Andrea da Barberino

Guerin Meschino

"I DODICI CANTI"

Edizione di riferimento

Castets (F), I dodici Canti, in Revue des langues romaines, publiée par la Société pour l'étude des langues romanes, Montpellier 1898-1890-1900-1901-1902, reprint 1970

 

in volume:

Publications de la Societé pour l'étude des Langues Romanes XXII, I dodici canti, epopèe romanesque du XVI siécle par Ferd. Castets professeur a la Faculté des Lettres de Montpellier Coulet et fils, Éditeurs Libraires de l'Université, 5, grand'rue 1908

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CANTO QUARTO

l.

Con la facondia un orator sovente

Ottien ciò che disia, ciò che egli chiede

Benchè fusse Solon grato et prudente,

Athene pur a Pysistrato cede.

Quel Romano orator tanto eccellente                            5

Libera se dalla superba cede

Di Mario et la sua patria Pericle anco

Riduce in servitù col suo dir franco.

2.

El dotto Hegesia col suo dir ornato

Si ben biasmava la miseria humana                            10

E in dimostrar ciò fu sì accomodato

Et quanto fusse in lei speranza insana

Et che si ritruovava immortal stato

Per una mortal vita al tutto vana,

Tal che si davan volontaria morte                                15

Molti per ritruovar più lieta sorte.

3.

Però imparate vui, sir, che reggete

Ville, città, castri, provincie et regni

Prender le Muse con la ferma rete

Di vostri rari et pretiosi engegni,                                  20

Che, se lor tutte o almeno in parte havrete,

Placar potrete l' ire humane, i sdegni,

Firmar i vostri stati, i vostri imperi

Dai vostri fin' agli estremi emisperi.

4.

         Ponno le Muse et inclite Chamene                     25

Per lor virtù dar gratie e imensi honori,

Et mal usate ancor diverse pene,

Stenti, supplitii, stratii et dishonori,

Che virtute han tal hora di Syrene

Ordir inganni sotto altri colori, 30

Come fe Fontedor che gabb' il conte

Con le parole et con le astutie pronte.

[F. 38 vo]
5.

Lettor, se vi ramenta, i vi lasciai

Che 'l conte Orlando della Francia honore,

Di poco uscito fuor de' accerbi lai,                               35

Intrar s'aparechiava in un maggiore

Error di prima, a[n]zi peggior assai,

Che sana non havea mente nè il core

Per le parole et per quegli atti che usa

Questa donna crudel più che Lanfusa.                        40

6.

Dico di Fontedor, la falsa maga,

Che col suo falso nome inganna altrui ;

Enganna il conte et fàlle nuova piaga

Nel cor, nè pietà prendeli di lui,

Che per quella regina non s'appaga                            45

Nè vuol Amor donar triegua a costui.

Sa questa strega ch' egli si affatica

Di cercar chi ella tiene per nimica.

7.

Per nimica coste' Angelica tiene

Nè per error che Angelica habia fatto                         50

Contra di lei, ma, per levarli spene

D'ogni salute et perchè sia disfatto

Suo regno, sconosciuta così viene,

Che d'ogni incanto et di malia ogni atto

Ha sì infisso in la mente et segni et carmi                   55

Come scultura che si faccia in marmi.

8.

Nè sapeva Acheloo tante figure

Pigliar quanto ella, nè mutar altrui

In fiere, in pesci, in herbe, in scorze dure

D'alberi, et pietre in color chiari o bui                          60

Far in l' harene, et in l'acque sculture,

Qual Fidia in marmi coi scolpelli sui,

Che facea di pietre homini et cavalli

Armati andar per tutto di metalli.

9.

Le frondi d'herbe sol gittando in mare               65

Mutava in navi, in fuste et in galee.

Spesso coi carmi il sol fece fermare

Dal ciel tirando le celesti Idee;

Gli huomini in sassi facea ritornare.

Cosa che a pena le celesti Dee                                     70

Non osavan di far, facea costei

Con li suoi incanti dispietati et rei.

[F. 39 ro]
10.

Correr ancor a dietro gli erti fiumi,

L'onde del mar firmar, firmar i venti,

I monti caminar, i chiari lumi                                     75

Nel suo maggior splendor in cielo spenti

Facea agli ochi parer nè i sacri numi

Uguali a lei tener da vane genti,

Perchè facea al veder oltra misura

Cose che non può far l'alma natura.                          80

11.

Di costei Orilo nacquero et Gorante

Et d'un alpestro satiro inhumano ;

A Orilo il chrin fatò con forze tante

Che non potea morir unqua il pagano

Ancor chè tronch' avesse tutte quante                         85

Le membra, e ognun s'affaticava in vano

Di darle morte non svellendo al fino

L'incognito immortal fatato chrine.

12.

Sovra la poccia[1] manca haveva un pelo

Fatato questa a l'altro suo figliuolo,                             90

Cui non poteva fulgore dal cielo

Morte prestar nè ferro mortal duolo.

Fur da picin nudriti al caldo e al gelo

Fra coccodrilli che da l'imo suolo

Escon del Nilo, et membra di gigante.                        95

Hebbero et nere dal teschio alle piante.

13.

Su la riva del Nilo una alta torre

Oltra el Cayro havea fatta per incanto

La mala strega et dentro vi fe porre

Un coccodrillo che da ciascun canto                          100

Horrendo era a veder, nè cibo abhorre

D'humane carni; et nudricollo, in tanto

Ch' i figli grandi fur, di fanciulletti

Ch' ella occideva ne' materni letti.

14.

In quella torre Alfegra i suoi figliuoli                  105

Pose, che Alfegra per suo nom fu detta,

Non Fontedor, la fata, a ciò che duoli

Dessero al padre (o che crudel vendetta!) ;

Quindi usava passar già con li stuoli

De' satyri, compagno di tal setta,                               110

El padre, che in quei piani le capanne

Havean di palme et zuccarine canne.

[F. 38 vo]
15.

Perch' ogni donna è mobil per natura,

Per altro amor il lor padre Brione

Lasciò la strega fuor d'ogni misura,                             115

Et fuor di modo ardendo; nè cagione

Havea lasciarlo, ond' ha grave paura

Di lui, ch' ogni sua cura et studio pone

In sol farlo morir; così ha disposto

Ch' ai figli paghi il fio di grave costo.                          120

16.

