Andrea da Barberino

Guerin Meschino

"I DODICI CANTI"

Edizione di riferimento

Castets (F), I dodici Canti, in Revue des langues romaines, publiée par la Société pour l'étude des langues romanes, Montpellier 1898-1890-1900-1901-1902, reprint 1970

in volume:

Publications de la Societé pour l'étude des Langues Romanes XXII, I dodici canti, epopèe romanesque du XVI siécle par Ferd. Castets professeur a la Faculté des Lettres de Montpellier Coulet et fils, Éditeurs Libraires de l'Université, 5, grand'rue 1908

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CANTO QUINTO

[F. 51 ro]
l.

Italia mia, con le lagrime agli ochi

Io ti lassai, ma pur quando io ripenso

Che tutti i popol tuoi non sono scinchi,

Parte in lodarti l'opra mia dispenso,

Et, se tu meco con la mente allochi,                             5

Dirai ch' io non ho perso al tutto il senso,

Ch' in te qualche giustitia ancor si truova

Là dove il Leon d'oro entra il mar cova.

2.

Tra Vinegia et Ravenna sovr'el lito

Adria cità già popolosa giacque,                                  10

Forte di gente et nobile di sito,

Che 'l nome diede a l'Adriatiche acque;

Nè quinci molto lungi era il gradito

Altino, già città, che, quando nacque

L'empia Gottica guerra, fu distrutto,                           15

Onde il popolo altronde hebbe il ridutto.

3.

Sopra il Tymano infra i Carnii Aquilea

Già grande et hora pargoletta face,

Ch' ad Attyla già, fu crudel et rea,

Et egli a lei, turbandoli ogni pace;                               20

Con Adria et Altin ch' io vi dicea,

La distrusse e arse il re crudo et rapace,

De' quali i populi, ove è Vinegia hora,

Edifficarno una cità decora.

4.

Et perché gli Altinati i primi furo                        25

Che ritrovarno in le salse onde il luoco

Che dalla fera guerra era sicuro,

El popol d'Adria divenuto fioco

Per l'aspre pugne, ancor chè fusse duro

La lor patria lassar dal crudel fuoco                            30

Già devorata, si condussero ivi,

Quasi di lor sustantie al tutto privi[1].

5.

L'Aquileiani il barbaro furore

Fuggir volendo et le crudel contese

Di quella guerra et del crudel signore                          35

Le superbe, maligne et dure offese,

Mandarno agli Altinati un oratore

Per haver luoco seco in quel paese ;

Quai dissero: « Huc venissi », et quel rispose

« Veni etiam », che 'l nome al fuoco pose.                   40

[F. 51 vo]
6.

Così da quelli a questi nostri tempi

Venetia detta fu la cità altiera,

Ornata di gynnasii et sacri tempi

Più ch' altra in l'Adriatica riviera,

Di virtù egregie et di notandi esempi                           45

Spechio dovunque la celeste sphera

Nel mondo gira, et ègli dato un tale

Favor dal ciel che la farà immortale.

7.

Fanno immortale sette cose un regno:

Concordia, pace, fe, pietà et giustitia,                          50

Et quello rende in sempiterno degno

Solecitù nimica di pigritia

E amor di suoi o ben astro benegno

O sorte lieta a tal cità propitia,

Che tutte insieme queste sette cose                              55

Il ciel benignamente in te ripose.

8.

La concordia si vede in te sì grande

Che da quel dì che fusti fabricata

Non per l'Italia sola il nome spande,

Ma ovunche 'l mare la terra habitata                          60

Circonda, a tal che, quando delle ghiande

Fo l'uso quella gente più beata,

Non potea dirsi del tuo concistoro,

Perchè ritornò teco l'età d'oro.

9.

La pace e la virtù, senza la quale                        65

A Dio piacer non puossi, et la pietade

Con la giustitia a l'ombra di quelle ale

Del Leon santo sono nutricate

Con la solecitude e amore uguale

Ai soi suggetti, anzi pur caritade,                                70

Con quai vinci i superbi et il tuo stato

In terra e in mar sol hai magnifficato.

10.

La terra che pria vidde il fanciul Giove[2]

Et lo nudri, che fu regina al mare,

Et quella ove le sue delitie piove[3]                                         75

Chi Cyprigna da lei si fa chiamare,

Et quella dove dei giardin le pruove

Fece il figliuol di Nasitoo nomare,

Stannosi liete in la pietosa branca

Del Leon sacro ch' a bontà non manca.                      80

[F. 52 ro]
11.

L' isola a chi il fig[li]uol de Dioneo[4]

Diede già il nome et quella che 'l figliuolo

Di Dardano pria tenne in suo tropheo[5],

Stan sotto l'honorato et degno stuolo

Dil Veneto Leon che 'l mar Egeo                                  85

Solca non sol, ma l'uno et l'altro polo

Trascende in modo che del mar regina

Vinegia è sol nella lingua latina.

12.

Da questa alma cità tutta si noma

La provincia gentil ove ella siede,                                90

Et a tutta quella presta il suo idioma,

Cui la cità di Brenno serva fede

Ch' a quella d'Anthenor posta ha la soma

Delle alte mura, come chiar si vede,

Per fuggir il barbarico furore    95

Che già gli era molesto a tutte l'hore.

13.

Trivise ancor sotto il Leone alato

Dalla Theodesca rabia si diffende.

Udeno, Feltria e il monte dedicato

Alla dea di battaglie che si stende                                100

Ai campi Vicentin dal stanco lato,

Quando verso la scala si discende,

Stanno contenti sotto l'ale d'oro

Del Leon sceso dal celeste choro.

14.

Vincenza ancora pargoletta et vaga                   105

Lieta si pasce col Leon nel sangue

Hyspano, benchè salda la sua piaga

Sia a pena, e in parte cede il superbo angue

Al re degli animali et se le appaga

L'augel di Giove, et la Romagna langue                     110

Poichè priva è del protettor suo grande

Ch' al ciel l'ali, i piè in terra et nel mar spande.

15.

Isole molte insien con la Cannea

Da l'Istria, da Dalmatia et fin dove

Si passa il lungo tratto di Malea,                                  115

Più con celesti assai ch'humane pruove

Vi lascio a dietro, et dove Citharea

Già si bagnò et il padre di Giove

Lasciò cader i genitali sui

Et ove già Jason domò li bui;                                       120

(F. 52 vo]
16.

