Andrea da Barberino

"I DODICI CANTI"

Guerin Meschino

 

Edizione di riferimento

Castets (F), I dodici Canti, in Revue des langues romaines, publiée par la Société pour l'étude des langues romanes, Montpellier 1898-1890-1900-1901-1902, reprint 1970

in volume: Publications de la Societé pour l'étude des Langues Romanes XXII, I dodici canti, epopèe romanesque du XVI siécle par Ferd. Castets professeur a la Faculté des Lettres de Montpellier Coulet et fils, Éditeurs Libraires de l'Université, 5, grand'rue 1908

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CANTO DECIMO

[F. 110 vo)
1.

La gelosia è una spietata rabbia

Che consuma altrui fossa et nervi et polpa,

Et convien ch'un gelloso mai sempre habbia

Una febre che 'l scarna, smembra et spolpa.

Non fu mai mollesta acuta scabbia                           5

Quanto è la gelosia, che senza colpa

D'infamia un huom non lascia nè mai lieto

Lo rende, anzi lo fa sempre inquieto.

2.

Amor da gelosia è differente,

Però ch' Amor è passion naturale                              10

E una virtù che vien nel cor sovente,

Non come il vulgo da pungente strale ;

Ma chi la gelosia dentro al cor sente,

Sente espressa pazzia perpetuo male,

Nè vien da Amor la troppa gelosia,                           15

Ma da humor malinconico et pazzia.

3.

Ciò che l'huom fa che sia fuor di ragione

E ll'è infamia, disnor, danno et vergogna,

Perchè la gelosia è openione

Ch' altri se arecan più che non bisogna,                    20

Et non è ragionevole passione

Ch' occide la ragione et sempre agogna

Super quel che non lece, et saper crede

Quello che la ragion non le concede.

4.

La gelosia di due cose fa guerra                        25

Nel petto human, ciò è di donna et regno

Se quella prima in human cor si serra,

D'una estrema pazzia è vero segno;

In qualche cosa men la seconda erra,

Massimo quando ha di ragion dissegno,                   30

Come hor di Stordillano ella il cor prieme

Che non senza cagion del regno teme.

5.

Sa questo re che 'l sir di Montalbano

É palladin di Carlo, et che nimico

Quello è di Moro, di Turco et Marano,                      35

Et questo in casa hor se le mostra amico,

Nè ben si pu[ò] scruttar il cor humano

Che non si vede se egli è retto o oblico ;

Però non senza gra[n] cagion si muove,

Per quanto parli haver suspition nuove.                    40

[F. 111 ro]
6.

Et così manda per soi capitani

Et per gli amici consiglier sua fidi,

Et apre a loro i suoi pensier estrani,

Dicendoli: « Non so com'io mi fidi.

In casa ho dui più valenti christiani                           45

Che la Fortuna sopra terra guidi:

Uno è Rynaldo et quel altro è Guerrino,

Che è conosciuto in Grecia per Meschino.

7.

Noto è Rinaldo a [o]gnun per sua prudezza,

Di chi più dir chi el sia non è mestieri;                       50

Ma quel Guerin, che infra i Greci s'apprezza,

Magnanimo è fra tutti i cavallieri,

Et Finidaro e i suoi figlioli sprezza,

Che son di pagania questi guerrieri

I primi et più potenti ch'habia il mo[n]do,                55

Et pur Guerin gli ha posti tutti al fondo.

8.

Vinse la giostra grande et vinse, poi

Che di quell' hebbe il pregio per battaglia,

Di Finadoro i figli, grandi heroi,

E in Siria poi li diede altra travaglia,                         60

Et li scherni di modo che a dì suoi

Non rilevar più testa, e hor si travaglia

Con Rinaldo, o signor, come vedete,

Sì valorosamente, et visto havete.

9.

Vorrei mi consegliasti, che 'l timore                  65

Sovente lieva altrui di buon consiglio;

Et ben mirate al mio regale honore

Sopra del qual sol vosco mi consiglio,

Perchè la fe ch'è in voi col grande amore

Fa ch'io vi manifesto il mio periglio.                          70

Dubbio ho del regno mio, dubbio ho di vui,

Essendo questi dua guerrier fra nui.

10.

Pur, perchè l'un dei dua che fu Rynaldo

Liberò la mia nuora Fiordispina

Dalle rie mani di quel rio rubaldo,                             75

Degno è d'honor da me, non di ruina ;

Vorrei possendo dimostrarmi caldo

In honorarlo, finch' egli camina,

Ma ben vorrei che presto la sua via

Prendesse et l'altro seco in compagnia. »                   80

[F. 111 vo]
11.

Benchè 'l figliuol del re non sia chiamato

Ch'egli habia a dir in questo concistoro

Il suo parer, quel che 'l padre ha narrato

Apertamente enteso ha Zenodoro,

Perchè non s'era in letto ancor corcato,                     85

Come pensava il padre barbasoro

Perch' havea dubbio, stava molto attento

Che Rynaldo non pata detrimento.

12.

Però in la sala, ov' eran ragunati

Il re, li capitani et consiglieri, 90

Entrato Zenodoro, et, salutati

Che gli hebbe tutti, disse : « O cavallieri,

Et vo' altri vechi da padri honorati,

Non consegliate contra i dua guerrieri

Cosa che sia contraria a l'honor regio,                       95

Ch'io in faccia comportar non vuo' tal fregio.

13.

Non può Rynaldo et, se potesse ancora,

Non è per far al nostro regno oltraggio,

Che la presentia sua degna et decora

Dimostra lui non haver personaggio,                        100

Se non far cosa degna, perchè honora

Questi ciascun come prudente et saggio,

Tal che merita honor perpetuo et degno,

Perch' egli è gratia pur del nostro regno.

14.

E se qualch' uno ardisce contradire,                 105

Fuora che il padre mio, vuol sostenere

Che Rynaldo d'Amone è nobil sire

Sopra ogni altro campion che habia potere

Di armi et di stato o di supremo ardire,

Et manterò le mie parole vere                                    110

A ognun, benchè Rynaldo è huomo tale

Ch' a rispondere a ognun con l'armi vale.

15.

