimenio. In questa punga soccorse la schiera di Manabor, e assaliva da due parte e' cristiani; ma Riccieri alquanto ristrinse la sua schiera. Allora si mosse Basirocco, e colla spada in mano s'urtò con Riccieri; ma egli fu tanta la moltitudine, che furono spartiti. E come si partí l'uno dall'altro, giunse Folicardo con una lancia in resta, e percosse Basirocco, e cacciò per terra lui e 'l cavallo, e passò via tra l'altra gente. Allora rimontò Basirocco a cavallo con grande superbia; e tanto seguitò Folicardo, che lo vide nel mezzo delle schiere. Prese una lancia, ed a traverso l'andò a ferire credendolo mettere a morte; nondimeno crudelmente ferito l'abatté da cavallo, e ognuno credette ch'egli fussi morto. E di poco partito Basirocco, la battaglia era in questa parte fatta per Marmori cavalieri, sicché e' pagani non poteano ispogliare el corpo di Folicardo, né e' cristiani nollo potevano riavere. Allora giunse combattendo in questa parte Riccieri; e veduto el corpo di Folicardo, fece per forza fare piazza, e ismontò, e trassegli el troncone del fianco, e gittosselo dinanzi all'arcione, e per forza nel portò egli propio infino a Roma. E quando lo portava, si risentí; e Riccieri lo fe' medicare, credendo al tutto che fusse morto, e lasciollo a' medici, e furioso e pieno d'ira tornò alla battaglia, promettendo di farne aspra vendetta. Trovò il campo molto isbarattato per la morte di Folicardo e per la partenza di Riccieri. Credendo che Folicardo fussi morto, Riccieri entrò nella battaglia, rifrancando el campo. Lo re Manabor aveva colla sua schiera messi tutti e' cristiani in fuga. Salardo e Coronto molto s'affaticavano, e Gualtieri e Manuello; ma niente potevano alla grande gente e alla forza di Basirocco e di Manabor e di tanti re. In questa battaglia fu morto Coronto di Buemmia; ma Riccien uccise lo re Aliarbon di Tospidia. E ancora entrò nella battaglia Fiovo e Giambarone colla sua schiera, e 'l romore si levò grande, gridando : «Guarda, guarda Oro e fiamma!». Ora si cominciò la grande battaglia. Manabor e Basirocco erano quegli che sostenevano e' saraini: bench'e' fussino molto più, e' cavalieri cristiani meno, ma e' cristiani avevano ripreso tra per la forza di Fiovo e per la forza di Riccieri grande speranza di vettoria. Allora, sendo la puntaglia da ogni parte avviluppata, Fiovo s'aboccò col re Fieramonte di Caldea, e molti colpi feciono; ma Fiovo l'abracciò e cavògli l'elmo; e non si volendo arrendere, gli levò la testa dallo 'mbusto. El franco Riccieri vidde lo re Manabor, che colla spada in mano partí per lo mezzo la testa a Gualtieri di Baviera. Quando Riccieri vidde cadere morto Gualtieri, acceso d'ira, prese a due mani la spada, e cacciossi nella calcata torma de' nimici, dove molti colpi di lancia e di spada gli furono dati; ma per forza del cavallo e della sua persona giunse alle mani con Manabor, e certi colpi si diedono. Alla fine Riccieri gli tagliò la faccia a traverso, e gittollo morto tra' piedi de' cavalli. Per la sua morte molto spaventarono e' saraini, e' cristiani ripresono ardire: ma 'l giorno partí la battaglia, e l'uno e l'altro campo si tirorono indrieto.

Capitolo LVIII.

Come si combattè il terzo giorno, finita la tregua, cioè la terza battaglia

che fu da poi, nella quale morí quasi tutti e' signori ; e come, dopo

molti avvenimenti della fortuna, e' cristiani ebbono vettoria.

La notte l'uno e l'altro campo stette con gran paura, ognuno armato; e' saraini non potevano sapere come la battaglia fusse andata: ognuno rinforzava le sue schiere. Tutta la notte non si ristette l'uno e l'altro campo di gridare; e quando apparí l'alba, apportatore delle novelle del sole, e' franchi e animosi cavalieri rendevano grazie al sole dicendo: «Ora non si combatterà più col freddo e colle tenebre, ma combatterassi coll'arme». E da tre parti si cominciò la mattina la battaglia. Dal lato del poggio verso la marina si fece Fiovo; e nel mezzo toccò a Riccieri; dal lato di sopra al re d'Inghilterra e al re di Buemmia; e con Fiovo, Salardo e Giambarone; con Riccieri andò Manuello, figliuolo d'Attarante. Contro a Fiovo venne Basirocco co' Turchi; e contro a Giambarone Basirocco passò inanzi, e percosse Giambarone, ed egli percosse lui. E' cavagli s'urtarono e furono per cadere; e rotte le lance, trassono le spade, e nella calcata battaglia si raffrontarono; e fatti molti colpi, s'abracciorono pure a cavallo. Basirocco gli trasse l'elmo per forza, e quivi l'uccise; e cosí mori el franco Giambarone. Apresso abatté Salardo ferito da cavallo. Fiovo in questa parte francamente difendeva; e tanta era la moltitudine, ch'egli non poteva racquistare Salardo per la forza di Basirocco e d'Anfimenio e d'Arcimenio; ed ancora vi giunse Giliarco di Media. Fiovo, attestato con Arcimenio di Domasco, gli partí la corona e l'elmo e 'l capo in due parti. Per questo un poco sarebbono rifrancati e' cristiani; ma quivi giunse l'amostante di Persia e Rubinetto di Ruscia. Allora, o volessi Fiovo o non, convenne abbandonare Salardo. Riccieri in questo mezzo percosse nella battaglia in quella parte che a lui toccò; e contro a lui si fece Canador d'Ungheria e 'l re Anfineo d'Arabia e l'arcalif e 'l re Orcupon di Sabea. Riccieri nella prima giunta uccise el re Anfineo d'Arabia, e Manuello uccise l'arcalif; ma il re Canador passò Manuello colla spada per lo fianco, e morto lo gittò a terra del cavallo. Quando Riccieri vide cadere a terra Manuello, tutto acceso d'ira, e' gittossi lo scudo dopo le spalle, e assalí lo re Canador, e diegli sí grande il colpo, che lo dimezzò insino alla cintura. E per la morte di questi re tutta questa parte di campo era in fuga; quando giunsono molti cavalieri correndo, e fu annunziato a Riccieri la morte di Giambarone e 'l pericolo di Salardo e la perdita di Fiovo. Riccieri aggiunse l'una ira sopra all'altra; e forse con cento cavalieri con seco, corse verso la parte dove combatteva Fiovo; e giunto in questa parte, tutti e' cristiani ripresono ardire, e ricominciarono aspra battaglia. L'uno sopra l'altro traboccava e cavalieri e cavagli. Non si vide mai tanta tempesta né tanta mortalità di gente. In questa battaglia fu gittato Salardo per gli urti tra' piedi de' cavagli, e mille cavagli per dosso gli passarono. Riccieri nella calcata zuffa venne alle mani col re Giliarco di Media, e d'una punta di spada l'uccise. E' cristiani, sendo co' cavagli sopra a Salardo ch'era tra' corpi morti, l'udirono gridare, e fu rimesso sopra al cavallo di Giliarco; e Fiovo in questa parte fiera battaglia commetteva. Riccieri trovò el corpo di Giambarone suo padre; e trattolo dagli altri corpi morti, insino alle bandiere diretane lo portò, e fello portare drento da Roma; e poi dimandò e' cavalieri se sapevano chi era quello ch'aveva morto Giambarone suo padre. Nessuno nollo sapeva; ma uno alamanno gli disse: «Signore, e' porta propio la 'nsegna che portava colui ch'uccise el mio signore Attarante, el quale voi vendicasti». Subito Riccieri l'ebbe inteso, e disse: «Costui fu Basirocco». Egli l'aveva conosciuto in Barberia. E mutato Riccieri uno vantaggiato cavallo, ritornò furioso nella battaglia, nella quale entrò più con furia che con senno; e nella giunta uccise Erminion di Panfilia.

In questo mezzo fu portato el corpo di Giambarone in Roma. Quando Folicardo, ch'era fedito, udì che Giambarone era morto, a furia si fe' armare; e cosí ferito, montò a cavallo, e uscí di Roma con una lancia in mano, e corse verso quella parte dove udì ch'era el paladino Riccieri, e cacciossi nella battaglia, aterrando e uccidendo saraini. E nella giunta, colla lancia in mano passò a Giliante di Cimbrea la destra spalla, per modo che non potè più combattere, e andossene insino alle nave, e abbandonò la battaglia. Fiovo s'aboccò con Rubinetto di Ruscia, e grande battaglia cominciorono insieme; e per la forza di ciascuno tutti gli scudi si tagliarono. Alla fine Fiovo pose la spada in sulla resta, e spronò el cavallo, e passollo insino dall'altra parte più che mezza spada, e morto lo gittò a terra. Allora furono costretti tutti in questa parte a dare le spalle. Quando Basirocco vide in quella parte la sua gente fuggire, corse in quella parte confortando e' cavalieri alla battaglia; e veduto Riccieri nella battaglia, prese una lancia e corselo a ferire. Riccieri se n'avvide, e con un'altra lancia gli venne incontro, e feciono due diversi colpi; ma Basirocco diede nel petto del cavallo di Riccieri colla lancia, e subito morí; ma Riccieri abattè lui a terra del cavallo. E combattendo a pie' in mezzo a tanta moltitudine, s'abracciarono, e Basirocco cadde di sotto, e Riccieri gli cavò l'elmo di testa, e col coltello l'uccise; e poi gli tagliò la testa per vendetta del padre, e tolse el cavallo di Basirocco, e 'n su quello montò. E fu per lo campo manifesto come Basirocco era morto; onde e'cristiani combattevano sanza paura, e gridavano: «Ora è morto el nostro ucciditore nimico Basirocco!». Per la cui morte i nimici ispaventati cominciarono a' bbandonare el campo. E anche aggiunse loro maggiore paura una bandiera che si vide apparire per la pianura della marina; e questa era la schiera de' figliuoli di Fiovo, ciò fu Fiorello e Fiore, che venivano di Francia. E come giunsono nel campo de' saraini, cominciarono grande battaglia; onde missono grande paura ne' saraini e grande rifrancamento ne' cristiani, per modo che tutti rientravano nella battaglia. Riccieri, veggendo fuggire gl'inimici, gli seguiva aspramente; e seguendogli, vide le bandiere di Francia; onde egli s'accostò a loro, e udì gridare: « Mongioia santa! Viva Gostantino!» Riccieri si maravigliò; ma scontrato Fiorello nella battaglia, ch'era il maggiore, dimandò: «O franco cavaliere che per noi combatti, per la fede di Cristo io ti priego che tu mi dica el tuo nome». Rispose: «Io sono Fiorello, figliuolo di Fiovo, re di Franza». Egli parlò poche parole, che Riccieri lo riconobbe; e come Fiorello gli ebbe detto el suo nome, dimandò lui: «Chi se' tu, cavaliere, che m'hai addimandato?» Disse Riccieri: «Io sono vostro vassallo, Riccieri, figliuolo di Giambarone ». Disse Fiorello: «O carissimo fratello, la fama del tuo nome risprende già per tutto 'l mondo. Or qui non è tempo da fare festa; ma facciamo festa colle nostre spade uccidendo questi cani saraini; e poi, vinta la battaglia, sarà la festa doppia». E cacciaronsi nella battaglia. Incontro a questa brigata s'era mosso Danebruno e Balante e Galerano e Balugante; e correndo costoro alla battaglia, Riccieri vidde el valente Folicardo nella battaglia. Egli si maravigliò, e lodò Iddio, e corse a lui, e dissegli: «O caro fratel mio, ben dimostrate che 'n voi è grande ardimento, che voi non curate morte. Io vi priego che da mia parte andiate a Gostantino e al re d'Inghilterra e al re di Buemmia; e dite a tutti che assaltino alla battaglia, che questa gente è rotta; e dite ch'egli è giunto Fiorello e Fiore col soccorso di Francia, e ch'eglino combattono a' loro padiglioni; e dite a Fiovo che si faccia inanzi con Oro e fiamma ». Folicardo, allegro, correndo verso Roma ne veniva. Fiovo, che combatteva verso el fiume, si gli fe' inanzi; e sentita la novella, s'afrettò a fare sonare a raccolta, e comandò che ognuno seguitassi Oro e fiamma. Folicardo gridando per lo campo giunse alle dretane bandiere, e fece l'ambasciata. Tutta l'oste si mosse a furore; le grida si levarono: «Al mare! Al mare!». I saraini sentivano el romore drieto alle spalle: ognuno abbandonava la battaglia e fuggia. Riccieri in compagnia di Fiorello e di Fiore colle lance in mano si scontrorono colla brigata di Danebruno. Riccieri passò el re Parsineo di Mespotamia colla lancia, e morto l'abatté; Fiorello si percosse con Balante, e cadde el cavallo sotto a Fiorello; Fiore di Dardenna si percosse con Galerano, e amenduni caddono a terra de' cavagli; Balugante uccise un franco cavaliere. E fue gran battaglia per riavere e' due figliuoli di Fiovo; e se non fussi Riccieri, eglino perivano; ma tanta fu la sua franchezza, ch'egli sostenne fermi e' Franzesi.