Ch'ivi trascorre la cità superba

Con le sue navi spesso et oltra passa,

Et nel passar tal maiestà si serba

Ch' ogni altro potente andar la lassa

Libera, et se persona truova acerba                             125

Spesso la stratia, lacera et fracassa,

Che quando il Leon d'or si spiega in mare,

Si vede il re di quel quasi tremare.

17.

Et mentre la giustitia in lei riluce,

Comme ogni hor fa, non mancarà il suo impero,       130

Per certo mai havendo per suo duce

Sol la virtù, ch'in ciascuno emispero

Il nome eterno et sua fama conduce

Su l'ali quel Leon divo et altiero;

Et mentre seco havrà quel capitano                             135

Che regge Urbin, non havrà caso strano.

18.

Costui col [...] et per mare et per terra

E per dar meta ad ogni gran contesa

Con quei duo' Orsini che per pace et guerra

Sanno come il governo humano pesa ;                        140

Succederà al figliuol poi, se non erra

El mio giuditio, ogni famosa impresa

Per la severità, pel chiaro engegno

Che del luogo paterno il farran degno.

 

19.

         Ma perchè alla mia hystoria tornar huoppo      145

Émmi, ch' io vedo da molti aspettarmi,

Cui par ch' al ritornar forse io stia troppo,

Havendo a loro a dir d'amor et d'armi,

E il conte Orlando ancor terrami zoppo,

Però, Vinegia, ch' io ti lasci hor parmi,                        150

Che di te dir non so quanto io vorrei,

Perchè troppo eccellente al mondo sei.

20.

Signor, i' vi lassai sott' acqua Orlando

Che contemplava i pesci a schiera a schiera,

Et mentre quegli mira suspirando                               155

Suvengli della sua Angelica altiera

Et duolsi che partir lasciolla, quando

Sola dormir trovolla in la riviera,

In la riviera di quel saggio mago

Che d'ogni humano effetto era presago.                     160

[F. 53 ro]
21.

Mentre in lei pensa e i pesci di quel luoco

Mirava il conte, al palischermo viene

Un grande pesce che gli ochi ha di fuoco,

De' quali altri che lui lo mar non tiene,

Che struggerebon certo a puoco a puoco                    165

Li pesci e i Dei del mar con gravi pene.

Quando apparir tal pesce il conte vede,

Col forte brando sopra el capo il fiede ;

22.

Ma non ha tanta forza Durrindana

Che quello tagli già nè li fa segno,                               170

Onde dal legno in su la bestia strana

Calò d'un salto Orlando pien di sdegno,

Pur di sotto acqua dalla bestia strana

Al summo fia portato il campion degno

Et girà a salvamento nel Levante                                 175

Col franco et coraggioso Sacripante.

23.

Col franco et forte re di Circasia

Andrà in Albracca il gran signor di Brava,

Nè contradir potrà a tal compagnia

Con le lusinghe sue la donna prava;                            180

La donna dispietata iniqua et ria,

Che da durezza il cor non purga o lava,

Far non potrà che per Angelica anco

Non adoprino ei brandi ch' hanno al fianco.

24.

Sì che lasciamo il conte sovra el pesce                185

Perch' ora i' vi vuo' dir di Sacripante

Di chi ad Angelica anco assai rincresce,

Poichè rapito il vidde da Gorante.

Gorante il prese, se fuora non v'esce

L'hystoria della mente qual davante                           190

I' vi lasciai, quando già i' vi diceva

Che ripresa battaglia seco haveva ;

25.

Quando spiccò da quel arcion la testa,

Da quel arcion onde ne cadde il nano,

Et poi correndo via per la foresta                                 195

Portava armato il cavallier sovrano,

Dietro Angelica andando per la pesta

Del buon destrier che fugia in monte e in piano,

Ch' Angelica fuggia per la paura

Ch'havea di quell' horribile statura.                             200

[F. 53 vo]
26.

Quel portandosi il re così correndo

Va per prender se può quella regina

Col viso acerbo dispietato orrendo,

Ma 'l buon cavallo vola et non camina

Verso li Pyrenei. Quella sentendo                                205

Presso se il calpestio tutta meschina

Si volse et gridò forte: « Ah villan crudo,

Le disse al fin, d'ogni clementia ignudo. »

27.

Et ciò dicendo il bel anel scoperse,

L'anel che contra ciasch' incanto vale,                         210

Onde Gorante in quel la forza perse,

Nè a quel presente è l'ardir suo più quale

Era primier che l'anel non sufferse

Tanta arroganza in un ladron cotale ;

Onde el privò di sua fatal virtute                                 215

Per dar a Sacripante alhor salute.

28.

Lassasi il rubaldon cader in terra

Privo di forza quel guerrier armato,

Poi per la folta selva la via afferra ;

Et in se Sacripante ritornato                                       220

Ogni timor da se scaccia et disserra

Poich' Angelica sua si vede a lato,

Nè polle ritornar dentro al pensiero

Come ivi in terra sia senza il destriero.

29.

Ma tutto il fatto Angelica gli amenta                 225

E come è entrato nella selva folta

Il rio gigante, nè però paventa

L'ardito re ma presto a dietro volta

Al suo voto destrier di qual s'aventa

Sopra gli arcioni con prestezza molta.                       230

Angelica si parte in quello istante

Che ricavalca il suo infelice amante.

30.

El monte di Pyrrhene con gran fretta

Passa costei che ritrovò il suo nano,

Per via distorta montuosa et stretta,                            235

Mal nota a forastier e a paesano;

Vuolse ir per quella questa giovanetta

Per lasciar Sacripante in desir vano,

Et quello ben sapeva il nano a punto

Che di puoco in Ardenna indi era giunto.                   240

[F. 54 ro]
31.

Cavalca a più poter quelle contrade

L'inamorato re per ritruovare

Ove lasciata havea tanta beltade,

Et quinci et quindi puonsi a rimirare,

N'è lei truovata, che per altre strade                            245

Col nano è sol disposta al padre andare.

Entra in la selva il re, lassa la strada

Tagliando i rami con la degna spada.

32.

Entra in la selva però ch' ha suspetto

Che da Gorante non le sia tolta ella;                            250

D'amor et di disdegno ha colmo il petto,

Nè creder può che sia fuggita quella,

Quella da chi si pensa con effetto

Essere amato più che dalla bella

Venere Adone, et con tal pensier losco                         255

Si truova inviluppato entro un gran bosco;

33.

