Andrea da Barberino

"I DODICI CANTI"

Guerin Meschino

Edizione di riferimento

Castets (F), I dodici Canti, in Revue des langues romaines, publiée par la Société pour l'étude des langues romanes, Montpellier 1898-1890-1900-1901-1902, reprint 1970

 

in volume:

Publications de la Societé pour l'étude des Langues Romanes XXII, I dodici canti, epopèe romanesque du XVI siécle par Ferd. Castets professeur a la Faculté des Lettres de Montpellier Coulet et fils, Éditeurs Libraires de l'Université, 5, grand'rue 1908

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CANTO UNDECIMO

[F. 122 ro]
1.

Ogni peccato penitentia aspetta

Ne può l'ira divina alcun fuggire.

Zoppa non è, se ben non corre in fretta,

Nè si tolle però per differire,

Anzi è più grave poi ; se non assetta                          5

Da l'error suo il peccator fuggire

Et inalzarsi al ciel con l'intelletto,

Del gastigo ne vien più grave effetto.

2.

Ma, se 'l proposto rio muta il mortale,

Muta il monarca eterno la sentenza,                         10

Et, se pur segue il suo sfrenato male,

Manda col tempo quel la penitenza

Et commette il punir in man di tale

Che spesso non se n'ha la conoscenza.

Ninive grande ne può dar l'esempio                          15

Et del contr[ar]io Egitto il duro scempio.

3.

Nabucodonosor, dopo i sette anni

Che 'l fien mangiò, pentito del suo errore,

Meritò gratia dai superni scanni;

Ma, perchè Faraone indurò il core,                            20

Hebbe dal sommo Idio doppoi più affanni

La morte, ai corpi nostri ultimo orrore,

Col popul suo dentro el Sanguigno Mare,

Che un sol da quello non puotte il piè trare.

4.

Tal hor per un peccato d'un huon solo             25

Punisce una provintia et tutto un regno

La divina ira, et presta estremo duolo,

Tanto prende spiacer, tanto ha gran sdegno

Del peccato; et di ciò l'Hebraico stuolo

Ne vidde il chiaro et manifesto segno,                       30

Quando la donna tolse il re di Uria

Che n'hebbe il popul poi la pena ria.

5.

Hor intervien che Sarpedonte il rio

Fatto ha il peccato et li soi cavallieri

Per man del conte n'han pagato il fio,                       35

Nè lor giovò ne l'armi essere altieri;

Ma non fia ancor dato el tyranno a oblio,

Che gli error suoi non son tanto leggieri

Ch' uscir se ne habia ei sol con l'altrui danni,

Ma morte è per haverne oltra gli affanni.                 40

6.

Se Dio servò Davit infra gli Hebrei,

Fu la mercè di lui che 'l cor le punse,

Perchè era buono, et per contrario rei

Tutti color che dalla vita sgiunse.

Al re non perdonò di Jebusei,                                      45

Che per man delli Hebrei tutti consunse,

Et così i Ferezei, i Gabaoniti,

Che coi populi fiero i re puniti[1].

[F. 122 vo]
7.

Restava stupefatto il bon Roberto,

Il Fauno col corrier era stordito.                                 50

Vedendo il conte cavallier sì esperto

Per il fracass[o] di sua mano uscito;

Nè le pareva ancor tal caso certo,

Benchè hanno visto ch'un guerrier sì ardito

Sol comesso habia in così tempo brieve                     55

Escidio tal a cento altri non lieve.

8.

Haveva Orlando già, come i' narrai

Ne l'altro canto, quella compagnia

Delli sessanta et poi di cento assai

Trattata mal; ma l'alta cortesia,                                  60

Ch'in degno cavallier non manca mai,

Fa che Roberto libero hoggi sia

Da quel furor di morte, dal macello

Che facea Orlando a quei di Rio-Castello.

9.

Lassa il corrier la sua giumenta et prende       65

Un bon corsier che francamente el porti.

Il Fauno ancor il piè caprinno stende

Ove jaceno in terra i corpi morti,

E, se cathena d'oro o anel comprende,

A se la aroggia, et sempre tiene acorti                       70

Gli ochi fedeli intorno riguardando

Ch'a l'improviso non si assalti Orlando;

10.

Che non si assalti Orlando, che va ratto,

Et quanto puote Brigliador di trotto

Sprona, con desider giunger di fatto                         75

Suso al castello per posser far motto

A Sarpedonte et per purgarlo a un tratto

Di mille errori et farle dar tal botto

Qual non si crede, et con ferro et con fuoco

Ruvinar tutto quel maligno luoco.                             80

11.

Giunto alla porta fortemente suona

Il conte il corno e a Sarpedonte chiede

Fiera battaglia, cui l'orecchia intruona

Quel alto suon, et fuor guardando vede

Sarpedonte colui che 'l corno intuona                        85

Col fiato, et che sia Orlando non si crede,

Ma bene il crede Angelica la altiera

Et Sacripante che ir libero spera.

12.

Si era la notte riposato il conte

Et da Roberto del luogo informato                            90

Et della gente che ivi Sarpedonte

Seco have seppe, il che le fu assai grato.

Sol cento cavallier con forze pronte

Haversi quel tyranno riserbato

Intendendo, fu lieto, et la mattina,                             95

Comme ho detto, trottando il sir camina.

[F. 123 ro]
13.

E' suona, invita alla battaglia et sfida

L'empio tyranno che su da alto mira.

Già nel castello si molesta et grida

A l'arme, et nelle trombe il fiato spira.                       100

Ei, che aspetta di fuor, ode le strida,

Et inverso la porta si ritira

Col brando in man ne l'altrui sangue tinto,

Da zelo ardente et sdegnosa ira spinto.

14.

Stava la porta chiusa, quando il suono            105

S'udì del corno rimbombar, che 'l sole

Non si era mosso al formidevol tuono

O ad ascoltar di Orlando le parole,

Ma di Tython con la fanciulla il buono

Phebo posava come spesso suole,                              110

Nè suol callarsi imprima il forte ponte

Che lievi il sol, che non vuol Sarpedonte.

15.

Chiama il tyranno i suoi tutti a consiglio

Et chiede lor parer quel che far debbe.

Certi ch'uscir feriti del periglio,                                  115

Disser come il guerrier maltrattato hebbe

Tutta la compagnia cui molto increbbe,

Et fra tutti costor puose scompiglio

Delli feriti il dir massimamente

Che da quel sol due compagnie fur spente.              120

16.

