Pietro Aretino

Rime d'encomio

* Edizione di riferimento

Edizione nazionale delle opere di Pietro Aretino, a cura di Giovanni Aquilecchia e  Angelo Romano, Salerno editrice, Roma, 1992.

* Edizione elettronica di riferimento

http://www.bibliotecaitaliana.it

 

Indice

Laude di Clemente VII maximus optimus pontifex composizione del divino poeta messer Pietro Aretino

Esortazione de la pace tra l'imperadore e il re di Francia.

Canzone di messer Pietro Aretino in laude del datario

Canzona alla Vergine Madre

* [Dedica]

* Alla Vergine

A lo imperadore ne la morte del Duca d'Urbino

* Al signior don Lope Soria illustre essempio di providenza

* [poesia]

Capitoli del s. Pietro Aretino

* 1 - Allo Albicante

* 2 - Al Duca di Fiorenza

* 3 - Al Prencipe di Salerno

* 4 - Al Re di Francia

Il capitolo e il sonetto in laude de lo Imperadore

* Al veramente giusto e magnanimo Duca d'Urbino

* 1 - Il capitolo

* Sonetto del medesimo in gloria di Cesare

Capitolo in laude del magnanimo s. Duca d'Urbino

* Al signor Ranieri dei MArchesi Dal Monte

* Ternale

* 1 - Laude de la Signora Vittoria

* 2 - Nel ritratto del Duca d'Urbino

Ternali in gloria di Giulio Terzo pontifice, e della maestà de la Reina cristianissima

* Al divin Pietro Aretino

* Al nostro Signore

* 1 - Rime in versi

* Al cristianissimo Sire

* 2 - Ternali in gloria de la Reina di Francia

LAUDE  DI  CLEMENTE  VII

MAXIMUS OPTIMUS PONTIFEX

COMPOSIZIONE DEL DIVINO POETA MESSER PIETRO ARETINO

Or queste sì che saran lodi: queste

lodi chiare saranno, e sole e vere,

a punto come il vero e come il sole.

Ma crede forse alcun ch'io le maniere

vogli exaltar d'accorte donne oneste,

o il bel degli ochi, o 'l suon de le parole?

Io dico de le laudi eterne e sole

del terren nostro Idio, il qual doi volte

pria se vestì che vestissi il gran manto.

Et è 'l merito suo tale e cotanto

ch'io mi credo che Pier fiate molte

su in Ciel con voci sciolte

dica, per ch'egli è optimo costui,

ch'in terra essendo vorrebb'esser lui.

Né miracol che Pietro dica in Cielo

volere esser CLEMENTE essendo in terra,

per c'ha la somma d'ogni sua vertute,

e sa ch'egli fa sempre e mai non erra,

e quel ch'è sempre fu, et ha buon zelo.

Sue opre un fine ha sempre conosciute,

e però per la publica salute,

e per salvar nostra religione,

per tòr nimici, e dar i amici a Dio

eletto stato è, ei ch'è giusto e pio

fra 'l numer degno dell'altre persone

a regger tre Corone,

doi chiavi, e un manto de sì grave pondo,

sotto del qual debil sostegno è 'l mondo.

Potere aprire e riserrar lassuso

a gli omeri mortali è sì gran soma,

ch'alzar non la poté sesto Adriano.

Ma il tuo omnipotente impero, o Roma,

e la cura di noi ch'egli ha quaggiuso,

gli è leggier carco ognor presso e lontano.

Mentre il gran peso tien con l'una mano,

spiegar pote con l'altra in l'Oriente

l'alma insegna di Cristo valorosa:

per ch'ei sa 'l tutto, e sol vede ogni cosa,

e 'l cor legge in la fronte a ogni gente.

Né potea veramente,

per far viver sua sposa in lieto onore,

farsi Cristo un vicario oggi migliore.

Bench'è gran tempo che Dio ebbe impresso,

e riserbato in la divina idea,

per farlo redemptor del secol grave,

né Italia minor medico or volea

per le sue piaghe, né Pier volse adesso

meno experto Nocchier per la sua nave.

E vole Idio, poi ch'el suo titolo have,

ch'oggi l'aspre ferite saldi a quella,

e doman doni a questo un porto eterno,

et ei che i dì vedrà nel gran governo

ch'avisti, un sol ciglio l'empia e fella

turba del Ciel ribella

frenerà sempre, e fia sempre stupendo

angeo a i buoni, a i rei giusto e tremendo.

E che sia 'l ver, che solamente il cenno

gli basti a vincer l'onorate imprese,

Alfonso il sa, tant'altri erranti il sanno;

che subito ch'el ver fece palese

il grado suo, allor mal grado il senno

con freddo ardir gli dimostrò il suo danno.

Quel Luter che peggiora d'anno in anno

se smarrì, quel che Cesar puote e deve

stirpar facendo alto servigio a Chiesa;

e il Sultam, che dianzi 'l magno acquisto

(al fratel di Iesù sì esilio greve),

non prosume più leve

prender l'Europa, anzi disegna i modi

per salvar se non pur Belgrado o Rodi.

Ma chi sta in forse ch'el favor di sopra

nel maximo Pastor tutto non piova,

o ch'amico de Ddio non sia 'l più grato,

mille argomenti stanno al dubbio a prova.

I quai non poter mai romper quell'opra

per cui 'l divino è al Ciel collegio alzato;

quel che tante a Milan fatiche ha dato,

gallico orrore, e i tre corsi a gran fretta,

e quel ch'uscì del giusto carcer tetro,

ch'egli non fusse successor di Pietro,

né de i vent'un la congiurata setta,

non poter far ch'eletta

era sua altezza alla terrestre cura,

de·Ddio fameliare e creatura.

Dunque credesi pur, poi ch'egli è tale,

ch'egli abbia a partorir qualch'util fine,

ch'empirà di stupor più d'una etade.

Ma se le grazie sue nuove e divine,

e l'aùta dal Ciel dote immortale,

quel saper, quel veder, quella bontade,

tanta severità, tanta pietade,

e le vertuti a 'l gentil sangue unite,

se la relegion, l'intera fede,

omai non han locata la sua sede

im–Babilonia, vostre voglie ardite,

crudelmente infinite,

Carlo e Francesco, il fan tardar fra noi;

e causatel voi Signor: voi, voi.

Deh Principe Catolico, ponete,

deh Signor Cristianissimo, giù l'ire,

e seguite il desio del comun Padre,

che mi par già veder Cristo gioire

de i trofei che dell'Asia gli darete,

e 'l turco sangue ber l'antica madre.

Già veggio triomfar fra mille squadre

Federico Gonzaga, e a lui Fiorenza

e la Chiesa sacrar la statua e l'arco;

gli scorgo apresso il Rangon Guido, carco

di senno e di valor, né mai fu senza,

e in lui la conoscenza

è d'ogni cosa, e ancor di Vitel dico,

fervente servo al Signor nostro antico.

E già 'l Signor Giovanni veder parmi,

con la mortale e inmortal spada invitta,

statua nell'infedeli ossa intagliarsi.

E veggio ognuno eterno il nome farsi,

veggio l'Unico e 'l Molza averni scritta

(– Vinta la Grecia aflitta –),

altro ch'una Canzone, e 'l Iovio istoria:

e 'l Mondo farne un tempio alla memoria.

ESORTAZIONE DE LA PACE

TRA L'IMPERADORE E IL RE DI FRANCIA.

CANZONE

O Re, o Imperador, temete e amate

il Padre universal, perch'è Dio in terra

per giovar tanto a Dio quanto ch'a noi,

e lo sdegno che gli animi ci afferra

per consiglio di lui umiliate,

che del par veramente ama ambi doi;

principi invitti, non vedete voi

con qual fervido amor, con quale affetto

il comun vostro ben cerca Clemente?

Egli e Cristo vorria che a l'Oriente

oferiste concordi il ferro e 'l petto,

che fora altro suggetto

ch'adesso e sempre star con l'armi in mano,

acquistando e perdendo ognor Milano.

Domar de 'l Turco ogni expugnabil parte

più gloria vi saria, vita più eterna

che l'Italia tener sempre im–paura.

Superbissima e iniqua turba externa,

Italia è nostra, e a noi la diede im–parte

quando compartì 'l mondo la natura;

e che sia 'l ver ponetici voi cura,

e vedrete che l'Alpi divis'hanno

da le vostre le nostre alme contrade;

poi v'è gran biasmo insanguinar le spade

di voi medesmi, e poco onor vi danno

tutti gli uomini che sanno

che titol sacro e santo al nome avete,

e la relegion sua gli ofendete.

Ma se volete che l'immortal Chiesa

Cristianissimo l'uno, e l'altro chiami

Catolico, ponete a l'ire il freno,

né di voi stessi a l'odio l'empie fami

saziate, e nel valor de l'aspra impresa

torni il vostro furor di senno pieno,

et obedite il vero Dio terreno,

il qual vi prega, vi comanda e sforza

ch'oserviate a la fé debita fede.

E se dal voler suo torcete il piede

forse a mal grado de la viva scorza

quant'è la diva forza

conoscerete (e dicolo a buon zelo),

perché può 'l tutto il vece re del Cielo.

Tu 'l sai Francesco se pò Iulio o vale,

e tu Cesare il sai, che ad ambi ha mostro

quanto che noce e giova il suo favore.

Dunque devresti or ch'egli è 'l Signor nostro

porvi nelle man sue, che dentro è tale

qual la bontade sua lo mostra fore,

e mai non fu, né sarà mai Pastore

che sappi e possa tanto, e sempre vòle

quel ch'a Dio piace, e quel che più conviensi.

Però, Signori, i pensier vostri intensi

locate in lui con celebri parole:

ch'anco il fattor del Sole

per ch'atto il vide a reggere ogni pondo,

su le spalle gli pose il Cielo e 'l Mondo.

Non tardar, Francia, e quel somm'uom risolve

mandato a te dal vicario di·Ddio

per maggior gloria di tua magna altezza.

Carlo usa un tratto come Cesar pio,

e 'l degno nunzio di Clemente assolve

de la grazia, ch'al par del grado aprezza;

n'aspetti vostra indomita alterezza

che 'l Pontifice a vostro danno s'armi,

né che l'ira del Ciel vi piova sopra:

che d'una tanta e mal cominciat'opra

vi pentirete; e già discerner parmi

l'eclesiastiche armi

voltarsi a voi e di voi fare acquisto:

ch'è sempre la vittoria dov'è Cristo.

Né credete ch'un spirito sì chiaro,

uno a cui diede l'optima Fortuna

tanto ch'impoverì tutte le stelle,

cerchi in voi pace per viltate alcuna,

né perché gli abbia un più che l'altro caro,

ma 'l fa perché la Fama ne favelle,

e ch'ella dica in queste parti e 'n quelle:

– Per util di Iesù, Clemente im–pace

pose il Re de' Romani e 'l Re de Francia –;

che s'ei pareggiass'or vostra bilancia

(che non poterlo far sì gli dispiace),

come Pastor verace

prenderia l'arme: e nel triumfo doma

ne menerebbe Babilonia a Roma.

Ma fate pur, magnianime Corone,

poco servigio a Dio, ch'abbiam più volte

visto di voi un miserando fine,

e non eran però le forze molte

de i successori a Pier, né in sua magione

genti in consigli com'or pellegrine;

forse che 'l Ciel le grazie sue divine

ha sparse in un plebeo o in uom che tremi

o per romor di trombe o suon di squille?

Scorgonsi in la sua fronte a mille a mille

e trofei, e triumfi, e onori extremi:

et ha racolti insiemi,

nel mirabil sembiante almo e severo,

armi, relegion, la fede e 'l vero.

Però  CANZON, s'a i piè di quello arrivi,

che per far lieti altrui turba se stesso,

di' che sgombri dal cor tutta la noia,

per ch'ei porrà (a tosto) il mondo in gioia,

e per bisogno Iddio ce l'ha concesso:

perché s'utile expresso

non vedea in lui sotto l'inmortal manto,

Pastor non era mai d'un gregge tanto.

CANZONE DI MESSER PIETRO ARETINO

IN LAUDE DEL DATARIO

Né più né meno è possibil che sia

d'Iddio l'onor, né per biasmo o per lode

di lingua né di stil cresce né scema.

E però Dio la laude più disia

della sua madre, e volentier più l'ode

che l'infinita sua laude suprema.

Così 'l Vicario suo, di cui è estrema

la gloria e tanto chiara in ogni parte,

che maggior né minor far non si puote,

più tosto vuol che le virtù sien note

della sua creatura, ch'in le carte

veder sue laude sparte.

Dunque io dirò del nome suo gradito,

benché cerco por fine allo 'nfinito

e vo' l'inmenso misurar, che tanto

di lui s'è inamorata la Fortuna,

ch'ottima è fatta nella sua bontade,

e tutto quel che d'ora in ora aduna

porge a' suoi merti, e più non vuole 'l vanto

d'alzare i rei per sue beate strade,

sì che se alcun vile è 'n questa etade,

che per miracol suo speri esaltarsi,

veramente lasciar può la speranza;

però che in lui ell'ha cangiata usanza,

e comincia de i buoni a dilettarsi,

e non pò più mutarsi,

né dar gran cose come già facea:

perché ella ha dato a lui quant'ella avea.

M'a egli hanno più di lei dato le stelle,

e più di loro il cielo e la natura,

né giammai di lassù tanto ben venne,

n'arrichì mai quaggiù simil ventura

uom d'ossa e carne, e tante cose belle

la terra non mai più dal cielo ottenne.

Ma se Fortuna e 'l Ciel nulla si tenne

(ch'avarissimi son) per dargli assai,

che deve fare Iddio ch'è largo sempre?

Dio gli diè la bontà con ferme tempre

sì volentier come la desse mai;

et ei, che ne' bei rai

di tal bontà vede sua vita accensa,

a sì gran cortesia grato esser pensa.

Et è gran cosa ch'ei pensi ch'a·Ddio

è debitor, perch'un felice sòle

sempre esser ebrio del favor di sopra,

né gli uomini né Dio conoscer vòle,

anzi a chi 'l fece tal, paga 'l gran fio

d'ambizione e d'ingratissim'opra;

ma ei che ha senno e sorte, ogni ora adopra

la sorte e 'l senno in cosa che procacci

vita all'anima eterna et alla fama.

