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Edizione di riferimento
Castets (F), I dodici Canti, in Revue des langues romaines, publiée par la Société pour l'étude des langues romanes, Montpellier 1898-1890-1900-1901-1902, reprint 1970
in volume: Publications de la Societé pour l'étude des Langues Romanes XXII, I dodici canti, epopèe romanesque du XVI siécle par Ferd. Castets professeur a la Faculté des Lettres de Montpellier Coulet et fils, Éditeurs Libraires de l'Université, 5, grand'rue 1908
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Signor, fur molti nella antica etade
A quai Fortuna prospera promise
Eterno honor, perpetua majestade,
Nè lor dalle vettorie ample divise
Finchè mostrarno lor chiara bontade; 5
Ma, quando inertia nel lor cor si mise,
Persero a un punto sol quel ch' in molti anni
Acquistato havean già con gravi affanni.
Di questi un fu quel gran Cartaginese
Ch' a Canne tante gran vettorie perse 10
Per non seguire l'honorate imprese:
Vivendo in otio il suo danno sufferse;
Et quel moderno rigido Francese
Ch' altresì in Puglia ai suo' la morte offerse
Col troppo soggiornar, col star a bada, 15
Tenendo al fianco l'ociosa spada.
Et quel Thosco gentil, di cu' i figliuoli
Alle paterne spese hanno imparato
Soleciti esser per fuggir li duoli
Ch' acquistò il padre nel castel di Prato, 20
Et render libertade ai patrii suoli,
Cerca tutt' hor in questo et in quel lato ;
Così in Durazzo hora Milone il duca
L'otio percuote, distrugge et manduca.
Licentiò li suo' militi el aire 25
Preso ch' hebbe Durazzo, et con la moglie
Già consumati tutti i suo' desiri
Et adimpite le bramose voglie,
Non conoscendo i suo' futur martiri
Nè le maligne sue venture doglie 30
Pensando che nisc[i]un mai più il moleste
Nè l'alegrezze sue faccia funeste.
Vivendo, com' io dissi, alla Francesca
Con giostre e torniamenti, et lieta fronte
Facendo in corte a ognun, gente Turchesca 35
Accetta seco e al fin n' hebbe pur onte,
Però ch'essendo ancor la piaga fresca
Se ne duolse Mongrana et Chiaramonte,
Onde ne trasse il duca la famosa
Origine per sempre glorïosa. 40
Naparro sotto il nome di Torrindo
Venne a Durazzo coi compagni in fretta,
Il nome dando che dal paese Indo
Era venuto, aciò che men suspetta
Renda la gente, et Ottomanno il lindo 45
Armato entrò con tutta quella setta
Et da Lamphibo fu accettato,
Ch'è Turco altresì mal battizzato.
Da Finadusto fu con molto honore
Ricevuto Naparro, et alla corte 50
Non si vuol presentar di quel signore
Cui cerca dare con gran stratio morte.
Vi va quel altro, ma non scuopr'il core,
Et mena seco le sue fide scorte
Dei cavallier, con dir ch' ivi andato era 55
Per honorar sol quella giostra altiera.
Enteso ho dir che si gettan tre acque
La prima è quella che dentro al mar piove;
La seconda (di udir non mi dispiacque)
È che al somier il capo lava, dove 60
L'eterna ingratitù per sempre nacque;
Et della terza più gettata altrove
Non si vidde di quella, ch' el Giudeo
Battezza o il Turco o l'infido Caldeo.
Si suol dir un proverbio assai vulgare 65
Ch' un mal Giudeo non è mai buon christiano.
Chi facilmente questo vuol pruovare,
Hor ne può haver l'esperientia in mano.
Finadusto et Lamphybo i' vi vuo' dare
Per testimoni che 'l battesmo in vano 70
Presero per tradir più cautamente
Milone il duca et lor patria dolente:
Furon costor cagion che la citade,
Lor patria, rovinasse a ferro e sangue,
Et vi perisse con gran crudeltade 75
Molti christiani, e il re Guiciardo esangue
Per il fratel restasse; che pietade
Non truova hora Durazzo; et però langue
Per il figliuolo la misera madre
Et la figliuola per pietà del padre. 80
Quando la giostra in piazza ordinata era,
Fassi nella cità tumulto altronde.
Finadusto et Lamphybo con l'altera
Persona di Napar che non se asconde
A loro, ma con la spietata et fera 85
Malignità cui par sempre seconde,
Truovan christiani et donne et fanciullini
Occidendo dai grandi ai picciolini.
Va il rumor al palazzo ov' è Seferra,
Qual piglia il fanciullino e in l'antro scende. 90
Invalidisse in la cità la guerra,
Col duca il buon Manfredo l'armi prende.
Dal basso centro fin sopra la terra,
La gentil maga le figure orrende,
Con le sue arti, trahe nella spelonca, 95
Col galetto della Stigia conca.