In questo mezzo Fiovo, con grande moltitudine entrato per la battaglia, ogni cosa veniva rompendo; e aboccato  coll'amostante  di Persia,  el  quale voleva con  grandegente sostenere che Fiovo non andasse alle bandiere, Fiovo gli partí la testa per mezzo. Allora non vi fu piu ritegno. Anfimenio, fuggendo dinanzi a Fiovo, giunse dov'era Danebruno, e dissegli la morte dell'amostante e di Basirocco, e che 'l campo di verso Roma era tutto in rotta, e tutte le schiere erano perdute. E mentre ch'egli faceva l'ambasciata, apparí Oro e fiamma, e' Franciosi la vidono. Tanto di forza aggiunsono col paladino Riccieri, che sospinsono indrieto e' saraini, e racquistarono Fiorello e Fiore. E Riccieri, come uno dragone, si cacciava nelle frotte de' nimici. Re Galerano era rimontato a cavallo, e inverso le bandiere si avviava. Riccieri giunse dinanzi al re Danebruno, e uccise il re Anfimenio di Grecia, ed arebbe morto Danebruno, se non fussi la grande moltitudine. Allora Danebruno tornò alle bandiere, e disse a Balante e a Galerano: «Come vi pare di fare?» Disse Balante: «Signore, noi siamo a grande pericolo. La nostra gente fugge da ogni parte. A me parrebbe di pigliare partito con questa schiera che noi abbiamo quasi vinta, se non fusse Riccieri. Ah quanta pazzia fue a non gli tagliare la testa in Barberia!». Ed ancora disse Balante: «Io veggio a' Romani avanzarla sempre campo ». In questo punto giunse Gostantino e 'l re d'Inghilterra e 'l re di Buemmia e Folicardo con tutta la potenza di Roma; e nonn'era rimaso a Roma nessuno che arme portasse. Non feciono e' saraini nessuno più ritegno. Danebruno corse alla marina e montò in su 'n una nave e fece vela; Balante in su 'n un'altra, egli e Galerano e Balugante; e Giliante 'n su 'n un'altra. Or chi potrebbe dire l'uccisione? E' nostri cristiani abbandonatamente gli andavano uccidendo da ogni parte. E avvenne a' saraini un'altra sventura. El ponte ch'era a traverso al Tevero in sulle navi, era tanto carico di saraini che passavano, che due navi quasi nel mezzo affondorono, e 'l ponte si ruppe, e annegarono per questo diecimila persone; e molti v'annegorono per passare notando. Non si potrebbe dire con lingua umana l'avviluppata vettoria in terra, in mare, nel fiume e nelle muraglie d'Ostia, la quale avevano disfatta questi saraini. Riccieri co' figliuoli di Fiovo arsono più di dugento navi, e molte ne furono prese; e furono presi in questa rotta centocinquantadue mila di saraini; e non si tenne che ne campassi per mare quarantamila: tutti gli altri furono morti. E de' re nonne campò se nonne Danebruno e re Balante e re Galerano e Giliante e Balugante. E fu tenuto grande fatto che di tutti i re di Levante e d'Africa nonne campò se nonne Danebruno, e di quegli di Balante nonne morí se nonne el padre loro. Più di trenta giorni da poi furono trovati saraini lungo el mare insino in Toscana, e insino in Puglia ne furono presi e morti. E furono e' cristiani tutti ricchi, e' corpi de' morti arsi e sotterrati e consumati, perché non corrompessino l'aria. Morí in questa battaglia in tutto dal principio alla fine, secondo questa cronachetta, centoventicinque migliaia di cristiani. E rientrati drento alla cittá, si fece grande festa della vettoria, iscrivendola per tutta la cristiana fede.

 Capitolo LIX.

Come si fe' a Roma grande festa della vettoria e sacrificio a Dio ; e furono

incoronati i due figliuoli di Fiovo, l'uno di Franza e l'altro di Dardenna;

e come fu perdonato a' figliuoli di Sanguino, di cui nacque la casa falsa

di Maganza ; e Gostantino passò in Grecia; e di santa Lena.

Vinta la guerra per battaglia contro agl' infedeli a Roma, e Gostantino rimaso imperadore, e arsi e sopelliti e' corpi, perché l'aria non si mescolassi né corrompessi pella potenzia di Mercurio, si fece poi tre mesi continui festa in Roma nella corte, e per la cittá si fece otto giorni continovamente. In capo de' tre mesi tutti e' baroni diliberarono di tornare in loro paesi, e' figliuoli di Fiovo presono licenza dal loro padre e da Gostantino per ritornare in Franza, e Fiovo rimase a Roma. Gostantino lagrimando gli abracciò, e fece e incoronò Fiorello re di Franza, e a questo volle che tutta la signoria di Ponente fussi sottoposta; e questo fue el maggiore figliuolo di Fiovo, chiamato el re Fiorello, re di Francia: l'altro affermò re di Dardenna, chiamato el re Fiore di Dardenna. E a Riccieri, figliuolo di Giambarone, diede la signoria di Sansogna, e fecelo duca di Sansogna, sottoposto alla corona di Francia e allo 'mperio di Roma. E quando si vennono a partire e' due figliuoli di Fiovo, Gostantino gli chiamò in una camera, e disse loro queste parole: « El nostro Signore Gesù Cristo ne comanda che noi non adoramo altro Iddio che lui in Trinità; e comandaci che noi non menzioniamo el nome suo invano; e comandaci che noi santifichiamo le feste comandate; e comandaci che noi onoriamo el padre nostro e la madre nostra; e comandaci che noi non commettiamo micidio in nessuno modo; e comandaci che noi non ci congiugniamo carnalmente in nessuno modo di lussuria, se nonne a chi ci è dato a legamento di matrimonio; e comandaci che noi non commettiamo furto in nessuno modo, eziandio non pensando né in fatti né in parole; e comandaci che noi amiamo el prossimo nostro come noi medesimi, e contro al prossimo non facciamo falsa testimonanza; e comandaci che noi non ci lasciamo vincere alla concupiscenza contro al prossimo, cioè non bramare la roba in veruno modo del prossimo contro alla sua volontà; e comandaci che noi non disideriamo la moglie né la sorella né la figliuola né la ancilla del prossimo nostro. O figliuoli miei, voi siete giovani: tutte queste cose comanda l'ordine reale, e quello re che nolle osserva, non è degno della corona. Ond' io vi priego che voi amiate gli uomini vertudiosi, e iscacciate da voi e' viziosi, e amiate el prossimo. E pertanto io vi priego che voi perdoniate a' figliuoli di Sanguino, mio nipote, il quale volle uccidere vostro padre e mio figliuolo; imperò che, se 'l padre commise il peccato, egli ne portò la pena: egli erano ancora nel ventre della loro madre. Iddio perdona a chi perdona, e ama a chi ama, e aiuta a chi aiuta, e dona a chi dona, intendesi in buona parte e per l'amore di Dio. Sanguino, figliuolo di Sanguino, è pure del nostro sangue; e' fue figliuolo di Costo, mio fratello di padre, ma non di madre. Priegovi che voi lo raccettiate». Ond'eglino s'inginocchiorono a' piedi di Gostantino e baciarogli e' piedi, e promissono, come fussono in Francia, di mandare per lui e perdonargli; e presono licenza. E ritornarono in Francia; e immantanente mandarono per Sanguino e per la sorella e per lo marito della sorella, e feciogli onore, e perdonarogli, e donorogli molte terre e possessione; ed era molto amato in corte, e in corte venne grande barone e valente, di cui nacque la casa di Maganza.

In questo tempo passò Gostantino imperadore in Grecia, e abitò in Gostantinopoli grande tempo, e visse in questa vita anni settantuno, e fue imperadore anni trentuno e mesi sei. E dopo lui fue fatto imperadore Fiovo, ma per lo padre fue chiamato Gostantino terzo, e fue imperadore anni diciassette. E dopo Fiovo non fu più imperadore di Roma nessuno, per insino a Pipino, della schiatta di Gostantino. Nel tempo che Gostantino andò a Gostantinopoli, ritrovò santa Lena, madre di Gostantino, la santa Croce di Cristo in Gerusalem.

E 'l re Fiorello, giunto in Franza e perdonato a Sanguino, fece Folicardo siniscalco generale del regno di Francia; e a Riccieri diede la signoria di Sansogna. E tolse lo re Fiorello moglie una nobile donna, colla quale stette gran tempo che non potè avere figliuoli: nondimeno regnava in grande al legrezza.

