Pietro Aretino

Orlandino

*  Edizione elettronica di riferimento

Banca Dati "Nuovo Rinascimento"

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  immesso in rete il 13 ottobre 1995 a cura di Danilo Romei

* Edizione cartacea di riferimento

Il testo è tratto dal secondo volume dell'Edizione Nazionale delle Opere di Pietro Aretino (PIETRO ARETINO, Poemi cavallereschi, a cura di DANILO ROMEI, Roma, Salerno Editrice, 1995), al quale si rinvia per tutte le indicazioni di carattere ecdotico.

LI DUI PRIMI CANTI

DI ORLANDINO

DEL DIVINO MESSER PIETRO ARETINO

[CANTO PRIMO]

1

Le eroiche pazzie, li eroichi umori,

le traditore imprese, il ladro vanto,

le menzogne de l'armi e de gli amori,

di che il mondo coglion si innebria tanto,

i plebei gesti e i bestiali onori

de' tempi antichi ad alta voce canto,

canto di Carlo e d'ogni paladino

le gran coglionarie di cremesino.

2

Sta' cheto, ser Turpin, prete poltrone,

mentre squinterno il vangelo alla gente;

taci, di grazia, istorico ciarlone,

ch'ogni cronica tua bugiarda mente.

Mercé vostra, pedante cicalone,

ciascun poeta e ciaratan valente

dice tante menzogne in stil altiero

che di aprir bocca si vergogna il vero.

3

Per colpa tua, cronichista ignorante,

nulla tenensis, vescovo Turpino,

drieto carotte ci caccia il Morgante

et il Boiardo <e 'l> Furioso divino;

per le ciacchere tue e fole tante

fa dir Marfisa al gran Pietro Aretino,

vangelista e profeta, [e] tal bugia

che un monsignor se ne vergognaria.

4

Fu Morgante un cotal manigoldone

che s'arìa trangugliato vita eterna;

fu Ruggiero un bellissimo garzone,

ma di Agramante e di Carlo pincerna;

Gradasso e Mandricardo uno stallone

che non uscìano mai della taverna;

Rinaldo un uom bestial senza cervello,

masnadiero di bettole e bordello.

5

Sapete voi chi fur, signor mei cari,

Ferraù, Sacripante et Agricani?

Tre ignudi mascalzon senza dinari

e tre erranti e valenti ruffiani;

fur marioli invitissimi e chiari,

quali volean Angelica in le mani

per prestarla a vettura e giocar poi

gli avanzi che facean de' fatti suoi.

6

Rodamonte, fantastico animale,

fu un berton di donna Doralice,

da cui comprò Mandricardo bestiale

la sopradetta e diva meretrice;

e né fu Orlando al suo cugin rivale

ne l'omnia vincit, come Turpin dice:

fu ben ver che 'l cavò del senno fuore

un natural e fantastico umore.

7

Fu Carlo Magno un bel cacca-pensieri

e parean civetti e fottiventi

Avino, Avolio, Ottone e Berlingieri;

Astolfo il vitupèr de' suoi parenti

et era un scempio il marchese Ulivieri

e il Danese il fachino delle genti

e Gano un trufatel, Namo un castrone

et una peccoraccia Salamone.

8

Di Angelica, Marfisa e Bradamante,

di Fiordeligi, di Morgana e Alcina

non vo' cantar, che chi non è ignorante

la vita loro amorosa e' indivina;

io l'assimiglio a la putana errante

Antea, Origilla e Fallerina;

l'Ancroia errante anche essa era putana

e Gabrina di tutte la ruffiana.

9

Questo è la verità! Non dice fola,

come ser Pulci, il Conte e l'Ariosto,

il mio sol Aretin, che pel ciel vola

con quel lume che 'l sol da mezzo agosto;

e Turpin se ne mente per la gola,

e ve lo voglio far veder tantosto.

State dunque ad udir, o spensierati,

i ladri gesti de i guerrier pregiati.

10

Ma a chi farò io la invocazione

prima ch'io metta i palladini in ballo?

Cupido è un furfantin, Marte un poltrone,

uno asinaccio il pegaseo cavallo;

pe' miei fatti le Muse non son buone,

che odio le donne, e tutto il mondo sallo;

se fusser buone robbe invocherei

Dante, il Petrarca e gli altri farisei.