Manda in Constantinopoli quell' armi
Che Volcan fece al sacro imperatore,
Per un di quei che coi magici carmi
Haveva de l'inferno tratto fuore, 100
Qual disse: « Fa che nullo unqua se n'armi,
Se non chi con giostrarle havranne, honore,
Che, se altrimente mai tu ne facesti,
Il nome di esser giusto perderesti. »
Fu a un principe sì grande grande il duono, 105
Ma il demon ch'el portò che in forma humana
Se le mostrò, come un balen dal tuono
Via si partì tornando alla gran tana
Onde uscito era, et l'imperator buono
Lo fa cercar per la cità sovrana, 110
Volendol meritar, nè si ritruova,
Onde s'ammira di tal cosa nuova.
Et viste l'armi, che d'una bellezza
Eran non vista mai, l'hebbe assai care.
Furno stimate ancor di gran richezza 115
Che vi eran gemme pretiose e rare.
Havea l'imperador di gentilezza
Un figliuol pieno et di virtù preclare,
Sol d'anni cinque, et fe dissegno darle
A quello, onde per quel fe conservarle. 120
Milon fu fatto con sua cara moglie
Prigione e in prigion posto; ivi conviene
Tanto vi stia con stenti et amare doglie
Ch'el figliuol creschi et poi a trarli di pene
Ratto ne venghi, et le sfrenate voglie 125
Del zio maligno il giovanetto affrene,
Che con Seferra va in un piccio[l] legno
Pel mar fuggendo di Naparro il sdegno.
Ma la Fortuna, che è dei buon nemica
Et spesso in fine al cielo i tristi estolle, 130
Ne l'onde false quel legnetto intrica
Con contrar venti, et dal camino el tolle
U' condurlo Sefferra s'affatica,
Per far le voglie sue nette satolle,
Che non le basta i genitor turbare 135
Ch'ancor persiegue il figlio in mezzo il mare ;
Perchè fu preso il nobile bambino
Da certi predator nel mobil regno
Di quel che già si convertì in delfino
Sol per Melantho, et del fanciullin degno 140
La fida scorta in mar col capo chino
Sendo gettata, il ciel sempre benegno
La rimutò in l'augel ch'al marin lito
In bianche penne è passeggiando unito.
Doppo' fu comperato il fanciulletto 145
Dove, il bel monton d'or trasportando Helle,
Da lei caduta Hellesponte vien detto,
Et quel fu trasmutato in chiare stelle.
A Biza[n]tio portato il pargoletto
Fuggì le sorti sue crudeli et felle, 150
Che fu nudrito e imparò in le scuole
Ciò che liber fanciullo imparar suole.
Lungo saria il volervi, s'io volesse
Il tutto come et quando racontarvi,
Ma bastami servar le mie promesse 155
Et sol l'hystoria qui manifestarvi
Del pro Guerino, et poi quel che successe
Di lui più a pieno spero dichiararvi.
Basta ch' io dichi como acquistò l'armi,
Perchè dirlovi haver promesso parmi. 160
Epydonio fu quel ch' el fanciulletto
Comprò dalli corsari et portò seco,
Trovando una nudrice che col petto
Li desse il latte, che di figli cieco
Era egli in prima, ma il motor perfetto, 165
Che niscium lascia over Latino o Greco
De l'opre pie senza buon guidardone,
La moglie fecondò d'un bel garzone.
Così fur nudricati in modo tale
Che l'un da l'altro non si conosceva, 170
Ciò è quil schiavo da quel naturale
Figliuol; però Guerino esser credeva
Figlio a Epydonio et a quel altro uguale
Certo fratel germano si teneva.
Era loro un vestir, un viver solo, 175
Come se stato anch' ei fusse figliuolo.
Perchè meschinamente fu truovato
In man di ladri il degno fanciullino,
Non sapendo che fusse battezzato
Ribatezando il fe chiamar Meschino. 180
Enidonio il figliuol poi fu nomato,
Ma fu di aspetto tanto pellegrino
Quel prima detto comprato fanciullo
Ch'a ogni animo gentile era trastullo.
Et pervenuto al quintodecimo anno 185
Con Enidonio essendo andato in corte
Del sacro imperador u' senza affanno
Si vivea lieto, le toccò per sorte
Giocar a lotta, et, non senza onta et danno
Dei lottatori, tanto destro et forte190
Si demostrò che venti o più ne vinse
Nanzi ch' ei si straccasse e in terra spinse.
Onde Alesandro, al degno imperatore
Vero figliuol di sangue et di costumi,
Al Meschin puose tanto grande amore 195
Che sempre in lui tenea firmati i lumi,
Considerandol tutto, et dentro al core
Si mise per lui spender molti numi
Comprandolo, onde ad Enidonio chiese
Ch' in venderglelo fusse al men cortese. 200
Qual le rispose non posser disporre
Del Meschin senza la paterna voglia,
Ond' Alesandro ad Epydonio esporre
Fe il suo desir et lui pregar che voglia
Concederli el Meschin et tanto tuorre 205
D'argento o d'or al desir le accoglia,
Pur che le dia il Meschin, che sol le piace
Sempre haver seco per sua eterna pace.
