Andrea da Barberino

"I DODICI CANTI"

Guerin Meschino

Edizione di riferimento

Castets (F), I dodici Canti, in Revue des langues romaines, publiée par la Société pour l'étude des langues romanes, Montpellier 1898-1890-1900-1901-1902, reprint 1970

in volume: Publications de la Societé pour l'étude des Langues Romanes XXII, I dodici canti, epopèe romanesque du XVI siécle par Ferd. Castets professeur a la Faculté des Lettres de Montpellier Coulet et fils, Éditeurs Libraires de l'Université, 5, grand'rue 1908

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CANTO NONO

[F. 88 vo]
1.

Quando il gran Gostantin diede a Sylvestro

L'imperio che egli possedea di Roma,

Fecesi qualche luogo che era alpestro

Et può ver desiar da ogni idioma ;

Che questo fa del tempo il gran maestro,                   5

Qual va scorrendo con canuta chioma

Et quinci et quindi et questo et quel impero

Dal nostro fin l'antartico emispero.

2.

Sotterarno i tesor gli antichi patri

In qualche monte over cavato sasso,                           10

Non volendo ingrassar gli amphitheatri

Di Greci avari o suscitarvi Crasso ;

Ma le richezze in luoghi oscuri et atri

Lasciaron tutti; et chi in alto et chi in basso ;

E in qualche luogo l'istessa natura                              15

Produr thesor per dimostrarsi ha cura.

3.

Finch' è il thesor ascoso non se apprezza

Il luogo ove dimora, et se una luce

Non mostra chiara altrui la sua vaghezza,

Amarla o desiar nissun se induce;                               20

Nè molto s'ama non vista bellezza,

Ch' a l'intelletto nostro non traluce

Il sol, se prima l'ochio non l'apprende,

Ch' ei da se senza il senso non intende.

4.

El gran thesor della virtù s'asconde                            25

Talhor in chi non è chi lo presuma;

Perchè quella è celeste ella s'infonde,

Comunchè 'l ciel della sua gratia aluma;

Et poi, con le sorelle sue gioconde,

Purgar dai vitii l'animo costuma;                                30

Et tanto i suo' amator fra gli altri inalza,

Quanto da loro il vitto più s'incalza.

5.

Non sta ben dui contrarii in suggetto

Come si vede per esperientia

Il fuoco dentro il mar non fa il suo letto,                     35

Nè su in l'aer la terra ha sua potentia.

Però virtù vuol l'animo perfetto,

Non sottoposto al vitto, che sua essentia

Divina essendo vuol gli animi interi

Di quei ch' ella nel ciel vuol far alfieri.                        40

[F. 100  ro]
6.

Vuol far nel ciel altier gli almi gentili

Che la voglion seguir per fine a morte,

Che non può chi lei siegue cose vili

Mai desiar, ma divien huom sì forte

Che sprezza al fin tutte le cose humili                        45

Humil...., nè quella puone a sorte

Quà giù discesa nelle humane menti,

Chi e' lumi di ragion non ha in se spenti.

7.

Rynaldo, che era virtuoso in atto,

El Meschino ama altresì virtuoso,                               50

Qual dimostrava per presentia in atto

Magnanimo esser tutto et generoso.

Li regi, che 'l guerrier veggono adatto

In l'arme e in altre cose valoroso,

L'amano assai, che ogni spirto gentile                        55

Ama d'amor perfetto il suo simile.

8.

Mostra non haver più che diciotto anni

Et canuti pensieri in verde ettade.

O fusse per li esperti et gravi affanni

Che prestano intelletto, egli assai rade                        60

Volte rider fu visto, che gli inganni

Tenea nel cor de l'empie et dispietade

Leggi de l'Amazon, malvagio regno

Che ardiva in schiavo un huon tener sì degno;

9.

         O pur che chiuso nel petto teneva                     65

Le parole che il fan cercar del padre

Che la bella Elisena dette haveva,

Chiamando schiavo un huom che di legiadre

Virtù è dotato et che 'l fratel teneva

In grande honor; et la sua cara madre                       70

Le 'l volea dar in sposo, ella il disprezza,

Cagion che 'l sir divenne in grande asprezza.

10.

Ché da Costantinopoli partito,

Poichè hebbe vinto il gran re Caradoro,

Agli Alberi del Sol n'andò espedito                             75

Doppo molti travagli che li foro

Ostacol grande; et hebbe quinci udito

Che doveva cercar gran tenitoro

Nanzi che i genitor suoi ritrovassi,

Et che passar devea per gravi passi.                           80

11.

Stette in quel regno prima che ne uscisse

Ben venti mesi, et poi con Sicomora

Andò in la Spagna, come Turpin scrisse,

Alla famosa giostra, et si truova hora

Nel regno de Granata infra le risse                             85

Col sir di Montalban, che ivi dimora

Per vendicar la morte di colei

Che per la sua superbia spiacque ai Dei.

12.

Però non ride mai, non fa mai festa,

O assai summessamente, se pur ride;                         90

Dimostra esser disceso d'alta gesta,

Nè me' di lui creato homo si vide

Nè giovenil persona più modesta

Ne l'andar o nel star o se si asside.

Con riverentia sempre et in ogni atto                         95

Si mostra alla virtute assuefatto.

[F. 100 vo]
13.

Mangiano lenti tutti per mirare

Di quel nuovo campion gli alti costumi:

Onde lasciarli intendo et ritornare

Ai guerrier che di sangue et fuochi et fumi                100

Pieno lassarno Algier, per ritruovare

Quei grati a loro et desiati lumi

Della figliuola del re del Cataio,

Che 'l mondo alor non so s'hebbe altro paio.

14.

Dico che un simil pai' d'huomin di guerra        105

Non hebbe come Orlando et Sacripante,

Eccetto il paio ch' or in Granat[a] erra,

Da l'infimo Murocco al chiar Levante,

Nè Gadde li hebbe nè Gardio li serra

Nè serò mai, perbenchè 'l gran gigante                      110

Murocco havesse; che avanzan costoro

Il Mauritano et l'Arabo col Moro.

15.