Or seguita del re Danebruno, soldano di Bambillonia.

Capitolo LX.

Come Danebruno tolse el reame di Barberia a Fegra Albana e alla madre,

e assediolla in Tunizi; e come Fegra mandò in Francia; e come Riccieri

andò a soccorrella segretamente.

Conviensi in questa parte fare menzione d'alcune cose adoperate e fatte per lo valente Riccieri paladino per amore di Fegra Albana. Mentre che le sopra dette cose a Roma e in Francia posavano, il terzo anno che Roma fu liberata dall'assedio passò Riccieri in Africa sconosciuto in questa forma e modo. El soldano di Bambillonia Danebruno tornato in Egitto con grande perdita di baroni e di gente e d'avere, tutta Soria, tutta Persia e Africa e l'Egitto era ripieno di pianti de' morti rimasi a Roma. Per questo el soldano cercò in che modo Riccieri uscí di prigione; e avendo sentore che Fegra l'aveva campato, fece ragunare in Bambillonia molti signori; e palesato el fatto di Fegra, diliberarono ch'ella fussi arsa, ella e la madre. Ma perché sanza guerra non si poteva avere el reame, fece el soldano nella Morea e in Numidia grande apparecchio di gente, e fece capitano uno grande barone, chiamato Aliferro, e mandollo sopra alla Barberia con dugento migliaia di saraini a cavallo. E cominciata la guerra, molte cittá del reame si ribellorono e dieronsi al soldano, perché non era rimaso della schiatta reale persona: onde la madre di Fegra fece re un suo nipote ch'aveva nome Filoter. E dopo molte guerre furono assediati le donne e 'l re nella cittá di Tunizi; e non avendo nessuna speranza di pace né di soccorso da persona, stavano con gran paura. Fegra, vedendosi a questo, chiamò uno suo famiglio, al quale con grande promessione e preghiera tanto disse, che egli giurò e promisse di fare el suo comandamento. Ella lo mandò in parte cristiana; e datogli uno brieve, gli comandò ch'egli non posassi mai ch'egli trovassi el paladino Riccieri; e secretamente da sua parte lo salutasse, e tutte le sue fatiche gli contasse, e dessigli il brieve. El famiglio, andato, e fedele più per venire nella grazia di Riccieri che della donna, segretamente e per bel modo passò el nimico campo; e andonne in Numidia; e di Numidia passò in Aragona; e indi n'andò in Francia. E giunto a Parigi, ritrovò il paladino Riccieri, e fegli l'ambasciata a bocca, e tutte le fatiche di Fegra gli contò. Riccieri sospirò ; e poi lesse il brieve, il quale diceva in questa forma : « La tua giurata donna Fegra Albana, non per merito né perché degna si tenga di tanto signore, a te si raccomanda. La forza e la fortuna mi rimprovera io te aver campato; e più sono contenta di morire entro alle mani di questi che 'l mio signore Riccieri volevano uccidere, ed egli sia campato, ched io non saria che Danebruno avessi ricevuto vettoria contro a' cristiani. Io sono per lo tuo scampo assediata; tutto el reame è perduto; solo la cittá di Tunizi tegnamo la mia madre e uno fanciullo, nipote della mia madre, fatto re, perché non c'è rimaso reda se non femmina, ed io, abbandonata, sono dessa. Non tu solo, ma se la forza del re di Francia e dello imperio di Roma a noi dessi aiuto, come a noi giugnessino, la città daremmo nelle vostre mani. Per quella cavalleria che sopra a te è tanto onorata, e per quella fe' che tenendomi abracciata giurasti, a te mi raccomando io e la madre mia ».

Quando Riccieri leggeva la lettera, lagrimava; e poi che l'ebbe letta, molto sopra a sé pensò come Fegra l'aveva campato; e ancora pensò che tutti e' cristiani potevano dire avere avuta per lei la romana vettoria contro a Danebruno, per avere cavato Riccieri di prigione. E ancora immaginando la sua nobiltà e bontà e bellezza (e la forza dell'amore lo strinse), diliberò andarne in suo aiuto. E andonne al re Fiorello, e dimandògli licenza d'andare in Sansogna, e ch'egli voleva menare con seco Folicardo; e 'l re gli diede licenza. E partito da Parigi, n'andò in suo donato paese; e stato dua dí, chiamò Folicardo e dissegli: «E' ti conviene giurare di farmi un dono d'una grazia, ched io t'addimanderò». Rispose Folicardo: «Signore, salvando mio onore, insino alla morte sono apparecchiato». Riccieri, governato da somma lealtà, disse : « Fratello, la grazia che tu m'hai a fare si è che tu rimanga signore di Sansogna insino a tanto che io torno»; e dissegli dove voleva andare. Di questo fue molto dolente Folicardo; nondimeno rimase signore. Riccieri gli die' il sacramento che mai nollo paleserebbe a persona, dove si fusse andato. E chiamati tutti e' capitani e caporali di suo paese, comandò che ubidissino Folicardo tanto che lui tornasse; e segretamente si partí con divariate insegne e cavallo, e con quello famiglio che Fegra gli aveva mandato. E andonne in Barzalona, e passorono in Cicilia, e di Cicilia n'andorono al porto detto Biserta, presso a Tunizi a sessanta miglia, perché non era il porto di Tunizi, imperò che Tunizi è presso al mare non più che quindici miglia. E ismontati in terra, montarono a cavallo; e 'l terzo giorno giunsono nel campo del soldano.

Capitolo LXI.

Come Riccieri entrò sconosciuto in Tunizi di Barberia.

Essendo Riccieri giunto col famiglio di Fegra isconosciuto nel campo ch'era intorno alla cittá di Tunizi, non vedeva né sapeva in che modo entrare nella cittá. E andando ragionando con questo famiglio, certi del campo feciono loro cerchio, domandando che gente erano e quello ch'andavono cercando; non avendo tanta sofferenza che gli lasciassino rispondere; che uno gridò: «Ponete giuso vostre arme!» E alcuno altro gli voleva cominciare a rubare. Riccieri cavò fuori la spada, e uccise uno di loro, e alcuno n'abatté ferito; e grande romore si cominciava. In questo romore fue morto el famiglio. Ma eglino corsono a questo romore certi gentili uomini, e partirono questo romore. E vedendo questo solo cavaliere, domandarono perché era stato questo romore. Riccieri disse come l'avevano assalito e voluto rubare. Dissono alcuni di quegli gentili uomini: « Donde siete, cavaliere?» Rispuose: «Io sono di Ragona». Ed eglino feciono pacificare la quistione. Riccieri aveva meno il suo famiglio, e un altro di quegli del campo era morto; per questo ognuno s'ebbe 'l danno. E questi gentili uomini il menarono al padiglione d'Alifer, loro capitano, e dissono ad Alifer la valentia di questo cavaliere, e come aveva morto uno di quegli del campo, e quegli del campo avevano morto un suo compagno. Disse Alifer: «Per lo iddio Balain, se io non riguardassi a voi che l'avete menato, io gli farei torre tutte l'arme, e fare' lo impiccare a uno albero; e voi facesti male a nollo aiutare a uccidere come ribaldo. Con quale fidanza o con quale sicurtà vien egli nel mio campo sanza mia licenza?» E domandò dond'egli era. Rispuose ch'egli era di Ragona. Ed egli domandò come aveva nome. Rispuose ch'era chiamato el cavaliere nero. Disse Alifer: «Per amore di questi gentili uomini ti voglio perdonare la vita; ma io non voglio che la mia gente perda l'arme che tu hai in dosso. E alla ventura n'andrai; con ciò sia cosa che tu andrai drento alla cittá, la quale non si può tener per uno mese intero; e quando noi la piglieremo, el primo cavaliere che ti piglierá, saranno sue». Riccieri, per dimostrare ch'egli avessi grande paura, cominciò a dire: «O signore, io sono povero cavaliere; e quando arò perdute quest'arme, io andrò mendicando». Alcuno non v'era che per lui pregasse. Egli fu fatto rimontare a cavallo, e fu accompagnato infìno presso alla porta di Tunizi, e lasciarollo andare verso la città. Riccieri si volse verso el campo e disse: «O cavalieri, tornate al vostro capitano Alifer, e ditegli da mia parte ch'egli non passerá el mese, che voi e lui proverete come sanno fare l'arme del cavaliere nero, per modo che la boce n'andará insino a Bambillonia». Non furono aprezzate le sue parole. Egli n'andò alla porta; con molti disaminamenti fue messo drento e menato all'osteria e tenuto mezzo a sospetto; e colla licenza del re e della reina entrò nella città, e stette tre giorni in sull'abergo. El quarto giorno l'oste gli domandò e' danari dell'abergheria. Riccieri non aveva danari, e diegli pegno lo scudo. E l'altro giorno andò alla porta (questo fue el quarto di ch'egli era entrato drento); e la porta s'aperse, e cominciossi una zuffa tra quegli della cittá e quegli del campo. Riccieri si cacciò nella zuffa a pie' colla lancia in mano, e fecesi molto più inanzi che gli altri, in tanto ch'egli prese uno cavaliere e guadagnò due cavagli. Il cavaliere diede a quegli della terra; e' due cavagli menò all'osteria, e dielli all'oste per lo suo scudo, e l'oste gli cominciò a fare onore. Ma certi cavalieri dissono al siniscalco di corte: «Per la fe' di Balain, ch'egli è al tale abergo uno cavaliere forestiere, che ha fatto oggi di belle valentie nel campo! Prese questo cavaliere», e presentarogli el cavaliere che Riccieri aveva preso. Per queste parole el siniscalco mandò per lui e per lo suo cavallo; e domandò donde era e del nome. E' disse essere di Ragona, e che aveva nome el cavaliere nero. El siniscalco gli ordinò una camera in corte e le spese per lui e per lo cavallo. E cosí stava in brigata cogli altri compagnoni della cittá, isconosciuto tra le gente d'arme.

Capitolo LXII.

Come Riccieri fue riconosciuto da Fegra; e come fue fatto capitano

per una bandiera che tolse a' nimici ; e come incoronò da capo Filoter,

nipote della reina ; e ordinò fare battaglia di schiere ordinate

contro a quegli del soldano.