Et volesse Maccon che de' sua pari

Fusse fra nui qualche legiadra coppia,

Ch' oggidì son nel mondo tanti rari                           115

Perchè [da] Granata in sin' a l'Etioppia

Potrebbe il regno con pochi danari

Forsi ampliar, ma di tai n'è sì inoppia

Fra nui, che sempre havrem pavido il core

Quando huomo ariva qui d'alto valore.                    120

[F. 112 ro]
16.

Questa è la causa che 'l mio padre teme,

Non già che di temer habia cagione.

Se gelosia del regno il cor le preme,

Se contra questi ha mala openione,

Altro non è se non che vosco insieme                         125

Non vede a lor simile alcun campione,

Alcun campion che forsi el liberasse

Quando contra di lui si machinasse.

17.

So che Rinaldo ad una sol richiesta

Nostra sarebbe sempre diffensore                              130

Di questo regno, et empisi la testa

Chi vuol di sogni, perchè 'l suo gentil core

Non può pensar a cosa dishonesta,

Rynaldo che sol prezza fama e honore.

Pur consegli ciascun quanto li piace,                         135

Ma non con guerra, possendo haver pace. »

18.

Turbossi Stordilan della proposta

Che fece Zenodoro a quei baroni,

Però ch' alcun non vuolse far risposta

Nè consigliar contra li duoi campioni,                       140

Ma uno al dir di Zenodor s'accosta

Prorumpendo la lingua in tai sermoni:

« Sacra Corona, non si vuol cercare

Quello ch' altrui non brama di truovare.

19.

Chi cerca il mal ne truova in abondanza         145

Spesso più che non vuole; et però dico

Doppo che 'l sir Rynaldo in vostra stanza

Ricolto havete come caro amico,

Mancarle de l' honor fia tracotanza

Et di benevol far crudel nemico,                                150

Massimamente che obrigo l'havemo

Vosco ancor nui come chiaro sapemo.

20.

Argeste già turbava tutto il regno

Et consumava nui con spesse prede,

Ma solo questo cavallier fu degno                              155

Fermarle il crudo et formidabil piede.

Abbassato hàllo et fatto star al segno,

Come di ciò fa Fiordispina fede

Et n' havem visto esperienza chiara

Che questo huomo è d'una virtù preclara.                160

[F. 112 vo]
21.

Però, sacra Corona, non è honesto

Non seguir il triomfo cominciato,

Perchè non cominciarlo così presto

Meglio assai fora ch' hor sia intralasciato;

E, quando che 'l re Carlo intenda questo,                  165

Forsi che et egli ne serà turbato,

Et lecita cagione havrà di farvi

Oltraggio, et forsi non potrete aitarvi.

22.

Che non potrete vo' allegar ragione

Per qual deviate al cavallier mancare,                       170

Et, se allegaste la suspitione,

Bisogna che sia giusto il suspettare;

Et chi si muove per openione,

Non la possendo in publico pruovare,

Sempre havrà torto et serrà condannato                   175

Per indiscreto, neghitoso e ingrato. »

23.

Vuol Stordilan che parta Zenodoro

Che più nel consigliar libero sia

Ciascun. Pa[r]tesi et lascia il concistoro

Tutto in bisbiglio e alcun non è che dia                     180

Parer qual voria il re, di tutti loro,

Tale ch' egli n'ha al cor malenconia,

Et dice : « Hor dichi ognun senza rispetto

Tutta la openio[ne] che chiude in petto. »

24.

Partito Zenodor ne va a Rynaldo                     185

Et a Guerrino et fa quegli uscir fuore,

Mostrandosi in amarli tanto caldo

Quanto altri mai chiudesse in petto amore.

Sta Stordilano nel pensier suo saldo,

Voria il parer d'altrui com' ha nel core,                     190

Et pur comanda si consigli, et dice

El parer che gli ha dato Doralice.

25.

Sta quasi ognun insensato e folle,

Temon del vechio re, temon del figlio.

Mal volontier l'altrui peso si tolle                                195

Alcun, che portarlo è talhor periglio.

Fa il muto ognun, il re la voce estolle,

Et dimostra turbato haver il ciglio.

Nisciun fa motto, il re di dir non cala,

Et Zenodor coi duoi ne viene in sala.                         200

[F. 113 ro]
26.

Era il figliuol d'Amon tanto eloquente

Che un Demostene pare o un Cicerone,

Et Guerin altresì saggio et prudente

In la favella, in ogni sua actione.

Si ammira il re del loro entrar repente.                      205

Pur a dir cominciò il figliuol d'Annone,

Pria salutando il re, poi gli altri insieme

« Discacciate il timor che 'l cor vi prieme.

27.

Cupidigia di regno et men d'impero-

Non mi tormenta et non mi affligge il petto.            210

Combatto per il giusto et per il vero,

Che de aquistar l'altrui non mi diletto.

Non so mostrare il bianco per il nero,

Nè muovi che a Carlo i' sia soggetto

Over christiano, perchè i' non farei                            215

Ad altri quel che per me non vorrei.

28.

Per trarvi fuor d'ogni suspetto rio,

Come finito havrò l'abbattimento

Con questo altro campion, come devo io,

Se 'l mio Jesù vorrà, con salvamento,                         220

Deliberato ho di seguire il mio

Viaggio et Stordilan lasciar contento

In el suo regno et favorirlo ogni hora

Ch' io sarò chiesto et contra Carlo ancora.

29.

Et questo dico, quando si movesse                   225

O Carlo o altro re senza ragione

Contra di voi, o assedio vi ponesse,

Non havendo ei più che giusta cagione,

Non vi pensate che le man tenesse

Senza oprarle per voi il figlio[o]l d'Amone,               230

Ch' io vi farrei veder ch'io porto amore

A voi e a Zenodor con tutto il core. »

30.

Similemente il bon Guerrin si offerse

Che possendo truovar il suo legniaggio,

Se ben fu[s]se di là dove il re Xerse                            235

Tenne l'impero, ancorchè qualche oltraggio

Gle n'avenesse et Zenodoro per se

Mandasse, prender subito il viaggio

Per venirle in favor, per darle aïta,

Et bisognando poi puorvi la vita.                               240

[F. 113 vo]
31.

Sodisfecero al re tanto i guerrieri

Col saggio dir, con le lor grate offerte,

Che ne restò ammirato, e i consiglieri

Di Zenodoro le parole esperte

Cognobbero efficaci, e i cavallieri                              245

Lodoron tutti, e il re le sue coperte

Oppenion disse et che deliberato

Havea farli prigion senza peccato.

