Pietro Aretino

Opera Nova

Strambotti

Sonetti

Barcellette

* Edizione di riferimento

Edizione nazionale delle opere di Pietro Aretino, a cura di Giovanni Aquilecchia e  Angelo Romano, Salerno editrice, Roma, 1992.

* Edizione elettronica di riferimento

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Sonetti [e barcellette]

57
Sonetto primo

Qual timido nochier nelle salse onde

mette tra scogli il tremolante legno

sol per l'ocio schifare e il fiero sdegno

de l'impio amore a mie voglie feconde,

non isperando laurate fronde

né fare a sacri colli stampa o segno,

che mal si pò di tal don farsi degno

chi nanti al volto il bel lume s'asconde;

ma sol per satisfar quel che più deggio:

Francisco de Bontempi perusino,

che per altr'occhi al mondo più non veggio.

E lui fia scorta col suo terso latino,

e fida tramontana, al picol seggio

del rude socio suo Pietro Arretino.

58
Sonetto

Quel fido inretra per superchia fede,

dolce nimica? A forza questo indegno

con la timida man a l'impio regno

manda, dove pietà non si concede.

Più carte ha scritto nuda di mercede,

sforzando la natura e el poco ingegno

per un sol verso aver: e si pur degno

non son di tua beltà, tronca mie sede.

E si del servo in coma brami lauro,

ecco il ferro, illa destra non sdegnarte,

che forsa fia del mio mal restauro.

Il corpo, l'alma, il cor vòl contentarte

fine a la morte e gir da l'indo al mauro:

ch'un ver amor per morte sol po' lassarte.

E questa ultima parte

porrai al sasso e vil stanza nocturna:

«Amor non morte l'ha condotto in urna».

59
Sonetto

Diva, quel piccol don ch'i' t'ho mandato

solo apalesa tuoi ascosi errori,

ché, come in quello e' sonno vari colori,

così tra mille inganni tien tuo stato.

Quel è bel pomo tucto l'aurato,

la scorza è calda e drento ha freddi umori,

al gusto monstra poi aspri sapori:

e tu cangi agli effetti un simil fato.

La scorza sol dinota il fido petto

ch'arde nel ghiaggio, e tuo cor è per il fructo

di giaccio che col mio foco è constretto.

Che, non trovando a suo focoso lucto

il mio aflicto a tuo frigido effetto,

s'agiunse perché il caldo suo si' structo.

60
Sonetto

In terra equali v'ha il ciel producti,

d'equali effetti in medesima natura:

tu pomo immoderato di fredura,

e lei di ghiaccio sol produce fructi.

Tu cresci al caldo e lì fai buon constructi,

e lei inalza sol per grande arsura;

e tu dài amaro per l'aurea velura,

e lei per dolci sguardi gravi lucti;

tu hai pungenti e viride le foglie,

e lei di speme sol ciascun notrisce,

congiunta con affanni, pianti e doglie.

Così a stato tal non s'impedisce,

anzi fato e destin lodon tal voglie:

che simigliante a sé ciascun petisce.

61
Sonetto

Surgite, eamus, non tardate più

prendete l'arme, car principi e re,

che sopportar ormai più non si de'

chi tradito ha nello orto il buon Iesù.

Surgite, presto, ogn'om si levi su,

e siamo oniti insieme a buona fé

che 'l suon della gran tuba svegliato è

fa quel ch'in basso ci vòl mandar giù.

Se l'impio gallo già partorito ha

in nostre abitazioni l'uovo so,

il basalisco ancor drento si sta.

Però il parto suo romper si pò;

andiam se tal venen sentir si fa:

cadrà nel basso chi bene alto fo.

62
Sonetto

Terrestre inferno ove sol Iuda regna,

e Crasso e Mida possiede oggi il tucto,

e solo e tristi ci fan buon constructo

e d'impio Cacco si mantien l'insegna.

Misera patria già famosa e degna,

come conducta se' in sì gran lucto,

ch'eri d'ogni virtù radice e fructo,

e di perfidie or ti veggo pregna?

Iustizia ha tronco la sua iusta spada,

e le bilance son divenute in basso,

e fede ha perso sua dritta strada,

e giti omini veril tucti in fracasso,

con scherno a torto in l'altrui masnada,

da mover a pietà un cor di sasso.

Ma se vita non casso,

sentirassi in ciel un nuovo grido:

che mal pò dominar chi non è fido.

63
Sonetto

Diversa stella, abiam diverso il fato,

felici i sventurati in un sol loco:

a te il ghiaccio e a me noce il foco,

tu ami con desio, io servo grato,

tu cangi al freddo il suave tuo stato,

i' mi disfaccio al caldo a poco a poco,

tu hai quiete nel frigido e gioco,

e io qual salamandra ho il caldo a grato,

tu per palpare la candidetta mano

perdi ogni tua virtù, ogni colore,

e io per remirar divento insano.

