Pietro Aretino

Opera Nova

Strambotti

Sonetti

Barcellette

Strambotti

* Edizione di riferimento

Edizione nazionale delle opere di Pietro Aretino, a cura di Giovanni Aquilecchia e  Angelo Romano, Salerno editrice, Roma, 1992.

* Edizione elettronica di riferimento

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L'AUCTORE A LI LEGENTI SALUTEM DICIT

Avea facto concepto, lepidissimo lettore, alquante cose da noi facte in uno quasi istante, a fine di qualche nostro o d'alcuno nostro benivolo suiecta materia, non divulgarle anze nasconderle, e da li animi de li omini al tutto toglierle, sì cognoscendo il stile nissuno, sì essere molti perfidi e maligni detractor, dai quali non tanto questi rudi, ma li più tersi sonno biasimati.

Pure, lassate queste cause, fece proposito mandarle fore con dir ad alcuno ingegno pelegrino: «Si non l'opra al manco l'audacia piacerà ». E a uno altro nostro già comenzato opuscolo preluderemo, come intendo aver fatti alcuni summi auctori; bench'io de' quali non saria degno portar el libro e por bocca al nome loro; sì che han meritato i più sublimi lochi. Come se sia, infine, sonno toi; lègeli al meno e, fastidito, si non vòle te innopicheno la casa, vendeli a li librari per far coverti de li altri o a li salsamentarii per involuparci li pesciculi marini e né fia tuo troppo danno, e a me non seria tedioso.

1

Voi ch'ascoltate il lamentabil verso,

fugite amor amaro e sua facella,

che per l'impio seguire ho il tempo perso

e tronca la mia barca a buona stella;

ad ogni ritto ho trovato riverso

l'acquietar di tal navicella:

fugite tutti l'amorosa voglia

che dona pianti, stenti, afanni e doglia.

2

Sì come vòl fortuna in qualche passo,

da crudel ferro alcun spesso perisce,

e sepulto in la strada il corpo lasso,

ciascun per premio un sasso lo ferisce;

in latro, ch'a le forche ha misso il passo,

pur qualche ben per l'alma exaudisce:

e io, per premio de mie tanta fede,

trovo sol foco e mai nulla mercede.

3

Lasso trovossi piata<r> nell'inferno

con risonante suon di parva cetra:

e ebbe tal valor nel cavo averno

che trasse un'alma giù de l'ombra tetra;

e non si pò, per istar im–pianto eterno,

placar un cor anzi diventa pietra:

e quanto più divoto lui adoro,

più presto cresce al mio crudel martoro.

4

Lo stanco pelegrin, dal camin vinto,

spera a l'albergo riposarsi alquanto;

el navigante, dal vento sospinto,

spera bonaccia e però ciessa il pianto;

il fier soldato, dal nimico cinto,

spera la vita con sui preghi al santo:

io che son vinto, in mar, stanco, angoscioso,

spero morir sumerger, mai riposo.

5

Rompesi l'albor da' venti percosso

e tronca i rami per suo' tanti fructi,

l'arido sol talvolta l'ha rimosso

e suo' dolci licor fa perder tutti,

e io, da tanti tormenti percosso,

non trovo fine a mie' gravosi lucti;

né potestà ha il ciel in me né sorte,

né tempesta, né sol, né impia morte.

6

Placcasi il ciel che gran furore ha mosso

di piogia e venti di campane al suono,

el crudel angue ha il venen rimosso

sol per valor di qualche licor buono,

crudel ferita ben sì drento a l'osso

pur se riscalda doppo l'aspro tuono;

solo io al mio gran mal non trovo loco

e, più cerco guarir più cresce il foco.

7

Si fieri venti in tempestoso mare

percosso han del nochier la debil barca,

fatto la vela e l'albero spezzare,

nelle salse acque ogni merce si scarca,

spera se stesso con preci salvare

e paziente soporta tal carca;

però, si per martìr son quasi in sasso,

ispero paziente alzar tal masso.

8

Il vilan con la zappa tutto il giorno

tormenta e membri sui per premio avere,

il capitan per non aver iscorno

contra il nimico monstra il suo potere,

e lo stanco pastor, sotto qualche orno,

guarda gli armenti sui per latte bere;

i' cogli armenti pugno, zappo aperto,

specto doglia, martìr, per premio e merto.