Enidonio gentil discreto et buono,
Al suo signor in tutto sempre grato, 210
Le ne fece cortese et largo duono,
Narrando come l'haveva comprato
Da certi ladri che di voce in suono
Le disser come l'havevan predato
De Sefferra che n'era curatrice 215
Et con molto oro et gemme e una nutrice;
Et come haveano l'una et l'altra donna,
Ma pria la vechia, dentro al mar gettata,
L'altra che di bellezza era colonna
Da tutti i marinar sendo stuprata, 220
Ma però a forza, in fine che la gonna
Con tutto el corpo bel fu lacerata,
Et al ciel rasa l'animetta pura,
Al corpo derno il mar per sepoltura.
Il tutto ode Guerin che era presente 225
Ciò che Epydonio ad Alessandro dice ;
Dagli ochi il pianto et un suspir rovente
Da l' imo petto esala et se infelice
Chiamando pria; et poi di quella gente
Qual sia dimanda che fu predatrice 230
Di lui, quali esser Turchi entese, onde ello
Giurò di farne un dì crudel macello.
Et lo successe poi, come odirete,
Che fu de' Turchi capital nemico,
Et felli capitar entro una rete 235
Che fu a lor duro laccio et grande intrico
Più ch' a l' imperio il sdegnato Narsete
Vedendo il cor d'Augusta esserli oblico;
Ma, lasciando ogni cosa, i' vi vuo' dire
Come l'armi acquistossi il gentil sire. 240
Era Alessandro di bella statura
Proportionato et di cor generoso,
Cui donò il padre la bella armatura,
La mazza, il scudo e il brando luminoso,
Che le piacevan fuor d'ogni misura 245
Per la bellezza lor, ma gli era ascoso
Ciò che in quelle era, qual il sir si pruova
Nè ben le stanno o pur se armar ripruova.
Quando ha più volte et più pruovato il sire,
La prima volta le truovò assai strette, 250
L'altra sì larghi; che non son ben dire,
Et l'altra corte ; et quando poi si mette
In pruova di volersene vestire,
Più al corpo suo le ritruovava inette,
A tal che se ne lagna asai et le spiace 255
Non potersi vestir quel che le piace.
Et così quando è largo et quando stretto
O quando è troppo cupo o troppo piano
Il vago, bello et pretioso elmetto,
Il che par caso ad Alessandro estrano. 260
Altresì ancor le avvien di quel perfetto
Brando non fatto per oprar humano,
Che quando è corto, quando lungo et quando
Leggiero et quando è grave il degno brando.
Similemente della mazza et scudo 265
Avvien, che quando leggi et quando gravi
Sono al campion d'ogni baldanza ignudo,
Onde par che gran doglia il sir aggravi
Che servir non si può di quelle, et crudo
Par a ciascun il caso, et alli ignavi 270
Fabri de l' armi par cosa impossibile
E agli humani intelletti anco incredibile.
Prendono la misura al sir gentile
Più fabri ch' han de l' armi il nome chiaro,
Nè alcun sa ritruovar modo nè stile 275
Di guastar quelle o a quelle farne un paro.
Era il lavor sì bello et sì sottile
Che di ponervi man tutti dubbiaro,
Ma pur pruovando ruppero i scolpelli,
Incudini, tenaglie et più martelli.280
Non si ponno guastar per quella tempra
Ch' hebbero prima dal suo dotto fabro,
Che ogni altro ferro o vi si frange o stempra;
Però par forte il caso, duro et scabro
Et di esserne pur donno più s'insempra 285
Il gran disio nel sire, et torce il labro
Pel sdegno grande che nel cor s'imprime,
Onde a guastarle fa pruovar più lime.
Una si spezza, l'altra perde il taglio.
Straccanosi li fabri intorno a quelle, 290
Mirano tutti al pretioso intaglio,
Le frondi et ghiande con misure belle.
Di più armature a quelle fanno aguaglio
Nè di beltà si truovano come elle
Nè di fortezza ancor, perchè i diamanti 295
Che quelle assai più foran franti.
Onde Alessandro si perturba et dice
« Chi sia questo Guerin che quivi è scritto?
Mai non se intese ancor, ma ben felice
È più di me se a suo comodo dritto 300
Posseduto ha queste armi; et io felice
Tanto son più di lui quanto più afflitto
Sono per non gioir di sì bel duono
Che m'ha donato il genitor mio buono ».
Le fa riporre al pristino suo luoco 305
Con pensier di truovar chi a lor simili
Ne faccia ancor, tornando a festa et giuoco
Coi suo baron magnanimi et gentili.
Ha il Meschin sempre seco, et sempre in fuoco
Di sdegno accesi l'alma e il cor virile 310
Il giovanetto ha sol per non sapere
Della sua stirpe le certanze vere.