Questi altri cavallier di Sarpedonte

Eran fidati amici et servitori,

Et quando inteser tanti stratii et onte

Fatti a quegli altri et prima ai rubbatori,

Non mostrano più lieta l'alta fronte                           125

Perchè paura preme loro i cori.

Non san che consegliar contra un tal sire

Che sol fe tanti con sua man morire.

17.

Pur se ritruova in corte del tyranno

U[n] che per tempo e esperientia saggio                   130

Era, a cui dispiaceva il grave danno

Che ai viator facevasi et l'oltraggio.

Vedendo il signor suo posto in affanno

E ai cavallier mancar forza et coraggio,

Del suo signor ne l'animo si duole,                             135

Poi consegliando disse tai parole:

18.

« Io son già vechio et ho la barba bianca,

Et invechiato in questa vostra corte

L'animo è bon, se ben la forza manca,

Nè temerei per voi ogni cruda morte.                        140

Fra nui non veggio, ai mè! persona franca

Che contra quel guerrier esca le porte,

Il che vien dalla vostra conscientia

Che 'l tempo vede di sua penitentia.

[F. 123 vo]
19.

         Ben è cieco colui che 'l giorno chiaro                145

Non vede, bene è privo di dolcezza

Quel a chi il myele in bocca par amaro

Al guasto gusto, et privo è di alegrezza

Chi non conosce lo suo affanno raro,

E chi è villan la vera gentilezza                                  150

Conosce poco, et chi l'ira divina

Non stima in brieve il suo stato rovina.

20.

Quel Alessandro che del mar profondo

Le vestigie cercò, le genti perse,

Domò gli Arabi, i Greci et più del mondo                 155

Paesi soggiogò vincendo Xerse

Et l'Asia quasi tutta pose al fondo,

Se medesmo esaltando al basso perse,

Che chi non stima Dio, non è stimato,

Ma vien punito come a quello ingrato.                      160

21.

La ingratitù tanto dispiace a Idio

Che ne dimostra a tempo aspra vendetta.

Sarpedonte, il tuo avo, o signor mio,

Signor non nacque et poi fu fatto in fretta

Principe a questo castello aspro et rio,                       165

Che si dicea pria Rocca Benedetta,

Et, doppo il rio costume del tuo padre,

Mutato ha il nome per le genti ladre.

22.

Fu tristo l'avo tuo, ma fu più tristo

Il padre tuo, et tu in tristitia avanzi                            170

Amendua loro, et l'uno et l'altro ho visto,

E Oldrado sai che morto fu pur dianzi

Per le tristitie sue, de' quali aquisto

Maggior hai fatto tu per dinanzi.

T'ho detto il ver, tu l'hai havuto a male                     175

Et portatomene odio aspro et mortale.

23.

Tu sai che tu occidesti quel bon vecchio,

Quel bon vecchio Soran, padre d'honore,

Ch'era d'ogni virtù lucido specchio,

Specchio di fama la qual mai non muore,                180

Della cui morte ognun ha pien l'orechio.

Senza cagion ma pel lascivo amore

Che portasti a Lita, non ella volendo

Consentir, festi lo homicidio horrendo.

24.

S'io voglio e' tua peccati ad uno ad uno           185

Raguagliar tutti, non ci basta il giorno.

Basta che di virtù tu sei digiuno

Et d'ogni vitio glorioso e adorno.

Tu sei venuto in puzza a ciascheduno,

Che è la tua fama a ogni contorno                             190

Nota e i tuoi brutti et ribaldeschi esempii,

Che alli innocenti dai spietati scempii.

[F. 124 ro]
25.

Quel cavallier, che là difuori aspetta,

Sapii che è messaggier da Dio mandato,

Che vien per far contra di [te] vendetta                     195

Di ciaschedun tuo orribile peccato,

Ch' un non posseva tutta quella setta

Uccider solo, se non gli era dato

Di sopra, perchè el sangue sparso in terra

Da te contra di [te] chiede Dio guerra.                      200

26.

Ma volendo tal guerra tu fuggire,

Vedi di darti in mano al cavalliero,

Con patto prìa di non ti far morire,

Che ciò impetrar forsi ti fia leggiero.

Così potrai tua morte differire                                    205

Et di questi altri tuoi, se quel guerriero

È huon gentil, magnanimo di core,

Come è ne l'armi grande il suo valore. »

27.

Voltasi Sarpedonte a un giovinetto,

Cui la prima lanugine infiorava                                 210

Il chiaro viso di leggiadro aspetto,

Et quel che in ciò le pare adimandava.

Non havendo del vechio alcun rispetto,

Presontuosamente sì parlava:

« Un che vien vecchio perde il sentimento                215

Et seco la ragione in un momento

28.

Al vechio manca il natural calore

Mancando il sangue, et mancali la forza,

Et senza forza non ha più valore

L'animo usato, et imperò si sforza                             220

El vecchio consegliar, perchè nel core

La fiamma del posser tutta si smorza,

Quel ch' a l' homo è disnor, quel ch' è viltade,

Sotto color et spetie di pietade.

29.

Li ladri sempre mai stanno in paura,               225

Et la paura genera viltade,

Et la viltà di se la poca cura,

La poca cura a se la crudeltade.

Vince lo ingegnio poi fuor di misura

Dove ordine non truova o sicurtade                           230

D'animo ardito et forte, et però questi

Tanti n' ha ucciso et tanti ha fatti mesti,

30.

Quei che ladri non furo, et furon venti

Più dal timor che dalla crudel spada,

Et però in poco tempo furon spenti;                          235

Ch' è ben ragion che con paura cada

La viltà estrema, nè val argomenti

Far che tal cosa da Dio solo accada,

Che vil sarebbe il divino intelletto

Havendo cura di sì poco effetto.                                 240

[F. 124 vo]
31.

Convien se aiuti l'huon da se, se vuole

Che Dio l'aiuti, che l'aiuti il cielo.

Però, signori, se le mie parole

Terrete voi, come dico io, con zelo,

Uscirem tutti pria che lievi il sole,                              245

Con l'animo gagliardo et con il telo[2]

Che morte presta, et io di quel che è fuore

Vantomi con mia man cavarli el core.

32.

Et poichè te, signor, sfida a battaglia,

Se mandi me farò lo effetto solo.                                250

Se questi à morta quella vil canaglia

Che la più vil da l'uno a l'altro puolo

Mai non fu vista, tanta gran travaglia

Darò a colui che morto sopra il suolo

Farollotti veder, se 'l brando mio                                255

Me aiuta, o voglia, o pur non voglia. »

33.