32.

Poi perdon chiese lor con grande instanza

Ingenochiato ai piè delli campioni,                            250

Et li pregò che seco in la sua stanza

Stessero sempre et gran provisioni

Offerse loro et del far amistanza

Li priega, et mostra lor per più ragioni

Che 'l debbon far, essendo lor christiani                    255

Ridotti nelle forze de' pagani.

33.

Et perchè eran dui cavallier che paro

Nel mondo non havean nè haver men ponno,

Compagni essendo l'uno et l'altro caro

Di o[gni] gra[n] regno di esser degno donno,           260

Non vuolle Stordilano essere avaro

Del bon consiglio a lor; ma, perchè sonno

Haveva quasi tutta quella torma,

Le dà licentia aciò che ognun se adorma.

34.

Così partiti tutti i terrazzani,                             265

Restano sopra modo i re contenti,

Et Doralice delli dua christiani

Che odito haveva tutti i parlamenti,

Ne resta lieta, che i pensier estrani

Del padre vede tutti esser già spenti.                         270

Vannosi tutti quanti a riposare

Per fin chè 'l chiaro giorno in terra appare.

35.

Dorme ciascuno, ma Rinaldo solo

Della fede campion seco rivolve

Come trar possa da l'eterno duolo                             275

Il gentil Zenodoro, et si rissolve,

Prima ch' ei parta del Granatin suolo,

Scuoterli la maligna infida polve

Di quella setta et ridrizzarlo al cielo,

Levandogli dagli ochi il scuro velo.                            280

[F. 114 ro]
36.

Et con questo pensier lassa le piume

Sovra le quai si riposava armato;

Gli ochi et la mente alzando al sacro nume,

Col cor divoto in terra ingenochiato,

Priega Jesù che de l'eterno lume                                 285

Habia al suo Zenodor tanto donato

Quanto basta alustrar la oscura mente

Aciò ei conosca quanto è Idio possente.

37.

Et poi sugg[i]unse orando : « O Redentore,

Che per salvar il peccator volesti                                290

Prendere humana carne, per l'amore

Ch' a l'huon fatto a tua imagin sempre havesti,

Non indurar di Zenodoro il core;

Poichè la propria tua vita ponesti

Sol per salvare la natura humana,                             295

Non sia per Zenodor tua morte vana. »

38.

Stava Guerrin sul letto, come huon lasso,

Alquanto sonolento, et pur s'accorge

Del bon Rynaldo ingenocchiato al basso,

Ch' al Salvator per Zenodoro porge                          300

Humile prece, che non era casso

In lui l'amor che dal ciel sempre sorge

In chi ha timor di Dio, in chi li crede,

Sempre operando in ben come ha la fede.

39.

Se con Rynaldo la quistione incetta                  305

Può terminar con qualche sua salute,

Et che la vita non le sia intercetta

Avante l'hore dal ciel constitut[e],

Et liberarsi da la maladetta

Amazzonica accerba servitute,                                  310

Di Galitia Guerin pensa la strada

Dai ladri liberar con la sua spada.

40.

Non si odiano i guerrier ma da fratelli

S'amano, bench' habin la pugna insieme;

Li statuti Amazzonici aspre et felli                             315

Sforzan G[u]erino et di Rynaldo prieme

Il cor debito honor, però che delli

Materia il giganteo malvagio seme

Di questa pugna, et però si levoro

Che 'l giorno è chiaro et chiaman Zenodoro.            320

41.

Per diffinire la lor lite orrenda

Fanno presto insellar ambi i destrieri,

Et i publichi araldi fan se intenda

Per tutta la città come i dui fieri                                 325

Campion terminar voglion la stupenda

Battaglia lor; ma Zenodor gli altieri

Combattitori di pace richiede

Fra loro, ma nisc[i]un ciò le concede.

[F. 114vo]
42.

Dicea Rynaldo: « il mio devuto honore

Questo non vuol », e il simile Guerino,                      330

Perchè « il pergiuro è troppo grave [e]rrore,

Dove ch' io caderei col capo chino. »

Lievasi il vecchio re, che ode il romore

Che fan gli araldi, et con alto latino

Cerca sedar questa battaglia loro                               335

Insien con Doralice et Zenodoro.

43.

Di[c]eva il re: « Qualunche di voi pere,

Un dei forti campion di vostra fede

Morrà, lasciando le sue forze altiere

Per man pur di christiano, et nol concede                 340

Questo la vostra legge, se son vere

Vostre Scritture, et però vi si chiede

Il far pace fra vui, che grande aquisto

Voi ne farete apresso il vostro Christo.

44.

Se è vero quel che è scritto in lo Evangelo        345

Che per legge tenete voi, christiani,

Il vostro Christo sol promette il cielo

A chi perdona et delli error suoi vani

Si pente et torna a lui con puro zelo,

Ma quei che contra fan come prophani                    350

Son rifiutati; et io però vi chieggio

Non vi perdiate lo celeste seggio ;

45.

Non vi perdiate lo celeste seggio

Per un fumo di honor ch' è pur mortale.

Egli è grande pazzia, s'io non vaneggio,                   355

Perdere il ben celeste et immortale,

Un ben che dura sempr[e] et sempre è egreggio,

Per un error caduco vero et frale ;

E una espressa pazzia, un duolo eterno

È un acquistarsi d'un perpetuo inferno.                    360

46.

Et tu, Guerin, per dir che 'l giuramento

Del vendicar una persona morta

Te astringe de finir l'abbattimento,

Questo la vostra legge non comporta,

Et non è buon nè efficace argumento                        365

Di non far pace, perchè non supporta

Ragion ch'un giuri contra la sua legge,

Anzi ella lo condanna et lo coregge. »

47.

Non può riposta dare a Stordilano

Rynaldo et men Guerin, perchè il ver dice.               370

Onde se alegra il sir de Montalbano,

Che ciò conosca il re della felice

Et diva gloria, et che essendo pagano

Sapia il Vangel sì ben di Doralice

Il vecchio padre, imperò ch'egli spera                        375

Farlo capace della fede vera.

[F. 115 ro]
48.