Onde ritrarsi vuol, nè truova il guado,

Il guado che 'l rimeni a l'ampia via,

Alla via ch' ha lasciata, et suo mal grado

Conviengli far a l'orsi compagnia                                 260

Per una intiera notte, et io il suado

A patientia o buona o mal che sia,

Et starvi tanto che Rynaldo truove

Ch' in quella selva fa mirabil pruove.

34.

Dianzi ve lo lasciai che haveva ucciso                  265

El superbo grifon che facea guerra

Con quel leon, però che gli era aviso

Che quel cavallo, qual sopra la terra

Nullo havea par, nel corso havesse anciso

Col fier artiglio, et pur ei di questo erra,                      270

Et il leon (se vi ricorda) stese

In terra et verso Spagna il camin prese.

35.

Ma nanzi oh' egli uscisse fuor del bosco,

Il stordito leon in se rivenne

Et saltellando per un sentier fosco                                275

Dietro Rynaldo a naso il camin tenne

Et osservarlo punto non fu losco,

Onde al finir del bosco il sopravenne.

Rynaldo, che sentì le frasc[h]e muovere,

Si volse essendo sotto un alta rovere,                           280

[F. 54 vo]
36.

Et dietro a quella si scostò perch' ivi

Non potea ben la spada adoperare.

Passar oltr' il leon par che si schivi,

Però se impunta et non vuol via passare,

Et è noia a Rinaldo aspettar quivi,                               285

Onde mostra voler più lungi andare

E il scudo imbraccia et impugna la spada,

Poi va pian piano per la stretta strada.

37.

Et tutta volta il capo a dietro gira

Hora da l'uno, et hor da l'altro lato,                             290

Pur al leon tien sempre un ochio a mira

Per non esser sprovisto ritruovato.

Lo leon anche a quella spada mira

Che 'l braccio che la regge ha già provato,

Et sa quanto quel puote et quanto vale                       295

Ch' ha in la memoria anco il passato male.

38.

Nè se avicina troppo al palladino,

Perchè si vede in luogo stretto et forte,

Ma va ancor egli pian col capo chino,

Qual presago di sua vicina morte.                               300

Rynaldo va seguendo il suo camino

E nanzi et dietro e intorno ha fide scorte

Delle sue istesse luci et di Frusberta

Che dove egli la mena altrui deserta.

39.

Non più che uscito il palladino al largo              305

Et altresì il leon largo si vede,

Qual percosso da un aspero letargo

Inanzi passa al palladin, poi riede

Infuriato, et quel che gli ochi ha d'Argo,

Il braccio di leon, di tygre il piede,                               310

Si mise in guardia di spada et di scudo,

Havendo il cor d'ogni timor ignudo:

40.

Quando il leon su le diffese scorge

Quel bon maestro in l'arte militare,

Un graffio al scudo con l'onghion le porge                 315

Che fa tutto lo aciaio sgrettolare.

El cavallier a tempo ben se accorge

Et mostra di volersi ritirare,

Poi d'un riverso le menò alle gambe

Dinanzi e a un colpo sol tagliolle entrambe ;              320

[F. 55 ro]
41.

Et disse. a quella bestia: « Giunta è l'hora

Che ti convien padir[6] il destrier mio.

Per mia man disposto ho non muoj ancora

Et testimonio in ciò me ne sia Dio.

Voglio che stenti nanzi che ti accora,                           325

Morte et che purghi il tuo peccato rio,

Che di gola fatto hai senza avertenza

Digiunando farai la penitenza.

42.

Voglio che sapii ch' io son confessore

Et nella conscienza amaestrato 330

Ch' in tal studii molti anni ho speso et hore,

Et so la pena dar qual è il peccato,

Et qualche volta ancor la do maggiore

Aciò si purghi meglio il confessato,

Perchè il sangue ti agrada, il sangue bevi,                  335

Ch'io ti do quel ch' in desiderio havevi. »

43.

Cadde il leone in terra senza branche

Ruggiando, e per il duolo e per la rabbia.

Grida sì forte che par Malebranche

Quinci venuto dalla Stigia sabbia;                               340

E quelle con li denti lacera anche

Che par in bocca i piè del nimico habbia,

Et si dimena il dorso et capo et coda.

Che giù in lo inferno fa che il romor s'oda.

44.

A tal ruggito il re delli Circassi                            345

Meglio che puote per li folti rami

Insieme con l'orechie adrizza i passi,

Spezzando inanzi gli intricati rami;

Camina su per sterpi, bronchi et sassi,

Trahendo a man il destrier fuor dei rami;                   350

Et, quando il leon vidde il cavalliero,

Divenne in vista più superbo et fiero.

45.

Pel caminar a piè sotto tante armi

Et pel digiuno era Rinaldo afflitto.

Per molti giorni haver già letto parmi                         355

Ch' in quelle selve ei stesse al gran conflitto

Di queste et altre fiere, et ricordarmi

Non posso haver truovato in luogo scritto

Che mangiasse o bevesse, se non l'acque

Già dette dalle quai sdegno in lui nacque.                  360

[F. 55 vo]
46.

Onde assiso era, quando il re Cyrcasso

Truovò il leon, per ripossarsi alquanto

Sotto un bel faggio et sopra un duro sasso,

Pensando al viver suo crudo aspro et tanto

Rio, tenendo il mento sovra el casso[7].                         365

In voce a se dicea quasi di pianto

« O Rynaldo, morrai pel tuo peccato

Di fame in queste selve abandonato.

47.

Tu sai pur che Gradasso irato viene

Per disfar Carlo et soggiogar la Francia,                     370

Et la pazia ne' boschi sol ti tiene,

Né mostri la virtù della tua lancia,

Ma vai patendo stratii, affanni et pene,

Non potendo satiar la vota pancia.

Partesti a piedi senza far pur motto                             375

Al tuo re, cui tu dei sempre star sotto.

48.

Deh, quante volte a Carlo hai tu fallito[8]!

Et Carlo pur t'ha perdonato sempre,

Che se ti havesse del tuo error punito

Non le usaresti hora sì ingrate tempre.                        380

Deh, come sei, Rynaldo, al tutto uscito

Fuor di te stesso! ch'ora si distrempre

In te l'ira di Dio è ben ragione,

Che di sua fe non sei più a diffensione.

49.

         Chi fia vettoria de l'imperadore                          385

Se tu lo fughi et fuggelo il nipote?

O come in Francia esser dee gran romore,

O come stracciaransi et chiome et gote,

Quando mancar vedrassi el gran favore

D'Orlando che ne l'armi tanto puote,                          390

Et di me ancor ch' insieme ambidua nui

Pluton traremmo fuor dei luoghi bui?

50.

