Andrea da Barberino

Guerin Meschino

"I DODICI CANTI"

Edizione di riferimento

Castets (F), I dodici Canti, in Revue des langues romaines, publiée par la Société pour l'étude des langues romanes, Montpellier 1898-1890-1900-1901-1902, reprint 1970

in volume:

Publications de la Societé pour l'étude des Langues Romanes XXII, I dodici canti, epopèe romanesque du XVI siécle par Ferd. Castets professeur a la Faculté des Lettres de Montpellier Coulet et fils, Éditeurs Libraires de l'Université, 5, grand'rue 1908

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CANTO SETTIMO

1.

Non fa Natura ogni cosa perfetta,

O, se la fa, non la mantien doppoi.

Spesso una pianta fa fra l'altr' eletta

Per la bontà dei cari frutti suoi ;

Suscita l'altra infra li pruni abietta,                              5

Dalli plebei sprezzata et dalli heroi ;

Ond' ella partial ènne appellata

Et imbecille spesso riputata.

2.

Così del corpo human, così de l'alma

Ha dimostrato haver diversa cura,                              10

Ch' a l'intelletto ugual non dà la salma

A questo come a quel questa Natura,

Ma variando vuol portar la palma

Ch' orna d'honore questa creatura,

Di disnor l'altra nota in modo tale                               15

Ch' un huomo a l'altro non si truova uguale.

3.

Haveva a quel villan data fortezza

Senza la discrition, senza il rispetto,

Senza il discorso, senza gentilezza,

Tal qual se privo fusse d'intelletto.                               20

Però il detto del duca non apprezza

Che li parlava pure a buono effetto ;

Et, quanto men si mostra il duca accerbo,

Tanto più fassi quel villan superbo.

4.

El villan più superbo contra Astolfo                     25

Mostrasi et crede quel per viltà parli,

Onde nel viso come acceso zolfo

Col baston mena al duca et crede darli

In testa ; ond' egli entrato in l'ampio golfo

De l'ira acceso, che mal giuoco parli                            30

Quel del vilan, con impeto insolente

El brando afferra et strenge mano et dente.

5.

Con quel furore che 'l cignal ferito

S'aventa al cacciator, si schiude il sire

Al perfido villano insuperbito    35

Per farle giù depor, se può, l'ardire ;

Ma il villan, ch' è non men di forte ardito,

Non si lasciò dal bon duca ferrire,

Anzi col baston fe schermo di sorte

Che fu per dar a quel baron la morte.                         40

[F. 76 ro]
6.

La morte fu per darli, che li giunse

Sopra una spalla col baston suo duro,

Et tanta accerba doglia il cor le punse

Che non si tien di vita esser sicuro,

Ma cadde per il duol et le compunse                           45

Il petto il gran timor, et, se l'oscuro

Dell' atra notte in quel punto non era,

Quella era al duca l'ultima sua sera.

7.

S'havea già tratto il cavallier dal collo

Con l'elmo il bel monile di Sylvana,                            50

Però non hebbe il rustico quel crollo

Ch' haver devea da sua spada sovrana,

Ma l'altro che parea tutto satollo

Di guerra et che jaceva in terra piana,

In quel che cadde Astolfo su risorge                            55

Et contra il rozzo il brando ignudo porge.

8.

Diede al villan vibrando d'una punta

Che in mezzo il petto passò per ventura

La spada al duro casso essendo giunta,

Come vuolse per sua sorte o sciagura.                         60

Caciollo in terra et fu l'alma digiunta

Dal corpo per trovar parte più scura,

Et fur le fate liberate a un tratto

Et del suo folle ardir purgato il matto.

9.

Rizzossi Astolfo et nel pallazzo insieme             65

Entraro ambo lassando il corpo spento,

Che seminando havendo il tristo seme

Lo ricolse peggior con suo tormento.

Nissuno sopra il morto corpo geme,

Ch' Astolfo lieto, Aleramo contento                             70

Vanno a posarsi in un bel letto in fine

Ch' Apollo al mondo mostri il suo bel crine.

10.

Lasciamoli dormir che a luoco et tempo

Li svegliaremo ancor con suoni et canti,

Et truoviamo Rinaldo perchè tempo                            75

Mi par ch' un poco ormai di lui vi canti.

Lassailo in Spagna, non è ancor gran tempo,

Già tratto fuor del numer delli amanti;

Che prima seguitava per amore

Angelica, hor la siegue per furore.                               80

[F. 76 vo]
11.

Vi dissi già, signor, s' havete a mente,

Quando quel nano che venne d'Albracca,

Poi d'arcion cadde, ritruovò il possente

Figliuol d'Amon che con la mente fiacca

In la selva cercava del valente                                      85

Corsier che in sul gel corre et non l'amacca.

Le racontò la guerra et la cagione

Ch' Agrican mosse contra Gallafrone.

12.

Però in quell' hora si dispuose il sire

Andarvi et in favor del re Agricane                              90

Oprando tanto o vincere o morire,

Così la sera come la dimane,

Pure che tolga a Gallafron l'ardire ,

A Gallafrone il dispietato cane

Che l'Argalia havea mandato in Francia                     95

Per soggiogarla con la falsa lancia.

13.

La lancia fabricata per incanto,

Ch' ognun che tocca dal destrier scavalca,

Qual hora Astolfo si ritruova a canto

Et apre ovunche ariva ogni gran calca.                       100

Rynaldo ritardò in Ardenna tanto

Quanto sopra vi dissi; hora cavalca

Pel paese di Spagna, e in Barbaria

Di andar dimanda la più corta via.

14.