Tal ordin dato, la malvagia strega,

Che fata fu chiamata, si ridusse,

Ne l'Isole Perdute, nè si piega

Se no a Medoro et quel seco condusse

Con l'arte maga et sì in suo amor il lega                     125

Stretto a ciò che marito unqua non fusse

D'Angelica gentil, che conobbe ella

Che a questo il favoriva la sua stella.

17.

In quell' isula havea pur per incanto

Fatto un pallazzo bello a maraviglia                           130

Ch' a ogni altro di beltà toglieva il vanto,

Sol per privar la generosa figlia

Di Gallafron d'un giovinetto tanto

Bello che di beltà nullo il somiglia ;

Anzi di beltà seco perde il sole   135

Che sceso pare da divina prole.

18.

De diciotto anni il giovinetto a pena

Era formato d'una bella forma

Con una faccia lucida et serena

Et l'or d'Arabbia i bei capei l'informa.                         140

D'un grato et bel parlar dolce ha la vena

Et i costumi alla beltà conforma,

Tal che bel si può dir dentro et di fuore

Et degno quasi del divino Amore.

19.

Tutti i piacer, tutti i diletti insieme                      145

Ch' un corpo human può haver, havea Medoro,

Ma il giovinetto pur si lagna et geme,

[P]erchè la libertà, dolce thesoro,

Ei non si vede haver ; però che teme

La strega perder sì degno lavoro,                                 150

Lo tien in quel pallazzo con diletto

Et sola gode di quel divo aspetto;

20.

Et, perchè men le incresca il soggiornarve,

Con arte a meraviglia bella fassi

Et po' vestiti di mentite larve                                       155

Huomini fa parer gli alberi e i sassi

Et finte damigelle ancor menarve

Fa dagli angeli ner dai luoghi bassi,

Et suoni et balli vi si fanno sempre

Con armonie et con soavi tempre.                               160

[F. 40 ro]
21.

Pur tutto questo da Medor non tolle

El desyderio della libertade,

Nè per questi piacer il cor si estolle

O per veder d'Alfegra la beltade ;

S'impalidisce, ha l'ochio sempre molle.                       165

Alfegra non sa il cor de altrui, che rade

Volte li maghi san gli alti segreti

Dei nostri cor se son turbati o lieti.

22.

Che finge il garzonetto lieto starsi

Et contento esser di sì bella donna                               170

Et per letitia sol l'ochio immollarsi

Con la lingua chiamando lei « madonna »,

Ma il desiderio ch' a di lontanarsi

Di indi et che sempre nel suo cor se indonna

Non scuopre mai con gesti o con parole                      175

Sol per venir a quel che brama et vuole.

23.

Questa fu la cagion ch' Alfegra fece

Il gra[n] pallazzo, e immortal odio porta

Al suo marito et procurò sua nece

Coi proprii figli quai sempre conforta                         180

A questo oprar, et pruova che non lece

Loro disdir a lei, che cosa torta

È di non ubidir la madre chara

Ch' a darle il latte non fu punto avara.

24.

Quei, ch' eran già d'un animo malegno,            185

Concorser presto alla sfrenata voglia

De l'empia madre e adempiro il disegno,

Occidendo il lor padre con gran doglia;

Doppoi surse fra lor grave disdegno

Pe' furti lor di questa et quella spoglia,                        190

Nè per lor mala fama ormai più ariva

Persona alcuna alla famosa riva.

25.

Onde Gorante per partito prese

Lasciando Orilo andar verso la Tana.

Così partendo giunse nel paese 195

Ch' era soggetto alla fata Sylvana,

Nè tanto Alfegra ingrata et discortese

Era quanto costei benigna e humana,

Che non vuol che si fermi in sua regione

Nè crassator nè publico latrone;                                    200

26.

Dove capitò il duca d'Inghilterra

Che cercando iva il suo cugino Orlando,

Nè lasciava città, villa nè terra

Adietro che non gisse adimandando

Di questo cavallier che in mar o in terra                      205

Rendea famoso e ovunque andava il brando;

Onde Sylvana al duca fece honore

Di quanto stimò degno il suo valore.

[F. 40 vo]
27.

Questa fata era figlia alla Sybilla

Che di Troia predisse il grave danno                           210

Et hebbe del predir qualche scintilla

Come la madre et il gravoso affanno

Predisse ad Alesandro et come stilla

L'ira sua il cielo nel superbo scanno

Di Xerse il grande, et che Phyllippo padre                  215

Non le era et che gabbata fu la madre.

28.

Fu dalla madre essendo ancor fantina

Fatata questa veneranda fata

Che per nome era detta Soffrosina

Pria che fusse in l'Egitto trasportata.                           220

Da certe Idee, che di lei rapina

Fecer ne l'isola ove ella era nata

Ch' era detta Eritrea, et poi Sylvana

La gente s'appellò da gente estrana.

29.

Presso la Tana in una selva umbrosa                 225

Da certi spiritei lasciata sola

Rimase con la faccia lachrimosa

Che del tornarsi adietro se le invola

Ogni speranza, et così dolorosa

Fa dentro il petto di sospir gran mola,                         230

Ma pur se adorme poichè 'l sol fra l'onde

Havea tuffate le sue chiome bionde;

30.

Et dormì infine che dal balcon d'oro

Mostrò la faccia rubiconda et lieta

Chi solo a se sacrò lo verde aloro,                                 235

La donna sola con la mente cheta;

Et svegliata il sylvestro territoro

Comincia a rimirar tutta inquieta

Et fra certi alber vede non lontana

Una opera celeste più ch' humana.                              240

31.

L'opra è un palazzo lavorato a smalto,

A oro, a gemme, con molta adornezza,

Sopr' un poggetto in quadro posto et alto

D'una assai bella et competente altezza;

Onde passò la diva a un tratto il salto                         245

Qual tygre isnella con molta prestezza;

Giunta alla porta nulla sente o scorge

Se no il bel sito ch' ivi altiero sorge.

[F. 41 ro]
32.

Non vi entra la fanciulla, anzi va intorno

Con speme di truovar chi entrar la inviti,                    350

Et così andando quasi mezzo giorno

Vi consumò mirando a quei politi

Et belli intagli et quel palazzo adorno

Come era solo in quegli alpestri siti.

Tutta suspesa cominciò a pensare                                255

Et se pur deve o non vi deve entrare.

33.

Era il palazzo a forma d'un castello

Fatto in fortezza senza calce o harene,

Ma più ch' un spechio luminoso et bello.