De chi sarà diffesa della fede

Di Christo e della Chiesa prottettore?

Chi fia dello Romano impero herede?                         395

Chi trarà Francia dal crudel furore

Dil re Gradasso? ove sarà la fede

Del vechio Carlomagno imperatore?

Se con Orlando io fussi apresso a Carlo,

Potremmo fuor di gran fastidio trarlo.                        400

51.

Inimicato son col mio cugino

Per seguitar una sfacciata putta,

Però se mi ha condotto il mio destino

Sol con le bestie haver continua lutta

Senza la gloria haver di palladino                               405;

In le selve mia forza mostro tutta,

Nè satiar posso le mie voglie brame,

A tal che quivi morrò di fame.

[F. 56 ro]
52.

Quanti garzon di stalla et caratieri,

Quanti guattari ancor sono in la corte                         410

Che 'l pan buttano, et carne in su e' taglieri

Avanza loro, et io propinquo a morte

Perir mi veggio in questi boschi fieri!

Che ben tristo è chi nasce a trista sorte

E tristo più degli altri è ben colui                                 415

Che perde se, per ritruovar altrui. »

53.

Mentre sta in tai pensier Rynaldo, ariva

El re Circasso a l'animal ferito

Di cui la voce più crudel s'udiva,

Che come i' dissi si era insuperbito;                             420

E per la rabbia più spietata et viva

Hebbe coi denti il scudo al re ghermito,

Ma ei gli lo ritolle et poi con quello

Le ruppe il capo et le schiacciò il cervello.

54.

In piè rizzossi lo figliuol d'Amone                       425

A quel romor, a quel gridar sì forte,

Et torna a dietro et va verso il leone

Qual vede da quel re già posto a morte,

Onde torbato disse a quel campione

« Per Dio, ch' assai felice è la tua sorte.                        430

Tu non devi esser troppo usato in guerra

Poich' ucciso hai chi sta per morto in terra. »

55.

Non hebbe il re la scusa pronta in fatto,

Ma ben di sdegno s'avampò nel viso,

Et dimostrossi assai turbato in atto                              435

Pur sia che vuol face il leone ucciso.

Et doppe ch'hebbe ben pensato a un tratto

Rispose Sacripante : « S'io ho ucciso

La bestia che tu vedi, con cagione

L'uccisi, s' hai ben tu altra openione.                           440

56.

Pur se diffender vuoi la bestia morta

Contra ragione et contra ogni dovere,

Che la tua openion sia iniqua e torta

Son preparato in fatto a sostenere

Ovunchè vuoi, si che ti riconforta,                               445

Ch'io ti farò il tuo grande error vedere.

Ma prendiamo del largo, aciò che meglio

Ognun di sua virtù dimostri el speglio. »

57.

Rynaldo a lui : « Un prato è qui davante

Atto a pedoni et atto a cavalliero                                  450

[ . . ] costà, hor vieni. » Et Sacripante

Preseli dietro il più corto sentiero

Questi dietro l'andava et quello inante.

Al largo uscito il re, lega il destriero

A un albero ivi, et, imbracciato il scudo,                     455

Contra Rynaldo va col brando ignudo.

[F. 56  vo]
58.

Hor chi vedesse il furibondo assalto

Che fa l'un contra l'altro ambo costoro,

Ben direbbe che 'l fulmine più d'alto

Cadendo non fu mai simile a loro.                               460

Fa questi inanzi et fa quel dietro un salto,

Si ritrahe questi smorto come aloro,

Quel sotto se gli caccia tutto acceso

Di sdegno et di furror non mai più enteso.

59.

È destro il re, destro anch'è il palladino ;            465

S'ardito è l'uno, l'altro è coraggioso;

S'un fort'è armato, l'elmo di Mambrino

In testa porta l'altro ; et sta animoso

L'un scudo et l'altro, et ciascun brando è fino

Quanto esser deve a cavallier famoso.                         470

Ma qual dei cavallier sia vincitore

Ti sarà noto altronde, almo lettore.

60.

Ch' or mi ricorda havervi già lasciata

Angelica fuggir dal re Cyrcasso,

Et presso ai Pyrenei si fu scontrata                              475

Nel nano che n'andava di gran passo;

Onde ambi lieti havendo trappassata

La montagna aspra, il corrier era lasso

Pel giro a piedi et per esser digiuno,

Onde se assise stanco sotto un pruno;                         480

61.

Et venne in tanta debolezza ch' ivi

Gli ochi versando cadde a capo chino

Su le propria ginochia ; i spirti privi

Havendo del vital humor vicino

Era al morir. A chi gli ochi lascivi                                485

Volgendo quella ch' aspetto ha divino,

Vidde il suo nano comutar la vita

Con morte, se non ha subito aïta.

62.

Et poichè 'l vede contrastar con morte,

Ratta del suo destrier la donna scende,                        490

Non sbigotita; ma d'animo forte

Una certa radice d'herba prende

Qual fra molte altre, ch' ivi haveva scorte,

Conobbe di virtù chiare et stupende,

Con qual, poichè scelta hebbe, al nano tocca              495

Il petto et polsi et poi le misse in bocca.

[F. 57 ro]
63.

O fusse pur l'odor o la dulcezza

O pur l'amarità della radice

O la propria virtude da l'altezza

Del ciel infusa o che l'incantatrice                                500

Angelica il facesse per prudezza,

Se prudezza tal cosa dirsi lice,

Come da un picciol sonno risvegliato

Subito el nano si fu in piè levato:

64.

Et qual se stato mai non fusse stanco                 505

Giva nanzi al destrier della regina

Verso Granata, e uscì dal lato manco

Della strada alla donna con ruina

Un giganton con una storta al fianco,

In vista acerbo sol per far rapina                                  510

Di lei, ma con l'anello che fu di Gigi

Partì sì che non vidde egli i vestigi.

65.

Non vede lei el gigante et meno il nano

Ove ella habia ripreso il suo camino,

Et resta ognun di lor quasi ivi insano                          515

Et amirato uno a l'altro vicino.

A quel grande pareva un caso strano

Vedersi presso un huom così piccino,

Et al nano pareva una paura

Presso vedersi sì lunga statura. 520

66.

La donna era sparita et costor stanno

Non altrimente ch' un lupo e un agnello.

El nano pensa al suo futuro danno,

Fa dissegno il gigante sopra quello.

Al cavalcar veloce prende affanno                               525

Colei ch' in bocca tien chiuso l'anello,

Et cavalcando gente armata scorge

Ch' in su un poggio lontan poco le sorge.

