Andrea da Barberino

"I DODICI CANTI"

Guerin Meschino

 

Edizione di riferimento

Castets (F), I dodici Canti, in Revue des langues romaines, publiée par la Société pour l'étude des langues romanes, Montpellier 1898-1890-1900-1901-1902, reprint 1970

in volume: Publications de la Societé pour l'étude des Langues Romanes XXII, I dodici canti, epopèe romanesque du XVI siécle par Ferd. Castets professeur a la Faculté des Lettres de Montpellier Coulet et fils, Éditeurs Libraires de l'Université, 5, grand'rue 1908

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CANTO   DUODECIMO

[F. 133 vo]
l.

Signor, fur molti nella antica etade

A quai Fortuna prospera promise

Eterno honor, perpetua majestade,

Nè lor dalle vettorie ample divise

Finchè mostrarno lor chiara bontade;                          5

Ma, quando inertia nel lor cor si mise,

Persero a un punto sol quel ch' in molti anni

Acquistato havean già con gravi affanni.

2.

Di questi un fu quel gran Cartaginese

Ch' a Canne tante gran vettorie perse                          10

Per non seguire l'honorate imprese:

Vivendo in otio il suo danno sufferse;

Et quel moderno rigido Francese

Ch' altresì in Puglia ai suo' la morte offerse

Col troppo soggiornar, col star a bada,                        15

Tenendo al fianco l'ociosa spada.

3.

Et quel Thosco gentil, di cu' i figliuoli

Alle paterne spese hanno imparato

Soleciti esser per fuggir li duoli

Ch' acquistò il padre nel castel di Prato,                       20

Et render libertade ai patrii suoli,

Cerca tutt' hor in questo et in quel lato ;

Così in Durazzo hora Milone il duca

L'otio percuote, distrugge et manduca.

4.

Licentiò li suo' militi el aire                                     25

Preso ch' hebbe Durazzo, et con la moglie

Già consumati tutti i suo' desiri

Et adimpite le bramose voglie,

Non conoscendo i suo' futur martiri

Nè le maligne sue venture doglie                                    30

Pensando che nisc[i]un mai più il moleste

Nè l'alegrezze sue faccia funeste.

5.

Vivendo, com' io dissi, alla Francesca

Con giostre e torniamenti, et lieta fronte

Facendo in corte a ognun, gente Turchesca                  35

Accetta seco e al fin n' hebbe pur onte,

Però ch'essendo ancor la piaga fresca

Se ne duolse Mongrana et Chiaramonte,

Onde ne trasse il duca la famosa

Origine per sempre glorïosa.                                           40

[F. 134 ro]
6.

         Naparro sotto il nome di Torrindo

Venne a Durazzo coi compagni in fretta,

Il nome dando che dal paese Indo

Era venuto, aciò che men suspetta

Renda la gente, et Ottomanno il lindo                          45

Armato entrò con tutta quella setta

Et da Lamphibo fu accettato,

Ch'è Turco altresì mal battizzato.

7.

Da Finadusto fu con molto honore

Ricevuto Naparro, et alla corte                                      50

Non si vuol presentar di quel signore

Cui cerca dare con gran stratio morte.

Vi va quel altro, ma non scuopr'il core,

Et mena seco le sue fide scorte

Dei cavallier, con dir ch' ivi andato era                         55

Per honorar sol quella giostra altiera.

8.

Enteso ho dir che si gettan tre acque

La prima è quella che dentro al mar piove;

La seconda (di udir non mi dispiacque)

È che al somier il capo lava, dove                                  60

L'eterna ingratitù per sempre nacque;

Et della terza più gettata altrove

Non si vidde di quella, ch' el Giudeo

Battezza o il Turco o l'infido Caldeo.

9.

Si suol dir un proverbio assai vulgare                   65

Ch' un mal Giudeo non è mai buon christiano.

Chi facilmente questo vuol pruovare,

Hor ne può haver l'esperientia in mano.

Finadusto et Lamphybo i' vi vuo' dare

Per testimoni che 'l battesmo in vano                           70

Presero per tradir più cautamente

Milone il duca et lor patria dolente:

10.

Furon costor cagion che la citade,

Lor patria, rovinasse a ferro e sangue,

Et vi perisse con gran crudeltade                                    75

Molti christiani, e il re Guiciardo esangue

Per il fratel restasse; che pietade

Non truova hora Durazzo; et però langue

Per il figliuolo la misera madre

Et la figliuola per pietà del padre.                                 80

[F. 134 vo]
11.

Quando la giostra in piazza ordinata era,

Fassi nella cità tumulto altronde.

Finadusto et Lamphybo con l'altera

Persona di Napar che non se asconde

A loro, ma con la spietata et fera                                    85

Malignità cui par sempre seconde,

Truovan christiani et donne et fanciullini

Occidendo dai grandi ai picciolini.

12.

Va il rumor al palazzo ov' è Seferra,

Qual piglia il fanciullino e in l'antro scende.                90

Invalidisse in la cità la guerra,

Col duca il buon Manfredo l'armi prende.

Dal basso centro fin sopra la terra,

La gentil maga le figure orrende,

Con le sue arti, trahe nella spelonca,                             95

Col galetto della Stigia conca.

13.