9

Il dotto mago tanto specta il celo

che giugne il ponto desiato e l'ora,

e preso il nome del lucido stelo,

alegro suo' sigilli manda fora;

l'astrologo al futur pur apre il velo

si ben compunti e segni vi dimora;

ogn'om chi spetta qualche desio trova,

e io, più spetto, più foco rinova.

10

Quanto più forte il ciel fulmina e piove

e più Vulcano sforza la fucina,

più alegrerà l'om se 'l viaggio move,

e spera doppo sì crudel roina

quiete tempo a suo orride cove,

però sta lieta lor voglia tapina;

e io contento, donna, al foco cedo,

sperando gioglia poi, ben ch'i' nol credo.

11

Lasso in terra ogn'animal che vive

pur ha riposo in qualche folto bosco,

e tra fresche erbe e tra l'ombrose rive

consuman l'amor lor senza alcun tosco,

e son d'ogni martìr lor voglie prive

senza doglia nissun e senza fosco;

solo io in affanni e 'm–pena, sì angoscioso,

la notte, il giorno, sto senza riposo.

12

S'alcun robato nel camin se trova

gridando «Strada», ogn'om con armi corre;

s'avien che 'l foco gran tempesta mova

con vasi e acqua presto si socorre;

s'alcun summerso nelle onde salde cova

per pietà ogn'om della acqua lo vòl tòrre:

solo io in te non trovo pietà alcuna,

nimica ognor d'amor e di fortuna.

13

Dimostra il ciel per segni reo destino:

il legno pel delfin impia fortuna,

col canto il cigno il morir vicino,

el rosignol la suo trista ventura,

l'ucel d'Egipto suo fato meschino,

l'upupa del pecato la brottura;

così il volto mie mostra al colore

immensa passion del fido core.

14

Il castellan ristretto in la forteza

fa sua diffesa, pur alfin si rende;

il fier nimico, benché pata asprezza,

per tanto guerregiar la rocca prende;

la Parca ispezo fortuna disprezza

pur a la fin la roba in l'acqua stende:

però convien che le mie ossa tenere

per tanto tormentar caschino in cenere.

15

Qual om ch'al camin suo manca la luce

del chiaro sole nel più folto bosco,

smarito specta per su' fido duce

la lucida aurora, timido e fosco,

così privo di te l'obscur m'induce,

né il vero camin più non cognosco;

e teme il fiero mar mia navicella

senza il favor di tuo splendente istella.

16

Non è Diana su negli alti poli

tanto formosa quanto ognor ti veggio,

non fu simile a te quella ch'a voli

venne ratta ne l'onde per suo peggio;

dispreza crudeltà ch'al cor imboli

se brami in ciel acquistar alto seggio,

discaccia ogni venen che tuo cor serra

se vòli unica esser ditta in terra.

17

Parla il pittor di gesti e di disegni,

il cacciator di fiere, reti e cani,

l'astrologo del ciel prodisgi e segni,

cerusici di colpi aspri e vilani,

il navigante sol di venti e legni,

di voti e pelegrin, viaggi strani,

di bene e buoni, e servi di servire

e io d'amor perché mi dà martìre.

18

Sonno anima<l> che, più oscur è notte

e più men luce la frigida luna,

più han piacere fuor delle lor grotte,

desiando veder sempre aer bruna;

e quando il sole ha tal tenebre rotte

s'ascondon per dolor ad una ad una:

e io, per mio destino e fato atroce,

seguo quel che più m'arde e più mi noce.

19

Non vòle i nati suo' l'aquil nutrire

se le lor luce non fermeno al sole;

en fin non vede pel negro vestire

il corvo e pulli sui governar vòle;

la mesta in fronde mai s'usa coprire

si la compagna non vede a suo scole:

e io, senza veder null'altro segno,

t'offersi il cibo de loco più degno.

20

Tanto va il ceco cervo al chiaro fonte

che se ritrova pur alfine nel laccio,

tanto veloce la lepretta al monte

corre che l'ha dai cani ultimo ispaccio,

tan<to> han le voglie gli ucelletti pronte

al fischio ch'a le gabbie danno impaccio,

tanto si fugge amor a poco a poco

che se ritrova l'om in lacci e 'n foco.