« Non piaccia al ciel, rispose Sarpedonte

Ch' io mandi te per mio scambio alla morte,

Che, se patesti ingiurie, stratii et onte,

Sarebbe il mio morir più accerbo et forte ;                260

Et, s'io scampassi mille anni la fronte

Non havrei mai più lieta, et, se per sorte

Volesse altrui pigliar questa contesa,

Da me havrà premio grande della impresa. »

34.

Lievasi un altro ardito cavalliero                                265

Et dice : « è detto assai, ma detto è nulla.

Sapete ch'eri fu preso un guerriero

Che per il castel nostro si trastulla

Et per tutto ricerca quello altiero,

Mirando hor questa, hor quella altra fanciulla.        270

Rendiangli l'armi et il cavallo ancora,

Se vuol combatter con quel ch' è di fuora. »

35.

Non era conosciuto Sacripante

Per nome nè per re nè per qual era[3];

Ma solamente per guerrier errante,                           275

Che ciò mostrava in tutta sua maniera,

Et sua persona dal capo alle piante

Si mostrava magnanima e altiera.

Fu da ciascun guerrier ben giudicato

Esser valente, et però fa chiamato.                             280

36.

Cui disse Sarpedonte : « O ti conviene

Con quel campion di fuor battaglia havere,

O gustar morte con accerbe pene,

Quando manchi hoggi far il tuo devere;

Et, a ciò possi adoperarti bene,                                   285

Ti si darran tue armi et tuo destriere,

Ma primamente ti convien giurare,

Havendo la vettoria, ritornare.»

[F. 125 ro]
37.

Rispose il re: « Non so per qual cagione

Voi mi vogliate a tal impresa porre;                           290

Non ci è nisciun di voi che gran campione

Non sia da esser opposto al grande Hettorre.

Quando voi mi direte la ragione

Ch'io possa sopra me tal peso tuorre,

Il pigliarò per vostro salvamento,                               295

Essendoci il mio honor col giuramento.

38.

Ma non veggio io ch' io possa in alcun modo

Prender sopra di me questo alto peso.

Forsi che nel consiglio è qualche frodo,

Se fia ben da ciascun di voi compreso.                      300

Vero è che del combatter sempre i' godo

Quando di guerra i' veggio il fuoco acceso,

Ma hor combatter non posso con mio honore

Che mi è compagno quel che sta di fuore.

39.

Vi giuro ben che, se voi tutti insieme                305

Volete uscir, non esservi molesto,

Nè far che di me possa prender speme

Vostro nimico, nè giovarle in questo,

S'io ben potessi, che 'l pensier mi preme

Sempre di quanto è sol giusto et honesto,                 310

Nè mi vedrete mai se non pigliare

Guerra che con ragion si possa fare. »

40.

« Donque per te si fa per quanto i' veggio

Questa battaglia, » Sarpedonte disse.

Cui il re rispose: « Sol per tuorti il seggio,                 315

Per levar li furacci et tante risse

Che qui si fanno, a ciò non siegua peggio

Ai cavallier che passan, costui fisse

Sol nella mente questa impresa forte,

Arder questo castello e a te dar morte. »                   320

41.

« Quel che destinato è, convien che sia,

Disse il tyranno, et imperò mi pare

Che s'armi tutta questa compagnia

Et vadisi costui fuor a truovare,

Et questo cavallier in prigion stia                               325

Fin che lo venghi quello a liberare. »

Così pongon prigione Sacripante

Per uscir fuora contra el sir d'Anglante.

42.

Ma lascianli costì fin che leviamo

Dalla mensa, dal fonte et dal giardino                       330

L'Englese Astolfo et l'ardito Aleramo,

Et finisca la pugna il pro' Guerrino

Col bon Rynaldo, a ciò, quando torniamo,

Non ci diano più impaccio pel camino

Fin che non è distrutto Rio-Castello,                          335

Dispetto al mondo e a l'alto ciel ribello [4].

[F. 125 vo]
43.

Già vi lassai quei primi a l'ampia mensa

Refocilar le membra e i lassi spirti,

A' quali largamente si dispensa

Il grato cibo infra gli alori e i myrti,                           340

Sotto bei pini d'una altezza immensa

Et di cipressi bei fine al ciel irti,

Con suoni et canti pien di harmonia

Che fan l'aura intronar di melodia.

44.

Ancho gli augei che i soi canti ivi fanno

Fra gli aranci, li cedri et li limoni,                              345

I venticei che la fresca aura danno

Ricrean molto le dame et i campioni.

Quivi non perde fronda in tutto l'anno

O per le fredde o per calde stagioni,

Ad ogni tempo et fiori et frutti quivi                          350

Si veggon bei sugli alberi lascivi.

45.

Nè ardor nè gelo al bel giardin molesti

Mai son per tempo alcun, nè grave pioggia

Mai ne i' truova' che 'l bel luogo infesti                      355

Ma, se vi vien con non usata foggia,

Soave è sì, se mai forsi vedesti

Acque lanfe cader da qualche loggia,

O da balcon di fiori un grato nembo,

Sparso con arte in qualche amato grembo.              360

46.

Così ve imaginate che dal cielo

Grata rosata il bel giardino affiari[5],

Nè vedreste ivi un pur soletto stelo

Di color secco, et gli alberi son pari

Secondo il lor lignaggio, perchè el gielo                    365

O il sol non offende ivi i bei ripari

Fatti con magister, fatti con arte

Tal che scriver non posso in le mie carte.

47.

Delle torte hedre intorno l'ampie sponde

Con le foglie sì ugual che paion pinte,                       370

Li spessi lauri con le amate fronde

Vi fan grate ombre di bei fior distinte,

Et del già detto fonte le chiare onde

Inaffiano le viol di rossor stinte,

I narcisi, i hyacinthi, gli amaranti;                             375

Le rose, li ligostri, i belli acanti.

48.

Perdono di Damaschi i profumieri

Coi lor grati, soavi, ameni odori.

Ivi son li genevri acuti et feri,

I mirti et li gelmin coi vaghi fiori,                               380

Li cedri humili con gli aranci altieri,

L'alber d'Adone ivi è coi suo' licori ;

Gli habeti, i faggi et le patenti palme

Vi fanno rezzo et delettevol calme.

[F. 126 ro]
49.