Manda in Constantinopoli quell' armi

Che Volcan fece al sacro imperatore,

Per un di quei che coi magici carmi

Haveva de l'inferno tratto fuore,                                   100

Qual disse: « Fa che nullo unqua se n'armi,

Se non chi con giostrarle havranne, honore,

Che, se altrimente mai tu ne facesti,

Il nome di esser giusto perderesti. »

14.

Fu a un principe sì grande grande il duono,       105

Ma il demon ch'el portò che in forma humana

Se le mostrò, come un balen dal tuono

Via si partì tornando alla gran tana

Onde uscito era, et l'imperator buono

Lo fa cercar per la cità sovrana,                                   110

Volendol meritar, nè si ritruova,

Onde s'ammira di tal cosa nuova.

15.

Et viste l'armi, che d'una bellezza

Eran non vista mai, l'hebbe assai care.

Furno stimate ancor di gran richezza                          115

Che vi eran gemme pretiose e rare.

Havea l'imperador di gentilezza

Un figliuol pieno et di virtù preclare,

Sol d'anni cinque, et fe dissegno darle

A quello, onde per quel fe conservarle.                         120

16.

Milon fu fatto con sua cara moglie

Prigione e in prigion posto; ivi conviene

Tanto vi stia con stenti et amare doglie

Ch'el figliuol creschi et poi a trarli di pene

Ratto ne venghi, et le sfrenate voglie                            125

Del zio maligno il giovanetto affrene,

Che con Seferra va in un piccio[l] legno

Pel mar fuggendo di Naparro il sdegno.

[F. 135 ro]
17.

Ma la Fortuna, che è dei buon nemica

Et spesso in fine al cielo i tristi estolle,                           130

Ne l'onde false quel legnetto intrica

Con contrar venti, et dal camino el tolle

U' condurlo Sefferra s'affatica,

Per far le voglie sue nette satolle,

Che non le basta i genitor turbare                                135

Ch'ancor persiegue il figlio in mezzo il mare ;

18.

Perchè fu preso il nobile bambino

Da certi predator nel mobil regno

Di quel che già si convertì in delfino

Sol per Melantho, et del fanciullin degno                     140

La fida scorta in mar col capo chino

Sendo gettata, il ciel sempre benegno

La rimutò in l'augel ch'al marin lito

In bianche penne è passeggiando unito.

19.

Doppo' fu comperato il fanciulletto                        145

Dove, il bel monton d'or trasportando Helle,

Da lei caduta Hellesponte vien detto,

Et quel fu trasmutato in chiare stelle.

A Biza[n]tio portato il pargoletto

Fuggì le sorti sue crudeli et felle, 150

Che fu nudrito e imparò in le scuole

Ciò che liber fanciullo imparar suole.

20.

Lungo saria il volervi, s'io volesse

Il tutto come et quando racontarvi,

Ma bastami servar le mie promesse                              155

Et sol l'hystoria qui manifestarvi

Del pro Guerino, et poi quel che successe

Di lui più a pieno spero dichiararvi.

Basta ch' io dichi como acquistò l'armi,

Perchè dirlovi haver promesso parmi.                          160

21.

Epydonio fu quel ch' el fanciulletto

Comprò dalli corsari et portò seco,

Trovando una nudrice che col petto

Li desse il latte, che di figli cieco

Era egli in prima, ma il motor perfetto,                        165

Che niscium lascia over Latino o Greco

De l'opre pie senza buon guidardone,

La moglie fecondò d'un bel garzone.

22.

Così fur nudricati in modo tale

Che l'un da l'altro non si conosceva,                             170

Ciò è quil schiavo da quel naturale

Figliuol; però Guerino esser credeva

Figlio a Epydonio et a quel altro uguale

Certo fratel germano si teneva.

Era loro un vestir, un viver solo,  175

Come se stato anch' ei fusse figliuolo.

[F. 135 vo]
23.

Perchè meschinamente fu truovato

In man di ladri il degno fanciullino,

Non sapendo che fusse battezzato

Ribatezando il fe chiamar Meschino.                           180

Enidonio il figliuol poi fu nomato,

Ma fu di aspetto tanto pellegrino

Quel prima detto comprato fanciullo

Ch'a ogni animo gentile era trastullo.

24.

Et pervenuto al quintodecimo anno                    185

Con Enidonio essendo andato in corte

Del sacro imperador u' senza affanno

Si vivea lieto, le toccò per sorte

Giocar a lotta, et, non senza onta et danno

Dei lottatori, tanto destro et forte190

Si demostrò che venti o più ne vinse

Nanzi ch' ei si straccasse e in terra spinse.

25.

Onde Alesandro, al degno imperatore

Vero figliuol di sangue et di costumi,

Al Meschin puose tanto grande amore                         195

Che sempre in lui tenea firmati i lumi,

Considerandol tutto, et dentro al core

Si mise per lui spender molti numi

Comprandolo, onde ad Enidonio chiese

Ch' in venderglelo fusse al men cortese.                       200

26.

Qual le rispose non posser disporre

Del Meschin senza la paterna voglia,

Ond' Alesandro ad Epydonio esporre

Fe il suo desir et lui pregar che voglia

Concederli el Meschin et tanto tuorre                           205

D'argento o d'or al desir le accoglia,

Pur che le dia il Meschin, che sol le piace

Sempre haver seco per sua eterna pace.