Riposato Riccieri alquanti die nella corte, intervenne che certi cavalieri della cittá e molti compagnoni assalirono el campo; e Riccieri andò con loro. E quando entrò nella battaglia, passò pello mezzo dell'antiguardia de' nimici; e rotta la lancia, colla spada in mano rifendendo i nimici pel mezzo della schiera, ritornò alla sua brigata; e uccise quello che teneva la bandiera dell'antiguardo in mano, e la insegna ne portò per forza a Tunizi. Per questa prodezza tutta la gente della cittá lo correva a vedere; simile Fegra l'aveva veduto per lo campo. E tutti e' cavalieri lodavano el cavaliere nero per lo più franco cavaliere della cittá, e non si parlava d'altro che di lui drento alla cittá e nel campo di fuori; e già tutto el campo ne mormorava. E in sull'ora di vespro, Fegra Albana aveva veduto le sue prodezze, e immaginando le prodezze di Riccieri, tra sé stessa disse: «Per certo costui sarà el mio signore Riccieri ». E subito mandò certi cortigiani per lui, con dolce parole pregandolo ch'egli venissi insino a lei. E quando Riccieri fu dinanzi da lei, ed ella il domandò donde egli era e come aveva nome, rispose: «Io sono chiamato el cavaliere nero, e sono del regno di Ragona ». E Fegra subito lo riconobbe, e disse: « O franco cavaliere, vedesti tu mai el traditore Riccieri?» Rispose: «Madonna, io lo vidi nelle battaglie di Roma, lui e Fiovo». Ed ella disse: « Se tu sarai franco cavaliere, tu sarai capitano della nostra gente; e voglio che tu sia mio campione». Disse Riccieri: «Madonna, io non sono da tanto, ch'io meriti d'essere vostro campione». E Fegra con molte donne lo 'nvitarono a mangiare con loro; e menorono lui e certi gentili uomini con loro a mangiare. E poi ch'ebbono desinato, la maggior parte di quegli gentili uomini si partirono; e Fegra chiamò Riccieri da parte, e sí gli disse: «O signore mio, non credere che io non ti conosca; ma io lo fo per lo migliore, e perché solo a me e a te sia palese, e nonne ad altra persona». E arebbelo abracciato, se non fusse perché non fusse conosciuto; e cominciò a lagrimare e a piangere. Riccieri la confortò e disse: «Chiamatemi pure el cavaliere nero, e non vi dubitate». Quelle persone che la vedevono piangere, credevano ch'egli dovesse dire di non volere essere capitano; e alcuno si fe' inanzi e disse: « O cavaliere nero, accettate questa cavalleria». La donna volse proposito e disse: «Egli non vuole; ma per mia fe', messer nero, che voi accetterete». E chiamata la reina, fue fatto capitano di tutta la gente di Tunizi e di tutta Barberia; e fecesene grande festa nella cittá. E passati gli otto giorni, fece fare una gran festa; e fece da capo incoronare Filoter del reame di Barberia. Per questo era molto amato, e per la prodezza che fe', quando portò drento una delle bandiere del campo. E come Riccieri ebbe incoronato Filoter, gli addomandò licenza di combattere colla loro gente contro a quegli del soldano. El re gli diede piena licenza; e comandò ch'egli fussi ubidito come la propia persona del re. E Riccieri, chiamato el cavaliere nero, diede ordine a fare le schiere.

Capitolo LXIII.

Come Riccieri fece grande battaglia a Tunizi contro alla gente del soldano;

e molti avvenimenti della battaglia, e pruove di Riccieri e d'altri.

Ordinò Riccieri, poi ch'ebbe la licenza della battaglia, di far fare la mostra, per vedere quanta gente potevano fare

drento alla cittá; e trovò ch'egli erano drento alla cittá quaranta migliaia d'uomini da portare arme, tra' quali v'erano diecimila a cavallo con lance e con archi. Ond'egli fece di tutta questa gente da cavallo e da pie' tre schiere. La prima con diecimila diede a valenti cittadini, tra' quali erano dumila

cavalieri; la seconda volle Riccieri per sé; in questa furono cinquemila cavalieri e cinquemila pedoni: la terza diede al re Filoter, ch'egli stessi apresso alle porte, e, se bisogno facessi, che gli soccorressi; questa schiera furono settemila pedoni e tremila cavalieri colle bandiere reale. E ordinò nella cittá che diecimila sempre istessino armati a guardia della città; e poi si mosse. La prima schiera era già fuori; e giunti alle mani coll'antiguardia del campo, e cominciato el romore, la battaglia era già grande, quando Riccieri uscí fuori colla sua schiera, e vidde e' cittadini che già davano le spalle, perché uno de' loro capitani era stato morto da Alifer. Allora Riccieri colla sua schiera gli soccorse; e cominciossi asprissima battaglia l'una gente coll'altra. Riccieri per forza racquistò grande parte del campo. In questo Alifer fece entrare nella battaglia la gente de' Turchi e de' Persiani, che furono ventimila, e fu questa più asprissima battaglia. E benché Riccieri con terribile forza adoperasse, e rincorasse e' Barberi, i nimici erano molti più e miglior gente. E giunto apresso a' Turchi quegli d'Arabia, impaurati quegli di Tunizi da cavallo e da pie' cominciarono a dare a drieto, in questo punto Riccieri faccendogli far testa con ogni suo ingegno. Ma egli giunse nel campo i Numidi cavalieri, e non potevano i Barberi sostenere. Riccieri vide ch'e' nimici sanza nessuno ordine venivano alla battaglia. Subito fe' ristrignere le due schiere insieme intorno alle sue bandiere; e fatto questo, uscí egli solo dalla gente, e andò dov'era el re Filoter con diecimila, e comandò che lo seguisse, e uscí della cittá per un'altra porta, e disse al re che ferisse nella battaglia per coste. Ed egli tornò alla sua schiera, e fece ritirare la gente un poco in drieto e cavare e' feriti del campo, e misse in punto una brigata da cavallo, aspettando che il re Filoter fedisse nella battaglia. E quando el re entrò nella battaglia, trovando e' nimici male ordinati, molto gli danneggiò e affrisse, e abatté le loro bandiere per terra, e quasi gli misse in rotta, non lasciandogli raccorre, sicché nel campo fue grande paura e grande uccisione di Persiani. Allora Alifer abbandonò la battaglia ch'era contro al paladino Riccieri, e afrettossi di tornare al padiglione rincorando la sua gente. E rilevò una bandiera, e rifé capo per pigrizia e timiditá del re che non segui la vettoria, ma ebbe paura e ricolse la sua gente. Allora riprese cuore lo nimico, e contro a lui si volse, e abattello da cavallo colla lancia in mano. Per questo fue messa in rotta la gente di Tunizi. E poi si rivolse sopra al caduto re Filoter, il quale era già rimontato; ma Alifer l'abracciò e levollo da cavallo, e per forza di braccia e di cavallo lo portava via. In questo mezzo Riccieri aveva messi i nimici in volta; e giunto alla rotta schiera del re, gli rifrancò e fegli rivolgere nella battaglia. E cominciato avere speranza nella vettoria, trovò el cavallo del re Filoter, vóto, correre sfrenato sanza el suo signore. Domandò dov'era el re : fugli mostrato Alifer che lo portava via in sull'arcione. Allora Riccieri ogni altra cosa abbandonò; e drieto al nimico si misse correndo, e giunselo in mezzo a grande frotta di gente, e diegli un colpo a due mani in su l'elmo, che lo gittò come tramortito a terra del cavallo. E cadde il re in terra con lui, e fu pello cadere innaverato di certe ferite; ma Riccieri per forza lo cavò delle mani de' nimici, e insino all'utima parte del campo loro lo radusse, e rimandollo nella cittá. E di subito tornò nella battaglia; e scontrò la sua gente ch'abbandonava la battaglia, perché Alifer era rimontato a cavallo e molti della città faceva morire: ed era tanta la moltitudine del campo, che quegli di Tunizi non potevano più sostenere, e sarebbene molti più morti, se non fussi Riccieri che gli soccorse. Nondimeno furono per forza rimessi nella cittá, essendo Riccieri il diritano ch'entrassi drento alla porta. Alifer fece tirare la sua gente in drieto, e poi fece addimandare Riccieri; ed egli tornò insino a pie' del ponte; e 'ssendo fidati da ogni parte, apressati a un'aste di lancia, cosí gli parlò :

Capitolo LXIV.

Come Alifer parlò a Riccieri, dicendogli che si facessi vassallo del soldano;

e la franca risposta di Riccieri.

« O valentissimo cavaliere, qual tu ti sia, io non ti conosco; ma a me mi duole molto che la fortuna t'abbia condotto a servire a' Barberi, e' quali sono da ogni altra generazione nimicati. Essi feciono a' nostri die morire tanti nobili signori della loro patria per lasciare el maggiore nimico della nostra fede; e se tu dicessi:—Io fo questo per amore di donna, e questo amore mi tiene a difesa di Tunizi—, io voglio che tu pensi che molto più belle e più nobile donne sono quelle di Siria e d' Egitto e di Grecia, e più gentile, che non sono le barbere. E pertanto la tua franchezza, s'ell' è magna, doverrebbe pensare a donne ripiene d'onestá, e nonne a quelle le quali hanno per la vanitá della disonesta lussuria dimenticata la morte del sangue loro, e colui ch'aveva morto el suo padre e tanti parenti lasciarono fuggire fuori della prigione, ovvero nel cavarono inebriando le guardie della prigione con vino aloppiato; e camparono colui el quale era el maggiore nimico ch'avesse la nostra fede. Per tanto ti dico che colui che serve a cosí fatta femmina, non è degno di laude, ma più d'essere biasimato. E che merito o che grolia o che stato aspetta colui che serve a cosí fatte donne? Perché non più tosto servire a uno signore che gli possa meritare el servigio ricevuto? Ancora t'avviso che, servendo a costei, non potrai durare alla potenzia del soldano e della grande moltitudine de' nimici, imperò che, se 'l nostro grande nimico Riccieri fusse in sua difesa, nolla potrebbe difendere, tanta fia la moltitudine de' cavalieri persiani e arabi e soriani e 'gizii e numidi in tanto imperio, quant' è quello del soldano. Al quale se tu vorrai servire, egli ti farà grande signore, perché egli ama gli uomini franchi e valorosi. E non pensare che questo me lo facci dire paura, ma solamente l'amore ch'io porto alla cavalleria; e vorrei ch'ella fussi onorata, almeno quando veggo uomo valente e franco; e 'ncrescérebbemi che la tua franchezza per questa femmina rimanesse morta; imperò che, se io conoscessi la forza di Fegra Albana a noi potere fare risistenzia, non mi moverei a piatá di te. Per tanto, quando la ventura della tua fortuna ti chiama a porto di salute, va a lei; che forse, schifandola, potrebbe isdegnare, e chiamandola poi, non tornerebbe a te ».

Riccieri in questa forma gli rispose: « O Alifer, i' ho intese le tue parole, alle quale ti rispondo: Quanto la cosa è più amata, tanto più de' la cosa amare chi l'ama; e la cosa meno amata, meno dee aprezzare l'amadore. E però s'io non amo el soldano, e come el soldano amerà me? E se quella cosa ch' io amo non è amata da voi, come potrebbe l'animo mio amare voi? E qualunque capitano cerca onore, non dee con verun modo cercare tradimento, e non de' aver paura di morte. E però, se a te incresce di me, e a me incresce di te; e se ti duole che 'l mio onore si perda, a me duole del tuo; e s'io amo donna non degna d'onore, mostramelo per battaglia, e io sosterrò ch'ell'è degna d'onore; e se 'l soldano ama gli uomini franchi e vertuosi, e la fortuna mi faccia vincere, egli amerà più il cavaliere nero — che cosí ho nome — ch'egli non amerà te dopo la tua perdita. E però, se tu cerchi d'acquistare onore, non facciamo morire tanta gente, ma finiamo questa battaglia no' due a corpo a corpo; e questa mi pare cosa lecita per te e per me ».