         Querce nodose, suvre[6], fargne[7] et olmi             385

Fanno ivi ombre gratissime selvagge,

Et di nidi d'augei son gli alber colmi

Tortore, tordi, merle, piche et gagge ;

Ma non potervi ben discriver duolmi

Come ne l'ombra il sol per ben che aragge               390

Non vie n'era, e il luogo fatto con tanta arte

Non si può bene dimostrarvi in carte.

50.

Poich' han mangiato i cavallieri et dame,

Van passeggiando in quel giardin soave.

Là veggon capriuol, quà fuggir dame[8],                    395

Qui cervia isnella, ivi una lenfa[9] grave,

Quinci conigli et quindi lepre grame,

Là altieri pardi et quà pantere prave;

Schirattoli, mustelle[10] et armellini

Scappan dinanzi ai piè dei palladini.                         400

51.

Mufari [11] veggion con camozze[12] et zebe[13]

Selvagge, tassi et listrici spinose,

Volpi, simie et mamon per dumi[14] et glebe,

Et gli unicorni fere più famose,

Le hyene crude mal note alla plebe,                          405

Di tutti altri animai più insidiose,

Con il Castore et la fugace tygre

Machiata qual pantera a machie nigre.

52.

Passeggiando pel luogo dolce et ameno

Giunsero dove un chiaro cumul d'acque                   410

Fanno i rivi del fonte, ove il sereno

Collegio delle sacre Muse gi[a]cque,

Et quivi fanno un sì limpido sieno

Che buon spatio ai campion mirarvi piacque,

Che vi vedevan dalla cima al fondo                           415

Gettato un soldo ancor che sia profondo.

53.

Ben trenta palmo era alto, in quadro bello

Di cento et venti piedi era il laghetto.

Veggon dentro mirando in corso isnello

Natarvi il pesce con molto diletto,                              420

Il carpion ricco et seco il poverello

Roviglione, et il rozzo porceletto,

La lampreda regale, il sturione,

La laccia et con l'anguilla il marsione;

54.

La trotta che trottando per le lymphe              425

Et quinci et quindi impetuosamente

Discorre grata agli huomini e alle Nymphe,

Quando da San Donato vien sovente;

Il fiero luccio, et le medesme lymphe

Segue la tinca furibondamente;                                 430

Il cephalo, la scardafa et il squale

Con il barbuto barbo hor scende, hor sciale.

[F. 128 vo]
55.

Indi partiti ne' frondosi rami

Veggon gli augei formar nidi diversi.

La merula col tordo par che chiami                           435

D'altrui l'aiuto. Coi conformi versi

Mormorano i palombi et tortor grami,

Che par che ogni un alti suspiri versi,

Et Phylomena ancora gli scompagna,

Che del cognato sì lamenta et lagna.                         440

56.

Infra gli ispidi dumi et sterpi umbrosi,

Ilmarito di Procne si conduole

Che i cari membri delfigliuol pietosi

Mangiando oppresse; et del figliuol del sole

Il bianco cigno i canti dolorosi,                                   445

Infra Phenisa et Lampetea et Phebea sole,

Si udivan far dove cadevon l'acque

Del fonte già che sì a Narciso pi[a]eque.

57.

In un cespuglio si vedea il fagiano

Coprir la testa et dimostrar il resto                             450

Tutto scoperto, et quindi il pavon vano

Che ad Argo tolse gli ochi, cui molesto

È il proprio piè veder: hor sopra il piano

Terreno, hor sopra un alber manifesto

Cantando stride; et di sua morte atroce                     455

Si lagna la perdite in rauca voce.

58.

Dalla cycala discacciar si vede

L'augel che feta l'uova in l'altrui nido,

Et le figlie ch' Anippe chiaro vede

Diventar piche, qual col strano strido.                       460

Che vincano le Muse, ella si crede.

Fan su quegli alber lor loquace grido.

Così Corone, ancor che mai non tace,

Ivi si mostra stridula et loquace.

59.

Da una sonora valle ai vaghi augelli                465

Senton che Echo risponde in vive voci,

Et aquile et falcon ligiadri et snelli

A lepri, a starni et a faggiani atroci

Si monstran con le prede, e i mischinelli

Ne' feri artigli seguono veloci470

Lor volo in alto per dar loro il pasto

Col proprio corpo lacerato et guasto.

60.

De molti più animai ch'io non vi narro

Era il giardin bellissimo riserbo,

Et disotto havea un barco[15] più bizarro                     475

Da un lignaggio di fere crudo e acerbo ;

Qual viveva di carne et qual di farro,

Qual era humil d'aspetto, qual superbo.

Ivi era il stellion[16], che Cerere dea

Cercando la figliuola fatto havea.                              480

[F. 127 ro]
61.

Di Pasyphae era il desiato figlio

Quivi, con quel che vuolse Deianira

Tuor al marito per proprio consiglio,

E in tauro Acheloo quivi suspira

Superbamente, et pare che di piglio                          485

Col corno dare et calpestar con ira

Voglia ciascuno et più mutabil fassi

Che Metra, et pur nel barco chiuso stassi.

62.

Quivi il cignal di Meleagro il dente

Fero dimostra, et della Arcadia il re                           490

Odiato dalle fere et dalla gente

Ch'a Giove humana carne a mangiar diè,

Ivi è, et Calisto misera et dolente

Ch'in orsa la gran dea rimutar fe,

Et satiri et centauri et eleffanti                                    495

Et di Cybelle li lion fiammanti.

63.

Stannovi queste et assai altre fere

Tolte alla terra parte, et parte al cielo,

Per le virtuti magiche et altiere

Della Erinea Sybilla, et con un velo                           500

Di seta ivi richiuse, che po' in vere

Mura si co[n]vertì, se qual Vangelo

È vera la scrittura di Turpino.

Dubbio non ho ch'è vero il mio latino.

64 .

Quando hebbero cercato il giardin tutto,         505

Visto i-lago fecondo et visto el barco,

Questo et quel alber di ciascun suo frutto

Coi rami quasi in terra pieno et carco,

Et parimente i fior, ciascun produtto

Tenea coi pomi, di quai nullo scarto                          510

Si vede mai per autumo o per verno

Come fra nui qui, per voler superno;

65.

Guatavano l'un l'altro con stupore

I campioni amirati di quel luoco,

Et la regina a lor fa grande honore.                           515

Ragionando con seco a poco a poco

Gli aduce nel pallagio con amore,

Dove è ordinato un bello et vago giuoco.

Del qual si dirrà poi, perchè Guerino

Mi aspetta con Rynaldo palladino.                            520

66.