27.

Enidonio gentil discreto et buono,

Al suo signor in tutto sempre grato,                             210

Le ne fece cortese et largo duono,

Narrando come l'haveva comprato

Da certi ladri che di voce in suono

Le disser come l'havevan predato

De Sefferra che n'era curatrice    215

Et con molto oro et gemme e una nutrice;

28.

Et come haveano l'una et l'altra donna,

Ma pria la vechia, dentro al mar gettata,

L'altra che di bellezza era colonna

Da tutti i marinar sendo stuprata,                               220

Ma però a forza, in fine che la gonna

Con tutto el corpo bel fu lacerata,

Et al ciel rasa l'animetta pura,

Al corpo derno il mar per sepoltura.

[F. 186 ro]
29.

         Il tutto ode Guerin che era presente                     225

Ciò che Epydonio ad Alessandro dice ;

Dagli ochi il pianto et un suspir rovente

Da l' imo petto esala et se infelice

Chiamando pria; et poi di quella gente

Qual sia dimanda che fu predatrice                             230

Di lui, quali esser Turchi entese, onde ello

Giurò di farne un dì crudel macello.

30.

Et lo successe poi, come odirete,

Che fu de' Turchi capital nemico,

Et felli capitar entro una rete                                         235

Che fu a lor duro laccio et grande intrico

Più ch' a l' imperio il sdegnato Narsete

Vedendo il cor d'Augusta esserli oblico;

Ma, lasciando ogni cosa, i' vi vuo' dire

Come l'armi acquistossi il gentil sire.                            240

31.

Era Alessandro di bella statura

Proportionato et di cor generoso,

Cui donò il padre la bella armatura,

La mazza, il scudo e il brando luminoso,

Che le piacevan fuor d'ogni misura                              245

Per la bellezza lor, ma gli era ascoso

Ciò che in quelle era, qual il sir si pruova

Nè ben le stanno o pur se armar ripruova.

32.

Quando ha più volte et più pruovato il sire,

La prima volta le truovò assai strette,                           250

L'altra sì larghi; che non son ben dire,

Et l'altra corte ; et quando poi si mette

In pruova di volersene vestire,

Più al corpo suo le ritruovava inette,

A tal che se ne lagna asai et le spiace                            255

Non potersi vestir quel che le piace.

33.

Et così quando è largo et quando stretto

O quando è troppo cupo o troppo piano

Il vago, bello et pretioso elmetto,

Il che par caso ad Alessandro estrano.                          260

Altresì ancor le avvien di quel perfetto

Brando non fatto per oprar humano,

Che quando è corto, quando lungo et quando

Leggiero et quando è grave il degno brando.

34.

Similemente della mazza et scudo                      265

Avvien, che quando leggi et quando gravi

Sono al campion d'ogni baldanza ignudo,

Onde par che gran doglia il sir aggravi

Che servir non si può di quelle, et crudo

Par a ciascun il caso, et alli ignavi                                 270

Fabri de l' armi par cosa impossibile

E agli humani intelletti anco incredibile.

[F. 136 vo]
35.

         Prendono la misura al sir gentile

Più fabri ch' han de l' armi il nome chiaro,

Nè alcun sa ritruovar modo nè stile                              275

Di guastar quelle o a quelle farne un paro.

Era il lavor sì bello et sì sottile

Che di ponervi man tutti dubbiaro,

Ma pur pruovando ruppero i scolpelli,

Incudini, tenaglie et più martelli.280

36.

Non si ponno guastar per quella tempra

Ch' hebbero prima dal suo dotto fabro,

Che ogni altro ferro o vi si frange o stempra;

Però par forte il caso, duro et scabro

Et di esserne pur donno più s'insempra                        285

Il gran disio nel sire, et torce il labro

Pel sdegno grande che nel cor s'imprime,

Onde a guastarle fa pruovar più lime.

37.

Una si spezza, l'altra perde il taglio.

Straccanosi li fabri intorno a quelle,                             290

Mirano tutti al pretioso intaglio,

Le frondi et ghiande con misure belle.

Di più armature a quelle fanno aguaglio

Nè di beltà si truovano come elle

Nè di fortezza ancor, perchè i diamanti                       295

Che quelle assai più foran franti.

38.

Onde Alessandro si perturba et dice

« Chi sia questo Guerin che quivi è scritto?

Mai non se intese ancor, ma ben felice

È più di me se a suo comodo dritto                               300

Posseduto ha queste armi; et io felice

Tanto son più di lui quanto più afflitto

Sono per non gioir di sì bel duono

Che m'ha donato il genitor mio buono ».

39.

Le fa riporre al pristino suo luoco                        305

Con pensier di truovar chi a lor simili

Ne faccia ancor, tornando a festa et giuoco

Coi suo baron magnanimi et gentili.

Ha il Meschin sempre seco, et sempre in fuoco

Di sdegno accesi l'alma e il cor virile                             310

Il giovanetto ha sol per non sapere

Della sua stirpe le certanze vere.

40.

Fra gli altri un dì Alessandro et più baroni

Giocando a lotte, a pale, a tirar pali,

Ch' ivi eran de diverse regioni,    315

Si truovan[1] tutte quelle armi fatali

Nè fuvi alcun in tutti quei campioni

Cui stesser ben, per ben che molti uguali

Erano di persona al bon Guerino,

Ma sol s'assettan ben sovra el Meschino,                      320

[F. 137 ro]
41.