11

A me potreste dire: invoca Apollo,

acciò t'infonda el suo favor divino.

Chi fa per me, signor, me' di voi sollo,

onde col cor contrito a capo chino

ti prego che mi pigli un poco in collo,

Apollo mio, Vicenzo Gambarino,

ch'io dirò cose tanto nove e belle

che porranno in stupor fino alle stelle.

12

Tu sei la musa mia, tu il mio Peg<so,

tu la mia stella, il mio sol, il mio dio,

tu il fonte, tu il monte di Parnaso,

la penna, l'inchiostro e lo stil mio.

Da l'Indo al Mauro, da l'orto a l'ocaso,

se mi presti favor, volerò io,

e de gire a man drita ancora spero

del Dottrinal, di Vergilio e di Omero.

13

Se mi dai, Vicenzo almo, un baso solo

almeno in capo della settimana,

a staffetta men[e] vo da polo a polo

e la Fama serà poi la mia alfana.

Coronami, pulcherrimo figliuolo,

di carcioffi, de urtica e di borana,

che, venendo da te cotali onori,

edere torneran, mirti et alori.

14

Ora col favor tuo, Gambarin divo,

di Iacinto più bello e di Narciso,

del miser Carlo imperador i' scrivo

la ladra istoria, compost'a improviso,

perché tu sappia, fanciul mio lascivo,

più presto te vorrei che 'l paradiso.

Carlo raccolse per pasqua rosata

l'alta dozzina della sua brigata.

15

Una dozzina de uomin Carlo ave[v]a

scielta fra tutte quante le s genti,

né sol che fusser bravi si credea,

ma orsi, draghi, lioni e serpenti,

et in costor più speranza tenea

che 'l mal di Iob in gl'impiasti, in li unguenti,

e li chiamava per voglia gioconda

[i] paladin della tavola ritonda.

16

Ora la pasqua è venuta a mestiere.

Alla mensa ciascun è comparito.

I paladin si lanciorno a sedere

come si lancia in chiesa uno fallito

e cominciorno a mangiare e <a> bere

con una sete e con uno appetito

che la Fame, il Degiun, la Carestia

con men voglia berebÐbbe e mangeria.

17

Venivan le vivande a son di piva,

di tamburi, di trombe e come s'usa;

e ogni volta che un piato arriva

saltela un pazzo a suon di cornamusa;

i paladin gridavon viva! viva!

poi senza cerimonia e senza scusa

chi grapava un fagian e chi un pavone,

a onta d'Apollino e di Macone.

18

Astolfo, avendo in l'ungie un capon lesso,

gli affisse adosso un furibondo sguardo,

 - Capon, - dicendo - o fussi tu quel desso,

fustù quel valent'uom di Mandricardo,

che in pezzi ti faria adesso adesso! -

E detto ciò, pien di animo gagliardo,

in dui bocconi con teribil possa

lo divorò con furia in carne e in ossa.

19

Rinaldo, invidia al suo cugino avendo,

visto un fagian a canto una pernice,

irato, orribelmente sorridendo,

disse: - Poniam la starna Doralice

in fagian Rodamonte, ch'ora intendo

provar che gli è una ladra meretrice

et egli è un poltroncion porco pagano,

e sosterrollo col coltello in mano. -

20

Non disse altro e nel petto il ferro immerse

a madamma pernice, alta e divina,

et al fagian dui colpi soli offerse,

che gli tagliò com'una gelatina.

In questo Orlando gli occhi guerci aperse

e fulminando verso una gallina

la estrema invitta man crucciosa stese

e tanta ne squarciò quanto ne prese.

21

Avino, Avoglio, Ottone e Berlinghieri

con gran ostinazion facìon gran guerra

d'intorno ad un grandissimo taglieri,

che in dui colpi lo buttar per terra.

Senza parole il marchese Olivieri

contro un coniglio, una lepre si serra

e cito cito, di lor carne sazio,

come un levrier ne fe' macello e strazio.

22

Il savio Namo, il saggio Salamone

con parlar basso arciprudentemente

facìan notomia de un buon pavone,

di sua virtù disputando col dente.