Non vuolle soggiornar troppo il campione        105

Dubiando col tardar non esser lento;

Pur un dì cavalcando d'un burrone

Ode uscir voce piena di tormento,

Ritira il freno e ad ascoltar si puone,

Et sente fare un feminil lamento                                  110

Se indrizza cheto alle dolenti note

Et truova un ch' una femina percuote.

15.

Havea costei a un albero legata

La mischinella et dispogliata ignuda,

Del qual la statura era smisurata,                                115

L'effigie brutta, dispettosa et cruda.

Negro era tutto et la chioma anellata,

Di prima barba, et per fatiga suda

In batter quella et ha gli ochi infiammati,

Come se di Volcan fossero stati.                                   120

[F. 77 ro]
16.

Non havea visto il neghitoso ancora

Rinaldo, quando con la voce afflitta

Gridò la donna: « Se pietà ti accora,

O cavallier, di me, per la diritta

Tua strada torna et non far quà dimora,                     125

Che questa bestia al mondo e al ciel despitta

Non ti faccia onta. » Et a questo parlare

Volsesi il negro al cavallier guardare.

17.

Subito che visto hebbe il neghitoso

Quel cavalliero, lasciò la donzella                                130

Et giuso andava pel burron più ombroso

Di vimini, ove haveva una casella,

Corendo ratto in faccia paventoso.

Onde al figliuol d'Amon diceva quella :

«Partiti, cavallier, odi il mio dire,                                 135

Che poi volendo non potrai partire. »

18.

« Se di dama et coniglio i' fussi nato,

Forsi ch'io fuggirei, gentil fantina,»

Rispose il sire, et ecco è ritornato,

Qual folgore di Giove, con ruina,                                 140

Il riccio negro di furor armato,

Credendosi di far nuova rapina

Di questo cavallier, come degli altri

Forsi in l'armi meno usi et meno scaltri.

19.

Portava il negro un mazzafrusto in mano         145

Di grave peso et una storta al fianco.

Dismonta in terra il sir di Montalbano,

Lega il destriero l'animoso Franco,

Poi con la fida spada sopra el piano

Aspetta quel ladron col viso bianco.                            150

La donna ch' è gentil priega il guerriero

Che via si parta et vada al suo sentiero.

20.

         Ma il sir pria veder vuol ch' è coraggioso

Di riscattar la vaga damigella,

Onde al pregar diventa più orgoglioso                        155

Et a battaglia el mascalzone appella,

Et contra vàlle quel franco animoso

Signor, et pur ripriega la donzella

Che via si parta et non prenda per lei

Pugna con homin sì malvagi et rei.                             160

[F. 77 vo]
21.

Contra quel negro vàlle et alza in suso

Quanto più puote il mazzafrusto in alto

Per darle in testa, et quel ch' era molto uso

A scherzo tal, a sì insolente assalto,

Nanzi che giù la cali, ei si fu schiuso                           165

Contra el ladro con un mirabil salto;

Vibrandoli una punta, un colpo tale

Dèlle ch' el fe provar quanto egli vale.

22.

Quando quel fusto smisurato et fiero,

Ch'era di trenta palmi sua statura,                              170

Ferir si vidde dal forte guerriero

Ch'a lui pur non ariva alla centura,

Mostrarsi in l'armi sì securo e altiero

Senza timor alcun, senza paura,

Gettò lontano il mazzafrusto il crudo                          175

Sdegnoso et strinse in mano il brando ignudo.

23.

De l'armiggiar non havea costui l'arte,

Ma con sua forza oltra l'humana possa

Era venuto da lontana parte,

Forsi mandato dall' inferna fossa,                                180

O dal superbo et furibondo Marte,

Per far la fronte al re di Francia rossa,

E per guastar possendo il christianesmo

Ucidendo ciascun ch' avea il battesmo.

24.

Quando Angelica bella et l'Argalia                     185

Mandati fur dal padre Gallafrone

In Francia et che la strega iniqua et ria

Finse il fratello Uberto dal Leone,

Quatro giganti seco in compagnia

Stavano per pigliar sol al petrone                                190

Di Merlino ogni palladin di Francia

Che cadea sotto la fatata lancia.

25.

Poichè 'l bisbiglio fu di Malagigi

Che inamorato quella oprimer volle,

Non havendo ello Dio nè san Dionigi                          195

Dinanzi agli ochi, lo insensato et folle,

Fra li quatro giganti i gran letigi

Feraguto acquetò, che fe satolle

Di tre mill' aquile, onde costui solo

Campò che come morto cadde al suolo.                      200

[F. 78 ro]
26.

Doppo si trasse al regno di Granata

Facendo lo assassino e il rubbatore;

Non volea pace l'alma dispietata

Con passagiero o con habitatore.

Erane la città spesso turbata,                                        205

Quando ei v' entrava; et, s'usciva di fuore

O populare o cittadino o vero

Baron, di lui restava prigioniero.

27.

Però pensando far del palladino

Quello che di molti altri fatto haveva,                         210

Calava sopra l'elmo di Mambrino

La scimitarra che in la man teneva.

Rinaldo accorto quel cor pellegrino

Che sol commetter qualch' error temeva,

Scansò quel colpo col saltar da lato                             215

Et dèlle una altra punta nel costato.

28.

Passò Frusberta a quel dal lato manco

Al destro con sì crudo et gran dolore

Che, nè su l'uno nè su l'altro fianco

Reggersi più possendo il rubbatore,                           220

Ingenochiossi d'una gamba, stanco

Già divenuto con molto terrore ;

Et rincorata la donzella al tronco

Aspetta di vederle il capo tronco.

29.

