Edizione di riferimento
Castets (F), I dodici Canti, in Revue des langues romaines, publiée par la Société pour l'étude des langues romanes, Montpellier 1898-1890-1900-1901-1902, reprint 1970
in volume:
Publications de la Societé pour l'étude des Langues Romanes XXII, I dodici canti, epopèe romanesque du XVI siécle par Ferd. Castets professeur a la Faculté des Lettres de Montpellier Coulet et fils, Éditeurs Libraires de l'Université, 5, grand'rue 1908
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Voi, donne et cavallier, d' arm' et d'amore
Se mai vi delettò legiadra impresa,
Invito ad ascoltar con tutt' el core
E d'ardente disio con l'alma accesa,
Ch'io spero col poetico furore 5
Farvi una occulta hystoria hoggi palesa
Qual tenne occulta il vescovo Turpino
Sol per honor d'Orlando paladino.
El vescovo Turpin per riverenza
Ch' egli hebbe sempre al gran signor d'Anglante, 10
La scriss' et po' occultò con diligenza
Finch' ei fu unito a nostra vita errante,
Dubiando d'offuscarli l'eccellenza
Che li poteano dar sue virtù tante,
S'egli facea palese al mondo e al cielo 15
Quello ch' in quest' hystoria vi rivelo.
Ma perchè la fatica è grande et lunga
L'opra; ch' io ordisco, senza el divin nume,
Non mi par bene ch' al suo fine aggiunga,
Se non mi prest' ella il suo chiaro lume 20
E ch' in tal modo mia penna dispunga
Ch' in vergar cart' almen si bagni al fiume
Ch'esce dil degno fonte di Helicona
Ov' ogni uom poeta s'incorona.
Lasso che causa et l'amarechia sono 25
L'aque che mi bagnaro in prim' ettade!
Ond' al mio legitor chieggo perdono
S' io prend' a me le non concesse strade,
E quella prego, della cui ragiono
Meco sovente, che alla d[e]itade 30
Per sue virtù legata è in stretto nodo,
Ch' a questa opra mi dia nel dire il modo.
Et tu, mio caro sir, idol mio santo,
Campion invitto, gran duca d'Urbino,
Che già mostrasti forza et valor tanto 35
Contr' el Mediceo duca Lorenzino,
Cuopri quest' opra mia sott' il tuo manto,
Ch'io non divenghi per sempre meschino
Com' i' divenni un'altra volta ancora
Per dir la fama tua che'l mondo honora. 40
Della tua quercia corro alla dolce ombra
Qual stanco pellegrin per mio riposo,
Ch' ella sovente el caldo estivo sgombra
Et recrea spesso un spirit' angoscioso
Per quella gentilezza che ti obombra, 45
Essendo tu signor giusto et pietoso
Prendi mie rozze rim' in queste carte
Piene d'amor, dispost' ad exaltarte.
So ben, signor mio car, et non m'inganno,
Che debol è il mio stil a tant' impresa, 50
Ch' essend' io gionto al quarantesim' anno
Et l'alma havendo del tuo amor accesa,
Di povertà sopposto al crudo affanno,
Scriver non possi, onde mi duol et pesa,
Quanto di te sarebb' il convenevole, 55
Che 'l tempo et la stagion è malagevole.
Pur, se provasti mai nel petto amore,
Debbi certo saper quant' è sua forza,
Et come de l' amante mut' el core
Sol nella cosa amata, onde si sforza 60
Sempre honorarla con ogni valore,
Nè mai fiamma de amor sincer s' ismorza,
Onde io, ch' amo sol te, sforzato sono
Farti di mia fatica humile un duono.
Dico nel tempo ch' era inamorato 65
D'Angelica d'Albracca el cont' Orlando,
Lasciò la patria, la moglier, il stato,
Per servir lei, ma sempre suspirando,
Che via fuggiva, e al rivo incantato
Di Merlin gionto il paladino errando 70
Spegnervi parte del suo incendio crese
Col ber de l' onda che via più l'accese.
Nella selva d'Ardenna è noto il rivo
Ch' accende e infiamma ogni gelato petto;
Benchè d'ogn' amor sia rimoto et privo, 75
L'accende in brieve d'amoroso affetto,
Nè poi manca mai più quel fuoco vivo
S'al fonte odioso pien d'ogni dispetto,
Qual spegn' amor et presta odiosa rabia,
Contrario a questo, non bagna le labia. 80
Fece ambi questi fonti un negromante
Che fu detto Merlin, quasi propheta.
Gionse a quel primo il gran signor d'Anglante
Et al secondo l'anima inquieta
D'Angelica di ber tutta bramante, 85
Come volse del conte il mal pianeta,
Ond' in quel com' in liquido christallo
Più volte intese il labro di corallo.
Poi per strachezza, che correndo quivi
Giunta era, al riposar ratta si diede, 90
Et Orlando per caso arivato ivi
Fra l'herbe et fior la bella donna vede.
O che contrario effetto hanno i dua rivi!
Un fa chi il gusta pien d'amor et fede,
L'altro crudo, inhuman, di mortal sdegno, 95
D'ira, discordia et d'odio immortal pregno.
E perch' al dirvi in versi i' m'apparechio
La vostra sterpe onde l'origin hebbe,
Et quel Guerin del vostro ceppo vechio
V' è di chi nacque et come in virtù crebbe, 100
Non vi ri[n]cresca il porge[r]mi l'orechio,
Perbenchè la mia penna quanto debbe
Non può supplire, supplirà l'amore
Et la mia fe che è testimonia al core.