67.

Tornar non vuol in dietro et gir inante

Suspetto la ritien, nè sa che farsi.                                 530

Dubbia tornando del crudel gigante,

E andando a quelle genti di accostarsi

Teme, perchè si vede sola errante

In l'altrui terre, et li partiti scarsi

Di sua salute vede, perchè sorte535

Le minaccia di stenti et non di morte.

[F. 57 vo]
68.

Volendo il nano da paura tuorse,

Con gli ochi mira ove salvar si possa;

Perchè lì stando è di sua vita in forse,

Che giudica el gigante haver gran possa.                   540

La divina bontà, che pur soccorse

Alli semplici sempre, si fu mossa,

Che 'l gigante a un rumor poco lontano

Enteso corse abandonando il [nano].

69.

Libero il nano dal suspetto piglia                        545

Della regina sua seguendo l'orme

Il sentier, et colei che già la briglia

Suspesa tien, per quelle armate torme,

Ma con lo anello in bocca, si consiglia

Scoprirsi a lui con le su' usate forme,                           550

Et di bocca l'anel presto si tolle.

Lei vista il nan vien d'alegrezza folle.

70.

Delibera saper Angelica hora

Qual sia la gente ch' ella armata vede,

Et però manda il nano et ch' in brieve hora                555

Ritornando riporti chiara fede

Di chi le genti sono. Il nano alhora

Si avancia, quanto può menando il piede,

Et per la via si affronta a un cavalliero

Vestito a bianco et ha bianco il corsiero.                      560

71.

Cui dice il nano : « O sir, per cortesia;

Se notitia hai di quella gente d'arme,

Qual si vede occupar tanto di via,

Per Dio, non ti fia grave appalesarme

Et ciò che quivi faccia et di chi sia,                               565

Et se sicur a lor potrò accostarme

Con una generosa damigella

Nata infelice al mondo ancorchè bella. »

72.

Bradamante, che si era dipartita

Da quei di poco, a quel nano rispose:                          570

« Se la fanciulla ha la guancia pulita

Et non si sente forze poderose

Al diffensarsi dalla turba ardita,

Più presto al mal ch' al ben andar non ose,

Ove ella può ricever più vergogna                               575

Ch' honor, s'ella punto honor agogna.

[F. 58 ro]
 73.

Son quattro cento sotto Serpentino,

Eccetti quei che per mia man son morti.

Vuolse meco pruovarsi il poverino,

Et poi certi altri in l'armi mal accorti:                          580

Abbatei lui, ma per lor mal destino

Molti hebbero da me tristi conforti,

Che vuolsero pruovar l'armi lor meco ;

Po' hebber di gratia i' mi appagassi seco.

74.

Sono Spagnuoli tutti, anzi Marrani,                   585

Nè adorano Macon[9] né manco Christo.

Ovunch' arivar posson con le mani,

Non curan che sia buono o rio l'aquisto.

Usan co ei porci et stanno ben co ei cani.

Qual credi esser miglior, quel è più tristo.                   590

Soldati son del re Marsiglione

Che van robbando questa regïone. »

75.

Cui disse il nano : « O sir, per gentilezza,

Deh non te incresca meco accompagnarti,

Perché ti mostrarò tanta bellezza                                595

Quanta possa altro al mondo unqua mostrarti.

So che se tu vedrai sua diva altezza,

Non potrai certamente lontanarti,

Che non la meni prima a salvamento

Fuor del drapel, che non fia il suo honor spento.        600

76.

Questa opra pia conviense a cavalliero

Benigno qual sei tu, signor mio caro,

Et s'honor cerchi et di venir altiero

Per fama al mondo, un modo unico et raro

I' ti darò, magnanimo guerriero,                                  605

Ma del tuo aiuto non mi esser avaro.

Suscitata è una guerra in pagania,

Che se vi vieni, tua la gloria fia.

77.

Per quanto io veggio alle fatezze, a l'armi,

In tutte le tue imprese glorioso  610

Sarai per mio giuditio, perchè parmi

Delle battaglie un Dio certo famoso,

Et però non te incresca seguitarmi,

Se veder brami il bel viso amoroso

Che detto i' t'ho, perché intender potrai                      615

Tal cosa ancor che forsi cara havrai. »

[F. 58 vo]
78.

« Deh, che più cara et che più dolce cosa

Esser mi puote, disse Bradamante,

Che cosa più soave et più gioiosa

Che di saver del mio signor amante ?                          620

È cosa buona agli altri esser pietosa,

Quando pietà si muova o doppo o inante,

Ma chi a se truova usata crudeltade,

Deh, come agli altri puote usar pietade ?

79.

Pur vuo' venir dove tu m'hai già detto,              625

Sol per parlar a tua diva padrona,

Che potria forsi el mio parlarli effetto

Oprar in me di qualche cosa buona.

Dopoi che visto havrò quel vago aspetto

Di tal da te lodata a me persona,                                 630

Intender pore' ancor di quel ch' io vado

Cercando et che saper mi fuora a grado. »

80.

Et così detto dietro al nano in via

Si puone la magnanima guerriera.

Non sa questa ch' Angelica già sia                               635

Colei che 'l nano suo fa tanto altiera,

Vederla vuol non per quel che n' udia,

Ma perché intender del suo Ruggier spera ;

Spera del suo Ruggier intender cosa

Come nel cor disia lieta et gioiosa.                               640

81.

Quando Angelica vidde il nano et quello

Che li pareva un cavallier a fronte,

Fuor della bocca trassesi l'anello,

Perché mirando agli ochi et alla fronte,

Parveli di veder Rynaldo il bello                                  645

Che si partì sì ratto da quel fonte,

Quando ella era di lui cotanto accesa

Come havete l'hystoria sopra intesa.

82.

Et quasi che chiamarlo a nome volle

Et dir : «Rynaldo » et cominciò già a dir «Ry »...       650

Ma ripensando in se oltra il dir tolle,

Non li parendo ben quel si pentì,

Et sta tutta confusa et come folle.

A rider cominciò dicendo: « Ah hy ! »

Con pensier se Rinaldo il guerrier fa,                           655

Se le discuopra in qualche modo o via.

[F. 59 ro]
83.

El nano alhor le disse : « Alma regina,

Questo un cavallier è franco et sicuro,

Ma quella gente giuoca di rapina

Nè huomo infra loro è che non sia fuRo;                     660

Soldati son Spagnoi dalla fucina

Inferna amaestratI a l'empio et duro

Oprar, ma forsi col costui favore

Fuggir potremo il lor crudel terrore ».