Questo giovin perfetto altro non brama

che questa e quella maestade facci

vera pace, e discacci

dal cor l'orgoglio e l'odio empio et atroce,

onde triemi il Sultam pur della voce.

Se mostrò senno, e sudor molto ha sparso,

il bel spirto divin per porre in pace

gli 'nvitti Regi, il san Francesco e Carlo;

e s'a Clemente e Dio quest'opra piace,

vedelo ognun, che a·lluno e l'altro è parso

più che tutti gli altri uomini esaltarlo,

né verrà mai chi possa celebrarlo,

tant'è el merito suo; e s'io 'l ver dico

ne chiamo in testimonio ogni Virtute:

le quali erono a tale omai venute,

ch'andavan sospirando 'l tempo antico,

et ei, lor vero amico,

gli ha dato albergo, e vuol ch'ogni Idioma

delle fatiche sue triomfi a Roma.

Ver è ch'ei chiede in premio a ogni inchiostro,

non che facci di lui perpetua istoria,

ma in servigio di·Ddio l'armi sue prenda,

e che gli occida insino alla memoria

di Luter, falso e scelerato mostro,

che le fiamme di lui faranno emenda;

e premegli sì 'l cor ch'oggi s'intenda

ch'uno eretico errante a te, pio Cristo,

gli ordini rompa delle leggi tue,

ch'altro non pensan le vertuti sue

che di tòrti un nimico così tristo:

ben ch'egli ha fatto acquisto

di sì vil turba, che per lei si vede

tolta ogni machia della nostra fede.

Forse che 'l suo sincero cor tormenta

pensiero di salir quel grado raro,

dove 'l cielo el suo merto destina;

forse che l'età giovane gli aventa

un desiderio a voler nome chiaro

per altra via che per bontà divina,

l'alta et umil persona pellegrina

vorria due cose: a Luter porre 'l freno

e 'n dui cori scemar l'ira mortale;

e solo è il suo valor che lo fa tale,

e la propria virtù di ch'egli è pieno:

né potea Dio terreno

ritrovar mai fra l'universa gente

miglior Datario et ei miglior Clemente.

CANZON, ch'hai d'un tant'uom parlato meco

– non come si convien, ch'a tal suggetto

non aggiungeria mai penna d'ingegno –,

tu sai con quanta divozion m'ingegno

di lodar lui di vera laude obbietto,

ma e' vince ogn'intelletto:

pur mostrati se puoi dentro e di fore,

che t'aiuterà 'l mondo a fargli onore.

CANZONA ALLA VERGINE MADRE

Alla illustre e molto reverenda signora suor Paula Felice Torella carmelitana

Essendo io qui in Vineggia co 'l mio carissimo e onorando Padre Pallavicino, ebbi da un gentiluomo questa canzona composta già dodeci anni dal signor Pietro Aretino; qual, per esser al debol mio giudicio bellissima, vi mando sapendo voi esser della santissima Vergine divotissima, promettendoli mandare fra qualchi mesi li Triomfi del Redemtor del Mondo Iesù Cristo, quale sso gentilissimo Aretino ha promesso di comporre al prefato mio reverendo Pallavicino. E son certo lo farà, perché altro più non brama che di volgere il suo bellissimo ingegno e le soe alte e dolci rime al Cielo.

Vostro menor fratello in Cristo, fra Filippo da le Tovaglie bolognese carmelitano

ALLA VERGINE

Vergine doppo 'l gentil parto e sempre,

qual saldo vetro ov'entra et esce il sole,

e intero si riman dentro e di fuore,

ti lodarò con semplici parole

ch'Amor mi detta, e sparse in dolci tempre

d'umile, casto e ben gradito ardore.

O chiaro speglio de l'eterno Amore

dov'ogni ben appare, v'appaga il gioco

d'ineffabil dolcezza, Angeli et alme;

bench'io il preggio tu sia de le cose alme,

al desio ch'arde in sì fervente fuoco

nel favor tuo dà luoco:

e qual io sia a' tuoi divoti sproni

fà che tu sei per la mia lingua suoni.

Vergine sola e nanzi 'l mondo impressa

e serbata ne l'alta idea divina

sin ch'in te lampeggiò nostra salute,

nella toa forma umana e pellegrina

volse riffar Iddio soa forma istessa,

perché toe grazie fosser conosciute;

e inamorossi sì de toa Virtute,

ch'egli, che sempre fu con umil zelo,

mostrass'in te visibil e mortale,

che la parola increata e immortale

ch'il felice Angel ti reccò dal Cielo,

s'unio co l'uman velo,

e creast'uom colui stabil eterno:

caggion che piangerà sempre l'inferno.

Vergine, nanzi ch'el tuo vivo raggio

fosse a noi giorno, entrò con luce innata

ne l'alte menti de li spirti eletti,

onde foste ne i secoli nonciata

da chiare carti e nobil grido saggio

sin che Natura in te porse gli effetti.

Vidersi al nascer tuo con lieti aspetti

le celesti famiglie, e udirsi acenti

che ferno sfavillar gioia a le stelle;

il paradiso aprissi e le soe belle

cose mostrò, e i gran fiumi repenti

tennero i piè correnti,

spianars'i monti: e in manifesto esempio

sopra gli idoli suoi cadde ogni tempio.

Vergine, il venir tuo per tempo in terra

con le propie arme l'empia morte uccise,

e riparò la vita indarno viva;

lieta fra Dio e l'uom pace commise,

e fu publico ben l'estinta guerra,

e il carcer ruppe a la gran schiera diva.

La Fortuna affrenò invida e schiva,

diede legge al destin, a influssi e a sorte,

e il camin chiuse al creder vano e oblico,

e rilegò 'l nostro avversario antico

in fuoco e in pene, e soe malvaggie scorte;

aprì l'eccelse porte:

e per memoria del tuo divo pondo,

fece del cielo Cittadin il mondo.

Vergine, tua mercé, nostra sembianza

ch'è a·Ddio simile, ogni util pompa spiega

si la fai con pietà grata al suo padre,

perché la tua bontà non mai ci nega

cortese dono e sazia ogni speranza

d'ingorde fami in tue opre leggiadre.

Figliuola del tuo figlio, sposa e madre,

tu la santa ira al sommo Re sospendi,

che giustamente sopra il fallo abonda;

tu di questo gran mar tranquilli ogni onda,

curi infermi, ami i buoni e ' rei difendi,

ché l'ammendar attendi:

ma se la tua pietà fosse in te meno,

sarebbe in un sol dì l'abisso pieno.

Vergine, ogni alma, ogni mente, ogni core

ch'a te non corre e tenta grazia altrove

abraccia l'ombre e ne sospira, poi

che per terra e ciel se ferma e move;

né sa, né pò, né vòl l'alto Motore

scemar un sol di mille preghi tuoi.

Tu l'impossibil possibil far puoi;

e Dio che tutto pò negar, nol pote

a te, che per altrui mai sempre chiedi:

perché fur tali i fiumi ch'a' suoi piedi

versò 'l tuo cor per le luci divote

in dolorose note,

ch'allor che i cari membri in croce affisse,

il potere ogni cosa ti permisse.

Vergine, e' non fia mai per nuova etade

ch'ascolti, parli, scriva, intendi o pensi

la millesima dramma di tue lode;

in te l'Angel contempla i beni immensi,

da te ha Dio il vel d'umanitade,

per te l'eternitate intera gode,

lassù 'l tuo nome in ogni lingua si ode,

qua giù 'l tuo nome in ogni core ha impero,

e nel tuo dolce amor ciascuno ha parte.

Adunque ognuno aggia toe lodi sparte,

se ben con l'ali non vi va 'l pensiero:

che più tosto Dio vero

vuol che s'esalti il nome tuo gradito,

che 'l suo sol singulare et infinito.

Con le ginocchia de l'anima umili,

contrita adora  CANZON mia colei,

prima Reina in ciel ch'in terra donna;

prega m'acolga a l'ombra di sua gonna

e perdoni a gli indegni versi miei

c'han parlato di lei:

poi la ringrazia e le di' senza indugio

ch'ell'è d'ogni mia speme il ver refugio.

Finis

 

A LO IMPERADORE NE LA MORTE DEL DUCA D'URBINO

AL SIGNIOR DON LOPE SORIA

ILLUSTRE ESSEMPIO DI PROVIDENZA

Al signior don Lope Soria illustre essempio di providenza

Io dedico a la dignità vostra la piccola somma de i versi tessuti con lo affetto del mio cordoglio ne la perdita di quel Principe, di cui foste amico e io servo. Ma se io non so racontare i meriti di lui a voi nel modo ch'egli seppe narrare di voi a me, non è maraviglia, percioché sua eccellenza operava con l'animo di Alessandro e parlava con la lingua di Cesare; onde la eloquenza di cotanto Duce aguagliò in se stesso la virtù de l'armi proprie. Ora nel basciare a Vostra Signoria la mano se le promette tosto il secondo libro delle  Lettere, che a quella intitolo io Pietro

Aretino suo servitore.

Cesar Sacro, egli è morto il Duca fido,

del quale il pregio e 'l grado de l'onore

in eterno vivrà nel comun grido.

E benché non convenga a real core

ne gli irremediabili accidenti

di rivolger la mente nel dolore,

saria bel vanto il mostrare a le genti

con l'oscuro de l'abito e col pianto

come vi dolgon gli uomini eccellenti.

Il vestire per lui lugubre manto,

e 'l lagrimar di lui, che n'è pur degnio,

al mondo vi faria grato altretanto:

ch'oltre ch'egli era di Marte l'ingegno,

de la milizia sua gli occhi e le braccia,

de l'armi e degli esserciti sostegnio,

oltre che raro è quel che dica, e faccia

ciò che dire e far diesi, onde risponda

la mano al piede e l'animo a la faccia,

fede non fu già mai tanto profonda,

né valor che spiegato abbia più l'ale

a la steril fortuna, a la feconda.

Divin consiglio e fortezza fatale,

maniere tolte a le virtù superne,

in servigio di voi lo fecer tale.

Non si accendono in ciel tante lucerne,

quante opre degnie di statua e d'istoria

nota il secol di lui con lodi eterne.

L'alto intelletto de la gran memoria

solo ha discorsa, antevista e compresa

l'arte, del cui sudor nacque la gloria.

Anima non fu mai cotanto accesa

di zelo militar di vigor puro,

né più spregiante ogni tremenda impresa.

A le difficultadi ei ruppe il duro,

sempre facendo, in parole e in effetti,

il dubbio chiaro e 'l periglio sicuro.

Per intender di Pallade i concetti

con gravi discorsi e pensier alti

d'intrepida prontezza armava i petti.

Schifò il repentino de gli assalti,

prese il fugace de le occasioni,

fe' lenti passi de i nemici salti.

De le vittorie intese le cagioni,

sostenne il sì, diè perminenza al vero,

e crebbe ne la guerra arti e ragioni.

Mostrò in fronte il candor del sincero,

fu ne i conflitti, u' l'ordin si disgiungnie,

ora Duce, or Pedone, or Cavaliero.

Vide come la sorte ne le pugnie

dirizza il ferro e i colpi, e le virtute

reggie l'animo e il core, e in un gli giugnie.

Con le scienze de le cose sute,

che la memoria gli tenne guardate,

aveva le future prevedute.

Deliberò ne la necessitate,

tutta via esseguì ciò che propose

o con l'essempio o con l'autoritate.

Fu lena a le faccende bellicose,

fu polso de le sùbite occorrenze,

fu nervo a l'opportuno de le cose.

Egli era il corpo de le esperienze,

egli era i membri de gli stratagemi,

egli era fiato e Dio de le avertenze.

Seppe il terror fuggir de i casi estremi,

e le sedizioni enfiate e dure

estinse con la spada e coi proemi.

De i paesi conobbe le nature,

e da sé con prestezza ogni or rimosse

l'insidie, gli aversari e le paure.

Mai orror di pericolo non lo scosse,

mai temenza inimica nol ritenne,

né indarno mai pur una squadra mosse.

La fatica, il digiun fermo sostenne,

la notte gli fu dì, letto il terreno,

o vinse altrui, o d'altri il vincer tenne.

Pose a i desir religioso freno,

a i nimici apparì sempre audace,

e sempre a i suoi d'ogni clemenzia pieno.

Tempesta e calma di guerra e di pace,

veramente puoté chiamarsi Urbino,

e spirto illustre del tutto capace,

ei seppe i campi mettere in camino,

seppe fargli pugnar, seppe aloggiarli,

e seppe vincer gli uomini e 'l destino,

tal che Italia dovrebbe consacrarli

in questo et in quel luogo altari e tempi

e mete et archi e colonne drizzarli.

Fati rei, sorti inique et influssi empi,

gran carco fate a la bontà de i Cieli,

dando di voi sì scellerati essempi.

Dovria salvarsi da gli ultimi gieli

un Francesco Maria, un Capitano

già mosso a triomfar de gli infedeli,

non che toccar con accidente istrano

la magnanima sua lucida vita,

riputazione del genere umano.

La creatura nobile e gradita,

avendo il cerchio del mondo trascorso

con l'ali de la sua fama infinita,

se ben di Morte è necessario il morso,

si è transferita a le celesti sfere,

perch'ebbe intoppo il natural suo corso.

Del Metauro gemer le nimfe altere,

nel chiuder di quegli occhi gravi e immoti,

già chiari specchi de le franche schiere.

Gli Iddii del mare suo squamosi e ignioti

a l'urna lo portar sopra il ferètro,

da i cui lati pendean ghirlande e voti.

La pompa funeral, che seguia dietro,

si facea ombra con le insegnie invitte,

che gli aggiunse Fiorenza e Marco e Pietro.

E mentre lo spargean le turbe afflitte

di Ghiande d'or, di corone e di palme

a la Immortalità nel tempio ascritte,

«Posate in pace ossa felici et alme »,

dicea chi vide le reliquie sole,

sgravate pur de le vivaci salme.

Ne lo sparar colui, che aveva le scole

di Minerva nel petto d'onor cinto,

onde ne sospirò la Luna e 'l Sole,

con supremo stupor d'amor dipinto

sculto in materia che lo scritto indora,

nel gran cor se gli lesse «;Carlo quinto».