Ma pria d'Orlando alcune cose occulte 105
Et della figlia del re Gallafrone
Intendo dirvi con mie rime inculte,
Et non per dar infamia al gran campione,
Ma sol come d'amor cieco risulte
Suspir, pianto, dolor, aspra passione, 110
Stratio, stento, martir, spietato affan[n]o,
Infideltade expressa et grave danno.
Che disprezza costei fuor che Rinaldo
Ogni spirto gentil, per chi arde il conte ;
Ella ha in petto per quel il cor più caldo 115
Che freddo per costui, mercè del fonte,
Del fonte che ' pensier li diè sì saldo
D'amarla, bench' ei n'habia ingiurie et onte,
Et ella d'amar un che ognor la strugge
Et che qual tygre paventosa fugge. 120
Dismonta adonque Orlando dal destriero
Per prender con Angelica il dilettoo
Ch' atteso havea più giorni il cavalliero,
Ma, per timor di non le far dispetto,
Contentasi mirar quel viso altiero 125
Ch' ogni altro di beltà vince in aspetto
Et, perchè un amator è impaciente,
Fra se comincia a dir l'animo ardente:
« O faccia che somigli al chiaro sole,
O labro che soverchi ogni corallo, 130
Fronte più vaga che rose et viole,
O petto d'alabastro, o di christallo
Lucida gola, o man morbide et sole
Più che l'avorio bianche senza fallo,
O membra che sì delicate sete, 135
Non fian men belle quelle più segrete!
Quelle segrete membra, agli ochi ascose,
Devon pur di beltà portar la palma
Se sete agli ochi voi sì delettose,
Se vo' infiammate il cor mio, il petto et l'alma, 140
Che farran quelle tante desïose?
Darrannomi di fuoco maggior salma?
Per certo sì, che ardendo io così lunge
Dapresso arderò più ch'«amor più punge.»
Mentre che vaga Orlando in tai pensieri, 145
Un anitrir di Brigliadoro sentee
Che lasciato pascessi in quei sentieri,
Onde la donna a un tratto si risente
Et gli ochi adrizzato hebbe a quei corsieri,
Che già l'un contra l'altro mostra il dente, 150
Dico il ronzio di quella et Brigliadoro
Ch' ambo pascendo insiem scontrati fuoro,
Et con gran calpestio voltan le groppe.
Onde la donna come cervia corre,,
Et dietro lei par ch' Orlando gualoppe 155
Sol pel suo Brigliador indi via tuorre ;
Presso lei gionto volse a l'alme poppe
La mano il palladin subito porre.
Ella dicendo: « O cavallier vilano ! »
Sdegnosamente le fuggì di mano. 160
Se mai, signor, d'amor sentisti il fuoco,
Pensate qual dolor Orlando hor habia
Che mal avezzo all' amoroso giuoco
Per dolor quasi incautamente arabia;
Pensoso in dietro si ritira in puoco, 165
Col volto smorto pallide ha le labia
Et sbigotito quasi è sì rimaso
Che modo ritrovar non sa al suo caso.
Pur verso lei guatando l'ochio gira
Qual sasso immoto privo di favella, 170
Privo di voce lagrima et suspira,
Cerca accostarsi pur pian piano a quella,
Quella ch' Orlando inverso se andar mira
Divien ogn' hor[a] più cruda, più fella,
Et dubiosa di se prende partito 175
Farsi aiutar da un certo anel ch' ha in dito.
Del dit[o] se lo trahe et pone in bocca
Et via sparisce come nebbia al vento.
O tardanza del conte vana et sciocca,
Pria che vi arivi più quanto tormento 180
N' havrai! l'herba u' giacque quella ei pur tocca,
Pensando sì pigliar la chioma o il mento
Toccar di quella che lo scherne et stassi
Quinci vicina nè veder più fassi.
Ved' ella ciò ch' il miser conte in l'herba 185
Opra et come suspira et come piange,
Conosce quanta sia la pena accerba
Che l'infiammato cor del meschino ange,
Nè la durezza in lei si disacerba
Pel duro pianto suo che i sassi frange, 190
E sterne ove giacque ella in ogni canto
Bagnato il luogo per l'amaro pianto.
Da alcun vista non fu mai rondinella,
A chi sian tolti i figliolin del nido,
Volando lamentarsi, o tortorella 195
Dei tolti figli a lei far mesto grido,
Quanto cercando in questa parte e in quella
Fa il conte Orlando dispietato strido,
Strido da muover non ch' un cor di carne
Ma un di diamanti et trita polve farne. 200
Angelica chiamando il conte grida,
Echo sola ha pietà della sua voce,
Non sa s'ei segua lei o se se uccida,
Tanto la fiamma dentro al cor le cuoce;
Di ritrovarla or mai più si diffida, 205
Che fugge il giorno con la donna atroce ;
Pur un pensier il paladin rincora
Ch' al Cataio spem' ha vederla ancora.
Con tal pensier rissale a Brigliadoro
Et d'Angelica lascia il palafreno. 210
Angelica si sta sott' un aloro
Havendo il petto ancor di sdegno pieno,
Et col favor del suo aneletto d'oro
Spera ritrarsi al suo nattio terreno.