 

84.

Stava Angelica attonita a mirare                        665

La faccia di colei Ch' huom si credeva,

Ch' a volta a volta il suo Rynaldo pare,

Rynaldo ch' ella amando in cor teneva.

Pur alla voce odendola parlare

Che Rynaldo non era conosceva,                                 670

Ma cavallier che dI lui tien sembiante

Giudicò et non che fusse Bradamante.

85.

Onde le disse . « Del re Gallafrone

Unica sono et molto amata figlia,

Et per me al mio paese una tenzone                            675

Nata è che 'l regno mio tutto scompiglia.

Se si truovasse al mondo hor un campione

Che ponesse al superbo ardir la briglia

Del re Agricane, lo mio padre degno

Le farebbe gran parte del suo regno.                           680

86.

Se tu campion volessi questa impresa,

Sopra di te sarebbe tua ventura. »

Stette alhor Bradamante un po' suspesa,

Et poi rispose poi con mente sicura ;

« Se in questa aspra battaglia, ch' hora accesa           685

Mi dice, fusse per sorte o sciagura

Il mio Ruggier, i' vi verrei sperando

Dar al mimico tuo perpetuo bando ;

87.

Bando di vita al tuo mimico altiero

Con la mia propria man dar crederei,                         690

Per la presentia sol del mio Ruggiero,

Senza la qual più viver non vorrei ;

Ma se ei non vi è, d'un altro cavalliero

Hor ti procaccia, perch' i' non potrei

Vettoria darti senza il signor mio,                                695

Che per lu' ogni altra cosa dono a oblio.

[F. 59 vo]
88.

Se mi fai certa che Ruggier vi sia,

Te impegno la mia fe di venir teco,

Che se egli v' è, che la vitoria mia,

Per certa opinione, ancor mi areco,                             700

Sarà, che 'l ver ti dico et non bugia ;

Ma se m'enganni converrà che meco

Habii battaglia senza alcun perdono,

Che qual tu sei et io femina sono. »

89.

« Saresti mai sirochia al bon Rynaldo ?             705

Saresti mai tu quella Bradamante

Che per Ruggier sol hai il petto sì caldo,

Come l'ho io per quel di chi io son amante? »

Rispose a lei col suo bel parlar saldo

« La cugina sono io del sir d'Anglante,                        710

Suora a Rynaldo, che pel mio Ruggiero

Vo scorrendo dì et notte ogni sentiero. »

90.

L'alte acoglienze, i bei ragionamenti

Che si fanno tra lor le damigelle,

Li dolci cari et stretti abbracciamenti,                         715

Le lagrime e i suspir vengon con elle,

Et si senton uscir sì dolci accenti

D'ambe le bocche coralline et belle.

Una si duol del degno cavalliero

Rynaldo, et l'altra del gentil Ruggiero.                        720

91.

Dice Angelica : « O mia gentil sorella,

Hebbi Rinaldo tuo già tanto a sdegno

Che chi portata mi havesse novella

Del suo morir, dato gli havrei il mio regno

Ma un dì vedendo sua persona bella,                          725

Ay, lassa me! che 'l cor li diedi in pegno,

A una fonte ove lo trovai dormire

Et risvegliailo sol per mio martire.

92.

Perchè, svegliato, subito partito

Fu sul destrier, che fu del mio Argalia,                        730

Nè posso ritruovar dove sia gito

Nè trarlo fuor della fantasia.

Se come Ganimede in ciel salito

Non è o vero in stella trasferito

Come Archade, dovrei trovato haverlo,                       735

Et qual Vener Volcan stretto tenerlo.

[F. 60 ro]
93.

l' veggio et so ch' ei m'odia et io non posso

Nè vuo', e volendo odiarlo non potrei.

Un tempo fu che 'l cor di pietà scosso

Hebbi verso di lui nei pensier miei ;                             740

Ma quando al fonte il vidi, il cor commosso

Hebbi et ho che vederlo ognhor vorrei,

o con altrui di lui ragionar sempre

Per isfogar le mie amorose tempre.

94.

Et quando i' viddi il tuo bel fronte altiero,          745

Mi desti di Rynaldo un bel sembiante,

Tal che volendo dirti il proprio vero,

Dolce sorella, cara Bradamante,

Havea formato il nome nel pensiero

Per dir Rynaldo mio dolce amante,                             750

Ma a l'habito e al destrier doppoi mi accorsi

Che pel desir in qualche error trascorsi.

95.

Et così mi restai chiamar quel nome,

Quel nome dolce che nel mio cor saldo

Sculpello me intagliò dopoi che dome                         755

Fur le mie forze dal mio bel Rynaldo,

Et mozzai la parola, et non so come

Farlo potessi, havendo il petto caldo

Si per la tua presenza et sì per quello

Ch' ho dentro el cor stampato tuo fratello.                  760

96.

Però ti prego, se ti calse mai

Del tu' Ruggier, del tuo gentil amante,

Ch' habii pietà di me, se puoi, se sai

Aiuto darmi, o cara Bradamante,

Et dove sia colui che mi dà guai,                                  765

Quel ch' ha posto il mio core in fiamme tante,

Ensegnarmi per Dio non ti sia tedio,

Ch' a mia morte non truovo altro rimedio.

97.

T'ha il ciel mandata qui per mia salute,

Dolce mia cara et unica sorella,                                    770

Aciò che mostri in me la tua virtute,

Come a l'invio nochier la chiara stella

Che 'l mar governa, ove alle destitute

Mie forze, alla maligna et ria procella

D'amor venuta, dammi quel' aïta                                775

Che neccessaria vedi alla mia vita.

[F. 60 vo]
98.

Tu sei sorella di quel empio et crudo

Che mi stratia, consuma e a tutte l'hore,

Di quel ch' armato a me, che senza scudo

Et senza maglia son, distrugge il core;                        780

Se 'l tuo spirto gentil di pietà ignudo

Non è, non mi negar il tuo favore,

Che quando sarai giunta a Monte-Albano

Per parte mia deh basali la mano. »

99.

Bradamante ad Angelica rispose                        785

« Mi meraviglio che Rinaldo mio

Ti faccia haver le guance rugiadose,

Ch' ei le donne non suol darsi ad oblio,

Ma suole per lor far di quelle cose

Che sonno in dispiacer al nostro Iddio,                        790

Et ha la mente il misero sì vana

Ch' a battezzata non guarda o a pagana.

100.