Fra gli altri un dì Alessandro et più baroni
Giocando a lotte, a pale, a tirar pali,
Ch' ivi eran de diverse regioni, 315
Si truovan[1] tutte quelle armi fatali
Nè fuvi alcun in tutti quei campioni
Cui stesser ben, per ben che molti uguali
Erano di persona al bon Guerino,
Ma sol s'assettan ben sovra el Meschino, 320
Vuolse Alessandro alhora un duono farne
Al suo Meschin, ma in più nacque un tumulto,
Che ciò non si dee far per contentarne
Un sol, che fora agli altri troppo insulto
Et tanti gentil homin scontentarne, 325
Onde uno ad Alessandro dà consulto
Che non vuoglia dispor senza del padre
In ridonar altrui l'armi leggiadre.
O invidia che in le corti sempre pasci
La tua ingordigia et dishonesta fame, 330
Che, se hoggi muori, diman rinasci
Qual vivo seme sparso in buon letame,
Tal che mai discader tu non ti lasci
Nè a te rompeno mai le Parche il stame,
Ma tu pulluli più che gramigna 335
Perchè alle corti sei fida matrigna.
Onde Alessandro al sacro imperadore
De l'armi raguagliò la cosa intera.
Però de l'armi vuol che sia signore
Chi quelle vince con battaglia fera, 340
Ricordatosi come il donatore
Le disse già che a chi per giostra altiera
L'acquistarà, si dessero et no ad altri,
Ancor che fussin valorosi et scaltri.
Così uno editto fe che ognun potesse, 345
Pur che fusse signor o cavalliero,
Giostrar quell' armi, et quel che le vincesse
Ne andasse di elle et di gran fama altiero;
Ma, se per sorte alcun se prosumesse
Ivi giostrar che non fusse guerriero 350
Famoso o sir di qualche degno stato,
Subito preso sia decapitato.
Quando entese il Meschin la conditione
Con qual covien che tal armi si giostri,
Ne l'animo ne prende gran passione 355
Che sol chi è franco cavallier dimostri
Quanto egli vaglia fra l'altre persone ;
Voltando gli ochi alli superni chiostri
Si lagna di sua cruda e amara sorte
Che schiavo l'habia fatto et tolto a morte. 360
Non ride più, non giuoca et non fa festa,
Non si ralegra più come egli suole,
Non alza più la delettevol testa,
Più non motteggia con grate parole,
Ma sempre più la fantasia il molesta. 365
Piange da se, suspira, assai si duole,
Perde il color suo solito, et la mente
Sempre più grama et più turbata sente.
Vede Alessandro questo et sta turbato,
Perchè si pensa ch'el Meschin sia infermo. 370
Della cagion l'ha subbito spiato,
Ma quel non scuopre il suo proposto fermo,
Anzi si escusa, et di essersi mutato
Non creder dice, et non ne può far schermo.
Pur lo costringe sotto giuramento 375
Che 'l ver le dichi senza haver spavento.
Tanto è l'amor ch' Alessandro le porta,
Che giura anche egli non negarli mai
Cosa ch' ei chiegga, onde si riconforta
Alquanto il buon Meschino et dei suo' lai 380
Al suo Alessandro apre la chiusa porta,
Et dice: « Signor mio, non vorei mai
Essere in questo miser mondo nato
Poichè 'l giostrar de l'armi mi è vietato.
Non che la cupidigia mi ci tiri, 385
Ma sol disio d'honor d'acquistar fama
Mi dà dentro del cor crudel martiri,
Ch' io veggio da lontan che sol mi chiama
Vittoria a questa impresa, et con suspiri
Convien ch'io mi rimanghi, onde ognor brama 390
filia istessa morte il mio spirito afflitto
Dal ciel et da Fortuna derelitto.
Viver non vuo' più in questa mortal vita,
Se vita si può dir questa mia sorte,
Qual giorno e notte a desiar m'invita 395
Sol per uscir di servitù la morte
Che certamente per sententia trita
È men di servitù crudele et forte,
Che mille volte il dì vivendo i' moro
Fin ch'io son schiavo con crudel martoro. 400
Vedendo il pio Alessandro che 'l Meschino
Della sua sorte si lamenta et piange,
Tenendo per pietade il capo chino
Verso la terra, dentro del cor s'ange,
Et giurando promette al poverino 405
Che, se ei vuol, giostrarà. Così le tange
La mano con gran fede et con amore
Benchè non vogli ancor lo imperadore.
Et, se ei si porta nella giostra, ancora
Soggiunge il sir, come ei bramando spera, 410
Libero farlo senza altra dimora,
Et honorar la sua persona, e altiera
Farla fra cavallier in poco di hora.
Tanto nel dir mostrò grata maniera
Che ritornò al Meschin quel color vivo, 415
Di che stato era per più giorni privo.
Di Grecia in ogni luogo si divolga
La giostra imperial dever si fare
Il primo dì di Maggio, et ch' ognun tolga
Il tempo a proveder come li pare, 420
Nè vuol lo imperador che si rivolga
Lo editto suo che nisciun può giostrare,
Se non è gentil huomo e cavalliero
Overo che habia giusto et mero impera.
Così il tempo ne viene atto alla giostra. 425
Si adunano i guerrier Greci et Latini
Con pompa grande, et ciaschedun si mostra
Con belli arnesi et corsier pellegrini:
Intendesi fra' Turchi che si giostra,
Ch' al Greco imperador presso ai confini 430
Sono, onde li figliuoi d'Astiladoro
Vivean con grande pompa et con molto oro.