Vuolse Alessandro alhora un duono farne

Al suo Meschin, ma in più nacque un tumulto,

Che ciò non si dee far per contentarne

Un sol, che fora agli altri troppo insulto

Et tanti gentil homin scontentarne,                              325

Onde uno ad Alessandro dà consulto

Che non vuoglia dispor senza del padre

In ridonar altrui l'armi leggiadre.

42.

O invidia che in le corti sempre pasci

La tua ingordigia et dishonesta fame,                          330

Che, se hoggi muori, diman rinasci

Qual vivo seme sparso in buon letame,

Tal che mai discader tu non ti lasci

Nè a te rompeno mai le Parche il stame,

Ma tu pulluli più che gramigna  335

Perchè alle corti sei fida matrigna.

43.

Onde Alessandro al sacro imperadore

De l'armi raguagliò la cosa intera.

Però de l'armi vuol che sia signore

Chi quelle vince con battaglia fera,                               340

Ricordatosi come il donatore

Le disse già che a chi per giostra altiera

L'acquistarà, si dessero et no ad altri,

Ancor che fussin valorosi et scaltri.

44.

Così uno editto fe che ognun potesse,                  345

Pur che fusse signor o cavalliero,

Giostrar quell' armi, et quel che le vincesse

Ne andasse di elle et di gran fama altiero;

Ma, se per sorte alcun se prosumesse

Ivi giostrar che non fusse guerriero                               350

Famoso o sir di qualche degno stato,

Subito preso sia decapitato.

45.

Quando entese il Meschin la conditione

Con qual covien che tal armi si giostri,

Ne l'animo ne prende gran passione                            355

Che sol chi è franco cavallier dimostri

Quanto egli vaglia fra l'altre persone ;

Voltando gli ochi alli superni chiostri

Si lagna di sua cruda e amara sorte

Che schiavo l'habia fatto et tolto a morte.                    360

46.

Non ride più, non giuoca et non fa festa,

Non si ralegra più come egli suole,

Non alza più la delettevol testa,

Più non motteggia con grate parole,

Ma sempre più la fantasia il molesta.                           365

Piange da se, suspira, assai si duole,

Perde il color suo solito, et la mente

Sempre più grama et più turbata sente.

[F. 137 vo]
47.

Vede Alessandro questo et sta turbato,

Perchè si pensa ch'el Meschin sia infermo.                   370

Della cagion l'ha subbito spiato,

Ma quel non scuopre il suo proposto fermo,

Anzi si escusa, et di essersi mutato

Non creder dice, et non ne può far schermo.

Pur lo costringe sotto giuramento                                 375

Che 'l ver le dichi senza haver spavento.

48.

Tanto è l'amor ch' Alessandro le porta,

Che giura anche egli non negarli mai

Cosa ch' ei chiegga, onde si riconforta

Alquanto il buon Meschino et dei suo' lai                     380

Al suo Alessandro apre la chiusa porta,

Et dice: « Signor mio, non vorei mai

Essere in questo miser mondo nato

Poichè 'l giostrar de l'armi mi è vietato.

49.

Non che la cupidigia mi ci tiri,                             385

Ma sol disio d'honor d'acquistar fama

Mi dà dentro del cor crudel martiri,

Ch' io veggio da lontan che sol mi chiama

Vittoria a questa impresa, et con suspiri

Convien ch'io mi rimanghi, onde ognor brama          390

filia istessa morte il mio spirito afflitto

Dal ciel et da Fortuna derelitto.

50.

Viver non vuo' più in questa mortal vita,

Se vita si può dir questa mia sorte,

Qual giorno e notte a desiar m'invita                           395

Sol per uscir di servitù la morte

Che certamente per sententia trita

È men di servitù crudele et forte,

Che mille volte il dì vivendo i' moro

Fin ch'io son schiavo con crudel martoro.                    400

51.

Vedendo il pio Alessandro che 'l Meschino

Della sua sorte si lamenta et piange,

Tenendo per pietade il capo chino

Verso la terra, dentro del cor s'ange,

Et giurando promette al poverino                                 405

Che, se ei vuol, giostrarà. Così le tange

La mano con gran fede et con amore

Benchè non vogli ancor lo imperadore.

52.

Et, se ei si porta nella giostra, ancora

Soggiunge il sir, come ei bramando spera,                  410

Libero farlo senza altra dimora,

Et honorar la sua persona, e altiera

Farla fra cavallier in poco di hora.

Tanto nel dir mostrò grata maniera

Che ritornò al Meschin quel color vivo,                        415

Di che stato era per più giorni privo.

[F. 138 ro]
53.

Di Grecia in ogni luogo si divolga

La giostra imperial dever si fare

Il primo dì di Maggio, et ch' ognun tolga

Il tempo a proveder come li pare,                                 420

Nè vuol lo imperador che si rivolga

Lo editto suo che nisciun può giostrare,

Se non è gentil huomo e cavalliero

Overo che habia giusto et mero impera.

54.