Or quello Imperador che il mondo adora,

poscia ch'è 'l fedel suo morto e sepolto,

risguardi la Gonzaga Leonora.

Duo fiumi amari le irrigano il volto,

ch'ella piangendo del cor preme e svelle,

da che le ha Giove il buon Consorte tolto.

Torto fareste a le cortesi stelle,

che quasi gemme vi ornan la corona,

de le lor sorti invidiate e belle,

mancando a la dignissima persona,

che rinchiuso il marito in freddi marmi

con seco stessa in tai note ragiona:

«Da che non posso celebrare in carmi

l'alta Maestà sua, che ha ricco il nome

di spoglie, di trofei, di carri e d'armi,

né singular darle triomfo, come

le dava il Padre di tre miei figliuoli,

con l'aver l'ire a l'Oriente dome,

le sue lodi usciranno a stuoli a stuoli

fervidamente fuor de i labbri miei,

de gli altri detti ogni or vedovi e soli».

Adunque voi, che pareggiate i Dei,

però 'l Cielo ogni grazia vi comparte,

resuscitate il suo Signior in lei,

raccoglietele omai le gioie sparte,

che se 'l merto dee giungere a la fede,

devrebbe entrar con voi ne i Regni a parte:

perché la terra mai non vide o vede

constanza, pertinacia, affetto e voglia

più intenta al sommo de la vostra sede.

Langue se l'aurea Ispagna sente doglia,

gioisce poi, s'ella in letizia ride,

col suo ben veste e col suo mal si spoglia.

Siché in vece di quel che la conquide,

et in cambio del cor che vi consacra,

e perché in lei sian le speranze fide,

l'alta gloria di voi inclita e sacra,

con ristorar le ducali fatiche,

le acqueti, o scemi la pena aspra et acra.

Se 'l fate, ei, ch'è tra l'eccelse ombre antiche,

e gli eroi di Dio ha per compagni,

le milizie del Ciel terravvi amiche.

Ecco il tesor de i paterni guadagni,

ecco la imago de l'uom venerato,

ecco la destra de i suoi fatti magni:

Guidobaldo dico io, giovane ornato

di ciò che i buoni bramano in colui

ch'è per regniare e per dar legge nato.

Rimiril pur, se vòl veder altrui

del suo pio Genitor le virtù conte

ringiovanite, e ridondate in lui:

però vi inchinerà l'Apennin Monte

quasi a suo Dio terren verace e caro,

la superba, ventosa, orrida fronte.

Intanto a Cesar sempre Augusto chiaro

bascia il piè l'Aretin servo suo buono.

Di Vinezia alma al mezzo di genaro,

ne l'anno Mille Trentesimo Nono.

CAPITOLI DEL S. PIETRO ARETINO

ALLO ALBICANTE

Salve meschin, volsi dire Albicante

de le Muse pincerna e patriarca,

di Parnaso agozino et amostante.

Vada in bordello l'una e l'altra Parca,

circa il tagliarvi a pezzi col morire,

e sia roffiano lor Dante e 'l Petrarca;

è altro che il cantar del Dies ire,

e «Pecorar, quando anderastu al monte?»,

il bestialaccio umor del vostro dire.

Voi spolverate i gesti del Piemonte

con un romor di stanze sì feroce,

che amazza i serpi di Laocoonte.

Io mi feci il segno de la croce,

leggiendo i due strammotti che gli fate,

onde esclamai con pasquinesca voce:

«O fra Porro poeta da scazzate,

che in Milano ti affibbi la ghirlanda

di boldoni, busecchie e cervellate,

la fama a l'Albicante dà la banda,

la gloria gli promette il colonello,

e la immortalità se gli arcomanda».

Or per tornare al mandato libello,

o cronica, o leggenda che ella sia,

per che pure vi scappa del cervello,

nel ringraziarne tanta cortesia,

mi congratulo cento millia volte

con lo aguzzo di vostra signoria.

Visto ho di voi opre legate e sciolte,

in fino a quella che avanza l'Ancroia,

cioè trilame, Trimarte e trivolte.

Ma questa sola vi trarrà la foia

per  infinita secula del nome

ch'ogni giorno ci impicca il tempo boia.

Potete ormai caricar le some

de la laude propria, et infrascarvi

a vostro beneplacito le chiome.

Tra il Iovio e il Molza potete piantarvi,

e poi del  porta inferi al dispetto

con il dì del giudicio imparentarvi.

O de le rime eroico architetto,

o de i versi stupendo prospettivo,

il vostro libro ho tutto quanto letto.

E certo in grado egli è superlativo,

ma si vorrebbe che non fusse tale,

avendol fatto l'Albicante divo.

Lasciate pur abbaiar le cicale,

ché il Boiardo, il Pulci e l'Ariosto

a petto a voi un bagaro non vale.

Ma se in un cantoncin mi aveste posto

d'un romanzuccio, ci trionfarei,

come un ch'è a la taverna a fferagosto.

Confessi pur di esser caduta a' piei

la turba de gli eroi che immortalate

col vostro stil proprio da semidei.

In estasi il mio fegato mandate,

con alcuna sentenzia traditora,

che a tempo e ne i suoi luoghi sguainate.

L'anima e il cor m'imbertona e innamora

quella che dice con suon mariuolo:

«Un bel servir tutta la vita onora».

Fate sì ben campeggiar Ficaruolo

suso la coda d'una desinenza,

che se ne sbraca l'uno e l'altro polo.

Mi dà la vita il leggere «Firenza»

non miga detto dal Decamerone,

ma da l'Albicantissima licenza.

Quel che vi tien compositor coglione

ha un gran torto, perché sète infatti

di Febo piva, cornetto e trombone.

Hanno «del simulardo come i gatti»,

dite voi ragionando de i tedeschi;

comparazion che ci ha tutti disfatti.

I poveri poeti stanno freschi

nel ritrovarsi un tal bravo a le spalle,

cagion che niun sa ciò che si peschi.

Se la rotta che fu di Roncisvalle,

avess'avuto voi per iscrittore,

volareste ora come le farfalle.

Voi sgargagliate le paci d'Amore

e vomitate le guerre di Marte,

come il Pattol de l' Orchessa inventore.

Bandendo va e la natura e l'arte,

che il lor culo diventa beato

quando si netta con le vostre carte;

e perciò, sozio mio laurato,

sia benedetto il lunatico inchiostro

col qual l' Istoria avete abbeverato:

l'ermafrodito e da ben secol nostro

glorifichi et essalti tutta via

in  vocem magnam ciò che c'è di vostro.

Da la sua lingua celebrato sia

il coltel che temprò le penne isnelle,

che di Cupido fer la  Notomia.

Voi avete più obligo a le stelle

che in capo vi pisciarono lo ingegno,

che i Milanesi a chi trovò le ofelle.

Ma se in rame intagliato e non in legno

fosse la maestà del vostro viso

– che 'l sa Dio quanto egli ha grazia e disegno –,

ne incacareste da dover Narciso,

e quella bardassuola di Iacinto,

e il paggio che tien Giove in paradiso.

Benché il vivo che è in voi paia dipinto,

se vi ritressi messer Tiziano

sareste uom ver, non barbagianni finto.

Il vostro ingegno de i savi decano,

il vostro stil de i dotti maggiordomo,

il vostro andar de i secoli scrivano,

merta la statua sul tetto del Duomo,

anzi un colosso lavorato al torno,

e dedicato nel lago di Como;

perché il Burchiel, che sta nel ciel del forno,

non farebbe quel verso ove diceste:

«che vinse, e poi fu vinto al far del giorno».

Senza alcun dubbio in ascendente aveste

madama Caliope e mona Clio,

onde sète uomo dal dì de le feste.

Per esser voi amico e padron mio,

ne son tanto superbo che mi tengo,

quasi che non ho detto, un mezzo Iddio.

Per voi a l'armi spesso spesso vengo,

bontà de la tristizia de i pedanti,

a cui la rabbia con gli sguardi spengo.

«Chi è costui che canonezi e vanti,

che solo a mentovarlo impazzo e spirto?»

mi dimanda un di tali asini erranti.

– È un subietto da lauro e da mirto,

un profumato ingegno, un gentil bue –,

disse egli, in quel ch'io volea dire spirto.

Se non ch'il braccio tenuto mi fue

da un prete schiercato sodomito,

ad ogni modo gli dava le sue.

Fratello, ancor che mi aviate chiarito

adosso a chi vi morde mi squinterno,

e in ciel vi pongo calzato e vestito,

che a dir la verità io non discerno

chi impellicci e spellicci versi e prose,

sì come voi ne la state e nel verno.

Le vostre fantasie lussuriose

usano i grevi epiteti e i leggieri

secondo il tempo, le genti e le cose.

Di Pinarol, di Turino e di Cheri

bilanciate l'onor dandolo a peso

a l'uomo d'arme, al fante, al cavalieri.

Poi, dal furor del ghiribizzo acceso,

duchi, marchesi, conti e capitani

per tutto il mondo portate di peso.

Ma le fatiche son gettate a i cani,

ché non che un zugo, Vergilio in persona,

col porgli in ciel non gli trarria duo pani.

Sopra dei grandi non piove e non tona,

e in lode di colui che ha qualche soldo

senza tirarla ogni campana sona.

«Io ho de i campi», diceva il Mainoldo,

et illustrava con quella parola

tutto il gaglioffo del suo manigoldo.

Almen quando cinguetta una gazzuola,

se la dà de la suppa e s'accarezza,

onde ella in giù e in su salticchia e vola;

e il versificator si caccia e sprezza

come la povertà e 'l dire il vero,

per c'or la villania è gentilezza.

Or per fornirla fatevi un cristero

di foglie di speranza, digestendo

fino a l'affezion che avete al clero.

Tenete sempre in bocca « in convertendo

quando parlate ad un signor ribaldo,

o dite « a longe me vobis comendo–.

In questo mezzo a l'ottimo Castaldo

del concetto in cui l'ho toccato un tasto,

se ben lo legge ne la stampa d'aldo,

a la luce d'ognun non che del Vasto,

contar come io l'adoro non bisogna,

per che la fede mia conosce al tasto.

La man basciate al cavalier Cicogna

da parte mia, poi che il catenino

ha tolto al suo prometter la vergogna.

Se vedete il marchese di Sonzino,

che le virtù con le promesse infregia,

direteli il vostrissimo Aretino

è quel che 'l volto a tutti i nomi sfregia;

però a soiar lui vadisi adagio.

Non altro state sano. Di Vinegia

nel Trenta nove, il dì doppo san Biagio.

AL DUCA DI FIORENZA

Pietro Aretino

Signor Cosimo duca di Fiorenza

e per grazia e per merito e per sorte,

bascio le mani di vostra eccelenza;

la qual forse mi vole un mal di morte,

tutta via parendole che io

badi più a l'altrui che a la sua corte.

Volesse Giesù Cristo, padron mio,

che nel modo che sète nel mio core

ci fusse il nome di Domenedio,

ché in ciel andrei gratis et amore

come andrà in paradiso, gratia Dei,

quel uom da bene di Nostro Signore.

Così rifrusti i monsignor plebei

un morbarello a cavallo a cavallo,

come ve ho dedicato i fatti mei.

Certo io vi son per fortuna vassallo,

e per volontà schiavo; e questo è noto

come costì la Porta di San Gallo.

Io odio Michelagniol Bonaruoto

perché non caccia i pretacci al bordello,

faccendovi di sé debito voto.

Doverebbe uno spirto come quello

far miracoli in voi, che simigliate

la signoria de l'angel Gabriello:

con la fronte le turbe rallegrate,

come l'atristan certi ceffi grisgi

proprio subietti da sfatar le fate.

S'avesse a trasformar Malagigi

in piattola, in zecca et in zanzara,

la cera pigliaria di Pierluigi.

Non favello del duca di Ferrara

che a la presenza sua diminutiva

la grandezza de l'animo ripara.

Il re di Francia ha viso d'una diva,

per ser Cupido il nostro imperatore,

et il papa una vita transitiva.

È qualche dì ch'io non viddi signore

che non avesse l'aria e le fattezze

di birro, di mugnaio e di pistore;

salvo l'esterne e l'interne bellezze

del mio marchese del Vasto da bene,

che mi fa ogni dì mille carezze.

Or perché ognuno a proposito viene

quando vòl raccontar qualche sciagura,

se già non è un cervel da catene.

Dico ch'il ciel, le stelle e la natura,

per isfregiare i principi graziani

vi fer con una gran manifattura.

Perciò gli andari vostri muy galani

lodabilmente tengono a stecchetto

e la brachetta e la lingua e le mani.

Voi aprite la bocca con rispetto,

né impregnate al prossimo le figlie

dandogli poi d'un pugnale nel petto;

Voi non rubbate le ricche famiglie,

né vi piace di por guinzagli a i buoni,

né d'alentar a i cattivi le briglie;

voi fate corte le cavillazioni

de la giustizia longhissima, dando

torto a i torti e ragione a le ragioni.

Vivete adunque felice regnando

da che la robba, l'onore e la vita

gite a i sudditi vostri conservando;

ma per esser la cosa inaudita,

i Piagnoni tra lor vanno dicendo

che ci fate una brava riuscita.

Per Dio ver, ch'io ascolto godendo

il bene che ciascun dice di voi

e lo desino, il ceno e lo merendo;

né imbriaca il mio cor gli spirti suoi,

et ei ne ha quel piacer col qual biscanta

il villanel che ha ritrovati i buoi.

In cotal mezzo mona Fama pianta

a gli altri gran maestri un porro dietro,

vantando sol la vostra vita santa;

ella vi dà il titol di discreto

di savio, di gentile e di cortese,

di pio di liberal, di mansueto;

e di poi giura per ogni paese

che al vostro nome, fin che dura il mondo,

vole meritamente far le spese.

Permette Cristo a Cosimo secondo,

per che Dio teme, il viver quanto brama

così bel, così bianco e così biondo.

Consente ancor che la inclita Madama,

lampana, torcia, fiaccola e lucerna

di Spagna, di Toscana e di chi vi ama,

di voi procrei con grazia superna

il tremendo e magnanimo Giovanni,

simulacro di gloria sempiterna.

Son l'armi sue gli scettri e gli scanni

de la Casa de' medici divina

che il senno in lucco è come un barbagianni.