Se vi ricorda, fuor d'Algiero usciro

Ambi color col Fauno in compagnia,

Lasciando gli Algerani in gran martiro.                     115

Ragionando ne van lieti per via

Inverso Albracca, et con un gran suspiro

Rodomonte si puone in fantasia

Di far vendetta contra il re Francese

Con ferro et fuoco di sue tante offese.                         120

16.

Questo Orlando non sa, non spera ancora,

Però ne va qual pesce alla dolce esca

Per ritruovar chi l'animo le accora,

Chi in la pania d'amor tanto l'invesca.

Al medesmo camin Sacripante hora                           125

Ne va, che 'l desiderio Amor rinfresca,

Con gioia grande haveano in la memoria

Angelica et d'Algier l'alta vittoria.

17.

Et mentre li lor motti la dolce aura

Prende, un corrier ne viene a tutto passo                   130

Che sotto haveva una giumenta saura

Che a ogni pel suda, et il corrier che lasso

Era pel corso et caldo, si ristaura,

Dove dovean passar costoro, a un sasso.

Si possava il corrier sotto una roccia,                          135

Cui prima il Fauno [dei] guerrier s'aproccia.

18.

Era la roccia discoscesa tanto

Che parea che cadesse in mezzo il mare.

I cavallier, che visto haveano in tanto

Veloce corso quel guerrier firmare,                             140

Mandorno il Fauno inanzi, aciò che quanto

Ivi ritruova gli habia a raportare,

Aciò che qualche inganno non si scuopra

Contra di lor per qualche magica opra.

[F. 101 ro]
19.

Tenevon tanto fisso nella mente                          145

Quel che già detto loro havean le Dee,

Che le parea veder sempre presente

La strega Alfegra con l'arti sue ree,

Et imperò mandar subitamente,

A scoprir ogni aguato in le vallee                                150

O in poggi o in valli o in boschi o in piaggia o in riva,

Ove il lor ochio discoprendo ariva.

20.

Giunta la bestia, che mezza era humana

Et mezzo hyrcina, a quel corrier favella

Con la superba sua voce sovrana,                               155

Che a quel corrier entrando in le cervella

Puose nel cor tanta paura estrana

Che in corpo le tremavan le budella,

Perchè animal mai simil non haveva

Veduto a quel ch' al corrier sì diceva:                         160

21.

« Tu devi qualche froda a questo sasso

Certo pensar firmato sì repente.

Deh, dimi il ver, onde movesti il passo ?

Et dove andar intendi? se dolente

Non vuoi ti renda, anzi che 'l mio turcasso                165

Manchi d'ogni suo stral forte et pungente;

Che, se non dici il ver, ti farò un scherzo

Che non dirai bugia a secondo o terzo. »

22.

Triema il corrier et batte i denti in fretta

Come colui cui febbre fredda assale,                          170

Ne può parlar perchè la voce stretta

Se li è nel petto per timor, che tale

Forsi non hebbe mai; nè quello aspetta

Il Fauno che sylvaggio era et bestiale,

Ch' alza per darle l'arco in su la testa.                        175

Con la sua usata rabbia pronta et presta.

23.

Grida il corrier: « Non far, ch'io dirò il vero;

Se 'l ver da me punto sapere agogni,

Nè ciò saper ti fia fossi leggiero.

Se tu cerchi supplir a tua bisogni                                180

Con utile et con fama farte altiero

Et levarti da bassi et vani sogni,

Ti darò il modo et mostrerò la via,

Volendomi ascoltar tu in fede mia. »

24.

E seguì: « Lo signor mio Gallafrone,                  185

Che in India ha il regno, gran guerra sostiene

Dal Tartaro Agrican fuor di ragione,

Et è fatto angoscioso per le pene

Ch' estreme pate il misero vecchione,

Ch' ancor del morto figlio duoglia tiene                     190

Et d'una figlia sua qual è smarita,

Tal ch' a pena sostiense in questa vita.

[F. 101 vo]
25.

         In ogni reg'ion corrieri ei manda

Per truovar uno che le salvi il regno,

Et a ciascun guerrier si racomanda                            195

Che le porga soccorso, et, se fia degno,

Le darà guidardon che in ogni banda

Se ne dirà, perchè molto è benegno

A chi lo serve; giuro in fede mia

Ch' egli mai non mancò di cortesia. »                         200

26.

Col re cavalca il conte a lento passo

Di amor parlando et di vettorie et d'armi,

Quando viddero il Fauno presso al sasso

Parlar con il corrier. Disse il re: « Parmi

Che inanzi andiamo a prender qualche spasso         205

Del staffier nostro, per chè discostarmi

Da lui forte mi par. » Cui el degno conte:

« Sproniamo, » disse con serena fronte.

27.

Era faceto il satiro che loro

Deron le nymphe ad ensegnar la via,                         210

Che sempre motteggiando con costoro

Mantenea lieta quella compagnia;

Però men grave di quel tenitoro

Pareva il lor viaggio tutta via.

Così desideravano star sempre215

Seco ad udir le sue facete tempre.

28.

Et così mossi di gualoppo al paro

Giunsero al Fauno che si mostra lieto,

Et qual sia quel corrier lo adimandaro,

A quai risponde il guerrier che è discreto                   220

Narrando del signor so il caso amaro,

Et l'animo turbato et inquieto

Del figlio, della figlia et poi del regno,

Et quanto imposto le ha il signor suo degno,

29.

Che a truovar vadi cavallier erranti                   225

Quà et là del mondo in ciascheduna parte,

Et ne drizzi in Albracca tanti quanti

Truovar ne può di quei che seguon Marte

Famosamente, perchè pregi et vanti

Et con parole et stipulate carte                                    230

Et con effetto poi, se tai sarranno

Di virtù quai di nome acquistaranno.

30.

S'alegra il re, ma più se alegra il conte,

Che sa ben quanto Durrindana vale

Et come fugge da sua irata fronte                               235

Ogni pagan come codardo et frale ;

Sì come a lui non stette saldo Almonte,

Così Agrican non resti, ha pensier tale.

Pur motteggiando al corrier disse el sire

« Che premio havrà chi fa Agrican morire? »            240

[F. 102 ro]
31.

« Ha una figliuola il mio re Galafrone

Di angelica beltà come è di nome,

Che fia del vincitore il guidardone,

Disse il corrier, et potrà por le some

Al vechio padre con qualche ragione ;                        245

Ma, di franco, ella, non so ben dir come

Tornando presa fu da un rubbatore

Che un castel tiene essendone signore.