Ma non però le cede nel far pace

Col pro Guerin, dicendo : «I' non vi niego

Ch' a l'[e]terno mottor vien contumace

Chi non dà pace, et io il Vangelio allego                   380

Ch' al superno signor assai dispiace

Chi non seguita l'opra, et però sego

Combatter per il vero et per il dritto

Qual si deve seguir, sì come è scritto. »

49.

Guerrin dice anco : « Poichè uno ha giurato,  385

Non dee mancar, che 'l giuramento è un voto.

O che sia Turco o Moro o battezzato,

Pur che le sia lo eterno nume noto,

Quanto ha promesso servar è obrigato »

.      .      .      .      .      .      .      .      .  [ato][1]                  390

Le quai parole odendo Doralice

Con licentia del padre così dice:

50.

« Son sì dubbiose le battaglie in terra

Et incerto il suo fin, ch' i' lodarei

Che con pace terminaste la guerra,                           395

Cosa più grata alli [im]mortali Dei.

Se spesso sdegno in l'human cor si serra,

Non si portan però tutti i trophei

Nè glorie eterne delli abattimenti,

Che spesso ambi i guerrier si veggon spenti.            400

51.

Voi sete homin da ben amendui in l'armi,

Voi forti cavallier, voi saggi heroi,

Ma chi sa qual di voi l'altro disarmi,

Pari essendo in fortezza? i favor soi

Cui presta il ciel, chi vuol hoggi acertarmi,               405

Essendo incerta la fortuna? et, poi

Che un corpo morto havrete combattuto,

Chi merto vi darà? qual fia il tributo?

52.

Se combatte un per generosa Diva,

O che perda o che vinca per ragione,                        410

Quella è tenuta amarlo finchè viva;

Ma se un pei morti fa qualche quistione,

Chi l'amarà? O chi una loda viva

Mai le darà condegna fra persone

D'alto valor? per certo è gran pazzia                         415

Combattere per un che morto sia.

53.

Se guidardone alcun se n'aspettasse

O da figli o parenti di colei,

Che per la sua superbia morta stasse,

Che combateste, ancor vi essortarei.                          420

Sì efficace ragion me s'assegnasse

Che far ciò si devesse, i' tacerei ;

Ma il vostro giuramento et vostro honore

Voler in ciò servar mi pare [errore].

[F. 115 vo]
54.

Già come il padre mio vi disse dianzi,              425

Un giuramento contra legge fatto

Non dee servarsi nè mandarsi inanzi,

Essendo contra el debito contratto.

Più presso è da cassarsi vi dico, anzi

Far devesi che si' al tutto disfatto;                              430

Ch' è romper quel ch' è d'huomo, minor male

Assai, che quel che vien da Dio immortale.

55.

Da Dio vien vostra legge et pur Dio

Il vostro Christo come confessate;

El giuramento vien da l'huom ch'è rio,                      435

Nè si vuol far per cose disperate,

Perchè servar non puossi al parer mio,

Massimamente con person' ingrate.

Servar volendo questo giuramento

Farete a vostra legge detrimento.                               440

56.

Se 'l Turco, il Moro, l'Arabo, il pagano

Che la legge ha del nostro Macometto,

Offende in qualche cosa l'Alcorano,

Non lo tenemo in la legge perfetto.

Così credo che faccia del christiano                           445

Il vostro Christo, che di Dio diletto

Figliuol tenete, et imperò, vi dico,

Chi legge rompe al suo Dio non è amico.

57.

Come possete voi Christian chiamarvi,

Se non servate vostra legge intera,                             450

E volete ne l'armi ripruovarvi

Con battaglia crudel, spietata et fera,

Ricercando a voi istessi morte darvi,

Contra quel che da voi la legge spera.

Comprender pur devresti che si offende                    455

Da vo' il ben sommo che da voi si attende.

58.

Io vi darò un consiglio, se vi pare,

Bench' io femina sia, che sarà buono. »

Cui disse[ro] : « Seguita il tuo parlare. »

Ella seguendo disse: « A voi perdono                         460

Chieggio se troppo lungo il ragionare

Mio vi molesta, che farvi altro duono

Non so che risvegliarvi della pace

Che in cielo a Dio e in terra a l'huomo piace.

59.

Armian dui altri nostri cavallieri                       465

Con le vostre armi et coi cavalli vostri

Segretamente et parimente altieri,

Et un nimico a l'altro si dimostri.

Quel che di Guerin porta i segni veri

Al dassezzo si renda, et poi dai nostri                        470

Confin si partan come perditori

I cento cavallier che son di fuori. »

[F. 116 ro]
60.

Sorridendo Rynaldo le respuse:

« Questo non è di cavallier costume.

Troppo brutte sarian le nostre scuse.                         475

Et volendo offuscare il nostro lume,

Non veggio che lo error doppoi ci scuse

Dalla vergogna et nostra fama alume.

Noi non combatteren come nemici,

Ma sì ben come [di] virtude amici. »                         480

61.

Et cosi ancor Guerrino afferma; e ai regi

Chiegon licentia di seguir la impresa,

Quai non disdicono ai campioni egregi,

Benchè tal cosa a ciascun di lor pesa;

Et certi vin soavi di gran pregi                                   485

Et confetion vengono alla distesa,

Et fanno colation ambi dua insieme,

Ma Fiordispina di tal cosa geme.

62.

Et quanto puote al socer che lor vieti

Tal cosa suppliccando fa gran prece,                         490

Con dir che non saranno mai più lieti

I re, se muor Rynaldo a quella vece;

Et che conoscan come sir discreti

Di quanto a loro inverso el campion lese.

Cu' il socero risponde: « Non conviene                      495

Ai re disdir che honor non gliene adviene. »

63.

Si manda a dir ai cento che son fuori

Che si ritruovin nella piazza, dove

Truovar si debbon li combattitori

A dimostrar le loro ardite pruove.                              500

Fannosi palchi intorno et corridori,

Che la gente veder possa le nuove

Contese et lutte, et son per le regine

Luoghi alti e i bassi per le Granatine.

64.

Armasi Zenodor di tutto punto                         505

Et seco vuol dugento cavallieri

Simial[2] armati, e in quel medesmo punto

Quatro cento pedon con li suoi alfieri

Fa in piazza comparir, che non fia punto

Rynaldo forsi dai cento guerrieri                                510

A l'improviso, che non sa lor mente

Nè li costumi della esterna gente.

65.