Ma perciò che saria la mia rovina,

se voi lodando me dimenticassi

io vengo via a mettermi in dozzina,

con dir che qui non si mangiano i sassi,

né si veste di carta fabriana,

e non s'alloggia di fuora ne i chiassi.

S'io fussi sogno e fantasima vana,

over cameleonte spirituale

tre lire farian la settimana;

ma essendo io un pazzacon morale

e nato per purgare i miei peccati,

con animo di re nello spedale,

quei cento scudi nuovi e profumati

che l'altro dì mi mandaste a donare,

furno un piatto di micca a venti frati.

Duca voi fate altrui trasecolare,

non col non farmi un rilevato bene,

ma col non darmi del pan da mangiare.

Apresso a me una vostra si tiene

che dice: «Io ti vo' dar ciò che ti diede

mio padre già, come destro mi viene».

Egli che meco per la sua mercede

non aveva spartita cosa alcuna,

quale informar se ne può chi nol crede,

sotto Milan dieci volte, non ch'una,

mi disse: «Pietro se di questa guerra

mi scampa Iddio e la buona fortuna,

ti voglio impatronir de la tua terra»;

ma piace al destin ladro ch'io pur sia

povero e vecchio, et ei morto e sotterra.

Oltra di ciò la signora Maria,

splendor del grado u' le virtù l'han posta,

non riconosce più la fede mia.

Che ella abbia molti disturbi mi consta,

perché chi regge un dominio sì degno

non può mangiar né dormir a sua posta.

Pur il mostrarmi un caritevol segno

né più né meno la disconciarebbe

che quel che presta a usura in sul pegno.

Dicon gli amici che far lo doverebbe,

ma quando sia che non ci pigli sesto

mi appellerò al marito ch'ella ebbe.

Tra i cardinali saria disonesto

il mio avere fino a l'olio santo,

al tener lo sperare a pollo pesto.

Signor mio dolce l'amor passa il guanto,

però trapeli al vostro intendimento

la lealtà del mio servir cotanto.

Quanti scannapagnotte a tradimento

isguazzono ciò che hanno i padron loro,

et io da voi una miseria stento.

E di qui vien che non servo il decoro

de la mia devozion, né vi intertengo

come ch'io faccio costoro e coloro.

Facilissimamente mi ritengo

quando fo, quando orino e quando tosso,

et anco quando vado e quando vengo.

Ma quasi quasi che tacer non posso

il vedermi trattar da' scoppiettieri,

et in vostro servigio me ne arrosso.

Se date agli strozzieri e ai canattieri

vittu e vestitu, e la provisione

a questo e quello errante cavalieri,

devete aver di me compassione,

che per esser in uggio a l'avarizia

mi mangion l'ossa un monte di persone.

Ma s'io vivacchio quando è la divizia,

che debbo fare or che la carestia

strascina tutta Italia a la giustizia?

Ho pegno a quei che aspettano il Messia,

 omnia bona, e 'n publico e 'n privato

sto come vole il mio duca ch'io stia.

Or voi potreste dir: «Tu hai fondato

ne i casi miei ogni tua contentezza,

poi in me speri come in un prelato».

Perdonate signore a la vecchiezza,

la qual difficilmente si confida

nel trascurato de la giovenezza.

L'età sbarbata va presa a le grida

non de la gran virtù ma del sollazzo,

et ha caro che intorno se le rida;

ella veste un buffon, dona a un pazzo,

et in quella baiaccia si trastulla,

che si tira drieto il populazzo.

Onde la occasion, mentre le frulla

si sforza di grappare quel tosto tosto,

che alora alora si risolve in nulla.

Padron se bene ho due parole esposto

circa la verde età, non tasso miga

la prudenzia di chi sète composto.

A lei che sa gir ritto senza riga,

il grillo giovanil bizzarro e duro

non è per dar giamai punto di briga.

Garzone illustre anzi colombo puro,

per tutto è manifesto che voi sète

di corpo acerbo e d'animo maturo.

Per la qual cosa non sopportarete

che mi assassini sei mesi a la fila

la stizza, il freddo la fame e la sete.

Se a questi tempi ogni puttana fila,

di sgomentarsi le Muse han ragione,

poi che drietogli alcun non se gli sfila.

Or nel venirne la conclusione,

ponga mente a la mia grande speranza

la grandissima vostra discrezione,

ché amicizia non fu mai fratellanza

quella ch'ebbi col vostro Genitore,

di propria man di voi n'ho la quetanza.

So ben ch'io gli era inutil servitore,

ma piacque a la bontà che vi fa tale

scrivermi ciò per rallegrarmi il core.

Che vi par de la lettra imperiale,

che già mandovi la sua Maestade

perché voi mi tenesse in su le gale?

Finaliter la vostra umanitade

facci ora sì che non l'esca di mente

la mia straordinaria povertade.

Di Vinezia rifugio d'ogni gente,

nel mese di novembre a' giorni doi,

l'anno affamato tropo bestialmente,

Pietro Aretino servo de i servi di voi.

AL PRENCIPE DI SALERNO

Pietro Aretino

Illustrissimo principe, per Dio

che voi fate un gran carico a voi stesso

a non vi ricordar del fatto mio;

sta bene di mancar ciò che ha promesso

al cardinal de i Gaddi verbigrazia,

e non so ancora se gli fosse ammesso.

Imputarei la mia mala disgrazia

circa la pensione che s'impose

la eccellenza vostra per sua grazia,

se 'l non dare a persone vertuose

non fosse così proprio de i signori

prodighi in tutte quante l'altre cose.

Ond'io che son un uom de gli altri fuori

dico che l'avarizia de i padroni

è privilegio de i buon servidori.

Però le zoppe altrui provisioni

in tutta la lor vita son pagate

una o due volte a i poeti coglioni;

i quali dovrian far le scampanate

in gloria del sofì e del soldano,

non di voi altre stitiche brigate.

Diventa più che buon, più che cristiano,

quando senza pensarci punto punto

fin de i re canta ogni cervel balzano.

Pare ad un grande manucar pan unto

mentre che offende un dotto poverello,

che per disperazion gli ha il nome punto.

Debbe un signor rimunerar di bello

non pur colui che ne ha fatto istoria,

ma chi non suona i suoi vizii a martello.

Se il Rosso buffon, buona memoria,

che nel gridare sol «Viva Salerno!»

vi può spegner le forze de la gloria,

ha tante veste da state e da verno,

puntali, anella medaglie e catene,

e danari da spendere in eterno;

perché quello che al mondo vi sostiene

per viva forza de le sue scritture

co qualche presentin non si mantiene?

Date duchi e marchesi, date pure

a poltroni, a ribaldi, a parasiti

e doletevi poi de le sciagure.

Per opra di sì fatti favoriti

Medici cardinal, Fiorenza e Urbino

in pochi dì abbian visto basiti.

Mi si scordava di Francia il Delfino,

ma non i cento ducati che ogni anno

v'obligaste mandare a l'Aretino.

I soldi a Pasqua altretanti saranno,

cioè ducento per due paghe scorse,

e se vi fo arrossire vostro il danno.

Non si debbe prometter senza forse

quello che non si vuole o non si puote,

né a me di lungherie empier le borse.

Io c'ho il cervello in bilichi et in ruote

sotterro poi le turbe vive vive,

ch'è altro che il cacciar de le carote.

Non son di queste bestie positive

che si van consumando passo passo

dirieto al culo de le spettative.

Con voi tratto averei sino o ambasso,

s'a la mia stizza, cinque mesi sono,

non s'opponea quel frappator del Tasso.

Egli mi diciè: «Fratellin mio buono,

infallanter fra venti giorni o trenta

per lettere di cambio verrà il dono».

O ch'egli più di me non si ramenta,

o c'hanno in voi le sorti ladre e sporche

la partita del mio credito spenta;

anzi il mal vien da le speranze porche

che si pigliano spasso di vedere

il mio d'oggi in domane in su le forche.

Conchiudiamola qui: egli è dovere

ch'una servitù presa fedelmente

si debbe come gli occhi mantenere;

onde io che averto a l'umor de la gente

con tutto quel che sono e quel che paio

della promessa vi faccio un presente.

Non altro. Pietro che gitta il danaio,

con riverenza a scrivervi si move;

di Venezia l'ottavo di gennaio

nel Mille Cinquecento Trentanove

AL RE DI FRANCIA

Cristianissimo re, dopo i saluti

et il basciarvi con l'animo il piede,

che vi convien più che a i papi cornuti,

suplico di Francesco la mercede

che facci sì che la sua maestade

mi dia gli scudi che a Nizza mi diede.

Io gli ebbi in quanto a la vostra bontade,

la qual si pensa ch'io gli abbia imborsati

come gli ho spesi con la voluntade.

Certo il Gran Contestabil me gli ha dati

col prometter di darmili, tal ch'io

senza l'obligo son tra gli obligati.

Ho mandato a la corte Ambrogio mio

già tre volte per essi, e se mi costa

ve lo può dir messer Domenedio.

Udite questa: un goffo mi s'accosta

dicendomi pian pian che mi stimate

più che di luglio il vento d'una rosta.

Il caso, sire, è dar quando voi date,

l'altre cose son baie cortigiane

che si piglian piacer de le brigate.

Ma perché non è uom che vegga un cane

a baiargli d'intorno da dovero,

che non lo cacci o non gli dia del pane,

chiariscami il sì schietto o il no sincero,

circa i seicento che mi prometteste

ne lo aboccarvi con papa cristero.

Date la lunga a certi guarda feste,

trofei de le tavole dilette,

e non a un poeta  que pars este.

Sfamate di speranze maledette

i giorneoni che vi abbasson, come

v'inalzano le Muse poverette.

Roma che valse per due millia Rome,

alor che non patì d'essere schiava

e dei muli e de gli asini da some,

stiasi menando a i Francesi la fava,

né vada conferendo i benefici

de l'alma Francia, magnanima e brava;

diasi a i par miei de i gradi e de gli uffici

et a chi non divora tuttavia

i fagiani, i pavoni e le pernici;

se vaca pieve, commenda o badia,

non l'abbin quelle bestie che non sanno

il Pater nostro né l'Ave Maria.

Io lo vo' dir, s'ei l'ha per mal suo danno;

parvi che Gaddi, pazzo da catena,

debba scroccar sì grossa entrata l'anno?

Chieti che drieto sì gran coda mena,

che cose de la bibbia ha fatte o ditte,

qual libraria de le sue opre è piena?

Son mie fatiche i  Salmi di Davitte,

e di Mosè il  Genesi; io di Cristo

e di Maria le impresse vite ho scritte.

Non basta dire egli è dotto, egli ha visto;

bisogna che il teologo chietino

si vegga e legga come il papalisto.

Paolo scrisse, Gregorio, Agostino,

Girolamo, Grisostomo, Bernardo,

Buonaventura e Tomaso d'Aquino;

ma ser Caraffa ipocrito infingardo,

che tien per conscienza spirituale

quando si mette pepe in sul cardo,

per gracchiar dal concilio è cardinale,

è dottor de la Chiesa, è vangelista,

è de l'anime nostre piviale;

se rinascesse san Gioan Battista,

non fingendo l'astuzie del volpone

si porria de i ribaldi in su la lista.

E però, sire, senza paragone

di fé, di senno e di gloria prestante,

moderno redentor de le persone,

porghino a me le vostre grazie sante

spacciatamente l'adiutrice mano,

a la barbaccia del clero furfante.

Re buono, re cortese, re umano,

re da ben, re gentil, re grazioso,

io vi sono e voglio esser partigiano.

Adunque il cor mettetemi in riposo

ch'ancor che mi facciate spedalieri

vedrete come rimo e come proso.

Se a Roma son dei sarti e dei barbieri,

frati dal Piombo e cavalier di Rodi,

a ingrandir me non vi mette pensieri.

Manucano a Giesù la croce, i chiodi

e gli beano il sangue alcune arpie,

che a mentovargli infamarian le lodi.

Fosse pur ch'io dicessi le bugie,

e che sempre mentisse per la gola

la verità de le croniche mie!

Or lasciam gir la turba mariola

e ritorniamo a quanto mi farete

un monsignor di qualche terriciola?

Datimi prima i denar che devete,

rifacendomi i danni e gli interessi,

e poi del fatto mio consultarete.

Non istette a formar brevi e processi

il vostro gran cognato Ferrandino,

né aspetto il replicar de i messi.

Ducento venti ongari d'or fino

poco fa mi mandò con dire: «Io parto

teco la cappa come san Martino».

La pension di Cesare non iscarto,

che motu proprio ne venne battendo

a sostentar de le mie spese il quarto.

Et ancora il duca Ercole commendo,

che dar mi fece più che di galoppo

un presente al dì d'oggi arcistupendo;

e se alcun altro non gli verrà doppo

darò la colpa a i tempi traditori

che non comporton che s'allarghi troppo.

Hanno ben caro che facci gli amori

con le montagne di quei millioni

che danno a i preti tanti batticori,

ma il ciarlar con le digressioni

non fa per  moi, perché bontà loro

potrei scordare le mie orazioni;

onde ritorno a quei ducati d'oro

che mi darete visto la presente,

non perch'io il merti ma perch'io vi adoro.

Il vescovo di Nizza veramente

de le virtù di voi predicatore,

e uomo onestissimo e prudente

perch'egli intende i dubbi del mio core,

giurar vi può che voi ci sète drento,

come in quel de Loreno è Dio d'amore.

Quando dal mondo celebrar vi sento

ne godo qual si gode uno elefante

alor ch'è fimbriato d'ariento.

De l'eccellenze vostre io sono amante

e n'ho il martello, honne la gelosia

che ha Paolo terzo di non so che fante.

Io sempre inchino con la fantasia

quella affidabilità, quella dolcezza,

quel largo andar, quella galantaria

e quella chiara e nobile allegrezza

che fa risplender voi, che ritrovaste

il conversare e la piacevolezza.

Quel parlar con ogniun che sempre usaste

mi dà la vita, perché l'atto è grato

come al fin del mangiar le pere guaste.

Impara su Pierluigi amorbato,

impara ducarel da sei quattrini,

il costume d'un re sì onorato.

Ogni signor di trenta contadini

e d'una bicoccuzza usurpar vole

le cerimonie de i culti divini.