Poi diceva fra se: « Deh, se costui                      225

Per sorte fusse quel che Riciardetto

Liberò già dal fuoco, o quanto a lui

Obligo havrei se da 'sto malladetto

Me liberasse! Che una mano a dui

Amanti porgeria gaudio perfetto,                              230

Liberato havendo un dalla ria fiamma

Et l'altra dal dolor che sì m'infiamma.

30.

Ma non mi par costui Ruggier per certo

Ch' altre eran l'armi sue, altro il cavallo;

Pur sia chi vuol, che cavallier esperto                         235

Ne l'armi il credo; et so punto, io non fallo,

Se mi trae questi del mio stato incerto

Rendendomi a colui senza intervallo

Che mi sposò, ben potrò lieta starmi

Et dir che questi sia primo huomo in l'armi. »           240

[F. 78 vo]
31.

Et come haveva pria pregato molto

Ella il guerrier che andasse alla sua via,

Hora il ripriega con ardito volto

Che seguiti la pugna accerba et ria,

Fin che habia a quel ladron il viver tolto,                    245

Et lei del bosco traghi in cortesia.

A cui Rynaldo: « Della tua preposta,

Disse, fia l'opra mia piena risposta. »

32.

Non attendeva il negro più a ferire,

Ma procurava sol di qualche schermo.                        250

Rynaldo contra quel pieno d'ardire,

Benché mal volontier contra un infermo

Combatte, offende spinto dal disio

Della dolce vittoria, a quel che fermo

Sta in pertinacia, su la coscia fiede                               255

Tal ch' al gigante sol rimane un piede.

33.

La coscia a un colpo ancise il bon campione,

Onde la dama assai si meraviglia.

Non sapeva ella che 'l figliuol d'Amone

Sol è costui che con tal forza piglia                              260

La diffesa di lei senza cagione

Haverne; ma pur tutta si scompiglia

In se sol d'allegrezza, ancor legata,

Per la vettoria da lei non sperata.

34.

Su l'herba rovesciato il vasto Moro                     265

Richiede il cavallier pur di battaglia.

Correva il sangue per quel tenitoro

Et col menar la storta si travaglia,

Ma Rynaldo ch'havria nel santo choro

Voluto puor quella alma: « Se ti caglia                        270

Di mercè, disse, ascolta il parlar mio.

Non vuoler esser più dispetto a Dio.

35.

Quel sommo plasmator della natura

È sì clemente et è benigno tanto

Ch'usa misericordia oltra misura                                 275

Et riceve ciascun nel regno santo,

Purchè senta nel cor quella puntura

Che fa tornare in dolce riso il pianto,

Rendendo l'alma a lui per sempre unita,

Poichè fia sciolta dalla mortal vita.                              280

36.

Et per ricomperar nostro peccato

Che era infinito et possa ognun salvarsi,

Mandò il figliuol dal suo regno beato

(Che tutti gli altri modi erano scarsi)

In una virginella, et di lei nato                                   285

Senza peccato vuolse a morte darsi

Ucidendo la nostra orrida morte,

Del ciel morendo aperse a nui le porte.

[F. 79 ro]
37.

Ma, prima ch' ei morisse, da Giovanni

Vuolse esser battezzzato nel Giordano                        290

In la perfetta ettà già di trenta anni,

Et sopra se le aperse el ciel sovrano,

Che 'l padre eterno dalli eterni scanni

Mandò il Spirito Santo et non in vano,

Perché sacrò il battesmo in modo tale                         295

Che chi il prende di cor nel cielo sale.

38.

Se tu v[u]oi donque creder, com' io dico,

Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo,

Sarai del tuo fattor perfetto amico

Et gioveratti hor il morir costato                                  300

Quanto il viver ti nocque et fe nimico

Al re del ciel. Se tu pensi ben quanto

Offeso l'hai et se ne prendi duolo,

Gioirai lieto nel celeste stuolo.

39.

Et perchè acqua qui sorger non si vede,             305

Il tuo battesmo fia il tuo proprio sangue,

Perch' a firmar il cor basta la fede,

Che Jesu Christo in croce fatto esangue

Col sangue l'acqua dal costato diede.

Quel che per nostro amor sul legno langue                310

Solo per trarne dal Tartareo tedio

Per l'acqua et fuoco et sangue dà in rimedio.»

40.

Non ti sarà molesta più mia spada,

Se tu vuoi creder nel figliuol di Dio. »

Cui il Moro disse: « Più morte m'aggrada                  315

Nè miglior cosa desiar posso io.

Uccidemi poi, va, per la tua spada,

Che solo è di morire il desir mio,

Nè creder vuoglio a quel che detto m'hai

Ch' in Dio non credo nè vi cresi mai.                           320

41.

Se tu mi toi la vita, i' l'ho ben caro,

Che far non posso più lo uffitio mio,

Et il viver così m'è troppo amaro.

Però la morte sol bramo et desio.

Per la tua mano di morir mi è caro                              325

Che più degno guerrier mai non viddi io.

Tu il vanto ne l' armi, ha' 'l pregio, 'l valore,

Che di cavalleria tu porti il fiore. »

42.

« Non piaccia a Dio, disse il figliuol d'Amone,

Ch' un che non è più huom per mia man muoia        330

Disposto ho di lasciarti, o mascalzone,

Vivo et non darti del morir hor gioia.

So che la morte a un pessimo latrone.

Mal vivo saria [gioia] et nulla noia,

Che più pena di morte a chi l'aspetta                          335

È l'indugiar che se ella giunge in fretta. »

[F. 79 vo]
43.