La notte è scura et giunge a quel sentiero 215
Onde è partito Orlando, un cavalliero ;
I' dico a quella fonte onde la dama
Prima bevendo s'era dipartita
Et poscia il conte con la mente grama,
Ch' indi senza più ber fece partita; 220
El nuovo cavallier riposo brama
Che 'l fonte, l'ombra et l'hora aciò l'invita,
Smonta d'arcione et di quell' acqua beve
Con pensier di dormirsi un sonno brieve.
Onde se l'elmo et al destrier il freno 225
Lieva quel gran campion, po' in l'herba verde
Si colca et il pensier ch' haveva in sieno
D'amar Angelica hor tutto si perde,
E, com' havea pria il cor d'incendio pieno,
Si rifredda, anzi sghiaccia et si disperde 230
Fra le crude onde l'insolente amore,
Che 'l svelgono elle d'human petto fuore.
Dinanzi al conte a piè partito s'era
Di gran lunga Rinaldo a seguir lei,
Ma, riscontrando la persona altiera 235
Di Feraguto, a ritrovar costei
Fu intertenuto in fin l'oscura sera,
Che si deron fra lor colpi aspri et rei;
Pur la fortuna in questo intervallo
Le giovò in man ponendoli un cavallo: 240
Che, quando fu da Feragù spedito,
Scontrossi in un caval ch' è tutto nero
Et di sell' et di briglia sì guernito
Che 'l giudicò di degno cavalliero ;
Fuvi d'un salto in su l'arcion salito, 245
Po' al seguir lei riprese il suo sentiero,
El sentier che drizollo al freddo rivo
D'ogni amor et dolcezza et pietà privo.
Ma la donna, ch' al lauro vi lassai,
Già sopragiunta dalla notte oscura, 250
Con pena si lamenta de' sua guai
Et ch' abia il ciel di lei sì poca cura.
El cavallier giunto hora et stanco assai
Dar posa al corpo fiacco un po' procura.
Così si adormì in l'herba, sin che 'l giorno 255
Nuovo ogni stella scaccia d'ogni intorno.
Non più che l' alba rugiadosa appare
Prender il suo destrier la donna pensa,
Et seco sola al suo regno tornare
Per mezzo della sua virtud' imensa 260
Et di quel degno anel che non ha pare;
Onde si lieva in tal disir accensa,
Et, mentre el cerca, sente un mormorio
Soave d' acqua e accostasi a quel rio.
Pensa che 'l rio sia dove havea lasciato 265
La sera inanti el suo gentil cavallo,
Et, quinci et quindi errando, hebbe trovato
Un fonte chiaro a guisa di christallo,
Che nel mezzo era d'un fiorito prato,
A color verde, rosso, bianco et giallo; 270
Lavossi in quello mani et volto et petto,
Poi bebbe che invitolla il fonte eletto.
Questo era il fonte che scacciava il gelo,
Anzi l'odio crudel, del petto fuore
Con la virtù concessali dal cielo 275
Per mezzo del famoso incantatore;
Questo il fonte è che germinava il zelo
Et rivocava ogni sbandito amore;
Questo il fonte è di qual bevuto inante
Havea di poco il sir gentil d'Anglante. 280
Gustate ch' hebbe Angelica quell' acque
Del fonte che del cor durezza tolle,
Un certo desiderio al cor le nacque
Di farsi pia, humil, clemente et molle,
Benchè 'l costume, che nell' ossa gi[a]cque 285
Da teneri anni, alcun difficil crolle;
Pur, quando il ciel vuol altrui gastigare,
Questo molle et quel dur fa diventare.
Indurò donque il cor di Pharaone
Quel gran monarca che nel ciel su sede, 290
Per gastigar di Egitto le persone
Et, con il scetro, al re tuor l'ampia sede ;
Amor al cor di Daphne il piombo pone,
Sol per gastigo dar a Phebo il fiede;
Rendendo lei per lui spietata et dura, 295
Constrinse in lauro a rimutar figura.
Così per gastigar la desdignosa
Angelica d'amor disprezzatrice,
El ciel guidò Rinaldo a quella odiosa
Fontana accerba d'amor sbanditrice, 300
E lei ne l' altra e di fiamma amorosa
Solecita et accuta accenditrice
Lasciò tuffar, e il sir di Montalbano
Rese per questa via libero et sano.
Sano Rinaldo è fatto a questo fonte 305
Che da Parigi era venuto infermo
E schiavo, a piè solcando valle et monte,
Nullo faceva contra amor ischermo ;
Più tardi mosso arivò prima il conte,
Che non lo lascia il gran disio star fermo; 310
Amor che è cieco il guida et la fortuna.
Di lui non mostra haver pietade alcuna,
Ma via ne va, come disopra inteso
(Se si ramenta mio lettor) prima hai,
Rinaldo, che non ha più fuoco acceso 315
Nel petto, dorme senza sentir lai
Presso al bel fonte infra l'herbette isteso.
Suspira con tormenti pena et guai
Angelica che cerca et non ritruova
El destrier anco, et pur cercar si pruova. 320
Già in l'Oriente l'amorosa stella
Cedeva al sole, quando la regina
S'accorge che la fonte non è quella
Ove era il suo caval, però camina
Tornando in dietro et un' orma novella 325
Che truovò va seguendo la mischina
E vede il cavallier ch' in odio haveva,
Che, come i' dissi, in l'herba ancor giaceva.