Ora per rappiccar le mie parole

col proposito nostro dico, sire,

che sète più domestico che il sole,

per la qual cosa dovrei comparire

a intertener tutta la vostra corte

e in le sue braccia vivere e morire.

Mi vengano i sudori de la morte

solo a pensarci, perché son bestiali

gli aggiramenti che gli dà la sorte,

e 'l praticar coi cervi e coi cinghiali

di fauni e di satiri natura,

che de la spezie son de gli animali.

La piuma de la terra è tropo dura

et il fien de le stalle è proprio letto

de i cavalli da basto e da vettura.

De lo infangarmi non piglio diletto

e col piovermi adosso non mi impaccio

mi acieca il fumo d'un povero tetto.

Come butiro al caldo mi disfaccio,

o vogliam dir come la gelatina,

al freddo poi come che il brodo aghiaccio.

Non mi piace la neve né la brina,

né la borea crudel né la tempesta,

né il pasto mendicar sera e matina;

voglia non ho di accrescervi la festa

mentre vedete i grami forestieri

come zingari errar per la foresta.

Non so s'è meglior esser uomo o forzieri

quando due o tre ore inanzi giorno

s'entra in viaggio che non ha sentieri;

onde a suono di lingua e a tuon di corno

si va cercando se stesso e altrui

sopra un ronzin con le bagaglie intorno;

in tanto s'urta costui e colui

con dir «Cancaro venga al punto e a l'ora

ch'io venni in questa corte e ch'io ci fui».

E se non fosse che il dì sbuca fuora,

onde apparisce la vostra sembianza

che ogniun consola, recrea e rincora,

coloro che per forza e per usanza

vi seguono a le caccie brontolando,

farebbero le fica a la speranza.

In somma io non sono uom che cincischiando

vada la vita in queste selve e in quelle,

l'agio con il disagio barattando.

Ei basta a me che Tiziano Apelle,

che sempre mai ne le figure mostra

spirto, sangue, vigor, carne, ossa e pelle,

per carità de l'amicizia nostra

dipinto mi abbi con mirabil fare

la imagin sacra de l'altezza vostra;

l'ha cinta d'ornamento singulare

quel Serlio Sebastiano architettore

che il suo bel libro mandavi a donare.

Egli vi porta e Tiziano amore,

e se bene accettaste il lor presente

non dicon che gli siate debitore.

Ma io genuflesso umilmente

il vostro essempio sacrosanto adoro

con l'anima, col core e con la mente;

in cotal atto paio un di coloro

che a san Giobbe abotisconsi di cera

quando del mal commune hanno il martoro.

Io dico: «O simiglianza viva e vera

de re  FRANCESCO, cavami una volta

de la necessità che mi dispera».

E perché veggo ch'ella pur mi ascolta

sogiungo: «Idolo mio fà meco un patto,

che mi dia mille scudi a la ricolta».

Ma perch'io mi consumo afatto afatto

per il miracol che non può far ella,

suplisca il vivo du' manca il ritratto.

Or nel conchiuder di questa novella

e del parlar c'ho fatto a la bestiale

per ghiribizo de le mie cervella,

vi mando la mia effigie naturale

acciò vediate con che core io

so dir bene del bene e mal del male.

Ad ogni altra persona pone Iddio

il core in seno, a me l'ha posto in fronte

qual potete veder, rifugio mio.

Da le giovani mani egregie e conte

di Francesco Salviati esce il dissegno

c'ha nel suo stil le mie fattezze pronte.

Pigliate il don del vostro servo indegno,

pigliatel re generoso e benigno,

de la immortalità più che altro degno.

E senza il grugno far del viso arcigno,

speditimi in un tratto se volete

che io diventi di cicala cigno.

Non altro, state san, bene valete.

Di Vinegia il decembre a i non so quanti,

nel XXXIX, c'ha fame e non sete

Pietro Aretino che aspetta i contanti.

IL CAPITOLO E IL SONETTO IN LAUDE DE LO IMPERADORE

AL VERAMENTE GIUSTO E MAGNANIMO DUCA D'URBINO

Questi o signore sono i versi trattimi de lo ingegno infimo da lo immenso merito di Cesare, da la insolita liberalità vostra e da la intrinsica divozione del mio spirito, sempre acceso nel predicare le lodi d'un sì soprano monarca.

Eccovi le rime che il continuo stimolo de le genti e lo smisurato obligo ch'io vi tengo mi ha pur mosso a fare imprimere, e impresse, a dedicarle a quel Guidobaldo al quale ancor io mi son dedicato. Et è ben dritto il rivolgermi a l'autore de la mia gloria con simile gratitudine, da che non posso con altro. Per conoscer io me medesimo (cosa molto difficile a l'uomo) confesso di essere  tale mercé de le mercedi largitemi profusamente da voi, che (sì come dissi a la mansuetudine di Carlo quinto) sète verace esempio de la sua modestia religiosa e de la sua bontade santa.

Certo che la vostra cortesia e non la mia virtù è suta riguardata dal fatale occhio de l'eccelso Augusto. La riputazione acquistatami da la pompa con cui mi mandaste a lui nel farmi parer ciò ch'io non ero, mi fece diventare quel ch'io sono; la reale commodità e de i danari, e de le vesti, e de i cavalli, e de i capitani usatami dal più che generoso e più che grande animo vostro, mi presentò in maniera nel conspetto sacro del diletto famigliare di Cristo che fui raccolto da la sua incomprensibile clemenza con sì amicabile caritade, che in cotal punto desiderai dal dono di Dio la morte, accioché la vita non mi fusse più adombrata da i nuvoli de le indignitadi umane, ma s'io allora che lo imperator tremendo comportò non solo ch'io, uno de i più vili vermi de la terra, gli cavalcassi a paro, ma da man destra, fusse suto tanto superbo quanto sono umile, quale stella o qual cielo non averei io toccato co 'l dito de l'ambizione? Due estreme consolazioni sentì questa anima in quello istante: l'una derivò dal comprendere che l'opinione che avevate di me non ne rimase ingannata, l'altra nacque dal ritrovarsi in sì fatto spettacolo i preclari e incliti ambasciatori veniziani; onde viddero ch'io, perpetuo servo de la loro eterna Republica, non sono indegno di godere il piacere e la liberalità di sì felice cittade e di sì beata patria.

Or piaccia a Dio che i miei dì sieno sì lunghi che io possa co'l mezzo de la virtù che esso mi diede lasciare testimone del debito ch'io ho con la gentilezza di vostra eccellenza, e memoria de l'obligazione ch'io tengo e con la benignità de gli uomini serenissimi e con la splendida nobiltà che gli accompagnava. Benché non potendosi per me più che si possa, dirò almeno che voi fuste procreato per rifugio de la virtù e loro per onore de la natura; imperoché le gravità de le di lei magnificenzie solo si esprimono ne gli atti di sì celeste generazione.

Di Venezia il XV d'ottobre MDXLIII.

Perpetuo servitore Pietro Aretino

IL CAPITOLO

di messer Pietro Aretino in laude

de lo imperatore e a Sua Maestà da lui proprio recitato

 

Poi che degno non son di laudarvi,

ringrazio il cielo, o Imperator modesto,

ch'a i dì miei ha voluto procrearvi.

Pensa in tanto il pensier, nel qual mi aresto,

ciò che io farei non essendo or ch'io sono,

nascendo voi o più tardi o più presto.

Se inanzi a me v'aveva la terra in dono,

con ansia estrema invidiava quelli

nati al tempo d'un prencipe sì buono;

se doppo ben potea nominar felli

gli ottimi influssi, qual m'avesser posto

ne la prescrizzion de i lor ribelli.

Ma poi che questo e quel non s'è opposto

tra 'l futuro e 'l passato in danno mio,

il titol di felice hommi preposto.

È officio il dir ciò d'officio pio,

però che in Duce e in Nume salutare

vi ha dato a noi l'alta bontà di Dio.

Le vostre giuste intenzioni chiare

fanvi ne i casi del cristiano zelo

senza simil, senz'ugual e senza pare.

O scudo de i credenti in l'Evangelo,

santo è lo sdegno che 'l petto v'infesta,

santa la causa che in man ponvi il telo.

Se volontà fusse in voi meno onesta,

men fervor in la fé, men conscienza

e men quel poco creder che ci resta,

ch'altro saremmo noi ch'una semenza

di crudeltà, d'ignominie e di errori,

qua d'amor privi e là di riverenza?

Certo che i vostri bellici terrori,

oltre il distorre altrui da quei peccati,

che provocon di Dio l'ire e i furori,

annulleran gli orgogli dispietati

del profano Rettor de l'Oriente,

da l'ignavia di lui anco annullati.

Guida Satan la sua perversa gente,

move Iesù il vostro inclito stuolo,

che come quel temerario è prudente.

In questo dice confusa dal duolo

(toltone voi) l'umil Religione:

«Tra tanti figli non trovo un figliuolo».

L'innocenzia di lei più non dispone,

le verità del suo rito sincero

tengonla in piè l'opere vostre bone.

Il divin culto testimone intero

d'ogni cuor fido e d'ogni mente pura,

tanto è finto in altrui quanto in voi vero.

Ma che più bella e più lodata cura

potea Carlo pigliare e più dovuta

a noi, a sé, a Dio, a la natura?

Colui che gli astri in cielo affigge e muta,

gli assegna in premio una vita che tale

altr'uom da che fu l'uom non ha vivuta.

Vole Iddio che lo spirito vitale

venti lustri di Cesare si amanti,

di Cesare immortal più che mortale.

Ei punisce i superbi e i suplicanti

co 'l giogo e co 'l perdon, tal laude dando

al grande Iddio de i Dei, santo de i santi.

Egli de i rei pon le nequizie in bando,

ei trae i buoni fuor de i vilipendi,

né indugia a la lor pace il come o il quando.

Fa co 'l guardo tremare i cor tremendi,

e dove gira l'intrepido ciglio

stupidi fansi gli uomini stupendi.

Che siate tale io non mi maraviglio,

maraviglia avrei ben se tal non foste

tale è in voi e l'ordine e 'l consiglio;

onde l'alme virtù da Dio riposte

nel sacro erario del Cesareo ingegno,

più al ben d'altri che al suo proprio esposte.

Per mezzo del vostro animo sì degno

a duo re, l'un prigion l'altro mendico,

isponte dier la libertade e il regno.

Barbaria testimonia il ver ch'io dico,

la magnanimità sallo, che infusa

vi tien ne l'alma ogni pianeta amico.

Per sì nova mercé grida ogni musa

con somma gloria de la gloria vostra,

atto più da lodar quanto men s'usa;

tal che pregio saria de l'età nostra

s'ella in manna cangiasse quel veneno

che la comune invidia or vi dimostra.

Coloro che vorrien metter il freno

a voi, che raffrenate i moti a l'ire

che avampano ogni mente et ogni seno,

cerchin di superarvi in quel ardire

che liberò a Tunisi in un punto

cotanto stuol da le catena dire.

Poscia di venerar piglino assunto

l'esterminio d'Algieri, u' non fu mai

Cesar da Cesar in Cesar disgiunto.

Né l'altre pugne di eserciti assai

vi fur contra i metalli e i ferri ardenti,

come tu Marte e tu Bellona sai.

Vi assalir ivi tutti gli elementi:

il caso, il fato, la sorte, il destino,

gli augurii, i prodigii et i portenti,

l'aspro del verno, lo stran del confino,

la miseria del pan, l'orror del fatto,

lo sperar lungi e 'l disperar vicino.

Ma in tal momento, in tal cosa, in tal atto

voi stesso in tutti fermaste talmente,

che tornò fiero il campo sterrefatto;

onde il furor del sinistro repente,

da l'ombra del cor vostro ispaventato,

restar prigion del proprio suo frangente.

E così l'infortunio d'ire armato,

mentre volse con turbide insolenze

farvi infelice vi fece beato.

Desista dunque da le sue sentenze

l'empio livore e tacito tra noi

le vostre adori supreme eccellenze.

Poi tenti in la pietà d'imitar voi,

che or Tremisene e già Francesco Sforza

grata investì de i patrimoni suoi;

ne la prudenzia, con cui fate forza

a le maligne inique stelle dure,

sforzando il ciel ch'ogni vivente sforza;

ne la religion, le quali cure

translate avete in l'indico emispero,

dato a l'ecclesiastiche culture;

ne la costanzia, che il petto severo

vi mantien sì che l'universa mole

non è sì ferma nel suo perno intero;

ne la modestia, che lodi più sole

davvi la sua benignità perfetta,

che quanti gesti ha mai veduti il sole;

in cotali arti ogni nimica setta

dovria con pronto istudio esercitarsi,

lasciando a voi quel ch'a voi sol s'aspetta.

Voi Cesar sète, e chi puote appressarsi

al segno che trapassa le vostr'ale

può anco in voi devin deificarsi.

Cosa non è in voi o tale o quale,

senza nessun paragone vedianvi,

né movete atto che non sia fatale.

Le superne influenze onore fanvi,

et i segni celesti ignoti e conti

per loro oggetto e per loro idol hanvi.

Però volgete le serene fronti

de i pensieri catolici u' bisogna

che i presidi di voi sien fermi e pronti.

Ciascuno, eccetto Cesar serva agogna

l'alma cristianitade; ogn'altro sire

se vegghia il suo fin vuol, se dorme il sogna.

Sol voi tali onte aborrite d'udire

come in Cristo cristiano, e confondete

chi la sa più spregiar che reverire.

Voi in grado, lor malgrado, la tenete

salvando in lei sue degnitadi gravi,

perché al merto, a la fede e a Dio vivete,

schernendo l'armi; i cavalli e le navi,

i tesor gli apparati e il minacciare

di chi gli arbitrii altrui suol far ischiavi.

Calchin pur il terren, fendino il mare

le nefande e le vili turbe esterne

che sanno meglio fuggir che affrontare,

ché qualunche se sia occhio discerne

caso che ancor non si è letto né scritto

ne le croniche antiche o in le moderne;

peroché quei che disperso e sconfitto

credonvi aver co 'l numer loro immenso,

nel tener vinto voi vi fanno invitto.

Ben si aveggon color che han qualche senso,

che a domar voi non bastano i monarchi

ch'al mondo tutto fan pagar il censo;

sì che quei che di rabbia e d'odio carchi,

conculcar vi vorrien con gare infide,

vi sono in vece di colossi e d'archi.