Ciò detto il lassa et sciogle la donzella

Quel valoroso sir pietoso e humano,

Cui gratamente poi così favella

« Non dubbiar, donna, di essere in mia mano,           340

Perché libera sei, non schiava o ancella,

Et fuor vuo' trarti di 'sto luogo strano,

Ovunche vuoi facendoti la scorta

Che da altri tu non fusti o presa o morta. »

44.

Alzasi il cavallier, mentre ciò dice,                      345

La lucida visiera dal bel viso,

Et la cognata alhor di Doralice

Crede aperto veder il paradiso.

Chiamasi ella contenta, anzi felice,

Vedendo il suo nimico quasi ucciso,                            350

Et se libera et sciolta in picciol spatio,

Dicendole: « O signor mio, ti ringratio!

45.

Ma ben mi duol, segue ella, che bastante

Non son quanto i' vorrei per farti honore.

Pur s' io mancassi, ho un generoso amante,               355

Anzi vero consorte, anzi signore,

Non guari quinci lungi, al qual s'inante

Mi rapresenti, o sir d'alto valore,

Supplirà in vece mia, poich' è degno

D'ogni alto impero, non che del suo regno. »              360

46.

Et quando tai parol questa diceva,

Lodandolo di sua tanta fortezza,

Et fiso il mira, in lui quasi vedeva

Di Riciardetto alquanto di fatezza.

Con certo desiderio le nasceva                                       365

Dentro el cor amorosa tenerezza,

Ricordandosi come farsi suole

Del primo amor si gisti o alle parole.

47.

Non ch' ella non conosca aperto et chiaro

Ch' altro è costui, altro era Ricciardetto,                      370

Ma pel suo caso tanto acerbo e amaro

Di più fantasme havea ripieno il petto,

Et videndo costui di beltà raro,

Simile al frate, hebbe nel cor suspetto

Che Riciardetto fusse, se non che ella                          375

Che ei non era conobbe alla favella.

48.

Et dolcemente il cavallier la priega

Che di chi è figlia ella le vogli dire,

Et ella che cortese non li el niega,

Anzi le dice: « Se ti piace udire,                                   380

Poco più quinci lungi è d'una lega

Una cità, et, volendo ci venire,

Qual e chi io sia, aperto entenderai,

Et di tua opra el guidardon n' haverai.

[F. 80 ro]
49.

Rispose il sir : «Per farti compagnia,                  385

Verrò se tu volesti in capo al mondo,

Ch' altro facendo saria scortesia;

Ma se colui, che sta nel ciel giocondo,

Ti presti ciò che l'alma tua desia,

Dirmi chi sei non ti sia grave pondo,                         390

Che questo mi sarrà quel guidardone

Da me bramato sol fra le persone.

50.

Non cerco haver thesor, non cerco impero,

Ma ben cerco acquistar nel mondo fama,

Che questa sempre dura, et di leggiero                       395

Perde la vita chi quegli altri brama

Per cupidigia. Fama un huom fa altiero

In vita et doppo morte al cielo il chiama.

La egregia Fama un huom rende imortale

Et di salir al ciel li presta l'ale ».                                   400

51.

Così dicendo ingroppa la fanciulla

Che non si cura più di veste o gio[i]e,

Ma la sola camisa et d'altro nulla

Pensa portarsi, et le passate noie

Tutte s'oblia, et lieta si trastulla,                                  405

Et dice al palladin: « Sir, non te anoie

Meco venire alla cità vicina

ove honor degno havrai da Fiordispina.

52.

Fiordispina sono io, di Zenodoro,

Figliol di Stordilan re di Granata,                               410

Vera consorte, pel cui dolor moro,

Finch' io nol vedo havendomi sposata.

Dirotti cavalcando come il Moro

Al dolce sposo mio m'hebbe imbollata,

Aciochè men ce incresca questa via,                            415

Et così intenderai quella ch'io sia.

53.

Essend' io al padre mio unica figlia

Et come vedi nubile di etade,

Spesse volte egli meco mi consiglia

Di maritarmi ad huom di gran bontade.                    420

Io sempre le mostrai torte le ciglia,

Imperò che mi usò una crudeltade

Delle più aspre et delle più crudeli

Che mai fra pagan fusse o fra fedeli.

[F. 80 vo]
54.

Andand' io un giorno a caccia per diletto          425

Una fanciulla a guisa di guerriero

Truovai, che dimostrava al chiaro aspetto

Huom signoril magnanimo et altiero ;

Meco la trassi e in un medesmo letto

Jacemmo per più dì col cor sincero,                             430

Et tal si diportò ch'al suo partire

Cresimi per il duol grave morire.

55.

Io m'era tanto di lei inamorata

Che sempre desiai ch' ella homo fusse,

Ma, perchè mal mi vuol sorte spietata,                        435

Un suo fratello, ai lassa! mi condusse

Forsi perch' io da lei fussi lodata.

Fortuna per donarmi di sue busse

Mandomi a ritrovar il giovinetto

Che conosciuto fu per Ricciardetto.                             440

56.

Alla persona, a l' habito, al sembiante,

Alli costumi, alla gran ligiadria,

Pareva ei proprio quella Bradamante

Che più dì stette meco io compagnia:

Le acoglienze ch' io feci a quella inante,                      445

Furono un zero in su la fede mia

A quello che doppoi feci a colui

Che 'l cor con l'honor mio portò con lui.

 

57.

Qual giunto a me vestii con quelli panni

Con quei che la sorella fu vestita,                                 450

Per ben ch' io non conobbi alhor gli enganni,

Gli enganni che fur dolci alla mia vita,

Ma doppo amari et pien di tanti affanni

Che, poich' egli da me fece partita,

N'heb' io a scoppiar et egli a morir prima.                  455

A tal che 'l dolor mio fu senza stima.