Contempla questa donna il bel campione
Che agli ochi soi non vide unqua il simile, 330
Nè spera di veder fra più persone
Un più bell', un più vago, un più gentile ;
Onde dentro del cor questa dispone
In lui vedendo aspetto signorile,
O truovi o non ritruovi l'Argalia, 335
Costui voler sol seco in compagnia ;
Et rivoltando gli ochi alquanto a dietro
Vidde il caval che 'l sir di Montalbano
Haveva trovato in tempo scuro et tetro,
Et ben conosce ch'egli è Rabicano 340
Che correa sopra, nol spezzando, il vetro,
Tanto era lieve et presto in monte e in piano
Onde dubio ha che 'l bon Rinaldo forte
Al suo fratel dato habia orrenda morte.
Così dubiosa un gran pensier l'assale 345
Di vendicar il suo frate Argalia
Mentre che dorme il paladin con tale
Profundità che morto par che sia ;
Et, fin ciò pensa, con l'aurato strale
La fere Amor, onde ella fantasia 350
Muta dicendo : « Sarria troppo errore,
Se mia man uccidesse il mio signore. »
Poi ritorna a mirar il paladino
Che l'elmo s'havea tratto, e il capo d'oro
Mostra dormendo et l'aspetto divino, 355
Stando quindi suspeso a un gelsomoro
L'aventurato elmetto di Mambrino
Che più a costui ch'a tutto il popol Moro
Solo conviensi; et, mentre ella in lui mira,
Per tenerezza et per dolor suspira. 360
Duolse ella che non ha per prima amato
Questo campion et le sia stata dura;
Hor che nel petto il cor tutto ha infiammato;
Vorria svegliarlo, et ben non si assicura
Da l'altra parte il suo fratel pregiato 365
Vendicar anco della morte oscura ;
Così combatte con pietade amore
Nel petto feminil, ma pietà muore.
Che fra se dice: « Se 'l fratel mio ha occiso,
Segno è che di lui è stato più valente ; 370
La sua beltà m' [ha] il [cor] tanto conquiso
Che senza lui lassar no[n] vo[glio] il Ponente ;
Pur che da me costu' non sia diviso,
Uccida Gallafron il mio parente,
Tolgasi il regno mio meco, che tolto 375
M' ha il cor con la bellezza del suo volto.
O impaciente sesso feminile ,
Quando egli è posto in amoroso laccio!
Divien più che mai d'huom forte et virile
Il cor, quand' arde infra la nieve e il ghiaccio; 380
Perchè natura è sol d'amor gentile
Levar un fuor di timoroso impaccio
Et renderlo animoso oltra misura
Spesso eccedendo il segno di natura.
Fuggiva dianzi Angelica costui, 385
Hor aspettar non può che si risvegli
Per dimostrar sua bella faccia a cui
Portò tanto odio pria, perchè amor dègli
Questo ardir, et disponsi al servir lui
Hor, non amarlo sol, benchè le' odie egli, 390
Nè più superba sta, che muta in lei
La voglia Amor qual vince homini et dei.
Et perchè lo conosce a nome 'l chiama,
Ond' egli alza la testa et quella vede
A cui porta odio et non sol la disama, 395
Che di le' odiar tanto il fonte le diede,
Nè parola risponde a quella dama,
Ma prestamente rilevasi in piede,
L'elmo a se allaccia, a Rabican la briglia,
Et qui di Gallafron lascia la figlia. 400
Angelica che vedesi lasciata
Da questo cavallier a le' inhumano,
Sopra quell' herba quasi trangosciata,
Ove stat' era il sir di Montalbano,
S'assise con la chioma scapigliata, 405
Anzi stracciata tutta di sua mano,
Et poi diceva forte suspirando
« Rinaldo ingrato più che grato Orlando!
Orlando non sentì ma' in petto amore,
Se non quando, aimè lassa! i' venni in Francia ; 410
Ma, tu crudel, perchè mi dai dolore,
Che non mi uccide la tua forte lancia,
Poichè ne porti teco il miser core
Lasciando lagrimosa la mia guancia ?
Ah Rynaldo crudel, Rynaldo ingrato, 415
Presto è il tuo amor in odio commutato! »
Mentre che la regina mischinella
Piange et suspira con voce alta et grida,
Straccia le chiome et quella faccia bella
Tutta sgraffia et al ciel manda le strida, 420
Rivolge gli ochi al ciel, chiama ogni stella
Et prega morte che le sia sol guida
Et va cercando l'ultimo supplitio,
Se si può dar per qualche precipitio;
Non ha coltello et non truova luogo atto 425
A darsi morte la donzella afflitta,
Stracciata ha già la chioma con che in fatto
Pottea affogarsi, e ogn' altra via proscritta
Ella si vede, onde non sa qual atto
Possa più usar pel qual le sia interditta 430
Questa vita mortal: però in la selva
Invita alla sua morte ogn' aspra belva;
Et fin che si lamenta in su l'herbetta
Ella con pianto doloroso, el conte
Via cavalcando giunse a una via stretta 435
Alla pendice d'un superbo monte.
Un gran gigante, ch'era alla velletta,
Giuso si cala al cavallier a fronte
Con molta furia et dispettoso sdegno
Tutto infiammato et di grand' ira pregno. 440
Porta una scimitarra di gran peso
L'horribile gigante et vien gridando,
Pur quando egli èpiù presso sta suspeso
Ch' esser gran cavallier comprende Orlando,
Et con parlar summesso a dirgli ha preso; 445
« O cavallier che qui venesti errando,
Vuo' che mi servi un anno a mio diletto,
Et, se ciò veti, a battaglia t'aspetto ».