Le porte ha di smiraldi et le cathene                            260

Dei ponti son di bianco argento, et quello

Dove si sale di diamanti, et tiene

La donna oppenione et èlle aviso

Che dentro a quel sia proprio il paradiso.

34.

Sotto del qual un rusceletto vede                        265

Uscir d'una acqua limpida et sì pura

Ch'invita a ber o almen firmando il piede

A mirar sua chiarezza, per ventura

Chiunque vi passa : et quel mormora et chiede

Ch' ognun si posa alla fresca verdura,                         270

Al dolce mormorio, a la opaca ombra

Ch' ogni pensier col sonno svelle et sgombra.

35.

El vago fiumicel che quivi scende

Non men che l'oppio genera il dormire

Per sua natura, et chi di quel s'accende                       275

Troppo nel ber mai non si può partire

Più da quel luogo, imperò ch'egli rende

Un di memoria privo et di pentire

Non men che Lethe. Bebbe la Donzella,

Po' adormentoss' in su l'herba novella.                        280

36.

Nè guari stette poi che fuor di quello

Palagio uscì di donne una gran schiera,

E in su la riva al vago fiumicello

Venne dove la diva adormita era,

Et presa lei con modo honesto et bello                         285

La portaro entro della stanza altiera,

Poi la svegliaron con certi strumenti

Sonori et pieni di soavi accenti.

[F. 41 vo]
37.

Come chi a l'improviso si risveglia

Si guarda in torno la donzella et vede                         290

Quegli angelici volti, et, se è ancor veglia

O pur se dorme, ella non sa, et si crede

Quasi sognar piena di meraveglia ;

Hor quinci hor quindi col bel ochio fiede,

Non si ricorda o sa come ivi venne                              295

Et qual sentier a intrar, qual modo tenne.

38.

Oro, smeraldi, zafiri et rubini,

Perle, diamanti et limpidi berilli,

Chrisoliti, balassî et dei più fini

Amatisti, iacinti et se lapilli        300

Più pretiosi son di quei confini

O l'Ebro o 'l Gange ne produchi o stilli,

Vede ne' pavimenti et nelle mura

Postevi con grand' arte et con misura.

39.

Vede una quercia di smeraldi finta                       305

Che di purissimo oro ha le sue ghiande

In un aer di zafiri distinta

Che gli alti rami in fin al ciel ispande

Dui gran pastor in mezzo l'hanno avinta

Un col saver, l'altro col poter grande,                          310

Et i bei rami soi tanto alto inalza

Che ambi i pastori soi sopra il ciel balza.

40.

Vede dui altri col porpureo manto

Vestiti ch' alla quercia fanno honore,

Et un che fra gli armati et nome et vanto                    315

Riporta di virtude et di valore,

Che dui chiari figliuol si tiene a canto,

Mostrando lor con filiale amore

Quanti trophei sul bell' alber di Giove

Sono per le vettorie antiche et nuove.                          320

41.

Attenta stava la gentil donzella

A mirar le figure che pur vive

Parevano et l'historia a lei novella

Desiava saper da l'altre dive,

Onde proroppe pur nella favella                                  325

L'ornata lingua et disse: « Non si schive

Chi di voi sa questa legiadra hystoria

Far ch'io ne possi haver chiara memoria.

[F.42 ro]
42.

         Una rispose: « Quando il tempo fia,

Tu per te stessa altrui la farai chiara;                           330

Di ella convien ch' interprete ne sia,

Però chesarà cosa al mondo rara.

Ancor non è suo bel principio in via,

Ma tosto fia con sua-virtù preclara. u

Et così detto fu la mensa posta  335

Et Sylvana con l'altre ivi preposta.

43.

I varii cibi, i delettevol vini,

Le grate servitù, li suoni, i canti

Non vi potrei narrar, se li divini

Spirti nol concedessero; i presta[n]ti                            340

Et ben legiadri aspetti et pellegrini

Ch' ivi eran proprio dai celesti et santi

Regni parean discesi, se l'authore

Turpin chel scrisse non comise errore.

44.

Et, finita la cena, la fanciulla                               345

Fu da quatro matrone incoronata.

Tutte eran donne et infra lor fu nulla

Che non l'havesse in regina accettata,

Benedicendo il latte et quella culla

Che da bambina l'haveva alevata,                               350

Et fu resa da loro ella capace

Esser mandata lì per la lor pace;

45.

Et ch' ella viverebbe in fin a tanto

Che 'l re del ciel giudicarà la terra;

Ma essendo nostra carne un fragil manto                   355

Converrà poi che 'l corpo torni in terra,

Che non è alcun mortal che si dia vanto

Di vivere in eterno sopra terra;

Et che per lei il palazzo era fondato

Dal primo di che 'l mondo fu creato ;                          360

46.

Era fundato in la divina idea

Dal principio del mondo, et che la notte

Ch'ella cavata fu fuor di Erithrea

Et quinci posta, da l'inferne grotte

Trasse la madre sua detta Erithrea                              365

Orrendi spirti, a ciò più non si arotte[2]

Ella ne' boschi, et fu fatto il palagio

Aciò ch' ella vi stesse a suo bel agio.

[F. 42 vo]
47.

Dinanzi donque la crudel ruina

Di Troia in fin a l' apparir del duca                              370

Astolpho governò questa regina

Quel regno in pace, et hor se lo manduca

L'empio Gorante con crudel rapina,

Et, perchè Parche ardir et forza luca

In questo cavallier, hebbe assai caro                            375

La venuta d'un huom degno et preclaro;

48.

Ch' erali pervenuto già all' orechi

Esser capitato ivi il rio Gorante,

Onde di affanni par si strughi e invechi,

Nè di beltà più mostra haver sembiante;                    380

Però: « Fa, disse al duca, ti apparechi

A battaglia, signor, con quel gigante,

Con quel gigante che ne l' ampio cielo

Fa ritardar il corso al sir di Delo.

49.

Sono circa otto giorni ch' al mio regno               385

Arivato è il gigante, anzi il latrone

Ch' al mal far sol' ha pronto il mal ingegno

Et sopra il Nilo occise ha più persone

Col suo fratello di crudeltà pregno,

Con chi egli havendo certa quistione                           390

Da lui partito il perfido assassino

Contra mia voglia offende il mio dimino.

50.