32.

Questo castello è di muraglia forte,

Che ferro o fuoco romper non le puote,                      250

Su un alta spiaggia, et d'acciaio ha le porte

Che di guardie non restano mai vuote.

Chi quinci arriva over ritruova morte

Over resta prigion, s'ei non percuote

Con morte a un giorno cento cavallieri                      255

In sella armati dispietati et fieri.

33.

Sarpedonte è il signor del Rio Castello,

Figliuol d'Oldrado perfido tyranno

Qual fu in sua vita sì crudel et fello

Che 'l popol suo l'uccise, hora è il terzo anno.         260

Fe Serpedonte poi crudel macello

Delli vassalli suoi con onta et danno,

Et ha giurata eterna crudet[a]de

Per dimostrar del padre haver pietade.

34.

Trecento cavallier tiene il ribaldo,                      265

Et pasceli di prede et rubagioni.

Siede egli nel castel gio[io]so et baldo

Sotto la guardia di cento campioni,

In la durezza sua sempre più saldo;

Cento intorno al castel fan guarnigioni                      270

Et gli altri cento sempre vanno intorno

Rubbando i passaggier di notte et giorno.

35.

Onde, come già dissi, ritornando

Angelica di Francia ivi fu presa,

Ch' al padre suo tornava suspirando                          275

Per l[a] patit[a] dispietat[a] impres[a]

Del suo frate Argalia; et però quando

El cor vi dia di prendervi l'impres[a]

Di questa guerra, havrete il guidardone

Detto et sarete amici a Gallafrone. »                           280

36.

La distantia et il nome del castello

Dimanda il conte a quel corrier che disse:

« Per sei leghe è distante i-luogo fello

Ch' a molta gente la vita prescrisse

Dalle genti appellato Rio-Castello,                              285

Dove non mancan mai bataglie o risse. »

Et per esser sì presso il conte vuolse

Ch' ivi si andasse et seco il corrier tolse.

[F. 102 vo]
37.

Il corrier ai campion giva per guida

Per mostrarli el castel di Sarpedonte                          290

Dove la mala compagnia se annida,

La compagnia ch' altrui fa danni et onte

Qual vincer Sacripante si confida

Soletto, et imperò supplica el conte

Che lassi a lui la desïata impresa                                 295

Per liberar chi gli ha l'anima accesa.

38.

Orlando pur difficil la concede

Ciò che adimanda il re de Cyrcasia,

Et così la promette sotto fede

Lasciarlo sol con quella compagnia                            300

Provar sua forza, e a lui vettoria cede

Il conte et vuol che di questo re sia

L'impresa sì ma che la donna bella

Si rimeni al suo padre alfin polzella.

39.

Et così giura il re che se vettoria                          305

Acquistarà della maligna setta,

Non ne vuol altro che l'honor et gloria,

Et la fanciulla torni pura et netta

Al padre Gallafron, ma per memoria

Di sua eccellenza et sua virtù perfetta                        310

Vuol che strughi il dispietato luogo

Come l'antica Troia a ferro e a fuogo.

40.

Di questo molto Orlando si contenta

Più che di cosa ancor che le sia chiesta,

Aciò la trista usanza ivi sia spenta                              315

Con la superba et dispietata gesta

Di Sarpedonte; ma il corrier sgomenta

Et quanto puote dissoade questa

Subita impresa, et pruova con ragione

Che si dia pria soccorso a Gallafrone.                         320

41.

Dicea il corrier : « Signor, perder qui molto

Si puote et lo acquistar è periglioso

Et poco, et imperò non vi fia stolto

Il mio parer. S'havete luminoso

Vostro intelletto e da paura sciolto                              325

L'animo et qual aspetto coraggioso,

Là si puote acquistare eterna fama

Et quivi a pena una misera dama;

42.

Quale, se la vorrete, ancora vostra

Sarà, et se la vettoria havrete in mano,                       330

Ma qui potrete perderla in la giostra;

S'un poco vi si mostra il cielo strano,

O se fortuna ria vi si dimostra,

Che mai sempre non tien l'aspetto humano.

Vincendo là con genti qua verrete,                             335

Et con assedio almen quella haverete. »

[F. 103 ro)
43.

Non piace al conte et meno a Sacripante

Di quel corrier, benché buono è, il consiglio,

Ma dice il conte: « Cavalchiamo inante,

Che per adesso al tuo dir non mi appiglio.                 340

Combatte assai più volontier l'amante

Et meno apprezza o paura o periglio,

Quando si vede la sua donna apresso

O0 il guidardone al vincitor promesso. »

44.

Et, così detto, tutti quatro vanno                         345

Inverso Riocastel senza dimora,

Benchè fuori di strada, a crudel danno

Di quel signor che dentro vi dimora,

Se si può dir signor quel che è tirranno,

Perchè la gentilezza non honora                                 350

Nè la virtù, che uffitio è del signore

Ai spiriti gentil far sempre honore.

45.

Ma ne' moderni tempi, aymè che 'l dico

Con le lagrime agli ochi! i signor veggio

Tutti tyranni et nullo a virtù amico,                            355

Premiar i rei, ai buon far male et peggio,

L'honesto e il ver tener sol per nimico,

A adolator prestare il primo seggio,

Honorar parasiti sol et Trasoni,

Scorti, cynedi, scenici et buffoni.                                 360

46.

Et voi che 'l tempo ne' studii perdete,

Tanto dico a' latin quanto a' vulgari,

Huomini litterati che n' havete

Per servir li signori engrati avari,

Ancor se affaticandovi scrivete365

Per farli unichi al mondo o almeno rari,

Non aspettate guidardon, se 'l cielo

Inverso voi non ha di pietà il zelo.

47.

Nol dico pel mio sir, che 'l mondo tutto

Già sa quanto è cortese ai vertuosi,                             370

Perchè della virtù coglie il frutto

Ancor sopra dei rami gloriosi,

Che si è per tal cagion giovin ridutto

Fra squadre armate d'huo[min] generosi

Per non degener[ar] da sua preclara                          375

Gesta, gentil casa de Anguillara.