Per queste parole Alifer accettò la battaglia; e 'ngaggioronsi di combattere insieme l'altra mattina, e giurarono per sagramento; e ognuno al suo alloggiamento da sua gente tornò.

Capitolo LXV.

Come Riccieri e Alifer ordinarono di combattere la mattina vegnente;

e ognuno confortò e' suoi ; e la mattina s'armorono.

Finito el loro parlamento, e ingaggiati di combattere, e giurato per sagramento la battaglia, ognuno tornò alla sua gente. Alifer n'andò al padiglione, e fece tutto el campo rinforzare, e fe' levare e' morti del piano; e la sera ordinò maggior guardia al campo, e disse a tutti come l'altra mattina doveva combattere col cavaliere nero, e la fiera risposta ch'egli ebbe da lui. E pregogli che stessono in punto ed avvisati per tutto 'l campo, «imperò che costui ène un franco cavaliere»; e molto la notte pensò sopra alla fiera risposta ch'el cavaliere nero gli aveva fatta. Riccieri, tornato la sera nella cittá, n'andò alla sua camera; e Fegra con molte damigelle l'andò a disarmare, e domandollo s'egli era innaverato. Rispose che no. Ella lo baciò segretamente; e poi gli disse: «O signore mio, molti della terra dicono che tu somigli Riccieri; e però ti guarda nel parlare, ch'io l'ho a molti negato e detto non essere vero, e sopr'a tutti l'ho negato a mia madre». E quando Riccieri fue vestito, andò a vicitare el re che si medicava delle fedite ricevute, e molto lo confortò, e dissegli come aveva preso la battaglia contro Alifer per l'atra mattina. Lo re molto lo raccomandò agl'iddii. E partito dal re, tornò a dormire alla sua camera, poi ch'ebbe cenato. In quella notte Fegra non potè mai dormire; ora, pensando al pericolo della battaglia, piangeva, ora rideva, pensando alla vettoria per la possanza di Riccieri, e parevale vedere nella sua mente, e spesso le pareva in visione vedere combattere, secondo che l'animo vagellava; e per questo ora piangeva, ora rideva, combattendo con mille immaginamenti d'amore.

La mattina, come appari el giorno, Riccieri si levò e andò di buon'ora a vicitare el re Filoter; e confortatolo, prese la licenza della battaglia; e il re in presenza di tutti e' baroni gli rimisse ogni cosa nelle mani, e che ogni cosa ch'egli facessi, fussi ben fatto, cioè ogni patto nella battaglia. E partito da lui, tornò alla zambra ad armarsi; e addomandati certi famigli, s'armò di tutte arme, e con molte segrete orazioni a Dio si raccomandò. E già era fuori della camera uscito, quando giunse Fegra con molte damigelle, e tutte l'armi gli volle vedere e toccare, non fidandosi ne' sergenti. Apresso l'accompagnò insino dove montò a cavallo; e quando fue montato a cavallo, gli porse la lancia, e un'altra damigella lo scudo. Disse Fegra: «O cavaliere, ricordati di me, per cui ti se' messo a tanto pericolo»; e poi gli misse una grillanda di perle in sul cimiere. Per questo Riccieri tutto innamorato si mosse; e Fegra, lagrimando, lo raccomandò segretamente a Gesù Cristo, e sospirando tornò alla sua camera. Intanto Riccieri usci della cittá, e giunse in sul campo e a mezzo il cammino dalla porta all'antiguardo. E già risprendeva da ogni parte Apollo: e prese il corno, e cominciò a sonare facendo segno di battaglia; e Alifer, addimandate sue arme, prestamente s'armò, e confortò la sua gente e montò a cavallo; e imbracciato lo scudo, impugna sua lancia, e venne al campo contro al paladino Riccieri, il quale l'aspettava colla lancia in mano.

Capitolo LXVI.

Come Riccieri ebbe vettoria contro Alifer ; e poi che l'ebbe morto, ruppe

el campo; e come fue creduto che lui avea morto Riccieri paladino:

e le grande proferte del soldano.

Armato l'uno e l'altro, si scontrarono in sulla campagna; ognuno donò suo saluto. Allora disse Alifer: «O cavaliere nero, perché cerchi tu la tua o la mia morte? Meglio sarebbe che tu servissi al soldano, el quale ène el più gentile signore del mondo». Disse Riccieri: «Io non venni per fare accordo, ma venni per combattere; e però ti guarda da me»; e disfidollo come nimico. Allora ognuno prese del campo, e tornaronsi a ferire delle lance; e rotte le lance, Riccieri misse mano alla spada, e Alifer misse mano a uno bastone, e feciono grande battaglia. E grande fatica sostenne Riccieri pello bastone; e fatto el primo assalto e ritirati alquanto indietro, ancora Alifer lo dimandò s'egli voleva servire al soldano. Riccieri a ogni cosa contradisse; e ricominciato el secondo assalto e combattendo, Riccieri gli tagliò la testa al cavallo in uno sinistrare, e subito smontò da cavallo; e combattevano a piede. In questo punto uscí della cittá gran gente armata apresso a quella che v'era. Or combattendo a piede, si vennono tanto a strignere, ch'eglino s'abracciorono; e isforzandosi d'atterrare l'uno l'altro, alla fine Riccieri gli tolse el bastone di mano e lasciollo. E Alifer presto cavò la spada ch'egli aveva; e cosí parve la battaglia cambiata per lo contrario, perché quello che prima combatteva col bastone, era tornato alla spada, e quello della spada al bastone. In questa battaglia cominciò Alifer a avere il piggiore della battaglia; ond'egli disse inverso Riccieri: «O cavaliere nero, perché tu vinca questa battaglia, non ti sarà onore, considerando che tu abbia molto vantaggio per lo bastone». Riccieri rispose: « Quando tu da prima avevi el bastone, non ti ricordasti di quello che ora ti se' ricordato e avveduto». Rispose Alifer: «Tu non me lo dicesti». Disse Riccieri: «Per questo non mancherà ch'io non abbia gloriosa vettoria». E gittò via el bastone, e prese la spada, e cominciarono el terzo assalto molto fiero, per tanto che già ognuno perdeva molto sangue. Riccieri, adirato, gridò verso il cielo dicendo: «O Gesù Cristo, aiutami!» Alifer udì questa parola. Subito immaginò, combattendo, che costui doveva essere Riccieri, venuto in aiuto a Fegra perch'ella l'aveva campato da morte; e immaginò d'ingannarlo. E fatto uno colpo con ogni sua possanza, gittò via lo scudo e cominciò a fuggire e a gridare alla sua gente: «Soccorso, che questo è Riccieri paladino da Roma». Ma non potè dinanzi a Riccieri fuggire, ch'egli lo giunse; e temendo ch'egli non fusse inteso, mescolò la paura coll'ira, e aggiunse forza a forza, e gridava forte: «Volta, volta a me, cavaliere!» E diegli un colpo correndo, che gli tagliò e' lacci dell'elmo; e l'elmo andò in su, e Riccieri gli die' d'ambo le mani, e fue presso che Alifer non cadde inanzi, e per quello gli uscí l'elmo di testa. Riccieri gli giunse colla spada in sul collo, e levògli la testa dallo 'mbusto; e cosí cadde morto Alifer. Allora la gente di Tunizi cominciarono a gridare: « Al campo! Al campo!». Riccieri ritornò al suo cavallo e rimontò a cavallo; e colla gente di Tunizi assalí l'oste del soldano facendo smisurate prodezze. El campo si misse in rotta, e per tutto fuggivano; e furonne molti morti, e grande quantità n'ebbono prigioni, e grande tesoro fue guadagnato, e con vettoria tornarono nella cittá di Tunizi. Fegra Albana gli fece grande onore e festa. Riccieri fece grande onore a' prigioni e tutti gli liberò, e rimandogli al soldano. E fece a molti credere ch'egli aveva morto Riccieri in Sansogna, sendosi partito Riccieri di Francia per andare in Sansogna con Folicardo di Marmora; e facevasi parente di Folicardo. Per questo questi cavalieri e signori che furono liberati da lui, tornati al soldano, dissono la grande valentia di Riccieri, chiamato cavaliere nero, e come gli aveva licenziati e fatto loro grande onore, e come eglino avevono saputo ch'egli aveva morto el paladino Riccieri, partendosi di Parigi per andare in Sansogna, e come egli era d'una città di Lombardia, chiamata Marmora, cugino di Folicardo. Per questo el soldano mandò ambasciadori, e fue fatto la pace co' Barberi; e mandò el soldano molti doni al cavaliere nero, e mandògli proferendo, s'egli voleva fare passaggio sopra a' cristiani, gli darebbe centomila saraini e molto naviglio per acquistare Marmora e qualunque parte volessi. E mandollo pregando che gli piacessi d'andarlo a vedere liberamente, perché liberamente aveva perdonato a Fegra e a lui ogni fatta offensione passata.

Capitolo LXVII.

Come Riccieri andò in Egitto a vedere il soldano e le cose ch'egli aveva;

e come Fegra Albana s'uccise, credendo che Riccieri fusse morto;

e come Riccieri s'apparecchia per fare passaggio in Franza.