Così il tempo ne viene atto alla giostra.               425

Si adunano i guerrier Greci et Latini

Con pompa grande, et ciaschedun si mostra

Con belli arnesi et corsier pellegrini:

Intendesi fra' Turchi che si giostra,

Ch' al Greco imperador presso ai confini                     430

Sono, onde li figliuoi d'Astiladoro

Vivean con grande pompa et con molto oro.

55.

Havevan triegua alhor Turchi et christiani

Greci per ducento anni insieme tutti,

Nè coi sol Turchi ma ancor con gli Alani,                    435

Con Mori et Saracin malvagi et brutti,

Onde dalli paesi ancor lontani

Vennevi gente assai per corre i frutti

Della virtù, che son fama et honore,

Loda, gloria perpetua, immenso amore.                      440

56.

Astillador duo figli, de' quali uno

Torindo detto et Pynamonte

L'altro nomato, et sì superbo è ognuno

Dei duo fratei che non estiman fronte

D'altrui et nel pensier han che nisciuno                        445

Lor tolga il pregio, onde per valle et monte

Cavalcan con gran pompa et da Gismondo

Furno acettati con il cor giocondo.

57.

Di Macedonia il principe vi venne

Polydamante, et della Assiria il re                                 450

Amphymonte gentil, et quel che tenne

Di Lychaonia il scetro, lo qual fe

In giostra il suo dover rompendo antenne,

Non che le lance, e altrui fastidio diè,

Brunante detto; et d'Alessandria il vero                        455

Signor, che fu nomato Narpalero.

58.

Amphylo ancor figliuol del re dei Persi

E i duo Albanesi zii del pro Meschino,

Che i genitori suo' tenean sumersi

In oscura prigion, ma più meschino                             460

Vi fu Madarro, che coi passi persi

Perse la vita per man di Guerrino,

Come udirete successivamente,

S'havrete al cantar mio l'orechie atente,

[F. 138 vo]
59.

Pria che giostrasse il Meschin, manumesso        465

Fu da Alessandro qual fedel christiano,

Benchè farlo doppo gli havea promesso

Libero, ma Epidonio tutto humano,

Che quel ch' amava hebbe al suo sir concesso,

Le supplicò ch' in affrancar lo estrano                          470

Non le fusse Alessandro qual havaro

Non li essendo; rogarne fe il notaro.

60.

Tre cavai sol potea ciaschedun seco

Menar chi a questa giostra esser volea,

Cavallier Turco, Mor, Perso, lndo o Greco                   475

O venuto di Persia o di Caldea,

Signor, conte, marchese, e duca, bieco

Non havendo egli il cor, entrar potea

In la cità ove riceveva honore

Dal magnanimo et sacro imperadore.                          480

61.

Tutti i signor, che già di sopra ho detto,

Nella regia era[n] con amor tenuti

Per fin che giunge il dì fra gli altri elletto,

Che fu il primo di Maggio, et dagli arguti

Cavallier si prevenne al degno effetto                           485

Della giostra ove fur abbatuti.

Vedendo ciò il Meschin per sdegno et rabbia

Quasi piangendo isi mordea le labia.

62.

Con Elisena sopra un palcho ito era,

Sorella d'Alessandro cui serviva, 490

Il buon Meschin, che quasi se dispera.

Scendendo a basso, ov' è Alessandro, ariva

Et dicele : « Signor, già l'altra sera

Mi promettesti pur a voce viva

Ch' io giostrassi, et hor si giostra et io                           495

Stommi a veder con pena et dolor rio ».

63.

Un poco se arossò Alessandro in volto,

Poi seco lo menò dentro al pallagio

E armollo di sua man d'armi, che molto

Erano sode, et ragionando ad agio                               500

Seco, le disse : « Honor portando et sciolto

Dagli altri torna quivi, che malvagio

È tanto il padre mio che certo. i' dubbito

Che ti faria morir sapendol subbito. »

64.

Sopra l'armi una vesta da villano                          505

Le puose il sir et dèlle un caval forte,

Ponendoli sul capo di sua mano

Di quercia una corona, che per sorte

Ivi un ramo truovò poco lontano;

Poi sul caval il pose e uscir di corte                               510

Lo fece dal postico in giostra intrare,

E, a ciascun che lo vede, un villan pare.

[F. 139 ro]
65.

Porta di faggio una ben grossa lancia,

Sopra postovi un fer truovato a caso.

Se li oppone un de' zii che senza ciancia                      515

Puonerlo in terra s' havea persoaso.

Madarro è questo, a cui mezzo alla pancia

La ruzza hasta passò rompendo il vaso

Delle intestine et più d'un palme et mezzo

Dietro passando lo lasciò al dassezzo.                          520

66.

Ritira l'hasta a se con gran valore.

Lievasi il corpo ch'in sul terren face.

Chiede di gratia al magno imperadore

Nappar giostrar con quel villano audace,

Nè gli el niega ello, et con molto furore                        525

Ne va contra al Meschin come rapace

Ancipitre al fagian ; pieno di sdegno

Vendetta spera contra il guerrier degno.

67.

Al primo iscontro, il nobile Meschino

Diede in l'helmetto al suo secondo zio,                         530

Et le giovò che di tempra era fino,

Che come l'altro con tormento rio

L'harebbe posto a l'estremo dimino

Di morte orrenda, ma pur pagò il fio

Della superbia sua ch'ello e il cavallo                            535

Caddero al colpo senza altro intervallo.

68.