Ve li lasciai che con le spade in mano

Cercare, doppoi che rotte havean più lance,

Diffinir la lor lite et sopra il piano

Poner l'un l'altro senza far più ciance.

Percuote l'elmo el sir di Montalbano                         525

Al bon Guerrin, ma vanno le bilance

Sì giuste che vantaggio non si vede

Fra lor, quanto una mosca ha largo il piede.

[F. 127 vo]
67.

Su l'elmo di Mambrin forte martella

Con l'incantata spada il buon Guerrino,                   530

Ma sta sì saldo ognun sopra la sella

Che se ne meraviglia il palladino.

Si stancan sì che Doralice bella ,

N'ha pena al core et manda il suo bambino

Che seco havea, figliuol di Mandricardo,                  535

A dimandar il suo fratel gagliardo ;

68.

Et dice a lui : « Non vedi, o Zenodoro

Che quei non ponno hor mai più alzar le braccia ?

Dui guerrier non fur mai simili a loro.

Deh, fa che fra lor triegua almen si faccia!                540

Quivi non si combatte il vello d'oro.

Però fra lor, fratel, pace procaccia,

Che, chi di lor morisse, foria male,

Ch'a lor non hebbe mai la terra uguale. »

69.

Si vedeano le spade in aria a un tempo            545

Et a un tempo in su gli elmi giù calare.

Se si affretta un, l'altro non perde il tempo,

Et veggonsi gli elmetti sfavillare

Faville accese, et non aspetta tempo

Colui che può al compagno il colpo dare.                 550

S'infogano i campion, s'infogano anco

I cavai, ch'[h]anno i duri sproni al fianco.

70.

Sudano i cavallier, sudano ancora

I cavai, che non hanno un pelo asciutto.

Da un colpo a l'altro non vi entra dimora,                555

Nè di vettoria alcun cava construtto.

Che combattono insiem già l'ottava hora

Passava, senza trar di gloria un frutto,

Perchè le incantate arme di Guerrino,

Tollean di gloria molto al palladino.                          560

71.

Et perchè hor mi ricordo haver promesso

Già dirvi di queste armi et come et quando

Fur fatte e incantate et poi concesso

Loro uso al buon Guerrin, che suspirando

Andava sempre et de gran pena opresso,                  565

Che non truovava quel che iva cercando,

Il padre, dico, et la generatione,

Onde l'oringin tratta havea il campione ;

72.

Dico che quando partorì Fenice

Il bel bambino e inclito, Sefferra,                               570

Ch'era già stata di costei nudrice,

Conoscendo il bambino atto alla guerra,

Perch'ella era solenne incantatrice,

Se chi la hystoria scrisse qui non erra,

Fece far tutte l'armi di Guerrino                                 575

Qual più che figlio amò da fanciullino.

[F. 128 ro]
73.

Hebbe un marito questa che Zenone

Già fu appellato, povero et mendico,

Disprezzato da tutte le persone

Della sua patria; benchè fusse amico                         580

Delle scientie et gran professione

Facesse in quelle, hebbe per gran nimico

Il sciocco volgo al qual ei prediceva

Sovente quel che poco le piaceva.

74.

Era costui perfetto nigromante                         585

Nella cità del magno Gostantino,

E in tal scientia fu così prestante

Che venne perfettissimo indovino,

Cosa non cresa dal vulgo ignorante,

Perchè diceva il spirto di Merlino                               590

Essere in lui come nel Samio Euforbo,

Cosa proprio da vulgo ignaro et orbo.

75.

Questa arte ensegnè questo alla sua donna

Che era d'ingegno facile et capace,

E tanto prontamente in lei s'indonna                         595

Quanto l'ardente fiamma in secca face.

Furon christian, nè dalla Tana a Sonna

Eran tai maghi, benchè non si tace

Di Malagigi, et fu del vecchio Athlante

Discepolo Zenon, nato in Bizante.                             600

76.

Per la gran povertà la patria loro

Greca lassando l'altrui ricercaro,

E fra Epiroti a Durazzo ne andoro,

Ore col duca gratia ritruovaro,

Che gravida Sefferra, al rio martoro                          605

Del parto giunta, un figliolim preclaro

Di aspetto parturì, ma morì presto

Lasciando i genitor in pianto mesto.

77.

Et in quel punto la duchessa quasi

Partorì et fece una inclita figliuola.                            610

Vedi, signor, come diversi casi

Nascono alli mortai: rimane sola

La fanciuletta, ch' ai perpetui occasi

L'horrida morte la duchessa invola.

Seferra èlli nudrice et vece-matre                               615

Per consolare alquanto il mesto padre.

[F. 128 vo]
78.

El duca Mustafà, che legge tiene

Di Macometto, la consorte honora

Di pompa funeral con gravi pene

Secondo: il lor costume; et da quell'hora                   620

Seferra con le mamme dolci e amene

Nudrì Fenice, et fu nudrice ancora

Et, non col latte già, del gran Guerino,

Ma sopra le nudrici hebbe il dimino.

79.

Infra dui anni il duca l'alma rese,                     625

Secondo il corso usato di natura,

Lasciando a dui suo' figli l'alte imprese

Della duchea e a Seferra la cura

Della fanciulla. Nobile et cortese

Divenne sì ch' escesse la misura

Di cortesia, di gentilezza immensa,                           630

Nè Sefferra altra cosa cura o pensa.

80.

Divenne in tanta et sì estrema bellezza

Questa fanciulla, che tollea la fama

Alla Ciprigna Dea, et di fortezza                               635

Haveva il nome grande; et da più s'ama

Ch'eran congiunte con la gentilezza

In le' honestade et ligiadria, nè dama

Era ne' tempi soi tanto lodata

D'ogni virtù quanto ella ad ognun grata.                  640

81.

Per questa quel Milon, che di Tarento

Duca era, di Gerardo di Borgogna,

Passando il mar non fu pegro nè lento,

Ch' altra che lei non prezza et non agogna.

Sol ha per questa dentro el cor tormento,                 645

Et non videndo lei veder si sogna,

Et ha deliberato haverla in moglie

O lassarvi la vita con gran doglie.

82.

Così in brieve scacciò della duchea

Di Durazzo Napparro e il fratello,                             650

Et battezzò Fenice che volea

Ella anco a nostra fe ridurs', ond' ello

Prese il ducato che pigliar havea

Deliberato già, dette l'anello

A quella, et fatta gravida poi n' hebbe                       655

Guerin che poi in virtù cotanto crebbe.

[F. 129 ro]
83.