Il panciuto et agiato re Carlone

era svogliato e gli parea niente

mangiar, mangiando libre de fagiani,

un piatel di peducci <et> ortolani.

23

Mastro Danese ismisurato e grande,

sciocco coglion, disutile furfante,

facìa più guasto in tutte le vivande

che non fe' al Dormi Margute e Morgante:

par orso al mele e cingiale alle ghiande

e che carnoval faccia un ser pedante,

soldato a descrizion d'un ventott'anni,

che quanti ha denti tanti ha saccomanni.

24

Mentre il pasto era in gloria Astolfo invita

a ber[e] Rinaldo e brindisi! dicea,

et una tazza d'un bocal forbita

di Montalban el sir convien che bea,

e com'il vin va in volta, sbalordita

la tavola ritonda se volgea,

donde i bon paladin, briachi e matti,

pel capo s'aventar vivande e piatti.

25

Messer marchese Olivier borgognone

finge non riguardar veruno in volto

e mentre si riscaldan le persone,

in trarsi il brodo l'uno e l'altro acolto,

una <s>palla arrostita di montone

trasse a un tratto e contra Gan fu volto:

la carne gli aventò tra il capo <e> il collo

e tramortito da pachiar levollo.

26

Ma tosto in sé tornato, il conte Gano

el me' che può si strinse nelle spalle

e sopra il petto si pose la mano,

fra sé dicendo: “ Io non son Aniballe,

ma ne farò vendetta “; e dissel piano

e per questa cagione in Roncisvalle

condusse Orlando a morir con sua gente

e chi dice altro ne mente e stramente.

27

Ridea con Carlo tutti i paladini

di don Cano, che uscì del scanno fori,

et eran molli di più ragion vini,

ricamati a minestra et a savori;

i loro abiti d'oro e cremesini

paiono i panni dove i dipintori,

finiti ch'hanno questi quadri e quelli,

le mani si forbiscano e ' penelli.

28

Odorava la sala come odora

un gran tinel d'un monsignor francese

o come quel d'un cardinal ancora

quando Febo riscalda un bestial mese.

Finito il pacchio, si svagina fora

una giornea, ch'a farla un maestro atese

de gli anni trenta, in be' quadri distinti

dove i capricci umani eran dipinti.

29

Eravi grili, gatti, topi e piche,

priapi et anni, vulve larghe e strette,

tafani, zanzale, farfalle e formiche,

gli aloch', i barbagianni e le civette,

di mellon fiori, di zuche e d'ortiche,

fino a le calze da far le borsette;

eravi teste, braccia, pesci e ucelli,

vari sì come son vari i cervelli.

30

Chiunque senza proposito dicea

scomunicata onoranda bugia

de iure acquisteria quella giornea,

ch'averla indosso era una signoria

e tanto gloriosa si [se] tenea;

ch'un altro sfodri altra coglionaria

(o menzogna - tanto è) che la sua passi;

in altro modo la giornea non dassi.

31

Terigi, il paggio d'Orlando, avea cura

di recamarve quel che meglio frappa.

Apunto Astolfo, gentil creatura,

che a dir folate sé sbandendo scappa

e meglio sa contar una sciagura

che uno spagnol non sa portar la cappa,

cominciava ad intrar sul ciel del forno

quando ognun sente un crudel son di corno.

32

Goffi, perché sappiate, un almansore,

assai più che un fachin asin gagliardo,

de la Sabomia altissimo signore,

qual mul vizioso, altier com'un bastardo,

era quel che sonava a gran furore,

dal quinci al quindi nominato Cardo:

Cardo almansor si chiamava il pagano,

che porta per cimier Ettor troiano.

33

Dicea Cardo (son bestiale e orrendo):

 - S'alcun di voi ha cor, lena, polmone,

armisi e venga a trovarmi, ch'intendo

sostentargli che gli è più che poltrone! -

 - Paladin mie, - non miga sorridendo,

disse farnaticando el re Carlone,

 - nipote mio, i' mi ti raccomando;

armati presto e va' combatti, Orlando. -

34

Rispose allora il coragioso conte:

 - [Signor] Lassami andar pria a far un servigio,

poi m'armerò e manum proprie e sponte

mando colui che brava al fiume estigio. -

Carlo, che 'l vede sbianchegiato in fronte

e d'un color[e] che par fra il nero <e> il bigio,

disse: - A la vostra grazia, o sir d'Anglante!