Levata Riccieri la guerra di Barberia, e fatta la pace fra' Barberi e 'l soldano, e riavute tutte le terre che Alifer aveva tolte a' Barberi, si stava a Tunizi con gran piacere con Fegra Albana e col re Filoter. Venne volontà a Riccieri d'andare a vedere Bambillonia e Danebruno per vedere i loro modi e per vedere el paese; e disselo a Fegra, la quale con gran pianto lo pregava per Dio ch'egli non v'andassi, rammentandogli ch'egli aveva morti tanti re d'Egitto: «e uccidesti Arcaro e Basirocco, e facesti morire Manabor, e ora al presente hai morto Alifer, capitano dell'oste del soldano. Or pensa a quanto pericolo tu vai». E molto lo pregò ch'egli non vi andassi, dicendogli: «Se per disgrazia alcuno ti conoscessi, tu saresti morto; ed io ti giuro per lo vero Iddio che mai non torrò altro marito che la tua persona; e se in questa andata morrai, io ti prometto che colle mie propie mane m'ucciderò io medesima». A cui Riccieri con amorevole parole promisse tornare tosto, e giurolle di non torre mai altra donna che lei, e fecele sagramento. Di questo giuramento di non torre altra donna nacque gran male, perché Riccieri non tolse mai donna e non ebbe figliuoli. Per questa cagione fue molto l'abracciare e 'l baciare: d'altro non dico. Riccieri, sconosciuto, con uno famiglio fidato si parti da Tunizi, e 'l famiglio nollo conosceva, se nonne per lo cavaliere nero. E partito da Tunizi, per terra n'andò a Susa in Africa, e poi al porto di Fachissa; e ivi entrò in mare, e passò il golfo di Siricon e 'l golfo della Morea e 'l mare Libicon, e giunse in Alessandria; e ivi ismontò per terra. Su per la riva del Nilo n'andò a Bambillonia alla corte del soldano, e smontò da cavallo, e lasciò el cavallo al famiglio, e montò suso al palagio. E sendo all'entrare della sala, la fortuna gli apparecchiò travagli in questa forma: che volendo entrare dentro, e uno portinaio lo prese per lo braccio, e volevalo sospignere di fuori. E Riccieri lo pregava che lo lasciassi entrare in sulla sala, come entravono certi altri forestieri; ed egli gli disse: «Fammi l'usanza». Riccieri non sapeva quello si volessi dire, o ch'egli non avessi danari a dosso. Rispose: «Al tornare ti farò usanza ». E 'l portinaio nollo lasciava, e Riccieri un poco lo sforzò. Allora quel portinaio gli diede d'una bacchetta nel viso. Per questo Riccieri gli diede un pugno sopra ira, che tutto l'osso del capo gli spezzò, e caddegli morto a' piedi. Allora si levò grande romore per la corte; ed ognuno correva a dosso a Riccieri; ed egli misse mano alla spada, e tirossi da uno de' lati della sala; e quivi si difendeva francamente per modo, ch'egli uccise dieci persone in sulla sala. Per questo crebbe tanto el romore, che molti baroni della corte trassono in questa parte armati e disarmati, e a questo romore corse el famiglio ch'era andato con lui; e quando lo vide in tanto affanno, e vide le persone ch'egli aveva morte, immaginò ch'egli non potessi scampare, e non fece motto; ma subito tornò a' cavagli, e montò in su quello di Riccieri, ed uscí fuori di Bambillonia. E non ristette, ch'egli n'andò in Alessandria; ed entrò in una nave, e non ristette, che giunse a Tunizi di Barberia in molto meno tempo che non penorono a 'ndare. E andossene a Fegra Albana, e dissele che el cavaliere nero era morto, e ch'egli era stato morto in sulla sala del reale palagio del soldano. E quando Fegra intese questa novella, addolorata se n'andò nella sua camera, e prese una spada, e apoggiò il pomo in terra, e per me' 'l cuore si misse la punta e misse uno grande grido, e finí sua vita. Al suo grido corse la madre, e cadde sopra al corpo tramortita. Per tutto el regno se ne fece gran pianto, e sopellirolla. Crebbe la paura grande la novella della morte del cavaliere nero, temendo che 'l soldano da capo non tornasse a fare loro guerra.

Riccieri, ch'era rimaso in sulla sala colla spada in mano, si difendeva francamente, e aveva molti morti intorno. Alla fine sarebbe morto; ma la novella andò al soldano, ed egli venne in sulla sala, maravigliandosi che uno solo durassi a tanti. Quando lo vidde, disse: «Volesse Balain che costui fussi stato nelle battaglie di Roma!»; e comandò che ognuno si tirassi a drieto. Poi domandò Riccieri chi egli era. Ed egli disse: «Io sono el cavaliere nero, che veniva per vedere la vostra magnificenza»; e dissegli come la quistione era venuta, e gittossi ginocchione, e arrendessi, e pregò el soldano che gli perdonassi. Molti gridavano: « Muoia! Muoia!». Ma egli disse verso e' baroni: « O nobilissimi frategli e baroni miei, se costui s'è difeso, non si de' biasimare per la sua valentia; ma vuolsi che noi gli perdoniamo solamente per la sua valentia». Alcuno disse: «O signore, ricordivi ch'egli uccise Alifer, vostro capitano». Disse Danebruno: «Egli nollo uccise a tradimento, ma in battaglia per lor due ordinata; e s'io ho meno Alifer, uccidendo costui, arei manco due Alifei». Per queste parole e per molte altre fue perdonata la vita al cavaliere nero; e tutti e' baroni che l'avevono offeso dimandorono perdonanza a lui; e con tutti fe' pace, e fue lodato per lo migliore cavaliere del mondo. E fegli el soldano grande onore; ma quando Riccieri seppe che 'l suo famiglio s'era fuggito, n'ebbe grand' ira, ma non pensò ch'egli andassi a Tunizi: per lo cavallo ch'egli gli aveva tolto, pensò che l'avessi imbolato. E Danebruno se ne rideva, e per solazzo gabbava Riccieri della beffe del famiglio; e donògli un cavallo migliore che quello che aveva menato via el famiglio. E da poi stette nella corte col soldano quindici giorni, e grande onore ricevette dal soldano e da tutti e' baroni, e 'l soldano gli profferse nave e gente e arme, s'egli voleva far passaggio sopra a' cristiani per vendetta di Manabor e di quegli ch'erano morti a Roma. Ed egli promisse e giurò per lo iddio Balain ed Apollino di fare il passaggio contro a' cristiani, e prese licenza dal soldano. E fugli apparecchiata una ricca nave e ben fornita; e partissi da Bambillonia, e andonne in Alessandria, e montò in nave, e verso Barberia navicava. E quando fu presso a Tunizi, seppe che Fegra Albana s'era morta. Di questo ebbe gran dolore; e giurò di non torre mai moglie per amore di lei, come prima aveva giurato a lei. E giunto a Tunizi, fu ricevuto da re Filoter e dalla reina con certi pianti per Fegra; ma più era l'allegrezza ch'egli era vivo, che 'l dolore di Fegra, cacciando la paura della guerra del soldano. E da poi stette un anno a Tunizi, e diliberò tornare in Franza e fare battezzare lo re Filoter a giusta sua possa.

Capitolo LXVIII.

Come Riccieri parti di Barberia con grande gente, e passò in Francia,

e pose campo a Parigi ; e la prima zuffa.

Non era ancora passato l'anno che Fegra Albana era morta, quando Riccieri si dispose di tornare in Franza e fare battezzare lo re Filoter per cagione di fare battezzare tutta la Barberia e l'Africa. E con questo pensiero mostrò di volere fare passaggio sopra a' cristiani, e mandò ambasciadori al soldano. E in Barberia ragunarono gran gente col re Filoter; e 'l soldano gli mandò centomila saraini con grandi navigli di Soria e di Libia e con due franchi capitani: l'uno aveva nome Molion e l'altro aveva nome Monargis, e questo Monargis recò la spada che fu per ricordanza chiamata Gioiosa. Lo re Filoter e Riccieri feciono in Barberia centomila saraini; e con molte navi e arme e con questa gente entrò in mare. Grande era la nominanza del cavaliere nero tra' saraini. E navicando per molte giornate, si trovarono nelle piagge di Franza nella foce del Rodano; e in questa parte ebbono aiuto di Ragona e di Spagna. E riposati certi giorni in campo, si mossono. Secondando alquanto el fiume del Rodano, n'andarono verso Parigi, e quella assediarono, pigliando e scorrendo tutto el paese, e rubando e minacciando e' cristiani, s'egli non si arrendessono e tornassono alla pagana fede di Balain e d'Apollino. Lo re Fiorello mandò messaggeri per tutte parti, in Sansogna, nella Magna, in Brettagna e in Inghilterra e in Irlanda, dimandando soccorso a' cristiani signori. Vennevi Folicardo di Sansogna colla gente del paladino Riccieri, e vennevi Salardo di Brettagna con molti Brettoni, e vennevi el re Fiore di Dardenna, e vennevi el giovane duca di Baviera, chiamato Chillamo, e molti altri signori cristiani, tra' quali era el valente Sanguino di Maganza; ma non fu alla prima battaglia. E ritrovarono essere drento a Parigi sessantamila cavalieri cristiani; e uscirono fuori a campo contro agl'infedeli, e ordinorono le schiere. La prima condusse Folicardo co' Sansogni, e furono quattordicimila cavalieri; la seconda condusse lo re Fiore di Dardenna con ventimila cavalieri; la terza e ultima condusse lo re Fiorello e Salardo e Chillamo di Baviera. L'una gente s'apressò all'altra. Folicardo si mosse, e contro a lui venne Molione; e grande battaglia si cominciò da ogni parte. Ed andò Folicardo per forza d'arme e del buono cavallo insino alle bandiere della schiera di Molione, dove sostenne grande fatica; e non potè tornare si tosto alla sua schiera, che Molione la misse in rotta, gittate le bandiere per terra; imperò che Molione aveva cinquanta mila saraini nella sua schiera. Allora entrò nella battaglia lo re Fiore di Dardenna, e molto rifrancò il campo, e riacquistò le bandiere, le quale erano le 'nsegne di Riccieri, che Folicardo portò in battaglia. Ma Molione s'aboccò col re Fiore, e percosselo con un bastone di ferro, e abattello a terra del cavallo, e fue preso e menato al padiglione. Quando e' cristiani vidono preso el re Fiore di Dardenna, tanta paura entrò in loro, che furono costretti d'abbandonare el campo. Folicardo, ch'era uscito della schiera de' nimici, vidde la gente sua a mal partito, e vidde Molione col bastone in mano, che molto danneggiava e' cristiani. Folicardo si mosse contro a lui, e fegli una piaga nel viso colla spada. Molione, adirato, per cosse Folicardo del bastone: sí grande el colpo, che lo fece tramortire. Iddio l'aiutò che non cadde da cavallo; ma egli abraccìò el collo del cavallo, il quale cavallo sentiva gli sproni: per forza lo portò insino alla schiera del re Fiorello. E preso el cavallo, missono Folicardo a terra; e fello el re portare dentro alla cittá di Parigi. E subito entrò nella battaglia colla sua schiera lo re Fiorello e Salardo di Brettagna e Chillamo di Baviera, e feciono tutti gli altri cristiani volgere alla battaglia; e tanto fu l'ardire e la possanza di questa schiera, ch'e'saraini perdevano molto del campo, ed erano costretti a fuggire. E molti n'erano morti e gittati per terra, se non fosse Monargis colla sua schiera, ch'erano cinquanta migliaia. Questa schiera entrò da due parte nella battaglia, rompendo e atterrando e' cristiani : per questa moltitudine non poterono e' cristiani sofferire. Intervenne in questo punto che Molione abatté Salardo di Brettagna, e menollo preso a' padiglioni. E quando rientrò nella battaglia, furono messi e'cristiani indrieto con molto danno e perdita di gente; e per forza convennono tornare drento alla cittá con grande perdita e vergogna. Or qui fu pianto el paladino Riccieri. E cosí interviene di molte cose, che non sono conosciute quando altri n' ha dovizia, ma son conosciute quando altri n'ha carestia. E serrate le porte, si fece grande lamento del re Fiore di Dardenna e di Salardo ch'eran presi, e grande paura era drento alla cittá. E' saraini si radussono a' loro padiglioni; e tutti e'corpi de'cristiani morti furono rubati. Molione mandò allo re Filoter lo re Fiore e Salardo a donare: e lo re Filoter gli mandò a donare al cavaliere nero, el quale, in presenza di tutti, molto gli minacciò di fargli morire, e poi li fece legare; e la sera gli fece cenare seco a tavola. E mentre che cenavono, Salardo riconobbe Riccieri, e non disse niente. Riccieri se n'avvide, e acccnnògli che tacessi. E quando furono rilegati, Salardo disse al re Fiore: «Noi stiamo meglio ch'io non credevo»; e dissegli come quello era el paladino Riccieri. La notte parlò Riccieri con loro la cagione perché aveva condotta questa gente; e confortògli che non avessono temenza.