El conte, che d'amor et fiero sdegno
Et di forti arme et di gran core è armato; 450
Con costui di battaglia fa dissegno,
Perchè ne va qual huom che è disperato;
Poichè non truova il viso grato et degno,
Non prezza più la vita o il mortal stato,
Getta la lancia, che 'l gigante vede 455
Esserne sen[za], poi dismonta a piede.
Lo scudo imbraccia et Durrindana afferra
Et animoso va contra al gigante
Che urla qual lupo et fa tremar la terra
Ovunque per le smisurate piante; 460
Et sopra el conte tutto si disserra
Costui che nominato era Gorante,
Et con la scimitarra un colpo crudo
Tirando al conte spaccò tutto el scudo.
La fatagion giovolli et l'armatura 465
Che al braccio scese il brando del pagano
Et feceli si cruda acciaccatura
Che 'l scudo in pezzi le cascò di mano ;
S'adira il conte fuor d'ogni misura
Et entra sott' al perfido villano 470
Ch'un braccio taglia netto e il capo fende,
Tanto acramente Durrindana scende.
Tagliò presso alla spalla il braccio quale
Teneva il scudo del gigante inico;
Non fu mai visto colpo più mortale 475
Che venuto era dal vallor antico
Di Francia, ma quel fusto, come l'ale
Havesse, via partì senza altro intrico;
Et lascia il mezzo capo, il braccio, il scudo
Quivi in terra il villan spietato et crudo. 480
Stupido resta il conte et fra se stesso
« Per certo, dice, questa è strana cosa:
I' so che 'l duro capo i' gli ho pur fesso
Col braccio che quà l'un l'altro si posa. »
Et per meglio veder l'andò più presso. 485
O Dio ch' orrend[a] cosa et spaventosa
Che non più che nel sangue il piede puone,
Resta subito il conte ivi prigione!
Et la man mozza el scudo abandonando
Nel petto il prese et tennelo sì stretto 490
Che più non si potea crollar Orlando,
Ma andar prigion conviengli al suo dispetto,
Ch'è tornato il gigante fulminando,
Con mezzo capo sol, come i' v' ho detto,
Et con un braccio carco di catene 495
Una el sir lega et l'altra man lo tiene.
Poichè legato il palladin, quel fusto
Si piega in terra e 'l mezzo capo tolle
Et il braccio anco, e acostati al lor busto
Si rappiccor qual cera calda et molle. 500
Diventon' il gigante più robusto.
Orlando sta com' insensato et folle
Et Brigliadoro va per la foresta
Sbruffando nari et crolando la testa.
Legato si ritruova il palladino 505
In un momento et di piedi et di braccia;
Se bevea l'onda al fonte di Merlino,
Dico sol quella ch' amor svelle et scaccia,
Forsi non seguitava il rio camino;
Hor il gigante in spalla se lo caccia, 510
E in una torre, ch' è fra monte et monte,
Così legato puone il fiero conte.
Et doppo torna alla vedetta in alto
Et vede un altro cavallier venire,
Onde giù corre per l'herboso smalto. 515
Al cavallier gridando prese a dire
« A che nel mio terren fai questo salto,
Senza elmo in testa a rischio di morire?
O converatte star meco per fante
O qui morendo non girai più avante. » 520
El cavallier ch' altiero et orgoglioso,
Disse: « Un ragazzo bon non mi sareste. »
Et sfodra il brando in vista desdignoso.
Mosso a battaglia con le mani preste,
Contra el gigante va tutto animoso, 525
Nè furibondo men del Greco Oreste,
Contra costui con mani et con parole
El sdegnoso pensier qui sfogar vuole ;
El pensier che d'Angelica l'accora
Et del preso elmo et della villania 530
Che, con la voce chiara alta et sonora,
In mezzo il fiume il già morto Argalia
Le disse qual le preme l'alma ancora,
Sfogar qui vuol con la persona ria
Di quel gigante a cui mal starà saldo 535
Per le percosse havute da Rinaldo.
Pur le, disse el gigante: « O damigello,
Habii compassion della tua vita,
Non voler meco prender il duello,
Perchè la forza mia tropp' è infinita; 540
Sono per far di te crudel macello
Se 'l brando mio qual suol mi presta aita,
Onde di te mi duole et pesa forte
Che vai cercando volontaria morte.
Pur se ti rendi a me senza battaglia, 545
Volendomi servir et far honore,
Salvarai la tua piastra et la tua maglia,
Anzi la vita tua, che fua el migliore. »
Rispuoseli el guerrier: « Deh, caglia, caglia,
Perro vigliacco, perchè mai non muore 550
Huom generoso. » Et va col capo igniudo
Contra di lui sol con la spada, e il scudo.
Col brando vibra et dentro al petto il fiede.
Quel versa il sangue et questo d'arcion scende,
Che, quando il colpo oltra modo li diede, 555
Riman la spada in l'osso ch'ella offende;
Perciò scavalca che rihaverla crede,
Ma il ferito gigante non attende
Qui, che sparve con quella in un momento.
Pur di lei cerca il sir con gran spavento, 560
Che come il piè nel sangue il guerrier puone
Non altrimente che in la pania el tordo,
Nè libero si truova nè prigione,
Onde per rabbia vien quasi balordo
Et bastemia divoto il suo Macone, 565
Linci partirsi desioso e ingordo,
Che, quanto più ritrarsi indi procaccia,
Tanto più dentr' al vesco si ricaccia.