Tutte sian donne nui ciascuna imbelle,

A lancia inette et inimiche a l'armi,

Et ciascuna di nui cangia la pelle                                 395

Ogni dì ottavo et non per via di carmi

Magichi, no; ma perchè dalle stelle

Questo ci è dato, onde se tu v[u]oi farmi

Degna di tanta gratia che tu scacci

Costui, mi legarai teco in più lacci ;                             400

51.

Et tal duon ti farò ch' unqua il simile

Non ricevesti mai da altra persona,

Il più bello, il più vago, il più gentile

Che dalla Tana al fiume di Garona

Fusse mai visto, et ha questo monile                            405

Virtù tal che di rado assai si dona ;

Se a dosso il porti, il tuo nimico mai

Indarno coi tuoi colpi ferrirai.

[F. 43 ro]
52.

         Et aciochè costui non sia impunito

Della sua tanta gran sceleratezza,                               410

Essendo egli venuto nel mi' sito

Senza saputa mia per sua sciochezza,

Piglia il presente, o mio signor gradito,

Et, quando tempo fia di tua prudezza

Mostrar, la mostrarai. » Et questo detto,                     415

Le pose al collo il bel gioiello eletto.

53.

Per sua sorte et ventura havea la lancia

D'oro Astolpho che fu de l'Argalia ;

L'Argalia mischinel portolla in Francia

Sol per mostrar che ancor in pagania                          420

D'armi era esperienza et non da ciancia,

Ma da gloria, da honor, da ligiadria

Accompagnata, et contra il suo concetto

Ivi lasciarla il giovine fu astretto.

54.

Haveva ancor il duca il bon Baiardo                    425

Che Rinaldo lasciò dentro Parigi;

Benchè altra opinion tenga il Boiardo,

Del ver mi accosto io sempre più ai vestigi.

Hor Astolpho al frappar quì non è tardo

Et promette a Sylvana ch' i letigi                                 430

Aquetarà di quel gigante altiero

Et che farà sicuro ogni sentiero.

55.

Erasi disarmato il paladino

Per riposarsi alquanto con diletto,

Havendo fatto assai lungo camino;                             435

Senza l'usbergo va, senza l'elmetto

Passeggiando pel vago et bel giardino

Fra donne, non havendo alcun suspetto

Di cavallier ch' or al giostrar lo inviti,

Pur di Sylvana tien tutti gli inviti.                                440

56.

Et, mentre a ragionar di questo stanno,

A la fata un guerrier si rapresenta

Che 'l cor dimostra haver colmo d'affanno,

Onde Sylvana alquanto si sgomenta,

Nè poco di timor l'altre donne hanno                          445

Ch' in la regina lor veggono spenta

Ogni baldanza, ogni supremo ardire,

Cui così prese il cavallier a dire:

[F. 43 vo]
57.

« Egli è pur ver che dalle donne un regno

Et da un fanciullo è malamante retto,                         450

Che l'una [è] poco et l'altro me' ritegno

Non questo havendo et men quella intelletto ;

Priva d'ogni discorso et buono ingegno

La donna sol nel mal nudrisce il petto;

Però dimostri chiar che donna sei,                               455

Accettando e' nimici delli Dei.

58.

Non era a te dal volgo un simil nome

Ancora dato infin a questo giorno,

Ma poichè di ragion il chiaro lome,

Madonna, hai perso, quasi ad ogni intorno                460

Di grave infamia ti porti le some,

Nè so quando il tuo honor farà ritorno

Dove era prima, che chi el perde tardo

L'aquista, ond' io me n' avampo et ardo.

59.

Et più mi duol ch' al fonte del verziero               465

A te suggetto un perfido assassino

A donna, a pellegrino, a cavalliero

La vita tolle in questo tuo dimino,

Nè paesan vi passa nè straniero

Ch' andar non faccia il crudo a morte chino,              470

Et giunto a pena un mi' fratell' ha ucciso

Che disceso parea dal paradiso. »

60.

Astolpho il duca generoso e ardito,

Enteso ciò che ha il cavallier parlato,

Non mutato di cor, non sbigotito                                 475

D'animo, disse: « Il ciel t'ha qui mandato

A ciò che tu mi mostri il camin trito

Et sia da me quel ladro castigato ;

Secondo l'opra sua, secondo il merto

Del tutto purgarollo, te ne acerto.                                480

61.

Ma tu da quel viltà sei tanto offeso

Che mostri pur buona presentia in l'arme

A non haver il tuo fratel diffeso.

Pur, poichè non l'hai fato, là menarme

Non ti ri[n]cresca, che da me fia preso                        485

Quel fellon, se tu il luogo v[u]oi mostrarme.

I' ti farò veder cosa che mai

Con gli ochi forsi ancor vista non hai. »

[F. 44 ro]
62.

Al duca disse il cavallier errante:

« Tu debbi haver qualche peccato antico,                   490

Tu non hai visto in faccia anco il gigante

Nè debbi di vittorie esser amico,

O non ha' enteso nominar Gorante,

Nè sai la forza del suo braccio oblico

A qualunque egli mira fiso in faccia,                           495

Intorno al cor il sangue se le sghiaccia.

63.

Se tu fusti colui che già il quartiero

Tolse ad Almonte o quel che di Mambrino

Porta il degno elmo, lo tuo cor altiero

Non suffriria mirar il Saracino  500

In faccia, non tremase di legiero,

Come al vento un virgulto tenerino:

Di lui visto non fu più altiero unquanco

Che fa mirando altru' il cor venir manco. »

64.

Il duca Astolpho a lui: « Hora conosco               505

Che sei nudrito di damme et cognigli ;

Se l'intelletto al tutto non ho losco,

A me non si convengon toi consigli.

Ben forsi il tuo veder è tanto fosco

Ch' al ver giuditio punto non ti apigli.                       510

Rinaldo stimo poco et meno Orlando

Fìnchè non manca la mia lancia e il brando.

65.

Mi son trovato in ver con ambi loro,

Lor ambi ad una et io ad un altra parte;

Solo sudar gli ho fatti ove l'aloro                                  515

Si pon per gloria alli scrittor di carte.

Se quivi fusser ambi dui coloro,

La sperientia ti farei con arte

Ch' oggi nel mondo non è cavalliero

Simile a me, se ben non ho il quartiero.                      520

66.

Ho già vinto Gradasso et il re Carlo

Con li soi palladini ho liberato

Di prigionia, che già volea menarlo

Seco in trionfo al carro incatenato ;

Nè mai altro il possette liberarlo,                                 525

Se non io sol, ch' in Francia era egli andato

Per haver il destrier ch' io cavalco hora;

Fu di Rinaldo et guadagnailo alhora.