Però il caldo e il frigido umore

in pace soportiam, umil e piano,

che male accompagnato ha men dolore.

64
Sonetto

Suave fior più assai di me felice

se è posto in terra sotto miglior stella,

tu solchi l'acque con tuo navicella

senza temer di scogli o rie pendice.

Lasso più di te ch'io son infelice,

tu senza amor sentire, arco e facella,

palpi quella che excede ogni altra bella:

e sol di risguardarla a me non lice.

A lei dài gioco e a me pianto grave,

tu gli apri di dolceza el divo petto

e a me chiude il cor con mille chiave;

a lei odore a me calido effetto,

a me dài morte a lei viver suave:

ma tal fine ha l'amoroso concetto.

65
Sonetto

Resta d'Orfeo la citra rauca e 'l verso

a cantar le tuo lalde e tuo latino,

non basta ingegno uman anzi divino

pel vago stile risonante e terso.

Divien per te il Pegaso summerso,

il fonte e l'acque, e 'l monte Caballino,

più non val Dante o il terso Serafino,

ch'al parangon di te han lo stil perso.

Fronde in coma arai netta di fralde

qual preclaro poeta al divo fonte,

che in vita e doppo morte è sempre lalde.

Preparato t'ha su il Parnaso monte

il vaso e l'acqua sì che excelso galde,

poi che tu' opre son qual vate pronte.

66
Sonetto

Dive Magdalene dicatum

Quel acceso desir ch'ogn'altro excede

che ti constrinse, diva Magdalena,

seguir il Nazaren, pianger suo pena,

meritò tòrre a Lazer d'urna il piede.

Quel caro odor che più non si concede

al van Cupido, ma grato in la pia cena

sparso a' piè divi, car Maria, serena

rende la sponsa a quel ch'al litto riede.

O ciechi e stolti in mondan cure involti,

contemplate l'ardente e 'l puro effecto

che per tetti regal vil masse ha tolti.

Celesti canti ormai son suo dilecto,

e divin messi intorno a lei racolti

van de locausti sol cibando il pecto.

O sumo e divo aspecto,

miserere, ch'i' tolgo a gli occhi il velo

poi ch'un presto pentir rapisce il celo.

67

                 Sonetto di Pietro pictore Arretino

Ferma, gentil viator, alquanto el piede,

la mano stende e lieva el picol masso,

vedrai, invido cor di pietà casso,

qual fia de' mortal ultima sede.

Giovane fui di forteza, erede

unico di beltà, e Mida, Crasso,

d'or superai, et or putrido e lasso

son poca terra né più l'occhio vede.

Ahi miseri mortal, vedi le spoglie

offerte dal victor, lo scudo e l'arco,

poi sol un vetro gli dà morte e doglie:

però el celo fie da noi iscarco,

che son qual sol di verno, speme e voglie,

che or è chiar e or di nube carco.

68
Sonetto

L'orrenda tuba el gran iudicio appella,

e quel che in legno invocò Elì

sede  pro tribunal, onde così

temo fuggir la stigial facella.

O unica del ciel nocturna stella

che partoristi el ver Adonaì,

presta soccorso a questo extremo dì,

e tra' del mar la debil navicella.

Dolce mie diva, nanti a poca terra

sien le stanche ossa tomi d'impio scelo,

che l'infernal furor sempre mi serra.

Miserere peccavi, io non tel celo,

e 'nvoco penitenzia di tanto erra

sol per fruir el trionfante cielo

Finis

69

                 Capitulo primo de la nocte

Tacita nocte, quanto ogni mortale

canton tuo lode in questo mondan giro,

e 'l placido riposo al viver frale,

tanto io grave martìr del mio cor tiro

al splendor divo di tuoi scuri rai,

tal che bramo sempre tuo velato miro.

Or surge l'artigian da tanti guai,

torna al riposo privando suo face

da marmi, dal martel, statue e lai.

Del stanco zappator il braccio tace

e 'l gran sudor, e al suo nido torna

al cibo, al fuoco, al riposo, alla pace.

El montanar ormai più non soggiorna,

con triegua lassa il verdegiante bosco,

olmi, quercie, cipressi, pini e orna.

El capitan al tuo nocturno fosco

riede alle tende abandonando il campo,

el mur, la pugna, el nemico, el fier tosco.

Trova el defesso animal già lo scampo

dal tuo piatoso sguardo, e schifa el laccio,

el cacciator, el vischio, el can, el vampo.