Sì che trovandose a quel modo preso
Senza battaglia et men da quella sciolto, 570
Resta in dubio di se forte et suspeso;
Hor se aroscia, hora impalidisse in volto
Et ha da tanta stizza il cor offeso
Che brama vivo vivo esser sepolto,
Nè sa truovar partito che le giuovi 575
A ritrarsi indi, ancor che più ne pruovi.
Et così stando a se vede venire
Brancolando qual huom che è senza lena
L'antropophago che non può morire,
Mostrando in apparenza haver gran pena. 580
Quando fu presso, il valoroso sire
Col scudo che in man tien, sul capo mena,
L'osso le ruppe et il cervel schiacciolli,
Credendo farne mill' augei satolli.
Vedendo il cavallier poi quel gigante 585
Col capo rotto rovesciato in terra,
Cerca con ogni forza a se le piante
Dal sangue trarre et terminar la guerra.
Oprando le sue forze tutte quante
Per partirsi indi in un li spirti serra, 590
Et, mentr' al riscattarsi egli ha il pensiero,
Eccoli di[e]tro giunse un cavalliero.
Ben lo conobbe el cavallier che giunse,
Ch' avean sovente insiem fatto battaglia
Et con la spada l'uno l'altro punse 595
Più volte sgrettolando piastra et maglia;
Eran nemici, et pietà il cor le emunse
Vedendo che 'l nimico si travaglia
Per uscir fuor della sanguigna pania
Tal ch' ello ancor per quello ardendo smania. 600
Quest'era il gran signor di Montalbano,
Quel altro è Feraguto il cavalliero
Di Spagna ardito, e 'l dosso ha ognun mal sano
Ch' a battaglia eran stati il dì primiero
Per Angelica solo, bench' in vano, 605
Ch' ella partendo prese altro sentiero,
Et pur si duol Rinaldo poiché vede
Prigione il suo rival e a pena il crede.
Et tanto più si duol ch' aiutarlo hora
Vorebbe nè vi vede modo o ingegno, 610
Ond' a un tempo s'infiamma et discolora
Per rabia, per furor et per disdegno
Che ha veder sì el Spagnuol, et dubia ancora
Forsi aiutando altrui restarvi pegno;
Pur si dispon di havervi a rimanere 615
Più presto che mancar del suo devere.
Dismonta adonque da l' arcione et prende
Con una man le redine al destriero
Che fu de l' Argalia, che non intende
Qual pria havea fatto a piè far più sentiero ; 620
Con l'altra al braccio del Spagnuol s'estende
Et tira quanto può il forte guerriero,
Ma quanto più costui tirar si pruova,
Tanto meno a colui tirato giuova.
La forza di Rinaldo era cotanta , 625
Ch' avria da sua radice un monte svelto,
Nè a questa volta pur si loda o vanta
Di sua fortezza il valoroso Celto;
Non fu mai radicata in terra pianta
Quanto in quel sangue il sir fra gli altri scelto 630
In vera gloria del terreno Hyspano,
Onde Rinaldo s'affatica in vano.
In vano s'affatica il sir pregiato
Volendo a Feraù prestar aita,
A Feraù nel sangue inviluppato 635
Che si ved' a l' estremo di sua vita;
La briglia lascia del cavallo honrato
Il Franco et quello ad aiutarsi invita,
Con ambe mani per le braccia il tira
Et quinci et quindi intorno al sangue gira. 640
S'agira intorno el sangue il coragioso
Che quel machia le par magior che pece,
Quanto più può s'aiuta l'orgoglioso
Et che nol lasci a Rinaldo fa prece,
Qual per l'impacientïa furïoso 645
Vien, che tirando un pezzo nulla fece;
Onde dalla vergogna et furor spinto
Hebbe lo Hyspan con ambe braccia avinto.
Assettassi qual huom che giuoca a lotta
Ch' alzar sel crede come Alcide Antheo; 650
Una man puonli sotto la colotta,
Ma quel sta fermo più che Caphareo
Che del mar Friso regge ad ogni botta,
Onde entra egli nel sangue, et non poteo
Far altro; et così furno ambi impaniati, 655
Più di vergogna che di piastra armati.
Non so, signor, se voi vedeste mai
Quand' un smeriglio truova qualch' augello
Al vesco preso, et che egli essendo in guai
Invita il predator stridendo a quello 660
Luogo, onde questo ancor entra ne' lai,
Ch' invescato si truova insien con ello,
El simigliante fe il figliuol d' Amone
Che col Spagnuol si ritrovò prigione.
Quando se accorse el gentil Rabicano 665
Esser libero fatto per ventura,
Non più temendo il monte aspro che il piano;
Sol galoppando per la selva oscura,
Con Ferraguto quel di Montalbano
Lasciò impaniato et ben con grave cura. 670
Gorante al calpestio quasi svegliato
El cervel tolse et puoselo al suo lato,
Et po' alli due impaniati una catena
Subito gitta al collo et al traverso.
Di lor rivolta l'una a l'altra schiena. 675
Stretto che gli ha, lo sangue in terra asperso
Tutto racoglie et rimette in sua vena
Et poi diventa più crudo et perverso,
Che ambo costoro porta sotto un braccio
Legati, come è detto, in stretto laccio. 680
Dentro la torre, dov' è posto il primo,
Puonvi a un sol tratto col secondo il terzo
Così legati insieme nel più imo
Luogo, nè par ai cavallier bel scherzo.