Havevan triegua alhor Turchi et christiani
Greci per ducento anni insieme tutti,
Nè coi sol Turchi ma ancor con gli Alani, 435
Con Mori et Saracin malvagi et brutti,
Onde dalli paesi ancor lontani
Vennevi gente assai per corre i frutti
Della virtù, che son fama et honore,
Loda, gloria perpetua, immenso amore. 440
Astillador duo figli, de' quali uno
Torindo detto et Pynamonte
L'altro nomato, et sì superbo è ognuno
Dei duo fratei che non estiman fronte
D'altrui et nel pensier han che nisciuno 445
Lor tolga il pregio, onde per valle et monte
Cavalcan con gran pompa et da Gismondo
Furno acettati con il cor giocondo.
Di Macedonia il principe vi venne
Polydamante, et della Assiria il re 450
Amphymonte gentil, et quel che tenne
Di Lychaonia il scetro, lo qual fe
In giostra il suo dover rompendo antenne,
Non che le lance, e altrui fastidio diè,
Brunante detto; et d'Alessandria il vero 455
Signor, che fu nomato Narpalero.
Amphylo ancor figliuol del re dei Persi
E i duo Albanesi zii del pro Meschino,
Che i genitori suo' tenean sumersi
In oscura prigion, ma più meschino 460
Vi fu Madarro, che coi passi persi
Perse la vita per man di Guerrino,
Come udirete successivamente,
S'havrete al cantar mio l'orechie atente,
Pria che giostrasse il Meschin, manumesso 465
Fu da Alessandro qual fedel christiano,
Benchè farlo doppo gli havea promesso
Libero, ma Epidonio tutto humano,
Che quel ch' amava hebbe al suo sir concesso,
Le supplicò ch' in affrancar lo estrano 470
Non le fusse Alessandro qual havaro
Non li essendo; rogarne fe il notaro.
Tre cavai sol potea ciaschedun seco
Menar chi a questa giostra esser volea,
Cavallier Turco, Mor, Perso, lndo o Greco 475
O venuto di Persia o di Caldea,
Signor, conte, marchese, e duca, bieco
Non havendo egli il cor, entrar potea
In la cità ove riceveva honore
Dal magnanimo et sacro imperadore. 480
Tutti i signor, che già di sopra ho detto,
Nella regia era[n] con amor tenuti
Per fin che giunge il dì fra gli altri elletto,
Che fu il primo di Maggio, et dagli arguti
Cavallier si prevenne al degno effetto 485
Della giostra ove fur abbatuti.
Vedendo ciò il Meschin per sdegno et rabbia
Quasi piangendo isi mordea le labia.
Con Elisena sopra un palcho ito era,
Sorella d'Alessandro cui serviva, 490
Il buon Meschin, che quasi se dispera.
Scendendo a basso, ov' è Alessandro, ariva
Et dicele : « Signor, già l'altra sera
Mi promettesti pur a voce viva
Ch' io giostrassi, et hor si giostra et io 495
Stommi a veder con pena et dolor rio ».
Un poco se arossò Alessandro in volto,
Poi seco lo menò dentro al pallagio
E armollo di sua man d'armi, che molto
Erano sode, et ragionando ad agio 500
Seco, le disse : « Honor portando et sciolto
Dagli altri torna quivi, che malvagio
È tanto il padre mio che certo. i' dubbito
Che ti faria morir sapendol subbito. »
Sopra l'armi una vesta da villano 505
Le puose il sir et dèlle un caval forte,
Ponendoli sul capo di sua mano
Di quercia una corona, che per sorte
Ivi un ramo truovò poco lontano;
Poi sul caval il pose e uscir di corte 510
Lo fece dal postico in giostra intrare,
E, a ciascun che lo vede, un villan pare.
Porta di faggio una ben grossa lancia,
Sopra postovi un fer truovato a caso.
Se li oppone un de' zii che senza ciancia 515
Puonerlo in terra s' havea persoaso.
Madarro è questo, a cui mezzo alla pancia
La ruzza hasta passò rompendo il vaso
Delle intestine et più d'un palme et mezzo
Dietro passando lo lasciò al dassezzo. 520
Ritira l'hasta a se con gran valore.
Lievasi il corpo ch'in sul terren face.
Chiede di gratia al magno imperadore
Nappar giostrar con quel villano audace,
Nè gli el niega ello, et con molto furore 525
Ne va contra al Meschin come rapace
Ancipitre al fagian ; pieno di sdegno
Vendetta spera contra il guerrier degno.
Al primo iscontro, il nobile Meschino
Diede in l'helmetto al suo secondo zio, 530
Et le giovò che di tempra era fino,
Che come l'altro con tormento rio
L'harebbe posto a l'estremo dimino
Di morte orrenda, ma pur pagò il fio
Della superbia sua ch'ello e il cavallo 535
Caddero al colpo senza altro intervallo.
Et la caduta fu sì cruda et fella
Che se le roppe la sinistra spalla,
Maledicendo la sua fera stella.