Et la caduta fu sì cruda et fella

Che se le roppe la sinistra spalla,

Maledicendo la sua fera stella.

Nè si torce il Meschin punto, o traballa,                       540

Anzi murato par sopra la sella

Del destrier, che ne fa dritto et non falla.

Se representa con la lancia in mano

Cui il popol [grida] : « Viva hora il villano »

69.

Amphylo Perso in su l'armata coscia,                 545

Di sdegno pien, con l'hasta s'apresenta,

Pensando a quel Meschin donare angoscia,

A quel Meschin che di nisciun paventa.

Arestano le lance ambi duo' et poscia

Menando i spron tengon la briglia lenta.                     550

Si ferono amendua, ma il colpo adverso

Fa col cavallo andare in terra il Perso.

70.

Già l'hora tarda per quel dì fin puone

Alla giostra. Alesandro se ne torna

Verso el palazzo et aspetta il campione                        555

Che con vettoriosa palma s'orna

Le chiare tempie più che di corone

D'oro li regi ; et mentre che soggiorna

Alessandro, il Meschin ritorna dove

Quello lieto l'aspetta et non altrove.                              560

[F. 139 vo]
71.

Et da lui fu di peso scavalcato

Con tanto amor, con tanta ligiadria,

Poi di sua propria mano disarmato.

Non par che schiavo mai stato le sia,

Anzi maggior fratel sempre honorato,                         565

Che non si satia mai di cortesia

Pieno et da se et da lui sempre honorarlo

Abracciandolo, e in faccia di basciarlo.

72.

Si pongono alla mensa i giostratori

Et del vettorioso si dimanda.                                          570

Serve il Meschino a tutti quei signori

Portando a questo e quel l'ampia vivanda.

Al fine del cenar fansi rumori

Di quel villan che 'l suo nome non spanda.

Si meraviglia ognun poichè vettoria                             575

Havendo non vuol dar di se memoria.

73.

L'imperador ad Alessandro chiede

Se sa chi sia quel cavallier valente.

Nol niega et di saperlo non fa fede.

Il Meschin' od' il tutto ch' è presente,                            580

Cui Alessandro il giudicar concede

Chi l'honor habia havuto apertamente.

Quel villan disse : « L'honor ha, perch' io

Non giostro come gli altri, o signor mio. »

74.

Disse Alessandro : « Donque ti dà il core,           585

Se tu giostrasti con 'sti cavallieri,

Portarne gloria et sempiterno honore. »

Cui « Sì » rispose. Alhora quei guerrieri

Risero tutti e il sacro imperadore

Rise altresì ; et Alessandro i veri  590

Successi havendo visti, fa partire

Indi el Meschin, doppoi cominciò a dire:

75.

« O sacro imperador, s'io la podesta

Havessi, i' vorrei far costui giostrare

Per far più bella giostra et lieta festa                             595

Et per voler l'animo suo pruovare. »

El magno imperador con la modesta

Voce rispose non voler ciò fare,

Che in le giostre u[n] tal non dee mostrarsi

Chi sir o cavallier non può pruovarsi.                           600

76.

Non replica Alessandro al degno padre,

Ma, levata la mensa a canti et suoni,

S'invitan cavallier donne legiadre

A veder recitar farse et buffoni.

Stanvi Elisena et l'inclita sua madre,                            605

Signor, conti, marchesi e altri baroni.

Lascianli solazzar finchè vediamo

Il bel giuoco d'Astolfo et de Aleramo,

[F. 140 ro]
77.

         Vi dissi già, signor mio caro, come

Cavati dal giardin fur da Sylvana                                610

Et condotti al palazzo del gran nome

Che fatto fu senza alcuna opra humana.

Il giuoco è ch'un anello entro alle chiome

Con mille nodi avolto in foggia estrana

Tiene una Fata, et senza nodo sciorre                           615

Se lo guadagni sol chi lo può torre.

78.

Ha in se tanta virtù l'anel richiusa,

Che chi lo porta in deto a ognun fa grato,

Et chi in bocca tenerlo in viaggio usa

Non è da fame o sete unqua assaltato,                         620

Et ogni tradimento scuopre o accusa

Se al destro braccio si porta legato,

Et chi in laccio di seta el tiene al collo

Mai non riceve dai nimici crollo.

79.

Si pruova et si ripruova il duca Englese              625

Di trar l'anello fuor di tanti nodi,

Nè possendo ei dar luogo fu cortese

Ad Aleramo che con più et più modi

Pruova et ripruova, et stan tutte suspese

L'altre Fate a mirar che si disnodi                                 630

Dai capei d'oro et pur l'anel sta sodo,

Nè di cavarlo alcun ritruova il modo.

80.

Astolfo ripruovarsi vuol da capo

Ch' ha de l'anello entesa la virtute,

Onde si acosta al bel dorato capo                                 635

Riponendo allo anel le deta acute,

Ma non ritruova via, modo nè capo

Ch' al desio infermo suo presti salute.

La Fata vuol s'ei può quei nodi sciorre

Non rompendo capei, sel possa tuorre.                        640

81.

Discioglie un nodo Astolfo, et si ranoda

Lo biondo crine in più nodi et più stretto,

Il che fa che [l'] Englese più si roda

Dentro del cor et prendesi dispetto.