Al misero staffier togli lo 'mpaccio,

el tanto caminar, el gran sentiero,

el freddo, el vento, el nevicar, el ghiaccio.

Or doni requie al buon fido corriero,

e senza affanni ormai più non tocca

el piano, el monte, la silva, el destriero.

El navicante or presso al porto scocca,

visto te, pia, lassa in pace e venti,

la barca, el remo, la vel e la cocca.

Ogni cultor del ciel par si contenti

visto te, notte, posar ogni doglia,

officii, desceplin, digiuni e stenti.

El timido fanciul per te se spoglia,

dal mastro, dalla scol, a casa riede

in canto, in riso, in gaudio, en festa, en gioglia.

El pelegrin el gran camin excede

posa a l'albergo assai lieto e contento

el carco, el voto, el bastone, el piede.

Dallo exercizio più non ha spavento

la pigra vecchia, e posar par non incresca

la tel, la rocca, el fuso, el suo tormento.

El latro al suo voler ormai s'adesca,

con festa prende ei desiati artigli,

la scala, el grimaldel, el palo e l'esca.

L'astrologo con gioia par che pigli,

per adempir del futur suo desire,

compassi, sguadre, triangol, sigilli.

Ahi notte, e prisionier più a sentire

non stanno al buco temendo ogni cosa,

le forche, el ferro, la taglia, el morire.

Lievi a l'amante ogni fiamma ascosa,

e tolli al fido petto l'impio ardore,

e i passi, el foco, gellosia noiosa.

Lassa el fren il caval e 'l suo furore,

el giogo il bove, il patrone la terra,

le mosche né puntur, el gran sudore.

Notte, al tuo sguardo pio ogni om sferra

da sé ogni martìr, ogni gran pianto,

labor doglia, terror che e cori afferra:

e io pace non ho tanto né quanto.

70

                    Capitulo secondo

Nasce da gli occhi tuoi una tal grazia

e tal splendor, che 'l miser cor isface,

e sempre bramo splendor con tal grazia.

Nasce d'un sguardo tuo foco che sface

el fido pecto, e par tanto suave

che bramo sguardo sol che più m'isface.

Nasce d'un riso tuo doglia suave

al stanco servo, e par tanto benigna

che bramo riso sol tanto suave.

Nasce di bocca tua tanto benigna

un vento lieve che mia barca smanca,

e bramo vento sol da te benigna.

Nasce d'un sospir tuo orror che esmanca

el mesto core, con sì dolce effecto,

che bramo sol sospir che più mi smanca.

Nasce d'un sdegno tuo un tal effecto,

e sface e membri con sì piano amore,

che bramo solo isdegno e tale effecto.

Nasce del ghiaccio tuo un tale amore

che mi consuma qual amaro tosco,

e sempre bramo ghiaccio e tal amore.

Nasce del dolce tuo un amar tosco,

e ha tal forza che mi manda a l'urna,

e sempre bramo gustar un tal tosco.

Nasce del tuo dur cor una oscur urna

alla mesta alma, con sì grata morte,

che bramo all'alma sol una tetra urna.

Nasce di tuo beltà sì cara morte

ch'a forza mi conduce al basso regno,

e sempre bramo beltà con tal morte.

Nasce de l'impio tuo focoso regno

pianti, foco, sospir, affanni e doglia,

e bramo sol martìr dal crudel regno.

Nasce de tuoi effecti un'aspra doglia

che me disface come cera al foco,

e sempre bramo effecti con tal doglia.

Nasce dolor da te con pioggia e foco,

sospir, sguardi, venen, timor e lucto,

e sempre bramo tormenti e tal foco,

e son stanco a' martìr, non sazio in tucto.

Finis

71

                   Pietro pictore Arretino

                            Capitulo

Ferma, car viator, alquanto il passo,

e queste miser ossa in urna mira

che forse el scelo da tuo cor fie casso.

La morte son, che quanto in torno gira

lo emisperio questa falce e arco

in brieve a poca terra ciascun tira.

Ecco quegli ch'al mondo aureo carco

portorno acolti in tanti piacer vani,

che son qual cechi cervi colti al varco.

In che tanto sperar, stolti e insani,

in questa debil barca, in questo legno

ch'ognor fortuna ci sbatte le mani.

Ahi, quanto è brieve ogni mondan disegno

al paragon della devin salute,

della qual chi ben vive solo è degno.

Che tante speme e fatiche perdute

in un momento passa ei terren scanni,

infanzia, gioventù e senettute.

Vola la nostra età, passon questi anni

al voltar d'ochio, è sereno e piove,

oggi in istato e doman pien d'affanni.