48.

Così lo faccia Marte esser vincente

Come è di cor ardito et animoso,

Et lo rimandi con tutta sua gente

Al stato suo per sempre glorioso,                                380

Com' io son certo che sua chiara mente

È verso me cortese, et generoso

Animo tien a guisa di sua antica

Stirpe gentile, alla virtude amica.

[F. 103 vo]
49.

Ma ritorniamo al nostro dir primaio,                385

Che gionti i quattro al luoco destinato

Quà veggono uno et costà un altro paio

D'huomini armati et qui un caval legato,

Là un altro pascolar, et in dispaio

I cento rubbator del forsenato                                     390

Sarpedonte. Il re una hasta, che d'un faggio

Per via fece, arestò per farle oltraggio.

50.

Il conte, il Fauno et quel corrier insieme

Si posero a mirar il bello assalto,

Et videro che 'l re scacciando prieme                          395

Questo et quel ladro a lancia, a urto, a salto,

Onde hanno i tre della vettoria speme;

Ma poi veggion calar giù da un poggio alto

O venticinque o trenta huomini armati

Al pian con le lor lance et brandi a lati.                      400

51.

Quai tutti insieme contra il re fan testa,

Et altri tanti o più quasi in quel punto

Si viddero abbassar le lance in resta

Contra al sol re, onde Orlando, compunto

Di quel che le promise, assai molesta                          405

Mente supporta che 'l buon sir sia giunto

A sì mal passo, et pur per non mancare

Di fè non vuol nella battaglia entrare.

52.

Ma ben proposto fa Orlando nel core,

Se perde il re, Di vendicar volerlo                               410

Et racquistarle ogni perduto honore.

Però come egli fa fisso a vederlo

Si resta, ma n'ha in se tanto dolore

Che la fè gran fatica hebbe a tenerlo

Che non donasse a quel campion soccorso                415

Vedendol solo infra tanti trascorso.

53.

Gran forza havea la fede anticamente

Che in gran prezzo era et reverita molto;

Usavasi servar da l'Orïente

Fin dove il chiaro lume al sol è tolto.                           420

Hora s'è dipartita da ogni gente

Et è il suo tempio fatto un bosco folto,

Da ellefanti honorato et da pantere,

Da cani et da mille altre alpestre fere.

54.

Fa Sacripante al suo Frontin sudare                  425

Ciaschedun pelo et egli altresì suda,

Ma son sforzato adesso lui lasciare

Con quella gente dispietata et cruda,

Et dove Aleramo è ormai tornare

Che con la bestia d'ogni pietà ignuda                         430

Combatter vuole, che le diè Sylvana

Tal pugna sì crudel, sì orrenda et strana.

[F.104 ro]
55.

         Già s'era Astolfo ritirato in parte

Dove scoprir potea l'abbatimento

Per veder la destrezza, il modo et l'arte                      435

Del suo compagno che senza spavento

La bestia assal con quel furor che Marte

Et Giove fanno e in mar l'irato vento,

Suspiati dal furor, commossi a l'ira,

Quando in Sicilia il gran gigante spira.                      440

56.

Tygre, leon, panthera, o isnello pardo

Non fu mai visto sì agile et sì destro,

Nè pareva Aleramo già più tardo

De l'animal bizarro, aspro et sylvestro,

Et sol di non errar havea riguardo                              445

Nel porre i colpi sopra l'angue alpestro,

Anzi del drago estratto da l'inferno

Per far di quel campion il nome eterno.

57.

Dal dì ch' Alcide dei furati armenti

Et della vita privò Gerïone                                           450

Et lo mandò fra l'anime dolenti,

Per fin che venne il nobile campione

Nel regno di Sylvana et dalle genti

Morte lo trasse, stette con Plutone

Il trigemine Hyspano, et hora in drago                      455

Mutato è uscito de l'inferno lago.

58.

Et ha tre teste e ogn' una un corno ha in fronte

A guisa d'unicornio, et due grandi ali

Che ognun' [h]a gli ochi di Argo et sonno gionte

Sopra le spalle, che han per pene strali                       460

Acuti al che passariano un monte

Di vivi sassi, et farebbono frali

I dur diamanti; et il campion non teme,

Ma sopra l'animal tutto si preme.

59.

Et con la spada un colpo al drago colse             465

Sul collo il sire, et sì forte li dette

Che per un pezzo la gran coda svolse

Crollando le tre teste maledette,

Per la gran botta che molto li duolse,

Ma pur legò le gambe in [nodo strette]                      470

Con la coda a quel sir d'alto valore,

Ma non fu pusilanimo nel core.

60.

Anzi così legato al fiero drago

Cerca col suo valor la vita tuorre,

Et conta spada fa di sangue un lago.                          475

De l'animal ; et cerca il brando porre

Su le rie teste di vettoria vago,

Ma non si può il guerrier indi distuorre,

Se l'annodate gambe non disnoda

Da quella brutta et paventosa coda;                           480

[F. 104 vo]
61.

Da quella brutta et paventosa coda

Che è biforcata a guisa d'una luna

Et che amendue le gambe sì le annoda

Che muover nonne può il guerrier sol una.

In la schiena e in le braccia si disnoda,                       485

Ma ritrarsi indi vivo speme alcuna

Non ha, se prima ben non si discioglie

Da quella bestia con sue amare duoglie.

62.

Astolfo, che legato il sotio vede,

Cerca con qualche scusa indi partirsi;                        490

Perchè quel morto, la bataglia crede

Debbia contre di lui tutta scoprirsi;

Ma Sylvana il partir non le concede;

Pur Aleramo, aciò non possa dirsi.

Vilmente morto in così dura impresa,                        495

Mostra quanto ha d'ardir l'anima accesa.

63.

Et volto al coderon alza la spada

Et con la usata possa un gran fendente

Mena, et la coda salta in su la strada,

Onde Aleramo il sir forte et prudente                         500

Tutto si scuote per non star più a bada,

Et, aciò del dragon le forze spente

Restino, con prestezza quanto puote

La ancisa coda dalle gambe scuote.

64.