21
De tempore

Grotesche, spoglie, ludi, strali e armi,

triumfi, archi, teatri e bel scolture,

trof<ei>, sepulcri, epitafi e carmi,

colossi, amfiteatri, gesti, picture,

vittorie, tronchi, aurati marmi,

arastri, zappe, vomeri e ficture:

quel che non senten le mortal ruine

dal tempo in brieve son condutte al fine.

22

Col tempo in mar sumerge il forte legno,

col tempo ogni gran stato cade in basso,

col tempo manca ogni terren disegno,

col tempo ogni difizio va in fracasso,

col tempo torna vil l'om tanto degno,

col tempo si dispiana ogni gran masso,

col tempo il forte fer divien in polve,

col tempo el tutto in terra se risolve.

23

Torna ogni tempo a chi il tempo specta,

ritorna l'om a la patria col tempo,

col tempo vien ogni giusta vendecta,

il fier nimico in carcer s'ha col tempo,

surge de l'acqua la debil barchetta

e vien tranquillo a lei spettato il tempo,

col tempo torna ogni obscuro in luce,

e il tempo ogni desio al fin conduce.

24

Si 'l tempo dà catena il tempo scioglie,

si 'l tempo servitù libertà dona,

si 'l tempo dà martìr il tempo gioglie,

si 'l tempo mala sorte il tempo bona;

si 'l tempo dona foco il tempo il toglie,

si 'l tempo reo destin fama risona:

si 'l tempo m'ha condutto in lacci e 'n foco,

il tempo mi sciorrà a poco a poco.

25

»Or sia che vòl«, agli occhi dice il core,

»da che vòl la fortuna diance pace,

non per tuo fiume mi cessa l'ardore

né per mio foco tuo acqua si sface;

andiam la sorte placando e l'amore

e, sopportando quel che più ci spiace,

spettiamo tempo, miglior stella e fato:

ch'a pace ogni nimico è destinato».

26
De morte

Offici, decemvir, consul, prefecti,

tribun, patrici, augur, pretori,

presul, patri, censor, Salî electi,

patrati, dictator e senatori,

militi, mensar, regi e lor effecti,

tiran, tenenti, Fecial, questori;

tutti gli ha morte privi di lor luce;

che 'l tempo in nulla ogni cosa conduce.

27

Donna, dispensa or che pòi tuo beltà,

che sempre morte in arco lo stral tiene,

non val a dir abbi di me pietà

quando l'adunca falce e 'l colpo viene;

non ispectar venir a falsità,

che molto invida e mortifer pene

dispensa al tempo tuo formosa coma:

che non val il pentir poi l'aspra soma.

28

Morte ogni odio terren per forza scioglie,

morte ogni ver amor conduce in basso,

morte ogni patrato in terra accoglie,

morte il misero fa de vita casso,

morte ogn'om obedisce suo voglie,

morte ogn'om conduce in picol masso,

morte a chi mal vive è gran desire:

morte è sol requie e fin d'ogni martìre.

29

Donna, non ti fidar esser formosa,

che morte sempre preparato ha 'l telo,

quanto più odor ha la suave rosa

più presto vien a·llei l'orrido velo;

non isperar in stato esser gioiosa,

che 'l destinato presto vien dal cielo,

dispensa tuo beltà con miglior sorte,

che semper a lieto stato invida è morte.

30

Donna remira, quando il coltel prendi,

la iusta morte, poi il colpo gira

al fido peto, l'impio braccio stendi,

e fa de l'alma e 'l cor una sol mira;

che in pace portato qual più m'offende,

e lieta del mi corpo l'alma spira;

però remira la palida morte,

poi dà al servo suo ultima sorte.

31

Morte, per qual cagion retardi tanto?

Deh viene a trarmi del labirinto fora,

pon ormai fin al miserabil pianto,

ch'a forza l'alma nel corpo dimora;

prendi tuo falce a questo ultimo canto,

e gira il colpo e fà brieve mie ora;

divien pietoso a chi te invoca e chiama,

ch'un stato di pietà regno e di fama.

32

– Ahi morte, presto vien!Chi fa tal grido?

– Un che spera d'uscir dal tuo pio strale.

Qual reo destin ti fa bramar tal nido?

– Il fier amor e le sagitte frale;

però, pietosa, prendi il coltel fido

e cessa l'impio foco e 'l tanto male.

Taci, sopporta l'amorosa face,

che sforzato morir al ciel non piace.