[F. 44 vo]
67.

Sì che ensegnami il luogo et poi ti torna,

Se tu non vi[u]oi veder l'aspra contesa ;                      530

Ma, se brami veder persona adorna

Unqua di gloria per famosa impresa,

Tu meco restarai, che chi soggiorna

Attendendo virtù mai non le pesa,

Che benchè sia la sua radice amara,                            535

È dolce il frutto et cosa al mondo cara. »

68.

Aleramo rispose, che fu detto

Così quel cavallier, al sir Englese

Se, com' al dir, ne l'armi sì perfetto

Sarai, dubio non ho che le mie imprese                       540

Di certo havranno generoso effetto

Et vettoria otterrai di tai contese.

Però, se teco dovess'io morire,

Ad insegnarti il luogo i' vuo' venire.

69.

Benché mi duolga un cavallier sì degno               545

Debbia morir per man d'un ladron tale. »

Cui disse Astolfo dimostrando sdegno: 

So che di te più che di me ti cale,

Ma non guastar, ti priego, il mio dissegno,

Che so che tu vedrai un opra quale                             550

Forsi non speri di veder giamai.

Andian, se star non vuoi, tornar potrai.

70.

Non ti pensar ch' io cerchi per paura

In tal impresa la tua compagnia,

Perchè la lancia mia tanto è sicura,                             555

Tanto è sicura questa spada mia

Che d'altro aiuto che del mio non cura

Quella nè questa, et non ti fo bugia,

Che, s' io potessi andar giù ne l'inferno,

Cerbero ne trarei con onta et scherno. »                      560

71.

Et volto a una donzella, alla cui diede

Questi in governo l'armi, surridendo

Disse : « Dama gentil, per vostra fede

Arechatemi l'armi, ch'io comprendo

Ch'io venni quà sol di colui mercede                           565

Che 'l tutto regge, a ciò che 'l monstro orrendo

Per mia man pera et liberi lo regno

Vostro con la mia forza et col mio ingegno. »

[F. 45 ro]
72.

Venute l'armi, quelle il sir si veste

Con tanta ligiadria che dir nol posso.                          570

Le donne, che per pria parevan meste,

Hor liete stanno et da lor petti scosso

A speme et a baldanza. Astolpho un grosso

Non stima il mondo ch' ha destrier et lancia               575

De la qual non è par de' Indi alla Francia.

73.

Se vi ramenta ben, signor mio caro,

In la selva d'Ardenna il pro Rinaldo

Lasciai col mostro [con] pensiero amaro,

Da Parigi partito havendo caldo                                  580

Il petto di suspir et senza paro

Ardendo, et, benchè fusse in amor saldo,

Fu pur mutato il suo sfrenato amore

Al fonte del famoso incantatore.

74.

Baiardo era rimaso entro a Parigi;                      585

Hor perso ha Rabican stando in prigione ;

Astolfo, che d'Orlando li vestigi

Cerca, ha il caval del figliuol di Milone,

Che con Gradasso quietò i letigi

Ch' eran già nati sopra quel ronzone.                          590

Così lo cavalcava a tutto passo

Chi per quello havea vento il re Gradasso.

75.

Ma diverso dal Conte il camin tenne

Costui, però ch' Orlando per la Spagna

Andò verso il Cataio et questi venne                            595

Di Francia in l'Ungaria per l'Alemagna,

Passò il Danubbio e ad Alesandria senne

Andò senza firmarsi per campagna;

Lasciò la Thracia et Ponto et alla Thana

Giunse alfin nel bel regno di Sylvana.                         600

76.

Quella li diè il monil, come di sopra

Intendesti, signor, con molto amore,

Nè forsi mai più vista simil opra

Fu, o tanto egregia o di tanto valore.

Argia a Eriphyl el diè perch' ella scuopra                    605

L'ascoso suo consorte, o grande errore!

In man poi venne, et non so come dire,

Di questa che lo diede al nobil sire.

[F. 45 vo]
77.

Ha quel caval ch' ogni vil cavalliero

Per sua bontà sol rende coragioso;                               610

Ha la lancia ch' abatte ogni homo altiero,

Et chi la porta vien per lei famoso ;

Ha quel monil che fa ogni colpo fiero,

E chi il porta divien vittorioso

In ogni impresa fatta con ragione                                615

Contra ogni ferro e ogni incantagione.

78.

Fecelo già Volcano et servò il tempo

Nel qual effetto tale il ciel produce,

Bene ogni cosa fa chi la fa in tempo

Che 'l tempo è d'ogni cosa mastro et duce.                 620

Già Tydeo il tenne in gran prezzo gran tempo,

Onde fra i forti già fu spechio et luce.

Ma tornar mi conviene a dir d'Orlando

Ch' io lasciai con la strega suspirando.

79.

Se vi ricorda, dissivi ch' Alphegra                       625

Sotto il bel falso nom di Fontedoro

Era comparsa con la vela negra

Nel bel lito Affricano, et come fuoro

A ragionar il conte et essa, ch' egra

La mente haveva sol pel suo Medoro,                         630

Et con Orlando l'amicitia finge,

Et l'altrui caso per lo suo depinge.

80.

Et, mentre ad ascoltarla intento è il conte,

Camina il palischermo[3] et ei nol vede,

Ha tanto gli ochi agli ochi et alla fronte                      635

Costu' di lei ch' ogn' altra cosa cede,

Et di lei guata sì le beltà conte

Che più quelle di Angelica non crede.

Le navi, che di fronde erano nate,

Non vede ei più ch' in fronde son tornate.                   640

81.

O grande forza delli incantamenti!

Un huon sì saggio, un huon si valoroso,

Tu, di consigli privi et d'argumenti

Et di fortezza un almo coraggioso!

Muovonsi in mar a furia quatro venti                         645

Che 'l chiaro cielo rendon tenebroso

Et del mar alzan sì le turbate onde

Ch' ambo del palischermo empion le sponde.

[F. 46 ro]
82.

Da un grave sonno quasi risvegliato

Parendo Orlando si rivolge al lito,                               650

Ma già da quello è tanto lontanato

Che della terra non discerne il sito.

El vechio Egeo muggiar tutto turbato

Con roca voce fu dal sir odito,

Nè può negar con le sue forze pronte                          655

Ch' ora timor non habia il fiero conte.

83.