Ma quella coda si dimena in guisa                      505

Più che se giunta al corpo fusse stata,

Anzi più assai di pria che fusse ancisa,

Et al guerrier fa guerra più spietata,

Che già di sangue gli ha la faccia intrisa,

Ma non che la forza habia anichilata.                        510

Non dà alla coda più nè al drago ancora,

Perchè il sangue il veder le discolora.

65.

Et con la bocca che ha in le parti estreme

La coda al sir la destra gamba afferra,

Et tanto forte quella stringe et prieme                        515

Che sforzato è costui cadere in terra.

Il drago con la coda mosso insieme

Sopra il caduto sir tutto si serra

Con impeto crudel, con gran furore,

Da dar a Marte non ch' a un huom terrore.               520

66.

Ma Aleramo, che sol d'honor è vago,

Pur si rincora et di rizzarsi pruova

Come della vettoria sua presago,

Usando una destrezza altiera et nuova.

Tutto si caccia sotto l'ampio drago                              525

Con el nudo pugnal, et ciò le giuova,

Perchè in un fianco ove la pelle è molle

Tutto lo caccia et la vita le tolle.

[F. 105 ro]
67.

Poi menò un colpo alle tre teste un tratto

Con la sua spada et quelle tagliò netto,                      530

Et con la coda rimase disfatto

Di vita una altra volta il maladetto

Brutto animal ; et fe la coda un atto

Che fu miracoloso in primo aspetto,

Che, morto il drago, tutta si distese,                           535

La bocca aperse e il sir libero rese;

68.

Come dicesse : « Poich' è morto il resto,

Viver non posso più; però ti lasso. »

El sir, che 'l drago non ha più molesto,

Lieto et contento ritirato il passo                                 540

Per accostarsi ov' è il bel viso honesto

Di Sylvana gentil, pensando al passo

Della immensa vettoria esser già giunto,

Nuova cosa apparir vidde in quel punto.

69.

Che vidde dalla bocca certo orrenda                 545

Del drago morto uscir con sette teste

Una hydra di brutezza sì stupenda

Ch' avria impaurito il forsenato Oreste.

Come contra Aleramo ella s'accenda,

Inditio fanne l'opre sue moleste,                                  550

Ch' un assalto le fe ch'avria impaurito

Ogni altro huom di forti armi ancor guernito.

70.

Astolfo che è lontan, non si assicur[a]

Quasi ivi starsi; intrepido sol resta

Aleramo, che sol senza paura                                      555

Spera quello, ch' [h]a fatto al drago, a questa

Hydra far anco, et però ben procura

Tener con l'ochio sì la mente desta,

Che ovunche l'hydra si rivolge, altersi[1]

Non offeso il guerrier possa tenersi.                            560

71.

Ha sette teste, come è detto, e ognuna

Ha un corno in fronte pien di tosto amaro.

Non è persona che la veggia alcuna

Che di fuggirla assai non habia caro,

Eccetto quella d'Aleran digiuna                                  565

D'ogni timor, d'ogni suspetto raro,

Ch'uno dei sette capi con la spada

Fa il sir che sanguinoso in terra cada.

72.

Nè prima fu quel teschio anciso in terra

Che tre ne surser nel sanguigno collo,                        570

Più brutti et più superbi et alla guerra

 Più agil contra il sir, che mai satollo

Non si ritruova finchè non atterra

Questo animal con l'altro duro crollo

Dell' aspra morte, che vettoria attende                       575

Cui sol drizza il pensier, cui sol intende.

[F. 105 vo]
73.

O generoso cor, animo invitto

Che nulla teme dello nuovo caso!

Astolfo ha per paura il cor trafitto,

Et scolorito è nel volto rimaso,                                   580

Dubbiando et egli a simile conflitto

Successor farsi per l'ultimo occaso

Che pensa del compagno et fermo spera

Per la prestezza della strana fera.

74.

Dice fra se lo Inglese: «Di due cose                     585

Una convien che sia per quanto i' veggio

Se ogni testa che taglia tre orgogliose

Ne fa, come le tre ch' han preso il seggio,

Fian le tutte infinite et perigliose

E nostra morte fia per nostro peggio,                         590

E così havremo un strano guidardone,

Io del gigante et ei del rio dracone. »

75.

Mentre che seco ciò l'Englese volve,

Il medesmo Aleramo ancora pensa,

Et dentro el cor pensando si rissolve                           595

Mostrar l'animo suo, la forza immensa.

Onde li sette colli in su la polve

Fece a colpo cader con quella accensa

Prestezza, et l'hydra per la coda prese

Et quella con il drago in fuoco accese.                        600

76.

         Non men fu lieto Astolfo che Aleramo

Della vettoria che la strana lutta

Vidde finir, che prima n'era gramo,

Dubbiando, che, conversa in esso tutta

Ella non fusse, et, come il pesce a l' hamo,                 605

Havervi a rimaner et dalla brutta

Hydra esser col compagno, divorato.

Hor che ella è morta, lieto è ritornato.

77.

Et baldanzosamente alla regina

Rivolto disse: « O generosa diva,                                 610

Cui tanta gratia il ciel largo destina,

Che finchè 'l mondo dura, sempre viva

Tua persona gentil, cu' ognun se inchina

Per la virtù che mai in te sempre è viva;

Hoggi mai faccian triegua con li mostri                     615

Et contempliamo questi luoghi vostri;

78.

Che un paradiso, un luogo di beati

Certo mi pare questa vostra s[t]anza,

E voi angeli pur dal ciel mandati

Quivi habitar: se non tracotanza                                620

Il mio parer et s' i giudicii usati

Ho meco interi, et cela nuova usanza

Del luogo non mi tolle lo intelletto,

Il cartel vostro è un eterno diletto. »

[F. 106 ro]
79.

Onde la fata sorridendo a lui                             625

Disse: « Un buon cavallier non brama posa;

Pur, perchè lassi sete hor amendui,

Esservi voglio in questo gratiosa

Che gratiosi ancor comprendo vui

Degni da me impetrar più horevol cosa. »

Et detto questo per la man li prende                           630

Et verso il bel pallagio il passo stende.

80.

Così coi cibi vanno a ristorare

I corpi dalle gravi fatiche affranti,

Et contra un choro delle fate andare                           635

Videro a se con dolci e ameni canti.