58.

Grave è la pena mia ch'io mi ricordo

Che come donna me lo misi in letto,

Et ei colcato come cieco et sordo

Stettesi un pezzo pien d'ogni rispetto ;                        460

Ma perchè la natura fece ingordo

L'huomo et la donna di quel gran diletto,

Quel diletto apetito naturale

Ad huomo a donna e ogni altro animale,

59.

Seppemi ei sì ben dir con le parole                     465

Ch' egli era Bradamante ch' io gli el cresi,

Et che per la virtù del sacro sole

S'era fatta homo, et io che dir già entesi

Quel mutar di Tyrrhesia, come suole

Credula donna, al suo disio più mesi                           470

Mi diedi in preda volontieri, et lieta

Ne fui fin che la cosa fu secreta.

[F. 81 ro]
60.

Ma poichè si scoperse il meschinello,

La vita vi lasciava, se non era

Un certo cavallier valente et snello                               475

Che [ca]pitò per sorte alla riviera

Nostra quel dì che dovea morir quello

In fuoco orrendo et la persona altiera;

Fu da quel cavallier tolto alla morte

Che la sbirraglia uccise il prode et forte.                      480

61.

Per quella crudeltà del padre mio

Non ho voluto maritarmi mai

A chi di darmi haveva egli in disio,

Ma la Fortuna per donarmi guai

Fatto ha del mio cor crudo un cor più pio                   485

Che quel d'una colomba pura assai,

Et sol di Zenodoro al primo sguardo

Io arsi et arsi et sempre aghiaccio et ardo.

62.

         Una giostra ordinata in Tharagona

Fu dal mio padre assai grande et solenne,                  490

Che venirvi potesse ogni persona,

Purch' adori Macon ; onde vi venne

Dalla Granata il gran re di corona,

Et seco in fin da l'isola di Lenne

Fuvi una donna che è cotanto fiera                              495

Che combattuto havria con la Chimera.

63.

Venuto vi era quel gigante ancora

Che per nome faceva Argeste dirsi,

Et la già detta donna Sicomora,

Grande ella ancora quanto possa udirsi                      500

Da me narrare ; et senza far dimora

Prima fu contra Argeste a discoprirsi,

Chiedendole battaglia a l' improviso

Con un robesto et ben turbato viso.

64.

Fecero insieme una battaglia quale                    505

Devea farsi da dui corpi robusti,

Ma il crudo Argeste, ch'era assai bestiale,

Menava a quella colpi poco giusti.

De l'armi, della forza ognuno uguale

Era al compagno; con dui mazzafrusti                       510

Si davano piombate per la schiena

Ch'una bastava a occider la balena.

65.

O pur volesse sorte o pur ventura.

Di quella donna, al capo del gigante

Giunse una palla fuor d'ogni misura,                          515

Et corse il sangue dal teschio alle piante ;

Onde quel per vergogna o per paura

Fuori della eitade in uno istante

Partine senza preda, et non fu visto

Se non quando di me fe il crudo acquisto.                  520

[F.82 vo]
66.

Sicomora poi sempre stessi in pace

Che seco alcun più contrastar non vuolle:

Di Zenodoro alcun non è più audace

Nè che col sguardo lo mio cor più immolle.

I' mi stava assai dura et pertinace,                               525

Pur questi mia durezza svelle et tolle

Et tanto m' ard' il cor, tanto l'accende,

Qua[n]to più seco la virtù comprende.

67.

Et tanto più la sua virtù m'accese

Che della giostra riportò l'honore,                                530

Et po' egli istesso al mio padre mi chiese,

Et quel mel persuase, il suo valore

Lodando molto, et l'amor che m'aprese

Di dur mi fece in petto molle il core;

Et già sei mesi son ch'hebb' io l'anello                         535

Dal mio sposo et signor liggiadro et bello.

68.

Son venti giorni che cavalleria

In Taragona egli mandò assai grande,

Solo per farmi fida compagnia;

Del mio andar in Gra[na]ta già si spande                   540

La voce in corte, et con gran baronia

Del padre mio, a ciò da tutte bande

I' fossi ben guardata et ben sicura

Potess' io di Granata entrar le mura.

69.

Non guari lungi dove mi trovasti                       545

Sopra la strada n'attendeva il negro

Dalle cui mani tu mi liberasti,

Rendendomi il cor san che prima era egro

Quel rubaldon senza l'altrui contrasti

Trarmi di sella punto non fu pegro,                             550

Nè riscattarmi forza hebbe già mai

Tutta la turba, ancorchè fusse assai.

70.

Me sotto un braccio portò il neghitoso,

Trahendo per il freno il bello ubino[1]

Che mi portò, per che 'l vidde pomposo                      555

Di gemme pretiose et d'oro fino

Tutto coperto, et meno fu quello oso

Ritrarsi dalla man dell'assassino,

Ma nosco venne per la torta via

Un pezzo et riscatol la compagnia.                             560

71.

Caminando per quella il tristo latro

Pur mi condusse in quel alto burrone,

Ove è più basso un luogo scuro et atro,

Lì dentro una cappanna al fin mi puone

Prima legata ; poi com crudel latro                             565

Canino esce di fuor alle persone.

Ne uccise assai et ne ferì de' molti,

Rompendo lor le braccia, teste et volti.

[F. 82 ro]
72.

Quegli fuggero et io prigion rimasi.

Le riche anella et la corona degna                               570

Et le ampie veste tuolsemi, ond' io quasi

Fui morta dal dolor, ma pur indegna

Di tal morte servata ad altri casi.

Costui contra di me più si disdegna,

Perchè non volsi consentir a quello                              575

Ch'a tal bestiame poco era il mio hostello.