Qual leve vento ch'ogni fronda move,

e questa nostra vita e membri infermi,

e presto in oscur terra facciàn cove.

La desiata carne è pasto ai vermi,

è divorato il corpo a un batter d'ale,

et orrido fetor son nostri termi.

El tanto afaticar, mortal, che vale,

che tutto quel che avete oprato, stolti,

portate sol delitto al centro frale?

O ciechi, stolti, in mondan cure involti,

contemplate, infelici, el viver poco,

e le catene, e i lacci ove siàn colti.

Spezzate le delizie e l'auro foco,

foco, miser mortal, ch'ogni or ci sprona

al stigio regno, al tartareo loco.

Lassate ogni rancor che l'alma intona,

togliete al cor, tollete il grave masso,

ch'al gran iudicio già la tuba sona.

Superbi, umiliate il coro di sasso,

troncate a crudeltà l'orrende porte,

che 'l ciel un impio cor fa da sé casso.

S'a reo delitto pronti insta morte,

mirate alquanto, cogitate el fine,

che chi cogita el fin ha buona sorte.

Quanto s'affannon le membra meschine

in seguir Crasso, Mida, invidi e rei,

sol per portar di là carco de spine.

Che val tanti teatri e van trofei

in el fetido mondo orrido e brutto,

che causa son di far gridar omei?

El tempo dispensate in buon costrutto,

mentre servate a brieve vita il velo,

che solo il poco tempo è nostro fructo.

Spogliate il cor d'ogni nefando scelo,

coprite el pecto con la diva croce,

che chi ben vive sprezza mortal telo.

Odite el Redemptore con alta voce

al monte dir: «Venite, figli, a l'acque,

che l'ardor spegnerò impio e atroce».

Seguite l'orme non di quel che tacque

la verità inanzi al gran motore,

quando al suo fratre dar morte li piacque.

Non crudo, iniusto, Iuda traditore,

ma qual Pietro piange il gran delitto,

qual iusto re del bel salter cantore.

Non da che el vostro cor miser, aflitto,

commisso ha scel, al laccio impio corrite,

ma sol a penitenzia al tronco ritto.

Ponete requie in tante mondan lite,

vedete el pellican, el summo amore

che stende el pecto, ormai presto pentite,

che il presto pentir copre l'errore.

72

                      Desperata

Vego già preparar il verde amanto

a primaver, e gli ucelletti in fronde

di tronco in tronco far lor terso canto.

Ecco le desiate e liquide onde,

al defesso animal el chiaro fonte,

saziando le lor voglie sitibonde.

El timido pastor la gregge al monte

cantando pasce sotto l'ombra d'orno,

adornando di fior varii suo fronte.

Ecco illustra auror el chiaro giorno

a' membri stanchi del fido cultore,

e gli arbori produre intorno intorno.

La nuda terra allo sparso sudore,

buon seme producendo, gioglia rende,

restaurando ogn'om delle perse ore.

Ahi lasso, foco al foco mie s'accende,

sospir, doglia, martìr, pianti e affanni,

el ciel, l'aer, la terra, el mar m'offende.

I' veggo in vano già spesi mie' anni,

né mai requie trovai al viver poco,

tal che non vo' sperar più tanti danni.

Ma sol invoco per mie canto e gioco,

Pluton e 'l centro a trarmi de tal celo,

ch'a chi mal vive è benefizio il foco.

E nanti gionga al pecto l'impio telo,

di morte per dispecto e per più doglia,

vorrei veder arder il mondo e 'l cielo.

Vorrei veder questa misera scoglia

ligata in mezo a doi rapaci cani,

e esser cibo a lor sfrenata voglia.

Vorrei veder, fuor di paduli e chiani,

saltar draghi, leon, fier, orsi e lupi,

divorando per forza e semi umani.

Vorrei veder e boschi cavi e cupi,

nel mezo le città latri e spioni,

discordie, risse, sempre ogn'om occupi.

Piogge vorrei veder, baleni e toni,

e fulminar dal ciel sagitte e sassi,

e templi con teatri spezi e 'ntoni.

In mar vorrei veder gli scogli e' massi

urtar le barche, e mandar presto in fondo

le merce coi nochier aflicti e lassi.

Vorrei l'acque veder girar a tondo

a l'universo la secunda volta,

en fame, en pesta, en guerra el ciel e 'l mondo.

Vorrei del centro la catena sciolta

fussi, e fuor saltassi monstri e furie,

e su del cielo ogni pietà ritolta.

Vorrei tra il figlio e 'l patre inganni e 'ngiurie,

a omicido e fratri poi insieme,

spose e mariti a tosco, a rie penurie.

Senza pietà vorrei veder né speme,

morir gli omini per terra a lance e spade,

el sangue fussi un mar quando più freme.