Capitolo LXIX.

Come Sanguino di Maganza entrò in Parigi con diecimila cristiani;

e la battaglia dell'altro di, nella quale fue preso lo re Filoter;

per cui si cambiò lo re Fiore e Salardo.

Nella notte vegnente venne a Parigi Sanguino, figliuolo che fu di Sanguino, detto di Maganza, e passò pel mezzo del campo; e fue grande romore e poca battaglia. E'menò die cimila cavalieri gismani e fiamminghi. Di questo soccorso fue grande allegrezza drento alla cittá. E la mattina, come fu giorno, Folicardo e Sanguino s'armarono colla loro gente, e assaltarono el campo; e uscirono da due porte della città, e grande uccisione commissono. E levato tutto il campo a romore, da ogni parte correvano alla battaglia isprovedutamente. El primo signore che giunse alla zuffa fue lo re Filoter di Barberia; e portossi più per volontà che per senno, e la giovanezza lo traportò nella schiera di Folicardo, e fue attorniato da' cavalieri cristiani. Intanto giunse Folicardo: e vedendo questo re, si sforzò d'averlo prigione. E' per forza s'arrendè a lui, ed e' lo menò drento alla cittá di Parigi. E per questo e' cristiani ripresono ardire e per Folicardo e per Sanguino, e ricominciarono maggiore battaglia. E raccozzate le due schiere in una, arebbono fatto maggior danno; ma Riccieri corse alla battaglia, e vedendo la valentia di Folicardo, n'andò a lui colla spada in mano, e molti colpi di spada si diedono. E Riccieri gli si diede a conoscere; e non si fecion festa, perché nessuno non si accorgessi; e dissegli: «Tu hai preso uno re. Noi cambieremo li due cristiani Salardo e ' re Fiore per lui. Io avviserò loro di ciò che si de' fare. Fate onore al re Filoter». Allora giunse Sanguino; e vedendogli combattere, assaliva Riccieri; e la gente d'ogni parte s'affrontò, e grande battaglia si commisse, e furono spartiti; e molti saraini giugnevano nel campo. Per questo furono e' cristiani costretti a tornare drento alla città. E Folicardo disse a' baroni cristiani quello che Riccieri gli aveva detto, ponendolo in segreto; e tra loro ne fu grande allegrezza. E mandato per lo re Filoter, gli feciono grande onore, e sedette allato al re di Franza. La mattina mandò Riccieri ambasciadori nella cittá a dimandare lo re Filoter; e fu scambiato lo re Filoter col re Fiore e con Salardo. E l'una parte e l'altra facevano festa de' ritornati baroni di prigione; e riposaronsi alcuno giorno sanza fare battaglia.

Capitolo LXX.

Come Riccieri dimandava lo re Filoter quello che gli pareva

della corte del re di Franza; e tastava di farlo battezzare.

Avendo molte volte Riccieri al segreto parlato col re Filoter della fede saraina e della fede cristiana, qual era migliore fe', lo re Filoter (era giovane e molto amava Riccieri, non perch'egli credessi che fusse Riccieri, ma per lo cavaliere nero) se ne rideva. Ora avvenne ch'egli era stato preso e fatto il cambio; e Riccieri lo dimandò quello che gli pareva della corte del re di Franza. Risposegli che veramente egli erano e' più gentili baroni del mondo, e 'l grande onore che gli fue fatto. Disse allora Riccieri: «Per certo ch'egli è un grande miracolo che in cosí poco di tempo e' cristiani abbino preso tanti paesi; e ho udito ch'egli hanno una bandiera (e questo so io di vero, che si chiama Oro e fiamma), la quale fue mandata a Fiovo dallo Iddio loro; ed ha questa virtù, che quando ella si spiega in campo, non possono essere sconfitti coloro che sotto essa si conducono, e alla fine debbono avere la vettoria. Questa grazia ha fatto loro el loro Iddio. Ma il nostro bel re di Ninove, el quale noi chiamiamo Balain, non mi pare che si curi niente de' nostri fatti; e hacci lasciato vincere a Roma e tanti nobili re uccidere: e 'l mio padre medesimo vi fue morto, e anche el vostro padre. Per certo che questo Iddio de' cristiani fae miracoli per quegli che l'adorano». Per queste parole el re Filoter disse: «O cavaliere nero, guardate che voi non siate udito da quegli del campo». Disse Riccieri: «Come signore, io favello con voi al segreto, perché io vi tengo per mio signore e fratello». El re gli disse: «Cosí voglio; e che tu sia certo che amo più te che altra persona». Riccieri gli cominciò a dire: «Voi avete un grande nimico, cioè el soldano di Bambillonia. Per certo nessuna gente sarebbe adatta a mantenervi in signoria, quanto e' cavalieri cristiani; e parrebbemi un grande senno accordarsi con loro. Voi avete veduto che gente e' sono». Al re piacque queste parole, e disse: «I' mi ci voglio pensare alcuno giorno». E giurarono el segreto tra loro due, tale che Riccieri aveva buona speranza di farlo battezzare, con animo che, com' e' fossi battezzato, fare passaggio colla forza de' cristiani in Africa. E sarebbegli venuto fatto tutto quello che aveva pensato; ma la invidiosa fortuna non volle, per lo caso che occorse.

Capitolo LXXI.

Come il di terzo dopo il cambio de' prigioni si combatte, nella quale

battaglia fue morto lo re Filoter e Folicnrdo ; e come Riccieri per

questo tornò dal lato de' cristiani.

Tenendo più volte Riccieri parlamento col re Filoter delle sopra dette cose, el terzo die dopo el cambio de' prigioni tutti e' baroni dell'oste vennono al cavaliere nero a dimandargli ch'egli mandassi imbasciadori alla cittá, o che s'arrendessino, o ch'eglino venissino alla battaglia. Riccieri, non potendo con suo onore contradire a questo, mandò ambasciadori a domandare la terra o la battaglia. Fu risposto che l'altra mattina mosterrebbono s'eglino si volessino arrendere. Come fu giorno, lo re Fiorello fece tre schiere. La prima condusse lo re Fiore di Dardenna e Folicardo con ottomila cavalieri; la seconda diede a Salardo di Brettagna e a Chillamo di Baviera con diecimila cavalieri, e con loro mandò Sanguino di Maganza; la terza e ultima tenne lo re Fiorello per sé. La prima schiera assalí el campo con grande romore e morte di molti saraini. Folicardo e 'l re Fiore molto campo acquistarono. A questo romore el primo signore che corse alla battaglia fue lo re Filoter, e nella giunta abatté lo re Fiore di Dardenna, e fue a grande pericolo; e sarebbe suto preso, se non fusse Folicardo, el quale, gridando a' cavalieri, fece cerchio intorno al re Fiore con mille cavalieri. E' furono attorniati da' saraini; e presono un poco di ridotto tra uno arginello e un poco di fossato; ed ivi si difendevano serrati e stretti: l'avanzo della schiera fu messa in fuga. Ed era a grande pericolo Folicardo e 'l re Fiore, quando Salardo e Sanguino e Chillamo entrarono nella battaglia, e grande e fiera battaglia commissono. Sanguino faceva smisurate pruove d'arme della sua persona; e combattendo, per forza d'arme riscossono el re Fiore e Folicardo con que' mille cavalieri. Per questo lo re Filoter, acceso d'ira e di veleno, perch'egli aveva perduti questi due signori, e' quali egli credeva sanza manco pigliare, entrò furioso tra gl'inimici; e vedendo Sanguino fare tanto d'arme, gli corse a dosso con una lancia in mano credendogli dar morte, e nel fianco lo percosse, e ferito l'abatté da cavallo. Quando Sanguino cadde, e' cristiani cominciarono a perdere in quella parte la battaglia; ma Folicardo, che se ne avvide, soccorse in quella parte con molti cavalieri, rifrancando e' Franzesi e rivolgendogli alla battaglia. Quando vide lo re Filoter che sosteneva il peso della battaglia, si dirizzò verso lui colla spada in mano; e 'l re Filoter si volse verso Folicardo, e grande battaglia insieme cominciarono. Alla fine Folicardo l'uccise; per la cui morte e' saraini furono costretti d'abbandonare el campo in quella parte, e volsono le spalle. Allora giunse alla battaglia Molion con grande frotta di saraini, e molto aspramente aggravò e' cristiani, e grande uccisione facevano di gente. In questa battaglia Molion vidde Folicardo molto affaticarsi, ed era quasi lui solo cagione di fare stare e' cristiani saldi alla battaglia. Molione impugnò una grossa lancia, e ogni altra battaglia abbandonò; e quando vide il destro, l'assalí, e missegli quella punta nelle coste dal lato ritto, e più che mezza lancia lo passò dall'altro lato, e morto lo gittò da cavallo. E cosí morí el franco Folicardo da Marmora, el quale si battezzò ad Alfea per la virtù del paladino Riccieri. Morto Folicardo, e' cristiani non potevano più sostenere la punga della battaglia. Molto s'affaticava Sanguino, Salardo, re Fiore e Chillamo; e sendo costretti per la moltitudine de' saraini abbandonare la battaglia, cominciavano a volgere le rene; quando lo re Fiorello colla sua schiera gli soccorse. Or qui fue la maggior battaglia ch'ancora fussi stata. E' fuggenti ripresono ardire, e rivolsonsi alla sanguinosa battaglia. Le grida e 'l romore e 'l furore dell'arme e l'urtare de' cavagli e 'l traboccare e 'l cadere erano assai fuora di mesura. Alla fine e' saraini non poterono sostenere, e diedon le spalle. In questo era andata la novella a Riccieri che 'l re Filoter era morto; e poi sentí dire ch'era suto morto quello ch'aveva morto lo re Filoter, intanto ch'egli conobbe che Folicardo era morto. Non ebbe mai alla sua vita tanto dolore; e armato montò a cavallo, e pieno di dolore della morte de' due baroni, lodando Iddio e' diceva: «O fortuna mia, perché m'hai vietato l'acquisto d'Africa e toltomi Folicardo?» E giunto presso alla battaglia, vide lo re Fiorello nella battaglia. Riccieri s'aboccò con lui, e cominciorono a combattere. Riccieri disse: «O franco re, che farai?» Lo re Fiorello subito lo riconobbe, e disse: «O nobile Riccieri, ritorna alla tua patria». Riccieri gli disse: «Io mi metterò in fuga. Seguitemi, e io m'arrenderò a voi ». E cosí fé; e poco fuggì, che s'arrendè; e menollo a Parigi. In questo mezzo Molion prese Salardo, e Monargis prese lo re Fiore. E la notte per le tenebre partí la battaglia; e' cristiani si tornarono drento alla cittá, e' saraini si tornarono a' loro padiglioni, con danno di ciascheduna parte.