Tanto è la treccia della Fata soda645

Che non si prende Astolfo ommai diletto

Più dello anel trar fuor, onde si tira

In dietro e a quella col bieco ochio mira.

82.

Invitasi Aleramo al gran partito.

Doppo che può con mano i nodi sciorre,                      650

Tien volentier il degno et largo invito,

Et poi se ingegna con industria tuorre

El pretioso anel dal crin polito,

Et al suo desiderio il ciel concorre

Che gli presta favor et gran prestezza                          655

A sciorre il crin con molta gentilezza.

[F. 140vo]
83.

Si sdegnò Astolfo e non dimostra fuore

La rabbia ch' el pensier dentro l'offende.

Conosce ciò Sylvana et con amore

Della spietata invidia lo riprende660

Con dir che duo' compagni d'un sol core,

D'un solo animo in tutte le facende

Deveno sempre mai vivendo insieme

Servarsi fede et in l'un l'altro haver speme.

84.

Poi ambi prende per la man la Fata                    665

Et quinci et quindi pel palazzo mena,

Mostrali dentro et fuor la stanza grata,

La stanza tutta di vaghezza piena,

Nè la più bella vidder nè più ornata

Altronde i cavallier nè tanto amena.                             670

Vi veggono figure agli ochi vive

Che paion solo dello alitar prive.

85.

La sala, in che vi dissi che Sylvana

Truov'or mutata in serpentil figura,

D'una imensa grandezza et sì sovrana                         675

Viddero et ornata di vaga pittura

Che l'opera gentile più che humana

Giudicarno i guerrier, che la natura

Escedea dei pittori, et a mirarla

Puosersi e intentamente a contemplarla.                      680

86.

Vedevano ivi quel alber di Giove

Che tenean dei pastori incoronati

D'oro et di gemme, come i' dissi altrove,

Al ciel acetti, agli humani ochi grati,

Di quai vedevansi anche le gran pruove,                     685

E i gesti loro aperti et denudati,

Uno hedifficar ponti et sacri tempi,

L'altro proceder coi mutati tempi.

87.

Havea quel primo sotto il scalzi piede

Di libri et di scritture un poggio fatto,                          690

Ma a quel secondo chiaro vi si vede

D'armi un gran monte et un tempio disfatto

Più bel rissorgere ove si concede

Per quello indulto, et farsi indi ritratto

Di speme che ritorni il secol d'auro                               695

Che tutto opresso havea li Hispano thauro.

88.

Vedevasi un leon schiantare un ramo

Della honorata quercia et crollar quella

Per dar le ghiande a un porco magro et bramo,

Et alegrarsen quella donna bella                                  700

Ch' el sposo suo poi vidde mesto et gramo,

E adolorata ogni sua damigella,

E, che libera fu, soggetta farsi

La cupidigia astrinse, et alse et arse.

[F. 141 ro]
89.

Dalla crollata quercia pullularsi                           705

Vedean le ghiande più vaghe et più belle

Et quella più ne l'aer dilattarsi,

Moltiplicar le foglie come stelle;

Et nella terra sue radici farsi

Più grosse et ferme ; et nascer sopra quelle                710

Un tropheo di vettoria a gigli ornato.

Già da principi molti desiato.

90.

Ivi un altro pastore incoronato,

Simile ai primi, in s'un carro di fuoco

Da terra in fine al ciel tutto elevato,                             715

Quale spandendo il manto a poco a poco

Copria de Italia il più famoso lato

E a duo gentili giovani, in quel luoco,

Porger duo' lembi del bel manto d'oro,

Poi il car firmarsi nel celeste choro.                              720

91.

Paulo Terzo havea scritto nel diadema

Quel coronato, et un dei giovanetti

Col destro piè par ch' una scritta priema

Cui inscritto era: « Allessandro delli eletti

Cardini sacri in chi virtù non scema                             725

Alcun di modi sol sacri et perfetti. »

Il secondo « Ranuccio » haveva scritto

Un epytaffio infra il piè manco e il dritto.

92.

Al piè del gran pastor un altro vi era,

Pur giovanetto, che del sacro manto                            730

Si godeva anco a l'ombra, et alla spera

Del bel fuoco del carro sacrosanto,

Et dimostra il pastor grata maniera

A quelli e a questo che portano il vanto

Di eterno honor, et il nomme ivi si legge                      735

Del terzo: « Guid' Ascanio adempì il gregge. »

93.

Stavan costoro a contemplar suspesi

Così l'hystorie come le figure,

Quale vive parean coi volti accesi;

Di color vaghe, con arte et misure                                740

Ben liniate, i riguardanti intesi

Rendevan sì che et sì parean sculture.

Pur ridrizando un oltra più gli ochi

Vidder cose da saggi et non da sciocchi.

94.

Un pastorel con una pietra viva                           745

Rompea la fronte ad un gigante elato

La superbia di cui ciaschedun schiva,

Vedendolo esser forte et bene armato ;

Ma pur el pastorel di vita il priva

Et, col grave coltel che tenea a lato                               750

Tagliatali l'altiera e orribil testa,

Riportarla fra i suoi con gioia et festa.

[F. 141 vo]
95.