Onde uno a l'altro: « Aimè! morto mi stimo. » 685
L'altro risponde: « Et io con morte scherzo,
Ma questo scherzo mio fia quel dasezzo
Ch' a tai pasticci sono mal avezzo. »
Rinaldo a Feragù così diceva
« Ah lasso me! vedend'io quel cervello 690
Sparso in terra, così coglier doveva
Et buon spatio lontan gittar da quello
Luogo, che, quand'ei poi torr' il voleva,
Non l'havendo truovato sarebb'ello
Ito a cercarlo errando quinci et quindi, 695
Fin che usciti saremmo nui pur d'indi. »
Rispondendo el Spag[n]uol disse: « Aimè lasso!
Se fusse qui la mia madre Lanfusa
Quando ch'io giunsi al periglioso passo,
Del troppo ardir non converia far scusa, 700
Che 'l gigante saria di vita casso,
Imperò ch' ella ogni malia che se usa
In l'arte maga ha sì in la mente fissa
Che per nui meglio si finia la rissa. »
Poi ch'impregionato hebbe entro la torre 705
I dua guerrieri il perfido assassino,
Per l'alto monte su poggiando corre
Onde scoprir potea ogni peregrino,
Ch' egli la crudeltà mai non aborre,
Ma, come Alano et perfido mastino, 710
La preda aspetta et vede indi i destrieri
Del primo et del secondo cavallieri.
Falle la guardia et lascia pascolare
Et tal hor va sonando una zampogna.
Ma questi tre prigion vi vo' lasciare, 715
Che ritornar a Angelica bisogna
Qual vi lassai soletta a lamentare
Di sua sorte, e il Cataio hora se agogna;
Ma indarno di Rinaldo ancor si lagna
Ch' entro el cor arde et fuor il petto bagna. 720
Se vi ramenta, del figliuol d'Amone
Si biasma questa et di sua scortesia
Et loda in parte il figliuol di Milone,
Ma non perch' amarlo habia fantasia,
Et suvengli hor d'un altro gran campione 725
Ch' ha corona et gran regno in Circasia,
Saggio, discreto et pur di questa amante,
Valoroso, nomato Sacripante.
Poi le ritorna a mente il re Agricane
Ch' al padre dimandar la fece in sposa 730
E ch' ella el dispregiò a guisa d'un cane,
Per essere oltra modo boriosa.
Hor che sola si vede in parti extrane,
O darsi in preda o farsi coragiosa
A suo mal grado testè le conviene, 735
Uscir volendo fuor di tante pene.
Sovente la beltade è gran cagione
Di condurr' una. donna in stato acerbo.
Bella è la figlia del re Gallafrone,
Ma ha il cor sdegnoso et l'animo superbo 740
Nè mai si muta d'aspra openione
Ch' ha solo enganni sotto il dolce verbo,
Et ha d'amanti, ma indarno, gran copia
Dal mar di Francia in sin a l'Ethiopia.
Hor ama un cavallier che lei disprezza 745
Et per lui lagrimosa ella ha la guancia;
Orlando, che potea per sua prudezza
Condurla in India dalla bella Francia
E ovunche andava della sua fortezza
Far paragon col brando et con la lancia, 750
È sprezzato da lei, o grand' errore!
La donna sempre attiense al suo peggiore.
Tal cosa ad ogni donna; è naturale,
Però Angelica ancor scusar si puote
Se del suo fallo il pentir, poco vale, 755
Se lagrimose tien ambe le gote;
Rinaldo fugge et entra in magior male,
Et, se piange ella, ei fa dolenti note
Nell' oscura prigion dove Orlando era
Statovi infine alhor da l'altra sera. 760
S'havete a mente ben, non è gran tempo
Che si partì Rinaldo da quel fonte
Contra Angelica irato, perché un tempo
L'altro discaccia con rubesta fronte ;
Arse egli per Angelica già un tempo, 765
Hora ha di ghiaccio in petto fatto un monte
Et per lui ella le sue membra tenere
Rivolte quasi sfavillando in cenere.
Pur dispon ella in brieve a suo paese
Tornar col sol aiuto del suo anello, 770
Et, ritrovato il suo caval; lo prese
Et le stracciate chiome al capo bello
Incultamente attorse et dopo ascese
Piangendo al destrier suo ligiadro et snello;
Et cavalcando afflitta et chetamente 775
Uscir d'un bosco humana voce sente,
Di qual el tuono era in bequadro grave,
Che formava d'Angelica il bel nome:
« Angelica, dicea, nome è soave,
Ma non soavi son l'ardenti some 780
De l'aspre fiamme incendiose et prave
Ove io nudrisca il cor et non so come. »
Enteso quel, Angelica il mirava
Che in un cespuglio a suspirar si stava.
Mentre Gorante li dui cavallieri 785
Legò, senza esser visto, passò in tanto
Il re di Circasia con strani, feri ,
Et acerbi dolor, occulto pianto,
E in su l'herba hora sfoga quei pensieri,
Che quivi giunto havea et solcando quanto 790
Poteo di mar et terra per trovare
Costei che di beltà non havea pare.