In cotal mentre Iddio sommo, che arride

a le imprese di voi, gli annunzia il fine

che i nemici di lui spegne e conquide.

Ecco le genti eccelse e pelegrine

nel mirar voi scorgonvi a i Turchi immondi

perpetuo specchio de le lor rovine.

Sì come cieli ci fussero mondi,

sarien costretti a sperare e temere

gli esiti vostri di glorie fecondi.

Guardinsi dunque le genie austere,

che ne le cause e ne le occasioni

sono non meno efferate che fere.

Gli sdegni d'Austria hanno in sé più ragioni

che quante n'ebbe ne' tempi vetusti

la gran madre de i Bruti e de i Catoni.

Furon gentili i Cesari Augusti

e voi fedele Augusto Cesar sète

pio in lo spirto, essi nel senso giusti.

Però le sorti lor dietro traete

a le virtù di voi solenni e dive,

che mertano altro che obelisci e mete.

L'opre di tali si mantengon vive

quanto a la lode ch'ebbero assolute,

per ch'ognor fur d'ogni viltade schive.

Ma le milizie vostre ricevute

son dove si registran le facende

in servigio di Cristo risolute.

Già si nota la Chiesa in le calende

che rinovan le sacre de i beati

che riveriamo ne le lor vicende.

Già di voi sono i fatti celebrati

come quei di colui che in cielo affisse

i pianeti mai più non affissati.

E quale il nome scolpito si scrisse

di queste e quelle persone famose

in quelle e in queste alte colonne fisse,

ne le empiree loggie gloriose

in caratter de Dio di stelle cinto,

impresso in note più che luminose,

con gaudio ver del celeste procinto

Vertudi, Potestadi, Angeli et alme

leggeranno in lor lingua  CARLO quinto.

Le vostre intanto militari salme

in voi da voi per voi racquisteranno

le d'altrui perse de la fede palme;

tal che i tempi, gli altari e i lumi avranno

come di Dio reliquie, e in nova gloria

de i triomfanti eroi triomferanno.

Per la qual cosa ogni antica memoria

inchinerà a la vostra aurea fama,

che or fa di voi con la sua tromba istoria.

E mentre famigliar di Dio vi chiama

con suon che intona al globo de la luna,

trema chi vi odia et ardisce chi vi ama.

Ma i nomi non avran più vita alcuna

perch'ogni spirto del viver secondo

concede al vostro il ferro e la fortuna.

Benché al largo, a l'alto et al profondo

merto illustre di lui par c'oggi sia

poco il ciel, poco il centro e poco il mondo;

e senza che ricordo alcun ne dia

comentario o annal altero e solo

al novissimo dì come ora fia.

Suo privilegio è il gir da polo a polo,

onde tutti gli inchiostri imparar denno

a far volare altrui dietro al suo volo.

Ammiri intanto il valor vostro e il senno

ogni miracoloso alto intelletto,

né di celebrar voi facci altro cenno,

ché non lice a nessun nato e concetto

di carne e d'ossa e di latte nutrito

di entrare in sì mirabile suggetto.

Cerca al ciel tòrre ogni moto espedito,

l'imo al sommo aguagliar l'atto a l'idea

e prescrivere il fine a l'infinito.

Colui che volontà nel pensier crea,

ch'osi cantar di voi, predestinato

a ornarvi il crin de la corona ebrea.

Voi sète onor dal ciel dato,

e ne la vostra carità sincera

diletto a Dio, da gli uomini invocato

l'Imperatore ch'ogni imperante impera,

e sì fatto per ch'anco non si è visto

bontade umana maggior né più vera.

Onde alzarete dopo il santo acquisto

la imagin pia de l'oltraggiata fede

dinanzi al sasso u' fu sepolto Cristo.

Né solo in far l'orientali prede

in onore del padre omnipotente

faravvi eterno de la lode erede,

ma ogni piaga di vario accidente

che in ciò facesse a voi l'animo esangue,

di età in età, di gente in gente,

versarà chiara più gloria che sangue.

IL FINE

SONETTO DEL MEDESIMO IN GLORIA DI CESARE

L'Invidia che dà menda al ciel, che gira,

a la Luna che varia, al Sol che manca,

a l'Aria c'ora imbruna et ora imbianca,

a l'Acqua che co i venti è spesso in ira,

a la Terra che in grembo ognun si tira,

al Fuoco il cui ardor si spegne e stanca,

al Dì che luce non ha sempre franca,

a la Notte che strane ombre rimira,

a le Fere che son preda nel corso,

a gli Uccelli che il volo hanno in sé frale,

e a l'Uom che in la ragion perde il discorso,

vinta da  CARLO Imperator fatale,

che a tanti orgogli va ponendo il morso,

l'afferma un Dio con l'abito mortale.

CAPITOLO IN LAUDE DEL  MAGNANIMO S. DUCA D'URBINO

AL SIGNOR RANIERI DEI MARCHESI DAL MONTE

Io mando, o cortese e onorato Cavaliere, a la degna e nobile vostra Signoria il Capitolo da me composto in laude e de le virtù e de le bontà del Duca Guidobaldo e de le corte sua ancora.

Certo ch'io ho consentito che si stampi perché i gran Maestri e i loro famigliari, che sono simili al Principe vostro e ai cortigiani di lui, se ne rallegrino;  per l'opposito quegli, e cortigiani e principi che altramente vivano, imparino in così fatta maniera di farsi conoscere dal mondo, e le bascio la mano con animo realissimo.

Di Venezia il X di settembre MDXLVII.

Obligatissimo servitore Pietro Aretino

TERNALE

Duca d'Urbino signor Guidobaldo,

Pietro Aretino, che piantaria negli orti

gli stinchi d'ogni Lutero ribaldo,

vi manda inchini, saluti e conforti

più che non son tra le ciurme aretine

capi bassi, occhi in drento e colli torti.

Intanto adora le Virtù divine

che adornon Voi come l'aprile e 'l maggio

il lor giardin le rose adamaschine,

tal che l'onore è diventato un paggio

di quei che danno a la vostra eccellenza,

a la fin del mangiar pere e formaggio.

E la Fama si reca in conscienza

se in trombeggiar di voi, Principe degno,

non dice agli altri: «Abbiate pacienza».

La Lode, rimirandovi in disegno

ritratto vivo da quel Tiziano

che fa di carne gli uomini di legno,

grida: «Io ne indormo il sofì e 'l soldano

ne le medaglie d'ariento e d'oro»,

e così detto vi bascia la mano.

La Gloria, per servare il suo decoro,

sta sempre tuttavia continuo ogni ora

coi vostri benemerti in concistoro.

La Grazia, poi che il prossimo innamora,

insino a l'Odio imbertona di voi,

a onta de la Sorte traditora.

La quale, co i briachi andari suoi,

dà i monti d'oro a certi farisei

che in obro<b>rio del ciel regnan fra noi,

et a chi non che un mondo, cinque a sei

spenderebbe in un dì, non porge tanto

che possa il grado suo tenere in piei.

Onde vi giuro pel sabato santo,

vigilia di quell'ova benedette

che metton la quaresima da canto,

che se io a le stelle maladette

ficcar potessi ne gli occhi le dita

farei or ora le vostre vendette.

Or per entrar ne la bontà infinita,

in la modestia, in l'onestade, in quella

galantaria che vi fregia la vita,

dico che il papa, quando egli è in capella

con tutto il clero di rosado apresso,

non fa di sé una mostra sì bella.

Io vado risolvendo meco stesso

che questo e quel gran maestro simiglia

uno alto, magro e disutil cipresso.

Con l'aparenza induce maraviglia

una cotale spezie di signori,

ch'è poi ne i fatti una ladra pariglia.

Sol le qualità vostre exteriori

cioè modi, costumi, atti e maniere,

paiono santi ne i lor romitori.

Spiegano a nome vostro le bandiere,

le condizioni eroiche sin dove

ser Febo accende e spegne le lumiere.

Chi ha mai visto le scarpette nove

in piedi a chi li portò sempre vecchie,

che si rincricca, contorce e commove,

overo far la ninfa tra due secchie

d'acqua fresca e brillante uno asetato,

o tra i fiadoni isvolazzar le pecchie,

vede l'animo mio amartellato

de i pregi vostri che a la cortesia

han dato, danno e daran sempre il fiato,

a fé che ella ha di voi fatto osteria,

tal che scempio sarà se non ci alloggia

come passa da Pesaro il Messia.

De i cardinali stitichi le moggia,

de i cavalieri erranti le migliaia,

come fuggisser la neve e la pioggia

corrano a casa vostra e non è baia,

scroccando in quanto al mondo a tradimento

con quella discrezion che ha il cento paia.

Benché ognun per partirsene contento

va predicando ch'è la vostra corte

come che vorrebbe essere un convento,

ivi sette non son di mala sorte,

ma brigate conformi al suo signore,

che solo a i vizii fa chiuder le porte.

Ivi gara non è, n'ivi rancore,

e come le donzelle la vergogna

tiene a stecchetto chi vi è servitore.

Non vi bazzica intorno la menzogna,

benché secondo il profeta Pasquino

è virtù dirla quando che bisogna.

Cos<t>ì non se bestemia il pane e il vino,

e in cento poste il giuoco arcighiottone

non cava altrui de la borsa un fiorino.

Costì schiava è d'ognun l'ambizione,

e la superbia ne e fumi rinvolta

è scompisciata per ogni cantone.

Costì non vanno i tabacchini in volta,

non ci han punto che fare i ganimedi;

né i buffoni ci suonano a raccolta.

Voi cacciate col fuoco e con gli spiedi

gli eretici e gli ipocriti faliti,

e guai a quel che credesse a duo ci<n>edi.

Così fussero i preti ermafroditi,

o per dir meglio i monici schiercati,

o i frati in la piatanza rimbambiti;

come sono discreti e moderati

non pure i molti vecchi cortigiani,

ma lo stuolo de i giovani soldati.

I Giorgi, i Capellaci et i Graziani

non vi rompano il capo giorneando

con la creanza de i napolitani.

De i vertuosi voi sète al comando,

parlo de i rari in ogni facultade,

che con lo ingegno non vanno anfanando.

Per la qual cosa la cristianitade

devrebbe in tutte quante le sue chiese

canonizar la vostra deitade.

È obligato almen sei volte il mese

arder gli incensi e acender le candele

in vostro onor tutto il vostro paese,

perché formar di zuccaro e di mele

non potrebbe un signor che vi aguagliasse,

né l'esser senza tosco e senza fele.

Voi non avete i suoi beni in le casse,

perché di mercanzie e di gabelle

guadagno non fu mai che vi tentasse.

Ma queste burle son frasche e novelle,

a petto ariguardagli come fate

le figliole, le mogli e le sorelle.

Facende ne i monarchi innusitate

per bontà di Cupido traforello,

che vòl che asaggi ogni suora l'abate.

Forse che mo' a questo e mo' a quello,

per beccar suso i crediti e i contanti,

cogliete la cagion del petrosello.

Con ceffo arcigno affermano i pedanti

che ne le lettre latine e in le greche

fate i più dotti parere ignoranti.

Io mi stupisco d'alcune cibeche,

che udendo il vostro musical concento,

non corrano a brusciar le lor ribeche.

Benché tali opre son per ornamento

de la nobiltà vostra, poetessa

per gentilezza d'intertenimento,

che sol la valentigia è principessa

del corazzon di voi e la prudenza

gemini ha fatto seco di se stessa.

Però la viniziana omnipotenza,

tanta amica di Dio che al fin del mondo

restarà ne la sua magnificenza,

con un favore a nullo altro secondo,

con una pompa inusitata e nova,

con un piacer mirabile e giocondo

dal Dusi, che può star con Giove a prova,

in presenzia al santissimo Senato,

dal qual par che giustizia e grazia piova,

dar fece a voi in San Marco, adobbato

di più eroi che non si vidder quando

il divo imperador fu coronato,

dare a voi fece come al suo Orlando

lo stendardo e 'l baston di Generale,

trombe, tamburi e campane sonando.

E poi che il sacerdozio pastorale

cantò in vostro pro le letanie,

con applauso  excorde, in su le gale,

il popolo faceva le pazzie

nel correre a vedervi in processione

im–mezo a i padri de le monarchie.

Una reliquia di riputazione

paravate in voi stesso e ne le gemme

il candelabro bel di Salamone.

Vedendovi un che andò in Girusalemme

disse: «Il gran cerchio c'ha il buon Duca al collo

al mio stentar faria smaltir le flemme».

Certo in quel col testimon d'Apollo,

tutta questa città quanto a l'affetto

con l'anima e col cor portovvi in collo.

Montando in buccentor più giù che il petto

scappar le Dee di questo mare magno,

sonò Triton di flauto e di cornetto.

Vi si diede Neptuno per compagno

sino a la riva del vostro palazzo,

e di poi si tuffò nel proprio stagno.

Il vescovo Turpin mi pare un pazzo

nel frappar de la Tavola ritonda,

du' non poteva ber pure un ragazzo,

imperò che la gola furibonda

de i doci franciosi masnadieri

ogni cosa faceva e netta e monda.

Lunga la devea far don imperieri

aciò come a la vostra ci mangiasse

uno essercito e più di cavalieri.

Da che Marte se fe' pagar le tasse

da casa d'altri come da la nostra,

non si udì mai che in extasi egli andasse.

Ma ci andò ben quando l'altezza vostra

con sì superba e sì real bravura

comparse aurato a la stupenda mostra.

Rapresentando in l'antica armadura

Cesare omo da ben, del qual di cui

ebbe già il mondo una matta paura.

Onde stragiura costui e colui

che al tempo di noi non s'è veduto

né ancora sentito né l'altrui,

sì belle genti in livree di velluto

così bene a caval, sì bene armate

e con cera ciascun di Ferraguto,

benché tra gli altri voi simigliavate,

facendo far miracoli al destriero,

il vincitor di tutte le giornate.

E sarà più che certo e più che vero

venga pur via madama Occasione

in grado e in gloria del veneto impero.

Ma per che sète di Giesù campione

Paolo terzo, Pastor de i Pastori,

vi ha mandato a Verona lo spadone,

che a i re dassi et agli imperadori

perché la fede e la religione

difendin da le man de i traditori.