Fassi la piazza o veramente il campo

Fuori della cità sol mezzo miglio,

Et acompagna Zenodoro al campo                           515

Ambi i guerrier; e il padre doppo il figlio

Ne va con le Regine inverso el campo,

Et seco huomini mena di consiglio.

Entrano in campo i dua guerrier insieme

Per corre i frutti del suo antico seme.                         520

[F. 116 vo]
66.

Et scavalcati amenduo in piana terra

Ingenochiati drizzan gli ochi al cielo.

Disse Rynaldo: « O Dio, che cielo et terra

Fondasti et l'huomo con pietoso zelo

A tua imagin facesti et pur di terra,                           525

L'alma coprendo col corporeo velo,

Deh, fa, Signor, l'abbatimento nostro

Non privi nui del celeste chiostro!

67.

Se la, pietà ti astrinse il tuo figliuolo

Quà giù mandare per redimer l'huomo,                   530

Ch' in perpetuo devea con stento et duolo

Pagar la pena del vietato pomo,

O plasmator in ciel trino et un solo,

Habii quà giù pietà di nui, sì como

Del ladro havesti et non per sua virtùte,                    535

Et presta a l'alme nostre al fin salute.

68.

Tu sol, Signor, conosci il cor humano,

Nè altro che tu di quel può dar giuditio.

Peccator son, tu 'l sai, sollo io ch'in vano

Ho speso il tempo fuor del tuo servitio,                     540

Et qual fedel et perfetto christiano

Io non ho usato il mio debito uffitio.

Però, Signor, perdonami ogni errore,

Ch'i' son contrito et humile nel core. »

69.

Dicea Guerrin : « Signor del paradiso              545

Che 'l cel creasti et ciascun elemento,

Per tua pietà non far ch'io sia diviso

Dal tuo celeste et santo pavimento,

Quando sarà il mio mortal corpo ucciso,

Presta a questa alma uscir del gran tormento,         550

Onde uscì già lo imperador Traiano

Per l'alta prece del Pastor Romano.

70.

Tu sai che non combatto hora per boria,

Ma sol combatto per servar la fede.

Però non mi privar della tua gloria,                           555

Non mi far de l'eterno danno herede,

Habii del tuo figliuol ferma memoria

Che col suo sangue vuol salvar chi crede.

Tu sai ch' io credo et ch' io son battezato,

Sì che non mi privar del tuo bel stato. »                    560

[F. 117 ro]
71.

Surser doppo la brieve oration loro,

Chiedendosi l'un l'altro humil perdono,

Et quai fratelli in bocca si bascioro,

Di che s'ammira Zenodoro il buono;

Et, poich' in sella ambi saliti fuoro,                            565

Gli araldi con le trombe diero il suono,

E i cavallier si vennero a iscontrare

Con due gran lance ch' ivi fer portare.

72.

Eran le lance sì nervute et grosse

Che nulla se ne ruppe al primo tratto,                       570

Ma furon si crudeli le percosse

Ch' ambi i corsier si affisero di fatto.

Nullo dei cavallier punto si scosse

Di sella, ma s'amiran di questo atto

L'uno de l'altro et massime Rynaldo                          575

Che stia quel giovinetto in gli arcion saldo.

73.

S'arrizzano i cavai, tornano al segno

A rifferirsi l'uno et l'altro sire,

Et ciascheduno fa fermo dissegno

L'uno in la testa de l'altro ferire.                                 580

Fa lo strumento suo l'araldo pregno

Di fiato aciò che 'l suon si habia ad odire.

L'uno et l'altro campion punge il cavallo

Et vanosi a scontrar senza intervallo.

74.

Si ferero i guerrier ambi alle teste,                    585

Ma ciaschedun loro elmo è tanto fino

Che segno non le fanno ambedue queste

Lance, nè il sir Rynaldo nè Guerrino

Punto si piega o crolla, et par che reste

Ciascun qual sasso immoto; e il palladino                 590

Si ammira forte che un sì giovinetto

Sia sì gagliardo et l'elmo sì perfetto.

75.

Sa quanto val quel elmo ch' egli porta,

Che già fu di Mambrin, ma non sa quanto

Vaglia quel di Guerrin, nè che l'accorta                    595

Sefferra già il facesse per incanto

Far a Vulcan, et poich' ella fu morta

Come odirete forse a un altro canto,

Alle man pervenisse di Guerrino

Nel tempo ch' egli fu detto Mesquino.                       600

[F. 117 vo]
76.

Ruper negli elmi i cavallier le lance.

A l'uno e a l'altro in man l'altre si danno

Et van sì uguali et giuste le billance

Ch' a tutti i spettator gran stuppor danno;

Et tornansi a ferrir ambi alle pance,                          605

Et qual le prime le seconde fanno

Ch' in pezzi vanno et fu veduto un stelo

Che per iudicio altrui salì nel cielo.

77.

Fu lo stelo osservato da un che 'l vanto

Di veder lungi a l'aquila ha simile,                             610

Nè in giuso ritornò quel fine a tanto

Che la giostra durò sempre virile,

Et doppo visto fu venir con quanto

Nel corso ha di prestezza il Gange o il Nyle,

Et, quando cade giù, tutto si serra                             615

Per gran furor dentro la dura terra.

78.

In questo mezzo che 'l troncon giò in alto,

Più de altre dieci lance furon rotte,

Et accresceva ogni hor fra lor l'assalto.

Sentiansi ogn' hora ribombar le botte.                      620

Non fu mai fora in qualche alpestro salto

Coi cacciatorr da dirupate grotte

Cacciata, nè con impeto et furore

Qual questi orsa voltosse al cacciatore.

 

79.

Non potean più i campion, non più i destrier  625

Lancia portar nè correr per la polve.

Sudano sotto l'armi i cavallieri,

In sudor il cavallo si rissolve

Di Guerino et di l'altro, e i regi altieri

Voglion che faccian triegua, et poi si solve                630

La quistion lor dopoi certo intervallo,

Et che si muti ognun di lor cavallo.

80.

Si fa triegua fra lor sol per mezza hora,

Presta lor Zenodon du' altri cavalli

Et quanto puote i cavallieri honora                            635

Con confetione et ber di sua man dàlli.