Nè si torce il Meschin punto, o traballa, 540
Anzi murato par sopra la sella
Del destrier, che ne fa dritto et non falla.
Se representa con la lancia in mano
Cui il popol [grida] : « Viva hora il villano »
Amphylo Perso in su l'armata coscia, 545
Di sdegno pien, con l'hasta s'apresenta,
Pensando a quel Meschin donare angoscia,
A quel Meschin che di nisciun paventa.
Arestano le lance ambi duo' et poscia
Menando i spron tengon la briglia lenta. 550
Si ferono amendua, ma il colpo adverso
Fa col cavallo andare in terra il Perso.
Già l'hora tarda per quel dì fin puone
Alla giostra. Alesandro se ne torna
Verso el palazzo et aspetta il campione 555
Che con vettoriosa palma s'orna
Le chiare tempie più che di corone
D'oro li regi ; et mentre che soggiorna
Alessandro, il Meschin ritorna dove
Quello lieto l'aspetta et non altrove. 560
Et da lui fu di peso scavalcato
Con tanto amor, con tanta ligiadria,
Poi di sua propria mano disarmato.
Non par che schiavo mai stato le sia,
Anzi maggior fratel sempre honorato, 565
Che non si satia mai di cortesia
Pieno et da se et da lui sempre honorarlo
Abracciandolo, e in faccia di basciarlo.
Si pongono alla mensa i giostratori
Et del vettorioso si dimanda. 570
Serve il Meschino a tutti quei signori
Portando a questo e quel l'ampia vivanda.
Al fine del cenar fansi rumori
Di quel villan che 'l suo nome non spanda.
Si meraviglia ognun poichè vettoria 575
Havendo non vuol dar di se memoria.
L'imperador ad Alessandro chiede
Se sa chi sia quel cavallier valente.
Nol niega et di saperlo non fa fede.
Il Meschin' od' il tutto ch' è presente, 580
Cui Alessandro il giudicar concede
Chi l'honor habia havuto apertamente.
Quel villan disse : « L'honor ha, perch' io
Non giostro come gli altri, o signor mio. »
Disse Alessandro : « Donque ti dà il core, 585
Se tu giostrasti con 'sti cavallieri,
Portarne gloria et sempiterno honore. »
Cui « Sì » rispose. Alhora quei guerrieri
Risero tutti e il sacro imperadore
Rise altresì ; et Alessandro i veri 590
Successi havendo visti, fa partire
Indi el Meschin, doppoi cominciò a dire:
« O sacro imperador, s'io la podesta
Havessi, i' vorrei far costui giostrare
Per far più bella giostra et lieta festa 595
Et per voler l'animo suo pruovare. »
El magno imperador con la modesta
Voce rispose non voler ciò fare,
Che in le giostre u[n] tal non dee mostrarsi
Chi sir o cavallier non può pruovarsi. 600
Non replica Alessandro al degno padre,
Ma, levata la mensa a canti et suoni,
S'invitan cavallier donne legiadre
A veder recitar farse et buffoni.
Stanvi Elisena et l'inclita sua madre, 605
Signor, conti, marchesi e altri baroni.
Lascianli solazzar finchè vediamo
Il bel giuoco d'Astolfo et de Aleramo,
Vi dissi già, signor mio caro, come
Cavati dal giardin fur da Sylvana 610
Et condotti al palazzo del gran nome
Che fatto fu senza alcuna opra humana.
Il giuoco è ch'un anello entro alle chiome
Con mille nodi avolto in foggia estrana
Tiene una Fata, et senza nodo sciorre 615
Se lo guadagni sol chi lo può torre.
Ha in se tanta virtù l'anel richiusa,
Che chi lo porta in deto a ognun fa grato,
Et chi in bocca tenerlo in viaggio usa
Non è da fame o sete unqua assaltato, 620
Et ogni tradimento scuopre o accusa
Se al destro braccio si porta legato,
Et chi in laccio di seta el tiene al collo
Mai non riceve dai nimici crollo.
Si pruova et si ripruova il duca Englese 625
Di trar l'anello fuor di tanti nodi,
Nè possendo ei dar luogo fu cortese
Ad Aleramo che con più et più modi
Pruova et ripruova, et stan tutte suspese
L'altre Fate a mirar che si disnodi 630
Dai capei d'oro et pur l'anel sta sodo,
Nè di cavarlo alcun ritruova il modo.
Astolfo ripruovarsi vuol da capo
Ch' ha de l'anello entesa la virtute,
Onde si acosta al bel dorato capo 635
Riponendo allo anel le deta acute,
Ma non ritruova via, modo nè capo
Ch' al desio infermo suo presti salute.
La Fata vuol s'ei può quei nodi sciorre
Non rompendo capei, sel possa tuorre. 640
Discioglie un nodo Astolfo, et si ranoda
Lo biondo crine in più nodi et più stretto,
Il che fa che [l'] Englese più si roda
Dentro del cor et prendesi dispetto.