Sefferra, come io dissi, incantatrice,

Essendo morto il suo consorte, pose

Sì grande amore alla bella Fenice

Che mai da lei partir nel cor dispose,                         660

E alla fanciulla gravida predice

Che farà un figliuolin di poderose

Forze et sì grandi che sarà l'honore

Della sua casa et della altrui timore.

84.

Havea fatta costei un ampia tomba                 665

Sotto il palazzo inverso la marina,

Dove traheva dalla inferna tomba

Gli angeli neri della gran Caïna.

Nato Guerrino, entra questa in la tomba

Et ai suo' familiari una fucina                                    670

Vi fece fare et del lago di Stige

Portar dell' acque turbulente et bige.

85.

Poi fe venirvi di Scicilia il fabro

Zoppo, che solea far i dardi a Giove,

Qual discendendo dal suo monte scabro                   675

Venne correndo come un vento dove

Vuolse la maga, cui aprendo il labro

Disse ella : « Hor vuol veder quai fian tue pruove,

Qual sia tua arte et qual tuo magistero

Et qual l'ingegno tuo sublim' e altiero.                      680

86.

Mi è nato un fanciullin che in terra un Marte

Sarà per fama et per virtù eminente,

Et cercarà del mondo la più parte,

Ch'ancor di lui non nacque il più eccellente

 Guerrier a questi giorni, et molte carte                     685

Si scriviran come del suo parente

Orlando, et come quel sarà famoso,

Nè fia quel più di questo generoso.

87.

Disponi donque, pria che parti quinci,

Far a costui di tutto punto l'armi                               690

Ch'a cavallier conviensi, et vedi linci

L'acqua che per temprale con miei carmi

Feci venir da Stigi, et se tu vinci

In farle quel da chi Achille hebbe, in marmi

I' ti farò sculpir con molto honore                              695

Et adorarti quivi a tutte l'hore.

[F. 129 vo]
88.

Voglio che l'armi sian di tal bontade

Che nè ferro nè fuoco offender possa

Chiunche le porta, o se sopra li cade

Fulgur dal ciel con rigida percossa                            700

Senza offesa partendo se ne vade

Altronde, et, Giove havendo l'ira mossa,

Habin di Daphne il privilegio intero,

Perchè lo merta il fanciullino altiero.

89.

Et perchè non si può ben la misura                  705

Per esser quello in fasce haver de l'armi,

Vuo' che si faccin di questa natura

Ch'altro huon che 'l mio Guerrin mai non se n'armi,

Et, crescendo ello (questa sia tua cura),

Che creschin l'armi, et io, con miei carmi,                 710

Ti darò tanto a questo di favore

Ch' avrai in l'opera tua perpetuo honore.

90.

L'alber di Giove vuo' che vi si scolpa,

Et di Guerrino il nome vi si scriva;

Ma fa che non si possa darti colpa                             715

Che di sua proportion l'opra sia priva,

Perchè l'ignaro vulgo spesso incolpa

Per la sua openion trista et lasciva

Un che non erra, et però error non fare

Ch'a ragion nullo ti possa biasmare.                          720

91.

Così ti priego et così ti scongiuro

Per Zoroastro, per Cyrce et per Medea,

Pel chiaro cielo et per l'Inferno scuro,

Per Salomon, per la donna Cumea

Che per luogo aspro faticoso et duro                         725

Condusse ancor vivente il pio Enea

Giù nel Tartareo speco di Plutone,

Per Proserpina et per la ria Erittone ;

92.

Ti aggiuro ancor per la Stigia pallude

Et per l'oblivioso eterno Lethe,                                   730

Per l'alme tutte scelerate et crude,

D'ogni pietade prive, et per tua rete

Con la qual già prendesti essendo ignude

Nel letto le persone mal discrete

Della tua donna et del superbo Marte,                      735

Mostrando il stupro lor per ogni parte ;

[F. 130 ro]
93.

Per tutti i dei che su nel ciel si stanno

Et per le estreme posse del gran Giove,

Pel gran Vertunno che scorrendo l'anno

Mostra due facce inusitate et nuove.                          740

Se brami uscir mai de l'eterno danno

Et più gioiosamente andando altrove

Cerchi posarti, et per la bianca luna,

Non mancarmi di questo in cosa alcuna! »

94.

Pregato et aggiurato il fabro Ethneo                745

Non può disdir alla maga Sefferra,

Nè ritornar al suo vicin Tipheo,

Nè di Ericina alla famosa terra

Havendo di la figlia di Peneo

Col privilegio a far l'armi di guerra,                          750

Supplica a Phebo che col raggio d'oro

Le dia la gratia de l'amato aloro.

95.

Doppo a sua prece, dalla inferna foce

Sefferra trahe duo' degli angeli neri

D'un cerchio più superbo et più feroce,                     755

Et eglino, altresi superbi e altieri,

Nientedimeno ad una sola voce

Della maga son pronti i demon feri,

Et vengon nella grotta, elletto luoco

Da Sefferra, con zolfo et esca et fuoco,                      760

96.

L'incudine e i martei, coi qual Vulcano

Contra i Tytani ai Dei già l'armi fece

E i strali a Giove di sua propria mano,

Ch'ai tre fratei machiati d'una pece

Dettero morte, che dal ciel sovrano                            765

Trar vuolser Giove, ben ch'a lor non lece,

Che dei mortai non è por bocca in cielo,

Per quanto n'amaestra l'Evangelo.

97.

Ai mè! ch'io veggio i figli della terra

Già ribellarsi al suo supremo padre,                          770

Movendo contra el ciel spietata guerra

Con le loro de vitii armate squadre!

Deh, quanta insania l'human cor afferra!

Deh, quanto son le genti oscure et atre

Et povere di mente et di consiglio,                             775

Non conoscendo il suo eterno periglio!

[F. 130 vo]
98.

Deh, vedi, Christo, come la tua chiesa

E data in preda delli rei Tithani

Et come dalla gente Collonesa

Pria, et poi dalli maligni Lutherani                            780

Fu divorata, et malamente offesa

Da traditori Ausoni et da marani

Celtiberi et crudei Thedeschi insieme,

Ch' ognum quanto più può la stratia et prieme!

99.

Da quei, che falsamente del tuo nome,

Signor, gioiscon, la Barca di Pietro                            785

Si cerca di somerger con le some

Del loro vitio et lor peccato tetro,

Et hanno le sue forze tanto dome,

Che quasi perso haveva il degno scetro,

Ma venne Paulo poi ch' in picciol brando                 790

Ne fe vendetta, o fatto memorando!