73.

Qual mi trovasti po' ignuda legommi

Et m'affliggeva ancor come vedesti,

Ma la pietà ch'i Dei benigni et sommi

Opraron tanto che tu quì venesti,                                580

Fece per sua bontade ch'al fin sommi

Da morte a vita tolta in tanti mesti

Affanni miei, et veggiomi rinata

Per tua bontà, per tua virtiù pregiata. »

74.

Et finchè ragionando ivan costoro                      585

Inverso la cità; da una gran gente

Vidder coprir tutto quel tenitoro,

Mostrandosi in la vista assai dolente,

Nè si sentiva alcun suono tra loro

Di trombe o di tambur, ma grandemente                   590

Dicevano fra lor di dar la morte

A quel Argeste furibondo et forte.

75.

Sicomora fra questi era la prima

Che 'l cor voleva a quel trar fuor del petto.

Zenodoro di lei fa maggior stima                                595

Che di tutto altro il bel drapello eletto;

Sol quella honora, sol quella sublima,

Solo di le fa questi alto concetto,

A lei vuol che si dia la ubidienza

Ch' ir non vuol al gigante di lei senza.                         600

76.

Disse alhor Fiordispina al bon Rinaldo;

« Deh, vedi, signor mio, per cortesia

S' ha di me il mio consorte il petto caldo,

Ch' adunata ha sì bella compagnia

Per vendicarsi di quel gran ribaldo                              605

Ch' è vero padre d'ogni villania. »

« Meritamente, il cavallier rispose,

Il tuo consorte fa debite cose. »

[F. 82 vo]
77.

Fra in camisa alhor quella regina

In groppa al cavallier, che quel ladrone                      610

Dell' altre veste havea fatta rapina,

Et quelle ascose dentro del burrone;

Ma la camisa sopra d'una spina

Havea gettata il perfido ghiottone,

Mentre che la battea con certe funi                              615

A quai legati havea pungenti pruni.

78.

Vedendo tanta gente all' improvisa

La damigella fatta vergognosa,

Regina essendo et vedersi in camisa.

Divenne sbigotita, et lagrimosa 620

Dicev' al bon Rinaldo a questa guisa

« Non mi condur più oltra, ma mi posa

Quivi, et a Zenodoro vanne ratto

Et dille che son qui, narrando il fatto. »

79.

Rynaldo, che mai sempre del gentile                  625

Ritenne, fece quanto quella vuolse,

Et la regina per vergogna humile

Di groppa a Rabican ratta si tolse,

Et in cespuglio, benchè rozzo et vile,

Meglio che seppe tutta si racolse.                                 630

Spronò Rynaldo col suo Rabicano

Che si lasciò qual vento a dietro il piano.

80.

Di Zenodoro subito adimanda

Il cavallier a Sycomora, et quella

A Zenodoro un messaggiero manda                           635

A dirli come un cavallier l'appella,

Arivato di nuovo in quella banda,

Ma non sa ancor qual aporti novella.

Zenodoro ne vien col messaggiero

Dove Sycomora è col cavalliero.                                  640

81.

Con quella riverenza et quel honore

Ch' a re conviense, prese il degno sire

Del fatto a racontar tutto il tenore.

Si meraviglia il re di tanto ardire,

Et ch' huon sì picciolo habia sì gran core                    645

Ch' un tal giga[n]te fatto habia perire

Ma Sycomora di ciò nulla crede,

Cui disse il sir: « Le donne han poca fede. »

[F. 83 ro]
82.

Armata quella in modo tal andava

Qual si convienne a donna et a guerriera,                   650

Però Rinaldo tal risposta dava

A quella dispettosa, invida, altiera.

II re, ch' alla sua donna pur pensava,

Crede che sia la cosa certa et vera,

Come le narra il sir, che sostenere                                655

Con l'arme vuol le sue parole vere.

83.

Fu per nascer discordia fra Rynaldo

Et Sycomora, se l'alta presentia

Del re non era, ch' ognun fe star saldo

Con la soave sua grata eloquentia;                              660

È fatto desioso et tutto caldo

Della sua sposa non vuol più l'absentia

Et prega il cavallier che 'l meni dove

La sua sposa dimora et non altrove.

84.

Rynaldo andava inanzi et egli dopo,                    665

Per fin che giunse ove era la regina

Fatta era quasi simil al piropo[2]

Nel viso per vergogna la mischina.

Discese il re, nè di mezzan fuo huopo

Ad abbracciar la bella Fiordispina.                              670

Le lagrime che versan tutta via

Fanno pianger Rynaldo in compagnia.

85.

To[r]nasi il re di fatto in la citade

Che vicina era men di mezzo miglio,

Poichè con la sua sposa per pietade                             675

Di lagrime bagnato hebb' il bel ciglio.

La cosa al vechio padre come accade

Narrò chiedendo et parer et consiglio

D'honrar il cavallier ch' ha liberata

La cara sposa da lui tanto amata.                                680

86.

El bon re Stordilan, ch' era già vecchio,

Et per consiglio et per esperi[en)tia

Di tutta Spagna era lucido spechio,

Morigerato et pien di sapientia,

Fece di donne fare un apparechio                                685

Conveniente a regal eccelentia,

Corona, anella et vesta pretiosa

Per adobbar la ritruovata sposa;

87.

Suoni di trombe et di tutti istrumenti

Che si poteano in la città truovare.                              690

Et tutte quante quelle armate genti

De l'armi sol da offender fe spogliare,

Et li soi cittadin tutti contenti

Di varie veste fe subito ornare,

E un carro trionfal con molto honore                          695

Ove era scritto : « Al mio liberatore. »

(F. 88 vo]
88.