33

Morte qual olocausto sacrificio

fa del mio corpo e delle misere ossa,

che così vòl quello ostinato vicio

de l'impia diva e l'amorosa possa;

sento la tuba al mio stremo iudicio

e vego preparato in terra fossa;

però vien presto a trarmi de tal prole,

ch'uscir presto di pena assai men dole.

34

Su presto, morte, traimi di tal carco

che viver più non voglio in tanta doglia;

prendi toi armi che 'l colpo te parco,

che ormai la terra chiama la mia spoglia;

su presto, al petto mio scocca tuo arco

e poni in sepultura questa scoglia,

e tal pigramma pon doppo partita:

«Qui sta chi per servir prese la vita».

35

Pur ho placato chi già mai placossi

con tante preci a mio tanto languire;

ahi, che pur morte a gran pietà commossi

e son contento e vo lieto morire;

pur passaron negli amorosi fossi

e moro sol per mi real servire;

però non temo la mia dura sorte,

ch'al voluntar morir non noce morte.

36

Per forza a duro laccio son ligato,

non di ragione da dispietata donna;

per forza in crudel fiamme tormentato

è questo core a sì aspra colonna;

per forza a servitù son destinato,

per forza servo a tua formosa gonna;

ma spero un giorno oscir di fiamma oscura,

ch'un stato retto a forza poco dura.

37

S'a forza il navicante in dur catena

tiene alcun servo ancor s'escie per forza,

si 'l buon soldato a forza alla catena

il fier nemico il laccio rompe a forza,

s'a forza l'omo sta en la catena

un giorno n'esce ancor per propria forza,

s'a forza cinto so da crudel laccio

per forza spero tòrmi ancor dal laccio.

38

Tantal nel cavo averno oscur e basso

ha il cibo presso e, per pigliar, s'estende,

e quel più s'alza; onde, il miser lasso,

un'altra parte per tòr sete prende,

e più si cala più gli manca il passo,

e l'una e l'altra parte ognor l'offende:

così a l'amor mie i' veggo expresso

che più ti son lontan sendo più presso.

39

Donna, rimetti ormai drento il fier telo

e cessa il tanto ardor che par ragione;

su presto amorza il tuo calido velo

e leva al servo tanta passione;

dapoi tanta beltà t'ha dato il celo,

abi del foco mie compassione;

deh, non tardar di trarmi di dolore,

che un presto pentir copre l'errore.

40

Donna, per qual cagion è tanto offendere,

è tanta crudeltà, tanto martoro?

Ahi lasso, areso son senza contendere

le stanche mura e 'l mie caro tesoro;

però, car diva, usa meglio spendere,

e con più vera fé, l'argento e l'oro;

del regno tuo è donna miglior nido,

che mal pò dominar chi non è fido.

41

Non credi, donna, tuo formosa coma

nel forte legno mai summerga in fondo;

ahi, spero un giorno tòrmi da tal soma

e libro uscir del regno foribondo;

sappi ch'amor, ch'ogni superbo doma,

trarmi dil laccio vòl ove m'ascondo:

però non prezzo tuo feroze artiglio,

che 'l ciel pò più ch'ogni terren consiglio.

42

Taccia chi dice che volubil sia

lo stato di fortuna e suo favore,

ch'io servito ho tal regno in gelosia,

credendo tòr da me il ceco amore;

così vivendo con stolta pazzia

mi trovo giunto al fin delle mie ore

sempre trovando qual dur scoglio il fato:

che mai volubil fu il destinato.

43

Voi che in regno d'amor con fé servite,

non isperate mai nulla mercede

da l'impia sorte, e qual nochier foggite

questa fortuna e sua dogliosa sede;

fuggitte tutti questa stabil lite

de sì reo fato che in abil speme cede;

fuggite il regno senza pietà alcuna:

che nuoce sempre a chi men pò fortuna.

44
Di nocte

Ecco la nocte, e Filomena in fronde

si posa e dà principio a tersi canti,

manifestando suo destin qual onde

il reo delitto in miserabil pianti;

così quel che nel pecto mio s'asconde

io vengo a palesar a te davanti;

però non ti sdegnar, sopporta in pace,

che un moderato ardor raro si tace.

45

Ecco la nocte preparar sol pace

a l'om defesso e da exercizio stanco;

ecco al pelegrin, che in silva giace,

lucido il cielo al suo afritto fianco;

ecco che al buon nochier Eol già tace

l'onde quiete al suo timido banco;

ecco la luna al suo frigido loco,

ecco la nocte al mio martìr sol foco.