Così un griffon superbo e altiero tanto

Quanto altro mai quel degno pastor doma,

Et riduce a pietoso et mesto pianto                               755

Una alta et gran collonna apresso Roma ;

Poi l'una et l'altra man premendo, quanto

Huoppo[2] le par, su l'una et l'altra chioma,

Non le lassa ricor pur i cappelli

Ch' [h]anno su gli ochi lagrimosi et felli.                      760

96.

Ad un dei descendenti di Guerino

Crollar la quercia da l'orate ghiande.

Lo istesso coronato Camerino

Tollendoli si vede, et farsi grande

Di quello Ottavio in prima fanciullino,                         765

Generò alla grande aquila, che spande

I vanni altier da l'uno a l'altro polo,

Cercando inverso il cielo alzarsi a volo.

97.

Ma quel seguendo le vestigie e i modi

Del suo progenitor ceder si vede,770

Per non schiantar ma conservar quei nodi

De l'alber suo pieno d'amore et fede,

A ciò che meglio in terra il piè si assodi ;

A chi il pastor poi mansueto riede

Di modo che li dà di sua famiglia                                 775

Una fanciulla saggia a meraviglia. [3]

98.

Che a guisa della bella unica Psyche

Era servata per divin mistero,

Nè a lei simil infra moderne o antiche

Altra mai fu d'ingegno acuto e altiero.                         780

Le Gratie con le Muse a quella amiche

Seco seder parean nel magistero

Del gran pittor che quella sala pinse

Et non nati anco naturali effinse.

99.

Mentre stan fisi i duo guerrier fregiati                 785

L'hystorie a contemplar a loro ignote,

Altronde da Sylvana ritirati

Si rivoltaro ad ascoltar le note

Che sentivan di canti honesti et grati

Delle voci sonore hor piene, hor vote,                           790

Con dolci acenti et soave harmonia,

Da suscitar chi è di morir in via.

100.

Questo lo fece industriosamente

La gentil Fata per non rivellare

La cosa a lor futura a lei presente                                 795

Di quel che lor non tocca, et però trare

D'indi li cerca assai fervidamente,

Et ov' è l'harmonia quelli menare

S'ingegna ch'una camera vicina

Chiudeva in se la musica divina. 800

[F. 142 ro]
101.

Et sopra un letto riccamente adorno

Li fa posar la Fata et ella parte.

Non era giunto ancora al mezzo giorno

Di Phebe il carro, quando in quella parte

Lasciolli, et io li lascio et fo ritorno                                805

Dov' Orlando lasciai dal fero Marte

Tutto infiammato contra Rio-Castello,

Vincer volendo il suo tyranno fello

102.

Se vi ricorda ben, dissivi sopra

Ne l'altro canto come giunse Orlando                          810

A Rio-Castel, per adempir quella opra

Lodevol tanto con il forte brando

Contra el tyranno, in cui favor se adopra

Tutto il suo stuol sentendo il corno, quando

Hebbero incarcerato Sacripante,815

Compagno alhora del signor d'Anglante.

103.

Doppo il lungo sonar del degno corno,

S'armano tutti i cento cavallieri

Et verso il conte sol cinquanta andorno

Ch'eran fra gli altri più gagliardi et feri,                       820

Et gli altri in guardia del castel restorno,

Ma Sarpedonte fra quegli primieri,

Ch'uscì con lor, rimaste morto in terra,

Nè però terminossi alor la guerra.

104.

Perchè i cinquanta alhora vendicare                   825

Volendo il suo signor, posti in battaglia,

Contra del conte mossi a contrastare,

Tutti Orlando gli affetta, ancide et taglia,

Tal ch'un non si può vivo conservare

Per buona piastra o pur per fina maglia                      830

Che egli habia in dosso, et così in quel contrasto

Fe il glorioso conte il terzo guasto.

105.

Quel giovanetto ch'el consiglio diede

Contra al bon vechio, che delli cinquanta

Rimasti in guardia, perchè in lui havea fede                835

Quel tyranno, era capo, non si vanta

Più come prima, perchè aperto vede

Il gran valor del conte et forza tanta

Esser flaggel di Dio, et se li rende ;

Qual gratamente per la mano il prende.                      840

106.

Il benigno lo accetta pur con patto

Che se abandoni et arda lo empio luoco,

Et sia in quel proprio giorno quel disfatto

Per viva forza d'avampato fuoco,

Nè fra loro altrimente vuol sia fatto                              845

Alcuno acordo o per molto o per poco,

Ma pria si renda Angelica e a Roberto

Sylvia et sia dov'è il Re il carcere aperto.

[F. 142 vo]
107.

         Non può Gelarco, che così detto era

Colui che tanto amava Sarpedonte,                              850

Contravenire alla proposta altiera

Di quel vettorioso et degno conte,

Ma pur, perchè il thesoro ottener spera

Di quel morto tyrano, lieta fronte

Facendo, le due donne et Sacripante                            855

Liberamente diede al sir d'Anglante.

108.

Più di sei cento donne in Rio-Castello.....

                      Ferdinand CASTETS.

Note

______________________

[1] truovan: pruovan?

[2] Huoppo: necessario, opportuno

[3] Ces mots sont le reste d'une stance ainsi indiquèe en marge, mais dont il n'a ètè ècrit que ce premier hèmistiche.

* Riportiamo qui l'emistichio, anzichè nel testo, come fa il Castets:

       Poi di ducal galero  . . .

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Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011