Capitolo LXXII.

Come e' saraini sentirono che 'l cavaliere nero era Riccieri,

e fuggirono con tutta l'oste; e come furono seguitati e giunti.

Non fa menzione la storia come nel campo si fusse palesato; ma egli fune palese a tutta l'oste, che quello ch'era chiamato el cavaliere nero era Riccieri paladino. Quando Molion e Monargis udirono questo, dissono tra loro: «Noi siamo traditi». E levaron campo, e menaron via lo re Fiore e Salardo di Brettagna, e tutti gli altri prigioni furono ammazzati; e 'nverso la Borgogna pigliarono loro cammino, perché ancora non erano cristiani Borgogna, Savoia e Provenza; e lasciarono trabacche e padiglioni e certe bandiere. Per questa partenza certi prigioni che si fuggirono al levare del campo, e certi paesani che gli sentirono, corsono alla cittá; e fattone sentire, tutta la terra corse a romore. Riccieri s'armò, e 'l re Fiorello e Sanguino e Chillamo. Prima Riccieri uscí della cittá colla gente di Sansogna e co' Brettoni, e poi lo re Fiorello e Sanguino e Chillamo; e seguitandogli per tre giorni con migliore guide, sentendo la via ch'eglino facevano, avanzarono tanto, che la mattina del quarto giorno l'antiguardo de' cristiani giunsono el dieriguardo de' saraini, e cominciossi grande battaglia. E convenne che tutto 'l campo si fermasse, non credendo però che fosse la forza del re di Francia, perché non poteano pensare che sí tosto potessi essere venuta. Quando Riccieri sentí ch'egli era fermo il loro campo, disse al re Fiorello: «Voi rimarrete in questa battaglia, e io co' miei Sansogni e Brettoni passerò per altra via, e sarò loro dinanzi, e metterògli in mezzo». E cosí fece: e 'ntrato per una valle, fu loro la sera dinanzi quasi in sul l'ora del vespro; e dato il segno al re Fiorello, gli assalirono. E Riccieri ruppe loro l'antiguardo; e in quello punto era andato Molion a soccorrere il loro dieriguardo contro al re Fiorello; e Riccieri abatté le loro bandiere, e rompeva il campo. E la novella andò a Molione, inanzi ch'egli giugnessi alla gente del re Fiorello; ond'egli tornò indrieto per soccorrere le bandiere. E aboccossi con Riccieri, non conoscendolo, perch'egli non aveva la 'nsegna ch'egli aveva quand'era con loro; e assalitisi con le spade, cominciarono grande battaglia. Riccieri non gli parlava. In questo mezzo lo re Fiorello venne alle mani con Monargis, e aspra battaglia cominciorono insieme. Alla fine e' saraini furono rotti in questa parte; e molte prodezze faceva Sanguino e Chillamo. Per questo rimase Monargis solo; e certi cavalieri l'assalirono, e arebbollo tratto a fine; ma lo re Fiorello gli fece tirare in drieto. E combattendo con lui, il re lo ferì di due piaghe, e domandollo che s'arrendesse; ed egli rispose in parlare franzoso: «O false cristian, ovante moi atueres do mon Jojose brande!» Alla fine el re l'uccise; e come l'ebbe morto, prese la spada di Monargis in mano, e disse: «O can saraino, questa spada non ará più a te nome 'Jojoso brande', ma io la chiamerò 'Mongioioso brande!'» Per queste parole fu sempre poi chiamata questa spada «Jojosa», ma molti la chiamarono « Gioiosa ». E poi si cacciarono nella battaglia, uccidendo e amazzando e' saraini; e avendogli in rotta, già era la scura notte, quando e' cristiani volevano abbandonare la battaglia. Ma lo re Fiorello comandò ch'ognuno seguitasse le bandiere, temendo che Riccieri non fusse offeso. E' saraini ch'erono rotti avevano per lo campo sentito che le bandiere erono perdute. Non tenevono l'uno quella via che l'altro; e in quella sera non si trovarono le due schiere l'una l'altra. La gente di Riccieri trovarono poco dinanzi alle bandiere lo re Fiore e Salardo, e avevagli liberati e armati, e venivano per volere aiutare Riccieri; ma egli comandò che stessono a drieto, e nel gridare che fece Riccieri contro al re Fiore e contro a Salardo, Molion lo riconobbe. Allora lo chiamò traditore, e disse che a tradimento gli aveva condotti in Franza. Riccieri in questa forma gli rispose, stando saldi colle spade in mano.

Capitolo LXXIII.

La risposta di Riccieri a Molione che l'aveva chiamato traditore;

dov'egli 'l prega che si facci cristiano.

Avendo Riccieri udite le parole, si fermò colla spada in mano, e disse: « O nobilissimo cavaliere, nessuno non de' giudicare, s'egli non ha udite ambo le parte; e però odi la mia parte. La forza della fortuna mi condusse a tempo di bandita e giurata triegua: per la fede di tutti gl'iddii, mi condusse quella forza che molti signori e prenzi e duchi da più e da men di me ha già isforzati, e ingannati imperadori e re, cioè l'amore di donna. Io tirato dall'amore di Fegra Albana, perch' io, per lettera da lei chiamato, a lei andai, essendo la triegua, solo con quello famiglio ch'ella m'aveva mandato, sanza nessuno pensiero cattivo, ma solo portato dall'amore, a me furono negati e rotti e' patti della fatta triegua, che per tre mesi e' cristiani potevano andare per le terre de' saraini, e che e' saraini potevano passare per le terre de' cristiani. Ed io fu' messo a Tunizi in prigione; e Basirocco e Achirro, re di Barberia, e gli altri baroni ch'erono stati al torniamento, e tutti voi non solamente la mia morte disiderasti, ma, per maggiore istrazio fare di me, fui riserbato per farmi insieme con Gostantino e con Fiovo mangiare a' cani; e cosí fui rimesso in fondo di torre, della quale per la grazia del nostro vero Iddio e per la bontà e operazione di Fegra Albana uscii. E tanti nobili signori cristiani avete morti; benché le nostre spade gli abbiano vendicati: ma pur l'oltraggio, quand'io fui messo in prigione, non era vendicato, s'io non vi avessi menato di qua in prigione, come fui messo in prigione io. Tu sai quanti re e quanti gran signori di vostra fede sono passati sopra a' cristiani, che son quasi niente a rispetto della moltitudine vostra. Ogni volta v'abbiamo vinti, e tutti o la maggiore parte de' signori saraini ci sono morti. Onde io ti priego che tu non voglia essere del numero de' morti; e priegoti che tu faccia come fece Attarante della Magna e Durante di Melano e Folicardo di Marmora, e' quali conobbono la nostra fede essere perfetta fede. E se 'l nostro Signore Gesù Cristo non ci avessi aiutato, già per noi non aremmo potuto contro a voi. Lo re Fiorello è re tanto grazioso, ch'egli ti donerà signoria apresso agli altri baroni; ed io t'accetterò per mio fratello, in quanto tu pigli il santo battesimo di nostra fede cristiana ».

 Capitolo LXXIV.

Come Molione rispose a Riccieri ; e come Riccieri l'uccise : e alla morte

gli promisse far fare in quel luogo una fortezza al suo nome per

rimembranza ; e come lo re Fiorello colla sua gente ritrovò la

schiera di Riccieri l'altra mattina.

Udite Molion le parole di Riccieri, rispose: «O Riccieri, la tua fama è grande, e non si de' perdere per uno solo cavaliere. Io veggio che tu hai tanta gente intorno, che se io vengo al di sopra della battaglia con teco, ch'eglino me uccideranno. Ma se tu se' valente, come tu hai la fama, e ami onore, fidami che altra persona non mi offenda, imperò che l'animo mio si è in prima di morire che pigliare il vostro battesimo o tornare alla vostra fede. Io non ho perduta la speranza di Balain, nostro Iddio, e di Belfagor».

Allora fece Riccieri giurare a Salardo e al re Fiore di Dardenna di non lo offendere; e più eh'e'gli fece promettere e giurare che, se Molion vincesse, che salvo e sicuro il metterebbe in qual parte Molion volessi, sanza nessuno impedimento. Allora ricominciarono colle spade in mano la battaglia, nella quale Riccieri gli uccise el cavallo; e poi a pie' cominciarono a combattere. E combattendo a pie', Riccieri lo ferì di tre piaghe. Molione si credette avere vantaggio a abracciarlo; e abracciatisi, Riccieri lo misse di sotto, e col pomo della spada per forza gli spiccò la visiera dell'elmo, e da capo lo domandò s'egli si voleva battezzare. Rispose di no, ma ch'egli lo pregava per amore del suo Iddio Cristo che dopo la sua morte facesse fare in quello luogo un castello a suo nome, e ponessigli el suo nome. E Riccieri cosí gli promisse, e apresso l'uccise col coltello. E cosí fu morto Molione. E in questo luogo da ivi a certo tempo fue fondata una cittá che si chiamò Molione, e oggi si chiama Laone. E dove fue morto, o vero dove furono trovate l'ossa di Monargis, fue fatta una cittá, che si chiama Montargis.

La mattina vegnente in su l'ora di terza si ritrovò el campo insieme, cioè la schiera del re Fiorello con quella di Riccieri, e tornorono verso Parigi; e portoronne el corpo di Folicardo, ch'era rimaso fuora di Parigi, dentro, e feciollo sopellire a grande onore. E comandorono che 'l paese fusse netto de' corpi morti, perché non corrompessino l'aria; e' cristiani ebbono degna sepoltura, e' saraini furono altrimenti divorati.

E così regnorono di poi gran tempo a Parigi in pace lo re Fiorello, re di Franza, e 'l re Fiore, re di Dardenna, e Riccieri, signore di Sansogna. E lo re Fiore ebbe due figliuoli: l'uno ebbe nome Lione, e l'altro Lionello; e una figliuola ebbe poi, a cui pose nome Uliana; e Riccieri per amore di Fegra Albana non tolse mai moglie.

E qui finisce il primo libro. Deo grazias.

Finito il primo libro di Fiovo e di Riccieri primo paladino,

or seguita el Fioravante, libro secondo. Deo grazias.

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Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2011