Il vechio padre similmente ancora

Honor et riverenza immensa fàlli,

Et Doralice mostra gentilezza

Che 'l volto asciuga lor con tenerezza.                       640

81.

Rifrescati i guerrier, senza staffare

Il piè, salta Guerrin sopra gli arcioni

Del dato a lui destrier, poi si fa dare

La mazza ai suoi legata, et con i sproni

Punge il destriere et fallo maniggiare                        645

Per pruovar s'è del numero de' buoni.

Conchiudon con le spade in man pruovarsi

Et con le mazze po' al dassezzo darsi.

[F. 118 ro]
82.

La spada di Guerino era incantata,

Incantato ha l'usbergo et la corazza                          650

Et ne l'acqua di Stige temperata.

Similemente il bel elmo et la mazza

Et tutta la persona era fatata,

Eccetto il manco piede, et fu di razza

Regia come udirete in altro luoco,                              655

Ch' or son sforzato di lassarlo un poco.

83.

Vuo' lassarvi Guerrin, lasciar Rynaldo,

Che faccian con le spade il lor devere

Et mostrarsi ciascun negli arcion saldo,

Et ritornare alle prudezze altiere                                660

Del re Cyrcasso che quel stuol ribaldo

Di Sarpedonte con sua forza fere

Quanto più puote, et dà lor tanta briga;

Pur vincer senza aiuto in van fatiga.

84.

Vi dissi già che 'l conte havea promesso           665

A lui non aiutarlo, che havea chiesto

Che sol combatter le fusse concesso

Con tutto il stuol, benchè ciò malhonesto

Al conte par, et però non se è messo

Aiutarlo, per ben che assai molesto                            670

Le sia veder quel re combatter solo

Con quel maligno e esorbitante stuolo.

85.

Parle vergogna di tener a mente

Et vergogna d'entrar nella batt[a]glia,

Ma quando vede scender quella gente,                     675

Che già dissi coperta a piastra et maglia,

Manda il sativo ardito prestamente

A dir al re che tanto se travaglia,

Se vuol ch'egli entri a darle ormai soccorso.

Risponde: « Non », et fa qual ferito orso.                  680

86.

Fa come un orso contra a quei latroni

Tagliando mani, gambe, braccia et teste,

Et qual stordito gitta fuor d'arcioni

Tanto ha le mani poderose et preste,

Dietro li scappan di certi burroni                               685

Alcune genti che li fur moleste,

Et fanli tanta guerra et dietro e inanzi

Che seco par che 'l re poco più avanzi.

87.

Se accordarono al corso quattro insieme

Con quattro lance adosso a Sacripante,                    690

Et quanto ognun più può tanto più prieme

Contra quel re; però il signor d'Anglante

Della promessa che le fece geme

Dubbiando della morte d'un prestante

Et genero[so] re gran cavalliero,                                695

Ch' a suo dispetto è fatto prigioniero.

[F. 118 vo]
88.

Vedendo il conte il re delli Cyrcassi

Esser prigione da color menato

Inverso Riocastello, più non stassi

Cheto, ma suona il suo corno pregiato,                     700

Che fa affretare a Brigliadoro i passi,

In man prendendo il brando infuriato.

Fa che 'l Fauno stia in guardia, et poi richiede

Tutti quegli a battaglia ch'egli vede.

89.

Menano pria il prigion dentro al castello           705

Ch'a loro era vicino, et doppo riede

La turba et dice a questo nuovo augello

« Qual se apparechia darsi in nove prede

Ha fatto con quel corno un suon sì bello

Che fa della bontà del corno fede.                              710

Havren il corno et chi 'l suonò con esso,

Poi per piacere il sonaren nui spesso. »

90.

Quando Orlando tornar vede costoro

S'alegra, et strenge in pugno Durrindana,

Et doppo punge il fianco a Brigliadoro,                    715

Et dice: « Or quà venite, gente strana. »

Al sir si rapresenta un brutto Moro

Che cavalcava una morella alfana ;

Era costui dei più gagliardi che ivi

Rimaso funsi infra quegli altri vivi.                            720

91.

Di cento ben quaranta occisi haveva

Con la sua mano il re di Circassia,

E tutta questa compagnia teneva

Quel Moro in capitan che signoria

Haveva et egli, ma non possedeva                             725

Il stato, che comessa havea follia

Contra Agramante, da chi fu privato

Essendo al suo gran re maligno e ingrato.

92.

S'era ridotto poi con Sarpedonte

Ch'accettava assassin, ladri et sbanditi,                     730

Ma quando alla presentia fu del conte

Et vidde i tersi arnesi et li polliti

Guarnimenti del sir, con la sua fronte

Sfacciatamente disse: « I toi forbiti

Arnesi mi darai con il cavallo,                                    735

Qui dismontando giù senza alcun fallo. »

93.

Cui disse il conte: « Il mio caval non porta

Villan sopra di se, nè le mie armi

Vestono alcun poltrone, et non comporta

Mio honor che per te scenda et mi disarmi,              740

Ma lasciarmi le tue ti riconforta,

Over per forza o per amor pur darmi

Questa giumenta per le mie bagaglie,

Che non ti salvarà in queste battaglie.

[F. 119 ro ]
94.

Tu sei venuto certo a un certo tempo                745

Che ritruovar non si potrà il migliore,

Ma forsi ti parrà troppo per tempo

Esser qui giunto, che d'ogni tuo errore

Ti purghi bon mia mano adesso è il tempo;

Il tempo è trarti hoggi di vita fuore                            750

Et di tua mille error purgarti a un tratto,

Massimamente di quel ch'oggi hai fatto.

95.

Rendetemi il prigion d'hoggi et la dama

Che già più giorni fa prigion tenete

Su nel castel, se vostra vita brama                             755

Starsi nel mondo, o del castello havete

Sempre a gioir voi tutti con più fama,

Desiderate, over se pur volete

Nostra amicitia, che vi può giovare,

Et il contrario inimicitia fare. »                                   760

96.

Parlava il sire a tutti che sessanta

Eran quei cavallier, anzi assassini,

Ivi tornati senza li quaranta

[Ch']uccisi havea quel re fra quei confini ;

Et quando il conte vidde tutta quanta                       765

Ivi la gente ch' alli pellegrini

Faceva ingiuria et che menar non vuole

La dama e il re, disse queste parole:

97.