La lor regina vera acompagnare

Et honorar i dua guerrier erranti

Dentro un giardin d'una bellezza tale

Quanto veder mai possa ochi[o] mortale.                  640

81.

Un mezzo miglio da ogni lato il tiene

Posto in quadrato, et un colletto in mezzo,

Sul qual di marmi un fonte con amene

Acque vi spande, e intorno un grato rezzo.

Quinci habitaron già l'alme Chamene,                      645

Mai si ritornarono al dassezzo

Previsto havendo di Sylvana il caso

Nel bifforcato monte di Parnaso.

82.

Et in memoria della lor partita

Fu da Sylvana da quei marmi ornato                        650

Et d'ognuna l'imagine scolpita

Col nome lor, col lor signifficato.

L'opra è si degna, sì tersa et pollita

Che ciascun che la vede sta ammirato.

Scritto era il nome ancor di chi ornò il fonte              655

Che fu de l'eccellente Zenofonte.

83.

L'imagin prima che a l' intrar del fonte

Si vedea, havea due facc[i]e e in ogni mano

Un libro grande et sotto i piedi un monte.

Un volto era divino et l'altro humano,                        660

Una corona l'una et l'altra fronte

D'oro cingeva, cui poco lontano

Sedeva a piedi un vechio al destro lato,

Et dritto a l'altro un giovinetto ornato.

84.

Disotto al monticel, ch' ivi era scolto,                  665

Iaceva un corpo human con quatro teste,

Et era differente ciascun volto

Di quelli quattro, et parte senza veste

Era del corpo, et una parte molto

Non vestita era ben; et sotto queste                             670

Cose era scritto il nome della musa

Che in Greco et in Latin Clio ogn'uno accusa.

[F. 106 vo]
85.

L'imagine seconda dimostrava

Una donna gentil saggia et ornata

D'ogni bellezza, che a ciascun prestava                     675

Diletto grande et la chioma ha dorata,

Un flauto tenea in mano, et chi mirava

In lei la mente havea quasi beata.

El pastor Pan da lato li sedeva

Che flauti et zampognette li porgeva.                        680

86.

Ove ella i piè firmava, un praticello

Ameno altresì sculto vi si vede,

Con herbe et fiori da qualch' arboscello

Accompagnato, che fa ferma fede

Della eccellentia del maestro isnello,                           685

Cui forsi Pr[a]sitele in questo cede,

Ove è appiccato un epitaphio a un sterpe

Con la scrittura che diceva Euterpe.

87.

L'imagin terza, che 'l bel fonte honora,

Di varie veste una legiadra donna                              690

Vestita, cui la bella trecia infiora

Una ghirlanda d'hedra, a una collonna,

Che li fa sopra una scena decora,

Tutta s'appoggia, et la suprema gonna

Ha de diversi fior tutta dipinta,                                   695

Et d'una vite pampinosa è cinta.

88.

A piè dui fauni con sonore canne

Segono della diva ai gesti lieti ;

Et sotto i piè pastor con le cappanne,

Con stridoli capretti et agnei quieti                             700

Et cani Colchi che mostran le zanne

A certi lupi o lor greggi inquieti,

V'eran scolpiti con gran maestria,

Et scritto infra: la comica Thalia.

89.

La quarta una mestissima matrona                    705

Che di sardonio havea la sopravesta

E in man teneva una rotta corona,

Et scuri veli sopra della testa,

Et sopra un tronco tutta s'abbandona,

Su la sinistra tien la guancia mesta,                            710

Et nella destra u[n] gran coltel sanguigno,

Et sotti i piedi un lamentevol cigno.

[F. 107 ro]
90.

Phylle suspesa al tronco vi si scorge,

Ove la musa il cubito suo appoggia;

Dalla altra parte una gran pietà sorge                        715

Et inaudita et paventosa foggia,

Pyramo et Thysbe, alli quai sola porge

Una spada la morte che ognun poggia

Volo[n]tario sovra essa; ivi è Medea

Coi figli, et scritto vi è : Melpomena.                          720

91.

La quinta una donzella vaga e humile,

Gioconda et lieta in man tiene una cetra.

Porpora bianca veste la gentile

Fanciulla, et viva par, non sculta pietra.

Una girlanda in capo signorile                                    725

Di gemme porta, et sol da lei s'impetra

Soavità, dolcezza, ligiadria,

Gratia, honesti piacier, dolce harmonia.

92.

Siede a piè della musa al destro lato

Un pastorello Hebreo su un capo humano                730

D'un bel diadema d'oro incoronato,

Et al sinistro il Tracio che la mano

Movendo adolcia ogni cor efferrato,

Et fuor dei fiumi et fuor de l'Occeano

I pesci il suono tira, et sotto il piede                             735

Terpsichore esser scritto vi si vede.

93.

El sesto luogo d'un puro alabastro

Una imagine tien che par che spiri

Et mostra la eccellentia del suo mastro,

Cui par che im[m]ortal gratia intorno agiri,              740

Ivi discesa dal più benigno astro

Che fu nel ciel, sia ne' perpetui giri.

Di rose ha il capo ornato finanzi et dietro,

E in una man la lyra e [in] l'altra il pletro.

94.

Di myrthi ha sotto i piedi un bel boschetto       745

Fra quai damme, conigli et capriuoli

Van lascivendo, et Cyprigna ivi il letto

Haver si vede infra sua duo' figliuoli

Ch' uno detto Disio, l'altro Diletto,

Quai senza lei mai non si veggion soli,                      750

E un epitaphio tien dove è notato

A lettre d'oro : « I' son la musa Erato. »

95.

In el settimo luogo una scultura

Sembra una giovinetta honesta et grave

Che nella destra tiene una scrittura,                           755

Et negli ochi ha un guardar molto soave.

Nella eloquentia eccede la misura

E i riguardanti in lei unqua non pave.

In Greco la scrittura scritta estolle

« Muove ogni cor da l' ira il parlar molle. »               760

[F. 107 vo]
96.

         Infra i suavi fior del grato amomo

Tiene ella i piedi, e un Greco ha della destra

Assiso a un arboscel di cynamomo

Et un grave Latin dalla sinestra

Di gratto aspetto, et tiene in mano un pomo             765

Soave agli ochi, e un armellin s'adestra

Di morder quella, et sotto i piè alla diva

Un motto è scritto: « Quì Polimnia viva. »

97.