Et, rivolto a colei che quinci el trasse,

Turbato in faccia et bieca guardatura

Facendo, disse con parole basse:

« Dama, che di tua vita non hai cura,                         660

L'armata ove è? dove tua nave stasse ?

Quivi come possian vita sicura

Haver? » Mentre ciò dice, il mar se inalza

Et quinci et quindi il picciol legno isbalza.

84.

Chiama sant' Herme, invoca san Dionigi          665

Il conte et tien la guancia laghrimosa ;

Hor si augura le porte di Parigi

Et tutta via la faccia ha rugiadosa.

La mala donna, amica di letigi,

Di lui si ride et lieta si riposa.     670

S'adira il conte et scagliasele adosso

Per pestarle la carne et franger l'osso.

85.

Poi si ritien quel animo gentile

Da quel pensier, da quella frenesia,

Dicendo in se : « Gli è cosa troppo vile                        675

Cometter tal error, far tal follia;

Bruttar le mani in sangue feminile

Vi[e]n da viltade, vien da scortesia.

Ma lascian loro et torniamo a Rinaldo

Che di crudel disdegno il petto ha caldo.                    680

86.

Che, poich' egli hebbe occisa la chimiera,

Intrò in la selva inhospita et men colta,

Essendo giunto il giorno a l'atra sera

Cui già sua luce il sol havea ritolta ;

Et, perchè il destrier anche truovar spera,                   685

Dove sente un rumore, il sir si volta,

Et, rivoltato, vede un gran leon[e]

Diffendersi a fatica da un griffone.

[F. 46 vo]
87.

Là se tirando il paladino mira

Tenendo ancor la spada in man sanguigna,               690

Et d'intorno al leone il griffon gira,

E quel si volge et i denti digrigna

Et talhor con la zampa a l'angel tira

Per pettinarlo a guisa di matrigna,

Ch' ora si lieva a vuolo un gran pezzo alto                 695

Et hor calando in giù fa nuovo asalto.

88.

Quando atteso hebbe un pezzo il sir Rinaldo

Delle due bestie ardite il lungo schermo,

Havendo il petto d' ira et sdegno caldo

Nè possendo per rabia star più fermo                         700

Da quelle fiere Rabican di saldo

Occiso esser pensossi, come infermo

Che per acuta febre è infrenesito,

Vuol che sia il grifo pria da lui punito.

89.

Et pensa, poichè quello haverà morto,                 705

Occider con sua mano ancho il leone.

Onde si mette in su l'aviso accorto

Che s'alzi prima et poi cali il griffone;

E vendicar il bon destrier a torto

O0 che sia, o che non sia pur di ragione,                     710

Nel cor per quel cavallo ha tanto sdegno

Che l' ira sua non truova alcun ritegno.

90.

Et nel calar che fa il griffone a terra

Vibra la spada il generoso sire,

E in mezzo il petto con furror l'afferra                        715

In modo che non può più al ciel salire

Che 'l gozzo passa et l'animal atterra,

Nè coi gran vanni le giovò il schermire.

El leon, che si vedde da quel sciolto,

Subito al cavallier si fu rivolto,  720

91.

O per ringratiarlo, ancora o forse

Per meraviglia, o pur sdegno et ira

Che 'l cavallier non chiesto lo soccorse.

Onde Rinaldo a quel tanto s'adira

Che con la spada furibonda torse                                725

Verso il leone et sovra el capo tira

D'un gran fendente a quel veloce et ratto,

Ma per la furia colseli di piatto.

[F. 47 ro]
92.

Pur fu il colpo si crudo et sì scortese

Che venne da l'altiero et forte braccio,                        730

Che come morto in terra si distese

Il misero leone, et fuor d' impaccio

Il sir di Montalbano esser si crese

Di queste bestie uscito. Hor di lui taccio

Però ch' Astolpho vuol dichi di lui                               735

Nè più lo lasci per seguir altrui.

93.

Io l'haveva lasciato nel giardino

Armarsi et col monil che quella fata

Dato gli haveva a ciò di suo dimino

Egli scacciasse la bestia incantata.                              740

Armato che fu il vago palladino,

Salse al destrier et fe una maneggiata

Con quel cavallo ch' era unico al mondo,

Se si può dir, et dal ciel al profondo.

94.

Ad Astolpho Aleramo tai parole                         745

Disse: « O signor, andian fin alla fonte.

Ti condurò pria che tramonti il sole,

Et, se vedrai Gorante nella fronte,

So che ti scordaran le ciancie et fole

Et l'elmo di Mambrino et quel d'Almonte,                750

Nè ti trarà di mano di Gorante

S'anco in te fusse il spirto d'Agolante. »

95.

Cosi dicendo Aleramo fu mosso

Inanzi et lui seguiva il duca Astolpho,

Qual in la faccia diventò più rosso                             755

Che non fu mai cotal di fuoco un golfo

Per ira a che parlando l'ha commos[s]o.

Colui, che è acceso più che d'Etna il zolfo,

Se le invia dietro, cui così Aleramo

Diceva laghrimoso in vista et gramo:                        760

96.

« Signor, quel huom crudel una cappanna

Ha fatta presso al fonte fresco et chiaro,

Ove ciascun che quindi ariva inganna

Col dar ricetto et col dormir amaro.

Un letto ha di dua braccia et d'una spanna                765

El traditor (o caso crudo et raro!),

Stende in sul letto della trista stanza

Et taglia tutto quel che fuori avanza ;

[F.47 vo]
97.

Et, se per sorte alcun fusse più corto

Del letticiuol, li lega il capo a un legno,                       770

Pei piedi il tira fin tanto che morto.

Vi resti poi o che pur gionghi al segno ;

Et se uno fusse in su quel letto sorto

Lungo quanto esser basta a tal disegno,

Sel trangugia il gigante così vivo,                                775

Tal ch' ivi alcun non è di morte privo. »

98.

Stava amirato il gentil duca Englese

Di tanta crudeltà d'un corpo humano,

Et cavalcando il petto se le accese

Contra il gigante d'animo inhumano,                         780

Ala desioso in queste crude imprese

Seco ratto trovarsi a mano a mano

Priega il compagno che cavalchi in fretta

Nanzi che 'l sol ne l'Occean si metta.

99.