Vorrei veder ogni clara ciptade

a sacco, a fuoco, a tagli, a preda, a morte,

e sol per sangue germinar le biade.

Vorrei veder, per mie destin e sorte,

e mansueti angel lupi, orsi e draghi,

e calcar su del ciel ogni consorte.

Vorrei veder per fiumi, fossi e laghi,

cader gli omini per fame, orridi e brutti,

e di mangiar l'un l'altro fussin brami.

Gli albori vorrei veder produr per fructi

crudel serpenti al mie viver fosco,

e 'l secul sempre in foco, doglia e lucti.

Vorrei veder la terra e ciascun bosco

render per seme al fin sol fiamma e foco,

e germinar le vite amaro tosco.

Vorrei le liquide onde in ogni loco,

e fiummi e fonti, el mar, paludi e rivi,

correr per sangue uman con festa e gioco.

Vorrei pesci, animal, facessin privi

gli omini in terra e di vita cassi,

e, messi nel sepulcro, ancor sien vivi.

Vorrei del ciel le stelle in gran fracassi,

veder pugnar insieme sol e luna

e 'n terra rovinar fra tronchi e massi.

E i ciel vorrei facessin rea fortuna,

l'un verso l'altro e poi cader in terra,

e diventassi polve ciascheduna.

Gli dèi vorrei veder a trista serra,

rovinar Giove e 'l foribundo Marte,

e i bei pianeti tutti a l'armi, a guerra.

L'orrendo cavo inferno e le suo parte

escon del centro e sien dominatori

del ciel, e li Caron tenga suo sarte.

E poi al secul mandon presto fuori

un crudel vampo, e sol s'abbi a mortare

col sangue degli uman tanti furori.

Dapoi si vegga di terra svegliare

gli albor, le piante, ensiemi far bataglia,

pietra con pietra e crudeltà exclamare.

E l'impia morte poi alla schermaglia

esca colla suo falce e fiero strale,

e privi ognun di vitta e no gli caglia.

Gli dèi, gli omini, le piante a fiero male,

e gli animal vadin in precipizio,

e manchi l'emisperio a un batter d'ale,

e vorei ogni giorno el gran iudizio

          Finis

              Pietro pictore Arretino vale.

            Capitulo ad dominam

Privo d'ogni piacer, colmo d'affanni,

cum gemi, cum suspir, lacrime e stenti,

scrivo bagnando el pecto e i tristi panni.

Ma perché hai del mio pecto i spirti spenti,

non ti potrò narrar tutta la pena,

che chi mort'è non puol far gran lamenti.

Gli ochi, che dal mio cor un fiume mena,

han facto a ciò ti scriva, cruda, ingiostro,

temo che non vorai lezer qui apena.

Credo che scesa sei da l'alto chiostro

per far in pianto star mia verde etade,

ma moro voluntier per amor vostro.

Usammi pur ognor gran crudeltade,

stracciammi pur se sciai, fammi ogni torto,

ch'io ti voglio servir con fideltade.

Mirami un poco ormai, squalido e smorto,

che 'l primo dì ch'io vidi tua figura,

me porgesti quel duol qual ancor porto.

Poi che posto serò in la tomba oscura,

alor a pietà invan mover vorai

tuo delirante cor, ch'ognor s'indura.

Soccorri adesso a li superflui guai,

non expectar che morte s'avicina,

che volendome aitar poi non potrai.

Ascolta el mio lamento, Carandina,

ho perso el cibo, el somno, el cor e l'alma,

e te adoro per dea sera e matina.

Tu sola del mio ben porti la palma,

tu sola me pòi dar or vita, or morte,

tu sol leticia e duol al cor m'incalma.

Tu sola sei el mio destino e sorte,

per te languisco e tu, crudel, contenti,

onde s'apre per me l'enfernal porte.

Deh stu sentissi i mei sospir cocenti,

deh stu vedesse el cor che si consuma,

acquietaresti alquanto i mei lamenti.

Quel angelico guardo che mi aluma

non mi celar, mia diva, s'io ti servo,

che cusì vòl quel dio de leve piuma.

Non tanto al fonte el sitibundo cervo

corre comm'io ognor corro al ponto extremo,

cagion del tuo voler crudo e protervo.

Ahi Carandina cara, forte temo

che tu non pigli el mio scriver a sdegno,

certo per gran terror m'arosso e tremo.

Se de servirti tu me stimi indegno,

io te rispondo dandoti un exemplo

che tua non è la beltà ma sol pegno.

Fanne de notte a la luna contemplo,

magior de l'altre stelle la vedrai,

e questa a te, crudel, ora ti axemplo.