S'avvien che un cacciator vada per boschi,
Sempre par le veder la fiera inante ;
Se vede o tronchi o sassi in luoggi foschi, 795
S' e' dal vento ode muoversi herbe o piante,
Pensa che qualche fera ivi s'imboschi
Et a quel luogo drizza et ochi et piante.
Altresì fu d'Angelica il pensiero
Che sia Rynaldo suo quel cavalliero, 800
Quel cavallier per chi arder si sente
L'Angelica regina el miser core
Da cui se propria nominar sovente
Ode; et conosce quanto puote amore
In gentil cor, onde divien più ardente, 805
Anzi più amando cresce il gran fervore,
Et pensa che quel sia di che ella è amante
Et non lo inamorato Sacripante.
Da lungi el vede sol d'armi coperto
Dal capo al piè, perchè non se ha levato 810
Elmo et men da visera s'è scoperto,
Et manco el può veder da ciascun lato ;
Se questo è il suo Rynaldo o no, di certo
Non sa, ma il cor suo misero impiagato
Creder le fa che sia Rynaldo solo 815
Quello per chi nel petto ha eterno duolo.
Voria chiamarlo, et dubita che quello
Via da lei fugga come havea pria fatto,
O, s'ella s'appresenta, raccorgasi ello
Di lei, il cor resti in tener disfatto, 820
Se lei fugge anco il suo signor, ribello
Ad Amor et a lei si mostri in fatto ;
Ivi morir dubia in le fiamme accese
D'Amor a chi si son sue forze apprese.
Et però il mira nè le vuol far motto. 825
La vede il re et conosce et ben se accorse
Del fatto tutto, onde surge di botto
E dina[n]zi al caval di questa corse.
La donna non poteo tuorsel di sotto
Nè cura hebbe l'anello in bocca porse, 830
Perchè la mano del bel palafreno
El re correndo pose al duro freno.
Crese ella che Rynaldo il guerrier crudo
Fusse quel che nel bosco udì dolerse
Di lei infiammato ancor nè che più il scudo 835
Di durezza tenesse, onde si offerse
Sicura a lui, ma quel di timor gnudo
Che più da lui si parta non. sofferse,
Che venuto era di lontan paese
Per trovar questa ingrata et discortese; 840
Et di Rynaldo più dotto et d'Orlando,
Come colui che n' ha più cognitione,
Ch'avea per lei già esercitato il brando
Tuorla volendo al padre Gallaphrone,
Però fu ratto ancor che suspirando, 845
Che sa come ella per incantagione
Potea fuggir sicura senza impaccio
Et lui lasciar in fuoco eterno e in ghiaccio.
Però lei vista non le vuol dar tempo
Come fe Orlando al fonte di Merlino, 850
Che sa, se questa ingrata donna ha tempo,
Che più non haverà di lei, dimino,
Et imperò si mosse contra tempo
A romperli el pensier et il camino,
Ch'un negromante haveva il re ammonito 855
Di quell' anel ch'ella portava in dito.
La virtù dell'anel seppe il Circasso
Dal negromante et però, in un momento
Suso levato in fretta, mosse il passo,
Che spesso nuoce l'esser troppo lento. 860
Rimase il cor della regina casso
D'ogni baldanza sua, d'ogni ardimento
Et resesi a quel re come prigione
Ma pur però con certa conditione.
Disse Angelica a lui: « Per mio signore, 865
Per mio signore ti accetto, o Sacripante,
Perchè son certa che mi porti amore,
Che per trovarmi hai lasciato il Levante
Et qui venesti con l'acceso core,
Chel mi mostrar le tue parole sante 870
Infiammate d'amor quando chiamavi
Il nome mio con gli acenti soavi.
Con questo patto fia nostra amistade
Ch' un mio nimico che 'l fratel m' ha ucciso
Per rubargli el destrier pien di bontade, 875
Sia da tua mano a brano a brano anciso,
Nè prima havrà mio cor di te pietade
Nè mai pria lieto vederai mio viso;
Ma, se ciò fai, ti giuro et ti prometto
A tutto tuo piacer darti diletto. » 880
Signor, com' un nochier che in la tempesta
Del mar più giorni affaticato in vano,
Dal vento posta è poi sua nave mesta
In luogo salvo oltra el sperar humano,
Fa con gli amici suoi letitia et festa, 885
E par per alegrezza quasi insano,
Altresì fece il degno re et cortese
Quand' el parlar della sua donna entese.
Ha tanto gran disio d'esser signore
Di quella donna che cotanto egli ama, 890
Ch' assai promette più che non dà il core,
Che compiacerle in vita e in morte brama,
Et già alla palma invitalo e a l'honore
Della vettoria il gran disio lo chiama,
Et parle haver già l'uno et l'altro in mano 895
Nè sa che quell' è il sir di Monte-Albano.
La donna, che di gran malitia è piena,
Volendosi costui dinanzi tuorre
Perch' Amor legò lei nella catena
Sol per Rynaldo nè si può distorre 900
Da quel voler col qual Amor la mena,
Possendo Sacripante a morte porre,
Cerca di farlo con l'animo saldo,
Ch' ella non ama altrui fuor di Rynaldo.
Certa è, ancor che non muoia Sacripante, 905
Che non sarà sua la vettoria mai
Et così mancarà l'odiato amante
Con gravi pene et angosciosi guai,
Et senza lui tornarsi ella in Levante
Spera, ch' ella non sa i futur sua lai. 910
Ma molesto horamai esservi stimo
Ch' è troppo lungo questo canto primo.
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Canto II |
© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011 |