Ne l'ottavo è una donna che li panni

Squarciati porta et poverella pare,                              770

Et mostra per ettà più di ottanta anni;

Nude ha le braccia et par che misurare

La terra, il mar e il ciel tutta s'affanni.

Con una sphera in man, qual fa girare

Un venticel soave che ivi spira,                                   775

Un ochio in alto et l'altro in basso mira.

98.

Sopra d'un monticel d'alberi et fronde

Privo, la musa ferma ambe le piante.

Siede ivi un vecchio ch' amendue le sponde

Del monte abraccia, et quinci è scritto Athlante.       780

Di sotto il monte nascon limpide onde

Che danno sete ad ogni circonstante,

Ma chi troppo ne bee viene in insania.

Il motto ivi notato dice: Urania.

99.

Adempie il nono luogo una Camena                 785

Con lunga chioma simile al pur oro,

Vaga in aspetto et di fronte serena,

Cui le tempie circonda un verde aloro,

Et l'una et l'altra man di pletri ha piena,

Et ricamate di sottil lavoro                                          790

Le veste varie, di bei fior ornate,

A riguardanti sopra modo grate.

100.

Di hedre, di lauri, di gesmini et myrthi

Sotto i piè della diva è un bel boschetto,

Cui dalli lati seggono dui spirti                                   795

D'uno elevato et divino intelletto,

Li sensi al ci[e]l  levati et irti,

Un Cyprio, un Mantuan con vario affetto.

Coronati de aloro ognun teneva

Un breve qual Calliopea diceva.                                 800

101.

Intorno al fonte di bel marmo bianco

Ligiadri seggi et atti al riposarsi

Ciascun che sia o per fatica stanco

O per voler qualche diletto darsi,

Dove giongendo col Thedesco il franco                      805

Inglese con Sylvana prepararsi

Vidder la mensa di soavi cibi

Che par che dichi a ognun: « Perchè non libi?»

[F. 108 ro]
102.

Quivi di canti et suon l'aura rissuona,

Et l'acqua alla regina e ai cavallieri                             810

Alle man darsi, et l'inclyta persona

Pria di Sylvana et puoi i guerrieri

Si pongono alla mensa, e una corona

Si puone in capo dei campioni altieri,

Di quercia verde et di edera contesta                          815

Per le man sol della regina honesta.

103.

Vengon li cibi delicati et tanti

Et sì diversi et di sì grati odori

Che perdon gli gesmini et gli amaranti,

Et di cedri et limoni i vaghi fiori                                  820

Di Narciso et Hyacintho et degli accanti,

Et soverchiano i vin gli altri liquori;

Soverchiano li vasi ogni gran regno

Di prezzo, di materia et di dissegno.

104.

Servono a l'alta mensa alcune fate                      825

Più che d'human d'angelici sembianti,

Et con loro accoglienze honeste et grate

Honorano altamente i siri erranti.

Ma perchè le regine già lasciate

Coi regi et gli altri dui guerrier prestanti,                   830

Che di Rinaldo il bel triompho i' siegua,

Quanto più l'una et l'altro puo' mi adegua,

105.

Ritorno a quella mensa ov' io lasciai

Li regi, le regin[e], i cavallieri

Con Doralice, che piena di lai  835

Va ramentando i suo' tempi primieri,

Nè satiàsi mirar costor giamai

Vedendoli ne l'armi esser sì fieri;

Ma di Rynaldo s'è fiammata tanto

Che par ch' abia nel petto il cor affranto.                   840

106.

Da un carro è lieta di vedersi inante

I sir pregiati questa donna altiera;

Da l'altra parte du[o]lse esserne amante,

Però che possederli unqua non spera,

Che, l'uno et l'altro dì essi essendo errante,                845

Non ha notitia di lor stirpe vera

Ella nè il padre, e in questo pensier molto

Guarda hora questo et hor quel altro in volto.

107.

Et talhor se arosciava et scoloriva

Talhor in faccia, del che la regina                               850

Vechia si accorse, onde di amor non priva

La figliuola conobbe; et Fiordispina

Sta tutta lieta d'animo et gioliva

Vedendosi honorar et che s'inchina

Ciascuna a lei, et li benigni regi                                  855

Honorano i guerrier di lode et fregi.

[F. 108 vo]
108.

Disïoso Rynaldo di sapere

Chi sia colui con chi la pugna haveva,

La bocca apre doppo un lungo tacere;

Del nome et della patria il richiedeva.                        860

Il bon Guerin, che non si può tenere

Del suspirare, così rispondeva:

« Signor, non ti so dir dov' io sia nato,

Ma son certo in Bizantio nudricato.

109.

El mio nome Meschino ivi fu detto,                   865

Et da fanciul fui,preso da corsari

Et da un mercante, ch' io suggevo a petto,

Comprato fui con robbe et con denari,

Et alla moglie senza alcun rispetto

Mi presentò; fra presenti più rari                                870

Rarissimo fui io, a ciascun grato

Di lor et da figliuol nutrito e amato.

110.

Un altro figliuolin mio coetano

Havea costui che mio padre io credeva.

Crescendo nui alla scuola andavano                           875

Et ambi per figliuoli ei ne teneva;

Un vestir, un calzar, un viso humano

A me come al figliuol proprio faceva,

Nè schiavo mi conobbi, un giorno eccetto:

Ch' io fui al sacro imperador accetto;                         880

111.

Che s'accostò al figliuol del mio padrone,

Qual sempre i' cresi a me fusse fratello,

Et disse a lui, presente più persone

« Donami quel tuo schiavo meschinello. »

Ma quel al divo imperatore espone                             885

Suo me non esser, ma del padre, et che ello

Farà col padre se possibil fia

Ch' alla sua Maiestà concesso io sia.

112.

Et così fu che ad Alessandro poi

Imperador et al suo vechio padre                                890

Fui caro servo quanto ad altri heroi

Altro mai fussi, et così la sua madre

Portommi amor, et alli tempi suoi

Vinsi una giostra et poi più armate squadre,

Et liberai Constantinopol, ch'era                                 895

Da Turchi oppresso, per battaglia fera.

113.