Vedi tra l'altre pur spande soi rai,

ma pur quel suo splendor prende dal sole:

mira de giorno lei non splende mai.

Tempo dà la beltà, tempo la tole,

tempo porgie piacer, tempo dà pena,

el tempo fa indurir, tempo fa mole.

El tempo gioventù seco ne mena,

col tempo n'averai più tanti amanti,

che 'l tempo sciolge e speza ogni catena.

Però tu cruda che mi tieni in pianti,

se n'hai pietà di me io ti concludo

col tempo umilierati s'or te avanti.

Né te fidar de quel fanciulin nudo,

che porgie ogni lusinghe e poi disserra

con più magior furor quel suo stral crudo.

Or io vivo per te in doglia e erra,

aggi di me pietà pria ch'io sia in polve,

che tosto questa età ne va sotterra,

e ogni edificio el tempo al fin dissolve.

Finis.

         74

                        Egloga.

                               Interlocutori: Carmilio, Ecco, Incredulo, Amore e Calicella

Carmilio

Ohimè che face, ohimè qual cera strugomi,

sento mancar gli spirti, e membri cascono,

doi fier mordace c'han el mio cor sugomi.

Qual stella, da che in me tal martìr nascono,

io ardo, tremo, aghiaggio, moro, impalido,

che sempre var pensieri el pecto pascono.

Ora fero forte, e or timido e pavido,

or libro, e or in servitute e in laccioli,

or vento leve, e or focoso e calido.

Ahi quanti laberinti, ahi quanti trappoli

son tesi a questa nostra vita fragile,

tal che dal viver mio al tutto islacciomi.

Deh, vedi il mondo quanto egli è volagile,

or è sereno, or si vede piovere,

or è seco il terren e or erbagile.

Ahi sento l'ossa mia tutte commovere,

che farò, taccio? O ha qualcun de' scropoli

tanti martìr? arò el secreto amovere.

Or su, timido piè, frangi gli scropoli

e troviamo Ecco al suo ver abitaculo,

che mal tacer si può d'amor e giocoli.

Mie fido can, prendi el zainetto, el baculo,

sarai buon duce, a te gli armenti arcovero,

e qual pastor soporta el grave obstaculo.

Non più mi coprirà l'ombra del sovero,

né più l'armento mio istimo o aprezzolo,

che sol chi odia il ciel è oggi povero.

Ormai del mondo ogni piacer sprezzolo,

requiescite in pace, caro armento,

che altro gran pensieri al cor carezzolo.

Ecco, deh dimmi, ispavento? A vento.

In vento se risolve e martìr tersi? Sì.

Troverà l'amor mie non sol acento? Cento.

Dimmi, vedrò la diva in questo dì? Odi.

Un acuto martel el mio cor battime,

ha Calicella tutto me destritolo,

o quante nuove fiame il petto sbatime.

Vien meco Callicella in pinguo vitulo,

dentro l'albergo trovarien da edere

con festa al fuoco cantando un capitulo.

Gli agni, e castron, le capre porrai vèdere

pascere a l'ombra le erbette tenere,

el can custodio a chi volessi ledere.

Il fido gregge usar latte di Venere

con festa e gioco nel verde campestrico:

deh, lassa il mondo ch'è sol vento e cenere.

Ah che bel viver è in luogo silvestrico:

abeti, fagi, pin, aceri e ulmini

circundon le casipol all'alpestrico

che val tanti teatri e alti culmini,

e gemme, argento, or, tante delizie,

che sempre son al cor pungenti fulmini?

Non sai gl'inganni e l'ascose tristizie,

e quanti povarel sempre disgombrano

senza ragion per lor tante avarizie.

Però lassa e pensier ch'al cor piombano,

e fa che 'l senso la ragion non superi,

che mal se pò pentir, quando e mal frombano.

Non tardar che mai più tal or recuperi,

quanto è beato chi tal gioie reputa

de tal cipressi, quercie e alti sucheri.

Noi piantaren nello orticiel la neputa,

pimpinella, latuca e caccialepore,

e chi ben pianta più tra noi se reputa.

Carderini, fanelli, frenguegli e lepore

col vischio piglieren, con rete e trapole

barzetti, lasche en fiumicelli et equore.

Con rastri, aratri, vomeri e zappole

cultivarien la terra, e poi en le grottole

cogliaren more, tartufi, fraghe e lapole.

Cantando poi terzetti e varie frottele,

renfrescandoci andren per fonti e rivoli,

né più ci ca<n>teran civette e nottele.

Incredulo

I' sento, si ben noto o impecto scrivoli,

far qua tra gli olmi una solenne predica

che fia: «Fermite, piè, andrò a' rivoli ».