Di che n'è stato più volte ripreso,

Ma lo riprender nostro stima nulla.

Sempre si truova in alta fiamma acceso                      795

Hora di questa, hor di quella fanciulla;

Forsi di te si sente alquanto offeso

E strugerti et stratiarte si trastulla,

Ma pur se 'l truovi, falli buona cera

Che gratia ottien chi sofre amando et spera.               800

101.

Sapi che 'l mio fratel non è villano,

Sapii che 'l mio fratel non è di sasso.

Se per sorte il truovass' io a Montalbano,

El farei qui venir più che di passo,

Ma credo certo ch' egli sia lontano.                              805

Pur s' io il conduco al tuo amoroso passo,

Ma se tu truovi el mio Ruggier per sorte,

Simil farai perchè le son consorte.

102.

Ei m'ha data la fede, io li ho promesso

Ch' altr' huom non mi posseda in vita o in morte.      810

Ardo per lui; deh, se mi fia concesso

Gioir di questo mio caro consorte,

Al sommo Giove chi sarà più presso

Di me? deh, quanto lieta sia mia sorte!

Et, se per mezzo tuo Ruggier truovo io,                      815

Tu gioirai per me del fratel mio.

[F. 61 ro]
103.

Cercato ho di Ruggier per Spagna tanti

Et tanti giorni ch'io son quasi stanca.

Li lamenti, i suspir, singhiozzi et pianti

Ch' ho fatti, dir nol posso, che mi manca                    820

La lena et quasi i spirti tutti quanti,

Et in bataglie poderosa et franca

Mi son trovata armata qual mi vedi

Spesso a cavallo et spesse volte a piedi.

 

104.

Et, dove ho visto genti d'arme, entrata               825

Vi sono per veder se Ruggier vi era,

Ruggier quella persona desïata,

Quella in chi forsi in vano il mio cor spera.

Tanto di lui mi sento, ai me! infiammata,

Ch'io mi distruggo, come al fuoco cera.                      830

Di un certo amor, d'un certo incendio altiero

Accesa vo cercando di Ruggiero.

105.

Del mio Ruggier, del mio signor cercando

Vo in sassi, in sterpi, in valli amene, in colli;

Di lagrime bagnata et suspirando                               835

Sempre mi truovo gli ochi humidi et molli,

Nè stinguer posso il fuoco lacrimando

Nè col fuogo asciucar li mal satolli

Ochi dal pianto, et così in acqua e in fuoco

Mi stillo et struggo ardendo a poco a poco.                840

106.

Tu d'un christiano, io d'un pagano, ay lassa!

Siamoci inamorate et forsi invano;

Ma perch'al cavalcar l'hora trappassa,

Io me ne voglio andar a Montalbano.

Se tu venir vi vuoi, adesso lassa 845

Che ritorni al tuo padre questo nano,

Che sfogaren tra nui li nostri ardori

Col parlar, non truovando i nostri amori. »

107.

« Io non potrei restar, disse la dama

A l'altra, mai certo in tua compagnia,                         850

Che de l' horribil guerra la gran fama

Mi fa ratta tornar in pagania.

Tutto il mio regno sol mi aspetta et chiama

Ch' io a stinguer vada quella fiamma ria,

Et forsi ch'io potrebbi ancor per sorte                          855

Truovarvi il mio Rynaldo e il tuo consorte.

[F. 61 vo]
108.

Soglion questi homini coraggiosi andare

Dove si sente una famosa guerra,

Sol per la lor virtù chiara mostrare

In questa, in quella et in quella altra terra.                  860

Però sforzata son a ritornare

Che l'uno et l'altro amor tanto m'afferra

Del padre, della patria et de l'amante

Ch'io soggiornar non posso, o Bradamante. »

109.

« Vattene in pace, o vera mortal Dea,                865

Rispose Bradamante alla regina,

Et prestiti 'l favor suo Citherea,

Che ti sia una perpetua medicina

Rynaldo mio come a Didone Enea;

Ma ricordati ancor di me tapina,                                 870

Se per sorte ritruovi il mio, Ruggiero,

A dirli quanto ei mi sia crudo et fero. »

110.

Giunser poi bocca a bocca et palma a palma

Con qualche lagrimetta le donzelle,

Caricate ambe d'amorosa salma,                                 875

Quà l'una et l'altra là partendosi elle.

Amor diguazza ne' lor petti in calma,

Ma si lamentan di lor fere stell[e],

Questa pel suo Ruggier et per Rinaldo

Quella tenendo i[n] petto amor ben caldo.                  880

111.

A Montalban pur giunge Bradamante

Piena d'affanno et d'amoroso fuoco,

Cercando ognor novella del suo amante;

Hora manda in uno, hor in un altro luoco.

Meglio che puote le sue fiamme tante                         885

In se celando, ardeva a puoco a puoco,

Et dentro el suo castel stette più giorni

A comportarsi gli amorosi scorni.

112.

Pur ritruovò col tempo il suo Ruggiero

Et seco combattè con spada et lancia,                         890

Che per Leone, che tenea l'impero

Di Grecia, alhor venuto era egli in Francia

A dimostrar quant' era in l'armi altiero

Poi stette di sua vita in la bilancia

Ruggier, mostrando l'alta gentilezza                           895

A quel Leon di fede et la firmezza.

113.

Ma Leon, ch'era saggio anco et virile,

Vista la ferma fe, la cortesia

Di quel Ruggier magnanimo et gentile,

Non vuol che Bradamante più sua fia,                        900

Ma con perfetto amor, col cor humile,

Vuole a chi vinta l'ha ch'ella si dia,

Et così Carlo il tutto mandò a effetto,

Come, signor, altrove havete letto.

[F. 62 ro]
114.

Però non mi convien di Bradamante                  905

Hora più dir ch' assai n' è detto altronde,

Ma di questa regina di Levante

Vi seguirò, che con l'anel si asconde

Et vassi dietro al suo fidato fante,

Fra gli intricati rami et fra le fronde.                           910

Passò fra quella gente ch'io diceva

Franca et sicura, et seco il nano haveva.

115.

Andava Serpentin con li sno[ i ] errando

Pe[r] le campagne, per castella et ville,

Di quel gran cavalliero dimandando.                          915

Pur uno ne truovò che infra di mille

Le seppe apertamente dir ch' Orlando

Passate bavea le perigliose stille

Di Zibeltarro, onde tornar dispone

Per altra via al re Marsilione.    920

116.