« Se battaglia volete ad uno ad uno

I' son contento, et se volete tutti                                  770

Meco insieme provarvi, alcun digiuno

Non partirà senza gustar miei frutti,

Ma fian si accerbi ch' increscerà a ognuno

Di quei ch'alle man meco fian condutti. »

Il Mor sol vuol provarsi col guerriero                         775

Per haver sol quel armi et quel destriero.

98.

Aciò se accosta tanto sotto il conte

Che li spezzò la lanza e con la spada

Per fino al mento le spaccò la fronte,

Et così morto cadde in su la strada.                           780

Doppoi si aventa a quei ch'a piè del monte

Erano scesi per non star a bada.

Tutti gli affligge et tutti li martella

Con Durrindana et fa cader di sella.

99.

Tanto subitamente il sir li strinse                      785

Con gran furor che 'l capitan, vedendo

Lor sì presto morir, il cor gli avinse

Tanto timor, tanto suspetto horrendo,

Che morte in la lor anima dipinse

Mentre eran vivi il caso aspro et tremendo.              790

Vedeno i colpi grandi et smisurati

Che uscivan lor di man crudi et spietati.

[F. 119 vo]
100.

Scrisse Turpin, benchè impossibil pare,

Che dieci a un colpo ne tagliò a traverso

Armati tutti a un semplice voltare                             795

Di Durrindana con uman riverso.

Chi nol vol creder, vadalo a cercare,

Ch' io son christian di buona fede asperso,

Et credo questo et più se più mi lice,

Massimamente a quel che Turpin dice.                     800

101 .

Dice Turpin che non vi stette un' hotta

Che tutti quei sessanta Orlando uccise,

Et doppo sonò il corno una altra hotta

Si forte che crudel paura mise

A quei di Rio-Castel, che tutti in frotta                      805

Presero l'armi, et Sarpedon divise

Li cento che teneva et mandò fuore

Sol per veder chi fa tanto romore.

102.

Andava Orlando per quella foresta

Molto assentito, et fa la guardia buona                     810

Il Fauno, et il corrier vede la festa

Et di tal pruove al compagno ragiona.

Rivolge et quinci et quindi il sir la testa

Per veder se ritruova più persona,

Et sente il Fauno che gridando dice                           815

« Ecco gente del monte alla pendice. »

103.

Erge alla piaggia gli occhi il sir et vede

Cinquanta cavallier tutti coperti

Di lucide armi, che fan chiara fede

Questi ne l' armi esser franchi et esperti.                   820

Il sir d'Anglante visti lor si crede

Haver seco battaglia; essi scoperti

Vedendosi si fermano alla costa

E in dietro mandano un con la risposta.

104.

Non eran ladri questi, a dir il vero,                   825

Benchè vivesser delle tolte prede.

Era ciascun di lor bon cavaliere

Tal che ne l'armi nullo a l'altro cede;

Ognun di lor brama esser il primiero,

Ma a nullo Sarpedonte ciò concede                           830

Ch' un capo delli buon che vuol pruovarsi,

Qual con gli altri così spera salvarsi.

105.

E al conte gentilezza usa custui.

Vedendol senza lancia, due ne tolle

Et pianamente poi si accosta a lui                              835

Con parlar bello, gratioso et molle,

Dicendo: « Poichè giostrar amendui

Habian, prendi una lancia et non si crolle

D'animo alcun, ma chi pria casca in terra,

Sia perditor nè possa hoggi far guerra. »                  840

[F. 120 ro]
106.

Al conte piace il patto et però prende

La lancia ch'egli giudica più fiacca,

Et d'amor verso il capitan si accende,

Cui così parla prima che si attacca:

« Vorrei saper chi sei, se non ti offende                      845

Forsi il mio dire, innanzi che si stracca

Meco la tua persona in giostra indarno,

Che a te simil di qui non vidi a l'Arno. »

107.

« Signor, i son Christiano, et fui qui preso

Con una diva mia fra l'altre belle                               850

Belissima, rispose, et questo peso

Mi diede Sarpendonte delle felle

Usanze padre; che quando fui reso

Qui a lui promisi, per chi fe le stelle,

Combatter sempre ad ogni sua richiesta                   855

Et nacqui già di casa Malatesta.

108.

Aciò che sapi il mio gentil paese,

In Italia è, fra il Rubicone e Isauro.

Da Cadmo già la mia stirpe discese,

Nota per sua virtù dal bel Po al Mauro.                    860

La donna mia per sue divote imprese

Volendo ir al Loreto oltra il Methauro,

Da certe fuste il nostro picciol legno

Fu preso di nui carco et d'oro pregno.

109.

Et poi fummo condotti in Barberia,                  865

Et Sarpedonte a quei nochier ci tolse,

Che 'l mar lassando presero la via

Per terra, come il mal destin mio volse.

Così prigione con la donna mia

Con giuramenti esser fedel mi avolse,                       870

Et io obrigaimi per poter gio[i]re

Della donna, cagion del mio martire. »

110.

Hebbe il conte pietà di quel gentile

Campion et della sua crudel disgratia

Per l'atto usato a lui tanto virile,                                 875

Et aquistò con seco buona gratia.

Poi dimandolle con parlar humile,

Se quella donna che lo strugge et stratia

Si ritruova prigione in Rio-Castello,

Figlia de Gallafron spietato et fello.                           880

111.

Roberto, che così quel nomato era,

Disse che una regina del Cathaio

Era di Sarpedonte prigionera,

Che al mondo di beltà non truova paio.

Angelica nomata, et quasi vera                                  885

Angeletta dal ciel con l'ochio gaio,

Intatta riservata, perchè spene

Di premio grande Sarpedon ne tiene.

[F. 120 vo]
112.

Suspira il conte et senza far proemio

Disse : « Hor sa, neccessaria hoggi la giostra,           890

Del riscatto di Angelica hoggi il premio.

Intendo portarle io per questa in nostra

Fede christiana et con mia man nel gremio

Porlo di chi tien questa gente vostra

Sol data per far mal, et farle peggio                          895

Se fia da presso quel ch' io lungi veggio. »

113.

Poi pigliano del campo quanto basta

Ambi i guerrier, e i spron pongono al fiancho

Dei destrier, arrestata havendo l'basta,

Qual ciascun ruppe come ardito et franco.               900

Poi con il brando l'uno l'altro tasta,

Cercando di far rosso il cuoio bianco,

Ma quanto puote il conte con rispetto

Mena di piatto spesso in su l'elmetto.