Or va' tu, Astolfo, a trovar l'amostante. -

35

Rispose il milites glorioso Astolfo:

 - Sacra Corona, e' mi dol sì la testa

ch'ho perso e<l> lume e paio un uom di zolfo

e non potrei tener la lancia in resta;

tamen per Carlo i' noterei nel golfo

del marum magno. - E con quella tempesta

ch'un bulo sol bravar, - Arme! arme! - grida,

e totum mundum minacciando sfida.

36

Venner l'arme a staffetta e il duca armato

cominciò per la sala passeggiando:

 - Pagan, poltron, furfante, disgraziato!

La morte tua è in punta de 'sto brando. -

E quello straniamente sfoderato,

mille ferite al vago vento dando,

dicea: - Rèndite a me, cochin pagano,

che Astolfo son, che fei cacar Martano. -

37

In tanto Cardo con rabioso suono

orribilmente dicea:  - Se indugiate

a comparire in campo ad un sol sono

adesso abbrucierò questa cittate.

Non gioverà a chiedermi perdono,

perché di voi arò quella pietate

che 'l gran Coglion Bartolameo avea

quando fuggir qualche poltron vedea. -

38

 - Io vengo, io scendo, a caval monto, aspetta! -

gridava d'Inghilterra il duca altiero

e con quella ruina e quella fretta

che trae del letto un infermo il cristero

scende le scal' e inanzi ch'el piè metta

inela staffa e il culo in <sul> destriero

ritorna in sala e dice piano e lento:

 - Vo' confessarmi e poi far testamento.

39

Vo' testamento far, vo' confessarmi,

prima ch'io arrischi la mia cara pelle.

Altro che ciance è lo mestier de l'armi:

rida chi vol, che son tutte novelle.  -

Udendo ciò Turpin disse: - Ben parmi

che ti discarchi di tue colpe felle. -

E confessollo in un tratto, e poi

montò a caval, settati i fatti suoi.

40

E come fu a caval, trottando un poco,

si ferma e pensa e seco dice: “ O duca,

andrai o no a por la carne a fuoco?

Sarà me' ch'io mi appiatti in qualche buca,

perché il condursi in campo è un certo gioco

che suol condure a elle ne nos induca.

Vo' prima ch'ognun dica "qui fuggì

Astolfo, uomo da ben", che "qui morì".

41

Glori', a tua posta! Morti che noi siamo,

può sonar mona Fama con la piva,

che in polvere di Cipri ci pos[s]iamo

con lauro, con mirto e con l'uliva,

e tanto de le lodi ci sentiamo

quanto de le vergogne Elena diva

o la Zaffetta, a ben che 'l sappia ognuno

del dato benemerito trentuno “.

42

Rinaldo in questo si scusa con Carlo

dicendo che a combatter anderia

se l'armi avessi (et obligo ha di farlo),

le quali sono in pegno a l'osteria.

Eccoti Cardo, del cui valor ciarlo,

che vede Astolfo che pian pian s'invia

per ascondersi in luoco ove sue lancia

non fori a lui la venerabil pancia:

43

 - Ahi, famoso poltrone! ahi, paladino!

ahi, guerrier de la tavola ritonda!

Con le spalle s'affronta il saracino?

Guardami in viso pria che ti nasconda! -

Come la furia de l'acqua un mulino

volge per forza o qual se 'l vento fronda,

tal la vergogna con superba voce

rifece Astolfo vilmente feroce.

44

Onde animo si fece col bravare,

come chi canta per timor di notte,

con dir: - Non fugo, ma givo a pisciare,

che con altr'uom ho de le lancie rotte.

Tu credi forse un vigliacco affrontare,

pagan, can traditor, squarta-ricotte!

Presto, giù scendi de la tua giraffa,

fammi un inchino e scortami la staffa;

45

se non, per l'elmo, idest la visiera,

ti piglierò, a onta di Macone,

e lancierotti con terribil ciera

dove tien la concubina E<n>dimione

e giù non tornerai fino a stasera,

stupir facendo il cielo e le persone

perché le mosche affamate a 'mproviso

t'aran pappato gli occhi, il naso e il viso.