Deh si' che vòl se 'l mio Carmilio predica,

vedrai che festa, vedrai cosa da ridere,

forse tal piaga questo baston medica.

I' voglio e membri suoi tutti dividere,

e far col mio falcin suo' membri maceri,

e tutte l'osse per forza decidere.

Ah ah Carmilio, te riposi agli aceri,

e predicando vai fuor di quaresima,

anzi cercando che io tutto ti laceri,

che pensi a Calicella dar la cresima

con tante tuo menzogne e finte fabule:

deh come non ti scaccia lei medesima?

Carmilio

Deh taci, impio vilan, nato in le stabule,

che mal pò iudicar chi el teren arolo

la gran passion d'amor con sue parabule.

Incredulo

Odi di vecchio gatto finto miagolo;

che cosa è amor, deh chi è questa Venere,

è forse la fantasma, o 'l gran diavolo?

Carmilio

Ben di robuste potaresti in tenere

cambiar tuo membra, patre, a ingratitudine:

che sempre ei descredenti vanno in cenere.

Benigno amor, per tanta amaritudine

del fido cor e per mia fé magnanima,

fà il fier villano gusti tuo solitudine.

Incredulo

 Sento già vacillar el cor e l'anima,

e razolar ispesso un tra le frondole,

o che novo pensier sempre me ixamina.

Amor

Salve Carmilio, più in turcasso ascondole

le fier sagitte: or spreza tal vestigio,

e mie fortune con temi fecondole.

Incredulo

Ahimè, Carmilio, ahimè che gran letiggio,

socorri.

Carmilio

Amor non vòl perché beffastilo.

Incredulo

L'alme se parte.

Carmilio

A me non dol.

Incredulo

Al  Stigio

or mai trapasso.

Carmilio

Ah, pur Amor isprezastilo:

prendete exemplo, voi che stati e regni

dominate, a costui che iace in sasilo.

O quanti in mar son già summersi legni

per non temer fortuna e suo favore

senza auxilio, senza alcun sostegni.

Vedete morto il superbo pastore,

che tanto isprezzò me, miser lasso,

e per non creder è giunto a streme ore.

Basti a chi intende questo piccol masso;

per mie onor vo' dar ultima sede

al spento corpo e·ll'epitafio al sasso:

«Incredulo qui iace, or movi el piede,

el nome suo gli de' questa oscur, tetra,

el disprezar d'amor ch'ogni alma excede».

Tu, Calicella, seguita mie cetra.

Calicella

Carmilio, del pastor, l'exemplo prendo,

andian al gregge, ché l'amor m'aretra,

che ben conosco e facile comprendo

quanto dispiace al ciel un cor villano,

però nelle tuo braccia or mai m'estendo:

che, chi del mal non prende exemplo, è insano.

Finis.

75
Barzelletta prima

Nuove cose fa e disfà

che in lei spera la Fortuna,

però io sotto tal luna

vo' sperar che toglie e dà.

Sì 'l soldato in l'aspra guerra

del nemico prigion resta,

tolto poi da sì rea serra,

di tal sorte a lui molesta,

a conducta digna e presta

e favor dalla Fortuna.

Però io ...

Si tempesta e gran furore

al nochier, al debil legno,

e nelle acque con brieve ore,

ha summerso il suo disegno,

doppo tal destin vien degno

e per timone ha la Fortuna.

Però io ...

Se il ciel s'oscura e turba,

e Vulcan con gran rapina,

con suo' stral, ciascun conturba,

cessa poi tanta roina

e quiete s'avicina,

e benigna vien Fortuna.

Però io ...

Si gran tempo in crudo exilio

di suo patria alcun si trova,

e privato d'auxilio,

il destin fato rinova

e ritorna al suo cova

con la scorta di Fortuna.

Però io ...

Si amor in lacci e 'n foco

tien constretto il fido pecto;

s'ho tormento in ogni loco

arò un dì qualche diletto,

chi a reo a buono effecto,

che volubil è Fortuna.

Però io ...

Si sumersa è la mi' barca,

rotta e stronca ogni suo sede,

tornerà di nuovo carca

di più vera e miglior fede,

perché sempre non concede

mala sorte la Fortuna.

Però io ...

Se il mèl mio divien fele,

tornerà suave ancora;

si frapate son mi' vele

in bonaccia spero un'ora,

in tempesta saltar fora

e sarò grato a Fortuna.

Però io ...

S'agio pianti per servire

cangerasi cotal stato;

si dò gioia per martìre

deverrà benigno il fato,

e sarò un giorno grato

a destino e Fortuna.

Però io ...