114.

Pur fu sì poderoso il colpo et certo                    905

Ch' uscì del forte braccio, ch' in su l'herba

Per ben che l'elmo funse duro et erto,

Con pena cruda, dolorosa et acerba

Cadde il gentil magnanimo Roberto.

Doppo, con ira, alla torma superba                           910

Si vuolge ratto l'orgoglioso Orlando

Col nudo, forte e ancor sanguigno brando.

115.

« O vi rendete a me, disse, o la morte

Havrete tutti hoggi per la mia mano,

Nè restarà di voi chi a pena porte                              915

La nuova al vostro sir malvagio et strano,

Perchè vorrà giustitia et vostra sorte

E il viver del sir vostro rio et villano

Ch' oggi cadiate sotto il brando mio,

Perchè il giuditio a voi ne vien da Dio.                      920

116.

Doppo il peccato vien la pena atroce

Che de l'eterno Idio così procede.

Il giuditio immortal, l'ira feroce,

S'un tempo aspetta, et queto un tempo siede,

L'ira è pia grave quanto è men veloce                       925

Et tanto più mortal il colpo fiede.

Maggior supplicio aspetta chi più tardo

Di Giove agiunge il fulminoso dardo.

117.

Nisciun risponde al conte, anzi in battaglia

Si pongon tutti, et ei vedendo adira.                          930

Si comuove con impeto et trav[a]glia

Dà a lor crudel pei colpi ch' a lor tira.

Qual ferito orso Brigliador si scaglia

Con morsi et calci, et il bon conte mira

Non si lasciar di dietro alcun venire                           935

Che a tradimento non l'habia a ferrire.

[F. 121 ro]
118.

Ma tanto ben con l'honorata spada

Li strenge insieme, che nisciun se arischia

Uscir di schiera over prender la strada

Verso il castello, perchè li cimischia                           940

Sl ben costui et sì li tiene a bada,

Che tutti stretti insien fanno una mischia ;

Ma il conte questo fer, quel altro uccide

Et a chi spalla, a chi una coscia 'ncide.

119.

Mentre che il conte i cavallier martella,            945

Va Sacripante nel caste!lo intorno,

Vedendol tutto quanto in questa e in quella

Parte, sol per veder quel viso adorno

Desiato d'Angelica la bella,

Ma lei non vidde in tutto quanto il giorno                950

Che veder non si lascia la regina,

Se non da Sylvia bella et da Faustina.

120.

Portava quello annello sempre in bocca,

L'anel che le invisibile rendeva.

Alcun la sua persona mai non tocca,                         955

Se non Faustina, che li con[ce]deva

In serva chi la chiuse entro la rocca,

Di la qual ella uscir certo poteva.

Non vuol perchè sapea, s'ella vi stava,

Che Rio-Castello un dì si rovinava;                            960

121.

Et che qualche campion di fama degno

Havria per lei mostrato il suo valore,

La forza, l'arte, la virtù, l'ingegno:

Ciò le pronosticava il proprio core.

Vidde ella Sacripante et fe dissegno                           965

Parlarle, et poi dubbio hebbe che 'l peggiore

Fusse per lui, però mostrar non volle

A lui l'aspetto che lo anel li tolle.

122.

Privo è de l'armi il re delli Cyrcassi

Nè può per modo uscir di Rio-Castello,                     970

Perchè alla porta grande guardia fassi,

Ma in dolor ha del destrier suo snello

Che in podestà d'altrui vede che dassi,

Onde bastemi il luogo inico et fello,

Et suspirando va in questo e in quel luogo,               975

Tutto avampato d'invisibil fuoco.

123.

Anco ha più pena, che non vede mai

Angelica per chi fatto è prigione.

Del truovato corrier si duol assai

Et chiamal tradito[r] empio et ladrone,                     980

Et fra se dice: « Altro huomo ancor più mai

Non mi gabbò, se non questo ghiottone.

Dato ad intender m'ha quel che non era

Per prigion farmi in questa rocca altiera. »

[F. 121 vo]
124.

Nè valse questi dice a Sarpedonte:                   985

« I' sono re, dammi la libertade »,

Che 'l tyranno crudel unqua la fronte

Non vuol mostrarli con benignitade;

S'egli nel core di diamante un monte

Havesse, non havria più crudeltade.                          990

Vuol che 'l re giuri di esserli vassallo

O che fra tre di muoia senza fallo.

125.

In questo mezzo il coraggioso Orlando

Et teste et spalle et braccia et gambe tronca,

Col fiero orgolio et col quel forte brando                   995

Questo et quel manda nella Stigia conca.

Roberto, che cascò, si rizzò quando

Sua gente fu più che la mezza tronca,

Nè più combatte, perchè non posseva

Quel giorno più, come promesso haveva.                 1000

126.

Però si tira in parte ove, la vista

Alla battaglia può tener diritta,

Et vede Brigliador come calpista

La turba lassa, mischinella, afflitta,

Et vede come bene il guerri[e]r pista                         1005

Questa et quella altra testa et fa sconfitta

Di quelli cavallier che paion zebe

Da più lupi assaliti in sterpi et glebe.

127.

In poco spatio tutti il sir pregiato

Manda a truovar la loro antica madre,                     1010

Che un non rimase al meno che stroppiato

Non fusse et tornar possa a l'altre squadre,

Come pria si partì ; del che admirato

Roberto resta, et al superno padre

Gratie rende sfinite, che rimaso                                  1015

Egli sia vivo in tanto estremo caso.

128.

Prigion si rende al valoroso sire,

Nè vuol più solo nel castel tornare.

Le duol di Sylvia più ch'io non so dire,

Ma si vergogna al conte appalesare,                          1020

Al conte, et dubbia per dolor morire

Non possendo sua diva seco trare,

Ma quel che ne seguì, signor mio caro,

Vi fia in questo altro canto aperto et chiaro.

                Ferdinand CASTETS.

Note

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[1] L'octave n'a que sept vers, et rime et sens indiquent que c'est le sizième qui a été omis.

[2] v. 3. Il a hésité entre les mots « similemente » et « simiglianto et a laissé le vers ainsi.

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Canto II

Canto XI

Canto IX

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011