Ora io conchiudo, dolce mio padrone,

che s'una cosa che vi manca aveste,

vi adorerebbon tutte le persone.

Se qualche volta un pochettin poneste

a chi 'l merta la destra in su la spalla,

o passando oltra un ghigno gli faceste,

il nome vostro restarebbe a galla

sopra di qual si voglia mezo iddio,

e nel giocar coi secoli a la palla

ricordo ne faria sino a l'oblio.

LAUDE DE LA SIGNORA VITTORIA

Con gli occhi sacri e con le luci sante,

la donna che ha qual dea nel mondo onore

notte e dì move un lampo, uno splendore,

ch'ombre e nubi da sé svela dinante.

Ciò fa che Iddio, del suo ben fare amante,

dal folgorar del sole e dal candore

puro in la luna tolse quel colore,

ch'ivi arde ogni iacinto, ogni diamante;

tal che il ciel, ripercorso da i bei rai,

fiammeggia del più vago e vivo lume

che stella impirea isfavillasse mai.

In tanta rifulgenzia il mortal nume

sparge da i cigli castamente gai

pace, innocenzia, amor, grazia e costume.

NEL RITRATTO DEL DUCA D'URBINO

Se il chiaro Apelle con la man de l'arte

rasemplò d'Alessandro il volto e il petto,

non finse già del peregrin suggetto

l'alto vigor che l'anima comparte.

Ma Tizian che dal cielo ha maggior parte

fuor mostra ogni invisibile concetto,

tal che il gran  DUCA nel dipinto aspetto

scopre le palme entro al suo core sparte.

Egli ha il terror tra l'uno e l'altro ciglio,

l'animo in gli occhi l'alterezza in fronte,

nel cui spazio l'onor siede e il consiglio.

Nel petto armato e ne le braccia pronte

arde il valore, scudo a ogni periglio

d'Italia sacra a sue virtuti <c>onte.

IL FINE

TERNALI IN GLORIA DI GIULIO TERZO PONTIFICE,

E DELLA MAESTÀ DE LA REINA CRISTIANISSIMA

AL DIVIN PIETRO ARETINO

Quella traditora di Fama, oggi (si può dire) piva da far ballar cittadini nonché contadini, s'era mossa su tra i tromboni delle città nostre di qua con una certa musica nuova insù le lode di non so che felice consorte della divinità aretina già tanto libera; di modo che con questo suo canto non più sentito ognun si moveva a entrar nel ballo della comune allegrezza delli amici vostri; et erano da fatto da gittar fuora del rispetto loro per rallegrarsene con voi. Ma ecco che la Sirena vostra travestita d'un sacro manto pontificale, e di una tiara di pura divinità tralucente, e con un sceptro di gigli purissimi da una mano, e da l'altra con una di quelle sante palle rozze, la qual sola bastava per grandezza sua a designar tuto questo nostro globbo terrestre, ci fe' sentir una armonia quale propiamente sentono quelli che odono quella de i moti delle sfere celeste.

E tanto più si faceva stranamente sentire, quanto più si alzava su la gelosia della libertà, in barba d'i nimici di verità tanto tempo concessavi dalla liberalità di divini influssi liberi. Onde quella cicala del populazzo a quelli angelici accenti disparì subito in commune letizia di tutti, comme in confusion sua. E ci lasciò gustar adaggio questi divini  Ternali vostri, i quali avemo fatto ristampar quivi in grazia sua come in lode vostra. Acciò sappia Italia che quanti sono amatori delle arti liberali, sono ancora osservatori della libertà concessa alla età matura della felice e immortal vita del signor Pietro Aretino, per grazia divina uomo libero.

Di Lione a dì XVII aprile MDLI.

AL NOSTRO SIGNORE

Che i meriti de la di voi Beatitudine debbano anco mettere in suo pro il mio in qualche parte conoscergli, ecco che viene farne fede a voi (Padre, come Beato, Santissimo) il capitulo che le solenni vostre di vertù Eccellenze mi ha tratto de lo ingegno in gloria de lo immortal suo nome e in grazia. Onde la divozione con cui vi adora il di me animo per bocca de la presente pìstola vi bascia i piedi sacri umilmente.

Di Vinezia l'ultimo di ottobre MDL.

Inutile servo Pietro Aretino per divina grazia uomo libero

1

RIME IN VERSI

O lingua indarno eran le tue parole,

voce il tuo suono, i tuoi concetti ingegno

penna i tuoi inchiostri e le tue carte sole,

se Iddio non dava (perché n'era degno),

qual fece a Pietro a Iulio senza menda,

con le chiavi e col manto il trono e 'l regno.

Però che re non è che legga o intenda

quel che natura in largo don mi diede,

perché in l'onor de chi 'l merta lo spenda.

Ma or che 'l mondo inginocchiar si vede

al pontifice sommo, in sé capace

in sin di quel ch'ogni giudizio eccede,

dopo il iubilo preso in nostra pace

de l'alma assunzion, che terren chiostro

e l'ambito divin se ne compiace,

ingegno, carta, lingua, penna e inchiostro,

in voce tutti del nativo stile,

decantate exultando il Signor nostro.

Poi che 'l di lui sempre animo virile,

per conoscer se stesso in ciascun caso,

è felice oggidì come gentile,

sembra colmo di gioie un aureo vaso

la mente sua di quel pensier riplena,

che batezar vorien l'Orto e l'Occaso.

In tanto egli rallegra e resserena

le cadute virtù, gli studi afflitti,

le bontà regge e le nequizie affrena.

Con la pietade punisce i delitti,

co i favori e co i pregi ricompensa

gli ottimi intenti in gli uomini diritti.

Mostra a i superbi una iracondia immensa,

porge a gli umili una quiete extrema,

tuttavia grazie e ognor venie dispensa.

Per lui la colpa e 'l merto è ardito e trema,

in tale istante la lor varia essenza

gli onori acresce e i vituperi scema.

Ma perché è senso della conscienza,

fiato de gli onestissimi consigli

e cauto spirto della providenza,

per sereni, diletti, amati figli,

privi del dubbio, senza gara alcuna,

realmente terrà l'Aquille e i Gigli.

Ché in vero Iddio, ove ogni ben si aduna,

quale in figura ha la sua effigie in cielo

in sembianza del sole e della luna,

largisce a noi con pio, clemente zelo,

per lume, immago, il gran Padre ch'è in terra,

stabilimento al Vaticano ostelo.

Onde il concilio manderà sotterra

l'empia eresia de i luterani erranti

con uno error che non errando anco erra.

In cotal mentre il bon Pastor, che a quanti

papi succederagli insegna a ornarsi

de' tituli de cui s'ornano i santi;

con sì candido cor viene a mostrarsi

che l'invidia, de i biasimi fucina,

di opporgli pur un che non sa pensarsi.

Ella, a se stessa tosco e disciplina,

giura che questo annale e quella istoria

gli dee il nome inchinar sera e mattina.

Poi ch'egli, obietto a la immortal memoria,

per sempre caminar coi piè del merto

va per tute le scale de la gloria.

Per tal miracol se gli è Carlo offerto

per divoto e leal, quel Cesar dico,

che s'è un uomo o un Dio non si sa certo.

Non cede il secol d'oggi al tempo antico

or che di Cristo il Vicario sincero

sì magno imperator vedesi amico.

Ormai volge la Chiesa il guardo altero

ver l'Oriente con dir: «Forse ch'io

confessar ti farò la fede e 'l vero».

A Iulio terzo dee pagar il fio

chi giamai nol pagò, perch'è stupendo

braccio del sacramento e man di Dio.

Egli che sa sì ben viver vivendo,

e mo' fu sempre e sarà tuttavia

angelo a i boni, a i rei giusto e tremendo.

Chi a lui ricorre è di stimar che sia

di ricorrerci degno, e infido quello

che la clemenza che 'l nutrisce oblia.

È del culto catolico ribello,

è composto di strana efferitade,

è delle piante del vizio scabello,

qualunche in l'alma e regia maestade,

che gli tranquilla il conspetto fronte

u' spazia ignuda ogni sua volontade,

non affige le ciglia avide e pronte,

imperò ch'ella è specchio a la speranza

che loca altrui nel salutare  MONTE.

La cui cima ch'è foro, albergo e stanza

de le grazie, del senno e del valore,

aguaglia il Sinai, l'Olimpo avanza.

Fonti di carità, rivi d'amore,

iscaturisce nel dorso e nel petto,

e delle piaghe di Iesù il <li>core.

La Trinità di sé l'ha in vece eletto

per dare un capo a religione,

d'immaculate deità ricetto.

E però l'ostie e gli altari non pone

tra l'armi, tra le morti, al sangue, a l'ire,

per vanagloria de l'ambizione.

Vorei più cose de i suoi merti dire,

ma un sì gran suono per l'aria rimbomba,

che nel farmi tacer fammi stupire.

Ecco la Fama in forma di colomba,

che da lo stil la materia mi leva

con l'armonia de la sua ch<ara tromba.

Ella che sopra i pianetti solleva

Iulio, nome terribile e giocondo,

onde in un tratto allegerisce e aggreva,

canta ch'el solo di lode fecondo;

per rifulger di splendide eccellenze,

idolo è fatto a le genti del mondo;

benché l'inclite sue magnificenze

modestamente servano i decori

de le religiose continenze,

tal che nel dove convengon gli onori

che si debbano a Dio, lascia da canto

il rispetto de i grandi e de i minori.

Non già che lui, che si può dare il vanto

d'aver propizio il fortunato evento,

manchi loro in mercé tanto né quanto.

Pur che in l'uom sia d'intelletto ornamento,

il monarca magnanimo non prezza,

s'è patrizio o plebeo nel nascimento;

ma solo tien di nobiltà richezza

la solerzia, la fé, le vertù sparte

ne la creanza de la gentillezza.

In colui poi l'affezzion comparte,

che pur non è ma non pò esser empio,

perché da l'onestà mai non si parte.

Il certo nume (a le gran cose exempio,

e della ricordanza eternamente

coro, ara, lampa, squilla, organo e tempio),

è un celeste oraculo evidente,

i cui risponsi in note de gli eroi

consolono in futuro et in presente.

La degnitade ne i misteri suoi

sì ben procede, che ci mostra espresso

come ben l'ha meritata fra noi.

Con sicurtà di libero possesso

in la parola de la lingua tiene

il sì e il no in forte marmo impresso.

Stabilisce con l'un quel che conviene,

e con l'altro lo inlecito depenna,

e in tal fatto distingue il mal dal bene.

Ei le giuste dimande non impenna

con il mentir de le promesse vane,

anzi s'ottien ciò che col cenno accenna.

Sì dotto antiveder saldo permane

ne l'opre che i maneggi gli consegna,

con temperanze provide e soprane,

che a ciascun, standosi queto, insegna

quel che si debbe eseguire e deporre,

e da niuno imparar ciò s'ingegna.

Tempo né forse non usa interporre

a la necessità de i casi a i quali

bisogna dar la prestezza e non tòrre.

È ne i progressi, che non voglion l'ali,

ma spazio e pensimento gli richiede,

tardo e ristretto con termini uguali.

La carità l'amministra e la fé,

onde a quella in ispirito non manca,

né mai questa da lui romper si vede.

È di complession libera e franca,

e 'n l'ardor de le fervide azzioni

non mai si sazia, si raffredda o stanca.

Le qualità de le sue condizioni

una machina paiono d'idee,

esemplari a le pie cogitazioni.

Simiglia un caos di palme idumee

la gran copia di i sensi in cui l'ha instrutto

il profetar de le scritture ebree.

E però premio, guidardone e frutto

il succedere a Paolo gli è suto,

e ognuno il sa ma nol comprende in tutto.

Ché benché il sol sia da ciascun veduto,

son pochi poi tra la turba infinita

che l'abbino in potenzia conosciuto.

La sua Beatitudine gradita

da l'altre Santitadi è differente

ne i gesti, ne l'imprese e ne la vita,

più che il vivace d'un raggio spendente

da la luce che 'l forma e sparge lui

dal luogo ove lei propria è asistente.

È sempre effetto et abito in costui

ciò che per varie vie disavedute

impeto e volontà fassi in altrui.

Procaccia a longo andar requie e salute

a i popoli che domina, e dà legge

ne i riti sacri e 'n le cose devute.

Tal che nel volto di Roma si legge

che voria sempre che Iulio Superno

fusse Custode del cristiano gregge.

Se gli anni suoi durassero in eterno,

l'anime nostre continuo vedrieno

il Paradiso aprir, serrar l'Inferno.

Compirà lieto i venti lustri apieno,

ché il Redentor per cui negozia l'ama,

e buon pel clero se mai non vien meno.

Qui la conclude la squilante Fama,

perch'ogni clima del cerchio universo

dentro a i suoi tabernaculi la chiama.

Sì che udirassi da lo Atlante al Perso,

da gli evangeli del sermon di lei,

canonizarlo in venerabil verso.

Stupidi rimaran gli Indi e i Caldei

nel sentir in sentenzie e vere e vive

chi è lo agente del Dio de gli Dei.

Dal calamo del tempo si descrive

che questa etade illustre il privilegia

d'inni ammirandi e di cantiche dive,

perché di quante in una mente egregia

reliquie di vertù son dispensate,

la sua se ne alimenta e se ne fregia.

Nazioni externe di ragion dotate,

converse nel piaccer de la letizia,

Iulio Ottimo Maximo adorate.

Scetro e catedra egli è de la giustizia,

de la concordia diadema e croce

de la cruda e famelica avarizia:

la persegue in pensiero, in atto e in voce,

né vòl che dove guarda alzi la faccia

il monstro diabolico ed atroce.

Iulio i tesori del Ciel si procaccia,

serve si fa le libere persone,

e sé imperante di modestia allaccia;

mentre che ad ogni infamia la prepone,

e conculcando i tiranni usurari,

circonda il regno di doppie corone.

Iulio tien di peccunie aperti erari

quei cori, quelle viscere, quei petti

che gli son di se stessi tributari.

Tal che in vertù di sì veraci effetti,

di Iulio eccelso a l'ombra mi consacro;

ch'oltra l'esser perfetto intra i perfetti,

delle cose divine è simulacro,

e delle umane suprema statura,

e tre volte beato, santo e sacro,

altre tante a Dio e a la natura.