Tanto è la treccia della Fata soda645
Che non si prende Astolfo ommai diletto
Più dello anel trar fuor, onde si tira
In dietro e a quella col bieco ochio mira.
Invitasi Aleramo al gran partito.
Doppo che può con mano i nodi sciorre, 650
Tien volentier il degno et largo invito,
Et poi se ingegna con industria tuorre
El pretioso anel dal crin polito,
Et al suo desiderio il ciel concorre
Che gli presta favor et gran prestezza 655
A sciorre il crin con molta gentilezza.
Si sdegnò Astolfo e non dimostra fuore
La rabbia ch' el pensier dentro l'offende.
Conosce ciò Sylvana et con amore
Della spietata invidia lo riprende660
Con dir che duo' compagni d'un sol core,
D'un solo animo in tutte le facende
Deveno sempre mai vivendo insieme
Servarsi fede et in l'un l'altro haver speme.
Poi ambi prende per la man la Fata 665
Et quinci et quindi pel palazzo mena,
Mostrali dentro et fuor la stanza grata,
La stanza tutta di vaghezza piena,
Nè la più bella vidder nè più ornata
Altronde i cavallier nè tanto amena. 670
Vi veggono figure agli ochi vive
Che paion solo dello alitar prive.
La sala, in che vi dissi che Sylvana
Truov'or mutata in serpentil figura,
D'una imensa grandezza et sì sovrana 675
Viddero et ornata di vaga pittura
Che l'opera gentile più che humana
Giudicarno i guerrier, che la natura
Escedea dei pittori, et a mirarla
Puosersi e intentamente a contemplarla. 680
Vedevano ivi quel alber di Giove
Che tenean dei pastori incoronati
D'oro et di gemme, come i' dissi altrove,
Al ciel acetti, agli humani ochi grati,
Di quai vedevansi anche le gran pruove, 685
E i gesti loro aperti et denudati,
Uno hedifficar ponti et sacri tempi,
L'altro proceder coi mutati tempi.
Havea quel primo sotto il scalzi piede
Di libri et di scritture un poggio fatto, 690
Ma a quel secondo chiaro vi si vede
D'armi un gran monte et un tempio disfatto
Più bel rissorgere ove si concede
Per quello indulto, et farsi indi ritratto
Di speme che ritorni il secol d'auro 695
Che tutto opresso havea li Hispano thauro.
Vedevasi un leon schiantare un ramo
Della honorata quercia et crollar quella
Per dar le ghiande a un porco magro et bramo,
Et alegrarsen quella donna bella 700
Ch' el sposo suo poi vidde mesto et gramo,
E adolorata ogni sua damigella,
E, che libera fu, soggetta farsi
La cupidigia astrinse, et alse et arse.
Dalla crollata quercia pullularsi 705
Vedean le ghiande più vaghe et più belle
Et quella più ne l'aer dilattarsi,
Moltiplicar le foglie come stelle;
Et nella terra sue radici farsi
Più grosse et ferme ; et nascer sopra quelle 710
Un tropheo di vettoria a gigli ornato.
Già da principi molti desiato.
Ivi un altro pastore incoronato,
Simile ai primi, in s'un carro di fuoco
Da terra in fine al ciel tutto elevato, 715
Quale spandendo il manto a poco a poco
Copria de Italia il più famoso lato
E a duo gentili giovani, in quel luoco,
Porger duo' lembi del bel manto d'oro,
Poi il car firmarsi nel celeste choro. 720
Paulo Terzo havea scritto nel diadema
Quel coronato, et un dei giovanetti
Col destro piè par ch' una scritta priema
Cui inscritto era: « Allessandro delli eletti
Cardini sacri in chi virtù non scema 725
Alcun di modi sol sacri et perfetti. »
Il secondo « Ranuccio » haveva scritto
Un epytaffio infra il piè manco e il dritto.
Al piè del gran pastor un altro vi era,
Pur giovanetto, che del sacro manto 730
Si godeva anco a l'ombra, et alla spera
Del bel fuoco del carro sacrosanto,
Et dimostra il pastor grata maniera
A quelli e a questo che portano il vanto
Di eterno honor, et il nomme ivi si legge 735
Del terzo: « Guid' Ascanio adempì il gregge. »
Stavan costoro a contemplar suspesi
Così l'hystorie come le figure,
Quale vive parean coi volti accesi;
Di color vaghe, con arte et misure 740
Ben liniate, i riguardanti intesi
Rendevan sì che et sì parean sculture.
Pur ridrizando un oltra più gli ochi
Vidder cose da saggi et non da sciocchi.
Un pastorel con una pietra viva 745
Rompea la fronte ad un gigante elato
La superbia di cui ciaschedun schiva,
Vedendolo esser forte et bene armato ;
Ma pur el pastorel di vita il priva
Et, col grave coltel che tenea a lato 750
Tagliatali l'altiera e orribil testa,
Riportarla fra i suoi con gioia et festa.