Et poi deliberaimi ritruovare

La stirpe mia onde l'origine hebbe,

E agli alberi del sole investigare.

Di quanto nel disio pensier mi crebbe,                       900

I genitori miei tanto cercare

Giurai, et giurato haver forte me increbbe,

Quando truovaimi al fium di Thermodonte,

Che fa abbassar a ognun l'altiera fronte.

[F. 109 ro]
114.

Agli alberi del sole i' ritruovai                              905

Un sacerdote cui la barba vesta

Et li capei facevano che mai

Tal ne fu visto, et scalzo sempre resta,

Arso dal sol et crespo d'anni assai,

Et da l'idolo suo mi portò questa                                 910

Risposta ch' io n'andassi nel Ponente

Dove io ritruovarei mia stirpe et gente ;

115.

Et che io era ancor due volte battezato

Mi sottogiunse il venerabil vecchio,

Et nello primo fui Guerrin chiamato,                         915

Meschin ne l'altro, et così mi apparechio

Venir verso il Ponente, et il spietato

Fiume mi tolse di baldanza il specchio,

Però che un vento dispettoso che have

Ivi condusse la mia trista nave.                                   920

116.

Così restai prigione in quel rio regno,

Nè possuto ho seguire il mio viaggio

Che mi roppe fortuna il mi dissegno. »

Cui Rynaldo d'Amon, cavallier saggio,

Di fregio ornato et di gran loda degno,                      925

Disse: « Per certo sei di gran lignaggio

Che quel ch'è nato d'una stirpe vile,

Mai non può fare un atto signorile.

117.

Ma ben mi duol, suggiunse il palladino,

Ch'habi giurato vendicar colei,                                   930

Perchè morendo non sarai Guerrino,

Nè riportarsi più tanti trophei,

Anzi prevalerà il nome Meschino,

Poichè Meschin ribattizato sei,

Essendo tu arivato in l'aspra mano                             935

Del fer Rynaldo, sir di Monte-Albano. »

118.

Quando li regi entesero il parlare

Del sir di Montalban, hebber suspetto,

Onde li fecer presto acompagnare

Coi lumi accesi dentro al ricco letto,                           940

Nè si vuolse alcun di essi disarmare,

Non però che sapessero il concetto

Di questi re, ma perchè loro usanza

Era d'armati star nella altrui stanza.

119.

Restano i regi et le regine ancora,                       945

Cacciati i servi fuori, a parlamento.

El vecchio Stordilan con sua decora

Favella dice: « I' fui molto contento

Che 'l cavallier, che sì da nui s'honora,

Trahesse Fiordispina a salvamento,                            950

Ma ben mi duol che questo sia Rynaldo

Che in l'armi è sì possente, ardito e baldo.

[F. 109 vo]
120.

         E quel altro anco che la pagna ha seco,

Pur è Christiano et è ne l'armi esperto ,

Onde una opinione al cor mi areco                             955

Che habia da lor mio regno esser deserto. »

Rispuose Zenodor con l'ochio bieco

« Potrebbe il parer tuo succeder certo,

Se della sposa mia il liberatore

Fusse amico di Gano il traditore.                                960

121.

Ma nè l'aspetto suo dimostra, et meno

L'altro combattitor, di delettarse

Oprar effetto che li renda meno

Di honor et gloria, et a me sempre parse

Enteso haver quel sir nè più nè meno                         965

Chiaro del sol, nè cupidigia l'arse

Già mai se non d'honor, di eterna fama,

Perchè regno o thesor non stima o brama.

122.

Se regno desiasse il paladino,

N'havrebbe più di diece al suo comando ;                 970

Quello di Chiariel, quel di Mambrino

Sarebbon suoi o del cugino Orlando.

Nè re sarebbe il figliuol di Pipino,

Se regno alcuno andesse hora cercando

L'animoso signor di Monte-Albano,                           975

Sì che aqueta il pensier tuo perchè è vano. »

123.

La vaga Fiordispina, che si sente

Obligo haver al palladin cortese,

A tal parlar truovandosi presente,

La sua protettion benigna prese                                  980

Et disse al suocer suo modestamente

« So che Rynaldo, o sir, mai non ti offese,

Ma se contempli bene il suo valore,

So che li renderai perpetuo honore. »

124.

Crolla la testa il vecchio Stordillano                   985

Et ciò vede la bella Doralice

Ch'ama di cor il ser di Montalbano

Et tienesi in amarlo esser felice.

Conoscendo del padre il pensier strano

Chetamente in l' istesso animo, dice:                          990

« Non ti riuscirà, padre, il pensiero,

S'offender pensi questo cavaliero »

125.

Et cerca con astutia feminile

Del padre saper chiaro il rio concetto,

Dicendo: « O signor, mio padre gentile,                     995

Di Doralice tua fermo diletto,

Questo Rynaldo sotto spetie humile

Ti vuol forsi gabbar, ma poi ch' in letto

Ei si ritruova et forsi disarmato,

potrai pigliarlo e asicurarti il stato. »                          1000

[F. 110 ro]
126.

Nè a Zenodor nè a Fiordispina manco

Piace di Doralice la preposta.

S'arossa il viso a l'un, a l'altra bianco

Diventa per pietade ; e il dir s'acosta

Di Doralice al vecchio, ma il cor franco                      1005

Della figliuola fa ferma proposta

Nottifficar ai cavallier il tutto,

Che per ben far non habino mal frutto.

127.

Et così da li regi la licentia

Piglia con dire che li duol la testa.                               1010

Parte ella adonque, et, poich' è in loro absentia,

Seco una cameriera ardita et presta

Menando dove i cavallieri senza

Timor si posan, chiaro manifesta

Del padre la parole e il pensier strano,                        1015

Aciò si guardin dal novello grano.

128.

Ringratian Doralice i cavallieri,

E poi proposto fan di starsi a l'erta.

Dorme uno, l'altro veglia volentieri,

Sperando che la cosa a lor fia certa.                            1020

Fan le guardie a vicenda i buon guerrieri

Con la mente ferigna in l'armi esperta;

Et io li lasso in fin ch'io torno a dire

Di lor, che 'l canto mio qui vuo' finire.

                              Ferdinand CASTETS.

Nota

   _______________________

[1] altersi: altresì

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Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011