46

Tal ferita vo' darti con la spada

ch'una vela di nave andrà per tasta.

Parrà ch'el mondo al dì giudicio cada

ne lo incontrar ch'io ti farò con l'asta,

con cui nel petto vo' farti una strada

che dirai: "Non di carne, son di pasta!".

Tu intendi: se sei savio smonta e scorta

la staffa e fa' con riverenza accorta. -

47

L'almansor, ch'ode quel bravar furioso,

somiglia un uom a cui rimira un cane,

il qual è brutto e ner, tutto piloso,

che abbaia e poi non morderebbe il pane

e pare in vista tutto dannoloso,

sta su l'empir le calze de ambracane;

cotal facea lo armorum dictum Cardo

al bravar magno del guerier dal pardo.

48

Al fin: - Prendi del campo, - disse - che io

ti stimo pazzo, buffone, ignorante. -

“ Misericordia! mamma e babbo mio! “

diceva alor ser Astolfo galante

“ Se a questa scampo faccio voto a Dio

gir al Sepulcro, pellegrino errante,

a Loreto, a Galizia, al giubileo.

Pagan, maran, saracino e giudeo! “

49

Così dicendo il suo caval leggiero

col cor tremante el me' che pote esprona,

la lancia arresta e vuol parer pur fiero.

Astolfo mio, Dio ce la mandi buona!

Ecco il re Cardo che ha mosso il destriero,

che 'l paladin vuol trovar in persona,

e lo trovò nel scudo e sì lo pose

a far la ninfa fra viole e rose.

50

Come l'inglese, specchio di prudenza,

trovòsi in su l'erbette a gambe alzate,

gridò: - Magnificenza, Onnipotenza,

Serenità, Maiestà e Potestate,

Reverendissimo, Illustre et Eccelenza,

Viro, Domenedio e San<t>itate,

non por le mani al stocco, ch'io me arendo. -

Ma al canto sono e me vobis comendo.

CANTO SECONDO

1

Voglia proprio mi vien di disperarmi,

andar ne' frati o doventar romita,

sì, perché Marte lascia portar le armi

de arcipoltron a la turba infinita,

che a sentir solamente dir armi! armi!

cercon fuggir lor manigolda vita

ne' cacatoi, ne' fossi, ne le grotte:

di dì, pensate ciò che fan di notte.

2

Molti soldati, cavallier e fanti,

che portan pica, lancia et archibuso,

che hanno men cor che riverenz' a i santi

il luterano, eretico e tristo uso,

mentre a tavola stanno, - Avanti! avanti! -

gridon bevendo, il cul levando suso,

e poi che ad arme dà tromba o tamburo

affrontano i nimici doppo un muro.

3

E ch'io non parli per dir male o fola,

del mio dir testimonio Astolfo sia;

ma non è questo quel che mi sconsola,

che ad altro luoco vien la robba mia;

io dirò pure una mala parola:

può far Domenedio che tuttavia

ogni principe elegga a' sommi onori

i più poltroni, i più goff', i peggiori?

4

Vedete Carlo, ch'ha scielti in dozzina

certi squassa-penacchi, squarta-poggi

a tavola e in bordello e in cucina,

e pare <aúllui> che ognun col brando sfoggi;

vol destrugger la setta saracina

con dodici sbisai, che se al dì de oggi

andassero or a questo or a quel soldo

non ci è uom che li desse caposoldo.

5

Forse che i laurati alti poeti

non stillano il cervel co i paladini

mettendoli su in ciel sopra i pianeti

e facendoli dei, non che divini?

State, di grazia, trium virium, cheti,

Boiardi, Ariosti <et> Aretini,

che Astolfo valent'uom pietà domanda,

in ginochion a Cardo se accomanda.

6

 - Chi sei tu? - disse Cardo. - Astolfo sono,

arma virum qui cano, in terra a piei,

bontà de un mio caval non troppo bono

e de un error che con la lancia fei.

Non cavar fuor la spada, che perdono,

signor, ti chiedo: miserere mei! -

Rise Cardo di Astolfo e disse: - Parmi

che torni al signor tuo pedon senza armi. -

IL FINE

 

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Ultimo aggiornamento: 03 settembre 2011