La bella Doralice era la prima

Fra l'altre donne figlia a Stordilano,

Di cui goduta havea la spoglia opima

Al suo volere il Tartaro pagano.700

Vedova ritornata hora si stima

Più bella della moglie del germano,

Ch' ora havendo diposto il viduile

Velo si mostra vaga et signorile.

89.

Porta l'anella questa et la corona,                       705

Chi porta la centura et chi la vesta,

Per adornare l'inclita persona

Di Fiordispina fuori alla foresta.

Tutta la terra ribombando suona

Per alegrezza et per honorata festa.                            710

Si cuoprono le vie con ispessi archi

Trionfai di vaghezza et trofei carchi.

90.

Le donne vanno prima in ordinanza,

i regi a piede et tutti i citadini,

Fra quali il carro pieno di baldanza                             715

Senza alcun suso tiran quatro ubini ;

Poi Sicomora con la sua aroganza

Vien fra li cavallieri et fantacini,

Gridando tutti con molte rumore

Di Fiordispina al buon liberatore                                 720

91.

Veston la sposa quelle donne et poi

La pongon sopra l'honorato ubino.

Vanno ambii regi con quelli altri heroi,

Con riverenza molta, al palladino,

Et per forza di braccia dalli suoi                                  725

Arcion lo tranno, a qual spirto divino

Facendo tanto honor ch' i' non vel narro,

Perch' io non basto, e 'l poser sopra il carro.

92.

Sopra il carro havean posta un ampia seda

D'oro et di gemme sotilmente ornata,                         730

Et convien che Rinaldo a forza ceda

Ai degni regi, alla turba honorata;

Et contra il suo voler sopra essa seda,

Cui intorno va la bella gente grata

Gridando quel che sopra il carro è scritto                    735

« Al gran liberator per sempre invitto. »

93.

Nella citade con trionfo tale

Entrò Rynaldo et seco Fiordispina,

Et, giunti quelli al palazzo regale,

Nullo dei duoi coi suoi piedi camina,                           740

Ma di peso portati per le scale

Fur presentati alla vechia regina,

Madre di Zenodoro et Doralice,

Che piangendo si chiama esser felice.

[F. 84 ro]
94.

Per esser quasi già decrepita ella                        745

Non havea fatto all'altre compagnia,

Ma in casa si sedea aspettando quella

Sua cara nuora che veder disia.

Poiché l'ha vista tanto ornata et bella,

Dimanda del campion qual egli sia.                            750

Le fu riposto. « Egli è il liberatore

Degno di loda et d' imortal honore. »

95.

Lievasi in piede et l'una et l'altra guancia

Basa la vechiarella al cavalliero,

Poi benedice il primo che la lancia                               755

Le puose in mano et le ensegnò il mistiero ;

Poi de una degna vesta le ennancia[3]

Et con sua propria man vestì il guerriero.

E una girlanda Doralice dèlle[4]

Di gemme che luce più che le stelle.                            780

96.

L'hora ne venne et l'apparechio grande

Fu fatto del convito alto et solenne.

Dir ben non vi potrei delle vivande

Et del bel ordin ch'al mangiar si tenne.

L'odor de' cibi per tutto si spande,                               785

Al qual un certo infermo si rivenne,

Che dalli medici era diffidato,

Subito che tal fumo hebbe odorato.

97.

Il vescovo Turpin, che mai non disse

Nel scrivere le sue storie bugia, 790

Di questo infermo chiaramente scrisse

Più che d'Orlando l'estrema pazzia.

Il credo, come nell'Apocalisse,

Che un buono odor qual si sente tra via

Spesso ad un corpo human dà gran conforto,            795

Come l'incenso a l'anima del morto.

98.

La vechiarda regina volse anch'ella

Con Fiordispina et con la Doralice

Far quella mensa più liggiadra et bella,

Onde ne vien, sì come l'autor dice,                               800

Rinaldo in sala ricordando a quella

Come havea liberata la felice

Sposa di Zenodoro, che è presente,

Et ciò che 'l guerrier dice afferma e assente.

99.

Et Doralice a canto al palladino                          805

Il tutto odendo stupefatta, il guata.

Poi dice in se: « Volessse il mio destino

Ch'io fussi in matrimonio a costui data,

Et non a Mandricardo il Saracino,

Ch' io vedova non fora adiventata,                              810

Però ch'assai più bello et più gagliardo

È costui che non fu quel Mandricardo;

[F. 84 vo]
 100.

Quel Mandricardo Tartaro, che morto

Fu da Rugier non lungi da Parigi,

Perch' egli seco combatteva a torto,                             815

Come padre di guerre et di letigi

Egli ancor mi rubbò qual ladro accorto,

Et se non era dei suoi mal servigi,

Non bisognava l'opra di Ruggiero

Ch'a gastigarlo era atto il re d'Algiero;                        820

101.

A chi mio padre il vechio Stordilano

M'havea promessa in sposa, et Mandricardo

Con un troncon di lancia ch' havea in mano

Per forza mi furò senza riguardo.

Questo diceva, e al sir di Montalbano                         825

Doralice con un pietoso sguardo

Et quasi lagrimando suspirava,

Mentre che da se stessa in ciò pensava.

102.

Come esser può; dirai, grato lettore,

Che Doralice ancor vedova sia  830

Et che viva Agrican, pien di furore,

Et ad Albracca habia di Tartaria

Condotta gente piena di valore

Per sottopor quel regno a sua bàlia,

Et che sia morto Mandricardo il figlio                         835

Che già di Carlo fe grand' onta al giglio ?

103.