Era il gigante, quando i cavallieri                       785

Giunsero, dentro la crudel cappanna

Forsi a dormir o, pur, sovra pensieri

Di riempersi la bramosa canna ;

Or, giunti donque i nobili guerrieri,

Astolfo il corno suo sonar si affanna.                          790

Gorante quello enteso uscì di fuore

Con gli ochi accesi di superbo orrore.

100.

         Aleramo a mirar lontan si pose

Per veder quanto Astolfo sa d'ischermo,

Et se alle sue parole borïose                                         795

Egli ha l'almo conforme, sano o infermo.

Stava egli adonque infra più querce ombrose

Col cor tremolo sì, ma l'ochio ha fermo,

Sopra un poggetto onde veder poteva

Chiaro ciò che ciascun di lor faceva.                          800

101.

Et vidde ch' a l'uscir che fe Gorante

Astolfo con la lancia, un sovramano

Le diè nel petto, et il colpo arogante

A dietro roversò sopra del piano

Quel crudo alpestro et rigido gigante                        805

Fra tutti gli altri in apparenza strano,

Et ch' Astolpho alla gola del latrone

Tenea la lancia et le dicea : « Poltrone ».

[F. 48 ro]
102.

Et poi udì che 'l duca ad alta voce

Minacciava il gigante d'impiccarlo                             810

S' indi a partirsi non era veloce

O che volea di subito scannarlo.

Il gigante, che mira il sir atroce,

Prega ir lo lasci et non voglia amazzarlo,

Cui disse Astolfo : « Sì con questo patto                      815

Che tu ti parta, o gran ladron di fatto,

103.

Et voglio che tu vada nel Ponente,

Et, se tu mel prometti, me l'osservi,

Se non, ti farò far morte dolente

Sol per la man dei miei più tristi servi,                        820

Che me nel sangue tuo bruttar mia mente

Non lo comporta et men vuo' che mi servi.

El gigante promette et giura andare

Se 'l duca gliel comanda in mezzo il mare.

104.

Tanta ha paura della forte lancia                        825

Ch' Astolfo le tien ferma in su la gola,

Vedendo che 'l guerrier non fa da ciancia,

Grave timor l'ardir superbo invola.

Vuole costui mandar questi in la Francia

Aciò ch' Orlando con sua forza sola                            830

Un dì l'uccida, onde egli al duca cede

Et di partirsi al fin le dà la fede.

105.

Non sa ch' in quella lancia è virtù tale

Et non nel cavallier, però si rende

A lui con patto dirsene con quale                                 835

Maggior prestezza il palladino intende,

Et giura per quel sol ch' ogni mortale

Col suo lume et splendor vivace rende,

Di non posarsi mai in tutta la via

Fin ch' in Ponente giunto egli non sia.                         840

106.

Con questo modo il duca Astolfo quello

Ladron levò del regno di Sylvana,

Onde ei giunse in Ardenna et fe l'hostello

Che dissi già della torre profana

Ove Orlando e Rinaldo e il damigello                         845

Spagnuol vi capitar con mente insana,

Et con l'anello che pria fu di Gigi

Fur liberati et non da Malagigi.

[F. 48 vo]
107.

Et perch' in quella selva aspra ventura

Truovorno i cavallier [c]ercando della                         850

Regina ingrata fuor d'ogni misura,

Ad Amor, a natura, al ciel ribella,

Speser più giorni indarno et per sciagura

Hor questa region cercando, hor quella,

Et pensando lontan indi scostarsi                                 855

Fur stretti in quella selva ritruovarsi ;

108.

Però che Malagigi ivi da presso

Intertenea Rinaldo e il conte Orlando,

Perché egli havea saputo et chiaro espresso

Che ne venia Gradasso dal cui brando                        860

Esser dovea re Carlo al tutto opresso,

Onde venia sua arte dispensando

In questo modo, benchè nulla valse,

Perchè di Carlo ai cavallier non calse.

109.

Non era ito prigione il gentil mago,                     865

Perch' i demoni Angelica gabbaro,

A quai seppe egli simular l'imago

sì che nol conoscendo lo lasciaro;

Et tornato in Guascogna tutto vago

Al suo comando li dimon tornaro,                               870

Et, al petrone di Merlin tornato,

Truovò il libro da Angelica lasciato[4].

110.

Angelica il lasciò quando partisse

Con l'Argalia ch' ivi lasciò la lancia

Che tolse Astolfo poi; per quella ardisse                      875

Tanto costui con la superba lancia,

Pur prigion stette, come l'autor scrisse

Di lui come degli altri sir di Francia

Li gesti tutti, et prigion stette tanto

Che di vincer Gradasso portò il vanto.                        880

111.

Astolfo havendo poi, come v' ho detto,

Superato Gradasso et liberato

Re Carlo et Francia, lasciò il suo distretto,

Ch' era Orlando truovar deliberato.

Giunse in l'Egitto alfin. Questo è l'effetto                    885

Onde Gorante il ladro hebbe scacciato

In la selva d'Ardenna, ove ancor era

Rinaldo, Orlando et Angelica altiera.

[F.49 ro]
112.

Stupì Aleramo quando oltra sua fede

Vide el duca gentil tanto galiardo                                890

Et, bench' a pena alli [ochi] stessi il crede,

Disseli: « O signor mio, quanto più guardo,

Debitamente a te Rinaldo cede,

Debitamente Orlando t' ha riguardo,

Però che tu del mondo in ogni parte                            895

Somigli, anzi sei, credo, il Dio Marte.

113.

         Ma, poichè l' hora è tarda et già nel mare

Vedesi Apol tuffar i bei crin d'oro,

Parmi, signor, dobiamo ritornare

A la fata gentil et del lavoro                                         900

Tuo degno a lei chiara notitia dare,

Ch' io so che n'haverai degno ristoro. »

Cui disse il duca : « La fata gentile

Me ha ristorato, » et le mostrò il monile.

114.

Poi disse: « I' non mi parto sodisfatto,                905

S'io non abrugio la cappanna e il letto

Nel qual el traditor n'a più disfatto,

Se vero è quel che tu narrando hai detto. »

Et così smonta de l' arcion disfatto,

Che già partito s'era il maladetto                                 910

Nè lontano era mezzo miglio al fuoco

Che volto al crepitar vidde il gran fuoco.

115.

Et vidde Astolfo in la cappanna entrato

El letto fatto per l'altrui tormento

Et teste ancor sanguigne hebbe trovato                      915

E d'un romito certo vestimento.

Aleramo cercando in altro lato

Del frate il capo vidde, onde lamento

Sì grande fenne che a pietà comosse

Il duca che da lei mai non se mosse.                            920

116.