100.

Ma come potrà Paulo quella fede,

Signor, di Pietro conservar illesa,

S'alli nemici di tua santa fede795

Chi solea diffender la tua chiesa

Èssi appoggiato? et, se si è fatto herede

Della setta de Lutero suspesa,

Chi tenuto è di prender l'armi in mano

Per conservarla da Turco et pagano?                        800

101.

Hai tu, signor del ciel, gli ochi si chiusi

Che non vogli veder tutti i progressi

Che fanno quei, che la tua chiesa ha esclusi

Da se per li soi tanti et gravi escessi?

Deh, chi fia che del non poter ti scusi,                       805

Signor, purgare questi error successi?

Purgali, signor mio, qual l'or si suole

Purgar, tu, che sei di giustitia il sole!

102.

Presta tanto favor al tuo vicario

Et fal da morte al men tanto invincibile                    810

Ch' a ciaschedun, ch' a tuo nome è contrario,

Sia come Giosuè forte et terribile ;

Ma non, che 'l sol faccia il suo corso vario,

Chieggio, signor, qual vedi, et sei invisibile,

Ogni secreto che nel cor dilatasi,                                815

Perchè da l'ochio tuo vivace guatasi.

[F. 131 ro]
103.

Di ciò più. Volcano accende il fuoco

Et, su l'incudin l'infocato ferro

Stendendo, lustra tutto il scuro luoco.

Un dei compagni, chiamato Zifferro,                        820

La mazza batte e t così a poco a poco

Fa l'armi tutte, et l'altro, Brugiaferro

Nomato, scolpe l'albero et il nome

Che Guerino a chi legge aperto prome.

104.

Fatto l'usbergo et tutta la corazza                    825

Con l'albero di Giove dinanzi et dietro,

Fa il fabro zoppo una ben grave mazza

Da far ogni lorica un fragil vetro,

Non atta a ogniun se non di forte razza,

Degno d'impero o almen di regal scetro;                   830

Poi fece il fabro sì minuta maglia

Ch' a' riguardanti lo vedere abaglia;

105.

Li braccial, i schineri, il gorzerino

Coi spalacci e i cosciai, poi duo' spron d'oro,

Uno elmo perfecttissimo accialino                             835

Ch'intorno havea le ghiande d'oro ;

Per tutto è scritto il nome di Guerrino.

Et per cimier vi è una quercetta d'oro;

Di accia' il scudo a ghiande lavorato

Et d'una bella quercia in mezzo ornato.                    840

106.

Un brando fece di chi la lama era

Delle più belle ch' ochio human vedesse,

(Et tutte fur temprate in l'acqua nera

Di Stige, che fortezza tal le impresse

Che ogni altre arme parean di pura cera                  845

Apresso a queste, che la maga ellesse,

Anzi far fece per il suo Guerrino)

Et riccamente ornato di oro fino.

107.

Scritto havea nella lama il brando altiero

« Pygra son di Guerin sempre veloce.                       850

Et vera[mente] fu sì amaro et fero

Che fu chiamato poi la Pygra atroce.

Pygra amara vuol dir, se punto il vero

Mostra il Greco al Latino in piana voce,

Et fu sì atroce il brando et fu sì amaro                       855

Ch' a chi l'hebbe contra costò caro.

[F. 131 vo]
108.

Non contenta di questo ancor la saga,

Perchè non sempre un huon si truova armato,

Essendo della ria sorte presaga

Che devea haver Guerrin privo del stato,                  860

Vollelo inoffensibil con la maga

Arte sua far; a ciò da nullo lato

Habia a patir da pietra, ferro o fuoco

O legno, lo ridusse al cavo fuoco.

109.

Et, denudatol, tutto in l'acqua dove                  865

Furno temprate l'armi lo somerge

Fuora che il piè, ch' in man tiene ella, et, Giove

Invocando, il fanciul fuor de l' acqua erge,

Dicendo: « O Dio del ciel, se pietà muove

La tua immensa bontà, poichè si asperge                 870

Con l'acqua Stigia ai Dei per sempre sacra,

Fa che a Guerin sia dolce e agli altri atra! »

110.

Poi diceva più cose in su la conca

Ove era l'acqua Stigia, scongiurando

I spirti della Tartarea spelonca,                                  875

Pregando et astringendo et comandando

Che non havesse con la falce adonta

Morte podestà o per lancia o per brando,

Nel suo Guerrino, o per legno o per pietra,

Nè Giove con li strai di sua pharetra.                        880

111.

Et sette volte nel predetto modo

Tuffò il fanciullo nelle incantate acque,

Qual poi divenne così duro et sodo

Qual alla maga divenisse piacque;

Nè in legno mai fu tanto fisso chiodo                        885

Quanto Guerino in lei, nè di lei nacque

Figliuol che tanto amasse ella giamai

Quanto lui, che di se l'ama più assai.

112.

Pur per veder se impenetrabil riede

Ella Guerin, poichè l'ha bene asciutto,                       890

Con un coltello lievemente il fede

in questo et in quel luogo, et pruoval tutto

Con pietra et fuoco similmente, et vede

Che qual statua di marmo si è ridutto,

Di che ringratia il padre di Volcano                           895

Che col figliuolo le sia stato humano.

[F. 132 ro]
113.

Doppoi volle esperir l'armi incantate

Et su la incudin dà col brando ignudo

Qual regge alle gran botte dispietate;

Et con la grieve mazza pruova il scudo,                    900

Onde ne tralie faville sì infiammate

Che lustra l'antro oscur col colpo crudo.

Da l'elmo et da l'altre armi ancor trahe fuoco

Tal che fa chiar di lume il scuro luogo.

114.

Quando ha de l'armi vista la bontade,             905

La gentil maga i spiriti licentia,

Con patto pur che con celleritade

Ritornin richiamati a sua presentia,

Et li ringratia con humanitade

Lodando i fabri di loro eccellentia.                             910

Si parton quei, lassando l'opra vaga

Alla pietosa, degna et gentil maga.

115.

Dentro a un forzier le serba et tanta cura

N'ha quanto haver si debbe a gran thesoro,

Et ben le cela nella tomba scura,                                915

Più che se fusser gemme, argento et oro,

E il fanciullin nudrir doppoi procura

Con somma, diligentia e animo soro;

Ma Naparro et Madar privi del stato

Pensano ogni hora far qualche trattato.                    920

116.

Qualche trattato pensano i germani

Per discacciar Milon della duchea,

Et fan certi secreti capitani

Che vadino a far genti in la Morea.