46

Tu dormi senza isdegno, i' mi lamento

al fredo, a l'acque, a la tempesta, ai sassi;

tu requie in lecto, io grave tormento,

in nuda terra posso e membri lassi;

credo che sogni di dar pena e stento

a quel che perde la fatica e' passi;

deh lassa il sonno, e scolta mie ardore,

che chi ode ragion degno è d'onore.

47

O unica mie speranza il sonno lassa,

e odi quel che nulla pietà trova;

remira il tempo suo che indarno passa

e credi il tanto ardor senza altra prova;

si non che 'l miser cor oltra trapassa

e l'impia morte suo armi ritrova;

però movi pietà de l'alma trista

che chi libra un da morte, assai acquista.

48

Ahi impia, indarno mi lamento e ploro,

e tu pur dormi senza nullo isdegno;

al men sentissi el mio tanto martoro,

e da scoltar un po' mi fessi degno;

ahi celeste signor almo e decoro,

non vede l'alma andar al stigio regno?

Divien piatosa, concedi tal grazia,

che il ciel d'un cor piatoso mai si sazia.

49

Quando ti veggo mi sento morire,

si non ti veggo manco a poco a poco;

non trovo alcun rimedio al mie languire,

e manca il valor mie qual cera al foco;

io sento al miser cuore nuovo martìre,

né mai di riposar trovo alcun loco;

ahi impio amor, perché fa' tu tal guerra

a chi sol per servirti è posto in terra?

50

Donna, qual leve fronde in silva ombrosa

che d'ogni vento cedon son queste ossa;

preparato a la doglia aspra e dogliosa,

pur che in terra satisfarti possa;

tengo per te drento al mio pecto ascosa

fiamma e a mezo al cor aspra percossa;

e si pur brami a me mortifer velo,

preparato ho in la destra sempre il telo.

51

Tantida illustra apare a l'universo,

e Febo qual più pote e destrier sprona;

ne i verdi rami gli ucelletti al verso,

Eol suave in silva già risona;

el pastor cogli armenti canta terso,

il cultor il terren con l'armi intona;

ogni omo alegro a l'opra s'apresenta,

e io al foco che più mi tormenta.

52

Innanti, donna, che a tuo duro laccio

sie queste membra e queste miser ossa;

voglio con impio telo e col mie braccio

darmi la morte, andar presto in fossa;

Amor, prima al mie cor non dar ispaccio,

che io sia subiugato da tuo possa:

ti lasso volentier, mondo protervo,

che meglio è 'l liber morir che viver servo.

53

Ecco, e mei martìr ad amor s'affanno? Fanno.

E passi persi? Sì. E l'ore? E l'ore.

E si real servir su i cieli sanno? Sanno.

Che premio arò del mio amore? Amore.

Quanto starò in laccio, un anno? Un anno.

E poi del foco sarò fore? Fore.

In me il fier ardor tornerà mai? Mai.

Vivarò lieto poco o assai? Assai.

54

Amor chi mi trarà del foco? El foco.

Quanto in laccio starò, etterno? Etterno.

E per amar, arò mortifer loco? Loco.

Qual requie fia a me averno? Averno.

Impetrarò pietà nel viver poco? Poco.

Che fine ha l'alma a l'inferno? Inferno.

Adonque pel mie amor arò martìr? Martìre.

E impia doglia per servire? Per servire.

55

Se da suo clara patria alcun si parte,

rimane il vero amor dentro a le mura;

e sempre per più longhe e strane parte,

nel fido petto il buon fuoco dura;

dapoi che 'l mie destin mi sforza amarte,

partendo lasso il cor a tuo figura;

e si parto io, non si parte l'ardore,

che non interruppe mai distanzia amore.

56

Sforzato, donna, io so por fine al canto,

e far partita dal tuo divo aspecto;

bagnato sento la citra di pianto,

trasformato la voce in vario effecto;

si parte el corpo, sì, ma resta infranto

con te la miglior parte del mie pecto;

però, si parte il corpo, resta il core,

a forza, a servitù d'impio signore.

 

Alquante cose de uno adolescente arretino:

Pietro, studioso in questa facultà e in pittura.

 

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Ultimo aggiornamento: 03 settembre 2011