Fine

AL CRISTIANISSIMO SIRE

Due corone ornano la serenità de la singula Caterina (per divina providenzia anima e corpo del corpo e de l'anima del magnanimo re Enrigo), due corone dico: quella del regno e quella del nome.

A l'una per isplendere di qualunche gemma ci nasca non convengan più gioie; a l'altra sì, imperoché non da le minere che producano le naturali, ma da le vene che partoriscano le divine bisogna ritrarle. Per la qual sorte di cosa, quelle tali che in vertù de la propria natura ho saputo con l'ingegno raccòrre, per parermi convenienti al diadema de la fama de sì felice reina, a la Maestade vostra, senza parlar del prezzo, le mando.

Con ciò sia che, nel giudizio de la profusa liberalità sua la stima di così fatte pietre rimetto. Intanto il ginocchio sacro con la bocca le bascio de l'animo.

Di Vinezia

Inutile servo Pietro Aretino

2

TERNALI IN GLORIA DE LA REINA DI FRANCIA

Mentre con umiltà guardo e contemplo

le grazie infuse in l'alma  CATERINA,

d'umanità miracoloso esemplo,

la veggo in ogni parte sì divina

ch'io dico: «Dimmi o provida Natura,

è opra tua l'altissima regina?

Quando che lei di te non sia fattura,

chi ha composto quel tranquillo fronte,

u' spazia casta l'onestade pura?

Chi sotto poi con sotigliezze conte

l'ha inarcate le serene ciglia,

che fan corona a le sue luci pronte?

Chi formò gli occhi da i quali il sol piglia

norma e veder, per che non miran cosa

che in sé grado non tenga o maraviglia?

Chi questa e quella guancia preziosa

stampò con arte e impresse a caso?

Ch'il mento, c'ora è un pomo, or una rosa?

Chi relevò sì delicato naso,

che i sacri incensi gli sono alimento,

né mai lascivo odor entra in tal vaso?

Chi le intagliò, e con quale istrumento,

la bocca sobria e i bei denti le diede,

e i labri scelti in foggia d'ornamento?

Chi la lingua scolpì, la qual procede

col tacer saggio ne i modesti affari

e fa udir quel che il dover richiede?

Chi esplicò gli orecchi sempre avari

in ascoltar ciò ch'è biasmo deriso,

tutta via larghi a i candidi parlari?

Chi nel dolce aere del ridente viso

ha una di quelle indole conversa,

c'han nel volto i beati in paradiso?

Chi la soave isvelta gola (aspersa

di lattee perle) e tante gioie belle

porge in colonna immaculata e tersa?

Chi coniò le sacre sue mammelle

che sembran fisse ne lo eburneo petto,

del cielo uman duo notritive stelle?

Chi espresse in tenace ordin perfetto

le nivee braccia, dì e notte aperte

dal proprio suo misericorde affetto?

Elleno son di tal clemenza inferte,

che a i perversati da i casi villani

vengano incontra et han se stesse offerte.

Chi le dita aricchì quelle mani,

che in la bellezza e ne la cortesia

fanno istupire i prossimi e i lontani?

Con esse premia dovunque si sia

l'auree vertù, per esser l'aiutrice

non punto men che fortunata, pia.

Chi offerse in tal fertil genitrice

(puro olocausto di sacrario attivo,

e minera alma di prole felice)

lo spazio intatto in l'alvo sensitivo,

che i re predestinati e i duci eletti

serba innocente sino al dì nativo?

Chi la capacità et i recetti

dentro ci confermò, perch'ivi poi

gisser crescendo i principi concetti?

Chi distese le gambe e sculse in doi

le sommesse ginocchia, u' a tempo stassi

Cristo adorando e i veri santi suoi?

Chi a i piedi fece i fondamenti bassi?

Chi fa parer ch'ogni giglio, ogni fiore

germogli u' move i graziosi passi?

Chi fu lo esperto mastro, ch'il fattore

che in forma di piramide ridusse

il suo sincero e mansueto core?

Chi l'egregie eccellenze in lui produsse?

Chi a non capir dove cape il costrinse?

Chi volse che visibile ogni or fusse?

Chi le viscere intorno gli destinse,

e con sì sviscerata affezzione

di tenero fervor calde l'avinse?

Chi nel bel corpo con salda ragione

e in ciascun membro è andato osservando

la venustà de la proporzione?

Chi è suto l'architetto venerando

de la machina in muscoli viventi?

Chi un picol mondo in lei va figurando?

Chi tutte le prefate opre esistenti

in materia sì vaga e mesurata,

ne i destri ufficii lor fe' diferenti?

Chi unì con la ragion l'anima innata?

Chi l'anima in lo spirto essenziale

tiene essenzialmente consertata?

Chi diè lo spirto a l'esser corporale

che ne i capi, ne i mezi e ne le prode

sostiene il moto del peso carnale?

Chi 'l genio salutifero in custode

ci consegnò, acciò che le succeda

ciascuna occasione in grado e in lode?

Benché a la sua prudenzia avien che ceda

angelo tale, e in tutte le maniere

le potenze di lui dansele in preda».

Ale richieste de le mie preghiere

par che in suon di pioventi acque risponda

il motor de i pianeti e de le sfere:

«Per ordin mio la Natura feconda

è gita distinguendo opre cotante

in  CATERINA a null'altra seconda.

Ella con iscienze sacrosante,

oltra quel ch'ode, vede, gusta, odora,

e tocca e parla con grazia prestante,

oltre il lineamento entro e di fora,

per compiacermi d'ogni circostanza

l'organizò in guisa d'Aurora.

E però i costumi e la creanza

splendano in lei con sì supremi gesti

c'oggi le dee, non pur le donne, avanza.

Ma quasi nulla son tutti i celesti

strumenti suoi – par che sogiunga Iddio –,

ancor che sien del mio voler contesti.

Son nulla in quanto a la mente che io

le ho in don concessa, onde continuo pensa

col tesor del ben far pagarmi il fio.

Ella i pensieri sublimi dispensa

in preclari negozii e gli consegna

dove il fine d'onor la ricompensa.

Largito ha in lei, tre volte inclita e degna

sopra ogni dote, la mia providenza,

uno animo che pate e non si sdegna.

Fede può di ciò far la pazienza,

che se vidde e conobbe alor che parse

che steril fusse a la real semenza.

Tal che il livore al Ciel volle elevarse,

ma cadde poi che i privilegi miei

la ferno in plenitudine mutarse.

In somma un tabernacolo è costei,

e le reliquie che dentro ci serbo

son le virtù e le bontà di lei».

Così del grande Iddio mi pare il verbo

in suo idioma, che in letizia mena

quanto si possa mai sentir d'acerbo.

Certo che lei, di santimonia piena,

è soprumana e sopranaturale,

et erra chi la tien cosa terrena.

L'altezza sua è prescritta immortale,

non perché sia di qualitade eterna

ma perch'ell'è composizion fatale.

Per la qual cosa ogni luce superna

di sì splendente clarità l'infoca,

che a Gallia è lampa, a Italia lucerna.

Sì che chi l'ama, l'adora e l'invoca,

porge il suo dritto a l'umile osservanza

che a inchinarla ogni nazion provoca.

Ora chi vol suscitare la speranza,

desunta in aspettar quel tardo punto

che di mai non venire ha per usanza,

di collocarla in lei prenda l'assunto

e vedrà che in adempiere il suo voto,

a onta de lo indugio, è il termin giunto.

S'altri brama far sé celebre e noto,

e la reputazion restare amico,

se l'offerisca in servo e per divoto.

Ella, che un tempio del petto pudico

ha fatto e consacrataci l'immago

del magno, sommo e glorioso  ENRICO,

merta che il secol del suo ben presago

converta il giorno che nacque in festivo,

e sia solenne a l'Arno, al Reno e al Tago.

Tizian perpetuo e Michelagnol divo,

in cotal mezo con pennello arguto

rasemplinla in color c'abbia del vivo.

Il Buonoaruoti e il Sansovin saputo

tolghinla in marmi da la propria idea,

in metalli Lione e Benvenuto.

Istampinla Gianiacopo et Enea

con la medesma acutezza discreta

ch'usan d'imprimer Pallade et Astrea.

O Vasaro, o Salviati, o Sermoneta,

propizia la farete a chi la vede

dipingendola in grembo al suo pianeta.

Giuseppe e Andrea ritraran la Fede,

la Temperanza con la Continenza,

lei retraendo a sedere et in piede.

Valerio e tu Francesco l'Innocenza

a procreare in musaico venite,

nel tòr la copia de la sua presenza.

In uno le tre Grazie insieme unite

improntarà il da bene Anichino,

recandola in corgnuole e in margarite.

Principia i suoi simulacri Baccino;

fanne, Danese, esemplari virili;

tu Meo, tu Rafaello e tu Bro&lt;n>zino.

Minia, don Iulio, in ritondi profili

i vezzi che da lei Grazia impara,

perché angelicamente son gentili.

Sola tra ogni imperatrice rara,

Bernieri, è tale; però miniando

le sue florenti leggiadrie dechiara.

Nel Genga, in San Michel vassi aspettando,

nel Serlio, nel Ruscone, in questi e in quelli;

ciò che in suo onor vadin tra lor pensando.

Essi, Vitruvii in gli edifizii belli,

perché a i di lei teatri si dia opra

comincino le bozze et i modelli.

Medoro, in tal mestier fà che ti scopra,

et abbi in ciò le tue vigilie spese

poi che t'è simil don dato di sopra.

La caterva di tanti in tali imprese,

nel superar l'un l'altro mostri come

la invidia è gloria in le degne contese.

Fila d'oro non ha tante in le chiome,

quante rime conteste in versi eroi

celebraranno a  CATERINA il nome.

Con il chiaro Alamanno, i Speron, voi,

voi Dolce, voi Venier, voi Muzio, ormai

cantate a gara i santi effetti suoi.

Del saper vostro, Carnesecchi, i rai

le sien gemme al diadema, poscia ch'ella

rende il niente de i dotti in assai.

Mirabil Caro, CATERINA è quella

che, sempre mai che al  SIRE suo si mostra,

in pro de i buoni intelletti favella.

Tasso e Capello sien materia vostra,

qual de i Candolfi le grandezze umane

che umili esaltan l'avocata nostra.

Sì che unico Ruscelli, amabil Zane,

grave Molino, illustre Bentivogli,

Coccio erudito, culto Frangipane,

aciò la Fama del tutto s'invogli

de le sue maraviglie, itene empiendo

l'ample facciate de i perpetui fogli.

Ecco il Cesano, giudizio stupendo,

et il Brucioli, e il Doni, e il Varchi, e il Nardi,

che la vanno altamente descrivendo.

Ma quel che tanto importa, è che non tardi

a dir di lei quelle ammirande cose

che intende e sa l'orator Lionardi.

Parlo de l'uomo al qual non sono ascose

de i cieli le vertù non che il decoro,

del quale Iddio tal madama compose.

Di lei scrivi, Esculapio Fracastoro,

Casa, d'Apollo amfiteatro e mole,

sia ne i vostri registri in note d'oro.

Iovio, da poi che le perite scole

ne l'istorie vi cedano, explicate

in chiaro annal le sue venture sole.

Picolomini, il calamo pigliate

col Platon Susio, e per le solite orme

in commendarla a pien l'exercitate.

Il Tolomei a Omero conforme

(anzi è maggior per che il poeta invitto

qualche volta dormì, ei mai non dorme),

intitoli et indrizzi ogni suo scritto,

così lo Spino, il Brembato e 'l Contile,

al refugio del merto derelitto.

Volga il Manuzio e l'Amalteo lo stile,

e il Verità a l'idolo ch'è solo

perché nessuno esser gli può simile.

Gran Giovan de la Rovere col volo,

nei suoi pregi studiando, passareste

l'artico perno e l'antartico polo;

benché ciò fate voi, signor c'aveste

quante i libri han dottrine in ascendente,

e perché più vivesser ci nasceste.

Cornar Benetto, Anton Corso eccellente,

Parabosco, Rosel, Pace, Pompeo,

datela in l'opre a l'universa gente.

Il possente tuo pletro, Aurialo Orfeo,

dedica a l'alta Donna, poi che agiungi

con esso a i merti d'ogni semideo.

Cerruto, Orazio a te riman di lungi

se in ciascuna oda sue grandezze canti,

e col fine del mondo ti congiungi.

Tiepolo, Magi e Brusantino, i vanti

che poetando posson dar le carte

nel dir di lei vi apariran davanti.

Poi ch'ogni musa in la natura e in l'arte

col fiato vostro, Beccatel, respira,

le di voi penne abbin sue laudi sparte.

Barbaro Daniel, Fortunio Spira,

per decantarne in voi temprando gite

l'eccelsa cetra e la superna lira.

Del ciò che sète il bel volume aprite

Vendermino, Domenichi, Bettussi,

e in lei le vostre lettre conferite.

Gallo urbinate, s'io Pietro non fussi

te Antonio esser vorrei; sì mi compiaccio

nel legger quel che a te dettan gli influssi.

E però pon da canto ogni altro impaccio,

e 'l tuo furor poetico diserra

in suggetto sì alter, come anch'io faccio.

Cornelio, Ottavian, Sisto, Volterra,

suso i pulpiti aperti predicati

la sua religion di terra in terra.

Padri che in gli ermi solitari orate,

vergini ancille del rito cristiano,

che sempre viva il Redemptor pregate.

Intanto in musical coro, Adriano

nel silenzio de l'organo exponete

armonizando il suo valor soprano.

Benché o voi che nominanza avete

ne gli eventi e nei garbi de i disegni,

dal ciò che più vi par non vi togliete.

Dite academie a i laureati ingegni,

di quei s'intende in vertù più securi,

che non sono i tesor, gli imperi e i regni,

che attendino a gli studi lor maturi,

e ancor che in voce d'inchiostro gli chiamo

del mio persuader nessun si curi.

Ma tacin di costei ch'io adoro et amo,

col bramar l'ombra di quella bontade

ne la qual par che non peccasse Adamo.

Però ch'essendo la sua Maestade

oggidì squilla de la propria gloria,

ne gli anni ancor d'ogni posteritade

di se stessa sarà tromba e memoria.

 

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 03 settembre 2011