Per altra via voleva ritornarse

Per ritruovare vitovaglia nuova

Ch' havean rubbato in quella et le paglie arse,

Onde pria vener per mostrar lor pruova,

Che non fur mai le man Spagnole scarse                    925

A far disastro ch' altrui poco giova ;

Et così ritornando riscontraro

Certi che del suo error li gastigaro.

117.

Era un ladron gigante ivi in un bosco

Ch' havea seco ben venti mascalzoni,                          930

Et per sorte arivato in tempo fosco

Serpentino ivi coi soi compagnoni

Vidde un ladron ch' haveva un ochio losco

Cui disse il primo dei Spagnoi campioni

« Signor, che azes ? haveos da comier ? »                   935

Quel disse : « Sì, se tu mi da' il cimier. »

118.

Turbato Serpentin gli urtò il cavallo

Adosso et rumor fassi in un momento.

Corse il gigante in poco d'intervallo

Con gli altri suoi, et fassi un torniamento                    940

Sì strano ch' al Spagnol parse far fallo,

Che non si partirà senza tormento

Dalla zuffa coi suoi, perchè el gigante

Questo et quel percotendo si fa inante.

[F. 62 vo]
119.

In rotta posti quei di Serpentino                           945

Ne va chi quà chi là, chi si ritira,

Chi spegne inanzi contra il Saracino,

Ma quel sei colpi smisurati tira

Con molta forza, et fa da palladino

La sua battaglia, et nullo in faccia mira ;                    950

Ma con la scimittara squarta e ancide, -

Et spesso pel traverso altrui divide.

120.

Le gambe, bracia, teste et le cervelle

Di quei Spagnol facevon l'aer nero.

Tutto di sangue imbratato di quella                            955

Gente era quel gigante alpestro et fiero,

Onde trasse per forza fuor di sella

Prendendo per un braccio un cavalliero,

Et lo gettò tanto alto che spavento

Diede a ciascun e a Serpentin tormento.                     960

121.

Perchè cadendo in sul cimier li dette

La maggior botta ch'egli havesse mai,

Onde egli tramortito una hora stette

Cadendo del destrier con molti guai;

Et ne uccise il gigante sette et sette                              965

In men di tempo ch' io non vel narrai,

Con un di quei ch' è mezo morto in terra,

E così terminò tutta la guerra ;

122.

Che per un piede il prese, et quel per mazza

Adoperava sopra gli altri vivi                                        970

Con tanta forza ch' una larga piazza

Si fece far da ognun ch' era giunto ivi.

Chi può fuggir la gigantesca razza,

Più non aspetta che 'l gigante il privi

Di vita, ma ricerca di salvarsi                                        975

Et dalle sue percosse discostarsi.

123.

Stava stordito insien con Serpentino

Quel che cadendo gli diè sì gran botta,

Et risentiti poi del suo distino

Si dolgono. iL gigante in la empia frotta                     980

Fa guerra con quel morto e a capo chino

Più di cento ne uccise in men d'un' hotta,

Ma perch' egli era in più parti ferito

In piana terra cadde tramortito.

[F. 63 ro]
124.

         Li mascalzoni e rubator di strada                       985

Uscivon fuor per ispogliar e' morti,

Ch' avean già presa sì vivi la lor strada

Per far possendo più lieti diporti.

Restano i doi storditi in la contrada

Simili ai trapassati in vista et smorti,                           990

Pur quando loro giunser quei ladroni

Le reser delloro opre i guidardoni.

125.

Che risentiti con la spada in mano

Fecer risposta a chi volea rubbarli,

E tre di loro ne atterrò sul piano                                    995

Quel Serpentin ch' havea disposto farli

Tutti morir, ma lo lor capitano

Con alta voce cominciò a parlarli

Et dirli : « O cavallier, faciamo pace

Poichè tu sei ne l'armi tanto audace. »                        1000

126.

Serpentin ch'era di furor ripieno

Et per li morti et per li persi vivi,

Con quel furore che doppo il baleno

Ne vien il tuon, fra quei di mercè privi

Si scaglia a loro et sopra del terreno                            1005

Mandò fra quei molti altri semivivi,

Et fra molti altri quel gigante ucciso

Ch'essendo in terra per mezzo il divise.

127.

Poi per fossati et sterpi et bronchi et sassi

Errando Serpentin hebbe truovato                              1010

Il suo destrier, ch'andava a lenti passi,

Tollendosi la fame in certo prato ;

Sopra montovi et per incolti passi

Fra machia, siepe, serrame et steccato

Seguì li suoi che stretti ivano insieme                          1015

Pel timor che 'l lor cor gravando preme.

128.

Solo ritrovone cento cinquanta

Che gli a[l]tri tutti morti eran rimasi.

Al suo re torna et non con tutta quanta

La gente, et le narrò quegli aspri casi                          1020

Che gli eran corsi, et sol si loda et vanta

D'haver morto un gigante, e i soi disasi,

Et che quel cavallier di ner vestito

Qual nebia inanzi al vento era sparito.

[F. 63 vo]
129.

Marsilio dei suoi morti si lamenta                       1025

Che per un sol n' habia perduti tanti.

Nel mar Orlando ogni baldanza ha spenta,

Sol lagrime ha negli ochi et nel cor pianti,

Et, se su la balena ben s'aventa,

Non riporta però di quella i vanti;                               1030

Ma quello che gli avenga intenderete

Se al sesto canto mio ritornarete.

 Ferdinand CASTETS.

Note

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[1] Les mêmes sentimenti sont exprimés dans le sonnet suivant de l'Atanagi, la premiére des piéces de lui qu'il aît imprimées dans le recueil déjà cité.

      Alma cittá, del mar sposa et reina,

Saldo d'Italia et del suo honor sostegno ;

Sola per cui dal mondo pellegrina

Virtù non va, ch'albergo ha in te ben degno ;

   La somma altezza tua pietosa inchina,

Et a me, ch'al tuo real grembo ne vegno, <

Accogli et per inuanzi destina

Fato (che puoi) men crudo et meno indegno.

      Cosí l'altore tue superbe sponde

Il gran padre Nettuno eterno bagne ;

Et te da hostil furor guardi et difenda.

      Così in te pace et libertate abonde,

Copia, et letitia et l'altre lor compagne,

Et la tua gloria par del Sol risplenda.

[2] En marge: Candia.

[3] En marge: Cypri.

[4] En marge: Cephalonia.

[5] En marge: Zante.

[6] padir: digerire

[7] casso: petto

[8] fallire: non mantenere la promessa; ingannare su qualche cosa.

[9] Macon: Maometto

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Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011