Soportar pianti e lamenti

so disposto in fine a morte,

foco, affanni e rii tormenti,

drento a queste stanche porte;

forse un giorno fato e sorte

arò meco e la Fortuna.

Però io sotto tal luna

vo' sperar che toglie e dà.

76
Barzelletta seconda

Voglio uscir presto di pena

nanti senta impio martìre,

che meglio è liber morire

che un viver in catena.

Come vòl destin e fato,

sendo liber cade in basso

uno antiquo e claro stato,

rimanendo sol un sasso,

ha più gloria e divo passo

che in piè star a servire.

Che meglio è ...

Il nochier, in mar opresso

da corsari con stral e arco,

sendo quasi sottomesso

in lor man a crudel varco,

prima vòl di morte il carco

che ischiavo pervenire.

Che meglio è ...

Il soldato armato in campo

col nimico a fronte, a pecto,

vinto al fin ogni suo vampo,

naverato, il corpo enfecto,

ha tetra urna prima electo

che prigion vita finire.

Che meglio è ...

L'om in carcer, vinto in bello,

condennato a taglia a oro,

prima vòl ogni drapello

dar di sé e suo tesoro,

che suggetto far dimoro

sol un giorno con martìre.

Che meglio è ...

L'ocellin in gabbia, in laccio,

senza ostacul avendo esca,

cerca tòrsi tal impaccio,

come avien che de lì esca,

soportar par non gl'incresca

freddi venti, anzi ha desire.

Che meglio è ...

Impio amor, nanti tuo strale

senta al petto e tua arsura,

tòrmi voglio da tal male

con sagitta aspera e dura,

voglio morte e sepultura

per fuggir sol tuoi sospire:

che meglio è libro morire

che un viver in catena.

Finis

         77
Barzelletta III.

Dice il core agli occhi: «El fato

soportiamo e tanta guerra,

ch'ogni gran nimico in terra

è a pace destinato».

Si 'l castel con impio assedio,

giorno e nocte a preda a morte,

da inimici a buon rimedio

difendendo va suo porte,

tanto al fin con pace e sorte

liberato è da tal serra.

Ch'ogni gran ...

Tanto in pecto uno odio antico

se ritien con gran roine,

che ritorna l'om amico

doppo l'impie discipline,

tal che s'amon tanto al fine

che sol morte gli disferra.

Ch'ogni gran ...

L'om protervo, iniquo e rio,

tanto la natura e 'l celo

ha 'n dispecto, il mondo e Dio,

che se menda di tal scelo

e invoca sol con zelo:

«miserere di tanta erra».

Ch'ogni gran ...

Preseguendo va fortuna

tanto in mar il buon mercante,

senza aver mercede alcuna

di suo vita, che in un stante

gli concede gioie tante

che più doglia non l'afferra.

Ch'ogni gran ...

Tanto perso un gran tesoro

sta in terra, che si trova,

e donando va ristoro

a quel prima lo discova,

tal che gran gioia rinova

né più pianto lo diserra.

Ch'ogni gran ...

Per mie foco debil luce,

non su essa l'acque o el rivo,

né per tuo pioggia conduce

gioia, il pecto o 'l fuoco è privo,

sì che in foco e 'n fiume vivo;

stiamo in pace con tal guerra:

ch'ogni gran nimico in terra

è a pace destinato.

78
Barzelletta IV

Mai sarò d'amarti stanco,

né mi cur m'abbi in dispecto,

che in reo e in buon effecto

è d'ogni omo l'arbitrio franco.

È concesso in questo mondo,

su dal ciel a nostre imprese,

bene, mal, reo e iocondo,

e né mai se fa offese,

pigli pur senza contese

qual par più miglior concepto.

Che in reo ...

Se in la dextra el crudel ferro

tien alcun per suo suplizio,

mal può il ciel, se io non erro,

vetar questo sacrifizio,

revocar se vòl iudicio

ancor tòr non pò erricepto.

Che in reo ...

Non pò il ciel al peccatore,

se si menda, piange e pente,

negar suo devin splendore;

el contrario, se consente

trovar Pluto in foco ardente,

gli concede quello ha electo.

Che in reo ...

Se mie luce sempre mira

far lo pò che gli è concesso,

se intorno il cor te gira

per dispecto il laccio adesso,

se mie lingua il tuo interesso

manifesta a me è dilecto.

Che in reo ...

S'hai in odio el tanto amare,

per tuo doglia amare intendo,

non mi puoi questo vetare

per quanto io veggo e comprendo

se col mio languire t'offendo,

piangerò per tuo dispecto,

che in reo e 'n buono effecto

è d'ogni om l'arbitrio franco.

 

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Ultimo aggiornamento: 03 settembre 2011