Così un griffon superbo e altiero tanto
Quanto altro mai quel degno pastor doma,
Et riduce a pietoso et mesto pianto 755
Una alta et gran collonna apresso Roma ;
Poi l'una et l'altra man premendo, quanto
Huoppo[2] le par, su l'una et l'altra chioma,
Non le lassa ricor pur i cappelli
Ch' [h]anno su gli ochi lagrimosi et felli. 760
Ad un dei descendenti di Guerino
Crollar la quercia da l'orate ghiande.
Lo istesso coronato Camerino
Tollendoli si vede, et farsi grande
Di quello Ottavio in prima fanciullino, 765
Generò alla grande aquila, che spande
I vanni altier da l'uno a l'altro polo,
Cercando inverso il cielo alzarsi a volo.
Ma quel seguendo le vestigie e i modi
Del suo progenitor ceder si vede,770
Per non schiantar ma conservar quei nodi
De l'alber suo pieno d'amore et fede,
A ciò che meglio in terra il piè si assodi ;
A chi il pastor poi mansueto riede
Di modo che li dà di sua famiglia 775
Una fanciulla saggia a meraviglia. [3]
Che a guisa della bella unica Psyche
Era servata per divin mistero,
Nè a lei simil infra moderne o antiche
Altra mai fu d'ingegno acuto e altiero. 780
Le Gratie con le Muse a quella amiche
Seco seder parean nel magistero
Del gran pittor che quella sala pinse
Et non nati anco naturali effinse.
Mentre stan fisi i duo guerrier fregiati 785
L'hystorie a contemplar a loro ignote,
Altronde da Sylvana ritirati
Si rivoltaro ad ascoltar le note
Che sentivan di canti honesti et grati
Delle voci sonore hor piene, hor vote, 790
Con dolci acenti et soave harmonia,
Da suscitar chi è di morir in via.
Questo lo fece industriosamente
La gentil Fata per non rivellare
La cosa a lor futura a lei presente 795
Di quel che lor non tocca, et però trare
D'indi li cerca assai fervidamente,
Et ov' è l'harmonia quelli menare
S'ingegna ch'una camera vicina
Chiudeva in se la musica divina. 800
Et sopra un letto riccamente adorno
Li fa posar la Fata et ella parte.
Non era giunto ancora al mezzo giorno
Di Phebe il carro, quando in quella parte
Lasciolli, et io li lascio et fo ritorno 805
Dov' Orlando lasciai dal fero Marte
Tutto infiammato contra Rio-Castello,
Vincer volendo il suo tyranno fello
Se vi ricorda ben, dissivi sopra
Ne l'altro canto come giunse Orlando 810
A Rio-Castel, per adempir quella opra
Lodevol tanto con il forte brando
Contra el tyranno, in cui favor se adopra
Tutto il suo stuol sentendo il corno, quando
Hebbero incarcerato Sacripante,815
Compagno alhora del signor d'Anglante.
Doppo il lungo sonar del degno corno,
S'armano tutti i cento cavallieri
Et verso il conte sol cinquanta andorno
Ch'eran fra gli altri più gagliardi et feri, 820
Et gli altri in guardia del castel restorno,
Ma Sarpedonte fra quegli primieri,
Ch'uscì con lor, rimaste morto in terra,
Nè però terminossi alor la guerra.
Perchè i cinquanta alhora vendicare 825
Volendo il suo signor, posti in battaglia,
Contra del conte mossi a contrastare,
Tutti Orlando gli affetta, ancide et taglia,
Tal ch'un non si può vivo conservare
Per buona piastra o pur per fina maglia 830
Che egli habia in dosso, et così in quel contrasto
Fe il glorioso conte il terzo guasto.
Quel giovanetto ch'el consiglio diede
Contra al bon vechio, che delli cinquanta
Rimasti in guardia, perchè in lui havea fede 835
Quel tyranno, era capo, non si vanta
Più come prima, perchè aperto vede
Il gran valor del conte et forza tanta
Esser flaggel di Dio, et se li rende ;
Qual gratamente per la mano il prende. 840
Il benigno lo accetta pur con patto
Che se abandoni et arda lo empio luoco,
Et sia in quel proprio giorno quel disfatto
Per viva forza d'avampato fuoco,
Nè fra loro altrimente vuol sia fatto 845
Alcuno acordo o per molto o per poco,
Ma pria si renda Angelica e a Roberto
Sylvia et sia dov'è il Re il carcere aperto.
Non può Gelarco, che così detto era
Colui che tanto amava Sarpedonte, 850
Contravenire alla proposta altiera
Di quel vettorioso et degno conte,
Ma pur, perchè il thesoro ottener spera
Di quel morto tyrano, lieta fronte
Facendo, le due donne et Sacripante 855
Liberamente diede al sir d'Anglante.
Più di sei cento donne in Rio-Castello.....
Ferdinand CASTETS.
Note
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[1] truovan: pruovan?
[2] Huoppo: necessario, opportuno
[3] Ces mots sont le reste d'une stance ainsi indiquèe en marge, mais dont il n'a ètè ècrit que ce premier hèmistiche.
* Riportiamo qui l'emistichio, anzichè nel testo, come fa il Castets:
Poi di ducal galero . . .
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Canto XI |
© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011 |