Per farti chiaro, fur dui Mandricardi;

Un padre et l'altro figlio d'Agricane,

Ambi valenti in l'armi et sì galiardi

Ch' i scrittori le lor scritture vane                                 840

Confuser spesso, et parsero bugiardi

Nel scriver loro openioni insane,

Che se un da l'altro havesser ben distinto

Si sapria quale da Ruggier fu vinto,

104.

Se 'l vechio fussse o pur il giovanetto,                 845

Che del vechio anche fu Agricane il padre,

Che quello che Gran Can da nui vien detto,

Agrican dicon le Tartare squadre.

Sì che giudica, tu, lettor diletto,

Qual Mandricardo sia che le leggiadre                       850

Beltà godesse della Doralice

Per la cui morte ella tiensi infelice;

105.

Con quelli adonque suoi ragionamenti

Tutte tre le regine ad una banda,

Da l'altra i regi e il palladin contenti,                           855

Lor le corone et egli la girlanda

Tengono in testa e i regii vestimenti.

Assisi, il gra[n] se[n]scalco a tutti manda

Li grati cibi. Hor lasciangli mangiare

Et d'Orlando torniamo a ragionare.                            860

[F. 85 ro)
106.

         Lasciaivelo che genti a lui venire

Vidde da un poggio d' hedra coronate,

Nè chi alor fusse vi possetti dire,

Che verso Astolfo furon rivoltate

Le rozze rime mie, che per udire                                 865

Di lui vidd' io persone accomodate

Et desiose, onde a dirvi ritorno

Del bel drapello di cortesia adorno.

107.

Nymphe eran queste che fra querce ombrose

Facevan la lor vita in lieta pace,870

Et di Nereo le figlie gratiose

Nelle chiare onde et non nel mar rapace

Fanno soggiorno, et a tutti amorose

Tutte erano, et seco hanno un Fauno audace

Ch'a loro instantia di quel conte altiero                       875

Pasceva il dì et la notte il buon destriero.

108.

Stanno elle in cerco[5] al bel caval pregiato,

Il Fauno a piede per la briglia il mena.

Pria fu da loro il conte salutato,

Po' il re ch' Alfegra havea tratta di pena:                    880

Et con un bel parlar dolce et ornato,

Con lieto sguardo et con faccia serena,

Al patron vero consegnarno il perso

Caval più grasso, più polito et terso.

109.

Qual il pastor che s'allegra truovando                885

La pecorella per più dì smarita,

Anzi più lieto alhor divenne Orlando.

A guisa d' un ch' è ritornato in vita

Ch' al ponto estremo stava suspirando

Et, dal medico fido havendo aïta,                                890

Ridotto al stato suo lieto et giocondo,

Be[a]to tiense in questo nostro mondo.

110.

Trasser le Nymphe il conte e il re da parte

Et del nome d'Alfegra li amoniro,

Et come ella era dotta in magica arte                          895

Et vaga d'onte altrui, d'altrui martiro,

Ma che Nettun le havea tolte le carte

Con le quali induceva in picciol giro

Molte persone contra il lor volere

In l'Isole Perdute a suo piacere. 900

111.

Ma pur non si fidassero di lei

Che per natura havea del traditore,

Et se gabbar pottesse i sacri Dei,

Non che i mortal, faceval di buon core.

Tanto le Nymphe sepper di costei                               905

Dir che del cor del re la trasser fuore,

Che pria disposto havea menarla seco

Ov' egli andava già insensato et cieco.

[F. 85 vo]
112.

Stava quel re suspeso a rimirare

S' in quel drapello Angelica sua fosse,                         910

Nè vedendola ei ivi al suspirare,

Poi ch' in mente le venne, si commosse,

Et quasi cominciava a lagrimare

Havendo fatte già tumide et rosse

Le chiare luci, nè se accorse il conte                             915

Di ciò, ch' altronde havea volta la fronte.

113.

Ensegnarono ancor ai cavallieri

Le Nymphe di fuggir molti prestigii

Che ritruovar devean fra quei sentieri

Pe' quai doveano andar con più letigii,                       920

Passando lor per paesi [s]tranieri,

Di Gallafrone andando alli servigii,

Et come truovarebbono la figlia

Di quel re per via bella a meraviglia,

114.

L'uno et l'altro guerrier nel cor se alegra             925

Di tal novella che fu data loro.

Sacripante dispon lasciar Alfegra

Con quelle Nymphe, ma quel divo choro

Non si degna accettar donna sì pegra

Al ben oprar, sol atta al mal lavoro;                             930

Ma pur la lascian, prendendo la via

I guerrier degni e 'l Fauno in compagnia.

115.

Ch' a preci delle Nymphe in fin al regno,

Al qual era molesto il re Agricane,

Promise il Fauno andar senza disdegno,                     935

Et operar tutte le parti humane

In servigio del conte honrato et degno

Et di quel re, che le virtù sovrane

Erano al Fauno note et alle Nymphe

Tanto de' boschi quanto delle lymphe.                        940

116.

Riman la strega, i cavallier sin vanno

A la lor via che loro il Fauno mostra,

A quai le Nymphe vittualie danno.

La strega disperata si dimostra

Et pen[sa] in cor ai cavallier far danno.                       945

Ma forsi offendo la presentia vostra

Col rozzo mio cantar, col basso dire ;

Però v' invito a un altro canto udire.

                    Ferdinand CASTETS.

Note

_________________________

[1] ubino, cavallino veloce, rozza cavalcatura

[2] piropo: minerale di color rosso fuoco usato anche come pietra preziosa

[3] ennancia: fa omaggio

[4] dèlle: gli diede

[5] in cerco: in cerchio

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Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011