Havea Milone fatto far christiani                               925

Tutti quelli ch' haver possuto havea;

Chi per l'amor di Dio, chi per paura

Presa havean del battesmo la figura.

117.

Fra gli altri batezzosi un Finnadusto

Non per amor[di] Dio, non per timore,                     930

Non perchè fusse più degli altri giusto,

Ma per posser più usar del traditore

Che non havea di nostra fede il gusto

Nè dal bon spirto confirmato il core.

Costui segretamente stimulava                                  935

Naparro et alla guerra il [eccitava].

[F. 132 vo]
118.

Fa far giostre Milon dentro Durazzo

Per l'alegrezza del nato fanciullo.

Pei balli et suon va sozopre il palazzo,

Si prende ciaschedun grato trastullo,                        940

Fassi in corte di vino un amplo sguazzo;

Delle confetioni è il numer nullo,

Anzi infinito, et così in tutti i luoghi

Della cità si fanno feste et giuoghi.

119.

Havea Milon per un mese ordinato                  945

Tal feste et giuoghi, et ei corte bandita

Teneva a ciaschedun guerrier pregiato;

E i terrazzani e i forastieri invita

Liberamente di qual voglia stato,

Che la cità le par dar di gioia unita.                           950

Dimostra Finadusto esser più lieto

D'altrui, tenendo il mal pensier segreto.

120.

A costui par ch'[h]or sia congruo il tempo

Di dar principio al discacciar Milone.

Però avisar Napar non perde ei tempo                      955

Et con lettere manda un suo garzone,

A piè, senza armi, a quel ch'aspetta il tempo.

Come faceste voi con quel leone,

Con quel leone a chi lassasto el stato,

Et poi a tornarvi il tempo vi fe lato.                           960

121.

Quando fu il tempo di tornar, tornaste,

Signor, et, se non foste a Fabriano

Stato tradito da quei che menaste

Infidi, che v' usor sì del marano,

Non bisognava che voi consumaste                           965

Più tempo nel paese Marchiano,

Che mai non fora stata in la memoria

Humana la più degna et gran vettoria.

122.

Non si vanta Leon, non Lorenzino,

Sir, al dassezzo poi di loro tempre,                            970

Ne possedette la duchea d'Urbino

Come in l'animo suo posseder sempre

Si crese, che 'l valor vostro divino

Arditamente dimostraste, e, mentre

Stesti in campagna, deste da pensar[e]                     975

Ai popul tutti da l'un l'altro mare.

[F. 133 ro]
123.

Hor Finadusto avisa in la cittade

Posser entrar ben venti cavallieri,

Di qual si voglia lontane contrade

O di propinque, a dimostrar gli altieri                       980

Animi invitti et lor alta bontade

Ne l'armiggiar, el cor gagliardi et feri,

Et che egli venghi et che egli meni seco

Qualche guerrier perfetto o Turco o Greco.

124.

Naparro il Turco sta gioioso et lieto                  985

Dentro Dolcigno che 'l fratel possiede,

Cui dimostra la lettra e apre il segreto,

E loda Finadusto di sua Eede ;

Rimanda il messo coi bei duon quieto,

Et scrive a Finadusto et lo richiede                             990

Che non li manchi mai, che verrà presto

O a rihaver la patria o a far del resto.

125.

Poi se ne va a truovar Astiladoro

Subito in poste, e il tutto aprendo scuopre,

Et senza far colegio o concistoro                                995

Lodalo ad eseguir tutte queste opre,

Offerendole genti, argento et oro,

Per mandar i christiani indi sozopre ;

Et detteli un figliol per capitano

Et per compagno chiamato Ottomano.                    1000

126.

Era valente cavallier costui

In arme et in consiglio et molto altiero.

Acompagnato che si fu con lui,

Naparro diventò più forte et fero,

Et erano valenti anco amendui,                                 1005

Che disprezzano ogni altro cavalliero.

Pur tolgono diciotto in compagnia

Ch' havean gran nome in la cavalleria.

127.

Et qual dui servitor, qual tre ne piglia,

Homin però ne l'armi signalati                                  1010

Come se fusser tutti una famiglia.

I cavallier sopra gli arcioni armati

Ne van verso Durazzo a lenta briglia,

Et son settanta tutti anoverati ;

Ma, signor mio, di lor tutto il soccesso                       1015

Ne l'altro cantar mio vi sarà espresso.

                Ferdinand CASTETS.

Note

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[1] Los Phéréséens et les ébuséens, avec les Amorrhéens, les Chananéens, etc., furent en effet, vaincus par Josué dans une grande bataille prés des Laux de Mérom (Josué, XI, 1-14). Mais l'auteur se trompe au sujet des Gabacnites qui, effrayés du sort des habitants de Jéricho et de Hai, trompérent les Israélites et obtinrent d'être épargnés (Josué, IX). L'artifice qu'ils employèrent est devenu un motif de légendes. Ils se firent passer pour des étrangers venant de très loin et montrèrent comme preuves du pain desséché, des outres percées, l'usure de leurs vêtements et de leurs chaussures. Israèl ne pouvait revenir sur son serment, mais Josué les punit en leur imposant les services les plus humbles du culte: Decrevitque in illo die eos esse in ministerio cuncti populi et altaris Domini, caedentes ligna et aquas comportantes, usque in praesens tempus, in loco quem Deus delegisset .

[2] telo: voce dotta, dal lat. telum, arma da lancio, dardo, lancia

[3] Il oublie ce qu'il a dit plus haut, C. X, oct. 124,2.

[4] Il promet de terminer le combat de Renaud et (le Guérin, mais, en fait, à partir de XI, 71, il raconte l'histoire des armes et des premiers exploits (le Guérin ; puis l'interrompt (XII, 76) pour revenir aux Jardins de Silvana et passer de là (oct. 101) à la prise de Rio Castello, sans s'être occupé davantage du duel de Renaud et de Guérin. Cet oubli est encore une des preuves que l'on a ici une première ébauche.

[5] affiari: annaffiare (annaffii)

[6] suvre: quercie da sughero

[7] fargna: farnia, sorta di quercia

[8] dame: daini

[9] lenfa: probabilmente leonessa

[10] mustelle: donnole

[11] mufari: mufloni

[12] camozza: femmina del camoscio

[13] zebe: capre

[14] dumi: pruni, per estensione boscaglia

[15] barco: parco recintato

[16] stellion: specie di lucertola, ramarro

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Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011