Sepeliron le teste et fuoco derno

Alla cappanna et ripreser camino

Verso Sylvana, il maximo et eterno

Dio ringratiando. Il degno palladino

El compagno conforta ch' al superno                          925

Redentor creda, perchè Saracino

A l'habito pareva, onde ei Christiano

Si confesò et di patria Alemano.

[F. 49 vo]
117.

Così arsa la cappanna et discacciato

Il gigante ladron, con lieta fronte                                 930

Fu col compagno Astolfo ritornato

Ove hor lo lascio ritornando al conte,

Ch'ancor dubbioso dentr' al mar turbato

Si truova et verso el ciel con le man gionte

Suplica aiuto, et pur sel porta il legno                         935

Fra l'onde piene d'impeto et di sdegno.

 

118.

         Et un turbine vien pien di furrore

Che tutto il palischermo sotto l'acque

Cuopre. Se 'l conte hor ha pena nel core,

S'alta paura nel suo petto nacque,                               940

Giudicalo hora tu, saggio lettore,

Che per mezza hora come morto giacque

Et sotto l'onde per lo mar andava

El battel che la strega lo guidava.

119.

In se tornato lo signor di Brava                           945

Si vede come un pesce in el mar cupo

Et d'Alessandro alhor si ricordava

Del drago nato, se fu vero il strupo,

Che col vetro nel' onde si calava:

Essendo della terra avido lupo,                                   950

Desiava soggiogar ne l' onde il pesce,

Ma il desio humano sempre non riesce.

120.

Rivolta il conte alla maligna strega

La schiena sol per non vederla in faccia,

Perch' a pietà di lui mai non si piega                           955

Nè ridurlo alla ripa ancor procaccia,

Anzi ogni gratia, ogni favor le piega

Et di farlo perir quasi minaccia;

Ma egli guata nel fondo et chiaro vede

Quel pesce ch' indi parte et quel che riede.                 960

121.

La spinosa murena trascorre

Ch'or questo pesce et hor quel altro prende,

L'anguilla spesso quinci e il lupo corre

Che questa il fragolin, quel altro attende

La scialpa e il tordo; il tonno vi concorre                     965

Che l'uno et l'altro poi di quegli offende;

Li squadri, l'ampie sagge vede e i rombi,

Li cani, i polpi et li pesci palombi.

[F. 50 ro]
122.

Le sepie, i cantalupi, l'aligoste,

L'ostrache sorde, cannole et telline                               970

Van boccheggiando con le dure croste

Et fanno pur ma deboli rapine.

Gambari granci andar vede in più poste

Solcando il mar come le crude Erine

Et vede giù nel mar fra i pesci guerra                          975

Qual fanno fere et homini su in terra.

123.

Vedevi il magior pesce che 'l minore

S'ingoa ne l'acque come il lupo in selva

La pargoletta dama senza core,

O come la maggior la minor belva,                             980

O come fa il tyranno col furore

El suddito meschino che s'inselva

Spesso fugendo, ove poi muor di fame

Et col suo satia altrui le voglie brame.

124.

Ah Italia ingorda de l' altrui fatica,                     985

In te si nudre il perfido tyranno

Coll' altrui sangue! O età beata antica

Che ti vivevi in pace senza affanno,

Sol di virtù, sol d'honestade amica,

Nè teneva fra i tuoi superbia il scanno,                       990

Nè te Avaritia dominar poteva,

Però lieto et contento ognun viveva!

125.

Deh, vedi un poco il regno delli Insubri

Et come sta la misera Liguria

Che del suo cigno i pianti ancor lugubri                      995

Manda fin alle foci dell' Etruria;

Poi guarda Roma con li soi delubri

Come hora jace et quanto è sua penuria

Degli huomini ch' amor la libertade

Della lor patria, della lor cittade.                                  1000

126.

Tu non vedrai più il Cocle, Curtio, Attilio.

Il Torquato, Camillo, il bon Marcello,

Mutio, Fabritio povero, Manilio

O Flaminio o il Cursor o il villanello,

Ma Scipio truovarai posto a l'esilio                              1005

Come se fusse alla patria ribello,

Et con Sardanapalo et Cathilina

Tornato è Crasso in ultima ruina.

[F. 50 vo]
127.

Vedi i Rutili, i Volschi, li Latini,

Li Marsi, li Picenti, il mio paese,                                  1010

Ch' al vincitor fu termini et confini

Che ritornò da bellicose imprese ;

Mira et Ravenna con li soi vicini

Ove vedrai le genti Ferrarese

Ingrassarsi nel sangue Ravennate                                1015

Senza mostrarle segno di pietate.

128.

Vedi san Leo col Montefeltro, tutto

Il smantellato Urbino; ah, fier leone,

Questo è il soave et delettevol frutto

Già meritato per lunga stagione                                  1020

Da chi nel tempo del tuo acerbo lutto

Te acarezzò nella sua regione 1

Questo è quanto tu de' a l' alber di Giove

Che al ciel ti fe salir, non per tue pruove 1

129.

O Italia, il regno che al dassezzo perse               1025

Il re Aragonia stirpe, non ti dico

S'unita fusti, i militi di Xerse

Con quei di Dario, ancor chè tuo inimico

Il mondo havessi, non potria tenerse

Contra di te, o s'havesti il ciel amico ;                          1030

Ma haver nol puoi perchè persa hai la fede

Che ti facea del sommo Giove herede.

130.

Lupi son fatti li pastori tuoi,

Li principi tyranni oltra misura,

Dalli toi mari in sin ai liti Eoi     1035

Gente peggior su la terra non dura,

Nè amor nè fede regna infra gli heroi,

Nè delle pecorelle ha il pastor cura,

Nè può mia penna scriver senza pianto,

Onde fin faccio a questo quarto canto.                        1040

Ferdinand CASTETS.

Note

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[1] poccia, poppa, seno (la maga Fontedoro, alias Alfegra, aveva avuto due figli con un inumano satiro montagnino Orilo, che aveva dotato di capigliatura fatata, e Gorante di un pelo sul seno sinistro, per cui non poteva essere ucciso da folgore del cielo o da ferro sulla terra)

[2] arotte, parola sconosciuta, con significato presunto "avventurarsi" ricavato in modo logico.

[3] palischermo, piccola barca, scialuppa

[4] L'auteur contredit ici le récit de Boiardo.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011